Da Giano e san Gennaro: chiudere le porte alla guerra.

San-GennaroIn questi giorni Napoli si prepara a festeggiare ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato.   San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto un’importanza centrale rispetto alla sua stessa azione pastorale, di cui si sa ben poco.

Il sangue del Gennaro (vescovo di Benevento e decapitato a Pozzuoli) è diventato il simbolo stesso di una religione sacrificale, i cui profeti e testimoni (in greco: martyres) sono coloro che attestano la loro fede e la loro fedeltà al Vangelo anche a costo della propria vita, nella certezza che “chi avrà perduto la vita per cagion mia la troverà” (Mt 10:39) e che “il sangue dei martiri è il seme dei Cristiani [i]. La centralità simbolica del sangue – come sottolineava l’antropologo Marino Niola nella presentazione ad un libro su questo argomento [ii] – è ben nota in tutto il Mezzogiorno e soprattutto a Napoli. Un territorio ed una città che di sangue ne hanno versato in gran quantità, soggetti come sono stati per troppi secoli a invasioni e dominazioni. Una terra dove il lavoro per guadagnarsi il pane non a caso è stato sempre chiamato fatica  ricalcando il termine latino labor (fatica, sofferenza) ed echeggiando quelli francese e spagnolo travaille e trabajo. Una fatica che, citando una colorita espressione proverbiale, faceva (e spesso fa ancora) “jettà ‘o sanghe” , cosa ben diversa dal versarlo come sacrificio volontario.

Comprendiamo bene, quindi, l’innata simpatia che un popolo abituato a ‘gettare il sangue’ sul lavoro e per il lavoro, ma anche per colpa delle guerre, ha sempre provato nei confronti di un santo come Gennaro, il cui sangue è diventato segno tangibile di un’auspicata protezione ultraterrena contro le violenze quotidiane, i disastri bellici e perfino le sciagure naturali, come terremoti, eruzioni ed epidemie. Comprendiamo quindi perché i Napoletani – ed i Campani in genere – invochino da sempre il nome del loro patrono e difensore, però andrebbe precisato che Gennaro non era il nome proprio del santo martire beneventano, bensì quello di famiglia. Il vero appellativo personale in effetti non ci è noto (qualcuno ipotizza che fosse Procolo) mentre il cognome , con cui lo conosciamo, lo indicava come appartenente alla Gens Ianuaria. L’etimologia di questa denominazione si collega  quello del primo mese dell’anno, cioè Gennaio (Ianuarius), a sua volta così chiamato perché dedicato a Ianus/Giano, considerato dagli antichi Romani ‘Divum Deus/Pater’, ossia Dio e Padre degli altri Dei, divinità iniziale e principale del loro Pantheon.

giano-1Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianus, caratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (il lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, ie perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:

“Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l’altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l’atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all’uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell’Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni…” [iii]

La sacralità di questo simbolismo – che vedeva aperte le porte del tempio di Giano solo in occasione dei conflitti bellici, mentre la loro chiusura sanciva lo stato di pax – era e resta molto interessante e ci invita ad una seria riflessione di fronte ai nuovi bellici che agitano i nostri tempi. Oggi, come allora, lo folle logica distruttrice della guerra va bloccata con fermezza, chiudendo a chiave le porte all’aggressività che diventa minaccia armata o, peggio, terrore nucleare. Un’esigenza già proclamata da Virgilio,che aveva definito ‘empio’ (cioè in contrasto con lo spirito religioso): il ‘furore’ di chi crede di risolvere le cose con la crudeltà della guerra: “…dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus saeva sedens super arma”  cioé: “con duri chiavistelli di ferro saranno chiuse le porte della Guerra; l’empio Furore all’interno, seduto sulle armi crudeli …”  [iv]. Eppure noi continuiamo ad assistere impotenti alla sacrilega commistione tra ideologie di guerra e motivazioni pseudo-religiose, ma anche all’ottusa visione di chi continua a blaterare di ‘guerre giuste’ e, soprattutto, della necessità di difendere la pace con le armi. La nefasta dottrina romana del “si vis pacem para bellum” a quanto pare è dura a morire ed a poco sono serviti secoli di autorevoli appelli di pontefici e capi religiosi sull’inconciliabilità della guerra con qualsiasi fede che affermi la sacralità della vita e predichi la fratellanza.

Eppure, esattamente due anni fa, ci fu qualcuno che tentò d’inserire nelle celebrazioni in occasione della Festa di san Gennaro un concerto della banda della US Navy. Quel tentativo per fortuna fu vivacemente contrastato dal movimento napoletano per la pace ed opportunamente si decise di cancellare questo spettacolo. Come scrissi sarcasticamente sul blog in quell’occasione:

“Ma da quando il patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della marina militare americana, una specie di San GenNavy? E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a versare altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?” [v]

tempio_di_gianoPerò, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Tra le celebrazioni che precedono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, infatti, mi è capitato di leggere che l’Arcivescovo di Napoli ha presieduto questo 17 settembre una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy. [vi]   E ancora una volta mi sono chiesto ‘che ci azzecca’  il nostro venerato Patrono con fanfare stellette e fucili; soprattutto, perché si consenta non solo l’evidente commercializzazione della tradizionale festa religiosa (trasformata all’americana nel San Gennaro Day [vii]), ma perfino la sua militarizzazione. Due giorni dopo il ricordo di san Gennaro, il 21 settembre, ricorre la Giornata Internazionale della Pace [viii] – proclamata dall’ONU negli anni ’80 – ed in quello successivo è previsto a Napoli, nella sala Valeriano della Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli [ix], un incontro sul disarmo nucleare organizzato dal M.I.R.(movimento Internazionale della Riconciliazione), che in questa città si riunisce dopo molti anni per la sua assemblea nazionale 2017.

E’ un’occasione di più per ribadire che bisogna chiudere le porte in faccia a tutte le guerre e sigillarle definitivamente per quelle nucleari, ma anche che non sono accettabili confusioni tra il sangue dei martiri per la fede e quello versato ‘per la patria’, ma di cui si sono cinicamente nutriti gli interessi dell’imperialismo e del sistema militare-industriale. La pace non è solo assenza di guerre, ma quel che è certo è che l’affermazione della nonviolenza passa per la cancellazione della logica bellica e la ricerca di metodi alternativi di difesa e di sviluppo. Ecco perché, citando Gianni Rodari in una sua candida ma efficace filastrocca: “Sarebbe una festa per tutta la terra / fare la pace prima della guerra!”[x]

NOTE —————————————————————————

[i]  Q.S.F Tertulliano, Apologeticum, 50,13

[ii] L. Malafronte, C. Maturo (a cura di), Urbs sanguinum, Napoli, Intra Moenia, 2008 >  http://www.urbs-sanguinum.freeservers.com/presentazione.html)

[iii] T. Livio, Storia di Roma. Libro I cap. 19  >  http://www.deltacomweb.it/storiaromana/titolivio_storia_di_roma.pdf  – sott. mie

[iv]  Virgilio, Eneide, libro I, vv. 294-96 >  http://web.ltt.it/www-latino/virgilio/index-virgilio.htm

[v]  Ermete Ferraro, “Operazione San GenNato” (16.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/16/operazione-san-gennato/

[vi] https://www.pressreader.com/italy/il-mattino-caserta/20170917/282668982527991

[vii]  http://www.napolitime.it/101447-san-gennaro-day-sul-sagrato-del-duomo-napoli.html

[viii] http://www.un.org/en/events/peaceday/

[ix]  https://www.facebook.com/events/1744099985892166/?active_tab=discussion

[x] Stefano Panzarasa (a cura di), L’orecchio verde di Gianni Rodari – L’ecopacifismo, la visionarietà, la pratica della fantasia e le canzoni ecologiste, Viterbo, Stampa Alternativa, 2011

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Un vocabolario Napoletano-Italiano per i ‘figli del popolo’

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UNA CLASSE ELEMENTARE DEL PRIMO NOVCENTO

Devo alla cortese segnalazione di un’amica se sono venuto a conoscenza di un prezioso esempio di sincera attenzione alla lingua napolitana ed ai ragazzi che ne facevano uso. Si tratta infatti di un raro volumetto datato 1910, edito dalla casa editrice Paravia e curato da un docente che si era adoperato per offrire un indispensabile strumento linguistico comparativo a coloro che frequentavano le scuole ‘primarie e secondarie inferiori’.[i]

Siamo nel primo decennio del XX secolo. L’unificazione politica della penisola italiana era stata realizzata solo una quarantina di anni prima e le scuole pubbliche del nuovo Regno d’Italia avevano più che mai bisogno di strumenti – sillabari, manuali, sussidiari, grammatiche – per affrontare la non facile opera di ‘italianizzazione’ di milioni di bambini e ragazzi, per i quali l’unica forma espressiva erano i propri idiomi regionali, normalmente solo parlati e declinati nelle rispettive numerose varianti locali.[ii]

Molto si è scritto e si è detto sulla colonizzazione de facto del Mezzogiorno d’Italia e sui gravi guasti apportati da una forzata piemontesizzazione di un territorio per secoli autonomo, sovrano, ricco di culture originali e, per tanti aspetti, addirittura più sviluppato e ricco del borioso Nord. Fiumi d’inchiostro sono stati versati sulle cause e sugli effetti della c.d. questione meridionale e sull’impatto negativo che questa indiscutibile nuova dominazione ha provocato su un meridione già di per sé diviso e problematico, deresponsabilizzato e reso subalterno da chi pretendeva d’imporgli un modello socio-culturale estraneo, mentre ne svalutava i valori e ne mortificava l’indipendenza.

Sappiamo bene che larga parte di questo processo è stato veicolato dall’imposizione di standard linguistici rigorosamente unitari, esaltando la lingua italiana e riducendo le parlate regionali a mere varianti, volgari e scorrette, dell’unico idioma comune nazionale.

Il supponente disprezzo per i dialetti locali e l’utilizzo della scuola pubblica come uno strumento per sgrossare l’espressione orale e scritta degli alunni/e fornendo come mezzo di comunicazione quella che, di fatto, era per loro una lingua straniera è un aspetto su cui altri si sono opportunamente soffermati, sottolineando che quest’azione richiedeva un insegnamento rigidamente normativo e sostanzialmente autoritario.

Tutto ciò premesso, d’altra parte, è stata per me una piacevole sorpresa scorrere le pagine di questo ingiallito manualetto, scritto oltre un secolo fa da Gaetano Ceraso, la cui prima edizione era stata pubblicata sotto gli auspici (per citare l’autore,”sotto l’autorevole protezione”) dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione, il famoso psichiatra Leonardo Bianchi.

Vocabolari che traducessero l’universo culturale e specificamente verbale della lingua napolitana in quella italiana, soprattutto in quel periodo, non erano certo numerosi. Nel 1887 era già stato pubblicato quello curato da Raffaele Andreoli [iii] e, ancor prima dell’unificazione, era stato dato alle stampe il “Vocabolario domestico Napolitano—Italiano compilato da Giuseppe Gargano[iv].

L’esigenza che spingeva Gaetano Ceraso a pubblicare il suo libro appare però di tipo eminentemente pratico in quanto, per usare la sua stessa espressione, “risponde ad un vero e sentito bisogno dell’epoca nostra” .[v]

Si trattava in effetti d’una necessità di ordine educativo-didattico, ispirata dagli stessi Programmi ufficiali del Ministero della P.I., che: “…raccomandano costantemente lo speciale riguardo alle forme dialettali che sono le più frequenti; ed è tanto grande l’importanza che si annette a questo indispensabile mezzo di arricchimento per raggiungere la cortigiana favella che in sull’Arno avanza certamente in bellezza e dignità tutti i dialetti d’Italia…” [vi].

Alle nostre orecchie questo richiamo alla ‘cortigiana favella’ fiorentina ed alla sua speciale ‘bellezza e dignità’ suona senz’altro retorico e anche un po’ servile. Se si legge con un po’ di attenzione, però, risulta chiaro che, per Ceraso, il ‘riguardo’ alle forme dialettali riservato dalla regia scuola unitaria non è lo strumento d’una forzata rieducazione linguistica degli alunni, bensì un ‘mezzo di arricchimento’ lessicale in sé.

Lo stesso Italiano da insegnare, del resto, non sembra affatto posto su un ideale podio come ‘lingua’ contrapposta ai volgari e corrotti ‘dialetti’, ma piuttosto considerato il più ‘degno’ tra i vari dialetti della nostra penisola.

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LEONARDO BIANCHI

Continuando a leggere l’avvertenza di Ceraso ai suoi lettori, ci s’imbatte poi in una citazione tratta dai suddetti Programmi ministeriali che incrina un po’ la nostra comprensibile diffidenza:

L’esempio prima, la regola poi: è questo il vecchio aforisma pedagogico in ogni caso applicabile; dalla correzione degli errori comuni e specialmente dialettali, che sono i più frequenti, il maestro faccia pervenire gli alunni alla conoscenza chiara delle regole e procuri che queste si fermino bene nella mente facendo sì che gli alunni stessi le applichino ad una serie di esempi loro proposti, o meglio da essi trovati”. [vii]

Sicuramente siamo ancora lontani da una didattica attiva ed interattiva dell’educazione linguistica, ma direi che lo siamo ancor più da un insegnamento cattedratico e meramente normativo. Si fa esplicito riferimento al principio in base al quale l’esempio precede la regola e si invitano gli insegnanti a ribadire le norme linguistiche non in maniera fredda e puramente mnemonica, ma sollecitando gli scolari a partecipare in prima persona alla ricerca degli esempi.

L’aspetto che m’interessa di più, inoltre, è che da questo vocabolarietto non trasuda affatto la spocchia di chi pretenderebbe d’imporre la lingua egemone a dei subalterni, ma una sincera e direi cordiale attenzione alle espressioni tipiche del Napolitano, che l’autore dimostra di ben conoscere e praticare. Insegnare l’Italiano, in questa prospettiva, non sembra derivare dall’esigenza colonialista di sradicare l’espressione del popolo napolitano, semmai dall’intento di procedere da essa verso una conoscenza linguistica più articolata e soprattutto comune. E questo perché, come scriveva Ceraso: “…non è possibile conoscere tutta quanta la virtù della lingua se non studiando e cercando l’idioma del popolo; e frugando in esso si troverà il vero e natio vocabolo per ogni necessità del pensiero con vantaggio della brevità e della chiarezza…”. [viii]

Sinceramente sarei ben contento se queste affermazioni fossero contenute in un testo attuale di educazione linguistica, dove semmai si riserva un distratto capitoletto ai ‘dialetti d’Italia’, più per doverosa completezza del manuale che per un effettivo convincimento dell’utilità di un approfondimento di ciò che Ceraso chiamava ‘idioma del popolo’.

Il ‘vero e natio vocabolo per ogni necessità del pensiero’ è quello che l’antropologia culturale e l’ecologia linguistica ci hanno insegnato a considerare un patrimonio originale e prezioso da studiare e salvaguardare. Il persistente disinteresse – o peggio disprezzo – per gli idiomi regionali e dialettali – a distanza di 107 anni dalla pubblicazione del vocabolario di Ceraso – ci mostra viceversa quanta strada bisogna ancora percorrere per affermare la piena dignità di una lingua come il Napolitano.

Un’ultima osservazione che mi viene spontanea scorrendo il testo di Ceraso riguarda la sua lodevole insistenza sull’importanza della ricerca etimologica, a partire da quella sui sinonimi e dalla volontà di stabilire i necessari legami logici fra famiglie lessicali. Anche in questo caso egli cita le raccomandazioni dei Programmi ministeriali:

Il Maestro esperto può anche …esercitare gli alunni nella ricerca dei sinonimie dei derivati, riuscendo da un lato molto dilettevole anche ai giovinetti di scoprire , tra parole e parole, parentele cui essi non avrebbero mai pensato; questa ricerca fatta con abilità conduce gli alunni a trovare, colla guida del maestro, famiglie di vocaboli, le quali abbiano qualche estensione.” [ix]

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IL TESTO DI R. ANDREOLI

Anche in questo caso, se si considera quanto poco nelle scuole italiane ci si soffermi  tuttora sulla ricerca etimologica e sull’individuazione di famiglie lessicali e campi semantici, penso che le indicazioni che emergono da questo vecchio testo dovrebbero indurci a fare di più e meglio in direzione di un’educazione linguistica meno normativa e più ancorata allo studio degli usi linguistici ed al rispetto per gli idiomi avvertiti come antecedenti rispetto alla lingua nazionale.

E’ una questione di civiltà ma, ancor di più, di democrazia e di apertura mentale.

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[i] Gaetano Ceraso, Vocabolario napoletano-italiano e dizionarietto dei sinonimi: preceduti da un cenno storico sull’origine di Napoli, per gli alunni delle scuole primarie e secondarie inferiori, approvato dalle Commissioni previnciali schostiche di Napoli e Salerno, Torino-Roma, Paravia, 1910 (III ediz.).

[ii] Vedi: Tullio de Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Bari, Laterza, 2017 . Cfr. anche: ANPI Lissone,  La funzione della scuola dopo l’Unità d’Italia > http://anpi-lissone.over-blog.com/article-la-funzione-della-scuola-dopo-l-unita-d-italia-67260283.html .

[iii] Raffaele Andreoli, Vocabolario Napoletano-Italiano, Trino-Roma, G.B. Paravia, 1887 > https://www.librerianeapolis.it/libri-84159/34-dialetto/4281-vocabolario-napoletano-italiano-raffaele-andreoli

[iv] Giuseppe Gargano, Vocabolario domestico Napolitano-Italiano, Napoli, N. Pasca, 1841 > https://books.google.fr/books?id=519JAAAAMAAJ&printsec=frontcover#v=onepage&q&f=false

[v] G. Ceraso, op. cit., “Al lettore”, s.p.

[vi]   Ibidem

[vii]  Ibidem

[viii] Ibidem

[ix]  Ibidem

Maje cchiù lengua attaccata: comme dicifrà ‘o dialetto

Chesta è ‘a traduzzione napulitana – fatta ‘a Ermete Ferraro –  ‘e ll’articulo “Tongue Tied No More: Deciphering Neapolitan Dialect”, scritto ‘a Kristin Melia  e pubbrecato ô 13 ‘e giugno 2017 ‘ncopp’ ‘a revista ‘mericana ITALY MAGAZINE (http://www.italymagazine.com/featured-story/tongue-tied-no-more-deciphering-neapolitan-dialect).

 

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‘O Nnapulitano è na lengua o nu dialetto? Chi ‘o pparla e addò? E ancora, quanno s’avess’ ’a parlà Taliano e quanno ’o dialetto? L’Italia, comme stato, è na ’mmenzione bastantemente nova e quase miraculosa.  Contr’a tutte ‘e prubbabbeletà puliteche, (’o statista Conte Mettenich dicette na vota ca ll’Italia nun era nient’ ’e cchiù ‘e nu termene geografeco), ’o Stato Taliano nascette ô 1871, doppo ca paricchie state nazziunale se mettettero ‘nzieme pe furmà chello ca mo’ chiammamo Italia.

Ce vulettero quase 100 anne pecché ’o Taliano accummenciasse a addeventà ’a lengua parlata dint’ ’e ccase e p’ ’a via, ’ncopp’ ’a tutto grazzie â ‘mmenzione d’ ’a televisione e â rezza nazziunale d’ ’a RAI.  Ddio c’ajute tuttequante ’ntiempo ’e Internét – po’ essere can nun ce vo’ assaje tiempo ca parlarrammo tuttequante cu ll’ashtagghe e ll’emmoje.

Nun ce sta periculo ca ’stu fatto succede a Napule. ’O fatto è ca ê ffamiglie e ê putecare, pe Napule e ‘e pizze vicine, lle piace ’e cchiù ’e parlà Nnapulitano, ’a lengua antica d’’o Rregno d’’e Ddoje Secilie. Museciste e judece, chianchiere e barriste sciuliéano assaje spisso int’’o ddialetto lucale. Pe tutte ll’anne ca io songo stata a Napule, aggio cercato ’e tutt’ ’e mmanere, ma quase sempe a vvacante, comm’avevo ’a fa’ pe trasì int’a suggità secreta d’’a ggente che parlano ’o Nnapulitano.

E’ na lengua che nun se po’ ‘mparà. Pparlà bbuono talianamente pare quase nu ‘ntuppo pe chi vo’ parlà napulitanamente. ’Mmacenàteve nu paro ’e frobbece pigliate pe na currente cuntinua ’e vvucale, po’ tagliate e mise n’ata vota ’nzembra pe furmà na specie ’e verme sulitario lenguisteco. Ê Taliane d’’o Nnorde ’o Nnapulitano pare quaccosa che nun s’arriva a capì, però paricchie ’e lloro songo ‘ncantate d’’e ccuriose saglie-e-scinne ’e stu dialetto misteriuso.

‘A semmana passata, me songo assettata cu ’o professore Ermete Ferraro, nu canuscitore d’’o Nnapulitano, pe vedé ‘e sestimà ’e ccose. Tanto p’accummencià, io l’aggio spiato comme se po’ ’mparà ’o Nnapulitano e si ’o Nnapulitano po’ esse pure qualeficato comme lengua.

’O duttore Ferraro m’ha subbeto fatto sapé che stessa ’a quistione  si ’o Nnapulitano è na lengua opuro nu dialetto sta soda sempe ô stesso pizzo. ’O Ffrangese, ’o Spagnuolo, ’o Ppurtuese (‘nzomma, tuttequante ’e llengue rumanze) songo sulo dialette reggiunale che fanno capo ô Llatino vulgare. ’O fatto è che ’a Storia ’a scriveno chille ca venceno:  a ccà veneno ’e differenze che int’’a ‘stu munno fanno addiventà ’e llengue cchiù o mmeno ’mpurtante.

E cumunque ’o Nnapulitano – che tene certamente na grammateca unneca e na bella tradezzione letteraria – ha dda essere qualefecato comme lengua.

Mo’ comm’a mmo’, a Napule ’a differenza che passa ‘mmiezo a llengua e dialetto sta ‘nnanz’a ll’uocchie ‘e tuttequante.   Nu sacco ’e ggente arbasciuse d’esse Suddiste – paricchie ‘mmiezo a lloro cu ’a nustalgìa d’’e tiempe d’’o Rregno d’’e Ddoje Secilie… – facettero trasì ’stu fatto int’ô trascurzo puliteco, cundicenno ca ’o Nnapulitano è na lengua e pe cchèsto ha dda essere rispettata. Se po’ certamente capì a chille c’ ’a penzano accussì.

Chiammatelo comme v’aggarba, ’o Nnapulitano è na lengua allera e friccicarella, bbona pe ll’ironia e ’a cummedia. Siconno ô dr. Ferraro, ’sta lengua sarria ll’arede d’ ’a tradezzione d’ ’a cummedia grieca antica. Nun se po’ propeto nun fa’ caso ê mmosse, â museca e ô pazzià che fanno parte d’ ’o Nnapulitano. Si sulo io c’ ’a facesse a me ‘mparà ’a pparlà ‘sta lengua commilfò…

Sbenturatamente –  dice ’o dr. Ferraro – ’a ggente che scriveno bbuono ’o Nnapulitano spisso nun ’o pparlano bbuono e ’o stesso succede pure tutt’ô ccuntrario. Pe cchesto, ’a meglia cosa pe se ‘mparà ’o Nnapulitano è sulo campà ‘mmiez’â ggente che ’o pparlano e trasì cu a capa e cu ’o penziero int’ ’o scuro d’ ’o core d’ ’a lengua addò stammo ’e casa. L’abbenture c’aggio passate pe me ’mparà ’o Nnapulitano se pônno cuntà comme na specie ’e battìsemo d’ ’o ffuoco…

Appriesso veneno ’e cunziglie meje pe ffa’ a vveré ca faje o saje ’o Nnapulitano accussì bbuono p’esse nu periculo p’ ’e viche e p’ ’e vvie che vanno giranno pe ‘mmiezo Napule.

1) ’E vvucale smurzate: ’E pparole napulitane spisso smorzano ’e vvucale finale che stanno dint’ ’e soccie taliane. Chesto succede pure ’e cchiù cu ’e vierbe. Parlà Napulitano è comme si tenisse ’a dicere nu sacco ’e cose int’ ’a nu limmete ’e tiempo. ’E pparole veneno a cadé int’ ’a nu brusco ‘staccato’  p’ ’a pressa. Purzì ’a frase taliana pe traducere: “I need tu buy a house”  tene na certa languetezza (“Devo comprare una casa”), però napulitamente ’a soccia frase addeventa: “Aggi’ ‘a accattà na casa”. Capita spisso, ’nfatte, ca ’a sillaba     ‘-re’  ô ffinale d’ ’e vierbe int’ ’o Nnapulitano vene ammuzzata senza cumplimente. Accussì, quanno tenite nu dubbio, parlate ’o Ttaliano comme si jate ’e pressa e ve state mazzecanno chiù gomma ancora ’e chella ca tene ‘mmocca Sean Spicer a na Cunferenza Stampa d’ ’a Casa Janca. Na ‘mmaggena assaje puèteca, tanto pe ce capì.

2) ’O Schwa:’E vvucale ‘O’ e ‘E’ int’ ’o ffinale d’ ’e pparole napulitane sonano quase tale e quale. ‘Nfatte tutt’ ’e ddoje sonano come na ‘uh’ ‘ngresa opuro, comme ’o cchiammano ’e patute d’ ’a lenguisteca, teneno ’o suono ‘schva’.  Abbasta sulo ca penzammo pe assempio a na canzona c’ ’a sape tutt’ ’o munno, comme ‘O sole mio.  ’A vucale ‘e’ che sta â fine ’e sole e chella ‘o’ â fine ‘e mio napulitanamente teneno ’o soccio suono smurzato. Accussì se po’ quase subbeto appurà si chillo che canta ’sta canzona è o nun è nu Napulitano verace.

Pruvate a ssentere Il Volo o Luciano Pavarotti quanno cantano ’O sole mio. Isse, senz’ ’0 vvulé, prununciano sane ’e vvucale ‘o’ e ‘e’, che napulitanamente avesser’ ‘a sunà assaje smerzate.  Tuttequante sanno ca Enrico Caruso, Napulitano verace, facette granne ’sta canzona. Pirciò, ausate ’o suono schwa e po’ essere pure ca ce ’a ffacite a ffa’ credere â ggente ca tenite ammeno na socra napulitana.

3) Cantate, cantate, cantate: pare na specie ’e stereotepo e pe ‘stu fatto ’e Nnapulitane se putessero pure piglià collera. Fatt’è ca nisciuno ’e nuje (e stess’io) po’ nnià ca ’e Napulitane cantano, e pure nu sacco! Se tratta ’e pecundria, priezza o ’e leticarìa, ce sta sempe na canzona c’ha dda essere murmuriata, tammurriata o alluccata. Chella che ppiace ’e cchiù è ’O surdato ’nnammurat0, che arriva a ll’abbrucato crescendo:Oje vita, oje vita mia”. Io aggio ‘mparato ’a chella pazzarella d’ ’a socra mia ca tuttequante pônno cantà e hanno ‘a cantà cuntinuamente ’sta strufetta, pe ffa sentere a ll’ate ogne pussibbele quistione ‘e sentimente. Chi tene besuogno ’e l’emmoje quanno si’ na vecchia meza-sorda ’e 93 anne opuro, comm’a mme, na scema ’e Mmericana che nun ’a teneno fiducia manco d’ ’a fa’ vollere na caurara ’e maccarune? Nun sapite che dicere? Embé, respunnite cu ’na canzona bbona p’attaccà.

bigstock-naples-italy-january-181140646 - bis4) Pruverbie: ’Nce sta nu ditto napulitano pe tuttequante ll’accasione. ‘Mparateve quacche pruverbio e si tenite ‘a lengua ancora attaccata, abbasta ca dicite nu pruverbio cu bbastante presumenzia, ca smaniate comm’a nu puliteco spasteco e ca dimannate retoricamente: “E’ vero o no?”. ’O ditto napulitano che mme piace ’e cchiù è “Chi chiagne fotte a chi ride”. Si ’o traducimmo tale e quale int’a ll’ingrèse nun se capisce bbuono chello che vo’ dicere, cioè: ’e ccriature ca chiagneno songo geluse figlie ‘e ‘ntrocchia e vuje femmene nun l’avite propeto ’a penzà.  ‘Mparateve nu bellu ditto, facite pratteca annant’ô specchio e po’ parlate cu nu carisema assuluto e a ssecurdune. Na lista d’’e pruverbie cchiù annummenate ’a putite truvà ccà: (http://napoli.fanpage.it/i-dieci-proverbi-napoletani-piu-belli/).

5) Tenite fiducia! ’E Napulitane parlano cu assaje cunvinzione ’e nu cuofano ’e argumiente, che vanno d’ ’o tiempo che ffa nzì ô fatto si int’ ’o rraù verace s’ha dda mettere o no ’a cepolla (No!), opuro si fosse caso o no ’e fa’ cremmà nu pariente d’ ’o vuosto ch’è muorto (pure chesta risposta sarrìa nu bellu NO!). ‘O famuso commeco Totò, int’ ’e filme che facette, nun parlava napulitanamente spisso comme se tende a penzà. Comme ’o dr. Ferraro me facette capì, chello che faceva essere Totò accussì napulitano era sperciarmente ’o carisema che isso teneva. A Napule simmo canusciute pe nu sacco ’e cose, però lloco ‘mmiezo l’indifferenzia nun ce sta. Forze è cchesta ’a raggiona pecché quanno io vaco spianno ê Napulitane quanno e pecché parlano ‘ndialetto ‘mmece d’ ’o Taliano, isse nun me sanno risponnere ’e na manera pricisa. Io me fiuro c’ ’a risposta è assaje semprice. ’O Nnapulitano è na lengua pe cummencere e nuje l’ausammo pe ffa’ capì  ’e sentimiente ’e tutte ’e mmanere.

’O felosefo spagnuolo Miguel de Unamuno jeva dicenno: “Cada filologia es una filosofia”, che putimmo traducere: “Ogne filologia è na felosofia”. Cu ’stu penziero ‘ncapa, aggio spiato ô dr. Ferraro che penzava ca fosse ’o ’ssenziale d’ ’a felosofia d’ ’o Nnapulitano.      “Chesta è na dumanna defficele ’a risponnere – m’ha ditto – Napule è na cetà ’e culunizzature e pputenzie furastiere. Paricchie hanno lassato ’a marca lloro ‘ncopp’a Napule. Io penzo però ca nun ce sta dubbio ca pure nuje âmmo lassato na bbona marca ’ncopp’a lloro.“ Me songo sfurzata ’e capì comme ’stu fatto putesse risponnere a chella che io me penzavo na dimanna assaje ’struita. Mo’ però credo che ll’aggio capito.

’A meglia felosofia pe pittà  ’o Nnapulitano è stessa ’a vitalità  soja.

E’ na lengua parlata e scritta ausata ‘mmiezo a tuttequante ’e classe e tuttequante ’e riune. Ò tiempo    d’ ’a televisione e d’Internét – cu tutto ’o scamazzo e l’apparamiento lenguisteco ca se portano appriesso – ’a lengua napulitana nun tene nisciuna ‘ntenzione ’e se fa’ trascurà.  Faciteve na passiata pe nu vico sperduto ’e Chiaja opuro pe na via ’e Scampia e sentite ’o Nnapulitano che saglie ’ncoppa,’mmiezz’a l’addore d’ ’a Ggenuvese che pepetea e ’o casino che fanno ’e mezze. E’ na cosa ca nun tene classe e nemmanco tiempo. ’O Nnapulitano sta ccà pe ‘nce rummané, e che ppiacere è cchistu ccà. Mo’ nun me resta ca fa’ quaccosa pe cummencere ’e vvicine ’e casa ca saccio comme se parla.


Kristina era na ‘mpiegata pubbreca che però mo’ passa ’o tiempo sujo muvennose ’ntra Napule e ’a custiera ’malfitana. Pe ttramente, essa cucina, cumbina ‘tour’ d’ ’o vino e d’ ’e ccose ’a magnà e, ogne tanto, se mette pure a strillà ’nNapulitano. Essa porta annanze na cumpagnia che s’occupa  ’e viagge e d’ ’o magnà – chiammata “Sauced & Found”, che  â ggente che veneno a visità ’o Sudd ’e ll’Italia lle dà accasione ’e vevere ’o vino c’ ’a scusa che hann’ ’a canoscere ll’uve ’e na vota (pur’essa ausa pe sé a soccia scusa). Quanno nun se sta occupanno ’e ‘tour’ nummenate primma, se strafoca na Pizza Margarita.

 

 

Profeti e professori

Iwannis o Prodromos“…E allora il maestro deve essere per quanto può, profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso…”                      (DON LORENZO MILANI)

Il 24 giugno ricorreva la festività di S. Giovanni Battista: il precursore, l’annunciatore, il profeta per eccellenza, chiamato in greco Πρόδρομος (prodromos), colui che apre la strada, che inizia un percorso nuovo, anticipando ciò che dovrà venire dopo di lui.  Questo mi ha dato uno spunto per una breve riflessione sul senso stesso della funzione profetica, che rinvia non solo all’anticipazione nello spazio e nel tempo (pro-dromos /pre-cursor), ma soprattutto all’annuncio, alla parola proclamata, come si capisce dall’etimologia greca del termine  προφήτης (profetes), cioè colui che parla prima/avanti agli altri. Nel mondo semitico, la parola ebraica נְבִיא nevì/nabì è comune anche all’arabo ( نبي‎ = nabi) e corrisponde proprio al nostro ‘profeta’ [i], anche se va detto che gli islamici fanno una differenza tra i tanti Anbiya (plurale di nabi) ed i pochi Rusul (plurale di رَسُول rasul ), visti invece come veri e propri messaggeri di Allah. [ii]  Da quel che ho capito, essere ‘profeti’ implicherebbe perciò tre elementi fondamentali: (a) avere qualcosa d’importante da rivelare agli altri; (b) decidere di annunciare loro qualcosa che si sa ancora estranea al proprio tempo e spazio, anticipando un messaggio difficile da comprendere; (c) non limitarsi a preannunciare una parola particolarmente impegnativa, ma avviarsi per primi su quella strada, pre-correre quel cammino. In altri termini, essere ‘profeti’ significa: ascoltare (non si annuncia ciò che non si sa), rivelare pubblicamente ed anticipare nei fatti ciò che si annuncia.

E’ pur vero che la parola professore non ha origine molto dissimile da profeta. Deriva infatti dal participio passato del verbo latino profiteri (pro+fateor ), trattandosi di professare, di dichiarare apertamente e pubblicamente, e quindi d’insegnare. Non ho affatto intenzione di equiparare la funzione profetica a quella professorale, ma mi sembra che questo parallelo sia particolarmente… rivelatore. Mi sono spesso chiesto, ad esempio, quale fosse il senso dell’impegno che da 45 anni mi ha portato a svolgere un ruolo sia educativo-didattico, sia socio-culturale, sia di attivismo ecopacifista. C’era forse qualcosa di ‘profetico’ che mi ha spinto a percorrere questa strada, oppure sono state solo delle mie scelte personali, maturate in un determinato momento e contesto? Non è facile rispondere a questi interrogativi, però escluderei la casualità dei percorsi che ho intrapreso nel tempo, pur non sentendomi investito di nessuna particolare ‘missione’.  Non ho infatti la presunzione di credere che ciò che ho detto o fatto in questi anni potesse essere per qualcuno una rivelazione né  ritengo di aver precorso alcunché.  Certo, ci sono state alcune decisioni (ad esempio l’obiezione di coscienza e ciò che essa ha comportato) che mi hanno visto anticipare scelte impegnative e poco popolari. Ci sono state esperienze – come quella svolta alla metà degli anni ’70 presso la storica Casa dello Scugnizzo [iii]– che indubbiamente mi hanno molto segnato, aprendo al tempo stesso la strada ad altri compagni. Ci sono poi stati incontri per me particolarmente ‘rivelatori’ (come quello con Antonino Drago [iv], Mario Borrelli [v] ed Antonio D’Acunto [vi]) che hanno impresso una svolta alla mia vita, offrendomi al tempo stesso gli strumenti per condividere con gli altri le mie scelte e per fungere loro da riferimento. Lo stesso ruolo di ‘professore’ me lo sono scelto io, ma sapendo bene che non si sarebbe trattato di un lavoro come gli altri e che in-segnare vuol dire fare in modo da lasciare un qualche segno e non solo trasmettere conoscenze.  Aver incontrato sul mio cammino dei veri ‘profeti’, come quelli che ho appena nominato, dunque, mi ha indirizzato verso un impegno più da educatore che da docente, nella convinzione che certe idee forti debbano sì essere professate, ma in primo luogo testimoniate.

hqdefaultHo scritto prima che essere profeti significa saper ascoltare, rivelare a parole ed anticipare con i fatti. Sono convinto peraltro che essere professori – al di là dell’indispensabile formazione di base e della giusta preparazione professionale – richieda competenze non dissimili. Siamo stati per troppo tempo abituati all’idea che fare il docente significasse imparare bene qualcosa per poi trasmetterlo ai propri alunni. Questa tradizionale semplificazione prefigura però un rapporto formativo unidirezionale, nel quale gli unici ad ascoltare dovrebbero essere i discenti, mentre è ormai evidente che chi insegna non può e non deve sottrarsi all’impegno di ascoltare per primo, sia esigenze interessi ed idee dei propri studenti, sia ispirazioni metodologiche innovative che vangano dall’esterno del proprio contesto. Quando uso questo verbo, inoltre, non mi riferisco solo ad una funzione puramente recettiva e sensoriale (stare a sentire con attenzione qualcuno o qualcosa), bensì ad una percezione molto più profonda ed empatica di ciò che gli allievi si aspettano da noi. Anche se la capacità di rivelare non sembrerebbe far parte dei requisiti di un docente, io sono convinto che l’efficacia dell’insegnamento sia in buona parte dovuta ad un suo atteggiamento non  ‘addestrativo’,  ma piuttosto di scoperta condivisa. Senza scomodare vecchie teorie pedagogiche, per cui e-ducere vuol dire soprattutto ‘tirare fuori’ ciò che è già parzialmente dentro il discente, ciò che voglio dire è che, a mio avviso, l’unico modo di far apprendere qualcosa a qualcuno è aiutarlo a scoprire questa cosa da solo, a svelare  la realtà, facendogli trovare gli strumenti giusti per riuscirci. Quanto poi all’anticipare, ritengo che un insegnante che si limiti a predicare bene svolga solo la metà del proprio dovere. Con questo verbo, infatti, mi riferisco non solo alla sua capacità di mettere in pratica concretamente e coerentemente ciò che insegna, ma soprattutto alla auspicabile caratteristica di ‘precursore’. E’ fin troppo facile ripetere saperi consolidati e ripercorrere strade metodologiche tradizionali. Un vero professore, secondo me, dovrebbe saper guardare molto più lontano e, al tempo stesso, dovrebbe riuscire a trasmettere tale atteggiamento aperto e propositivo anche agli allievi.

Un anno scolastico si è appena concluso ed è ovviamente tempo di bilanci, non solo per questi ultimi ma anche per noi docenti. Ebbene, negli ultimi tempi si è parlato molto meno di Buona Scuola  e la discussione nel merito si è smorzata fino al punto da lasciare il posto ad una rassegnata, e spesso approssimativa, gestione del nuovo corso didattico. La maggioranza degli insegnanti, infatti, si sono limitati a conformarvisi  (secondo la nota frase di Maurizio Ferrini “Non capisco, ma mi adeguo”), però non si può negare che la svolta tecnologico-efficientistica-aziendalista impressa alla funzione docente abbia già prodotto i suoi frutti. I nostri ragazzi sono stati indirizzati verso un apprendimento fondato più sugli strumenti comunicativi audiovisivi che sull’ascolto attivo e sul confronto empatico e diretto. Più che aiutarli a svelare in prima persona la realtà che li circonda li si sta convincendo che le uniche certezze sono quelle scientifiche e tecnologiche e che perfino l’apprendimento delle lingue funziona solo se standardizzato.  Anziché spingerli a guardare con spirito critico al loro contesto esistenziale, provando a sperimentare qualcosa di nuovo e d’inesplorato, ossia il cambiamento, si tende a rafforzare in loro l’idea che questo è l’unico mondo possibile,  o quanto meno il migliore dei mondi milanipossibili.  A questo punto, ricordare a me ed ai colleghi docenti che non si è professori se non si sa essere anche un po’ profeti forse può essere un modo per smuoverci da questo rassegnato torpore. Non si tratta né di predicare nel deserto né tanto meno di affrontare il martirio, ma semplicemente di sforzarsi di uscire dal mestiere d’insegnanti, per scoprire le sue enormi potenzialità creative e trasformative dell’essere veri professori. Ogni volta che i ragazzi ci chiamano ‘prof’ ricordiamoci allora che questa abbreviazione potrebbe essere più impegnativa di quello che sembra. E che San Giovanni ci aiuti…!

N O T E ————————————————————————————————–

[i]  “In funzione dell’attribuzione di una diatesi attiva oppure passiva alla forma participiale, le etimologie correnti che ricorrono alla semantica del verbo accadico nabû (m), attribuiscono al nome ebraico per “profeta” i significati opposti di “colui che chiama, colui che invoca” o di “colui che è chiamato”  …”  >

https://www.academia.edu/1103682/Considerazioni_etimologiche_su_ebraico_nabi (p.2)

[ii] Vedi in: https://islam.stackexchange.com/questions/6/what-is-the-difference-between-nabi-and-rasul

[iii] Cfr. :  http://www.casadelloscugnizzo.it/casa-dello-scugnizzo/  e anche : http://www.webalice.it/ermeteferraro/COMUNITARIA_MENTE.html

[iv]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Antonino_Drago_(pacifista)

[v]  Vedi:  https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Borrelli  . Leggi anche : http://www.mondadoristore.it/Scugnizzi-Dalla-strada-Ermete-Ferraro-Luciano-Scateni/eai978887421039/

[vi] Leggi articoli in:  http://www.vasonlus.it/?p=10193  . Vedi anche la mia introduzione biografica (“Lo cunto di D’Acunto) in: A. D’Acunto, Alla ricerca di un nuovo umanesimo, Napoli, Città del Sole, 2015 http://www.unilibro.it/libri/f/autore/d_acunto_antonio

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© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com )

Era de Maggio…

downloadEra de Maggio…” , scriveva 132 anni fa Salvatore Di Giacomo e, da allora, questo motivo è stato cantato da tutti i grandi interpreti della canzone napolitana. Ed anche quest’anno, a Maggio, Napoli ha ospitato una quantità d’iniziative culturali e turistiche, per rilanciare l’immagine di una città che vuole riscattarsi da luoghi comuni ed inerzie, valorizzando i suoi inestimabili tesori e rendendoli fruibili da un numero sempre maggiore di visitatori e di residenti. In questo patrimonio sarebbe impossibile non comprendere la ‘lengua nosta’, per troppo tempo abbandonata ad un inesorabile destino di decadenza ma rimasta, ciò nonostante, incredibilmente viva e vitale. Nel giro di pochi anni, anche se un po’ tardi, si è registrata una notevole fioritura d’iniziative dal basso, finalizzate alla tutela ed alla promozione di un idioma che, sebbene corrotto e meticciato, vanta ben otto secoli di storia e di tradizione letteraria e resta uno dei più conosciuti in giro per il mondo. Corsi di lingua, spettacoli, convegni accademici ed altri iniziative del genere hanno finalmente messo in luce un troppo a lungo sopito senso dell’orgoglio partenopeo, mescolando talvolta a questa giusta riscossa identitaria elementi non sempre condivisibili, ma comunque frutto di una volontà di uscire da un oscuro complesso d’inferiorità culturale e di subalternità socio-politica.

Qualcuno potrebbe obiettare, con una nota espressione inglese: “Too little, too late”, sottolineando che secoli di dipendenza e rassegnazione non si possono spazzar via con qualche anno d’iniziative spontanee e talvolta piuttosto scoordinate. Altri potrebbero invece arricciare il naso, scorgendo in tale movimento echi d’un revanscismo meridionalista, se non neoborbonico. Altri ancora– e sempre più spesso – sembrerebbero cogliere in questa riscossa solo un’occasione di sfruttamento commerciale del ‘marchio Napoli’, così da marketizzare (se non marchettizzare…) la legittima riscoperta e valorizzazione della lingua e cultura napolitana. Pare dunque che siamo condannati a scegliere fra chiudere gli occhi di fronte ai troppo frequenti e diffusi esempi di crassa ignoranza di lessico grammatica ed ortografia del Napolitano, o accettare passivamente scaltre manipolazioni massmediatiche della ‘lingua locale’, che spesso ribadiscono stereotipi folkloristici duri a morire, strizzando l’occhio ai ‘bisinìss’ più che alla cultura.

imagesChe fare allora? Per paura di errori, insufficienze e contaminazioni lasciamo perdere e ci rassegniamo fatalisticamente alla decadenza della nostra lingua-nonna, surclassata dalla lingua-madre italiana e da invadenti lingue-cugine come l’inglese o lo spagnolo? Oppure continuiamo a combattere le  nostre piccole crociate identitarie, cavalcando velleitariamente, lancia in resta, contro i mulini a vento di istituzioni politico-amministrative sorde ed autorità accademiche diffidenti? Ovviamente nessuna di queste due soluzioni mi trova d’accordo, visto che sia rassegnazione sia velleitarismo mi sembrano pericoli da scongiurare, se vogliamo davvero cambiare le cose. Penso piuttosto che ci sia bisogno d’un sano realismo, sorretto da scelte salde e motivate, così che da iniziative isolate e spontanee si passi ad una strategia più efficace e coordinata. Mi sembra che i tempi siano ormai maturi per questa terza via, che richiede pazienza e disponibilità al dialogo, pur senza rinunciare ai principi basilari di una battaglia che resta identitaria.

‘A Festa d’ ‘a lengua nosta, di cui si è tenuta in questo mese la sesta edizione, mi è sembrata un’indubbia  tappa di questo cammino verso una strategia più condivisa. L’Associazione G.B. Basile, che lodevolmente l’ha promossa e portata avanti, ha avuto infatti il merito di mettere intorno ad un unico tavolo gli interlocutori – individuali associativi ed istituzionali – che possono dare un respiro più ampio a questo crescente movimento, che non sembra ancora riuscito a coordinare gli sforzi di chi ne fa parte ed a formulare ipotesi di lavoro comuni. C’è una priorità generalmente avvertita, che sicuramente è quella di evitare che l’imbarbarimento ortografico del Napolitano prosegua indisturbato, disseminando occasioni di formazione ma anche operando un serio monitoraggio dei fenomeni degenerativi che lo affliggono. Ciò richiede che si raggiunga un consenso su poche e chiare regole ortografiche, evitando di disquisire oziosamente su tutto e concentrandosi sugli errori più comuni e diffusi, soprattutto fra i giovani.

images (1)Bisogna anche di far uscire il Napolitano dalla ‘riserva indiana’ in cui è stato a lungo confinato, come se questa lingua servisse solo per scrivere poesie, canzoni o battute farsesche, ma non avesse una funzione espressiva e comunicativa – almeno nella sua forma scritta – in altri ambiti, come la letteratura in prosa oppure il giornalismo. Sta di fatto che gli appassionati della nostra nobile lingua sono principalmente scrittori in versi, per cui è ovvio che la maggioranza degli impegni vanno in quella direzione. La stessa Associazione Basile, ad esempio, ha promosso un concorso per poesie originali in Napolitano, registrando quest’anno un sensibile miglioramento della qualità degli elaborati raccolti. Bisogna però fare uno sforzo per far uscire ‘a lengua nosta da questo limbo, riportandola alla sua autentica natura di mezzo di comunicazione quotidiana, e quindi di elaborazione di testi di vario genere e natura.

Anche il suo insegnamento nella scuola dovrebbe essere maggiormente diffuso, senza la pretesa di fare del Napolitano una materia in più ma piuttosto come stimolo a riscoprire la bellezza e la ricchezza espressiva di un idioma conosciuto in tutto il mondo, la cui sopravvivenza resta però affidata ad un suo effettivo e corretto utilizzo comunicativo quotidiano. Su questo punto permangono ovviamente punti di vista diversi e resiste la diffidenza accademica rispetto alla necessità di farne oggetto di un vero e proprio insegnamento. A distanza di dieci anni dalle mie prime esperienze di laboratorio di Napolitano nella scuola media statale, d’altronde, direi che ben poco si è mosso per moltiplicare questo modulo operativo. E’ pur vero che molti insegnanti, anche se motivati, non si sentono adeguatamente preparati in materia, visto che allo stato non esiste alcun ente che possa formarli a tale compito o quanto meno certificare le competenze di chi segua un corso del genere. Per altre lingue regionali, come il Catalano o il Provenzale, esistono invece autorevoli istituzioni a ciò delegate e le normative nazionali di quei Paesi prevedono esplicitamente il diritto della comunità di preservare il proprio patrimonio linguistico.

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Ermete con Mariano Rigillo alla presentazione della proposta di legge regionale

In attesa dell’auspicata legge regionale della Campania, che recepisca le proposte avanzate da alcuni di noi allo scopo di salvaguardare e promuovere le espressioni linguistiche presenti sul nostro territorio e l’identità culturale dei suoi abitanti, bisogna continuare a tener aperto il dialogo fra docenti universitari, scrittori e cultori della materia. Sarebbe davvero un peccato se protagonismi personali o diversità di opzioni metodologiche dovessero prevalere sullo sforzo comune per restituire al Napolitano la sua dignità di lingua. Bisogna puntare ad un coordinamento operativo delle varie organizzazioni esistenti, smussando gli spigoli delle divergenze e cercando di sottolineare convergenze ed obiettivi condivisi. In caso contrario, per citare un nostro arguto proverbio, si dimostrerà ancora una volta vero che: Troppi galle a cantà nun schiara maje juorno. Spero che sia giunto il momento di cantare insieme il nostro richiamo, per far sì che sulla sorte del Napolitano finalmente ‘passi la nottata’ e risplenda finalmente la luce del giorno. Del resto, siamo o non siamo ‘o paese d’ ‘o sole?

© 2017 Ermete Ferraro (http://ermetespeacebook.com)

Atalanta e Partenopeo

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Statua di Atalanta al Barockschloss Neschwitz

Scommetto che questo titolo vi ha lasciati un po’ perplessi. Eppure, vi assicuro, non sto evocando uno strano connubio calcistico  (anche se per un paio d’anni l’atalantino Manolo Gabbiadini ha effettivamente giocato con la SSC Napoli…), ma solo un riferimento mitologico. Racconta infatti la leggenda – ripresa da poeti come Teocrito ed Ovidio – che la piccola Atalanta era stata abbandonata dal padre su un monte. Allattata da un’orsa, non solo sopravvisse ma diventò una provetta cacciatrice, facendo fuori due centauri un po’ sporcaccioni e partecipando alla cattura del cinghiale Calidonio. Il padre alla fine la riconobbe, ma le impose di sposarsi e di smetterla di fare il maschiaccio. Atalanta, che era un tipetto tosto, sfidò allora i suoi pretendenti ad una gara di corsa, precisando che avrebbe sì sposato l’eventuale vincitore, però avrebbe anche fatto fuori i perdenti. Eppure trovò un giovanotto più furbo di lei (Melanione per alcuni, Ippomene per altri) che, protetto da Afrodite, le fece perdere la gara distraendola col trucco delle tre mele d’oro del giardino delle Esperidi, lasciate cadere opportunamente lungo il percorso. Atalanta, conquistata dal giovanotto, scoprì così che non si vive di sola caccia e che anche l’amore ha una sua attrattiva, tanto che non esitò ad appartarsi con l’ex rivale nel tempio di Cibele. Secondo una versione della storia, Afrodite, sdegnata per l’ingratitudine del ragazzo e per la profanazione del luogo sacro, avrebbe trasformato entrambi in leoni, impedendo loro di accoppiarsi, in base ad una credenza di quei tempi. Secondo un’altra versione, essi invece si sarebbero sposati e sarebbero vissuti felici e contenti. Non solo, ma Atalanta avrebbe dato alla luce un bel bambino che – in ricordo della prolungata verginità della madre – fu chiamato…Partenopeo. Questi sarebbe poi diventato il più giovane partecipante alla famosa spedizione dei Sette contro Tebe, difeso dalle frecce infallibili donategli da Artemide, ma osteggiato dalla solita Afrodite, protettrice dei Tebani.

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Statua della sirena Partenope – Napoli

Questo paraustiello mi è servito ad introdurre un’esperienza molto particolare, che ho vissuto in questi giorni e mi piace condividere. Forse qualcuno dei miei 25 lettori ricorda un articolo (Napolitudine: due segnali positivi), che avevo postato sul mio blog a febbraio dello scorso anno. Nel secondo esempio che portavo di ‘segnali positivi’ per una ripresa d’un sano ‘orgoglio partenopeo’, infatti, c’era quello di una signora napoletana residente a Bergamo che si mi aveva contattato, augurandosi di tornare nella propria città ma, soprattutto, di riportarvici i figli, il più grande dei quali – affetto da napolitudine  – avrebbe avuto piacere di frequentare la scuola statale del Vomero dove insegno lettere e svolgo anche un corso di lingua e cultura napoletana. Ebbene, lo scorso settembre questo loro ‘sogno’ si è finalmente avverato ed ora il ragazzo (che simbolicamente chiamerò Partenopeo…) è uno degli alunni della seconda  media a indirizzo musicale di cui sono il docente coordinatore. Ovviamente gli ci è voluto un po’ per ambientarsi in un contesto piuttosto diverso (aveva frequentato fin da piccolo un esclusivo collegio bergamasco…), ma è contentissimo di questo ‘ritorno’ ed ha ben socializzato con i suoi nuovi compagni/e. Il bello è che Partenopeo ha comunque mantenuto un buon rapporto con la sua vecchia classe (che chiamerò Atalanta…), tanto che sua madre mi ha informato che l’intera ‘squadra’ bergamasca sarebbe presto venuta in trasferta a Napoli in visita d’istruzione,  per ammirare le bellezze della nostra città ma anche per incontrarlo e fare festa con lui.  Beh, sarò un sentimentale, ma la cosa mi ha colpito e commosso. Soprattutto vi ho colto l’aspetto simbolico d’un momento d’incontro e, perché no, di riconciliazione tra due realtà molto diverse da tanti punti di vista, ma affratellate da altri aspetti, a partire dalla comune età e condizione di studenti.

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Ermete con M. de Giovanni

Il momento magico dell’incontro-gemellaggio fra le due classi si è concretizzato pochi giorni fa, suscitando nella famiglia di Partenopeo un contagioso entusiasmo e al tempo stesso un po’ di ansia, pur di assicurare agli ospiti bergamaschi una permanenza piacevole ed un memorabile ma anche divertente momento di scambio. Illustre testimonial di questo simpatico e simbolico ricongiungimento tra Atalanta a Partenopeo  (insieme con i suoi nuovi compagni) è stato nientemeno che il famoso scrittore Maurizio de Giovanni, napoletano verace ma conosciuto ovunque per i suoi affascinanti romanzi polizieschi, recentemente riproposti anche dal serial ‘Bastardi di Pizzofalcone’. Grazie alla mediazione di un libraio vomerese, infatti, de Giovanni ha cortesemente accettato di venire ad incontrare le due classi, intrattenendosi per quasi due ore con loro, coi rispettivi docenti (napoletani e bergamaschi) e con gli altri partecipanti, sul valore fondamentale della lettura per suscitare quella immaginazione che la società dei consumi sta sempre più mortificando e disincentivando. Il libro, da sempre veicolo di scoperta autonoma e personale della realtà, ha spiegato ad un pubblico attentissimo ed affascinato dalle sue parole, può e deve essere per i ragazzi il vero antidoto alla pigrizia mentale ed all’atrofizzazione del ‘muscolo’ immaginativo, indotta dall’eccesso di messaggi standardizzati, che fanno leva esclusivamente sulle immagini dei film e dei videogiochi, lasciando ben poco alla fantasia ed agli altri sensi.  E’ stato un momento davvero magico, che ha catturato l’attenzione dei presenti ed ha suscitato un interessante e vivace scambio successivo tra il pubblico e lo scrittore che, fra l’altro, si era soffermato anche sugli aspetti meno noti di Napoli.

Il giorno successivo – stanchi per una intensa giornata di visita al centro antico ed a Pompei –  i ragazzi/e dell’Atalanta hanno nuovamente incontrato i nostri Partenopei, ma in modo più informale ed intorno ai tavoli di uno dei tanti locali dove ognuno sceglie il suo panino e si diverte a scambiare quattro chiacchiere con gli amici, compatibilmente col livello dei decibel che si raggiunge di solito in queste circostanze conviviali.  E’ stato un altro momento di grande cordialità, che ha consentito anche a noi altri insegnanti di conoscerci un po’ e di confrontarci sui comuni problemi come genitori e come docenti. Ma di cose un comune fra Bergamo e Napoli – come avevo accennato il giorno prima nel mio intervento, prima di dare la parola a Maurizio de Giovanni – ce ne sono parecchie, anche se non si direbbe. Alla faccia degli stereotipi e degli atteggiamenti sprezzanti ed ostili di chi ama seminare zizzania, pur trattandosi di due realtà geograficamente ed urbanisticamente assai differenti, non sono poche le similitudini.  Certo, Bérghem ha circa un decimo degli abitanti della seconda, vanta radici gallico-traspadane e non certo

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De Giovanni all’incontro in libreria tra le classi di Bergamo e Napoli

greche ed è attraversata da corsi d’acqua piuttosto che affacciarsi sul mare ma, a ben guardare, si possono riscontrare anche alcuni parallelismi. Ad esempio, entrambi le città sono divise in una parte alta ed in una bassa; si fregiano di uno stemma civico con gli stessi colori (oro e rosso); ospitano musei ed un orto botanico e, particolare simpatico, le due zone urbane sono collegate da funicolari. E poi, basta fare una piccola ricerca per accorgersi che personaggi nati a Bergamo sono di casa a Napoli, dove sono state loro intitolate alcune strade. E’ il caso di grandi artisti che abbiamo in comune, come il pittore Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571-1610), l’architetto Cosimo Fanzago (1591-16178) ed il musicista Gaetano Donizetti (1797-1848).

Ciò significa che i nostri ragazzi, dopo questo incontro, quando si troveranno davanti a famosissime tele del Museo di Capodimonte come la Flagellazione di Cristo del Caravaggio, o alla marmorea Guglia di S. Gennaro alle spalle del Duomo di Napoli, oppure  assisteranno nel San Carlo ad opere come la Lucia di Lammermoor e l’Elisir d’amore , ricorderanno che gli autori di questi capolavori non appartengono né a Napoli né a Bergamo, ma all’umanità intera. Ciò non significa che non debbano andare fieri della propria città e non abbiano il diritto di rivendicare il rispetto della loro identità culturale. Al contrario, un po’ controcorrente, io continuo a pensare che amare e rispettare le proprie radici non abbia niente a che fare con atteggiamenti discriminatori ed ostili nei confronti degli ‘altri’. A proposito di identità e di radici, ho scoperto con piacere che anche a Bergamo si coltiva questo sano interesse per le lingue e le tradizioni locali. Nessuno più di me, che da un decennio cerco di salvaguardare la lingua napolitana insegnandola anche ai ragazzi delle scuole medie, può apprezzare il fatto che sia stata promossa una ‘Scuola di dialetto bergamasco’ e che ci sia chi si preoccupa di conservare detti e proverbi di quella tradizione popolare. Al termine dell’incontro conviviale tra le due classi, ho perfino suggerito ad uno dei miei alunni di recitare un tipico modo di dire bergamasco, come simbolica offerta di amicizia verso i giovani ospiti. Il guaio è che la frase che avevo scelta (“A ülis bé se spent negot” cioè: “A volersi bene non si spende nulla”) è caduta nel vuoto, poiché anche i ragazzi cui era stata rivolta – non praticando più il dialetto – non avevano la minima idea di cosa significasse…

In ogni caso, sono soddisfatto che questa visita-gemellaggio abbia, nel suo piccolo, contribuito a creare ponti di amicizia ed a demolire muri di diffidenza reciproca. E tutto questo grazie al loro – ed ora nostro – Partenopeo, intorno al quale si è ricucito un rapporto e si è dato un bel segno di amicizia. Di questi tempi, scusate se è poco…

© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com )

NA-POLI DI SVILUPPO

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Da sx: Ermete Ferraro, Aldo Pietrosanti, Stefano De Falco e Amedeo Colella

Ho recente partecipato alla presentazione – nella libreria ‘Iocisto’ di Napoli – d’un libro molto originale e stimolante, scritto da Stefano De Falco, brillante ingegnere e ricercatore universitario. Già il titolo (VESUVIUS VALLEY: Perché Napoli è la città più innovativa al mondo!? [i] ) incuriosisce e provoca il lettore, sfidandolo a cercare nelle pagine interne quanto è vero ciò che suggerisce anche la vivace immagine di copertina di Lello Esposito, dove campeggia un eruttante Vesuvio che lancia in aria una rossa mela annurca. In  effetti, come scrive Amedeo Colella nell’introduzione: «…questo libro smonta i luoghi comuni legati alla neapolitan way of life restituendo valore e dignità a quelle che vengono da molti considerate icone folkloristiche […] Anzi gli oleografici luoghi comuni della napoletanità nel libro divengono i veri volani di innovazione.» [ii]

L’uso da parte dell’autore, fin dal titolo, di svariati punti interrogativi ed esclamativi lascerebbe pensare ad una tesi che, pur argomentata con dovizia di ragionamenti e documenti, racchiude comunque una sfida al lettore, invitato a collegare dati di per sé eterogenei per verificare un’ipotesi di lavoro suggestiva ma niente affatto scontata. Non a caso si tratta di un’applicazione ‘in corpore neapolitano’ della teoria ideata da uno  studioso statunitense, Richard Florida, secondo il quale i nuovi parametri fondanti dello sviluppo locale e dell’innovazione sarebbero creatività, multiculturalità e tecnologia, riassunte nella formula delle 3T (Talent – Technology – Tolerance).[iii]  In base al ‘teorema Florida’ e smentendo clamorosamente stereotipi e convinzioni dure a morire, Napoli rappresenterebbe quindi fucina di cambiamento e polo d’attrazione per chi ritiene che un ‘creative people climat’ sia un’irrinunciabile precondizione per proporre progetti innovativi.

Da ambientalista di formazione eco-sociale, ammetto che questo rimescolamento di carte da parte degli economisti mi lascia perplesso, poiché v’intravedo il rischio della strumentale razionalizzazione d’una situazione di fatto, ‘indorando la pillola’ del mancato sviluppo mediante il ricorso a fattori altri. In una società post-industriale e sempre più svuotata della protezione sociale da parte del welfare state, ad esempio, credo sia innegabile che faccia comodo riscoprire ‘valori’ come il vicinato, la solidarietà e l’interazione a livello locale, rinominandoli magari con accattivanti nomi inglesi come social street o social networks,  Lascia ugualmente dubbiosi, poi, la nuova tendenza a riabilitare come ‘creativo’ ciò che per decenni è stato invece tacciato come prodotto di sottocultura, sottosviluppo, cioè come bieco folklore.  Non c’è dubbio che riscoprire la tradizionale ‘arte di arrangiarsi’ dei Napoletani come manifestazione di ‘creatività’ rappresenti un compenso morale rispetto alla costante denigrazione cui essi sono stati sottoposti, ma non mi sembra che questa tardiva ‘conversione’  cambi la sostanza d’una condizione di marginalità e subalternità cui Napoli, e l’intero Mezzogiorno, sono stati condannati a permanere per oltre un secolo.

Fa quindi sicuramente piacere questa ventata elogiativa nei confronti del vulcanico talento e dell’accogliente tolleranza della gente di Napoli. Risulta altrettanto stimolante il ricorso a  tradizionali topoi come il bar e la piazza per evocare nuovi crocevia di coesione sociale, di comunicazione e di sviluppo locale. Rimane però l’interrogativo sulla reale efficacia di questi nuovi aspetti ai fini della proposta d’un modello di sviluppo che sia davvero alternativo. Mi riferisco cioè ad una modalità di produzione e consumo radicalmente diversa, che tenga conto degli equilibri ecologici, esca dalla scala macro e dalle distorsioni della globalizzazione  ed utilizzi parametri diversi da quelli capitalisti, a misura d’uomo e rispettosi di valori fondamentali come il benessere, l’equità e la solidarietà. Per dirla con Roberto Mancini:  «Non nasciamo per competere, produrre, lavorare, accumulare e poi morire, non è questo il destino umano. Se mi convinco profondamente di ciò non accetto più un’economia capitalista e allora cambiano gli stili di vita, le scelte quotidiane.» [iv]

17343052_10210865028854006_651149864055031409_n Il depauperamento del meridione, la preoccupante crescita delle disuguaglianze ed il calo degli investimenti e dei consumi al Sud, in verità, non lasciano intravedere un futuro roseo per chi vive dalle nostre parti. Lo ammette onestamente lo stesso De Falco, anche se opportunamente sottolinea che l’Unione Europea – con piano Junker – sta puntando su settori strategici nei quali il Mezzogiorno d’Italia potrebbe viceversa svolgere un ruolo centrale, come ad esempio: ambiente, energia, infrastrutture sociali, trasporti e ricerca. A tal proposito, ad esempio, cita l’esempio del ‘Patto territoriale per il Miglio d’Oro’, nel quale storia ed arte (le splendide ville vesuviane) hanno già saputo  coniugarsi felicemente con la ricerca tecnologica avanzata (pensiamo a strutture come l’ENEA ed a centri di ricerca come l’IMAST e l’IMCB). Il terzo aspetto di questo sviluppo locale, oggetto specifico del Patto, sarebbe dovuto intervenire su altri aspetti più critici – quali mobilità, efficienza della P.A., valorizzazione delle risorse artistico-ambientali ed imprenditorialità – ma proprio su questi terreni sta procedendo molto più lentamente.

Non a caso, infatti, fra i cinque indicatori di creatività (le 5C) di cui ci parla De Falco, quelli che costituiscono le weaknesses di un piano di sviluppo locale nel Sud si riferiscono al ‘capitale istituzionale’ (sistema giuridico e tasso di corruzione), a quello ‘umano’ (il livello d’istruzione dei lavoratori) ed a quello ‘sociale’ (la fiducia nelle istituzioni e la cooperazione).  I punti di forza, viceversa, sono correlati  a quel ‘ciclo della creatività’ che è un’effettiva caratteristica della gente del Sud – e dei Napoletani in particolare – con ritorni di tipo sia economico sia non economico. Anche in questo caso, precisa Stefano de Falco, per realizzare quella che è stata definita ‘economia della conoscenza’ occorre però stimolare aspetti che esulano dal puro e semplice talento creativo, appartenendo piuttosto alla sfera della socialità e dell’organizzazione.

«L’indice di creatività generalmente impiegato nella Silicon Valley è orientato a rilevare il valore delle infrastrutture culturali e sociali, a rilevare il grado di partecipazione degli individui  alla vita culturale ed è orientato a valutare l’azione delle politiche culturali e gli investimenti stanziati per promuovere e sostenere la creatività.» [v]

Pur condividendo in gran parte questa analisi, credo che lo stesso termine ‘economia della conoscenza’ ed i parametri ad essa correlati (flessibilità del lavoro, specializzazione flessibile dei prodotti e rapporto qualità-costo) restino comunque all’interno di un modello di sviluppo convenzionale e tecnicista, dove l’elemento umano e comunitario  sono fattori qualitativi importanti, ma non centrali.
Il libro di De Falco, d’altra parte, ci apre nuovi orizzonti, non limitandosi a segnalare gli ambiti in cui Napoli ha svolto e svolge un ruolo già innovativo e trainante (come il polo aerospaziale, tessile ed agro-alimentare), ma ipotizzando una nuova stagione d’investimenti in settori nuovi, come quello delle tecnologie informatiche (vedi il caso della Apple) e dell’alta moda (con marchi come Dolce e Gabbana). Altri aspetti sicuramente positivi in tal senso sono le progettualità riferite alla realizzazione di smart cities ed alla eccezionale diffusione di esperienze di start-up, per le quali Napoli occupa il 5° posto in Italia. Altro fattore di sviluppo per Napoli resta poi la gastronomia tipica, dove si coniuga tradizione ed innovazione,  valorizzando l’alta qualità delle materie prime con la ben nota sapienza artigiana.

sole«Il Vesuvio, la pizza, il caffè, il mandolino, sono elementi che concorrono al carattere innovativo della città di Napoli, non devono essere ritenuti né alternativi perché folkloristici né, però, sostitutivi.  Due esempi a caso tra i tantissimi che se ne possono fare: le botteghe artigianali di San Gregorio Armeno dove si creano i pastori presepiali e il centro Cesma dell’Università Federico II, nel quale ci sono tra le attrezzature più avanzate d’Europa, coesistono e devono coesistere quali fattori complementari di un unico sistema urbano che vede così Napoli città innovativa.»[vi]

Oltre ad offrire anche una ricca bibliografia, il libro di Stefano de Falco costituisce perciò una preziosa risorsa per riscoprire ed approfondire molti aspetti eccezionali d’una Città che non ha mai smesso di stupire per la sua capacità innovativa e spettacolare. Che si tratti di risorse ambientali, storiche, artistiche o tecnico-scientifiche,  infatti, Napoli ha infatti lasciato una traccia indelebile nella sua lunga storia, pur tra mille contraddizioni e gravata da due pesanti limiti strutturali. Da un lato lo sfruttamento e la marginalità cui è stata sottoposta quando ha perso la sua autorevolezza e centralità di ‘faro’ del Mediterraneo, dall’altro l’incapacità di reagire a decenni  di malgoverno e sottosviluppo grazie ad un modello economico alternativo: sostenibile, creativo, auto centrato e comunitario.

«Dunque il dibattito non è economia di mercato sì o economia di mercato no. Diversamente , il dibattito deve incentrarsi su quale ruolo debba essere attribuito al mercato e quale fisionomia dargli. […] Deve occuparsi di ciò che non intacca la dignità umana e deve essere fortemente regolamentato, affinché non entri mai in rotta di collisione  con le priorità sociali, con le esigenze ambientali, con i diritti dei lavoratori e dei consumatori. Deve essere trasparente e fortemente ancorato all’economia locale…» [vii]

Il merito di De Falco, dunque, è aver fatto riscoprire a tutti noi quanto Napoli ha già saputo dare e fare e quanto ancora abbia da dare e fare, grazie alle sue tante risorse ed alla vulcanica creatività dei suoi abitanti. Saperle indirizzare nel senso giusto è compito di chi ci amministra, ma anche di una comunità sempre più consapevole, innovativa ed attiva.

N O T E ———————————————————————————————–

[i]  Stefano De Falco (2016), VESUVIUS VALLEY – Perché Napoli è la città più innovativa al mondo!?, Napoli, Cultura Nova Edizioni

[ii]  Amedeo Colella, Introduzione , in: De Falco, op. cit., p.15

[iii]  Per maggior notizie su R. Florida visita: https://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Florida  –  http://www.creativeclass.com/ –  http://www.citylab.com/authors/richard-florida/

[iv]  Roberto Mancini (2015), Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli

[v] De Falco, op. cit., p. 116

[vi]  Ivi, p.197

[vii]  Franco Gesualdi (2005), Sobrietà. Dallo spreco di pochi ai diritti di tutti, Milano, Feltrinelli, p. 122

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© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com/ )

Il libro grigioverde della difesa

809d13cb-93fc-47d5-b27b-39090ef4836d01medium1 –  Un governo sulla difensiva

Da uno scarno comunicato stampa [i] gli Italiani hanno appreso che, nella riunione del 10 febbraio scorso:

“… il Consiglio dei ministri, su proposta della Ministra della difesa Roberta Pinotti, ha approvato un disegno di legge di delega al Governo per la riorganizzazione dei vertici del Ministero della difesa e delle relative strutture, la revisione del modello operativo delle Forze Armate, la rimodulazione del modello professionale e in materia di personale delle Forze Armate e la riorganizzazione del sistema della formazione.”

Così sintetizzato, il contenuto di questa deliberazione appare poco più che un provvedimento burocratico, destinato ad una migliore organizzazione e gestione della Difesa. La realtà è però ben diversa, dal momento che questo atto del Governo segna il punto d’arrivo di una strategia che parte da molto lontano. Sul sito del Ministero della Difesa – in data 10 febbraio 2017 – il titolo ed il relativo occhiello sono un pochino più espliciti: “Libro Bianco, approvato il DDL.  Il CdM ha approvato oggi il Disegno di Legge che consentirà l’implementazione del Libro Bianco per la Sicurezza Internazionale e la Difesa”. [ii] Ciò significa che, mentre noi Italiani eravamo più o meno ipnotizzati dal Festival di Sanremo (che, fra l’altro, non ha perso l’occasione per fare un retorico spot alle Forze Armate, impegnate come protezione civile antidisastri), il governo Gentiloni stava chiudendo il cerchio di una vicenda iniziata quasi tre anni fa.

In effetti il Libro bianco per la sicurezza nazionale e la difesa porta la data del luglio 2015, ma le sue  pagine (nella prima versione sono 130, ma poi diventano 66) nascono da una decisione del Consiglio Supremo  di difesa del marzo 2014 e dalle ‘Linee Guida’ approvate nel giugno seguente. Lo stesso organo ne ha approvato il testo nell’aprile 2015, passandolo alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato.

L’attuale DDL approvato in CdM, quindi, assume significato solo se visto nel contesto di questo processo di profonda riforma della macchina militare italiana, i cui pilastri sono in quel documento-quadro, del quale riporto alcuni stralci:

  1. « 54. Il fine ultimo della politica nazionale di sicurezza internazionale e difesa è la protezione degli interessi vitali e strategici dell’Italia. Tale obiettivo richiede che sia assicurata la difesa dello Stato e della sua sovranità, che sia perseguita la costruzione di una stabile cornice di sicurezza regionale e che si operi per facilitare la creazione di un ambiente internazionale favorevole. […]

  2. Come enunciato nelle Linee Guida a questo documento, il ruolo dell’Italia nel mondo è determinato dai nostri interessi vitali e strategici come Nazione e come membro di rilievo della comunità internazionale. In realtà, tali due fattori sono intimamente legati, poiché gli interessi nazionali hanno una dimensione necessariamente internazionale. […]

  3. Non trascurando la difesa del territorio nazionale, degli spazi marittimi e aerei sovrani, la nostra libertà, la sicurezza dei nostri cittadini e il futuro benessere del nostro Paese, sono dunque dipendenti da una diffusa stabilità mondiale, dall’esistenza di un sistema internazionale che tuteli il rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali delle persone e dallo sviluppo economico globale. Tali condizioni non possono essere disgiunte dalla volontà e dalla capacità nazionale di sapersi collocare all’interno di tale sistema con credibilità e autorevolezza, e dalla partecipazione attiva alla sua preservazione e rafforzamento. […]

  4. […]  la nuova struttura di sicurezza e difesa nazionale poggerà su tre pilastri: L’integrazione europea. La compenetrazione della difesa nazionale con quella di altri Paesi sarà ricercata in primis con i partner dell’Unione europea. Pur comportando una progressiva e accentuata interdipendenza e una condivisione di sovranità, rappresentano una scelta razionale e una priorità politica sia una maggiore integrazione nel settore della sicurezza e difesa, sia lo sviluppo di cooperazioni più strutturate e profonde, sebbene non esclusive, con i Paesi a noi più vicini per interessi, legami storico-culturali e valori di riferimento. La coesione transatlantica. La comunità transatlantica costituisce il secondo e più ampio cerchio di garanzia della difesa del Paese; la NATO, che ha garantito la pace nella regione Euro-atlantica per quasi sessanta anni, rimane l’organizzazione di riferimento per questa comunità. Nel tempo la NATO è evoluta, assumendo un ruolo più ampio e diverso, ma è nella dimensione della difesa collettiva che essa trova la sua perdurante centralità. Ad oggi, solo l’Alleanza fra nordamericani e europei è in grado di esercitare la dissuasione, la deterrenza e la difesa militare contro qualunque genere di minaccia. ‐ Le relazioni globali. L’Italia, è parte attiva della comunità internazionale e partecipa alle dinamiche d’interrelazione che in tale ambito si sviluppano sia a livello bilaterale sia multilaterale. Riconosce nell’ONU il riferimento principale e ineludibile di legittimazione, in particolare per ciò che attiene alle questioni di sicurezza internazionale.

  5. La dimensione della sicurezza euro-atlantica è vitale per la difesa del Paese e la tutela degli interessi nazionali. Solo l’Alleanza atlantica può assicurare una sufficiente capacità di deterrenza e difesa del territorio euro-atlantico da un’eventuale minaccia di tipo militare convenzionale che, sebbene non sia al momento giudicata probabile, non è neppure escludibile. L’unica strategia in grado di massimizzare la cornice di sicurezza e di mitigare i rischi relativi è quella di un’attiva partecipazione alla NATO. » [iii]

Credo che a nessuno sfugga che  il linguaggio adoperato nel Libro bianco – con la sua insistenza martellante sull’esigenza di tutelare non ben definiti  interessi vitali e strategici dell’Italia”abbia poco a che vedere con l’art 11. della Costituzione della Repubblica Italiana [iv], nel quale si dichiara solennemente che “…l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.  Peraltro, lo stesso art. 52 della Costituzionenel quale si parla della “difesa della Patria come sacro dovere del cittadino”  – non sembra proprio combaciare con questo nuovo concetto di difesa come garanzia della “sicurezza internazionale” o quanto meno “euro-atlantica”.

 

modificato32 – Il “libro giallo” della Difesa

Fatto sta che le uniche notizie sul DDL sono quelle riportate dai media – sulla base della citata nota della Presidenza del Consiglio e del comunicato stampa diramato dal Min.Dif, nel quale si legge:

«Il ddl è costituito da 11 articoli e  introduce una serie di indicazioni contenute nel Libro Bianco per avviare il progetto di riforma dello strumento militare  in una prospettiva di medio termine. Lo scopo è quello di realizzare un’organizzazione che possa meglio assolvere ai compiti istituzionali  e rispondere a moderni criteri di efficacia , efficienza ed economicità. L’intervento normativo prevede disposizioni diretta applicazione inerenti alla “governance”, all’alta formazione, alla sanità, all’avanzamento dei dirigenti militari; conferisce delega al Governo per la revisione del modello operativo delle Forze armate, la rimodulazione di quello professionale nonché del sistema di formazione. E’ inoltre prevista l’introduzione di modelli organizzativi per assicurare la collaborazione tra la Difesa, l’industria, il mondo universitario e della ricerca.» [v]

Dal burocratese dei militari trasparirebbe solo una semplice riorganizzazione delle forze armate italiane in chiave aziendalista, eppure basta pensare al tempo trascorso dalla pubblicazione del Libro bianco per capire che la portata della decisione del governo italiano è ben altra. Strano che i cosiddetti  organi d’informazione mostrino di non esserne accorti, limitandosi ad una superficiale lettura di tale provvedimento.  Ancor più strano ed anomalo è che il testo approvato solo una settimana fa dal Consiglio dei Ministri sia ‘scomparso’ dal sito ministeriale.

«Pare che la decisione di farlo sparire sia venuta direttamente dalla ministra Roberta Pinotti, d’intesa con il “Generalissimo” Claudio Graziano. Sarebbero, infatti, in corso modifiche editoriali al testo, composto da 11 articoli, nei quali sono contenute le linee guida della riforma delle Forze Armate (riforma che verrà completata nel medio periodo). Se l’indiscrezione venisse confermata sarebbe un fatto gravissimo che richiederebbe, in ogni caso, un nuovo passaggio in Consiglio dei Ministri con le debite giustificazioni per motivare una procedura così sconcertante. » [vi]

I dubbi avanzati, a dire il vero, riguardano ulteriori possibili stravolgimenti di un decreto che, a quanto pare, non sarebbe ben visto dagli stessi militari, in quanto tende a razionalizzare la spesa della difesa, tagliando sul personale e creando un organico meno di carriera e più ‘misto’. Come spiega un’altra fonte giornalistica, insomma, gli Stati Maggiori saranno un po’ ‘prosciugati’ ed ogni arma dovrebbe cedere qualcosa “per evitare sprechi e sovrapposizioni.”  [vii]

Ma attenzione: ciò non comporterà affatto una riduzione delle spese militari, ma solo una loro rimodulazione efficientistica, togliendo un po’ di risorse al personale solo per assicurare introiti più sicuri e stabili al complesso militare-industriale. Basta sbirciare nelle pagine di un giornale come ‘Milano finanza’, infatti, per trovare dichiarazioni della stessa Ministra che confermano tale impostazione:

« …”E’ un provvedimento molto importante a cui stiamo lavorando da tre anni”, ha detto in conferenza stampa la ministra della Difesa Roberta Pinotti,  […] Ci sono cose attese che vengono introdotte nel documento sulla strategia industriale e tecnologica. La legge di finanziamento della difesa che diventa sessennale e che sarà approvata però dal Parlamento”, ha detto Pinotti, spiegando che si è cercato di supplire alla “mancanza di orizzonte certo” penalizzante per le aziende che investono sui progetti.» [viii]

La verità è che, come ci relaziona con grande precisione il rapporto annuale ‘MILEX 2017’  [ix] – presentato in questi giorni dall’Osservatorio sulle spese militari italiane il bilancio della Difesa è in aumento. Si sono raggiunti infatti i 23,3 miliardi, pari all’1,4% del PIL , con un incremento del 21% rispetto a quella stanziata nel 2006, con la sola spesa per gli armamenti aumentata del 10%  e con uno stanziamento per le missioni italiane all’estero pari a 1,28 miliardi (il 7% in più rispetto al 2016).   Data l’entità delle cifre, al di fuori di quelle familiari ai comuni cittadini, bene fa il settimanale VITA a sbriciolarne la drammatica entità in termini più quotidiani e comprensibili, spiegandoci che, in altri termini: “Per l’anno 2017 l’Italia destina circa 23,3 miliardi di euro alle spese militari, pari a oltre 64 milioni di euro al giorno, 2,7 milioni di euro all’ora, 45 mila euro al minuto…” [x]

 

3 –  Dalla guerra a pezzi alla pace intera

Un attento studioso che ha cercato di svelare l’enigma del ‘libro giallo della Difesa’ è Manlio Dinucci, che così ne commenta il significato in un articolo su il manifesto:

«Alle Forze armate vengono assegnate quattro missioni, che stravolgono completamente la Costituzione. La difesa della Patria stabilita dall’Art. 52 viene riformulata, nella prima missione, quale difesa degli «interessi vitali del Paese». Da qui la seconda missione: «contributo alla difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica e al mantenimento della stabilità nelle aree incidenti sul Mare Mediterraneo, al fine della tutela degli interessi vitali o strategici del Paese». Il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, stabilito dall’Art. 11, viene sostituito nella terza missione dalla «gestione delle crisi al di fuori delle aree di prioritario intervento, al fine di garantire la pace e la legalità internazionale». Il Libro Bianco demolisce in tal modo i pilastri costituzionali della Repubblica italiana, che viene riconfigurata quale potenza che si arroga il diritto di intervenire militarmente nelle aree prospicienti il Mediterraneo — Nordafrica, Medioriente, Balcani — a sostegno dei propri interessi economici e strategici, e , al di fuori di tali aree, ovunque nel mondo siano in gioco gli interessi dell’Occidente rappresentati dalla Nato sotto comando Usa. » [xi]

download-paceIl guaio è che, di fronte a quest’assurda strategia militarista riarmista e bellicista, non si avverte nel Paese una reazione minimamente adeguata. E’ vero che siamo da decenni rassegnati a politiche che non tengono alcun conto delle vere priorità economiche e sociali e che sono gestite fuori e comunque oltre la dialettica parlamentare. E’ vero anche che l’italiano medio ha sempre capito poco delle politiche della difesa e che, a loro volta, i suoi rappresentanti istituzionali hanno sempre fatto di tutto per mantenerlo in questa pericolosa ignoranza. Mi sembra però che sia giunto il momento di aprire gli occhi e di smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia. La situazione internazionale diventa sempre più incandescente e l’Italia – lo Stato che dichiara statutariamente di ‘ripudiare la guerra’ – contribuisce da tempo al diffondersi della guerra a pezzi’ denunciata con forza da Papa Francesco.  Il problema è che il movimento per la pace italiano è ancora più spezzettato ed organizzativamente fragile, privo di una bussola chiara ed unitaria, che non può essere rappresentata solo da un pacifismo generico e minimalista, ma deve ritrovare lo slancio del progetto che solo la nonviolenza attiva ed una visione alternativa della difesa può animare. Non ci può essere reazione alle politiche aggressive a livello internazionale, ad esempio, se non cominciamo a batterci, qui e ora, per la smilitarizzazione dei nostri territori e delle nostre città. Se non ci rendiamo conto che i nostri risparmi, depositati in banca, troppo spesso vanno a finanziare il mercato della morte. Se continuiamo a credere nella favola del buon soldato che difende la sicurezza delle strade [xii], ci protegge dagli attacchi terroristici e, per di più, corre ad aiutare eroicamente la protezione civile in caso di disastri e calamità naturali. Se non ci ribelliamo alla presenza invadente della propaganda militare nelle scuole, rivendicando viceversa una corretta educazione alla pace.

Un severo monito ci viene dalle parole dell’ex-presidente russo Mikhail Gorbaciov, da oltre 20 anni attivamente impegnato sulle questioni della pace e dell’ambiente – il quale ha scritto per TIME un commento, di cui riporto un breve ma significativo stralcio.

«Mentre i bilanci statali si sforzano di finanziare i bisogni essenziali delle persone, la spesa militare è crescente. […] Politici e capi militari appaiono sempre più belligeranti e le dottrine della difesa più pericolose. Commentatori e personaggi televisivi si stanno unendo al bellicoso coro. Tutto questo dà l’impressione che il mondo si stia preparando alla guerra. […] Nel mondo moderno le guerre devono essere messe fuori legge, perché nessuno dei problemi globali che stiamo fronteggiando può essere risolto dalla guerra – non la povertà, l’ambiente, le migrazioni, la crescita demografica o la riduzione delle risorse. » [xiii]

Insomma, alla ‘guerra a pezzi’ dobbiamo contrapporre – a tutti i livelli della vita civile – una pace intera, senza scindere il pacifismo dall’antimitarismo, la difesa della pace da quella dell’ambiente,  il rifiuto della logica gerarchica del ‘signorsì’  dal quotidiano ripudio di logiche antidemocratiche che spesso nascono dalla nostra delega a ‘chi sa’ ed a ‘chi può’. La nonviolenza non è solo un’alternativa al modello difensivo armato e militarizzato, ma è una scelta che ognuno può fare, al proprio livello, per dire no a chi ci vuole ignoranti, allineati e coperti ed incapaci di reagire. E’ per questo che bisogna fare un appello forte a chi ci rappresenta in Parlamento affinché questo ulteriore snaturamento della nostra Costituzione sia sventato. Ma questo non può bastare, se dal Paese non giungono segnali di una vera riscossa civile, frutto di un’accresciuta consapevolezza e di una rinnovata volontà di resistere.

downloadP.S. – Negli 8 minuti ca. che hai impiegato a leggere questo articolo lo Stato italiano ha speso 360.000 (trecentosessantamila) euro in spese per la difesa.

 

N O T E ——————————————-

[i]  http://www.governo.it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-12/6727

[ii]  Min. Difesa, Libro Bianco, approvato il ddl > http://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Libro-bianco-approvato-il-ddl.aspx

[iii]  Ministero della Difesa, Libro bianco per la sicurezza nazionale e la difesa http://www.formiche.net/files/2015/04/LB_2015.pdf

[iv]  Cfr. https://www.senato.it/documenti/repository/istituzione/costituzione.pdf

[v]   Min. Difesa, Libro Bianco, approvato il ddl, cit.

[vi]  G. Paglia, Il ‘Libro Bianco’ della difesa si tinge di giallo > http://www.lultimaribattuta.it/60786_libro-bianco-giallo

[vii] S. Vespa, Come cambieranno le Forze armate secondo Gentiloni e Pinotti > http://formiche.net/2017/02/11/come-cambieranno-le-forze-armate-secondo-gentiloni-e-pinotti/

[viii]  Difesa, ok del Cdm a ddl; pià garanzie temporali all’industria > http://www.milanofinanza.it/news/difesa-ok-cdm-a-ddl-piu-garanzie-temporali-a-industria-201702101554264504

[ix]  Il testo del Rapporto MILEX 2017 è scaricabile (come pdf)  sul sito milex.org > https://www.dropbox.com/s/r9692pnie81lkfb/MIL%E2%82%ACX2017.pdf?dl=0

[x]  L. M. Alvaro, “Ogni giorno spendiamo 64 milioni di euro in armi “, VITA (15.02.2017), cfr. http://milex.org/2017/02/16/ogni-giorno-spendiamo-64-milioni-di-euro-in-armi/

[xi] M. Dinucci, “Il libro [del golpe] bianco” , il manifesto (14.02.2017) >  https://ilmanifesto.it/il-libro-del-golpe-bianco/

[xii] Sulla c.d. “operazione strade sicure” e sui relativi stanziamenti in bilancio cfr. https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/950875/index.html?part=dossier_dossier1-sezione_sezione5-h2_h2102&parse=si&spart=si

[xiii]  M. Gorbachev, “It looks as if the world is preparing for war”, TIME , Feb. 13, 2017, p. 22

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Metalinguaggio e Totolinguaggio

  download  1.  Parli come badi !

Ho sempre provato un’irresistibile attrazione per il linguaggio di Totò. A prescindere dall’evidente caratterizzazione umoristica del suo incredibile ed originalissimo idioma, ciò che mi ha sempre colpito era la sua capacità di trasformare funambolicamente la realtà, capovolgendola ed esaltandone gli aspetti più paradossali. Certo, sarebbe più semplice farsi quattro risate con le sue battute – le uniche che potrei ascoltare per innumerevoli volte senza che il loro effetto comico si esaurisca – ma mi sembrerebbe troppo poco e gli renderebbe un merito assai limitato.

C’è stato un tempo in cui avevo pensato di dedicarmi ad un approfondimento della lingua di Totò, ma poi ho rinviato a lungo la realizzazione di questo progetto, fino ad accorgermi che un ottimo linguista, Fabio Rossi, aveva già prodotto uno studio sistematico sull’argomento. Il libro s’intitola “La lingua in gioco – Da Totò a lezione di retorica”, è stato pubblicato nel 2002 dall’editore Bulzoni ed è aperto da un’illustre prefazione, firmata da Tullio De Mauro. E da tale Maestro – recentemente scomparso – a Rossi viene il riconoscimento della serietà ed accuratezza di questo studio sul linguaggio rivoluzionario ed anti-stereotipico di Totò.

L’intero materiale verbale di Totò è stato da Rossi esplorato in ogni piega. Gli strumenti d’analisi e i reattivi della linguistica, dalla vecchia e solida dialettologia, alla linguistica up-to date…. pragmalinguistica, neoretorica, semantica,lextlinguistik, rules changing creativity, palinsesti celati nel significante e fatti esplodere, tutti sono stati adoperati sistematicamente, di capitolo in capitolo, per scomporre e ricostruire criticamente il significato d’insieme del lavoro linguistico svolto da Totò….” [i]

Di fronte a questa esauriente e documentatissima ricerca, sarebbe ‘interurbano’ da parte mia tentare di scrivere qualcosa di nuovo o di originale. Semmai, potrei provare a riprendere alcune osservazioni di Fabio Rossi per riflettere sulla necessità di riscoprire, ancora oggi, l’incredibile serbatoio di giochi di parole e di artifici retorici che hanno rivoluzionato il concetto stesso di comicità. Una comicità per troppo tempo giudicata ‘leggera’, mentre era tutto meno che superficiale, in quanto metteva impietosamente a nudo l’ipocrisia ed il ridicolo di certe situazioni e di certi modi di esprimersi. Una delle sue possibili chiavi interpretative, infatti,  potrebbe essere l’irresistibile monito di Totò: “Parli come badi!”, classico esempio di sconfitta clamorosa delle frasi fatte, ricorrendo ad un nonsense che ne capovolge la logica prevedibile e stereotipata.

“ I linguaggi burocratico, politico e commerciale, in particolare, sembrano fatti essenzialmente di usi irriflessi. Il linguaggio comico, e nella fattispecie quello di Totò, molto spesso infrange tale automatismo, ora invertendo l’ordine delle espressioni cristallizzate (desto o son sogno), ora deformandone i termini (volare è potare), ora sostituendo una delle parole che compongono la collocazione (sedia a gas). Ancora una volta, dunque, ridendo e divertendo, Totò ci induce (malgré lui) a riflettere sullo statuto stesso della comunicazione e a porci, nei limiti del possibile, al di fuori della lingua che parliamo, per osservarla meglio e per capirne gli usi irriflessi e le condizioni del suo funzionamento e della sua comprensibilità. “ [ii]

Si sa che l’umorismo si fonda anche e soprattutto su meccanismi capaci di sorprenderci, di demistificare le convenzioni e di smascherare quello che Pirandello chiamava l’‘autoinganno’ della vita, ma bisogna riconoscere a Totò una capacità eccezionale di farlo non solo a livello di capovolgimento delle situazioni e di mimica grottesca, ma principalmente a livello linguistico, sia sul piano semantico sia su quello morfo-sintattico.

Badare a come parlava Totò, quindi, mi sembra quindi il modo migliore per comprenderne lo spirito profondamente innovativo, che i critici hanno scoperto solo molto tardi e che ha portato ad una ‘riabilitazione’ dei suoi film. Sarebbe impossibile concentrare in poche pagine le caratteristiche accuratamente analizzate e catalogate nello studio di Rossi, per cui mi limiterò a metterne in evidenza solo alcune, a partire da una mia particolare sensibilità a determinati aspetti dell’universo totoiano.

2 . Modestamende, qualche lingua la parlo…   

Il primo elemento di questa carrellata sulle straordinarie facoltà espressive di Antonio de Curtis è, naturalmente,  il suo giocare sulle caratterizzazioni linguistica, e quindi sulla percezione deformata che di un certo idioma ha chi non lo conosce. E’ proprio grazie allo stravolgimento dello strumento linguistico ‘medio’ che egli otteneva effetti unici, da quello irriflesso del riso fino ad una più consapevole comprensione di ciò che rende ridicoli determinati modi di esprimersi. Uno di questi moventi comici è, non a caso, un dato caratteristico della nostra cultura contemporanea, cioè la crescente tendenza a far ricorso, a proposito e a sproposito, a quelli che una volta si chiamavano ‘forestierismi’,  usati spesso solo per apparire ciò che non si è. [iii]

totolinguaingioco_200x277 Ai tempi di Totò andavano molto di moda i francesismi, elementi posticci che avrebbero dovuto sembrare eleganti e che egli sconvolgeva e dissacrava, facendone spassose caricature, come nel caso di: “veramòn” (vraiment); “sciarcutièr“ (charcutier); “mo esce Antonio” (Moet-Chandon); “pedicuoio” (pedicure); “che jolì famme” (quelle jolie femme) ; “adiè mon petì sciù” (adieu mon peti choux); “le scioffèr son le scioffèr “(les  affaires sont les affaires): “colpo di fodero” (coup de foudre)  e così via.

Allo stesso procedimento erano sottoposti da Totò anche gli allora già molto diffusi anglicismi – frutto del dopoguerra e della presenza americana – con lo stesso effetto comico ed al tempo stesso straniante. Pensiamo ad espressioni come: “La colazione degli inglesi si scrive britofist ma si pronuncia bracfesso”; “Mister, prec, quo vadis?”; “nàighete clebbe” (night club); “scecchi” (cheques); “cambingo” (camping); “striptiamoci” (nel senso: di spogliamoci); “boi scùter” (boy scout); “fischi” (whisky); “ciriola” (cheer you).

In una società che si sforzava di apparire moderna e cosmopolita  (oggi diremmo ‘globalizzata’) il coltello sarcastico del Principe metteva a nudo il ridicolo di una competenza linguistica raccogliticcia e superficiale, che spesso diventava fonte di equivoci e doppi sensi. Ciò vale per le lingue straniere (come i pasticci linguistici ispirati dal tedesco e dallo spagnolo), ma anche per quelle ‘dotte’, che dovrebbero attestare la cultura ‘alta’ del parlante mentre, viceversa, ne rivelano l’ignoranza.  Nel primo caso siamo di fronte a divertenti battute, di cui cito qualche esemplare: “Bitter” (bitte) ; “tankscen” (dankeschoen) ; “aoffidersen” (auf wiederseeen); “Telefunken” (nel senso di ‘telefono’); “Sogno spagnolas, per la maiellas!”; “Corazòn: in spagnolo significa che ore sono”; “In spagnolo si dice ‘te quiero’, come bicchiero e carabiniero”; “Un uomo grasso, in spagnolo: ‘un ombre chiatto’ “, e via dicendo.

Nel secondo caso vengono a galla, invece, le pretese di chi ostenta un traballante latinorum per sembrare più autorevole. Si tratta di una vera e propria girandola di citazioni maccheroniche e deformazioni popolari, ormai celebri espressioni come: “Audax fortuna juventus”; “ezia e andìo”; “Castigat ridendo mores: ridendo castigo i mori”; “Gattibus frettolosibus fecit gattini guerces”; “De gustibus non ad libitum sputazzellam”; “Non esageramus!”; “Vigliacchibus, , mascalzonibus, farabuttibus!”; “Morsa tua vita mea” ; “abbondandis adbondandum” oppure “Lupus in fabula? C’è un lupo nella fabbrica…”.

“Come si vede già dai pochi esempi citati, l’uso delle lingue straniere risponde ad almeno tre importanti requisiti: innesca il meccanismo comico (sia per la semplice deformazione fonetica, sia perché talvolta nascono curiose omonimie […];  ritrae l’incertezza e l’emarginazione del parlante di scarsa cultura, che tenta, come meglio può, di capire e di farsi capire; deride l’abuso dei forestierismi in coloro che vogliono darsi un tono…” [iv]

Alcune di queste espressioni  di Totò ci fanno tuttora sorridere, pur avendo perso un po’ della loro forza a causa del progressivo abbandono del latino come ingrediente della conversazione tra intellettuali. La presa in giro dei forestierismi, invece, resta molto attuale in un’età in cui il  linguaggio quotidiano è sempre più infarcito di termini stranieri, in particolare inglesi, molto frequentemente più orecchiati che davvero conosciuti e compresi.

Un discorso  a parte va fatto per il Napoletano e per i vari dialetti italiani, verso i quali il Principe ha sempre mostrato un atteggiamento piuttosto ambivalente, facendo il verso a questi ultimi – spesso ridicolizzati – ed utilizzando un miscuglio linguistico…parte nopeo e parte italiano. Il Napoletano, come osserva Rossi, non assume mai il carattere di una contrapposizione all’italiano ufficiale, semmai è l’antidoto popolare ad una lingua pomposa e pretenziosa, bersaglio della satira di Antonio de Curtis. Talvolta egli appare addirittura dialettofobo [v] , soprattutto quando sfotte i siciliani, i pugliesi oppure i ‘polentoni’ nordisti. In realtà le cadenze dialettali gli servono solo per far ridere, sottolineandone le ‘stranezze’ fonetiche e caratterizzando buffamente i personaggi.[vi]

     3 . Parlate, parlate, òrsu..!

download-1La carica comica del linguaggio totoiano, come giustamente è stato osservato, risiedeva in modo particolare nella sua inarrestabile ed inesauribile capacità di giocare con le parole, sezionandole, stravolgendole e facendo loro dire cose molto diverse da quelle prevedibili. Nelle sue battute, la logica combinatoria tipica del linguaggio verbale diventava un meccanismo scombinatorio, che non si limitava a dissacrare l’ovvietà, l’ipocrisia e la convenzionalità che troppo spesso le parole trasmettono, ma generava un codice linguistico del tutto originale. Ci troviamo dentro echi del dadaismo e della rivolta futurista, ma soprattutto la vena irridente irriverente e sfottente  che era caratteristica di un napoletano verace come lui.

Totò è un dadaista della comunicazione, un giocoliere del linguaggio. Uno che le parole le sgretola, le tritura, le reimpasta. Le deforma espressionisticamente. Le reinventa. Sorprendente e impertinente: da vero buffone che smaschera il re, e lo mette a nudo….” [vii]

Da eccezionale ‘comico di parola’, egli tendeva a scavalcare il copione assegnato e ad improvvisare nel modo più istintivo ed anarchico, dando così un chiaro segno che non si trattava della recitazione di una parte, ma piuttosto di un’interazione verbale personale e spontanea, che gli nasceva da dentro irrefrenabile. Come osserva Roberto Escobar:

Totò è esplosione iperbolica di desiderio, rivincita di quel che sta sotto su quel che sta sopra, trionfo della fame e del corpo e dell’amore su qualsiasi pretesa di ordine e stabilità. Gerarchie, onori, senso comune: mentre i suoi antagonisti sprofondano nel panico, Totò tutto travolge in un fiume di parole e di gesti impazziti, mascherando la ragione da follia e la follia da ragione” [viii].

Ebbene, nell’analisi condotta con scrupolo filologico da Fabio Rossi questo fiume di parole viene esplorato nelle sue componenti retoriche, facendo affiorare sì la consumata esperienza dell’attore da commedia dell’arte, ma anche un’insospettabile competenza lessicale e sintattica, che va ben oltre i tradizionali calembour del barzellettiere, del macchiettista o, oggi, del cabarettista. Certo, l’arguzia verbale di chi scherza con le parole resta la componente principale, ma non è l’unica. Il Witz, il motto di spirito – come ci ha spiegato S. Freud [ix] – va ben oltre i semplici giochetti con le parole finalizzati a provocare il riso. La tecnica della battuta di spirito, infatti, genera una vera e propria liberazione, scaricando tendenze inconsce e sprigionando una forza che altrimenti sarebbe rimasta repressa.  Nel linguaggio di Totò,  la liberazione espressiva veicolata dalle sue parole travolge gerarchie e convenzioni, luoghi comuni e distinzioni. Per quanto spontanea, essa fa comunque uso dei tradizionali espedienti  retorici classici, di cui Rossi ci fornisce un vero e proprio catalogo. Si va dall’accumulazione dei pleonasmi alle paronomàsie; dalle rime ed assonanze alle allitterazioni martellanti; dalle metàtesi che invertono l’ordine naturale alla immaginifica creazione di parole inesistenti, eppure allusive.

Elencare tali strumenti retorici non riesce però a rendere l’idea della girandola della sua espressività verbale, portata naturalmente più all’iperbole (cioè all’amplificazione) che alla litote (attenuazione); più all’imprecazione ed all’apostrofe che alla reticenza ed alla preterizione. Uno dei mezzi espressivi più efficacemente utilizzati, in ogni caso, resta sempre il nonsense, la cui forza sconvolge l’ordine razionale, rendendo reale l’assurdo.  Pensate a frasi come queste, dedicate ad un tema certo non facile come il mistero buffo della vita e della morte:

“Chi lascia la moglie morta per la viva, sa quello che lascia ma non quello che triva”; “Abbiamo vegliato la salma per tutta la notte: è stato un veglione”; “Voglio morire, mi voglio ammazzare; suicidatemi!”; “ Voi dite che sono morto? Perbacco, se lo avessi saputo sarei venuto vestito a lutto”; “Camposanto è un santo come un altro: Santo Campo”; “Un ex garibaldino morto mentre suonava la tromba: fu trombosi acuta, o acuto da trombetta?”.

Oppure assaporate battute come queste, che avevano spesso ad oggetto il rapporto con le donne:

“Alle donne piacciono gli uomini forti. Dal mio aspetto non si direbbe, la mia forza è truccata: sono un falso debole”; “Cara, ti vergogni di me perché sei vestita? Io sono in maniche di mutande”; “L’opulenza femminile è un dono, ma non tutte le opulenze riescono col buco”, “Mia moglie è un tipo apprensivo: sta sempre ad Anzio per me”; “Lei è vedovo di moglie? Colgo l’occasione per farle le mie congratulazioni”.

Il mondo di Totò, stralunato ed imprevedibile, è anche quello dove “I soldi si fabbricano al Policlinico dello Stato”, ma dove c’è qualcuno così povero che “nel caffelatte non ci mette né il caffè né il latte”, ragion per cui si ribadisce che non è vero che “..l’appetito vien mangiando. In realtà viene a stare digiuni”.  Perfino le malattie vengono stravolte dall’arguzia di Totò, che ci spiega, ad esempio, che “L’acme giovanile si cura con la vecchiaia”, oppure che c’è chi “ha preso una botta al malleolo del cervello e per poco non gli veniva la meningite”.  Le emergenze presenti  nell’immaginario nosocomio totoiano vanno dalle “punture di zanzara nòfale” alle “coliche apatiche”; dalle patologie più gravi (“Le manca un polmone? Un altro se ne sta andando? E lasciamolo andare, mo’ ci mettiamo a correre dietro un polmone…” ) a quelle più frequenti e banali (“Ho un ottimo rimedio contro i mali di capo, i dolori capuani”). Ovviamente la sua ironia colpisce anche molte approssimative diagnosi scientifiche (“Sia ben chiaro che i nervi partono dai piedi e arrivano alla culotta cranica”), non risparmiando neanche i farmacisti (“…vendono il cotone idrofobo”) e perfino le indagini basate sui test medici (“Ma mi faccino il piacere! Esaminando la saliva si può risalire a chi ha sputato? Che schifo!”).

4. Ogni limite ha la sua pazienza!

 Si potrebbe continuare all’infinito, citando le sue battute esilaranti che coinvolgono un po’ tutti quelli che si prendono talmente sul serio da non riuscire a cogliere il ridicolo e l’assurdo della vita. Credo però, a questo punto, che sia importante sottolineare che – prescindendo dalle considerazioni che si potrebbero trarre dalla ‘filosofia’ di Totò sottesa all’esplosione espressiva dei suoi testi – gli debba essere in primo luogo riconosciuta una straordinaria capacità di usare la lingua come uno strumento rivoluzionario rispetto alla convenzionale rispettabilità borghese, ma al tempo stesso come una forma espressiva eccezionalmente creativa e ricreativa.

“Vedere le parole ridotte a mero oggetto di piacere o a cavie per strani esperimenti, provare il senso di straniamento […] che Totò infonde nel rispondere fischi per fiaschi, nel disattendere le più elementari aspettative semantiche dell’interlocutore, nell’intendere letteralmente quanto ha valore metaforico e metaforicamente quanto è letterale, insomma assistere all’apparente sbriciolarsi del verbo e al suo prodigioso ricomporsi e rinascere come fenice non fa che introdurre, dall’ingresso principale (quello che passa cioè attraverso la sfumata frontiera tra possibilità di comunicare, e quindi di interagire col mondo, e impossibilità di comunicare tutto) ai più profondi meccanismi di funzionamento delle lingue umane.” [x]

Ed è così che  – a 50 anni dalla morte – ho cercato di ricordare colui che non solo ci ha fatto ridere per generazioni, ma è anche riuscito a farci scoprire la magia di una lingua con cui si può giocare e divertirsi, scomponendo e ricomponendone con creatività gli elementi.  In un mondo dove ancora troppi mostrano di non avere il senso del ridicolo e si ritengono al di sopra degli altri, è il caso di ricordare loro, con un’altra battuta di Totò, che: “Il trombone, checché se ne dica, eziandio, è sempre un trombone”.  Per fortuna c’è stato chi ha saputo usare la comicità per metterlo a posto;  un autentico direttore d’orchestra, uno cui “piace la moseca, quella con la ‘o’ maiuscola”.

N O T E ————————————————————

[i]  Tullio De Mauro, Prefazione, in: Fabio Rossi (2002), La lingua in gioco – Da Totò a lezione di retorica, Roma, Bulzoni,  pp. 14-15
[ii]  F. Rossi, op. cit., pp. 201-202
[iii]  Le citazioni seguenti sono tratte, oltre che dal testo cit., anche da altre ‘antologie’ del frasario di Totò, fra cui: Parli come badi (1994), a cura di Matilde Amorosi, con la collab. Di Liliana de Curtis, Milano, Rizzoli; Enrico Giacovelli (1994), Poi dice che uno si butta a sinistra!,  Roma, Gremese; Quisquiglie e pinzillacchere – Il teatro di Totò 1931-1946 (1980), a cura di Goffredo Fofi, Milano, Savelli
[iv]  F. Rossi, op. cit., pp. 42-43
[v]  Cfr. o.c. , pp. 64 ss.
[vi]  Sull’argomento cfr. anche l’interessante articolo: Silverio Novelli, Il principe delle quisqulie, http://www.treccani.it/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_19.html
[vii]  Gianni Canova et Al., “Totò: l’uomo e la maschera”, in: Brigantino. Il portale del Sud, http://www.ilportaledelsud.org/tot%C3%B2.htm
[viii]  Roberto Escobar (1998),  Totò: avventure di una marionetta, Bologna, il Mulino (cit. in Canova et Al, o.c.)
[ix]   Sigmund Freud (1905), Der Witz und seine Beziehung zum Unbewußten (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio) > http://www.newtoncompton.com/libro/il-motto-di-spirito-e-la-sua-relazione-con-linconscio-2/edizione/ebook/978-88-541-2467-7
[x]   Fabio Rossi, La lingua di Totò: tra gioco, retorica, didattica e metalinguaggio, http://host.uniroma3.it/eventi/silfi/proposte/Rossi.pdf
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Tanti o quali auguri ?

images-1La parola più pronunciata e scritta in questi giorni è sicuramente ‘auguri’. E’ probabile che chi la dice e ripete creda di conoscere già il senso di questo vocabolo oppure, più semplicemente, che non si preoccupi affatto di approfondirne il significato. Visto che siamo giunti all’inizio del nuovo anno, periodo in cui gli auguri si sprecano, mi sembra però il caso di capirci qualcosa in più, cercando l’origine della parola in questione, la sua etimologia. Molte persone, in particolare quelle che hanno fatto studi classici, sono convinte che il vocabolo abbia un diretto rapporto con la figura degli augures, autorevole collegio di sacerdoti che, nell’antica Roma, predicevano il futuro ispirandosi a vari segni, tra cui il volo degli uccelli, il loro modo di nutrirsi ed i loro richiami. [i] L’osservazione degli uccelli (in lat. aves) e del loro comportamento, in effetti, è stata a lungo uno dei punti fermi di coloro che, in varie civiltà antiche, affermavano di essere in grado di predire gli eventi futuri. Se così fosse, la parola latina av-gurium ci ricondurrebbe proprio alla radice di aves, costituendo di fatto un sinonimo del latino – e poi italiano – ‘auspicio’. Tale vocabolo, infatti, derivava sicuramente da aves, con l’aggiunta di “spicium”, e indicava appunto l’arte magica dell’osservazione degli uccelli a scopo vaticinatorio.

Tale suggestiva tesi etimologica è stata però superata da quella che invece riconduce la parola ‘auguri’ alla radice del verbo latino augere (e prima ancora di quello greco àuxein), col significato di: ‘aumentare’, ‘accrescere’.[ii]  Stando così le cose, formulare un augurio non significa scrutare generici segni premonitori del futuro o ‘auspicare’ qualcosa di buono, bensì attendersi un oggettivo miglioramento, principalmente sul piano quantitativo, della propria situazione e/o di quella altrui. Dalla stessa radice greco-latina aug-, peraltro, derivano parole come ‘autore’ ed ‘autorità’ (nel senso originario di persona capace di accrescere il sapere o il potere degli altri [iii]), ma anche ‘ausilio’, cioè aiuto, sostegno. Fare gli auguri a qualcuno, dunque, è più impegnativo di quanto sembri, poiché significa manifestare la speranza che essi aumentino il loro benessere. Ciò spiega perché gli auguri prevedono un’ovvia reciprocità, per cui resteremmo male se chi li riceve da noi non ce li ricambiasse prontamente. La verità, più prosaicamente, è che il vero augurio ognuno lo fa in fondo a se stesso, sperando che tale rituale formula propiziatoria possa portargli bene, aumentando la sua fortuna ed accrescendo la sua autorevolezza.

Fatto sta che, pur non volendo discutere la concezione un po’ magica, o quanto meno pagana, evocata da questo termine, tale concetto rimane essenzialmente di ordine quantitativo. E’ vero che perfino per i sentimenti e gli affetti si è prevista una formulazione del genere (penso, ad esempio, alla frase un po’ sdolcinata ma spesso citata: “Ti amo oggi più di ieri e meno di domani” [iv] ), ma mi sembra evidente che il concetto di ‘crescita’ si riferisce più opportunamente a cose più concrete e materiali. Solo esse, in effetti, possono essere misurate, ponderate e valutate con precisione. I termini paralleli all’italiano ‘augurare’, come il francese souhaiter e l’inglese to wish , invece, risalgono a radici lessicali differenti. Nel primo caso, all’antico francese ‘sohaidier’ (promettere senza troppo impegno) e nel secondo all’antico alto tedesco ‘wunschen’ (formulare un desiderio). Nella nostra lingua, il desiderio espresso dal verbo prevede una realizzazione quantizzabile in termini di ‘aumento’, ben attagliandosi ad una società che continua a identificare lo sviluppo con la ‘crescita’, ovviamente illimitata (la parola d’ordine non è infatti la formula “No limits”?), teoricamente accessibile a tutti e, comunque, di ordine materiale.

images-2Ma è davvero questo che vogliamo e possiamo ‘augurare’ a noi stessi ed al nostro prossimo? Non avvertiamo un che di falso – o quantomeno di retorico – in questo genere di auspicio? In barba alla nostra autoconsolatoria e pretestuosa visione d’una crescita illimitata ed aperta a tutti, la realtà delle cose e l’esperienza storica c’insegnano, viceversa, che la fortuna di alcuni comporta spesso la sciagura per tanti altri, come recita il cinico detto: “Mors tua vita mea”. Risorse e potere, d’altra parte, non sono affatto illimitate ed una crescita esponenziale e generalizzata non è nell’ordine delle cose. Come nel caso della classica ‘coperta stretta’, chi la tira con forza dalla propria parte non può fingere che non sta scoprendo qualcun altro. Certo, sarebbe bello credere – e quindi augurarci gli uni con gli altri – che ogni persona possa aspirare a migliorare  a dismisura la propria condizione senza compromettere neanche un poco la condizione esistenziale di tutti gli altri e, in prospettiva, delle generazioni future. Purtroppo la verità è ben altra e l’attuale modello di sviluppo ci sta portando a registrare che la sola crescita innegabile è quella della ‘forbice’ che divide una ristretta minoranza (sempre più ricca e potente) dalla stragrande maggioranza dell’umanità (sempre più indigente e priva di diritti).

Se augurare felicità e successo agli altri non costa niente e, soprattutto, se non comporta alcuna rinuncia o perdita per noi, è ovvio che gli auguri si moltiplichino. Certo, ci sono cose molto importanti, come la salute la pace e la gioia, che possiamo augurare agli altri senza che il loro aumento provochi effetti collaterali. Si tratta infatti di obiettivi al cui sviluppo tutti possono legittimamente tendere e che nulla tolgono al benessere altrui, come nel caso della celeberrima frase della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, in cui si auspica “the preservation of Life, Liberty and the pursuit of Happiness“ come ‘diritti inalienabili’ che spettano ad ogni uomo.[v]  Se però con i nostri auguri vogliamo più etimologicamente (e prosaicamente) auspicare per gli altri un ‘aumento’ di tipo materiale, cioè una crescita di genere più concreto e tangibile, dobbiamo però renderci conto che ciò ha sempre e comunque un prezzo. Superare la logica inesorabile delle c.d. “operazioni a somma zero” [vi] richiede infatti un’impostazione del tutto differente, in cui prevalgano valori alternativi a quelli correnti, come la solidarietà, la compassione e la nonviolenza. Se, viceversa, vogliamo rimanere all’interno delle logiche economiciste ed individualiste che caratterizzano la nostra società, temo che scambiarsi auguri resti solo un rituale un po’ ipocrita, o quanto meno formale.

downloadConcludo questa mia riflessione d’inizio d’anno formulando anch’io un augurio. Auguro infatti di riuscire a vedere la realtà con occhio diverso, rinunciando alla comoda illusione che tutti possano avere tutto, drammaticamente smentita dal crescente divario economico, sociale e culturale che abbiamo sotto gli occhi. Spero quindi che l’umanità la smetta di inseguire il malsano miraggio d’una crescita illimitata, causa invece di sottosviluppo per tanti esseri umani e di distruzione degli equilibri ecologici. Mi auguro poi che l’unica crescita che ci stia a cuore in questo nuovo anno sia quella del bene comune e dei beni comuni, il contrario cioè della privatizzazione e dell’accaparramento delle risorse.  A questo punto non mi resta che lasciare la parola ai famosi “auguri scomodi”, formulati circa vent’anni fa dal grande vescovo don Tonino Bello:

« Carissiminon obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. […]Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame…» [vii]

Usciamo dunque dalla rassicurante illusione che il nostro modello di sviluppo ed il nostro stile di vita siano gli unici ed i migliori possibili, cominciando a lavorare concretamente e dal basso per invertire questa tendenza, causa d’ingiustizie e di guerre. Scambiamoci allora l’augurio – scomodo ma sincero – che Colui di cui abbiamo appena celebrato la nascita ci dia la forza di cambiare e di tentare strade diverse, meno tranquille e rassicuranti ma più conformi alla Parola che ha voluto incarnare per salvarci.

N O T E ——————————————————–

[i]  Cfr. ad es.: http://www.etimo.it/?term=augure&find=Cerca

[ii] Questa tesi è riscontrabile in vari dizionari etimologici italiani, fra cui quello di Dante Olivieri (Dizionario Etimologico Italiano, Milano, Ceschina, 1961); Giacomo Devoto (Avviamento all’etimologia italiana – dizionario etimologico, Firenze, le Monnier, 1966) e Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, Zaichelli, 1999)

[iii]  Vedi, ad es., la celebre espressione che Dante rivolgeva alla sua guida Virgilio: “Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore” (Divina Commedia, Inferno, I, 85)

[iv]  Il verso è tratto dall’omonima poesia di Rosemond Gérard: “Chaque jour je t’aime davantage, aujourd’hui plus qu’hier et bien moins que demain” , http://www.linternaute.com/citation/4012/chaque-jour-je-t-aime-davantage–aujourd-hui-plus-qu-hier-et-bien–rosemonde-gerard/

[v]  Vedi: https://en.wikipedia.org/wiki/Life,_Liberty_and_the_pursuit_of_Happiness

[vi] “In teoria dei giochi un gioco a somma zero descrive una situazione in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante. Se alla somma totale dei guadagni dei partecipanti si sottrae la somma totale delle perdite, si ottiene zero” (https://it.wikipedia.org/wiki/Gioco_a_somma_zero)

[vii] Vedi il testo completo in: http://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-auguri-scomodi-di-don-tonino-bello.aspx

 

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