A Gaza: oggi come 2000 anni fa

Leggevo –  sui pochi quotidiani che se ne occupano…[i] – della feroce repressione a Gaza della protesta palestinese da parte dell’esercito israeliano. Diciassette morti (fra cui un ragazzo) e millecinquecento feriti sono stato il tragico bilancio di questo impari scontro fra giovani armati di pietre e molotov e soldati con la stella di Davide. Una violenza sproporzionata contro chi continua a combattere una battaglia disperata, a distanza di 70 anni da Al-Nakba, la ‘catastrofe’ della sconfitta araba del 1948 e dell’esodo palestinese, che vide oltre 700.000 residenti espulsi dalla propria terra. Un dramma cupo, senza fine, che ha avvelenato per decenni un clima che non è mai stato disteso, ma che ora sta subendo una pericolosa escalation verso un sempre più violento conflitto armato.

Ma mentre seguivo la cronaca dei sanguinosi scontri a Gaza alla vigilia della Pasqua non ho potuto fare a meno d’immaginare quella tormentata striscia di terra ai tempi di Gesù di Nazareth, che, 2018 anni fa, moriva inchiodato sulla croce a Yerushalaym. La città santa della fondazione della pace – come paradossalmente recita in lingua ebraica il suo nome – dista circa 77 km da Gazza/ Azzah, allora la principale delle città dei Filistei, quei Palestinesi che da sempre avevano opposto una fiera resistenza all’espansionismo dei Giudei, riuscendo a resistere perfino a Giosuè. [ii]

«Gaza divenne la metropoli delle cinque satrapie che formavano il territorio dei Filistei e, come le altre quattro città (Ascalon, Accaron, Azotus – sempre che non si tratti della stessa Gaza – e Gat) ebbe un re il cui potere si estendeva a tutte le città e i villaggi della regione. Sansone, per fuggire dalle mani dei filistei, trasportò sulle sue spalle le porte della città durante la notte fino alle montagne circostanti (Giudici 16:3); fu a Gaza che, cieco e prigioniero dei filistei, fece crollare il tempio di Dagon su se stesso e i suoi nemici.»  [iii]

Una sessantina di anni di anni a.C., Pompeo aveva messo fine alla dominazione seleucide, occupando Gerusalemme e liberando quanto restava di Gaza e delle altre città della Pentapoli, annesse al regno di Giuda, dal 140 a.C.  Il fatto è che Gaza aveva un’indubbia importanza strategica, trovandosi proprio sulla c.d. ‘via dell’incenso’, mediante la quale si controllava questo importante traffico commerciale. Non a caso lo stesso nome della città, con quella radice verbale –zz , evochi in ebraico proprio l’idea della forza, della potenza.

una-moneta-di-alessandro-ianneo-clara-amit-israel-antiquities-authority« ….Il re asmoneo Alessandro Ianneo non solo conquistò Gaza spingendosi poco più a Sud, ma prese anche il deserto del Negev e per decenni impedì ai nabatei di usarne la Via dell’incenso. Uno dei siti esaminati è Horvat Ma’agurah, situato in un punto strategico che dà sul Nahal Besor – un wadi nel Sud d’Israele -. Qui passava la Via dell’incenso che collegava Petra e Gaza. I nabatei vi trasportavano beni preziosi, come mirra e franchincenso, dall’entroterra verso i porti del Mediterraneo e in Egitto (…) I ritrovamenti a Horvat Ma’agurah indicano che dopo la conquista di Gaza nel 99 a.C., Alessandro Ianneo costruì una fortezza con quattro torri dentro un precedente caravanserraglio nabateo[iv]

Venendo ai tempi di Gesù, una testimonianza neotestamentaria su Gaza, nel periodo seguente la sua condanna a morte ed la sua Risurrezione, ci viene fornita da un passo degli Atti degli Apostoli, dove troviamo un singolare episodio che ha come protagonista Filippo, uno dei primi sette diaconi.

« Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: «Alzati, e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti, e raggiungi quel carro».[v]

A questo ‘evangelista’ della prima ora era stato chiesto d’incamminarsi proprio sulla strada che conduce a Sud, verso Gazza/Azzah, ma non è chiaro se l’aggettivo deserto (ἔρημος > éremos)  usato nel brano si riferisca alla città o alla via. Qualcuno ha fatto osservare inoltre che Luca – l’autore degli Atti, scritti in greco – aggiunga alla narrazione una sorta di gioco di parole. Il ‘tesoro’ della regina Candace cui egli sovrintende, infatti, viene designato dall’evangelista utilizzando una rara parola persiana: γάζα. Ne deriva quindi che l’eunuco si reca a Gaza portando con sé la gaza della sua regina…[vi]

SAN FILIPPO BATTEZZO EUNUCOFatto sta che proprio su quella via Filippo incontra quell’autorevole ministro, un africano e per di più un eunuco. Questi, di ritorno dal tempio di Gerusalemme, è intento nella lettura del libro di Isaia ed in particolare di quel passo (il c.d. IV canto, da 52:13 a 53:12) in cui si parla del servo sofferente (עֶבֶד ) di Jahvé.  Si tratta di una figura misteriosa che l’etiope non è in grado d’interpretare, almeno da solo, per cui ricorre volentieri al diacono per riceverne le necessarie spiegazioni. Ricco e importante com’è, egli avverte comunque la mancanza nella sua vita di qualcosa o di Qualcuno che le dia senso. Quindi Filippo gli spiega che quella di Isaia era esattamente la profezia ci ciò che era accaduto da poco a Gerusalemme, quando Gesù il Nazareno era stato ucciso, proprio come un “agnello senza voce” condotto al macello per la salvezza di tutti, compresi gli stranieri e gli eunuchi. Ed è proprio lungo quella strada, in un’oasi nel deserto, che Filippo non si limita a trasmettergli la ‘buona novella’, ma lo battezza – su sua richiesta – confermando che Dio non fa differenze né tanto meno “preferenze di persone”, come proclama anche Simon Pietro in un passo successivo.[vii]

Questo episodio degli Atti degli Apostoli, in questi giorni di Pasqua, dovrebbe farci riflettere sul messaggio religioso di questo passo neotestamentario, ma anche sulla triste realtà attuale della Palestina e sul perdurare dei conflitti etnici e religiosi in quella sventurata terra e nell’intero Vicino Oriente. Stiamo parlando infatti di una regione che ci è abbastanza prossima e che per noi Cristiani dovrebbe significare molto di più, ma verso la quale restiamo troppo distratti e lontani. La cronaca dei fatti connessi alla repressione israeliana della protesta palestinese a Gaza ci costringe adesso a focalizzare la nostra attenzione su quella tragedia senza fine.

«La striscia di Gaza confina con l’Egitto: guardandola sulla cartina geografica è quasi nulla; salvo errori, è circa la metà della provincia di Lodi, poco più di Monza-Brianza. Qui vengono ora uccise decine di persone al giorno, centinaia di migliaia affamate, ferite, lasciate senza casa. I bambini giocano nei cimiteri. I morti per la guerra in questi anni si contano a decine di migliaia. Provate a immaginarvi Lodi o la Brianza distrutte da due contendenti che vogliano entrambi una soluzione finale…» [viii]

Il fatto è che immaginare l’assurdità di questo conflitto infinito ci è sicuramente utile ma non ci aiuta necessariamente a risolverlo. O almeno non ci offre soluzioni convenzionali, quelle tradizionali di tutte le guerre, in cui c’è chi vince e c’è chi perde. L’unica via nel deserto dell’incomprensione e dell’ostilità reciproca è quella della nonviolenza evangelica, predicata da Colui che in questi giorni celebriamo, troppo spesso senza capirne la forza profondamente rivoluzionaria. Proprio nel deserto dello spirito, allora, dovremmo finalmente avvertire – come l’eunuco etiope – il bisogno di qualcosa di diverso,  di un’alternativa alla cieca e folle alternanza di violenze e vendette. E’ su quella difficile strada che porta da Gerusalemme a Gaza che dobbiamo sperare d’incontrare chi, finalmente, ci faccia comprendere quello che leggiamo da oltre duemila anni senza capirlo a fondo.

cartina-palestinaAnche lo studio della storia può aiutarci a comprendere il dramma del popolo filisteo/palestinese, che da ancor più tempo sembra condannato ad essere sottomesso e disperso. Uno sforzo, infine, dovrebbe essere fatto per mettere in luce tutto quanto è già stato fatto per valorizzare – nella legittima lotta del popolo palestinese –  l’azione nonviolenta, la resistenza non armata e l’utilizzo di tutte le possibili tecniche di opposizione alternativa.  In tal senso ci sono già stati molti contributi e approfondimenti, fra cui quello di Giulia Valentini, al quale rimando, limitandomi a citarne la conclusione:

« La resistenza nonviolenta è il miglior mezzo per combattere l’occupazione israeliana ed assicurare che i diritti dei palestinesi vengano rispettati. […] Per far sì che questo accada, però, è necessario che anche la comunità internazionale faccia la sua parte; la continua crescita del movimento nonviolento palestinese non può essere mantenuta se percepita dai suoi membri come inutile. E’ necessario che la resistenza nonviolenta palestinese venga riconosciuta come tale ed apprezzata dal mondo, che le venga data più attenzione dalla stampa internazionale ed infine che la società civile internazionale le offra il suo sostegno e cooperazione.» [ix]

Qualcuno potrebbe pensare che in questo aspro conflitto l’unico nostro ruolo sia quello di spettatori, ma non è e non deve essere così. Certo, occorre in primo luogo schierarsi con chiarezza dalla parte di chi subisce da decenni l’occupazione israeliana, ma non basta. Ci sono anche altri modi per agire, mettendo in pratica l’ I CARE di cui parlava don Milani, poiché non c’è niente che non ci riguardi e che, in qualche misura, non dipenda anche da noi. In questo senso è opportuno ricordare che il boicottaggio è una delle tecniche classiche dell’azione nonviolenta. Boicottare chi non accetta nessuna legge internazionale, come Israele, non è infatti un atto di ‘antisemitismo’ (come se i Palestinesi non fossero altrettanto Semiti…) bensì di giustizia e d’impegno civile per la pace. Ecco perché appoggio le campagne di B.D.S. Italia, aderire alle quali può essere un modo per non restare passivi alla finestra, mentre si consumano ingiustizie e violenze nell’indifferenza dei più.  Anche per coerenza col messaggio di Colui che abbiamo ricordato a Pasqua, la cui salvezza è stata destinata a tutti indistintamente, proprio perché “Dio non fa preferenze di persone“.

 — N O T E —————————————————————–

[i]   V. ad es. l’articolo su  Il Fatto quotidiano > https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/31/gaza-17-palestinesi-uccisi-e-oltre-2mila-feriti-negli-scontri-lonu-indagine-indipendente-sui-fatti-annunciate-altre-proteste/4264211/

[ii]   Cfr. i passi biblici : Genesi 15:18; Giosuè 15:47; Amos 1:7

[iii]  https://it.wikipedia.org/wiki/Gaza#cite_note-5

[iv]  Cfr. “Gli Asmonei nel Negev”, Il fatto storico (Dic. 2009) > https://ilfattostorico.com/2009/12/10/gli-asmonei-nel-negev/

[v]  Cfr. Atti, 8: 26-40

[vi] “Filippo battezza l’eunuco etiope sulla strada di Gaza (At 8,26-40): un’immagine del catechista e della catechesi. Una meditazione della prof.ssa Bruna Costacurta” ,  Gli scritti (22.07.2009) > http://www.gliscritti.it/blog/entry/278

[vii] Atti, 10:34 – Nel testo greco:  ” Ἐπ ἀληθείας καταλαμβάνομαι ὅτι οὐκ ἔστιν προσωπολήπτης  θεός ” .  Tale espressione ricalca quella ebraica “panim nasa”, che indicava il gesto di ‘sollevare il viso’ come segno di favore/preferenza verso qualcuno piuttosto che verso altri (cfr.  https://www.libreriauniversitaria.it/nuovo-testamento-paoline-editoriale-libri/libro/9788831519625, p. 452)

[viii] Mario Pancera, “Nella agitata Palestina di duemila anni fa, Pietro battezzava anche i nemici”, Criticamente,31.07.2014 > http://www.criticamente.it/2014/07/31/gaza-e-tel-aviv-ai-tempi-turbolenti-di-gesu/

[ix] Giulia  Valentini, La resistenza nonviolenta palestinese > http://www.archiviodisarmo.it/index.php/en/publications/magazine/magazine/finish/87/912

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Viaggio numerologico sulla Route 66

“Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare.” Jack Kerouac, On the Road

imagesAlla fine il momento è arrivato. Questo 9 marzo ho compiuto 66 anni, approssimandomi al giro di boa costituito del termine della mia carriera lavorativa. Permettetemi allora di divagare un po’ a partire da questo 66 che, oltre ad evocare la citazione di Kerouac, è un numero palindromo particolarmente significativo e simbolico, che coi due 6 che occhieggiano appaiati mi trasmette un senso di stabilità e al tempo stesso di dinamismo.  In effetti si tratta di una divagazione piuttosto strana ed insolita per uno come me, che ha sempre avuto problemi con la matematica e non è neanche appassionato di ‘numerologia’ e dottrine cabalistiche. Eppure mi sembra sia innegabile che esista una certa ‘magia’ dei e nei numeri, per cui essi…contano davvero. Preso dalla curiosità, quindi, mi sono un po’ documentato in materia,  attingendo da internet alcuni spunti.

  • Gli anni da me compiuti sono la ripetizione di un numero particolarmente significativo, il 6, che parlerebbe di ‘armonia’ e di ‘scelta’. Esso corrisponde nella Qabbalah alla sesta lettera dell’alfabeto ebraico, il ‘vav’, che significa ‘estensione’ ma anche ‘connessione’, rinviando a relazioni durevoli e a progetti fondati sulla collaborazione. Numerologicamente, 6 indica anche il concetto di ‘scelta’, e perciò stesso di decisioni da assumere. [i]
  • Va precisato che il numero 66, nella stessa Cabala ebraica, evocherebbe però l’incompletezza, il peccato, il disordine, essendo di un’unità inferiore al 67, indicante invece stabilità, sicurezza e tranquillità. [ii]
  • Nella tradizione islamica, invece, il 66 è un numero sacro, in quanto rinvia direttamente al nome della Divinità. “Allah significa Iddio. Esso è composto da quattro lettere dell’alfabeto arabo la cui somma è pari a 66. Alif=1 Lam=30 Lam=30 Ha=5 quindi 1+30+30+5=66” […] Poco conosciuto è che il numero di Allah, possiede un proprio quadrato magico. La somma verticale, orizzontale o diagonale dei suoi addendi ci dà sempre 66. Analizzandolo e meditandolo è possibile individuare la direzione consona al proprio processo di purificazione. Il quadrato magico di Allah è di ordine 3 e comprende i nove numeri in sequenza compresi tra il 18 e il 26.”  [iii]
  • Un’altra interpretazione simbolica che viene data di questo numero ‘doppio’ (o ‘maestro’) è la seguente: “66 = Adempiere alle nostre responsabilità in maniera creativa e gioiosa.” [iv] .

Ebbene, al di là della suggestività – ma anche dell’indubbia irrazionalità – di tali visioni numerologiche della vita, devo ammettere che da queste due cifre appaiate mi deriva comunque una sensazione positiva. Tutti i significati citati, infatti, sembrano rinviare a concetti che ritengo fondamentali, come connessione e collaborazione, decisionalità, senso di responsabilità. Perfino il senso cabalistico di ‘mancanza’ ed ‘incompletezza’ sembrerebbe alludere all’anno che ancora mi manca dal pensionamento… Adesso però continuo questo ‘gioco’ numerologico utilizzandolo come spunto semiserio per qualche rapido flash-back sui 66 anni che mi sono appena lasciato alle spalle.

  • DIVISIONE

1200px-Napoli_-_Antignano_Dazio_100_4668Dividendo 6 per se stesso si ottiene naturalmente 1, numero che mi fa tornare indietro al mio primo anno di vita, nel 1953, quando una foto dell’epoca mi ritrae con dei riccetti biondi in testa ed un sorriso beato sulla faccia. Allora la mia famiglia abitava a via Luca Giordano, in un palazzotto adiacente la storica villa ottocentesca che ricorda quella con parco, di quattro secoli precedente, dove dimorava l’umanista Gioviano Pontano, che si affacciava sull’antico borgo di Antignano. Di quel remoto periodo naturalmente non ricordo quasi nulla. Dei miei primi anni mi restano soltanto vaghe memorie dei suoni e degli odori che promanavano dal vivace e rumoroso mercatino ortofrutticolo sottostante, cuore popolare di un quartiere borghese sorto in epoca umbertina dove una volta dominavano le coltivazioni di broccoli e dove cantavano, strofinando i panni, le ‘lavandaie’ del Vomero immortalate in una delle più antiche testimonianze canore napolitane. Mi tornano alla mente solo le pittoresche ‘voci’ dei venditori di allora, l’odore penetrante di una vicina torrefazione di caffè ed il profumo delle broches appena sfornate da una vicina pasticceria. Era l’anno in cui Totò portava sugli schermi il suo spassoso ‘Un Turco napoletano’ [v], mentre era al suo esordio Virna Lisi, nell’ingenuo musical partenopeo ‘…e Napoli canta’ [vi]. Ma era ancora troppo presto perché il piccolo Ermete potesse appassionarsi al cinema ed apprezzare la rutilante comicità del Principe della risata…

  • RADICE QUADRATA

180713506-b79abaaa-f8c7-4729-95f5-cc35cbec7d96La radice quadrata di 66 è 8,124…Semplificando a 8, questo numero mi fa risalire al mio ottavo anno di età, nel 1960. Era il periodo della scuola elementare e, più precisamente, del penultimo anno in cui ho frequentato l’austero edificio della ‘Luigi Vanvitelli’, con le sue aule alte e solenni ed i banchi neri di legno, per poi trasferirmi alla luminosa ed allora modernissima scuola ‘ Quarati’, più vicina alla mia nuova abitazione di via Francesco Cilea, dove la mia famiglia si trasferì nel ‘62. Di quel biennio delle elementari ovviamente ricordo assai poco, a parte il primo impegno per sostenere l’esame d’idoneità, allora previsto per passare alla terza classe. L’Ermete di allora, più alto della media e rigorosamente rivestito del classico grembiule nero con fiocco colorato a seconda della classe frequentata, era sicuramente molto studioso e piuttosto timido, ma amichevole con tutti. Uno degli ultimi ricordi che ho della ‘Vanvitelli’ è un concerto di fine d’anno durante il quale, non sapendo quale strumento farmi suonare, mi consegnarono un bel triangolo ed una bacchetta con cui percuoterlo, possibilmente a tempo con la musica…Purtroppo quella fu la prima ed ultima mia esibizione come suonatore di strumento, il che è piuttosto paradossale se si considera che da anni insegno lettere proprio in una sezione musicale…

  • ADDIZIONE

Escludendo da queste operazioni la sottrazione delle due cifre gemelle (che mi porterebbe ovviamente ante Ermetem natum…), passo quindi all’addizione.  Poiché 6 più 6 fa 12, questo numero mi riporta al 1964, quando ho compiuto il mio dodicesimo anno. Allora ero un ragazzino bruno, alto e magro che frequentava con buoni risultati la seconda media proprio nella scuola vomerese dove attualmente sto svolgendo il mio penultimo anno d’insegnamento. In una vecchia foto di classe mi rivedo in giacca e cravatta, piuttosto ‘serio’ ed un po’ distaccato dal gruppo dei coetanei, coi quali in verità condividevo ben poco, a partire dalle partite di pallone e dalla loro vivacità un po’ caciarona. Ricordo che già allora i numeri non erano proprio il mio forte, mentre mi piaceva molto leggere, scrivere e disegnare. Da ragazzo ero piuttosto introverso, sebbene mai asociale, e questo mi portava ad essere (ma non a sentirmi) piuttosto solo, sebbene attraversassi una fase della vita in cui dovrebbe prevalere lo spirito di gruppo. E’ stato allora, forse, che ho iniziato a sviluppare il mio senso di autonomia, che non voleva essere autosufficienza spocchiosa bensì capacità di stare bene in compagnia di me stesso, pur senza rinunciare all’amicizia. Questa foto in bianco e nero di me dodicenne mi riporta quindi ad un’età di transizione precoce ad una maturità più adulta e consapevole, sebbene carente di altri aspetti positivi, come la spensieratezza, la spinta al gioco ed alla collaborazione con i coetanei. Due anni dopo, nel 1966 appunto, ero invece impegnato aimages (1) concludere il biennio ginnasiale al prestigioso Liceo Classico ‘Jacopo Sannazaro’, esibendo una capigliatura più folta ed un’ombra di baffetti, ma restando sempre piuttosto schivo. Sono stati gli anni dell’approccio con il latino e greco, dominati per un terzo delle ore di scuola dalla figura della mia esigente docente di lettere, che però riuscì a farmi amare i ‘Promessi sposi’. Lo stesso successo non arrise però all’ironica e spicciativa professoressa di matematica. Ricordo invece con una certa simpatia l’anziano e bizzarro prof di francese, con le sue inesorabili ‘tre frasi alla lavagna’ e con la pretesa di farci sciroppare intere tragedie di Corneille e Racine. Era quello l’anno della tragica alluvione di Firenze, la cui cronaca fu uno dei primi esempi di diretta televisiva che colpì centinaia di migliaia d’Italiani, spingendo molti giovani a diventare volontari a fianco della traballante protezione civile del tempo. Era anche un anno culminante della rivoluzione culturale in Cina e, venendo al cinema, quello del celebre western all’italiana di Sergio Leon e  ‘Il Buono, il Brutto e il Cattivo’ , ma anche del raffinato  “Uccellacci e uccellini” di Pasolini. [vii]   

  • MOLTIPLICAZIONE

Se si moltiplicano i due 6 della mia età si ottiene 36, per cui questo viaggio a ritroso fa tappa nel 1988. A quel tempo ero al mio secondo anno d’insegnamento presso la scuola media ‘ Maglione’ di Casoria, in provincia di Napoli, dopo aver vinto il concorso a cattedre. Avevo già prestato due anni di servizio civile come obiettore di coscienza alla ‘Casa dello scugnizzo’ di Materdei, dove avevo poi svolto altri  otto anni di lavoro come volontario, animatore di gruppo e poi assistente sociale. Ricordo con piacere quel primo biennio d’impegno da docente in un istituto scolastico in cui si respirava una positiva atmosfera di collaborazione e di confronto e dove ho insegnato lettere anche in una sezione a tempo prolungato, svolgendo con un suolo gruppo-classe l’intero orario di 18 ore. E’ stato un periodo molto vivace e creativo, dove ho sperimentato vari approcci educativo-didattici ed ho  fatto interessanti esperienze interdisciplinari con i colleghi di corso. L’atmosfera che si respirava soprattutto nella parte vecchia di Casoria mi torna ancora piacevolmente alla mente, insieme al ricordo dei miei primi allievi e delle loro famiglie, con le quali la mia precedente esperienza di operatore sociale mi spingeva a mantenere rapporti abbastanza diretti e regolari, anche con visite domiciliari. candidoIn quegli stessi anni, infatti, sono stato poi referente d’istituto per l’educazione alla legalità e successivamente ‘funzione-obiettivo’ per l’area del c.d. ‘disagio’, cercando di mettere a frutto gli anni di lavoro e ricerca sociale anche nella mia attività di docente. Nel 1988 stavo approssimandomi anche al matrimonio con Anna, conosciuta un anno e mezzo prima in occasione della formazione della prima Lista Verde a Napoli, che mi permise di diventare il primo consigliere circoscrizionale ambientalista al Vomero e d’iniziare un nuovo percorso, che non è ancora finito.

A questo punto però devo fermarmi, sia perché sono finite le operazioni aritmetiche, sia perché non vorrei dare l’impressione che compiere 66 anni mi abbia portato a…dare i numeri. Concludo dunque con un aforisma che sento di poter fare mio, una volta giunto a questa età, ad un anno dalla fine del mio lungo viaggio sulla ‘route’ della scuola. Si tratta di una bella citazione tratta da un libro di Primo Levi:

«Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono. » [viii]

Felice viaggio a tutti/e !

—- N O T E ——————————————————————————————————
[i] Cfr. “Il significato numerologico del numero 6” > http://numerologica.it/project/significato-numerologico-del-numero-6/
[ii] Cfr. https://www.camelott.it/Varie/numeri.htm#66 sessantasei
[iii]  “Il numero di Allah, il suo quadrato magico e la purificazione” > http://www.tradizionesacra.it/il_numero_di_Allah_il_suo_quadrato_magico_e_la_purificazione.htm
[iv]  “Qual è il significato dei numeri doppi? Ecco cosa sono i numeri angelici di Doreen Virtue  >  https://www.panecirco.com/significato-numeri-doppi-angelici-doreen-virtue/
[v]  “ Un Turco napoletano” , regia di Mario Mattoli  (1953) > https://www.youtube.com/watch?v=YtyDq6lj0uA
[vi]…e Napoli canta” , regia di Armando Grottini (1953) > https://www.youtube.com/watch?v=Jk6RonZF4MI
[vii]Uccellacci e uccellini”, regia di Pier Paolo Pasolini (1966) > http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=26072
[viii] La citazione è tratta da: Primo Levi, La chiave a stella (1978)

UNA GRAMMATICA DELLA PACE PER COMUNICARE SENZA VIOLENZA

di Ermete FERRARO (*) e Anna DE PASQUALE (**)

1. Premessa

20180216_135503 (1)Un corso di formazione-aggiornamento per docenti sull’educazione alla pace è un’occasione preziosa per riflettere su contenuti e metodi di un approccio educativo ispirato ai valori della nonviolenza, ma consente anche di entrare nel merito di una didattica alternativa a quella che ci viene proposta in modo perentorio da un’istituzione scolastica sempre più improntata alla logica aziendalista dell’efficienza e del merito.

Il nostro intervento, previsto in apertura del Corso promosso dal Comune di Monteleone di Puglia, in collaborazione col Centro Gandhi onlus di Pisa, il XXVII C.D. di Bari-Palese ed il progetto UNESCO dell’I.C. di Accadia Anzano Monteleone e Sant’Agata, ha cercato di portare un contributo di idee e di esperienze su un terreno fondamentale per qualsiasi attività formativa. La comunicazione, infatti, è al tempo stesso il medium del processo educativo ed il suo contenuto più basilare. Parlare di pace richiede di per sé quindi non solo una chiara individuazione dei temi e problemi connessi ad un approccio nonviolento ai conflitti, ma implica una modalità comunicativa adeguata, cioè coerente con questa finalità e pertanto dialogica e costruttiva.

Dopo una premessa sul significato di una autentica educazione alla e per la pace (chiarendone obiettivi e competenze basilari)  il nostro contributo si è articolato in due momenti. Il primo – agevolato da una presentazione in PowerPoint – ha provato a sintetizzare una proposta educativa che utilizzasse tre possibili approcci metodologici alla comunicazione senza violenza, illustrandone le specificità ma individuando anche gli elementi in comune e, quindi, la possibilità di avvalersi congiuntamente di essi nel proprio percorso didattico. Un percorso che, ovviamente, riguarda in primo luogo gli insegnanti di materie letterarie, senza però escludere i docenti di altre discipline, nella misura in cui qualsiasi proposta didattica è fondata sulla relazione con i discenti e si avvale comunque di una comunicazione linguistica, verbale e non verbale.

La seconda fase è stata quella del confronto con i corsisti, rispondendo ai loro quesiti e dubbi ed approfondendo alcuni aspetti della proposta, a partire dalla creazione nel gruppo-classe di un clima interattivo sul piano logico e dialogico ed empatico su quello relazionale (***).

2. Educare alla pace: 5 obiettivi, 7 competenze e 6 percorsi

Con l’espressione educazione alla/per la pace (peace education) indichiamo un processo formativo  incentrato sull’analisi dei conflitti e la ricerca, sperimentazione e divulgazione delle modalità teoriche ed operative per risolverli   in modo costruttivo e nonviolento. [i]

  • L’educazione per la pace è orientata agli esiti del processo formativo, ossia alla realizzazione di comportamenti individuali e di gruppo che consentano un progressivo superamento della violenza nei rapporti, dal micro al macro
  • L’educazione alla pace si occupa in primo luogo della formazione ad una cultura pacifica alternativa, intesa come un insieme coerente di conoscenze e tecniche specifiche e come repertorio di tematiche e spunti per un lavoro educativo che si proponga il superamento della distruttività dei conflitti.
  • La pace nella educazione­ è un processo di miglioramento delle interrelazioni in ambito specificamente educativo, all’interno d’un cambiamento delle strutture socio-­educative (Magnus Haavelsrud).

NONVIOLENZACiò premesso, il discorso non può che focalizzarsi sugli obiettivi di tale processo formativo, a prescindere dal taglio che si imprima ad esso. Infatti, se è vero che “la pace si insegna e si impara”, a nostro avviso bisognerebbe prioritariamente insegnare ai bambini che:

  • le situazioni possono essere cambiate;
  • conflitti non vanno esorcizzati, ma affrontati in modo giusto e costruttivo;
  • pregiudizio, diffidenza, paura e ostilità vanno scoperti e combattuti nelle varie situazioni  e relazioni, perché sono fonte di ingiustizie e di violenze;
  • l’aggressività è un’energia che può anche avere aspetti positivi, ma va sempre controllata responsabilmente, per evitare che sfoci nella violenza e provochi conflitti distruttivi;
  • le “regole del gioco”della convivenza civile sono il primo terreno sul quale far crescere, giorno dopo giorno, persone mature, autonome ma anche solidali.

Una volta declinati questi cinque obiettivi  – con particolare riferimento al superamento del luogo comune secondo il quale educare alla pace significherebbe insegnare ai propri allievi come ‘evitare’ i conflitti o come sublimarli in modo più o meno ipocrita – il discorso si sposta quindi sulle sette competenze che tale approccio educativo dovrebbe prioritariamente sviluppare in loro.

  • ricercare ed attuare soluzioni per risolvere i conflitti;
  • evitare le situazioni a rischio;
  • demistificare le soluzioni violente proposte dai media;
  • resistere ai condizionamenti di coetanei e adulti a fare ricorso a comportamenti violenti;
  • saper trovare le opportune mediazioni nelle situazioni di conflitto;
  • contrastare ogni genere di pregiudizi con l’accettazione e l’apprezzamento  della diversità.
  • adottare modalità comunicative prive di violenza e sempre costruttive.

Individuate le situazioni conflittuali ed i moventi che spingono a risolverle troppo spesso secondo modalità improntate all’oppositività ed all’esclusione, risultando quindi ‘distruttive’, abbiamo cercato schematicamente di delineare percorsi formativi che perseguano finalità alternative:

  • incomprensione vs comunicazione nonviolenta
  • rifiuto della diversità vs gestione positiva delle differenze
  • separazione vs condivisione
  • diffidenza vs sviluppo di relazioni fiduciarie
  • competizione/prevaricazione vs cooperazione
  • rassegnazione alla violenza vs sperimentazione di alternative nonviolente
  • 3 . Educare ad un linguaggio sincero e pacifico

Nel 1984, sulla scorta dello storico ‘manifesto’ di Tullio De Mauro sull’educazione linguistica democratica, è stato pubblicato nei quaderni degli insegnanti nonviolenti l’opuscolo: Ermete (Hermes) Ferraro, “GRAMMATICA DI PACE: 8 tesi per l’educazione linguistica nonviolenta”. [ii]

Ebbene, dalla metà degli anni ’80 ad oggi i programmi/progetti di Educazione alla Pace (EP) hanno registrato un indubbio sviluppo ed una notevole diffusione anche in Italia, sul modello delle precedenti e più coordinate esperienze straniere. E’ spesso prevalso, però, un modello moralistico e meramente inter-personale, privo di un quadro di riferimento ideologico sul senso vero della nonviolenza.

Scarsa attenzione, inoltre, è stata riservata nel nostro Paese alla comunicazione ed all’educazione linguistica, sottovalutando il ruolo di un linguaggio violento nello sviluppo dei conflitti e, viceversa, nel loro superamento in chiave positiva e costruttiva. Ecco perché abbiamo deciso di dare spazio in questo Corso alla comunicazione nonviolenta, coniugando tre metodi per insegnare ai ragazzi/e che un linguaggio di pace è possibile e che la scuola può essere un’importante occasione per apprenderlo e sperimentarlo.

9561729_origLa mie Otto tesi per l’Educazione linguistica nonviolenta (ELN) cercavano di far luce su funzioni e disfunzioni del linguaggio umano, utilizzabile sia in positivo sia in negativo. Il percorso proposto si basava sulle tre principali funzioni del linguaggio: cognitiva sociale ed espressiva.

  • FINESTRE PER  SCOPRIRE  O  PERSIANE  PER  COPRIRE?

Comunicare significa scoprire ed il linguaggio serve ad affacciarsi sul mondo, per osservare e comprendere la realtà. Il guaio è che molto spesso le parole sono usate, al contrario, proprio per chiudere la finestra della comunicazione, per non far capire, e quindi per coprire la realtà.

–> L’ELN propone di riaprire questa finestra sul mondo, eliminando al massimo deformazioni, equivoci ed ostacoli alla comunicazione interpersonale e riaprendo il flusso di una comunicazione che, già etimologicamente, vuol dire mettere in comune con gli altri idee ed emozioni.

  • PONTI PER  UNIRE  O MURI  PER  DIVIDERE?

Comunicare significa usare il linguaggio come uno strumento di socializzazione, cioè per ‘mettere in comune’, per collegare le individualità  e per unire. Troppo spesso, però, le parole sono mattoni che, anziché  creare ponti, servono a costruire dei muri. La lingua viene usata quindi per  tagliare fuori gli altri, cioè per separare e dividere.

–>L’ELN propone perciò di educare i ragazzi ad usare le lingua come strumento di pace e come mezzo di scambio empatico. Il primo passo è renderli consapevoli della negatività di una comunicazione che sottolinei le diversità, presentandole come ostacoli e non come occasione  di reciproco arricchimento.

  • COLOMBE PER  FAR ESPRIMERE  O CIVETTE  PER  REPRIMERE?

Comunicare serve in primo luogo ad esprimersi, cioè a manifestare liberamente emozioni e idee, condividendole con gli altri. L’educazione tradizionale, invece, spesso abitua i ragazzi  a ‘travestire’ e ‘sublimare’ i loro pensieri e sentimenti, cioè  a fingere e simulare, comunque a reprimersi.

–> L’ELN propone di restituire alle parole la loro natura di specchio del pensiero, di espressione chiara e onesta dei sentimenti. La ‘colomba’ del linguaggio sincero e rispettoso deve sostituire la ‘civetta’ d’una comunicazione  falsa, ipocrita ed opportunista.

4. Promuovere una comunicazione empatica e nonviolenta

 La Comunicazione Nonviolenta (CNV) ® è un metodo psico-relazionale promosso già  negli anni ‘60 dallo psicologo statunitense Marshall B. Rosenberg  [iii] per liberare persone e gruppi dalla violenza e dalla paura che l’alimenta. Il fine perseguito è recuperare un rapporto comunicativo con gli altri che sia empatico, collaborativo, compassionevole – e quindi nonviolento. La CNV – definita anche ‘linguaggio di vita’ o ‘linguaggio-giraffa’ – incoraggia infatti l’osservazione non giudicante e l’espressione/comprensione reciproca di sentimenti, bisogni e richieste.

  • DISTINGUERE LE  OSSERVAZIONI  DALLE  VALUTAZIONI

Il primo obiettivo è imparare ad osservare (cioè leggere ciò che ci trasmettono i sensi) senza voler a tutti i costi valutare  e, soprattutto, senza mescolare impropriamente le osservazioni con le valutazioni. Quando questo succede, infatti, si provoca la reazione istintiva di chi si sente criticato che, di conseguenza oppone una istintiva resistenza come autodifesa della propria personalità.

–>La CNV scoraggia quindi ogni tipo di generalizzazioni, giudizi e tentativi d’incasellare la realtà dentro categorie rigide e prefissate, e promuove un’analisi oggettiva delle proprie sensazioni.

  • COMPRENDERE ED ESPRIMERE  I  SENTIMENTI

Il secondo passo è mettere le parole al servizio dell’espressione dei nostri sentimenti e della comprensione empatica di quelli degli altri. La paura, invece, ci spinge a esorcizzarli, a causa di un’educazione troppo spesso repressiva e colpevolizzante.

–>La CNV incoraggia la libera manifestazione dei sentimenti, superando timori, blocchi e sensi di colpa attraverso l’espressione autentica di quanto proviamo.

  • COGLIERE/ESPRIMERE I  BISOGNI  DIETRO  I  SENTIMENTI

downloadIl terzo passo è il superamento della nostra tendenza a biasimare ciò che non ci piace degli altri. Dovremmo concentrarci piuttosto sui nostri bisogni più profondi, che stanno alla base dei sentimenti che proviamo. Purtroppo molte persone provano difficoltà a riconoscere i propri bisogni, ragion per cui Rosenberg ne propone un ampio repertorio, elencando gli human needs fondamentali. Essi vanno da quelli fisiologici (fra cui l’esigenza di giocare…) a quelli relativi alla personalità: autonomia, indipendenza, integrità, comunione …  –

->La CNV propone di mettere da parte critiche, rimproveri ed aspettative verso gli altri, riscoprendo /esprimendo i veri bisogni .

  • COGLIERE ED ESPRIMERE LE RICHIESTE, EVITANDO LE PRETESE

L’ultimo passo – apparentemente il più facile – è imparare a fare richieste chiare ai propri interlocutori. Spesso, infatti, quelle da noi manifestate sono più che altro delle pretese. Di fronte ad esse, di conseguenza, gli interlocutori si trovano di fronte a due opzioni possibili: sottomettersi o ribellarsi. In entrambi i casi si realizza un potere sugli altri e non con gli altri. Altre richieste da evitare sono quelle generiche, ambigue o espresse in modo negativo.

–> La CNV propone quindi di stabilire una comunicazione empatica con gli altri, seguendo la ‘formula’: I SEE (vedo) /I FEEL  (sento-provo) I NEED (ho bisogno che…) / I’D LIKE (mi piacerebbe che tu…).                      

 

5 . Sviluppare una comunicazione ecologicamente rispettosa

La Comunicazione Ecologica (C.E.)  – proposta dallo psicoterapeuta  sistemico Jerome Liss  [iv] – è l’applicazione dei principi ecologici alle relazioni umane: coltivare le risorse di ogni persona, rispettare la diversità pur mantenendo una coesione globale, agendo per un obiettivo comune. E’ indispensabile ristabilire un equilibrio ecologico tra i bisogni individuali e la crescita della totalità. Va quindi facilitata nei gruppi una comunicazione democratica, cercando soluzioni alternative ai conflitti e superando le valutazioni negative con una “critica costruttiva“.

  • EVITARE DOGMATISMI E GIUDIZI RIGIDI

Il primo passo per una comunicazione costruttiva – pacifica ed ecologica – è evitare ogni forma di dogmatismo e di rigidità che alimenti i conflitti. Irrigidire e contrapporre le proprie posizioni è infatti un modo oggettivamente aggressivo per marcare posizioni più che per giungere ad un vero dialogo.

–> La C.E. insegna a ‘rispettare il territorio’ altrui, non calpestandolo aggressivamente, evitando di semplificare strumentalmente la realtà e di polarizzare le posizioni in maniera antitetica.

  • DISCUTERE PER VALORIZZARE LE DIVERSITÀ, NON PER RAGGIUNGERE IL CONSENSO

Il secondo passo è quello di scegliere il vero dialogo, accogliendo le differenze anziché usarle come armi improprie. Concetti polarizzati e giudizi aspramente critici  impediscono la comprensione di realtà complesse, trasformando la discussione in gara per decidere chi ha ragione, ossia in una ‘guerra di parole’. Troppo spesso, dunque, discutere non è uno strumento di confronto e comprensione reciproca, diventando un braccio di ferro che mira solo ad affermare le proprie idee (ma il realtà una sorte di potere) sugli altri.

–>La C.E. propone di ascoltarsi reciprocamente, evitando le polemiche – che alzano muri d’incomprensione – e ristabilendo il flusso della comunicazione interpersonale.

  • PROPORRE REALTÀ CONCRETE, NON SCHEMI ASTRATTI

la-comunicazione-ecologica_48930Il terzo elemento d’un confronto ecologico è la ricerca di un vero dialogo, evitando le astrazioni, facendo proposte concrete e valorizzando al massimo le differenze, in modo da  perseguire non tanto il consenso quanto obiettivi condivisi. Comunicare con una modalità ‘ecologica’ richiede di attenersi alla realtà dei fatti, per evitare che l’astrattezza dei concetti conduca ad una contrapposizione sterile, che serve solo a stabilire ‘chi ha ragione’.

–>La C.E. propone di eliminare dalla discussione le contrapposizione di principi astratti e di scegliere invece di mantenere il confronto su un piano di concretezza fattuale.

  1. Una possibile sintesi per sperimentare una comunicazione dialogica, costruttiva e pacifica

L’illustrazione sintetica di queste tre metodologie, oltre ad avere una finalità teorica – ha offerto a docenti, educatori e genitori l’opportunità di venire a conoscenza di come sarebbe possibile sviluppare una comunicazione nonviolenta, proponendosi di suscitare una esplorazione in prima persona di queste ‘vie’. Soltanto una loro sperimentazione diretta, infatti, potrà consentire un progressivo, auspicabile, cambiamento nei processi educativi.

Si tratta, è vero, di tre approcci abbastanza differenti, ma è altrettanto evidente che lo spirito che li anima è lo stesso e che la finalità comune è educare ad una comunicazione che sia costruttiva invece che distruttiva, costituendo di fatto il primo (ed essenziale) strumento per realizzare un’educazione alla e per la pace. Confrontate sinotticamente, infatti, queste tre metodologie – oltre a poter essere approfondite ed applicate singolarmente – consentono un approccio più integrato che, in sintesi, passa attraverso le seguenti quattro fasi fondamentali:

  • SCOPRIRE/RICONOSCERE –> bisogni e sentimenti;
  • ESPRIMERE –> bisogni e sentimenti , ma anche richieste;
  • DIALOGARE –>  in modo positivo (bisogni), empatico(sentimenti) e costruttivo(richieste)
  • PROPORRE SOLUZIONI –>  concrete, condivise e costruttive (vedi sopra) .

Occuparsi della comunicazione nonviolenta come mezzo per educare alla pace implica una grande attenzione alle modalità del processo comunicativo in sé, non in quanto i conflitti abbiano origine solo dalle idee e dalle parole, ma perché da esse sono veicolate sia le abituali soluzioni distruttive ad essi, sia quelle costruttive e dialogiche, purtroppo assai meno frequenti.

Si ritiene pertanto che l’illustrazione di questi tre approcci metodologici, veicolata dalla suddetta presentazione in Power Point, abbia fornito alcuni strumenti di base, ma non ha certo esaurito la gamma delle possibilità né aveva la pretesa di risultare esaustiva. Ai partecipanti al Corso, proprio per approfondire quanto detto, è stata fornita una scheda con una sintetica bibliografia di riferimento, ma soprattutto si è aperto con loro un primo confronto.

Più che soffermarsi sugli aspetti teorici e pratici delle proposte per formare ad una comunicazione pacifica, quindi, si sono raccolte osservazioni e domande su di esse, cercando di chiarire sia i concetti di base esposti sia le modalità operative possibili.

In particolare, si è sottolineato che solo una piccola percentuale della comunicazione (circa il 30%) è veicolata dal linguaggio verbale, per cui il concetto di grammatica della pace – introdotto all’inizio – va comunque inteso in senso più ampio. I destinatari del processo formativo, infatti, non devono essere avviati ad un dialogo pacifico soltanto sul piano logico -verbale tipico dell’educazione formale offerta dalla scuola,  ma anche attraverso modalità comunicative che risultino di per sé empatiche e costruttive, cioè capaci di stabilire un flusso di idee ed emozioni libero, rispettoso e scevro da ogni forma di violenza. Il fine della comunicazione nonviolenta ed il mezzo del processo educativo, secondo l’imprescindibile insegnamento gandhiano, devono dunque essere perfettamente coerenti. 

Insegnare la pace attraverso l’educazione ad una corretta comunicazione, di conseguenza, richiede non soltanto il necessario approfondimento delle proposte educative accennate in quella sede, ma anche la volontà di tener conto del fatto che i bisogni umani fondamentali sono alla base delle emozioni e delle richieste. Il ruolo educativo, pertanto, si esplica anche ricercando un contatto empatico con i discenti ed un approccio nei loro confronti che sia di per sé nonviolento, cioè non giudicante ed aperto al dialogo.

Nel corso della discussione con i corsisti, a tal proposito, si è fatto cenno ad esperienze didattiche che utilizzino quotidianamente in classe metodi e strumenti come il circle time, l’appello emotivo, il brainstorming ed altre tecniche di condivisione di sensazioni-emozioni-bisogni.

oponoUn’altra tecnica di ‘pacificazione’ della comunicazione interpersonale cui si è fatto riferimento è quella, propria delle culture orientali, che si avvale delle parole in modo differente, ad esempio mediante l’uso di mantra particolarmente significativi come lo “Ho-oponopono[v], nel quale si riassume il senso di un rapporto fondato su rispetto, gentilezza,  riconoscimento dei propri limiti e tensione al superamento positivo del conflitto.

Insomma, se è vero che la pace s’impara – e quindi s’insegna – è altrettanto vero che non si può raggiungere questo auspicabile obiettivo usando metodi didattici tradizionali, formali ed esclusivamente mentalisti.  Bisogna quindi partire da se stessi, scoprendo quella parte di aggressività autoritaria ed impositiva che inevitabilmente s’inserisce in ogni rapporto formativo. E’ questo il primo passo per instaurare un autentico dialogo con i propri interlocutori, guidandoli verso un modo di comunicare che non copre, divide e reprime ma, al contrario, sviluppa la scoperta, l’accettazione/valorizzazione delle diversità e la libera e sincera espressione di sé.

Una Grammatica della pace è questo ma molto altro. Il modo migliore per cominciare a sperimentarla è seguire in prima persona questo per-corso, verificandone potenzialità ed eventuali limiti, per poi andare avanti sulla strada della comunicazione nonviolenta per educare alla pace.[vi]

 —————————RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI————————-

[i]  Ermete Ferraro, EDUCAZIONE O MALEDUCAZIONE ALLA PACE ?, Napoli 2008 > (http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf ) – Vedi anche: – Alfredo Panerai, Martina Nicola e Gloria Vitaioli, a cura di, MANUALE DI EDUCAZIONE ALLA PACE, Principi, idee, strumenti, Edizioni Junior, Parma 2012, pp. 324; – Daniele Novara, LITIGARE FA BENE, Insegnare ai propri figli a gestire i conflitti, per crescerli più sicuri e felici, Milano, BUR Rizzoli, 2015
[ii] Ermete (Hermes) Ferraro, GRAMMATICA DI PACE,  Otto tesi per l’Educazione  Linguistica  Nonviolenta, Torino,  Ed. Satyagraha, 1984 (quaderno n. 11 degli insegnanti nonviolenti)
[iii] Rosenberg,   Marshall   B.,  LE PAROLE SONO FINESTRE  [OPPURE MURI]. Introduzione   alla Comunicazione Nonviolenta, Esserci, Reggio Emilia  2003  (Nonviolent Communication. A Language of Compassion, 1999)
[iv] Jerome Liss, LA COMUNICAZIONE ECOLOGICA, Manuale per la gestione dei gruppi di cambiamento sociale, Bari, Meridiana, 2017
[v] Sulla tecnica dell’Ho-oponopono v.: https://www.amaresestessi.com/hooponopono-cose-e-come-si-pratica/
[vi] Un testo in inglese sull’educazione ad una comunicazione pacifica è:  THE LANGUAGE OF PEACE, Communicating to Create Harmony, Edited by Rebecca L. Oxford, University of Maryland (2013) (http://www.infoagepub.com/products/The-Language-of-Peace) A volume in the series: Peace Education. Editor(s): Laura Finley, Barry University. Robin Cooper, Nova Southeastern University.

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(*) Ermete FERRARO (Napoli 1952) è laureato in Lettere , diplomato in Servizio Sociale ed ha un certificato di Operatore Pastorale della Caritas. Animatore socio-culturale ed assistente sociale fino al 1985, da allora ha insegnato materie letterarie nella scuola media. Fra i primi obiettori di coscienza napoletani, di formazione cattolica e nonviolenta, è stato attivista di varie organizzazioni pacifiste (Movimento Nonviolento, Lega degli Obiettori di Coscienza, Movimento Internazionale delle Riconciliazione), occupandosi di ricerca sulla pace e di educazione alla pace. Dalla seconda metà degli anni ’80 ha sviluppato il suo interesse ecopacifista sia in ambito politico (come consigliere circoscrizionale e provinciale dei Verdi a Napoli) sia come militante di varie organizzazioni ambientaliste. Attualmente è Portavoce per Napoli e consigliere nazionale di VAS (Verdi Ambiente e Società), Presidente della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità e referente del Gruppo di Napoli del MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione). Autore di libri, saggi e articoli, cura un blog (http://ermetespeacebook.com )  ed un sito web (www.ermeteferraro.org).
(**) Anna DE PASQUALE (Napoli 1956) ha conseguito il Diploma di Magistero in Scienze Religiose ed insegna Religione nelle scuole medie. Impegnata fin dagli anni ’80 nelle battaglie contro il nucleare e per la pace, insieme ad Ermete Ferraro ha contribuito alla nascita nel 1987 della prima lista dei Verdi a Napoli ed ha anche successivamente partecipato ad alcune attività ecopacifiste di VAS. Dopo un corso su tale disciplina, ha poi conseguito il certificato come Operatrice in Ortho-bionomy ® ed esercita volontariamente questa attività presso la Parrocchia in cui svolge varie attività pastorali.  E’ sposata con Ermete ed è madre di tre figlie.
(***) Questo articolo è stato pubblicato all’interno (pp.187-198) del volume: Raffaello Saffioti (ed.), PICCOLI COMUNI FANNO GRANDI COSE! , Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2018. Il libro è il Quaderno Satyagraha n. 32, ha 302 pagine e può essere ordinato a: http://www.gandhiedizioni.com/page3/page3.php

“Al cor gentil rempaira sempre amore…”

Elogio della gentilezza

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Illustrazione dell’articolo su TIME ( Jan. 15, 2018)

Circondati come siamo dagli echi di stragi, vendette, ostilità e polemiche a tutti i livelli,  può  sembrare bizzarro che si parli della gentilezza e della sua importanza. Siamo talmente abituati all’aggressività ed alla violenza  che risalta dalla realtà quotidiana che essa ci suona come una parola fuori dal tempo, una virtù ormai in desuetudine, un atteggiamento arcaico ed obsoleto.

Il titolo che ho scelto cita infatti l’incipit della nota ‘canzone’ di Guido Guinizzelli, manifesto stilnovista che ci ricorda la perduta gentilezza. Eppure lo spunto per questa mia riflessione è assai più recente, trattandosi di un articolo pubblicato sul numero del 15 gennaio di TIME magazine, il cui titolo augurale è: “One hope for the new year: a kinder culture” [i].  L’argomento sul quale l’autrice, Kristin van Ogtrop, ha voluto richiamare la nostra attenzione – presa prevedibilmente da ben altro… – è proprio la speranza che il nuovo anno ci renda più consapevoli di quanto sia importante impegnarsi, a partire dalla scuola, per sviluppare e diffondere una ‘cultura più gentile’.  Non si tratta certamente della ducentesca visione del ‘cor gentil’ in cui si rifugia l’amore, come un uccello tra le foglie di un albero, bensì dell’esperienza attuale e diretta del figlio dell’autrice, al primo anno come maestro elementare in una scuola pubblica statunitense. Egli si dichiarava sorpreso di quanto  i suoi alunni di 8-9 anni si trattassero male l’uno con l’altro ma, al tempo stesso, manifestassero il bisogno di ricevere quella gentilezza di cui essi non sono però portatori.

«Sul piano quotidiano, essi inciampano in tre ostacoli: mancanza di controllo degli impulsi, incoscienza e difficoltà a perdonare o a lasciar perdere” – osserva la Ogtrop, precisando che ciò non dipende dagli stessi bambini, ma piuttosto dal modello socio-culturale che essi assorbono dagli adulti – Nella nostra ricerca del successo, siamo diventati troppo individualisti, troppo egoisti, restii ad ammettere di essere dipendenti da qualcuno. Ma Phillips e Taylor credono che ci sia ancora speranza nei bambini, se noi adulti non li roviniamo. Essi scrivono: “Il riflesso virtuale della preoccupazione e dell’impegno che i bambini mostrano per gli altri fin troppo facilmente si perde crescendo; e tale perdita, quando si verifica su scala abbastanza ampia, è un disastro culturale”» [ii]

Giunto ormai quasi al termine della mia esperienza educativa, dopo 10 anni di lavoro socio-culturale di base ed altri 33 d’insegnamento nelle scuole medie statali, ammetto di essere stato colpito dall’articolo e dagli interrogativi che esso pone. Col passare del tempo, infatti, registro anch’io un diffuso deterioramento del rapporto interpersonale fra i ragazzi, caratterizzato da una crescente aggressività – più psicologica che fisica – e da un alto tasso di polemicità ed intolleranza reciproca. Maniere gentili,  disponibilità ed empatia – sebbene oggi nella scuola se ne parli più di prima – sembrano essere stati sostituiti sempre più spesso da atteggiamenti egocentrici, insofferenza verso i compagni e tendenza all’affermazione personale a tutti i costi. Ma che cos’è che spinge bambini, ragazzi ed adolescenti dei nostri tempi a scordarsi delle buone maniere e ad assumere comportamenti che talvolta rasentano la prevaricazione? E, soprattutto, come mai quegli stessi soggetti in altri momenti appaiono fragili, maledettamente sensibili all’aggressività altrui e bisognosi di comprensione e protezione?

Senza dubbio un grosso peso in questo logoramento dei rapporti tra pari lo ha l’atmosfera sociale in cui i nostri ragazzi vivono quotidianamente, respirando a pieni polmoni l’individualismo, l’egoismo e l’incapacità di sentirsi dipendenti dagli altri che caratterizza i rapporti fra gli adulti, come sottolineava la Ogtrop. Il fatto è che è venuta progressivamente meno la spinta alla ricerca di un bene davvero comune. Si sono estinti a poco a poco i legami parentali ed amicali che tenevano insieme le comunità di una volta. Si è, insomma, esaurita quasi del tutto la carica solidaristica derivante sia dalla ‘fraternità’ della morale cristiana, sia dall’etica laica motivata da una visione socialista. E non si può negare che i risultati sul piano relazionale – e quindi sotto il profilo psicosociale – siano sotto gli occhi di tutti.

Diffidenza, paura, aggressività, diffidenza, paura…

images (3)Il Mahatma Gandhi – della cui morte si celebra il 70° anniversario – ci invitava ad “essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. E’ una delle sue frasi più famose e citate, ma forse oggi dovremmo interrogarci preliminarmente se noi adulti siamo ancora capaci di perseguire una visione del mondo che ci porti a quel cambiamento cui dovremmo improntare i nostri comportamenti.  Non si tratta, secondo me, soltanto dell’abituale  incoerenza tra fini e mezzi – che ha sempre finito col giustificare la violenza – ma di una più sostanziale perdita di una prospettiva che ci motivi davvero al cambiamento. Sappiamo bene che ogni forma di aggressività nasce in qualche modo dalla diffidenza, dalla paura, dalla difesa del sé, dal rifiuto dell’idea stessa che gli altri c’impongano la loro volontà. In assenza di certezze sulla solidità dei legami che dovrebbero unirci, questa paura dell’altro è quindi diventata ancora maggiore, alimentata da diffidenze , egoismi e meccanismi di autodifesa, capaci di trasformarsi anche in strumenti di offesa preventiva.

Eppure  – almeno a livello mentale – dovremmo essere più consapevoli ormai che la gentilezza è un’ottima arma difensiva, nella misura in cui smonta l’aggressività altrui e disarma con la forza della mitezza chi ci voglia attaccare. Non mi riferisco ad una filosofia astratta, ma a principi che perfino i bambini imparano quando iniziano a praticare arti marziali, ad esempio il rispetto, la determinazione, la pazienza, la resistenza, la flessibilità, l’adattabilità, la fiducia e, soprattutto, l’autocontrollo. Sono tutte qualità che, viceversa,  spesso difettano ai nostri ragazzi, soprattutto il controllo degli impulsi distruttivi, che è poi il fulcro di una nonviolenza da costruire giorno dopo giorno ed a partire da se stessi. Bisogna ammettere, d’altra parte, che si tratta di un’impresa non facile in una società che sempre più frequentemente presenta come modelli da imitare persone arroganti, maleducate, urlanti, offensive e costantemente in posizione d’attacco.  Non dobbiamo però disperare, perché – anche a prescindere da insegnamenti morali e religiosi – l’umanità sta lentamente riscoprendo che, in fondo, essere gentili ci aiuta, che può essere un reale vantaggio.

« Per fortuna, come spesso avviene nelle crisi specie quando sono veramente grandi, il cambiamento passa per lo stretto sentiero dell’utilità. E così lentamente, sottotraccia, stiamo scoprendo che essere gentili conviene (tra l’altro non costa nulla) e non esserlo è uno spreco in termini di qualità della vita, sentimenti e salute compresi. Piero Ferrucci, filosofo e psicologo, in un famoso libro intitolato La forza della gentilezza (edizioni Mondadori), scrive: «La gentilezza non è un lusso, ma una necessità». Un concetto che oggi circola molto attraverso il canale di Internet, dove si stanno moltiplicando le condivisioni dei comportanti ispirati alla cortesia, le associazioni come Il “Movimento italiano per la Gentilezza” (www.gentilezza.it), e perfino i corsi sul web delle buone maniere, quelle che nella scuola reale sono state cancellate. Tempo al tempo e vedrete che la gentilezza tornerà di moda, di gran moda…» [iii]

Educare alla gentilezza, di conseguenza, dovrebbe essere una preoccupazione per ogni docente, se non altro per stemperare il clima competitivo e assai poco solidaristico che troppo spesso si avverte nelle nostre aule scolastiche. Bisogna educare alla gentilezza perché – citando ancora Guinizzelli – l’amore trova rifugio solo nei cuori gentili, per cui una seria educazione all’affettività è indispensabile alla formazione umana e civile degli studenti. Ma bisogna farlo anche perché la gentilezza non è affatto un punto di debolezza bensì di forza nello sviluppo umano dei singoli, ed inoltre contribuisce a sviluppare un clima più armonico e costruttivo nelle comunità in cui viviamo.

Gentilezza autentica, non ipocrita cortesia formale

images (1)Ovviamente quando faccio questa affermazione mi riferisco alla gentilezza autentica, che viene dal cuore e dalla mente, non alle generiche ‘buone maniere’, che ne costituiscono un’etichetta esteriore ed un po’ ipocrita, sebbene parzialmente da riscoprire in tempi di arroganza e volgarità.

« Ancora oggi, per la verità, quando parliamo di «gentilezza» cadiamo nel tranello semantico: gentile vs maleducato. E forse la Giornata Mondiale della Gentilezza (che è ricorsa ieri come ogni 13 novembre) è stata creata apposta per rivendicare un po’ di sacrosanta buona educazione. Naturalmente in un mondo essenzialmente maleducato, scorbutico, brutale come il nostro la gentilezza così intesa sarebbe già tanto, ma non è tutto. Perché, lungi dall’essere l’equivalente della cordialità zuccherosa, la gentilezza è, insieme ad altre virtù, un cardine della «grammatica dell’interiorità», come direbbe uno studioso dei sentimenti qual è Antonio Prete.» [iv]

E’ evidente che a portare avanti questa ri-educazione alle gentilezza  non basta la pur importante formazione scolastica, se la nostra vita quotidiana – e quella dei nostri figli –  resta improntata a relazioni scostanti, conflittuali, talvolta decisamente aggressive. Non serve insegnare la gentilezza reciproca dentro le aule scolastiche se tali imput educativi si scontrano regolarmente con maniere brusche, pretese egoistiche ed incapacità di esprimere sentimenti come il rispetto delle esigenze e sensibilità altrui, la consapevolezza dei nostri limiti ed il senso di gratitudine per ciò che gli altri fanno per noi.

« In pochi anni nelle nostre case, secondo una ricerca dell’associazione Gentietude che promuove uno stile di vita fondato sulle buone maniere, in quasi la metà delle famiglie italiane sono state rimosse le parole Grazie, Per favore, Posso? Cancellate. A rimetterle in campo ci ha dovuto pensare Papa Francesco che con il suo linguaggio diretto ha invocato, non solo per i cristiani, l’uso di tre parole per dare longevità alla vita matrimoniale. Grazie, Permesso e Scusa. Tre vocaboli che non siamo più abituati a pronunciare, quando chiediamo un’informazione in strada, quando spintoniamo qualcuno per la fretta di raggiungere un luogo (ma dove corriamo ogni attimo della nostra esistenza?), quando interrompiamo chi sta provando a parlarci, a comunicare oltre il muro dell’autismo dei nostri pensieri autoreferenziali ed egocentrici.» [v]

E’ la stessa autoreferenzialità che si trasforma spesso nella presunzione di poter fare a meno degli altri, o addirittura nella convinzione che gli altri siano ostacoli alla nostra autoaffermazione. Entriamo quindi in una continua collisione con i corpi e le menti di chi ci sta intorno, perché non sappiamo più dare il giusto peso alla collaborazione, all’integrazione, allo sforzo comune per conseguire obiettivi che siano collettivi e non solo personali. E’ ciò che succede in famiglia, nei rapporti di vicinato, nelle relazioni di lavoro e perfino nella sfera virtuale degli spettacoli televisivi, cinematografici e delle stesse attività ludiche e ricreative, che tanta influenza esercitano soprattutto sui minori.  Gli effetti su personalità in formazione come quelle dei nostri figli e nipoti, infatti,  sono fin troppo evidenti.

Qualche giorno fa ho chiesto a degli alunni di terza media quali significati attribuissero al termine ‘gentilezza’, facendoli esprimere in un improvvisato brainstorm. Le risposte – anche se si tratta di una classe che non si contraddistingue propriamente per questa virtù – sono state pronte e significative. Buona educazione, bontà, generosità, disponibilità, empatia, rispetto, amicizia, gratuità sono solo alcuni dei termini che quei ragazzi hanno collocato nel campo semantico della ‘gentilezza’, dimostrando chiaramente come si possano avere le idee chiare in proposito, pur senza necessariamente comportarsi nella maniera delineata da questi termini. Riabituarci e riabituare i nostri ragazzi a modi meno sbrigativi ed autoreferenziali, pertanto, è l’unica strada per cercare di essere il cambiamento di cui pur avvertiamo il bisogno.

Per una ri-educazione sentimentale

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N. Drew – Ch. M. Tinari, Simple Tips for a Kinder  Middle School Culture, Free Spirt Publications

 

E’ esattamente lo sforzo che c’invitava a fare, cominciando già dalle piccole cose di ogni giorno, Massimo Gramellini in uno dei suoi ironici corsivi.

«La defunta [gentilezza] non richiedeva sacrifici particolari e nemmeno eroismi. Solo un po’ di educazione e, prima ancora, di umanità. Era una forma mentale. Talvolta ipocrita, e però utile ad ammorbidire le asprezze della vita quotidiana. Grazie, prego, passi pure, mi scusi, ma si figuri, non me n’ero accorto, ha bisogno?, c’era prima il signore, non si preoccupi, disturbo? Ciascuna di queste espressioni, e dei gesti che spesso le accompagnavano, era una pennellata di grasso sugli ingranaggi esistenziali. Un balsamo che non migliorava le cose, ma consentiva di affrontarle per quel che erano, senza dovervi aggiungere lo sconforto che sempre ci assale quando abbiamo la sensazione di andare contromano […] L’idea che nelle relazioni umane sia ancora possibile mettersi nei panni degli altri è considerata bizzarra. Ma non me ne vengono in mente di migliori per uscire da una crisi che ha spolpato i portafogli solo perché da tempo aveva già corroso i cuori.» [vi]

Un mezzo indispensabile per svolgere una efficace formazione alla gentilezza è, a mio avviso, la educazione alla comunicazione nonviolenta, cioè all’utilizzo di un linguaggio costruttivo e non distruttivo, che contribuisca a costruire ponti anziché muri. E’ dalla metà degli anni ’80 che mi sono cimentato in questo percorso, ipotizzando una ‘educazione linguistica nonviolenta’ che aiuti i nostri ragazzi ad uscire dalla violenza – manifesta ma spesso subdola – di una comunicazione aggressiva, ambigua e fonte di ostilità e di divisioni. [vii]  E’ innegabile che si tratta di un lavoro didattico  molto più impegnativo di quello di trasmettere conoscenze o meglio, come si preferisce adesso, costruire competenze.  E’ però un obiettivo che non possiamo permetterci di mancare, pena la perdita di quelle doti essenziali che hanno consentito all’umanità di sopravvivere alla sua stessa strenua lotta per la sopravvivenza.  Si tratta infatti di riscoprire quella ‘humanitas’ tanto lodata dagli antichi ma che si presenta come una virtù complessa, che racchiude in sé gli ideali di attenzione, comprensione, cura reciproca e benevolenza. In una parola, si tratta di aiutare i più giovani a ricercare ciò che ci unisce e ci fa sentire fratelli e solidali.  In un contesto più vicino a noi, si tratta insomma di rendere centrale l’ammonizione di don Milani, che sulla parete della sua scuola aveva fatto apporre il cartello ‘I CARE’ «…il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E’ il contrario del motto fascista “Me ne frego”

In un momento in cui tornano ad avvertirsi, cupi e minacciosi, gli echi del nazionalismo, del razzismo e del disprezzo per chi è diverso, dunque, sarebbe opportuno ricordarci del monito del Priore di Barbiana e ridare il giusto peso a quel semplice motto. Esso certamente prefigurava una disposizione d’animo che va ben oltre la semplice gentilezza, ma di cui la vera gentilezza è un sicuro segnale. Essa va accompagnata da una più complessiva educazione al rispetto degli altri, all’autocontrollo personale, alla disposizione al perdono ed alla riconciliazione. I nostri ragazzi dovrebbero imparare in primo luogo – dagli insegnamenti ma soprattutto dal nostro esempio – l’importanza di utilizzare più spesso semplici espressioni come quelle suggerite da Papa Francesco: grazie, permesso, scusa. E non solo per apparire più educati e corretti, ma perché le lacerazioni dell’animo e le ferite psicologiche non si guariscono ferendo e lacerando anche la sensibilità degli altri. E’ l’esercizio delle virtù che il catechismo cattolico definisce ‘cardinali’, cioè: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Sembrerebbero termini fuori corso, concetti desueti, espressioni ormai prive di senso. Eppure – secondo il Vangelo – non c’è agàpe (la fondamentale virtù teologale della ‘carità’) se non si comincia ad assumere atteggiamenti e comportamenti improntati a quelle quattro qualità basilari. In particolare la fortezza  ci parla di una grande forza interiore, che è  poi l’esatto contrario della ‘debolezza’  che si attribuisce erroneamente a chi è gentile.

images (2)Si tratta di un addestramento quotidiano, attraverso il quale i ragazzi possano comprendere – praticandola –  che la gentilezza non ci sminuisce, non ci rende più fragili ed esposti, ma piuttosto ci fortifica interiormente, ci apre all’altro e ne smonta l’aggressività. La mitezza evangelica [viii] – una delle beatitudini – parte dall’amore per il prossimo e genera amore nel prossimo. Non è mai passività, rassegnazione o resa al male, bensì reazione costruttiva e non distruttiva, resistenza nonviolenta.  E allora recuperiamo questo basilare insegnamento, che troviamo anche in altre culture, a partire da quelle orientali, per le quali una pratica importante è quella del mantra, la ripetizione mentale di una frase che racchiuda un insegnamento. Anche antiche popolazioni hawaiane utilizzavano una pratica del genere, che è stata recentemente riproposta a noi occidentali di oggi.

« Ho’oponopono è un metodo di pulizia mentale e spirituale, una purificazione dalle paure e dalle preoccupazioni […] Ogni volta che qualcosa ci disturba, che percepiamo di essere in una disarmonia, che riconosciamo un conflitto o un problema, possiamo fare Ho’oponopono. 1. Preghiamo di ottenere conoscenza, coraggio, forza, intelligenza e calma. 2. Descriviamo il problema e poi cerchiamo nel nostro cuore il modo in cui abbiamo contribuito a crearlo. Il nostro contributo può essere per esempio un giudizio, un determinato comportamento o un ricordo che va guarito. 3. Perdoniamo incondizionatamente e pronunciamo le quattro frasi magiche: mi dispiace; perdonami; ti amo; grazie. 4. Ringraziamo, ci fidiamo e lasciamo andare.» [ix]

oponoCostruiamo insieme, dunque, una cultura della gentilezza, utilizzando gli insegnamenti della saggezza antica ed i precetti morali della religione, ma anche quello che c’insegna la psicologia. Ce n’è tanto bisogno e non possiamo limitarci ad aspettare che siano gli altri a prendere l’iniziativa. Ecco perché, gandhianamente,  dobbiamo sforzarci di diventare il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Facciamolo però senza sentirci superiori agli altri, anzi perdonandoci la nostra stessa debolezza, praticando in tal modo la gentilezza prima verso noi stessi.

N O T E ——————————————————————————

[i] Kristin van Ogtrop, “One hope for the new year: a kinder culture” TIME, Jan. 15,2018  > http://time.com/5087376/one-hope-for-the-new-year-a-kinder-culture/

[ii] Ibidem  ( il testo citato dall’autrice è : Adam Phillips, Barbara Taylor, On Kindness, 2009 > https://www.amazon.com/Kindness-Adam-Phillips/dp/0374226504/ref=mt_hardcover?_encoding=UTF8&me=

[iii] Antonio Galdo, “Importanza della gentilezza e dell’educazione, due valori importanti da non sprecare “ , Non sprecare.it (13.11.2017 )> http://www.nonsprecare.it/essere-educati-conviene-elogio-della-gentilezza?refresh_cens

[iv]  Paolo Di Stefano, “Elogio della gentilezza: ecco perché ne abbiamo bisogno”, Corriere della Sera, 17.11.2014 > http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_14/elogio-gentilezza-giornata-bisogno-6cb8371e-c8b0-11e7-83f4-5d7185c8c90c.shtml

[v]  A. Galdo, op. cit.

[vi] Massimo Gramellini, “Della gentilezza”, La Stampa, 27/02/2009 > http://www.lastampa.it/2009/02/27/cultura/opinioni/buongiorno/della-gentilezza-dj6Hg0JAK2i6GKXzQ1D1kO/pagina.html

[vii] Ermete Ferraro, Grammatica di Pace. Otto tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Satyagraha, 1984; vedi anche l’articolo sul mio blog: https://ermetespeacebook.com/2010/03/04/educazione-linguistica-nonviolenta/ ed il fondamentale testo di Marshall Rosemberg, Manuale pratico di comunicazione nonviolenta per lo studio individuale o di gruppo del libro «Le parole sono finestre (oppure muri)» , 2014, Esserci .

[viii]Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Mt 5, 5). Lo stesso Gesù si auto-definisce “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29), ed in entrambi i casi l’evangelista Matteo utilizza il vocabolo greco πραΰς , che significa appunto: gentile, umile, dolce.

[ix] Ulrich Emil Duprée, Che cos’è lo Ho’Oponopono? – Estratto dal libro: Ho’Oponopono – La forza del perdono > https://www.macrolibrarsi.it/speciali/che-cos-e-ho-oponopono-estratto-dal-libro-ho-oponopono-la-forza-del-perdono.php

NON FATE I ‘BONUS’, SE POTETE

UN APPELLO PER SALVARE LA SCUOLA ITALIANA

L’ultima riforma della scuola è l’apice di un processo pluridecennale che rischia di svuotare sempre più di senso la pratica educativa e che mette in pericolo i fondamenti stessi della scuola pubblica. Certo la scuola va ripensata e riformata, ma non destrutturata e sottoposta ad un processo riduttivo e riduzionista, di cui va smascherata la natura ideologica, di marca economicistica ed efficientista. La scuola è e deve essere sempre meglio una comunità educativa ed educante. Per questo non può assumere, come propri, modelli produttivistici, forse utili in altri ambiti della società, ma inadeguati all’esigenza di una formazione umana e critica integrale. È quanto mai necessario “rimettere al centro” del dibattito la questione della scuola.[i]

images (2)E’ questo l’incipit dell’Appello per la Scuola Pubblica, che ho appena sottoscritto e che invito tutti/e a leggere con grande attenzione.[ii] E’ stato pubblicato solo pochi giorni fa ma è circolato molto velocemente online, raccogliendo in poco tempo quasi 7.000 firme tra docenti, genitori e studenti Esse si aggiungono a quelle degli otto docenti che lo hanno redatto e dei primi illustri proponenti, fra cui: Salvatore Settis, Massimo Cacciari, Tomaso Montanari, Umberto Galimberti, Nadia Urbinati, Michela Marzano, Romano Luperini, il filosofo Roberto Esposito, gli storici Giovanni De Luna e Adriano Prosperi, il sociologo Alessandro Dal Lago, i pedagogisti Benedetto Vertecchi, Massimo Baldacci e tanti altri educatori e professori universitari, insegnanti e critici letterari e dell’arte.

Basta la premessa appena citata a comprendere che si dà finalmente voce a tantissime persone che vivono quotidianamente la scuola pubblica, con ruoli diversi ma con la stessa amara sensazione di un progressivo degrado del modello d’istruzione che ci ha consegnato la nostra Costituzione, che troppi fanno solo finta di celebrare nella ricorrenza del suo 70° anniversario. Non è certo un caso, infatti, che l’appello sia centrato su sette punti ben precisi, sui quali è più evidente il tradimento dei principi costituzionali, con particolare riferimento agli art. 3 (“E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana “, 33 (“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.” e 34  “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita….” .

I ‘sette peccati capitali’ della sedicente #BuonaScuola  si riferiscono ad altrettanti ambiti in cui la mutazione genetica della scuola italiana ha subito maggiormente il contagio della mentalità efficientistico-aziendale che una volta credevamo patrimonio della destra liberista di stampo berlusconiano, salvo poi ritrovarci con una riforma scolastica di centro-sinistra ancora più esplicita in tal senso. Tali punti nodali sono così sintetizzati nei titoli del documento:  1. Conoscenze vs competenze; 2.  Innovazione didattica e tecnologie digitali; 3. Lezione vs attività laboratoriale; 4. Scuola e lavoro; 5. Metrica dell’educazione e della ricerca; 6. Valutazione del singolo, valutazione di sistema; 7. Inclusione e dispersione. Mi soffermerò pertanto su alcune questioni sollevate dall’Appello, che sono quelle su cui la mia personale esperienza di docente di scuola media mi spinge a riflettere maggiormente.

NELLA ‘BUONA SCUOLA’ C’E’ UN ‘BONUS’ PER OGNI ESIGENZA…

Ho usato l’espressione ‘scuola media’ non certo per un vezzo rétro, ma per sottolineare che uno dei modi in cui si sta a poco a poco snaturando il triennio successivo alla scuola elementare mi sembra proprio la sua collocazione ‘propedeutica’ ed ancillare rispetto a quella superiore, cancellandone così l’originaria caratteristica ‘mediana’, di fondamentale ponte fra due modelli, oltre che gradi, d’istruzione. L’impressione è che il mantra  incalzante del c.d. ‘curricolo verticale[iii]  (concetto che risale peraltro al 1997 ed i cui ultimi riferimenti normativi sono riscontrabili nelle Indicazioni Nazionali del 2012 e nelle circolari esplicative del 2013) sia un chiaro indice dell’orientamento dominante a trasformare l’ex scuola media in un selettivo trampolino verso una specie di college di stile anglosassone. Le ‘riforme’ targate USA arrivano nel nostro Belpaese generalmente con un quarto di secolo di ritardo. E’ il caso anche della legge che nel 1992 introdusse nell’istruzione pubblica degli States un nuovo approccio organizzativo :

“Le charter schools (letteralmente “scuole del prestito”), nel sistema scolastico degli Stati Uniti, sono delle scuole, soprattutto primarie o secondarie, che godono di un particolare statuto di autonomia, legato a un sistema di finanziamento misto al quale contribuiscono fondi pubblici e privati. Esse, infatti, oltre a donazioni private ricevono finanziamenti pubblici (inferiori rispetto a quelli delle scuole pubbliche) in cambio di un assoggettamento ad un minor numero di regole, leggi e vincoli statutari. Pertanto, esse sono più autonome dei corrispondenti istituti pubblici e statali. Le charter school sono considerate, in genere, migliori delle scuole pubbliche in termini di risultati scolastici. Si possono frequentare in base all’espressione del principio della cosiddetta “libera scelta” nel campo dell’istruzione [iv]

images (1)E’ solo il nostro provincialismo italiota che non ci fa cogliere i nessi fra quello che ci sta capitando e le profonde – in alcuni case antiche – radici che sono all’origine di quello che ho chiamato ‘snaturamento’ della scuola. E’ da questa sua profonda ‘modificazione genetica’, infatti, che derivano le linee di tendenza che sono sicuramente tutte dentro le ultime riforme della scuola italiana – in particolare quella renziana – ma che, in modo più strisciante e progressivo, hanno inquinato fini, mezzi e modi dell’insegnamento, riconducendoli alla logica neo-liberista delle privatizzazioni, della selezione pseudo-meritocratica, della ‘managerialità’ dei dirigenti e della deregulation in ambito normativo,  per di più spacciando tutto ciò come attuazione della autonomia scolasticaSono questi i ‘modelli produttivistici’ cui l’Appello fa risalire la ‘destrutturazione’ della nostra scuola pubblica, denunciandone la matrice ideologica ‘economicista ed efficientista’.

Quello che anch’io sto vivendo nella scuola dove opero, dunque, è il frutto un po’ appassito d’un processo di trasformazione precedente, che però ora sta mettendo più apertamente in discussione gli stessi principi costituzionali democratici già citati. Pur volendo tacere della ormai consueta  violazione della ‘collegialità’ delle scelte didattico organizzative che caratterizza il nostro sistema scolastico, penso sia necessario denunciare certe operazioni di cui non molti colleghi sembrano rendersi conto. Il combinato disposto tra la logica ‘premiale’ che lusinga tanti nostri docenti ed il clima di crescente concorrenza fra istituzioni scolastiche sta infatti producendo risultati estremamente deteriori, improntati sempre e comunque alla progressiva privatizzazione della scuola pubblica. L’utilizzo anglofilo del c.d School Bonus previsto dalla ‘Buona Scuola’ e introdotto dal 2016 – che implica benefici fiscali per chi faccia donazioni alle scuole – è stato uno degli strumenti per agevolare questo processo di ‘charterizzazione’ dei nostri istituti che, con la scusa delle ‘erogazioni liberali’ di tali soggetti, crea le premesse per un controllo. [v]

La seconda ‘mossa’ di questo sconcertante ‘gioco di strategia’ governativo è stata, come accennavo prima, la rincorsa dei docenti all’allettante ‘albero della cuccagna’ del c.d. ‘bonus premiale’  (per il 2018 sono stati stanziati in bilancio ben 60 milioni). Col pretesto della ‘valorizzazione’ degli insegnanti, cioè, se ne premia in buona sostanza il conformismo e lo slancio produttivistico ed organizzativo, assoggettandoli mentalmente alla logica perversa della ‘squadra’ che circonda e supporta i dirigenti scolastici.  Il terzo anello della catena mi sembra la crescente tendenza ad introdurre una sorta di ‘pre-selezione’ nelle iscrizioni degli alunni della scuola media (pardon: scuola secondaria di 1° grado). Lo strumento operativo è quello che utilizza il sedicente ‘contributo volontario’ delle famiglie (un importo variabile determinato dai consigli d’istituto delle singole istituzioni scolastiche) non come attuazione della “scuola aperta a tutti […] obbligatoria e gratuita” sancita dalla Costituzione, bensì come subdola chiave di accesso o meno a corsi più qualificati ed appetibili. Basta stabilire che determinate sezioni di una scuola statale presentino una più consistente ed allettante offerta formativa aggiuntiva e/o curricolare, previo esborso di una vera e propria tassa d’iscrizione –  ed il gioco è fatto. In teoria si continua ad affermare che non si può scegliere la sezione cui iscrivere i figli, ma in pratica tale selezione degli alunni in entrata (prevalentemente in discipline come l’inglese di livello più alto e le tecnologie informatiche) pone le basi per ‘premiare’ quelli i cui genitori, oltre ad essere più ambiziosi, hanno il dubbio ‘merito’ di potersi permettere di pagare somme molto più onerose.

COMPETENZE, TECNOLOGIE DIGITALI, LABORATORI, SCUOLA-LAVORO

downloadQuando l’appello elenca i sette punti ‘caldi’ da tenere presenti se si vuole salvare quel che ancora rimane della scuola pubblica, risulta evidente che il processo che la sta “destrutturando” va proprio nella direzione delle charter schools d’oltre oceano. All’enfasi esagerata sulle competenze basilari e sulle tecnologie digitali, ad esempio, il documento giustamente contrappone una riserva:

Non [ha] senso misurare “livelli di competenza” degli studenti, da attestare in una sorta di fermo-immagine valutativo. Il sapere non si acquisisce mai definitivamente. È continuamente rinnovato dalla maturazione, consapevolezza, interiorità, ricerca singolare e plurale, approfondimento di contenuti e pratiche”.[vi]   Si afferma, inoltre: “Non sia il mero ingresso di uno smartphone in classe a migliorare l’apprendimento o l’insegnamento. In quel caso si potrà, certo, aderire a un modello, attualmente dominante: quello che sostiene l’equazione cambiamento=miglioramento e digitale=coinvolgimento.[vii]

 Personalmente, sul primo punto mi sono già espresso già nel 2015, in due articoli pubblicati sul mio blog, intitolati rispettivamente “Quali competenze ci richiede l’Europa”  [viii] e “La Buona Scuola che ci compete”  [ix], mentre sul secondo nel 2016 ho prodotto un intervento dal titolo “Un’impronta digitale sulla scuola” [x]. Per brevità, quindi, rinvio a questi miei precedenti contributi.

Altri due punti su cui il documento dei docenti ha voluto fare chiarezza hanno una radice comune. Attività laboratoriale e alternanza scuola-lavoro sembrano infatti ispirati dalla stessa logica pragmatica e produttivistica che sta cercando in ogni modo di snaturare la funzione educativa e socio-culturale dell’istruzione pubblica, liquidandola come retaggio di una superata cultura dei ‘saperi’ astratti e contrapponendo ad essa la funzione di prep school anglo-americana.[xi]  Fatto sta però che, come si ribadisce nell’Appello:

Non si va a scuola semplicemente per trovare un lavoro, non si frequenta un percorso di istruzione solo per prepararsi ad una professione. Dal liceo del centro storico al professionale di estrema periferia, la scuola era e deve restare, per primo, un “luogo potenziale” in cui immaginare destini e traiettorie individuali, rimettere in discussione certezze, diventare qualcos’altro dalla somma di “tagliandi di competenza” accumulati e certificati.” [xii]

Un’altra osservazione che condivido appieno è quella sullo ‘stile’ dell’insegnamento, sempre più orientato verso le attività ‘laboratoriali’, mandando in soffitta ogni approccio che abbia a che fare con la ‘lezione’ e che, conseguentemente, solleciti l’ascolto, sia pur attento e attivo – da parte dei discenti. Ma basta sfogliare una qualsiasi rivista per imbattersi in inchieste da cui si evince che i nostri ragazzi stanno diventando sempre meno capaci di ascoltare e di stare ‘attenti’, presi come sono dalla smania pseudo-operativa suscitata da smartphones e videogiochi e sensibili quasi esclusivamente a stimoli visuali o, al massimo, audiovisivi. Quella che oggi si esalta, del resto, non è certo la visione educativa attivistica e cooperativa dei pedagogisti di una volta.[xiii]  I presupposti ideologici di questa insistenza sulla ‘laboratorialità’, a mio avviso, affondano piuttosto in una concezione pragmatista, materialista ed economicista della società. Fanno bene, quindi, gli estensori dell’Appello a sottolineare che:

“Attenzione concentrata, aumento dei tempi di ascolto, siano condizioni per un “saper fare” come “agire intelligente”, che non si consegue assecondando l’uso delle tecnologie o seducendo gli alunni con dispositivi smart, ma in contesti di applicazione laboriosa, tempo quieto per pensare, discussione nel gruppo”.[xiv]

Anche su questi ultimi due aspetti – ed in particolare sull’inserimento nella scuola d’interessi produttivi o addirittura della propaganda militare – rinvio a ciò che mi è già capitato di scrivere in passato.[xv]

VALUTATION E SVALUTATION

images (1)Gli ultimi tre dei sette ‘peccati capitali’ della #BuonaScuola hanno a che fare col grande capitolo di ciò che gli autori dell’Appello chiamano “metrica dell’educazione e della ricerca”.

“Gli orientamenti internazionali delle politiche formative e di ricerca […] innescano una competizione globale in cui ranking internazionali (OCSE) e nazionali (INVALSI, ANVUR) comprimono gli scopi formativi e di studio sulla dimensione apparentemente neutra di “risultato”, oltre ad indurre a paragoni privi di rigore logico. Educazione e ricerca universitaria non sono riducibili ad un insieme di pratiche psicometriche globali, a cui sottoporsi in nome del principio di etica e responsabilità. Il futuro della Scuola e dell’Università sono questioni politiche nazionali, da collocare in un contesto europeo e interculturale di confronto e valorizzazione delle differenze, libero e democratico.” [xvi]  

Mi sembra che questa “ossessione quantitativa – che sarebbe imposta da obblighi comunitari o internazionali – sia piuttosto pilotata da interessi economici esterni alla scuola ed inoltre risponde a criteri ‘metrici’ spesso discutibili, o quanto meno parziali. Ecco perché non si può accettare supinamente l’imposizione di una didattica semplificata, schematizzata e valutabile solo mediante aridi questionari. Non è questa la nostra scuola e perfino nei paesi anglosassoni, dove i test strutturati sono la regola da decenni, ci si sta ribellando progressivamente a questa didattica standardizzata dove, è stato osservato, “si studia per i test, non con i test”. Anche su tale dimensione ho già avuto modo di pronunciarmi, per cui rinvio a due miei articoli del 2013 (“Fermate ‘sta pazzia!” e “Oltre i test, per far funzionare le teste”). [xvii]  Ecco perché non posso che associarmi all’Appello, quando si denuncia che:

La logica dell’adempimento e della competizione azzer(a)no il lavoro di personalizzazione nella formazione scolastica ed erod(o)no progressivamente spazi di progettualità libera nella ricerca universitaria (attraverso la sottomissione a criteri di valutazione non condivisi…”[xviii]

Ancor più sottoscrivibile, da parte di un educatore di matrice ecologista come me, è la successiva affermazione:

Le scelte operate da MIUR, INVALSI ed ANVUR, modific(a)no profondamente comportamenti e strategie nelle Scuole […], generando condotte di mero opportunismo metodologico-didattico e scientifico nonché la perdita di “biodiversità culturale”, strumento indispensabile per affrontare le complessità del futuro, oggi imprevedibili.” [xix]

La centralità del concetto di “valutazione” nella nostra didattica ‘riformata’ non è solo una mania, comprensibile in un mondo dove anche il sapere sembra che debba essere pesato e prezzato come qualsiasi altra merce. Il vero problema è che tale ossessione valutativa non sta portando affatto ad una scuola meritocratica bensì ad una selettività sempre più ‘a priori’. Ancora una volta, per citare don Milani: La scuola….è un ospedale che cura i sani e respinge i malati.” [xx]

In questo processo un ruolo non secondario – come osservavo negli articoli citati nella nota 17 – ha avuto ed ha un ruolo centrale l’INVALSI, sulla quale si appuntano gli strali anche degli estensori dell’Appello, sostenendo che:

Un’agenzia “terza” (INVALSI) non possa svolgere compiti di valutazione e di ricerca pedagogico-didattica orientanti programmi e curricola: la terzietà non è, inoltre, comparabile con gli incarichi affidati dal MIUR per la valutazione (diretta e indiretta) di docenti e dirigenti attraverso meccanismi di premialità. [xxi]

Già, perché oltre ad introdursi sul piano didattico come il classico elefante nella cristalleria, queste Agenzie stanno svolgendo un ruolo non secondario nella determinazione dei criteri per la valutazione non solo di singoli alunni, classi ed intere istituzioni scolastiche, ma indirettamente anche dei docenti e dei dirigenti. Fin nel 2012 mi sono espresso criticamente a proposito dei progetti di valutazione degli insegnanti (“Si VALES bene est. Ego valeo” [xxii]), reiterando il mio giudizio due anni dopo (“Il sistema di(sotto)valutazione dei docenti[xxiii]). Oggi la trama di questo piano appare ancora più evidente e sta producendo danni ancora maggiori, aizzando una in-sana competizione a tutti i livelli (tra docenti, tra classi di una scuola, tra istituti dello stesso territorio, etc.)

L’ultimo capitolo del documento, dedicato a “inclusione e dispersione” cerca dunque di riportare l’attenzione degli insegnanti sul loro ruolo centrale, che non è certo quello burocratico di ‘certificatori’ di conoscenze o anche di competenze, ma di educatori. Anch’io, infatti, credo che:     

“ …non ci si possa limitare a chiedere alla Scuola di fare meglio solo con ciò che ha. Semplificare compiti e programmi, organizzare corsi di recupero pomeridiani che ricalchino quelli antimeridiani, medicalizzare le diversità, sono scorciatoie che restano agli atti come prove burocratiche di adempimenti amministrativi […] Dispersione scolastica e abbandoni precoci non sono solo capi d’imputazione su cui è chiamata a rispondere, ma problematiche che nelle attuali condizioni assorbe e subisce.” [xxiv] 

Facciamo in modo, dunque, che la ‘valutation’ standardizzata della #BuonaScuola non sia ancor di più uno strumento socioculturale – e quindi politico – di svalutation’ di chi non rientri in questi nuovi canoni didattici, per cui rischia di essere emarginato, o comunque costretto a seguire percorsi scolastici di seconda categoria.  La scuola che vogliamo non ha molto a che vedere con quella che ogni giorno ci viene proposta e spesso imposta. Muoviamoci allora, prima che sia troppo tardi… Sottoscrivere l’Appello è solo il primo passo di una lotta non facile, ma assolutamente indispensabile.

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[i] AA.VV., Appello per la Scuola Pubblica  > https://sites.google.com/site/appelloperlascuolapubblica/

[ii] Vedi:  Ilaria Venturi, “Moratoria sulla Buona Scuola. L’appello degli insegnanti firmato da intellettuali ed accademici”,  la Repubblica Scuola (30.12.2017) > http://www.repubblica.it/scuola/2017/12/30/news/_una_moratoria_sulla_buona_sucola_l_appello_degli_insegnanti_firmato_da_intellettuali_e_accademici-185485819/

[iii] Cfr.  Gianfranco Cerini, Saperi, curricolo, competenze > http://www.edscuola.it/archivio/riformeonline/saperi.html

[iv] “Charter School” in Wikipedia >

[v]  Cfr. http://www.notiziedellascuola.it/news/2016/settembre/school-bonus-benefici-fiscali-per-donazioni-alle-scuole

[vi] Appello per la scuola pubblica, cit.

[vii] Ibidem

[viii] Ermete Ferraro, Quali competenze ci richiede l’Europa?  (15.03.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/03/15/quali-competenze-ci-chiede-leuropa/

[ix]  Idem, La Buona Scuola che ci compete (12.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/12/la-buona-scuola-che-ci-compete/

[x]  Idem, Un’impronta digitale sulla scuola? (13.11.2016) > https://ermetespeacebook.com/2016/11/13/unimpronta-digitale-sulla-scuola/

[xi] Vedi definizione di ‘Prep(aratory)school ‘ in: https://dictionary.cambridge.org/it/dizionario/inglese/prep-school

[xii] Appello… cit.

[xiii] Cfr. ad es. le teorie pedagogiche di J. Dewey, C. Freinet, M. Montessori, A.S. Makarenko, R. Cousinet ed altri

[xiv] Appello, cit.

[xv] Vedi, ad es.: E. Ferraro, Profeti e professori (25.06.2017) > https://ermetespeacebook.com/2017/06/25/profeti-e-professori/ e Idem, Ma che ‘Bellica Scuola’ ! (03.12.2016) > https://ermetespeacebook.com/2016/12/03/ma-che-bellica-scuola/

[xvi] Appello, cit.

[xvii] E. Ferraro, “Fermate ‘sta pazzia!” (22.06.2013) > https://ermetespeacebook.com/2013/06/22/fermate-sta-pazzia/ e    Oltre i test, per far funzionare le teste (27.11.2013) > https://ermetespeacebook.com/2013/11/27/oltre-i-test-per-far-funzionare-le-teste/

[xviii] Appello, cit.

[xix]  Ibidem

[xx] Don Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa, Firenze, L.E.F. ,1996

[xxi] Appello, cit.

[xxii] E. Ferraro, Si VALES bene est. Ego valeo (18.02.2012) > https://ermetespeacebook.com/2012/02/18/si-vales-bene-est-ego-valeo/

[xxiii] Idem, Il sistema di (sotto)valutazione dei docenti (03.10.2014) > https://ermetespeacebook.com/2014/10/03/il-sistema-di-sottovalutazione-dei-docenti/

[xxiv]  Appello, cit.

Ri-auguri scomodi…

images (1)Cari amici ed amiche,

come don Tonino Bello oltre venti anni fa, avverto anche io il bisogno di non rivolgervi i soliti “auguri innocui, formali, imposti dalla routine del calendario”. Il santo Vescovo allora chiarì che gli risultava davvero impossibile dire a qualcuno ‘Buon Natale’ senza al tempo stesso arrecargli disturbo, senza infastidirlo con degli auguri che, venendo da un cristiano, non possono che essere scomodi.  Il fatto è che abbiamo da tempo smarrito il vero senso del Natale ed il senso rivoluzionario della nascita del ‘Dio con noi’. Preferiamo intenerirci davanti al Bemmeniello del presepe – o peggio incantarci davanti agli stupidi simboli del Christ-massa, fatto di babbinatale renne, pupazzi di neve e befane – anziché cogliere il vero senso della Natività. Ebbene, don Tonino allora ci augurò che essa riuscisse a darci “…la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali” . Sferzò la “coscienza ipocrita” di quei finti cristiani, augurandogli:

“ …di sentirsi dei vermi ogni volta che la (loro) carriera diventa idolo della (loro) vita, il sorpasso il progetto dei (loro) giorni, la schiena del prossimo strumento delle (loro) scalate.”

Venti anni dopo, purtroppo, constato che ci sono ancor meno persone disposte ad accettare il suo provocatorio augurio, preferendo piuttosto “respingerlo al mittente come indesiderato”.  Sempre di meno, infatti, mi sembrano coloro che riescono a cogliere l’attualità delle sue parole:

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame”.

Oggi più che mai, alla “sonnolenta tranquillità” della maggioranza continua ad aggiungersi il “complice silenzio” di tanti che non vogliono vedere né capire ciò che succede intorno a loro, anche se ignorarlo è ormai davvero difficile in un mondo sempre più globalizzato e dominata dai media. Non mi riferisco del resto solo ai grandi problemi mondiali (dal riscaldamento globale alla desertificazione di sempre maggiori aree; dalla cinica speculazione finanziaria alla crescita del divario tra ricchi e poveri; dalla minaccia nucleare alla più generale corsa agli armamenti) ma anche a quelli che ognuno di noi vive spesso in prima persona. Parlo delle piccole e grandi ingiustizie quotidiane, delle violenze palesi e sottili, delle discriminazioni di un razzismo montante, dei cambiamenti imposti dall’alto come le uniche soluzioni possibili, del conformismo che porta le persone ad omologarsi acriticamente al pensiero dominante. Si direbbe che tutto ci scivoli addosso senza suscitarci una sana (e santa) reazione di indignazione, di riscossa, di resistenza. Sembra, insomma, che ci abbiano vaccinato anche contro le reazioni allergiche alle falsità, alle ingiustizie ed alle disuguaglianze…

imagesSia che si tratti di problemi ambientali che ci riguardano da vicino, oppure di malasanità vissuta in prima persona, di modelli pseudo-educativi spacciati per ‘buona scuola’, della mercificazione del lavoro e perfino del tempo libero o anche della cancellazione di ogni diversità ed originalità in nome della libertà, le reazioni che si notano sono sempre meno significative e decise. Quelli ai quali, come a me, capita spesso di opporsi, denunciare, protestare, rivendicare e fare resistenza, restano quindi sempre più isolati, visto che tanti altri preferiscono distrarsi, girare la testa da un’altra parte, far finta di non comprendere o, peggio ancora, hanno già scelto di conformarsi supinamente allo status quo. Ecco perché anche io – da cristiano ma anche da ecologista e da pacifista – vorrei indirizzare a tutti/e voi i miei scomodi e fastidiosi auguri. Voglio farvi perciò gli auguri per un Natale che non compiaccia il perbenismo ipocrita di chi si ostina a non capire che il Cristo che festeggiamo è sì venuto a liberarci dal male, ma che la risposta ai troppi mali che ci circondano dobbiamo sforzarci di darla noi, in prima persona, con l’esempio e con la lotta nonviolenta, se non vogliamo diventarne complici.

Auguriamoci dunque anche noi che “gli angeli che annunciano la pace portino guerra alla sonnolenta tranquillità”, svegliando dal torpore e dall’inerzia chi ha dimenticato (e fatto dimenticare) che non c’è Natale senza un’autentica rinascita della coscienza.

 

L’Obiezione non va in pensione…

314cd209cbfdb73c432928129db7d098_LRicorre oggi il 45° anniversario dell’approvazione della legge n. 772 del 15.12.1972 [i] che introdusse in Italia il diritto di obiezione di coscienza, o meglio la possibilità di rifiutare il servizio militare e di prestare un servizio civile ‘sostitutivo’.  Allora io avevo 20 anni, frequentavo il secondo anno di ‘lettere moderne’ alla Federico II di Napoli e non avevo ancora fatto esperienze di militanza politica, anche se nutrivo una profonda repulsione per il militarismo e mi ero già avvicinato alle idee nonviolente, grazie a letture ed approfondimenti personali. L’approvazione della ‘Legge Marcora’ – come fu a lungo chiamata dal nome del suo ispiratore e primo firmatario, ex partigiano cattolico e parlamentare democristiano – costituì per me una svolta epocale. Finalmente potevo manifestare il mio totale dissenso nei confronti della guerra e del servizio di leva che serviva ad addestrarsi ad essa. Finalmente la mia istintiva repulsione verso la formazione alla pratica bellica e la perversa logica militarista poteva essere dichiarata apertamente. Finalmente, da cattolico, potevo rispondere “No, grazie!” a chi, al termine degli studi universitari, mi avrebbe nuovamente intimato con la classica cartolina rosa di andare a ‘servire la patria’ in armi, senza però finire processato per renitenza alla leva. Finalmente potevo ripetere con don Milani che bisogna:

 “…avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.” [ii]

La mia Never Ending Story di antimilitarista ed ecopacifista iniziò a Napoli quando, dopo varie ricerche, scoprii che era attivo un gruppo di attivisti di matrice nonviolenta e, da quell’anno, entrai a farne parte, spedendo al Ministero della Difesa la mia domanda di obiezione di coscienza. Poi due anni di ‘militanza’ nonviolenta seguiti da altrettanti di servizio civile alternativo presso la storica Casa dello Scugnizzo [iii] fondata da Mario Borrelli, diventando così primo obiettore

servizio civile 1975

Ermete, al centro, al primo corso per obiettori di coscienza presso la Casa dello Scugnizzo (1975)

nonviolento napoletano e formatore di altri obiettori.  Da quel 1972, giusto quarantacinque anni di presenza in questo variegato movimento, nel corso dei quali sono stato attivista di base – ma anche responsabile a livello locale, regionale e nazionale, della Lega degli Obiettori di Coscienza (L.O.C.) [iv], del Movimento Nonviolento (M.N.) [v] , del Movimento Internazionale della Riconciliazione (M.I.R.) [vi] , nonché collaboratore dell’ Istituto Italiano per la Ricerca sulla Pace (I.P.R.I.) [vii], referente nazionale per l’ecopacifismo di Verdi Ambiente e Società (V.A.S.) [viii] ed attivista del Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione della Campania (C.P.D.S.C.) [ix] . Quasi mezzo secolo di convinta, testarda, appassionata testimonianza dei valori della pace come fine e come mezzo, dell’azione nonviolenta  come metodo politico e della difesa civile nonviolenta come alternativa concreta ed efficace agli orrori della guerra e al complesso militare-industriale che la promuove.

Già cinque anni fa ho cercato di sintetizzare questa lunga esperienza in un articolo [x], per cui eviterò di ripetere ricordi e considerazioni presenti in quel mio scritto di allora, cui rinvio chi avesse voglia di leggerlo. Quel che vorrei riprendere oggi, in occasione del 45° anniversario della legge che ha segnato così a lungo e profondamente la mia vita, è una breve riflessione sulla deriva militarista e

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Ermete distribuisce volantini ai soldati davanti al Distretto Militare di Napoli (1973) e durante una Marcia della Pace Perugia-Assisi (1978)

bellicista alla quale siamo costretti ad assistere; una degenerazione di cui i giovani d’oggi non sembrano affatto consapevoli, narcotizzati dal pensiero unico che ha cancellato le idee insieme con le ideologie, ma anche asserviti ad una nuova pericolosa logica. Non si tratta più solo della deprecabile accettazione acritica del principio della ‘obbedienza cieca, pronta, assoluta’ – contro cui si scagliava don Milani [xi] – ma la più subdola convinzione che, ormai, alternative vere non ci siano e che, tutto sommato, il nostro sia ‘il migliore dei mondi possibili’.  Essere obiettori non può limitarsi al rifiuto di un servizio militare obbligatorio che già da 12 anni è stato eliminato (in realtà solo sospeso…), col doppio effetto di promuovere l’esercito di mestiere e di affossare o.d.c. e servizio civile alternativo. Si tratta infatti d’un atteggiamento mentale più generale e complessivo, che antepone la valutazione etica e socio-politica dei fini e dei mezzi a qualsiasi altro criterio di scelta. Parlarne 45 anni dopo significa inevitabilmente  essere diventati più vecchi e brontoloni, ma sfido chiunque a contraddire la mia affermazione come frutto di pessimismo senile o di abituale sfiducia nei riguardi delle nuove generazioni.

La colpa dello smarrimento della capacità – e della voglia – di obiettare in base alla propria coscienza e di opporre il proprio ‘signornò’ alle tante, troppe, brutture e storture che caratterizzano la nostra società, piuttosto, mi sembra ascrivibile alla diffusione d’una più generale mentalità conformista ed acritica, che privilegia l’adattamento all’esistente alla lotta per il possibile. Al ricorso ad un pensiero sempre-più-debole, che induce a svalutare o smarrire del tutto i valori essenziali e fondanti e ad accontentarsi di rincorrere l’affermazione personale o, tutt’al più, familiare. Soprattutto, ad una mancanza di proposte profondamente, ma anche concretamente, alternative ad un ‘sistema’ irremovibile ed irrinunciabile. Ricordo che parole come il verbo obiettare ed il sostantivo obiezione derivano etimologicamente:

 “…dal lat. obiectāre gettare incontro, opporre, deriv. di obiĕctus, part. pass. di obicĕre, comp. di ŏb ‘contro’ e iacĕre ‘scagliare’.” [xii] .

E’ utile precisare che il prefisso latino ‘ob-’ denota semanticamente non solo opposizione a qualcosa (contro), ma anche anticipazione (verso, in vista di ) di qualcosa di antitetico a ciò che si rifiuta. A distanza di 45 anni, purtroppo, ho la sconfortante sensazione che alla maggioranza dei nostri ragazzi non sia chiaro né il primo dato (a che cosa opporsi, perché opporsi e come farlo efficacemente) né il secondo (quali obiettivi perseguire in alternativa e quali mezzi impiegare per raggiungerli coerentemente). Se questa mia sensazione rispondesse a verità, sarebbe comunque ingiusto imputarne la colpa esclusivamente ai giovani, senza assumerci le nostre pesanti, innegabili, responsabilità.

LOCIn 45 anni, mi sembra che lo stesso movimento italiano per la pace – pur tenendo conto dei suoi oggettivi limiti, dovuti ad evidenti diversità ideologiche di fondo e a differenti storie –  non sia stato capace di uscire dall’alternativa paralizzante tra testimonianza personale ed impegno politico attivo, continuando ad oscillare tra iniziative di diffusione di idee e principi generali e mobilitazioni contro specifici eventi bellici. Un secondo peccato originale, a mio giudizio, è stato quello di essere raramente riusciti a coniugare i tre elementi fondamentali per una cultura alternativa (ricerca sulla pace, educazione alla pace ed azione per la pace). Il terzo grosso limite, infine, credo sia stato quello di contrapporre in modo schematico una nonviolenza solo ideologica, di stampo laico e libertario, a quella di natura etico-religiosa. Si è così perpetuata una frattura originaria a tutto vantaggio di chi, in questi anni, sovente si è opportunisticamente appropriato del pacifismo per  propri fini ed in modo strumentale. Il risultato, 45 anni dopo, è sotto gli occhi di tutti: aumento delle spese militari, professionalizzazione delle forze armate, permanenza e potenziamento della NATO nel nostro Paese, sviluppo dell’industria bellica e militarizzazione del territorio. I ‘pacifisti’, ancora frammentati ed ultimamente tendenti ad accontentarsi di obiettivi minimali e simbolici in materia di difesa civile, non costituiscono da tempo un polo di attrazione per i giovani, trasformandosi in un mesto aggregato di ex-combattenti per la pace e di reduci delle campagne nonviolente.

Che fare? Come uscire da questa penosa sensazione d’ineluttabile declino di una realtà che avrebbe potuto fare la differenza nella nostra politica ed imprimerle una svolta autenticamente alternativa? Ovviamente non dispongo di soluzioni ideali né di formule magiche per recuperare tempo e spazio perduti in questi ultimi decenni. Sono però convinto – come ho detto e scritto in altre occasioni – che il rilancio del movimento pacifista in Italia debba coinvolgere altre componenti, a partire dalle organizzazioni ecologiste e dalle realtà che fanno politica dal basso, sperimentando modalità di azione diverse  e più creative. L’ecopacifismo – sul quale mi sono in particolare soffermato [xiii]  è a mio avviso il terreno che maggiormente consente di unire le forze il un progetto comune. Ci sono poi le battaglie portate avanti da associazioni e centri sociali ed altre esperienze di autogestione e di opposizione collettiva a violenze e soprusi, che potrebbero utilmente contribuire a risvegliare la coscienza di tanti giovani dalla rassegnazione e dall’adattamento in cui li si vorrebbe far sprofondare. Essere obiettori, infatti, significa rifiutarsi di collaborare con qualsiasi realtà di violenza, d’ingiustizia e di oppressione, opponendosi attivamente ma anche contrapponendo ad esse un programma costruttivo che delinei e progetti l’alternativa a ciò che si rifiuta. La globalizzazione e la possibilità di acquisire consapevolezza di tutte le problematiche che ci circondano avrebbero potuto contribuire alla maturazione della coscienza personale ed alla mobilitazione collettiva. Fatto sta che le fin troppe informazioni che si accavallano nel nostro cervello grazie a TV e social media hanno purtroppo conseguito l’effetto opposto, facendoci sentire insignificanti ed impotenti, affievolendo il nostro senso di responsabilità e neutralizzando così volontà e capacità di reagire.

images (1)Anche in questo caso ritengo che si bisogna tornare all’ammaestramento di don Milani, quando ci ammoniva:  

“Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.” [xiv]  

Oggi, ovviamente, si tratta in primo luogo di obiettare e far obiettare alla guerra e a chi ce la impone, contrabbandandola come legittima difesa ed infischiandosene del suo ripudio costituzionale sia come “offesa alla libertà degli altri popoli”, sia come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. [xv]  Ma si tratta anche di opporre i nostri decisi NO a tante altre scelte politiche, da quelle di devastazione ambientale a quelle di speculazione finanziaria; dalle decisioni che aggravano il divario sociale e le ingiustizie alle quelle che privano sempre più le persone della loro libertà di scegliere e di contare come cittadini responsabili. Ecco perché l’obiezione di coscienza resta tuttora un fondamentale strumento di lotta nonviolenta, insieme alle altre tecniche quali la non-collaborazione, il boicottaggio, lo sciopero e la creazione di organi paralleli di gestione popolare. Ecco perché non dobbiamo permettere che il senso d’impotenza  ci pervada, rendendoci complici o comunque spettatori passivi. Mai come oggi, quindi, è tempo di obiettare, opponendo però ai nostri NO scelte alternative e costruttive. Quanto a me, tra un anno dovrò anch’io andare, come si suol dire, in quiescenza.   Certo è che per me l’obiezione…non andrà mai in pensione!

N O T E —————————————————————————————–

[i] Legge n. 772 del 15 dicembre 1972 “Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza” > http://www.serviziocivile.gov.it/menutop/normativa/legge/legge-15-dicembre-1972-n-772-norme-per-il-riconoscimento-dellobiezione-di-coscienzaabrogata-dallart-23-della-legge-8-luglio-1998,-n-230/

[ii] Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici  (1965) > https://www2.units.it/cusrp/presentazioni/milani_giudici.html

[iii] Vedi: http://www.casadelloscugnizzo.it/casa-dello-scugnizzo/ . Leggi anche: Ermete Ferraro, “L’epopea di don Vesuvio” in: Luciano SCATENI- Ermete  FERRARO, SCUGNIZZI. Dalla strada alla  dignità di persone nelle esperienze della nave scuola ‘Caracciolo’ e della ‘Casa  dello Scugnizzo,  (pp. 47-81), Napoli: Intra Moenia

[iv] Vedi : https://it.wikipedia.org/wiki/Obiezione_di_coscienza_in_Italia

[v]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_nonviolento ed anche http://nonviolenti.org/cms/

[vi]  Vedi: https://www.miritalia.org/storia/

[vii] Vedi: https://uia.org/s/or/en/1100054944  Vedi anche: https://wikivisually.com/wiki/Mario_Borrelli e https://www2.units.it/cusrp/presentazioni/UniPax/UniPax_08.pdf

[viii]  Vedi: http://www.vasonlus.it/?page_id=45634

[ix]  Vedi: http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/indices/index_39.html

[x]  Ermete Ferraro, Oggi e sempre obiezione! (16.12.2012)  >    https://ermetespeacebook.com/2012/12/16/oggi-e-sempre-obiezione/

[xi]  Don L. Milani, op. cit

[xii] Vedi: https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=obiettare

[xiii] Vedi: Ermete Ferraro, L’ulivo e il girasole, manuale per un coordinamento delle iniziative ecopacifiste, Napoli, VAS, 2014 > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

[xiv] Don L. Milani, op. cit.

[xv]  Costituzione Repubblica Italiana, art. 11 > https://www.senato.it/1025?sezione=118&articolo_numero_articolo=11

‘VAX COMPLIANCE’ ? No, grazie!

ECOLOGISMO, DIRITTI COSTITUZIONALI  E OBBLIGO VACCINALE

  1. Perché parlarne ?

images (2)Da molto tempo volevo intervenire sul tema dell’obbligo vaccinale in generale e, nello specifico, sulla recente normativa che da alcuni mesi ne estende ulteriormente l’applicazione nel nostro Paese. [i]  Ho evitato di farlo finora perché, se posso, cerco di non entrare nei discorsi che non mi vedano adeguatamente preparato in materia ed anche perché non mi andava di alimentare ulteriormente il chiacchiericcio mediatico che ha contraddistinto il dibattito su tale questione, con toni spesso sgradevolmente polemici ed intolleranti. Ovviamente io ho, e non da adesso, una mia idea in proposito. Esprimerla pubblicamente sarebbe stato però di scarsa utilità, a meno che non andasse a toccare un aspetto specifico della diatriba sulle vaccinazioni, portando argomentazioni, riferimenti e non solo opinioni. Il fatto è che questo tema mi interpella direttamente sia come ambientalista, sia come educatore e cittadino responsabile. Ecco perché mi sono deciso ad entrare nel merito della discussione, premettendo che il taglio del mio contributo non è ovviamente di tipo scientifico, bensì squisitamente politico. Con questo aggettivo mi riferisco alla evidente natura giuridica e costituzionale della questione, dal momento che – al di là di scelte personali che restano tali – ritengo che siano state fatte affermazioni discutibili sul rapporto tra obbligo vaccinale e pensiero ecologista. Ad indurmi ad occuparmi del problema, infine, ha contribuito anche la discutibile iniziativa promossa dal consigliere regionale dei Verdi della Campania, Francesco Borrelli, che si era fatto addirittura promotore di una proposta di legge – peraltro bocciata dal Consiglio [ii]– che prevedeva “ l’obbligo del vaccino per i bambini che accedono al sistema scolastico, a partire dagli asili nido”, sostenendo addirittura di voler “combattere l’ignoranza e gli esaltati”. [iii]

Non intendo certamente affermare che il mondo dell’ambientalismo sia compattamente schierato in favore della posizione opposta, bensì che le contestazioni nei confronti dell’abnorme ed immotivata estensione dell’obbligo vaccinale in Italia, bocciate sbrigativamente come oscurantiste ed antiscientifiche, hanno invece un fondamento ideologico ed una rispondenza ben precisa nell’universo ecologista internazionale, oltre che nella più autorevole letteratura medica di orientamento alternativo al dominante mainstream farmacofilo. Quello che mi ha colpito in questi mesi, inoltre, è soprattutto la stigmatizzazione aprioristica e faziosa nei confronti di chiunque si permettesse di avanzare dubbi sulla legittimità di tale operazione, mettendo su una campagna che, autoproclamatasi di ‘controinformazione’ verso le ‘bufale’ dei negazionisti, è diventata un’aggressiva caccia alle streghe contro di chi contestasse il ‘verbo’ del vaccinismo senza se e senza ma.

Eppure perplessità e dubbi sull’assoluta innocuità di tale pratica, espressi finora da rispettabili medici e perfino da docenti universitari, non erano certo una novità. Eppure proprio dall’universo ecologista, e non solo in tempi recenti, erano state formulate motivate riserve sull’utilità, validità e legittimità della pratica delle vaccinazioni imposte per legge, anche in nome di un principio universalmente riconosciuto dal diritto dell’ambiente, quello ‘di precauzione’, la cui estensione all’ambito sanitario appare del tutto ragionevole. Il punto centrale, a mio avviso, è che non si tratta di un dibattito puramente ideologico, ma di contrapposizione tra una posizione istituzionalizzata, su cui grava pesantemente l’influenza di potente lobbies, ed un mondo per sua natura minoritario, in quanto portatore di valori ed interessi alternativi a quello della medicina ufficiale e ai suoi indiscutibili dogmi. E’ per questo motivo che ho voluto fare una sia pur breve ricognizione di quanto era già stato detto e scritto in materia, soprattutto per ristabilire la verità sul rapporto tra pensiero ‘verde’ ed imposizione per legge di un obbligo vaccinale sempre più ampio. Un secondo aspetto della questione, su cui mi soffermerò successivamente, è quello della legittimità costituzionale di tali scelte, alla luce della Carta su cui si fonda la nostra Repubblica e della giurisprudenza in materia.

Contrariamente agli sfegatati supporters dei vaccini sempre e comunque, non lancio anatemi contro nessuno né mi permetto di tacciare come “ignoranti ed esaltati” quelli che la pensano diversamente da me. Il  mio è un modesto contributo alla ricerca di soluzioni di buon senso, che concilino cioè la legittima preoccupazione di chi vuol tutelare la salute pubblica coi diritti di chi non vuole però lasciare nelle mani dello stato scelte che hanno un profondo risvolto personale e familiare, soprattutto laddove le istituzioni pubbliche non siano in grado di fornire indiscutibili rassicurazioni sulla totale innocuità di questi veri e propri trattamenti sanitari obbligatori.

 

  1. Che cosa ne pensa il mondo ecologista e verde? 

images (4)Cominciamo da casa nostra. Il 25 maggio scorso, mentre il consigliere dei Verdi alla regione Campania depositava la sua proposta di legge sulla vaccinazione obbligatoria per l’accesso ad ogni ordine di scuola, Paolo Galletti (storico esponente della Federazione dei Verdi italiani, di cui è stato uno dei fondatori, che ha a lungo rappresentato sia nel Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna sia alla Camera dei Deputati) ha pubblicato sul sito nazionale questo articolo: “Decreto vaccini, una forzatura non motivata”. Il titolo è già di per sé significativo, ma che cosa esattamente contesta Galletti e a cosa attribuisce questa decisione?

“Un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) generalizzato ma non adeguatamente motivato. Infatti non sussistono condizioni di necessità ed urgenza che rendono legittimo un decreto legge. Lo stesso Governo lo ammette riferendosi alla preoccupazione per un calo delle coperture vaccinali sotto determinate soglie e non a situazioni di immediato pericolo. Ma allora perché questa scelta anomala del Governo Italiano? Per la guerra di Renzi a Grillo sui vaccini. Ma Grillo rinnega se stesso e un po’ di esponenti del suo partito e si para le terga dietro il Professor Silvestri di Atlanta, sostenitore convinto dei Vaccini Il secondo motivo probabilmente e’ dovuto al fatto che l’Italia è stata nominata per i prossimi cinque anni capofila per le strategie e campagne vaccinali nel mondo dalla Global Health Security Agenda.Quindi vuole presentarsi come repressore implacabile sul piano internazionale con il contorno di business che ne consegue.Un decreto impositivo che apre un contenzioso politico e giuridico enorme. In questo contesto e’ partita una inedita caccia alle streghe verso i medici che si permettono di sollevare dubbi sulle vaccinazioni o sulle loro modalità o sulla loro generalizzazione.” [iv]

Si tratta di un’autorevole voce dell’ecologismo italiano, che da una parte denuncia la mancanza di valide motivazioni a supporto di un provvedimento così autoritario, dall’altra non assume posizioni estremiste ma sottolinea che il clima intollerante e repressivo che si è creato intorno a tale questione impedisce “un ragionevole confronto” e “crea un’anomalia italiana sui vaccini dentro quell’Europa cui proclamiamo di volerci conformare. A tal proposito, quali sono le posizioni assunte dai vari partiti ecologisti e verdi attivi negli stati aderenti all’U.E. e raggruppati nella confederazione dei Verdi europei ? [v]   Restando in Italia, va segnalata anche la posizione nel merito assunta dai Verdi del Sud Tirolo, a firma dei portavoce Brigitte Foppa, Hans Heiss e Riccardo dello Sbarba:

“Noi Verdi sudtirolesi ci siamo sempre impegnati per la libertà di scelta informata e responsabile da parte dei genitori e seguiamo in questi giorni con preoccupazione e costernazione le notizie che giungono da Roma. Insieme a genitori e medici indignati, ci ribelleremo con fermezza contro una tale imposizione. Il diritto all’istruzione non può essere contrapposto al diritto alla salute. E in nessun caso la salute dei nostri bambini e delle nostre bambine può essere strumentalizzata per giochi di potere politico.” [vi]

Il Green Party of England and Scotland ha un programma molto dettagliato in materia sanitaria ed al punto HE 402 si afferma che esso:

“…sostiene le vaccinazioni come mezzo primario per prevenire molte malattie. Tutti i bambini dovrebbero avere il diritto a ricevere i vaccini” . In un paragrafo precedente, però, troviamo questa dichiarazione: “I servizi sanitari possono creare dipendenza da parte degli utenti, il che è di per sé malsano. Gli individui, attraverso una scelta opportunamente informata e quando sostenuti adeguatamente, possono acquisire responsabilità molto maggiori per la propria salute e per quella dei loro familiari. Tuttavia, una vera libertà di scelta non può essere esercitata senza il potere economico e politico, attualmente negato alla maggioranza.” [vii]

Europe Écologie-Les Verts, in una deliberazione del Consiglio Federale (tenuto a Parigi il 9-10.01.2016) ha approvato un’articolata mozione sui vaccini in cui il Partito, fra l’altro:

ricorda che gli ecologisti sono favorevoli a una vera valutazione dei benefici e dei rischi (cioè dei vantaggi e degli inconvenienti ) di ogni intervento terapeutico , posizione ugualmente valida per la vaccinazione umana  […]   esige  che questa valutazione si faccia in modo totalmente indipendente dalle ditte farmaceutiche che abbiano interessi alla produzione di vaccini […] fa appello a modificare al più presto la situazione per cui si utilizzano, nel quadro dell’obbligo vaccinale nei confronti di certe malattie, vaccini di cui una o più valenze non sono oggetto di alcun obbligo, il che attenta alla libertà terapeutica e favorisce indebitamente i profitti di alcune ditte […]  Intende creare un corpo statale di esperti di sanità pubblica indipendenti dall’industria farmaceutica […] per impedire ogni conflitto d’interesse al suo interno; chiede che sia valutata la necessità dell’obbligo vaccinale sul piano epidemiologico, sociologico etc. da parte di esperti indipendenti dai conflitti d’interesse dell’industria farmaceutica, poiché obbligo vaccinale non significa necessariamente che la popolazione sarà meglio coperta rispetto ad un paese in cui il vaccino è solo raccomandato…” [viii]

Infographic-The-Vaccine-Racket-1280E’ il caso di citare, a proposito dei Verdi francesi, la posizione molto più netta dell’europarlamentare Michèle Rivasi (biologa, già docente di scienze naturali nei licei e alI’Istituto Universitario di Formazione degli Insegnanti, ex direttrice di Greenpeace France ed esperta di Sanità ambientale allo stesso Parlamento europeo – dalla quale però l’EELV ha preso prudentemente le distanze. Autrice di un’iniziativa ‘scandalosa’ di contestazione dell’obbligo vaccinale. [ix] Contraria alla proposta di introduzione per legge in Francia di undici vaccini dal 2018, ha lamentato di sentirsi vittima di una sorta di “caccia alle streghe” ed in un’intervista ha rilasciato queste dichiarazioni:

“ No, io non sono ‘antivaccini’, però mi pongo delle domande…sulle nano particelle, sull’alluminio e sugli additivi presenti nei vaccini. Quando chiedo informazioni su questi argomenti, mi si risponde semplicemente. ‘Non c’è alcuna preoccupazione. Bisogna far vaccinare i ragazzi.’ Ebbene, io non sono d’accordo con questa idea […] Sono stata invitata ad esprimere il mio punto di vista ad Agnès Buzyn, la ministra della Sanità… Vado a chiederle una moratoria  sull’obbligo vaccinale. Ritengo che non si debbano assumere decisioni precipitose in materia. Prima di rendere obbligatori i vaccini, gradirei che si facessero degli studi sull’argomento da parte di un collegio di esperti indipendenti. Non dagli esperti pagati dai laboratori farmaceutici….” [x]

Bundnis90/Die Grünen  , il maggior partito Verde europeo, ha fra i suoi temi programmatici anche un capitolo dedicato alle “Impfungen”, cioè alle vaccinazioni. In questo documento – significativamente intitolato “Chi vaccina protegge se stesso e gli altri” – pur tenendo conto di gravi episodi epidemici che avevano interessato la RFT (come i 500 casi di morbillo a Berlino del 2001) si afferma tuttavia:

 “Per buoni motivi non abbiamo vaccinazioni obbligatorie in Germania. Le vaccinazioni sono sempre associate con i rischi e gli effetti collaterali e non si può essere costretti ala loro accettazione. Pertanto, il diritto all’autodeterminazione qui deve prevalere. Tuttavia, è necessaria una consulenza completa che può aiutare i genitori a prendere decisioni difficili e responsabili. […] Noi VERDI crediamo che dovremmo stare attenti con gli obblighi legali in materia sanitaria. Da un lato, il controllo è difficile – puoi, ad esempio, iscriversi a scuola non può dipendere da una vaccinazione certficata, ciò è in conflitto con l’istruzione obbligatoria. E sulla questione delle sanzioni un pozzo senza fondo si apre rapidamente, quando si pensa agli ultimi dibattiti su comportamenti sanitari inadeguati. Riteniamo molto utili le vaccinazioni, ma non consideriamo che la vaccinazione obbligatoria sia un modo appropriato per aumentare ulteriormente i tassi di vaccinazione. Informazione e trasparenza si sono dimostrati come base per decisioni responsabili e continueranno a farlo anche nel caso della richiesta di vaccini.”  [xi]

A tal proposito, Kordula Schulz-Ashe, parlamentare dei Grünen al Bundestag ed esperta in comunicazione ed educazione sanitaria, nel febbraio 2017 ha rilasciato queste dichiarazioni sulla “controversia relativa ai vaccini”:     

Le vaccinazioni sono un contributo di solidarietà alla comunità. Tuttavia, ognuno dovrebbe essere in grado di decidere da se stesso se essere vaccinato. Un dovere aumenterebbe solo la burocrazia. Si dovrebbe essere meglio informati. […] Le vaccinazioni non sono solo protezione, ma anche rischio. Pertanto tutti dovrebbero decidere in modo autodeterminato su una vaccinazione. Le persone che sono scettiche nei confronti dei vaccini non saranno convinti dei benefici della vaccinazione con la minaccia di coercizione o sanzioni.  ” [xii] 

Οικολόγοι Πράσινοι Anche gli ‘Ecologisti Verdi’ ellenici – già dal 2009 – hanno espresso i loro dubbi sulle vaccinazioni obbligatorie, con un documento intitolato: “Il vento nuovo: sfida per l’affidabilità della politica sanitaria”, di cui riporto alcuni significativi passi:

“Dobbiamo… affrontare il problema con prudenza e calma, tenendoci a distanza da panico e ansia di massa. Anche il ruolo dei media è importante qui. E ‘anche utile tenere a mente che ci sono potenti interessi, che si riferiscono principalmente all’industria farmaceutica ed alla circolazione dei farmaci, che potrebbero beneficiare di cultura di panico artificiale per promuovere attività economiche non correlate alla salute pubblica. Il benessere e la salute della società può essere garantita solo da politiche di prevenzione efficaci che affrontino le vere cause di malattie (come la dieta non sana, acqua e aria inquinate, lo stress mentale, la mancanza di sostegno emotivo)[…] La questione della vaccinazione di massa richiede un’attenzione particolare. Non possiamo non prendere in considerazione il pubblico ha espresso riserve gran parte della comunità scientifica sull’efficacia e la sicurezza del vaccino. Non accettate opinioni estreme sull’ effetto “assassina” dei vaccini, ma neppure la pressione per ampie vaccinazioni di massa che coprano la maggioranza della società.”  [xiii]

Lasciando l’Europa, è interessante citare almeno altri due casi. Il primo è quello del  Green Party of New Zealand (il Partito Verde Neozelandese), il cui portavoce in materia sanitaria, Kevin Hague, nel 2011 ha espresso in una lettera:

 il sostegno del G.P.(N.Z.) al diritto dei genitori di scegliere quali vaccini (semmai qualcuno va fatto) i loro figli ricevano senza incorrere in sanzioni economiche”. [xiv]

Il secondo caso, riportato anche dai media europei, è quello di Jill Stein, leader del Green Party of the U.S.  ed ex candidata alla Presidenza degli Stati Uniti d’America, la quale è stata duramente attaccata per aver espresso perplessità sull’obbligo vaccinale. Il quotidiano inglese ‘the guardian’, ha così riportato la sua posizione:

Stein, medico laureato ad Harvard, ha sia citato la provata importanza dei vaccini…sia suggerito che gli Americani non possono fidarsi della gente che raccomanda una vaccinazione molto diffusa […] “Come dottore in medicina, naturalmente io sostengo le vaccinazioni – ha twittato – Io ho un problema con la F.D.A. (Food and Drug Administration), essendo essa controllata dalle ditte farmaceutiche.[…] Stein ha affermato che le ‘corporations’ coinvolte nell’alimentazione geneticamente modificata hanno influenzato la supervisione governativa della medicina […] “Le agenzie di controllo sono regolarmente piene di lobbisti e di amministratori delegati aziendali. In questo modo, come al solito, negli Stati Uniti le volpi fanno la guardia al pollaio […] I vaccini dovrebbero essere trattati come qualsiasi procedimento medico. Bisogna che ciascuno di essi sia sottoposto a sperimentazione e regolato da soggetti che non abbiano interessi finanziari in merito” . [xv]

Per quanto riguarda poi il suo partito, i Verdi statunitensi, nella loro piattaforma programmatica del 2016 troviamo scritto che:

“I l G.P. sostiene un ampio raggio di servizi sanitari, compresa la medicina tradizionale, come anche l’insegnamento, il finanziamento e la pratica di approcci sanitari complementari, integrativi e riconosciuti.“ [xvi]

 

  1. Obbligo vaccinale: aspetti sanitari e criticità

images (5)Da questa panoramica sulle posizioni assunte dai principali partiti verdi in merito alle vaccinazioni imposte per legge emergono due fondamentali elementi comuni: (a) il rifiuto della scelta d’imporre dall’alto un trattamento sanitario obbligatorio, anziché informare adeguatamente e puntare sul senso di responsabilità dei cittadini; (b) la diffidenza verso politiche sanitarie non sufficientemente attente a rischi ed effetti collaterali connessi alle vaccinazioni ma, viceversa, pesantemente condizionate dalle industrie farmaceutiche. Come si vede, gli aspetti giuridici e strettamente sanitari sono strettamente connessi ad una visione ecologista da sempre aperta ad una visione olistica della medicina, attenta alla crescita della responsabilità personale e collettiva dei cittadini e preoccupata per la crescente tendenza all’utilizzo di chimica e biotecnologie ed al loro impatto sulla natura e sugli stessi esseri umani.

Ci sono però motivazioni più strettamente sanitarie alla base della resistenza di tanti cittadini a decisioni che puntino a moltiplicare i trattamenti vaccinali obbligatori, spalleggiate da campagne di martellante propaganda da un lato, e di pesante stigmatizzazione/criminalizzazione di ogni posizione contraria dall’altro. Non voglio entrare nell’aspra polemica che ha caratterizzato il dibattito sull’innocuità dei vaccini né tanto meno addentrarmi su un terreno che non mi si compete. Osservo solo che la ricorrente accusa agli ‘antivaccinisti’ – bollati tout court come ignoranti e retrogradi – di basarsi esclusivamente su dati fasulli e su ‘bufale’ mediatiche, non tiene conto sia della letteratura che fa riferimento ad un rispettabile e diffuso ambito medico alternativo (come quello della teoria e pratica dell’omeopatia), sia a studi e ricerche sanitarie forse poco conosciute, ma non per questo privi di rigore e liquidabili come ascientifiche.

Per fare un esempio, vorrei citare un recente testo curato dal prof. Paolo Bellavite (a lungo associato di Patologia Generale all’Università degli Studi di Verona), nel quale si passano in rassegna “aspetti critici e problemi aperti” relativi al rapporto tra scienza e vaccinazioni. [xvii]  Si tratta di uno scritto di 175 pagine, di cui ben 14 di bibliografia, nella quale si citano 275 studi pubblicati su riviste scientifiche d’impostazione sia omeopatica sia allopatica. Non proverò a sintetizzare le argomentazioni del prof. Bellavite, ma credo che sia utile riportarne alcune frasi che mi sembrano più significative.

“[Walter Ricciardi neopresidente dell’Istituto Superiore di Sanità], nel corso del 48° Congresso Nazionale della Società di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) ha dichiarato “L’allarme sulle vaccinazioni, lanciato più volte, stavolta sembra sia stato recepito e ha conosciuto una spinta da manuale” e ha concluso riferendosi al “decalogo” per i vaccini “Questa è l’unica chiave per arginare il pericoloso ritorno di malattie infettive dimenticate dovuto al calo delle coperture vaccinali” . A parte che non si capisce quale sarebbe il “pericoloso ritorno” (che non esiste) né di quali malattie “dimenticate” stia parlando, va notato che questo discorso agli igienisti (di cui gran parte sono medici) è stato fatto in un “simposio” inserito nel congresso SItI denominato “SPMSD”, che significa Sanofi Pasteur MSD, produttori di AVAXIM®, COVAXIS® / TRIAXIS®, HEXYON®, IMOVAX® POLIO, GARDASIL®, HBVAXPRO®, M-M-RVAXPRO®, PNEUMOVAX®23 e molti altri. […]I fattori che determinano l’epidemiologia delle malattie infettive sono tanti e variabili, alcuni nemmeno conosciuti, al punto che è impossibile fare previsioni di tal tipo basandosi sul senso comune. Questa prudenza nelle dichiarazioni pubbliche è tanto più necessaria se chi parla non esprime un’opinione personale come tante altre, ma lo fa nella veste del direttore dell’ISS. Di fatto, se è vero che c’è stato un minimo calo della copertura vaccinale, non vi è alcuna evidenza che siano comparsi casi di poliomielite e/o di difterite in numero superiore alle attese. Né si registra alcun pericolo per la salute pubblica per le altre malattie menzionate per le quali, tuttalpiù, si sono verificati pochissimi casi in persone non vaccinate e (per la parotite e recentemente anche la meningite) anche in persone vaccinate. […]Se da una parte è chiaro che internet permette la diffusione di notizie allarmistiche e non controllate, destano grosse perplessità dichiarazioni di persone che dovrebbero essere competenti, come quelle testuali della dott.ssa Nicoletta Luppi (non medico, dal 2012 Presidente e Amministratore Delegato di Sanofi Pasteur e dal 2015 Presidente del Gruppo Vaccini di Farmindustria e Presidente e Amministratore Delegato di MSD Italia, consociata italiana della multinazionale farmaceutica Merck & Co.) di fronte ad un’ampia platea di giovani al Meeting di Rimini 2016 in cui ha difeso e propagandato i vaccini.”  [xviii]

imagesDopo aver fatto riferimento al caso delle campagne di vaccinazione anti-influenzale ed anti-morbillo e ai loro punti di debolezza ed ambiguità, Bellavite cita la posizione critica di un noto studioso in materia, dimessosi lo scorso aprile da vice-direttore della sanità regionale piemontese:

L’epidemiologo Vittorio Demicheli, membro della Cochrane Collaboration ed esperto di livello internazionale, intervenendo sulla questione del piano nazionale dei vaccini ebbe a segnalare che “Nella mia esperienza di medico i sistemi di coercizione o sanzionatori, che il Ministero ha intenzione di introdurre nei confronti dei medici, non hanno mai portato a risultati positivi. Dunque, la proposta inserita nel nuovo piano non rappresenta, a mio avviso, una scelta vincente. L’unica soluzione plausibile, per superare i problemi legati alla diffidenza, comporta il rispetto di principi quali la trasparenza e l’indipendenza decisionale. Purtroppo, troppo spesso, questo non accade. L’esempio del vaccino per la pandemia influenzale e dei relativi conflitti di interesse presenti nell’Organizzazione mondiale della Sanità, rappresenta il caso più eclatante e i risultati ora sono sotto gli occhi di tutti”. “  [xix]

Tornando sulla campagna allarmistica relativa alla pretesa ‘ricomparsa’ del morbillo in Italia, se ne precisano opportunamente le effettive dimensioni, contestando puntualmente le ‘bufale’ divulgate da coloro che dovrebbero essere responsabili della sanità pubblica:

In realtà l’”epidemietta” di morbillo dei primi mesi del 2017 non ha avuto alcuna conseguenza grave e può rientrare in una normale oscillazione tipica di una malattia che compare di tanto in tanto, come è sempre stato (e le cui dinamiche sfuggono anche agli esperti). In Europa si erano verificate già due epidemie con 6-7000 casi nei primi mesi del 2010 e del 2011, senza poi nuove comparse significative e senza che nel frattempo siano cambiate le politiche vaccinali. Fino a metà maggio 2017 (con la curva ormai in discesa) si parla di 2224 casi segnalati dall’inizio dell’anno; quasi tutte le Regioni (18/21) hanno segnalato casi, ma il 92% proviene da Piemonte, Lazio, Lombardia, Toscana, Abruzzo, Veneto e Sicilia. L’89% dei casi era non vaccinato. La maggior parte dei casi (73%) è stata segnalata in persone di età maggiore o uguale a 15 anni; 139 casi avevano meno di un anno di età (nessuno ha avuto conseguenze fatali).Campagne di stampa martellanti in Aprile e Maggio hanno supportato le iniziative di un partito politico di rendere obbligatorie le vaccinazioni in modo più sistematico e massiccio. […] La disinformazione sul delicato argomento delle vaccinazioni sta minando alla base il principio di sicurezza dei cittadini e persino di fiducia nelle Istituzioni. Ciò è più grave se le dichiarazioni, vere o talvolta distorte, vengono da persone che per la loro veste istituzionale sarebbero tenute ad una massima obiettività, se non proprio competenza tecnica. O meglio: se manca la competenza tecnica un responsabile politico farebbe meglio a tacere. A “Porta a Porta” del 22/10/2014: al minuto 36’ il ministro Beatrice Lorenzin dichiara che “solo di morbillo a Londra, cioè in Inghilterra, lo scorso anno (quindi nel 2013 ndr) sono morti 270 bambini per una epidemia di morbillo molto grave”. Dati ufficiali del Governo Inglese: Nel 2013, di morbillo si è registrato 1 decesso, di un uomo di 25 anni, dopo la polmonite acuta come complicanza del morbillo”. […]  A “Piazza Pulita” del 22/10/2015 (esattamente un anno dopo): al minuto 5’,57” il ministro Beatrice Lorenzin dichiara: “Di morbillo si muore, in Europa!… c’è stata una epidemia di morbillo a Londra lo scorso anno (quindi nel 2014 ndr), sono morti più di 200 bambini …”.Dati ufficiali: Nel 2014 nessun decesso. Da 25 anni a questa parte i decessi per morbillo nel Regno unito sono oscillati tra 0 a massimo 4. Come anche in Italia.” [xx]

Il cuore del problema resta comunque la questione della reale “effettività ed efficacia” dei vaccini – di cui non si mette in discussione l’utilità in sé – e soprattutto dei loro eventuali ‘costi’ in termini sanitari, oltre che economici, per la collettività che dovrebbero difendere.

I dubbi sull’efficacia delle vaccinazioni per la mancanza di studi randomizzati non riguardano, ovviamente, l’efficacia misurabile come capacità di far aumentare gli anticorpi in un soggetto non immune, cosa che è fuori discussione. Che la vaccinazione sia una pratica capace a stimolare il sistema immunitario a produrre anticorpi è un dato indiscutibile, quasi ovvio. Ad esempio, il principale parametro per dire se un vaccino è “efficace” contro il morbillo viene oggi valutato con il titolo di anticorpi anti-morbillo nel siero di soggetti trattati col vaccino. Tale “effetto” non significa, in termini metodologicamente rigorosi, che l’aumento di anticorpi protegga realmente dalla malattia.[…] È anche noto che gli anticorpi proteggono da molte patologie infettive e non infettive, tanto è vero che si possono usare in caso di urgenza per curare ad esempio un caso di tetano o di morso di vipera. Da qui però a sostenere l’efficacia universale della vaccinazione come mezzo per prevenire le malattie infettive ce ne passa.” [xxi]

Per escludere ogni rischio ed avere una prova scientifica dell’effetto positivo dei vaccini sarebbero necessarie verifiche rigorose che, sottolinea il prof. Bellavite, non sono di fatto praticate e, in ultima analisi, sono molto difficilmente praticabili, per le seguenti ragioni:

“a) La farmacocinetica per i vaccini non è fattibile o non è credibile, in quanto non si distribuiscono in modo omogeneo nel corpo e le dosi non sono sufficienti a trovarli nel sangue o nei vari tessuti potenzialmente affetti dalla loro presenza (es. milza, linfonodi, sistema nervoso). b) Selezionare un gruppo rappresentativo della popolazione significa identificare un gruppo di soggetti adatti (sensibili alla malattia) sufficientemente grande da potersi aspettare che vi siano sufficienti casi di malattia da poter vedere una differenza tra i due gruppi A e B. Questo è impossibile per le malattie rarissime o inesistenti (es. difterite, tetano, polio). […] c) Il gruppo su cui effettuare la sperimentazione deve necessariamente appartenere allo stesso ambiente ed età del gruppo dei potenziali fruitori del beneficio del vaccino: ad esempio NON si può fare uno studio dell’efficacia di un vaccino per bambini italiani usando come soggetti-test degli adulti italiani o dei bambini africani. d) Per valutare il beneficio (o il rischio) di vaccinazioni si deve attendere il tempo in cui tale beneficio o rischio si può mostrare. Ad esempio per la vaccinazione HPV ci si aspetta che un eventuale beneficio atteso (prevenzione del cancro della cervice uterina) si manifesti molti anni dopo il vaccino. Uno studio clinico randomizzato e controllato con placebo durerebbe molti anni e sarebbe quasi impraticabile. […] e) Uno studio eventualmente fatto in passato (quando le malattie esistevano) certamente non risponde agli standard di qualità attuali, ma soprattutto era fatto in condizioni epidemiologiche e ambientali di igiene completamente diverse dalle attuali, tanto è vero che il panorama sanitario di TUTTE le malattie è cambiato negli ultimi 30 anni. f) C’è poi il caso dell’influenza, in cui la popolazione potenzialmente sensibile al vaccino è notevole […] ma lo studio randomizzato NON E’ POSSIBILE per ragioni di tempo (il virus e di conseguenza il vaccino cambia ogni anno e la sperimentazione richiederebbe tempi molto più lunghi) e di tipo etico (non si può lasciare senza protezione il gruppo di soggetti in cui l’influenza potrebbe causare gravi danni). La ragione fondamentale per cui i vaccini non sono sperimentati come i farmaci è quindi evidente al limite della ovvietà. Ma non viene detto. “  [xxii]

images (1)Gran parte delle pagine seguenti sono dedicate a fare una opportuna distinzione fra il concetto di ‘sicurezza’ dei vaccini e quello concernente invece la loro totale ‘innocuità’, equivoco su cui si basano le pretese certezze dei vaccinisti ad oltranza, contrapposte a chi nutre dubbi in proposito.

Una posizione corretta è espressa da Zanoni e collaboratori: “Se con la definizione di “vaccino sicuro” intendiamo un prodotto che è totalmente esente da effetti collaterali, allora nessun vaccino è sicuro al 100%. Esattamente come nessuna attività umana è sicura: un certo rischio, per quanto piccolo esiste in tutte le nostre attività”. Nel sito USAVaccine Adverse Event Reporting System (VAERS) sono riportate casistiche ampie ed accurate di tali eventi avversi, cui si rimanda non essendoci qui spazio di trattazione analitica” [xxiii]

Le considerazioni espresse alla fine del saggio, di cui ho solo riportato qualche citazione, mi sembrano ampiamente condivisibile e improntata a buon senso:

Per responsabilizzare la popolazione verso l’opportunità della vaccinazione, è opportuno seguire un percorso virtuoso e prudente, centrato sull’informazione, la libertà e la partecipazione. […] Una politica aggressiva delle autorità sanitarie in un campo così delicato come le vaccinazioni pediatriche potrebbe avere conseguenze gravi sul rapporto di fiducia tra cittadino e politica e persino tra cittadino e conoscenza scientifica in senso lato. La scienza è e resta strumento fondamentale per la cultura di un popolo, ma non la si può piegare a interessi di parte politica o economici, a pareri di “esperti” spacciati come verità indiscutibili o a crociate le une contro le altre armate.” [xxiv]

 

  1. Profili d’incostituzionalità dell’obbligo vaccinale 

Pur volendo prescindere dall’evidente conflitto d’interesse di chi, pur dovendo garantire efficacia e innocuità dei vaccini, risulta invece palesemente legato agli interessi economici del c.d. “Big Pharma” – di cui si è occupato fra gli altri Guido Viale in un suo articolo, pubblicato lo scorso agosto su il manifesto [xxv]credo  opportuno soffermarmi brevemente anche sugli aspetti giuridici della decisione di rendere obbligatorie alcune vaccinazioni nel nostro Paese. Abbiamo visto che simili tentativi dei rispettivi governi sono stati spesso contestati dalle forze politiche che s’ispirano all’ecologismo verde – ad esempio in Francia – ed è il caso di sottolineare che in altri stati, come in Svezia, dove la copertura vaccinale è già molto alta, le mozioni su ulteriori vaccinazioni forzate sono state rigettate dal Riksdag (Parlamento).

Il 10 maggio il Parlamento svedese ha respinto 7 proposte che avrebbero promosso le vaccinazioni obbligatorie. Il governo svedese ha deciso infatti che le politiche di vaccinazione forzata sono contrarie ai diritti costituzionali dei loro cittadini. La Svezia, invece di aderire alla pressione delle aziende farmaceutiche o delle tattiche spaventose dei media mainstream, ha adottato la decisione di rifiutare l’applicazione della vaccinazione obbligatoria ai suoi cittadini. Infatti, un tale mandato, hanno affermato, violerebbe la Costituzione del paese.” [xxvi] 

European-Forum-for-Vaccine-Vigilance-EFVVUn recente articolo di Rocco Artifoni (autore nel 2014, insieme con Filippo Pizzolato, del libro “L’ABC della Costituzione”, con prefazione di don Luigi Ciotti) affronta il tema della costituzionalità delle disposizioni legislative che impongono le vaccinazione obbligatorie. Egli fa, a tal proposito, un’interessante rassegna della giurisprudenza in materia, riportando alcune precedenti sentenze della nostra Corte Costituzionale, di cui mi limiterò a citare alcuni passi.

“Con la sentenza n. 307 del 1990, riguardante la “obbligatorietà della vaccinazione antipoliomielitica”, la Consulta ha stabilito che “un trattamento sanitario può essere imposto solo nella previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario, e pertanto tollerabili”. Ciò significa che dovrebbe essere dimostrato che le conseguenze di un trattamento sanitario obbligatorio non possano essere gravi e permanenti, perché altrimenti sarebbero intollerabili. Inoltre, la Corte afferma un principio di fondamentale importanza: “il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività non è da solo sufficiente a giustificare la misura sanitaria. Tale rilievo esige che in nome di esso, e quindi della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato, restando così legittimamente limitata la sua autodeterminazione, a un dato trattamento sanitario, anche se questo importi un rischio specifico, ma non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri”. La solidarietà verso gli altri può portare ad un obbligo per il singolo, anche in presenza di un certo rischio (che però deve essere indicato in modo preciso e non generico), ma tale costrizione trova un limite insuperabile nel diritto alla salute di ogni persona, che non può essere sacrificata per la tutela della salute altrui.” [xxvii]

Che, anche nel caso di obbligo vaccinale non rispettato da un genitore non si debba procedere in modo automatico ma sia necessario vagliare caso per caso, è quanto si ricava dalla lettura della successiva sentenza n. 132 del 1992 . Due anni dopo la stessa Consulta, con la sentenza n. 258 del 1994 ribadiva la:

“necessità di realizzare un corretto bilanciamento tra la tutela della salute del singolo e la concorrente tutela della salute collettiva, entrambe costituzionalmente garantite […] si renderebbe necessario porre in essere una complessa e articolata normativa di carattere tecnico che, alla luce delle conoscenze scientifiche acquisite, individuasse con la maggiore precisione possibile le complicanze potenzialmente derivabili dalla vaccinazione, e determinasse se e quali strumenti diagnostici idonei a prevederne la concreta verificabilità fossero praticabili su un piano di effettiva fattibilità”. [xxviii]

Il cuore del problema – cioè la conciliazione tra la dignità della persona/cittadino e le esigenze di sicurezza della collettività – è esplicitamente affrontato nella sentenza della Corte Costituzionale n. 282 del 2002:

“…la pratica terapeutica si pone all’incrocio fra due diritti fondamentali della persona malata: quello ad essere curato efficacemente, secondo i canoni della scienza e dell’arte medica; e quello ad essere rispettato come persona, e in particolare nella propria integrità fisica e psichica, diritto questo che l’art. 32, comma 2, secondo periodo, la Costituzione pone come limite invalicabile anche ai trattamenti sanitari che possono essere imposti per legge come obbligatori a tutela della salute pubblica. Questi diritti, e il confine fra i medesimi, devono sempre essere rispettati”.[xxix]

Come se non bastasse, la Consulta esplicita e ribadisce il concetto scrivendo di seguito:

“salvo che entrino in gioco altri diritti o doveri costituzionali, non è, di norma, il legislatore a poter stabilire direttamente e specificamente quali siano le pratiche terapeutiche ammesse, con quali limiti e a quali condizioni. Poiché la pratica dell’arte medica si fonda sulle acquisizioni scientifiche e sperimentali, che sono in continua evoluzione, la regola di fondo in questa materia è costituita dalla autonomia e dalla responsabilità del medico che, sempre con il consenso del paziente, opera le scelte professionali basandosi sullo stato delle conoscenze a disposizione.” [xxx]

Non mi sembra il caso di continuare a citare la giurisprudenza costituzionale relativa anche agli anni successivi, per cui riporto solo le conclusioni che l’autore dell’articolo ne trae:

“Alla luce delle sentenze della Corte Costituzionale fin qui richiamate è arduo derivare un preciso giudizio sul contenuto del Decreto Legge 7 giugno 2017 n. 73 […] Si può però ragionevolmente affermare che il consistente aumento del numero delle vaccinazioni obbligatorie (da quattro a dodici) dovrebbe essere scientificamente motivato, a maggior ragione che la scelta legislativa dell’Italia non trova riscontri in tutti gli altri Paesi europei. Inoltre, l’ampliamento dello spettro delle vaccinazioni considerate obbligatorie dovrebbe implicare un adeguato livello di accertamenti preventivi “idonei quanto meno a ridurre il rischio, pur percentualmente modesto, di lesioni della integrità psico-fisica per complicanze da vaccino”, relativamente alle dodici malattie che si vorrebbero prevenire. In altre parole, se da un lato si aumenta lo spettro della coercizione, dall’altro dovrebbe essere obbligatorio restringere il più possibile il campo dell’indeterminatezza e del rischio. L’accertamento preventivo è un principio fondamentale di precauzione, rilevante in un settore così sensibile come la salute delle persone, in particolare…di minori.” [xxxi]

images (6)Tornando alla prospettiva ambientalista dalla quale sono partito –  che è poi l’aspetto che maggiormente m’interessa sottolineare – mi sembra opportuno fare riferimento anche ad un articolo pubblicato dal periodico ecologista AAM-Terra Nuova  nel quale si sottolineano ulteriori ‘punti di incostituzionalità’ del decreto vaccini e della legge che lo ha recepito. Il documento, redatto dal gruppo di avvocati denominato ‘Giuristi per l’azione popolare’, ha stilato un elenco delle criticità del provvedimento sull’obbligatorietà di alcuni vaccini. In estrema sintesi, esse sarebbero le seguenti: 1) disparità di trattamento tra scuole dell’infanzia e scuola dell’obbligo;  2) compressione della libertà di scelta; 3) assenza di presupposti  per l’adozione del provvedimento provvisorio in forza di legge; 4) mancata previsione, a carico dello Stato, di un’equa indennità; 5) negazione al sistema di istruzione e di formazione.

Queste considerazioni, al cui sostegno nell’articolo si scrive che si è pronunciato autorevolmente anche il prof. Paolo Maddalena, dovrebbero farci riflettere seriamente su una problematica troppo sbrigativamente derubricata a questione personale o a semplice contrapposizione di scelte dettate da fanatismo antiscientifico a certezze indiscusse e indiscutibili. Concludo citando un intervento su tale spinosa questione del prof. Daniele Granara, docente di Diritto costituzionale all’Università di Genova e vicepresidente di V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), l’associazione di protezione ambientale di cui faccio parte.

Nel caso dei vaccini, appare evidente che i due diritti (che sono anche valori) non si pongono in conflitto fra di loro, essendo la ricerca scientifica tesa ad individuare le soluzioni sempre più avanzate per la tutela della salute. È altrettanto certo che la cura vaccinale sia oggetto di un ampio dibattito scientifico, non essendo possibile considerarla il livello più avanzato e sicuro che la scienza oggi abbia raggiunto per la prevenzione delle malattie. Al contrario, vi sono studi che, da un lato, dimostrano zone di rischio anche gravi della pratica vaccinale, dall’altro percorrono strade alternative di cura preventiva.In ragione di quanto sopra, la Costituzione non consente, in mancanza di una acquisizione scientifica certa ed incontestabile, l’imposizione generalizzata dell’obbligo vaccinale dei bambini in età scolare, ma attribuisce ai genitori il diritto-dovere, con consenso informato, di scegliere ogni strada scientificamente possibile per salvaguardare la salute dei propri figli nell’ambito del loro obbligo di istruire, mantenere ed educare la prole (art. 30 Cost.). Tale diritto-dovere si coniuga pienamente con i valori suindicati della tutela della salute e della libertà della ricerca scientifica, in positiva e sinergica correlazione.” [xxxii]

In sintesi, dunque, a prescindere dalle valutazioni più o meno entusiastiche sull’utilità sempre o comunque dei trattamenti vaccinali – di cui è difficile disconoscere la funzione – permangono parecchi dubbi sia sulle garanzie fornite sull’assoluta innocuità dei singoli vaccini (cosa ben diversa dalla loro ‘sicurezza’ ed oggetto semmai di  un’insufficiente ‘farmacovigilanza’), sia circa l’effettiva gravità di certe strategiche ‘emergenze’, sulla cui scorta si propone – o meglio s’impone – un numero sempre maggiore di vaccinazioni. Il terzo aspetto, infine, è la faziosa contestazione verso chiunque nutra questi dubbi, come se essi non avessero alcun serio fondamento dal punto di vista sia sanitario sia giuridico-costituzionale.  Essere ecologisti, del resto, non vuol dire solo occuparsi della tutela dell’ambiente naturale. Il vero ecologista, infatti, ha una visione globale, olistica, dei problemi e, in questa luce, anche la valutazione della positività o meno dell’obbligo vaccinale dovrebbe tener conto del fatto che il modello tecnocratico di scienza che ci viene proposto come unico va profondamente rivisto. Chiudo citando Antonio D’Acunto:

“Sul piano della teoria è evidente la distanza siderale che oggi c’è tra ricerca, sviluppo tecnologico e sua applicazione e visione unitaria della natura, la coscienza dell’appartenenza ad essa. Colmare questa distanza nel modo di pensare collettivo significa intendere ricerca, sviluppo e tecnologia nella funzione positiva di essere dentro la natura, appunto, con la sua identità, con le sue regole e con le sue leggi.” [xxxiii]

Recentemente, anche in campo fiscale, si è parlato di “tax compliance”, intendendo con questa espressione anglofila l’adempimento di un obbligo, o meglio la totale accettazione (acquiescenza) ad esso. Il termine però ha un’origine sanitaria, in quanto con ‘compliance’ ci si riferisce all’adesione di un paziente ad una determinata terapia, cioè all’osservanza da parte sua di quanto prescritto dai medici. Ebbene, essa non può e non deve essere un’accettazione automatica, supina o peggio forzata di un qualsiasi trattamento sanitario, bensì un consenso informato, ossia una scelta consapevole e responsabile.   “Vax compliance” dunque? No, grazie!

N O T E ———————————————————————————————

[i]   Testo del decreto-legge 7 giugno 2017, n. 73, in Gazzetta Ufficiale – Serie generale – n. 130 del 7 giugno 2017), coordinato con la legge di conversione 31 luglio 2017, n. 119, recante: «Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale, di malattie infettive e di controversie relative alla somministrazione di farmaci.» http://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/dettaglioAtto?id=60202

[ii] http://www.agenparl.com/vaccini-borrelli-verdi-bocciata-mozione-consiglio-lunedi-parte-discussione-vietare-accesso-allasilo-bambini-non-vaccinati/

[iii] http://www.canale58.com/articolo/rubriche/7/s-ai-vaccini-borrelli-combattere-l-ignoranza-e-gli-esaltati-ordine-dei-medici-in-campo/30821

[iv]  Paolo Galletti, “Decreto vaccini, una forzatura non motivata”, Verdi.it (25.05.2017) > http://verdi.it/decreto-vaccini-una-forzatura-non-motivata/

[v]  Per informazioni sui Verdi Europei (European Greens), nati nel 2004 e raggruppanti 34 partiti membri, cfr. https://europeangreens.eu/organisation

[vi]  Verdi Sud Tirolo, Vaccini obbligatori: un gesto quanto meno precipitoso (maggio 2017) >  http://www.verdi.bz.it/vaccini-obbligatori-un-gesto-quanto-meno-precipitoso/

[vii] Cfr. i citati paragrafi del capitolo “Health” nel programma del Green Party, scritto nel 2015 ed aggiornato nel 2017 > https://policy.greenparty.org.uk/he.html (traduzione mia)

[viii]  Europe Ecologie- Les Verts, Motion Vaccination, Conseil Fédéral des 09 et 10 janvier 2016 > http://eelv.fr/motion-vaccination/ (traduzione mia)

[ix]  “ ‘C’est une chasse aux sorcières’: l’eurodéputée Michèle Rivasi crée la polemique avec la projection d’un documentaire controversé sur les vaccins”  , France Info (fevr. 2017) > http://www.francetvinfo.fr/sante/c-est-une-chasse-aux-sorcieres-l-eurodeputee-ecolo-michele-rivasi-cree-la-polemique-avec-la-projection-d-un-documentaire-controverse-sur-les-vaccins_2052309.html

[x]  Michèle Rivasi: ‘Je vais demander un moratoire sul l’obbligation vaccinale’ > http://www.20minutes.fr/sante/2108887-20170724-michele-rivasi-vais-demander-moratoire-obligation-vaccinale

[xi]  Bundnis 90/Die Grünen, Themen: Wer impft, schützt sich und andere  (2015) >

https://www.gruene.de/themen/soziale-gerechtigkeit/2015/wer-impft-schuetzt-sich-und-andere.html (traduz. mia)

xii  Kordula Schulz-Asche, Der Streits ums Impfen (23.02.2017) > https://www.schulz-asche.de/category/gesundheit/impfen/ (traduzione mia). Vedi anche: https://causa.tagesspiegel.de/gesellschaft/sollte-es-eine-impfpflicht-geben/eine-impfpflicht-steigert-die-impfraten-nicht.html

[xiii]  Οικολόγοι Πράσινοι, Η ΝΕΑ ΓΡΙΠΗ, ΠΡΟΚΛΗΣΗ ΓΙΑ ΤΗΝ ΑΞΙΟΠΙΣΤΙΑ ΤΗΣ ΠΟΛΙΤΙΚΗΣ ΥΓΕΙΑΣ (26.11.2009) >

http://www.ecogreens-gr.org/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=654:2009-11-26-11-49-37&catid=10:health&Itemid=25 (traduzione mia)

[xiv]   Kevin Hague (G.P.N.Z.) > http://www.noforcedvaccines.org/nz-political-parties-vaccination-policies/mps-respond-to-vaccination-issue/

[xv]  Alan Juhas,  Green Party candidate Jill Stein accused of ‘anti vaxxer’ sympathies (30.07.2016) https://www.theguardian.com/society/2016/jul/30/jill-stein-green-party-vaccinations-anti-vaxxers . Vedi anche: https://www.washingtonpost.com/news/post-politics/wp/2016/07/29/jill-stein-on-vaccines-people-have-real-questions/?utm_term=.4aaec93da8e5

[xvi]  Green Party of the U.S., Platform > http://www.gp.org/social_justice_2016/#sjHealthCare

[xvii]  Paolo Bellavite, SCIENZA E VACCINAZIONI: ASPETTI CRITICI E PROBLEMI APERTI, II ediz. (15.05.2017)   > http://www.medicinacentratasullapersona.org/images/pdf/scienza%20e%20vaccinazioni%20-%20aspetti%20critici%20e%20problemi%20aperti%20di%20paolo%20bellavite.%20seconda%20edizione%2015_05_2017.pdf

[xviii]  Ivi, pp. 8- 9

[xix]    Ivi, p. 15

[xx]    Ivi, p. 24

[xxi]   Ivi, p. 45

[xxii]  Ivi, pp. 58-59

[xxiii]  Ivi, p. 93

[xxiv]   Ivi, p. 125

[xxv]   Guido Viale, “Sui vaccini e Big Pharma il muro del silenzio contro un movimento” , il manifesto  (04.08.2017) > https://ilmanifesto.it/sui-vaccini-e-big-pharma-il-muro-del-silenzio-contro-un-movimento/

[xxvi]  Maurizio Blondel, “La Svezia vieta le vaccinazioni obbligatore”, Controinformazione.info (26,05.2017) >   https://www.controinformazione.info/la-svezia-vieta-le-vaccinazioni-obbligatorie/

[xxvii] Rocco Artifoni, “Le vaccinazioni obbligatorie e la Corte Costituzionale”, Pressenza (13.06.2017) > https://www.pressenza.com/it/2017/06/le-vaccinazioni-obbligatorie-la-corte-costituzionale/

[xxviii]   Ivi

[xxix]    Ivi

[xxx]     Ivi

[xxxi]   Ivi

[xxxii]  Daniele Granara, “La vaccinazione è un obbligo?” , vasonlus.it (13.07.2017) > http://www.vasonlus.it/?p=50062

[xxxiii]   Antonio D’Acunto, Alla ricerca di un nuovo umanesimo – Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli, La Città del Sole, 2015 – p. 68

MINORI…NON ACCOMPAGNATI

La buona scuola dei docenti-vigilantes

downloadNelle scuole italiane, da un po’ di tempo in qua, non si fa altro che discutere animatamente dello stesso argomento. Del rinnovo del contratto del personale, incredibilmente fermo da 10 anni?  Degli esiti della sedicente Buona Scuola renziana, che ci ha regalato presidi-manager e docenti-staffisti? Dell’atteggiamento schizofrenico di chi, dopo aver cancellato l’ora d’insegnamento dedicata alla ‘educazione civica’ l’ha rimpiazzata dapprima con un’indistinta girandola di educazioni (alla legalità, alimentare, sanitaria, etc.) e poi con l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione all’interno di una delle due curricolari ore di storia e senza una valutazione specifica?  Oppure si discute della logica ‘premiale’ bonascolista, che tratta gli insegnanti come bambini che scrivono a Babbo Natale per mendicare umilmente bonus, ricompense e mance varie? O forse si parla  della aziendalizzazione spinta della scuola pubblica, pervasa da slogan efficientistico-imprenditoriali e sempre più invasa da postulanti privati a vario titolo (docenti di madre-lingua, istituti di certificazione linguistica, teatri e cinematografi, associazioni turistiche e culturali, club sportivi, providers informatici, formatori in cerca di pubblico e via discorrendo)?  Assolutamente no. Il problema-principe di cui si discetta nelle nostre scuole è l’uragano abbattutosi improvvisamente e improvvidamente su docenti stanchi, spesso avviliti e demotivati, ponendoli di fronte ad un obbligo ulteriore e mortificante. Quello cioè di attuare nella realtà vera di tutti i giorni – e soprattutto degli anni 2000 – una prescrizione normativa risalente al Codice Rocco, secondo la quale i ‘minori’ loro affidati dai genitori, all’uscita dalla scuola, dovrebbero essere individualmente consegnati a questi ultimi o a loro delegati.

A monte di questa incredibile querelle c’è la recente sentenza n.21593 della III sezione civile della Corte di Cassazione [i] che, a ben vedere (ma ovviamente pochi ne hanno davvero letto il testo), si limita a confermare principi giuridici preesistenti  ed un generale indirizzo estremamente rigoroso della giurisprudenza in materia di vigilanza sui minori. Ciò che molti distratti, poco informati o tendenziosi commentatori omettono, in riferimento all’ordinanza fonte del casus belli, è che la Corte suprema ha rigettato le obiezioni del ricorrente Ministero riferendosi ad una fattispecie per niente generalizzabile. Al punto 4.3. del documento, infatti, si legge: “Come rilevato dal primo giudice e implicitamente condiviso dalla Fiorentina, sussiste un obbligo di vigilanza in capo all’amministrazione scolastica con conseguente responsabilità ministeriale sulla base di quanto disposto all’art. 3 lettere d) ed f) del Regolamento d’Istituto. Le norme ora richiamate,infatti, rispettivamente pongono a carico del personale scolastico l’obbligo di far salire e scendere dai mezzi di trasporto davanti al portone della scuola gli alunni, compresi quelli delle scuole medie, e demandano al personale medesimo la vigilanza nel caso in cui i mezzi di trasporto ritardino. Sulla scorta di quanto prescritto nel richiamato regolamento scolastico il giudice di primo grado e quello di secondo grado hanno logicamente dedotto che l’attività di vigilanza della quale l’amministrazione scolastica era onerata non avrebbe dovuto arrestarsi fino a quando gli alunni dell’istituto non venivano presi in consegna da altri soggetti e dunque sottoposti ad altra vigilanza, nella specie quella del personale addetto al trasporto.” [ii]  E’ dunque chiaramente pretestuoso interpretare tale pronunciamento della Cassazione come se ne scaturisse l’incredibile quanto inattuabile imposizione d’un obbligo generalizzato nei confronti del personale della scuola, secondo il quale si dovrebbe riconsegnare ciascuno delle centinaia (in alcuni casi migliaia) di alunni nelle mani dei rispettivi genitori (o loro delegati), sì da adempiere l’obbligo di vigilanza sui minori affidati. Quelli che ritengono di sapere qualcosa di diritto e sono fautori del tradizionale motto romano “Dura lex sed lex”   obiettano però che in quest’obbligo sussisterebbe comunque, in quanto previsto dall’art. 2048 del Codice Civile. Ma che cosa c’è scritto effettivamente in questo basilare riferimento legislativo?

‘Minori non emancipati’ o studenti con doti ’imprenditoriali’?

imagesIl padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi (1). La stessa disposizione si applica all’affiliante. I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza. Le persone indicate dai commi precedenti sono liberate dalla responsabilità soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto.” [iii]  Ebbene, dopo aver letto integralmente questo articolo del Codice Civile italiano – al di là della marginale notazione d’un linguaggio che ci riporta ad una società in cui la vita ed i rapporti familiari erano ben diversi – non mi sembra che si possa dedurne le conclusioni cui sono giunti la Ministra Fedeli, molti zelanti Dirigenti scolastici e perfino parecchi docenti che, a quanto pare, conoscono poco sia i loro diritti sia i loro doveri.  A parte il fatto che l’articolo in questione si riferisce a specifiche situazioni in cui la mancata vigilanza di genitori, tutori e precettori consenta che un minore loro affidato cagioni un danno a terzi – cosa ben diversa dalla tutela della sicurezza personale dello stesso –  è evidente che ci troviamo di fronte ad un quadro normativo che non ha più credibilità nel contesto socioculturale dei nostri tempi, in cui la stessa scuola, peraltro, ha il compito di educare i ragazzi all’autonomia personale e “ad agire in maniera matura e responsabile” [iv].   Ricordo, a tal proposito, che a noi docenti delle ex scuole medie è stato richiesto di svolgere un compito ulteriore rispetto a chi vi insegnava fino a pochi anni fa, quello cioè di provvedere collegialmente alla ‘certificazione delle competenze al termine del primo ciclo d’istruzione’.  Evito di entrare nel merito della retorica tecnocratica che esalta le ‘competenze’ rispetto a conoscenze ed abilità di cui la scuola dovrebbe farsi veicolo, ma non posso fare a meno di sottolineare che nel modello ministeriale di certificazione, sono state inserite anche la seguenti: “ 9) Dimostra originalità e spirito di iniziativa. Si assume le proprie responsabilità, chiede aiuto quando si trova in difficoltà e sa fornire aiuto a chi lo chiede. È disposto ad analizzare se stesso e a misurarsi con le novità e gli imprevisti.” […] “12) Ha cura e rispetto di sé, come presupposto di un sano e corretto stile di vita. Assimila il senso e la necessità del rispetto della convivenza civile. Ha attenzione per le funzioni pubbliche alle quali partecipa nelle diverse forme in cui questo può avvenire: momenti educativi informali e non formali etc.” [v].   E’ innegabile che la giurisprudenza ci presenta casi in cui, viceversa, si considera il minore affidato alla scuola come se non potesse considerarsi un soggetto autonomo e responsabile, ad esempio nel caso in cui la stessa alta Corte ha voluto ribadire: …il principio generale che l’istituto di istruzione ha il dovere di provvedere alla sorveglianza degli allievi minorenni per tutto il tempo in cui le sono affidati e quindi fino al momento del subentro almeno potenziale della vigilanza dei genitori o di chi per loro.”  [vi]  Ebbene, anche a prescindere dalle valutazioni palesemente contrastanti espresse in sede giurisizionale, si direbbe che legislatori, giudici, ministri e presidi non si rendano conto del fatto che trattare studenti medi come irresponsabili ed incapaci marmocchi, da affidare nelle mani di genitori o generici ‘adulti’ delegati, non è il modo migliore per sviluppare in loro l’autonomia, le “competenze sociali e civiche” e, men che meno, lo “spirito di iniziativa e imprenditorialità” cui la scuola dichiara di volerli formare. La stessa giurisprudenza, peraltro, sembrerebbe aver superato l’arcaico ‘tabu’ della vigilanza sempre e comunque dei minori, giungendo a conclusioni ben diverse, come in altri pronunciamenti della Cassazione, nei quali invece si sottolinea che gli insegnanti devono ovviamente tener conto del livello di maturità degli studenti.  D’altra parte , nella giurisprudenza specifica in materia di sorveglianza sui minori da parte del personale insegnante, risulta consolidato l’orientamento (cfr. Cass. Sez .III , 4.3.77 n. 894, Cass. Sez. II 15.1.80 n. 369 , Cass . Sez. III 23.6.93 n. 6937, Trib. Milano 28/6/1999 ) che tiene in considerazione il grado di maturazione degli allievi nel valutare il contenuto dell’obbligo di vigilanza” .[vii]   

Gli ‘unaccompanied minors’ sono ben altro…

images (1)Spesso i docenti  tendono a reagire d’istinto alle…sollecitazioni provenienti dall’alto, dimostrando  talvolta una limitata consapevolezza dei propri diritti e doveri. Bisogna ammettere, d’altra parte, che non passa anno che sul travagliato microcosmo scolastico non si abbatta qualche inopinata novità, che mette in discussione gli  equilibri organizzativi e introduce elementi innovativi nella stessa didattica, costringendo stagionati maestri e professori ad adeguarsi alla meglio ad essi. Come osservavo qualche anno fa in un altro articolo [viii], siamo di fronte alla diffusa sindrome del “non capisco ma mi adeguo”, per cui si tende ad accettare supinamente crescenti imposizioni dall’alto che, alla faccia dell’autonomia dell’Istituto e del singolo docente, stanno riducendo la scuola ad un terreno su cui i vari ministri si esercitano, anno dopo anno, in una interminabile partita tipo videogiochi. Il fatto è che la realtà virtuale percepita da alti burocrati, soloni accademici e  dirigenti-manager è sempre meno frutto di esperienza diretta e sempre più derivata da arzigogolate misurazioni di efficienza ed efficacia, sulla base di parametri pseudo-oggettivi di valutazione. La loro percezione di un istituto scolastico medio – che conti cioè da 500 agli 800 allievi – appare piuttosto generica e prescinde dalle dinamiche e problematiche delle vere classi, sempre più affollate di alunni e afflitte da problemi non solo di apprendimento, ma anche relazionali e socio-economici. E’ una realtà che ci mostra un’organizzazione lavorativa e familiare dei loro genitori oggettivamente messa in crisi dall’inusitata richiesta di prelevare i figli inferiori ai 14 anni all’uscita da scuola . Gran parte di loro, infatti, già da anni  vi entrano ed escono autonomamente; semmai, è stato notato che lo fanno ancora in misura piuttosto bassa (30-40%) rispetto ai loro compagni di altra nazionalità, il cui tasso di indipendenza raggiunge il 90%.   Non è peraltro un mistero che il Contratto del Comparto Scuola – risalente al lontano 1995 ma di fatto vigente sul piano normativo – prevedeva al 5° comma dell’art. 42 che Per assicurare l’accoglienza e la vigilanza degli alunni, gli insegnanti sono tenuti a trovarsi in classe 5 minuti prima dell’inizio delle lezioni e ad assistere all’uscita degli alunni medesimi.” [ix]. Ciò non significa però che da tale ruolo di ‘assistenza’ scaturisca per i docenti l’obbligo di consegnare i rispettivi allievi nelle mani di un genitore o suo delegato, né tanto meno di vigilare su ciò che avviene all’esterno della scuola ed in orario non più scolastico, cioè alla fine delle lezioni. F. De Angelis, ricordando che la stessa norma è ripresa dal comma 5 dell’art.29 del CCNL scuola, ha sottolineato a tal proposito che “ il docente dell’ultima ora di lezione ha l’obbligo di accompagnare gli studenti all’uscita della scuola, controllando, soprattutto in caso di studenti di scuola primaria, se all’uscita ci siano i genitori dei propri studenti per la consegna. Se ancora i genitori non si presentano, i docenti devono segnalare la situazione al dirigente o al vicario, che penserà alla situazione. E comunque, se di obbligo si deve parlare, certamente non è riservato ai docenti: infatti, il CCNL comparto scuola, sancisce esplicitamente che il profilo professionale di Area A del personale ATA, che corrisponde ai collaboratori scolastici, è tenuto a rispettare le “mansioni di accoglienza e sorveglianza degli alunni nei periodi immediatamente e antecedenti e successivi all’orario delle attività didattiche.” [x]

images (3)Il paradosso è che, anziché preoccuparsi davvero del grave problema dei veri “minori non accompagnati”,  ovvero i circa 30.000 ragazzi/e stranieri (dato 2016) che da soli hanno fortunosamente raggiunto il nostro Paese e per i quali sussiste un oggettivo diritto di accoglienza e protezione [xi] , il nostro governo preferisce mettere a subbuglio i delicati equilibri dell’istituzione scolastica, chiedendo al suo personale di svolgere anche le funzioni di ‘vigilantes extra moenia’. Chi vive la realtà quotidiana della scuola sa bene che si tratta di una richiesta irricevibile e sostanzialmente ipocrita, nella misura in cui non è effettivamente praticabile. Far controllare carte d’identità di adulti delegati alla già problematica uscita di 7-800 allievi sarebbe una follia e metterebbe seriamente a rischio proprio la sicurezza degli stessi ragazzi, oltre a quella dei lavoratori della scuola. Ecco perché dobbiamo respingere al mittente quest’assurdità, evitando di approvare qualsiasi deliberazione collegiale che ci vincoli in tal senso. Anche così insegniamo la cittadinanza attiva ai nostri ragazzi.

N O T E ————————————————————————————————————

[i]  La sentenza citata, del 19.09.2017,  è riportata integralmente in: http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2017/09/19/21593.pdf

[ii]  Vedi testo dell’ordinanza cit. della CdC,  al punto 4.3

[iii] Codice Civile, art. 2048 > https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-2048-codice-civile-responsabilita-dei-genitori-dei-tutori-dei-precettori-e-dei-maestri-darte

[iv]  V. MIUR, Indicazioni Nazionali per i Piani di studio personalizzati nella Scuola Secondaria di 1° grado(2012) , p. 4 > http://www.edscuola.it/archivio/norme/programmi/media_06503.pdf

[v]  MIUR, Scheda  per la certificazione delle competenze al termine del primo ciclo d’istruzione, in: http://www.indicazioninazionali.it/J/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=8&Itemid=102

[vi]  Cfr. Corte di Cassazione, sez. I, sentenza n. 3074 del 30/03/1999, riportata in https://www.snalsbrindisi.it/documenti/doc1/cassazione_3074.htm

[vii]  Maria Cristina Paoletti, “Vigilanza sul minore e responsabilità del docente “,  Educazione e scuola > http://www.edscuola.it/archivio/ped/vigilanza.html

[viii]  Ermete Ferraro, La buona scuola che ci compete (12.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/12/la-buona-scuola-che-ci-compete/

[ix]  C.C.N.L. del Comparto Scuola (04.08.1995) >    http://www.fnada.org/FNADa%20Web/Norme/OLD/ccnl4-8-95.htm#42

[x]  F. De Angelis, “Il docente è responsabile solo se è previsto dal regolamento d’istituto!” (17.10.2017) , La Tecnica della Scuola > https://www.tecnicadellascuola.it/vigilanza-docente-responsabile-solo-previsto-dal-regolamento-istituto

[xi]  Cfr. dati relativi su: https://www.unhcr.it/cosa-facciamo/progetti-europei/minori-non-accompagnati/accoglienza-dei-minori-stranieri-non-accompagnati

 

“RIARMISTI ESIGENTI” ?

  1. Dal Nobel per la Pace al primato delle armi ?

imagesE’ dagli anni ’70 del secolo scorso che mi occupo di antimilitarismo, resistenza alla guerra, azione nonviolenta per la pace e difesa alternativa, ma devo confessare che sono più che mai preoccupato per la nuova escalation nella corsa agli armamenti e per l’atmosfera guerrafondaia nella quale ci troviamo sempre più immersi. Quarant’anni dopo, infatti, mi trovo ancora a scendere in piazza contro la guerra prossima ventura ed a lanciare iniziative contro il disarmo nucleare, come se le lancette dell’orologio della storia fossero state assurdamente riportate indietro, ai tempi  dell’equilibrio del terrore. Eppure c’è qualcuno che storce il naso di fronte a tali mobilitazioni, la cui validità e urgenza hanno peraltro ricevuto l’onore di un riconoscimento ufficiale e prestigioso col conferimento del Premio Nobel per la Pace 2017 all’I.C.A.N. [i] (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons). C’è chi sostiene, infatti, che un vero movimento contro la guerra non dovrebbe lasciarsi ingenuamente irretire dall’inganno del pretestuoso conflitto U.S.A.-Corea del Nord sugli armamenti nucleari, perdendo così di vista le quotidiane e sanguinose guerre combattute convenzionalmente – e sanguinosamente – in tutto il resto del mondo.

Certo, lo stesso Papa Francesco ci ha ripetutamente richiamato alla tragica realtà di una ‘guerra mondiale combattuta a pezzi’, cui tristemente rischiamo di assuefarci, come se fossimo i passivi spettatori di un orribile, ma in qualche modo virtuale, wargame. E’ evidente che sull’esasperazione della crisi coreana si sia molto puntato, per distogliere l’attenzione da altri scenari geopolitici e per criminalizzare ‘regimi’ dalla cui minaccia i soliti ‘liberatori’ dovrebbero ancora una volta salvarci. E non meno vero, però, che l’impennata nuclearista e militarista che stiamo registrando in questi anni desta una legittima preoccupazione in chi, pur convinto da sempre che “la guerra è follia” [ii] per citare ancora il Papa – si augurava almeno che alla pazzia distruttiva ed al delirio di onnipotenza fosse stato posto quanto meno un limite. Anche i ragazzi della scuola media, del resto, sanno che una guerra nucleare non potrebbe mai avere vincitori (come peraltro hanno ricordato alcuni giorni fa i vescovi della conferenza episcopale coreana in un loro accorato appello) [iii] .  Nondimeno ci tocca assistere ogni giorno ad allucinanti dichiarazioni ed a grottesche esibizioni muscolari proprio in materia di armamenti nucleari, in un incredibile gioco al massacro che sfida il buon senso e lascia perplessi gli stessi professionisti della guerra, quella casta militare che si trova scavalcata in rodomondate dall’ignorante arroganza dei propri leader politici.

Intendiamoci, dietro ogni conflitto armato c’è sempre e comunque lo zampino dell’onnipotente complesso militare-industriale. Da un po’ di tempo, tuttavia, si direbbe che qualcuno abbia preso troppo sul serio la sarcastica frase di Georges Clemenceau, secondo il quale “la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari” [iv]  al punto da ipotizzare che essa possa essere affidata, non meno incoscientemente, in quelle assai meno esperte dei sedicenti ‘grandi della Terra’ ed alla loro mania – maschilista prima ancora che bellicista – di esibire … ordigni più potenti degli altri.  Ci troviamo quindi spettatori d’un incredibile teatrino mediatico, che rinforza esalta e diffonde le allucinanti dichiarazioni dei protagonisti di questa assurda sfida all’ultimo missile ed alla testata nucleare più distruttiva. Il rischio, ancora una volta, è quello di assuefarci lentamente a questa logica perversa, sentendoci ancor più impotenti di fronte ad una catastrofe atomica prossima ventura. Si tratta di una guerra psicologica, che rischia però di aprire la strada a quella vera, agitando continuamente lo spauracchio di un pericolo da cui dovremmo difenderci, come se il vero pericolo non fosse proprio questo modo di difendersi.

  1. Disarmisti esigenti, per contrastare i venti di guerra nucleare

Negli ultimi anni si sono sviluppati, all’interno della galassia pacifista, diversi movimenti specificamente antinuclearisti e, un po’ ovunque, si sono svolte numerose manifestazioni al fine di richiamare l’opinione pubblica dei vari Paesi ad un atteggiamento più responsabile e proattivo nei confronti dei rispettivi governi, anche ricordando loro che esiste un’autorità sovranazionale che dovrebbe disciplinare questioni così centrali per la stessa sopravvivenza del Pianeta. In Italia, ad esempio, è nato nel 2014 il movimento dei Disarmisti Esigenti [v], formato da attivisti nonviolenti che si adoperano per la pace ed il disarmo,  in risposta all’appello di Stéphane Hessel ed Albert Jacquard ad “esigere un disarmo nucleare totale”. Anche a Napoli, in occasione dell’assemblea nazionale d’uno storico movimento nonviolento di matrice spirituale come il M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione)[vi], branca italiana dell’ I.F.O.R. [vii], si è svolto recentemente un incontro pubblico sul tema “Bandire le armi nucleari” [viii], da me coordinato, cui hanno partecipato autorevoli esponenti di tali organizzazioni ed al quale è intervenuto anche il vice-sindaco della Città, al quale è stata consegnata una proposta di deliberazione proprio sul disarmo nucleare.FOTO MODIFICATA

Ebbene, anche se l’attribuzione del Nobel per la pace alla già citata I.C.A.N. costituisce un evidente riconoscimento a questo movimento internazionale rigorosamente disarmista ed alla sua campagna per l’abolizione degli armamenti nucleari, temo che nel mondo si stia sviluppando a ritmo ancor più incalzante il movimento che mi viene da chiamare dei “riarmisti esigenti”. Si tratta in primo luogo dell’allarmante e diffusa tendenza dei governi ad investire sempre più risorse del proprio bilancio nella cosiddetta ‘difesa’, ma anche della molto più comune e popolare tendenza ad armarsi per tutelare se stessi ed i propri beni, secondo una logica che negli USA ha radici popolari, molto antiche e profonde. A nulla serve dimostrare razionalmente che i massacri bellici hanno provocato indicibili stragi ed enormi danni, assolutamente non commisurabili a qualsiasi vantaggio ricavabile dagli stessi ‘vincitori’. Altrettanto inutile, a quanto pare, è anche dare dimostrazione tangibile che nei Paesi dove circolano liberamente le c.d. ‘armi da difesa’  per uso personale il tasso d’insicurezza e di mortalità è nei fatti assai più elevato di quelli in cui la loro detenzione è rigorosamente regolamentata.

Questi ‘riarmisti esigenti’ – dopo decenni in cui credevamo di aver definitivamente messo da parte l’orrore del militarismo e le deliranti ideologie che inneggiavano alla guerra come ‘sola igiene del mondo’ – sembrano aver ritrovato la loro arrogante vitalità, che li porta a chiedere sempre più uomini, mezzi e risorse finanziarie per nuove e pesanti azioni belliche. La stessa ‘arms race’ o ‘corsa agli armamenti’ – espressione che speravamo cancellata – sta conseguentemente ritornando una sorta di disciplina olimpionica, nella quale un numero crescente di stati intendono esercitarsi, sottraendo al proprio benessere interno i miliardi da destinare all’acquisto e gestione di ordigni bellici con effetti sempre più devastanti per la vita degli esseri umani e per gli stessi equilibri ecologici del Pianeta. L’antropologo culturale Franz Boas ebbe a studiare alcuni fenomeni apparentemente inspiegabili, come il rito del ‘potlatch’ [ix], praticato in passato da aborigeni della costa nord-occidentale del Pacifico degli Stati Uniti e del Canada, in base al quale: “individui dello stesso status sociale distribuiscono o fanno a gara a distruggere beni considerevoli per affermare pubblicamente il proprio rango o per riacquistarlo nel caso lo abbiano perso”. Molte interpretazioni sono state date a questo sorprendente cerimoniale:  alcune positive, come la teoria del dono gratuito e del riequilibrio dei rapporti economici e di potere; altre radicalmente opposte, come quella che viceversa ne mostrava il carattere di assurda ed esasperata competizione,  finalizzata solo ad affermare il proprio peso ed autorità a danno degli altri. Un arguto interprete di questo apparentemente ‘selvaggio’ rito è stato il grande linguista e saggista Umberto Eco che, in un articolo del suo “Secondo diario minimo” [x], parlò argutamente dell’istituzione del “potlatch bellico” : un ‘gioco della guerra’ che consentirebbe ai generali di autosostenere le proprie forze armate  “secondo la luminosa teoria del ‘giro a vuoto istituzionalizzato”. Il guaio è che questo genere di ‘war-game’ rischia di costarci molto caro, mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa dell’umanità su quella che Dante chiamava “l’aiuola che ci fa tanto feroci” (Paradiso, XXII, 151).

Sventare l’uragano bellicista con la forza della nonviolenza attiva

images (1)Abbiamo appreso recentemente da un articolo di Manlio Dinucci [xi]  che il Senato U.S.A. ha approvato – con voto bipartisan e perfino con emendamenti peggiorativi dell’opposizione democraticaun ulteriore aumento del bilancio del Pentagono, portandolo nei fatti a circa 1.000 miliardi di dollari: un quarto dell’intero bilancio federale. I circa 37 miliardi spesi dalla fin troppo militarizzata Corea del Nord nel 2016 [xii]  rappresentano in effetti solo il 3,7 % dell’incredibile montagna di denaro sperperata per le spese militari statunitensi, eppure costituiscono quasi il 16% del P.I.L. di quello stato e lo portano in cima della classifica dei guerrafondai. Tornando agli U.S.A., non è certo privo di significato il fatto che nel solo numero del 23 ottobre di TIME Magazine troviamo ben due articoli in cui si sottolinea la tendenza di Donald Trump a trattare lo stesso stato maggiore della Difesa come dei subordinati cui dare ordini sempre più azzardati e bellicosi. Nel primo si riferisce che il potente senatore repubblicano Bob Corker, presidente della Commissione relazioni estere, ha dichiarato in un’intervista che il presidente Trump sta portando gli U.S.A. “…sulla strada della III guerra mondiale e trattando il suo ufficio come un reality show” [xiii]. Nel secondo articolo, il cui autore è James Stavridis (ex ammiraglio della U.S. Navy, già Comandante Supremo N.A.T.O. per l’Europa) si chiarisce il contenuto fin dal titolo: “Quando il Comandante in Capo non rispetta i suoi Comandanti”. Da una parte, argomenta Stavridis, Trump ha selezionato alti ufficiali per nominarli ai più alti livelli della Casa Bianca. “Sembra però che egli abbia bisogno di dominarli pubblicamente e che stia cercando di spingerli dentro dibattiti politici pubblici con modi che saranno sempre più spiacevoli per loro. Egli continua a tuittare in modo nazionalista e militarista, sbruffoneggiando effettivamente sulla scena globale e  nazionale col randello del valore militare degli Stati Uniti – infiammando situazioni già tese e mettendosi in conflitto coi costanti consigli dei suoi generali, la cui competenza operativa, lealtà alla nazione ed approccio apolitico sono fuori discussione. […] Trump è una sorta di uragano: imprevedibile, potenzialmente distruttivo e dotato di un’enorme potenza…” [xiv] .

Altro che “War is over” ! [xv] L’augurale canzone di John lennon e Yoko Ono continuerà ad accompagnare simbolicamente le nostre battaglie antimilitariste, disarmiste e nonviolente, ma è innegabile che il clima politico che respiriamo quotidianamente non alimenta la speranza. Se è vero che il warmongering è stata una costante che ha tristemente accompagnato l’umanità da oltre un secolo, attizzando il fuoco dei conflitti armati e provocando immani tragedie, non si può certo affermare che lo spirito guerrafondaio ormai sia  ‘over’, cioè alle nostre spalle. Quello tradizionale della casta militare, anzi, rischia addirittura di essere scavalcato dai furori interventisti dei capi politici e dal perfido cinismo dei mercanti di morte, convinti da sempre che – per citare un significativo film di Alberto Sordi: “finché c’è guerra c’è speranza[xvi].  I “riarmisti esigenti” della N.A.T.O. , ad esempio, sono diventati sempre più aggressivi e pretendono l’aumento delle spese militari da quegli stati che non si sono ancora allineati alle loro pressanti richieste. L’intero scenario globale è infestato da questi pericolosi esemplari del genere umano, capaci solo di seminare veleno nei rapporti internazionali, alimentando vecchi e nuovi conflitti e sognando un mondo ‘igienizzato’ dalla guerra. “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” [xvii], scriveva 19 secoli fa il grande storico P. Cornelio Tacito, riferendo la terribile accusa del capo calèdone Calgaco nei confronti dell’imperialismo militarista dei Romani. Ebbene, se vogliamo evitare che i moderni imperialismi trasformino definitivamente la nostra terra in un deserto, chiamandolo sacrilegamente ‘pace’, tocca a noi tutti diventare ‘disarmisti esigenti’, affrontando con determinazione e contrastando la deriva militarista che sta travolgendo il dibattito politico e sconvolgendo la stessa razionalità delle relazioni umane, in nome di un assurdo ‘potlatch bellico’.

NOTE ——————————————————————————————

[i]   http://www.icanw.org/

[ii] http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/religione/papa-francesco-la-guerra-%C3%A8-follia-31759#.WeyMgo-0MnR

[iii] http://www.difesapopolo.it/Mondo/Ritorna-l-incubo-dell-atomica.-I-vescovi-coreani-Fermiamoci.-Sarebbe-una-guerra-senza-vincitori

[iv] https://it.wikiquote.org/wiki/Georges_Clemenceau

[v]  http://www.disarmistiesigenti.org/

[vi] http://www.miritalia.org/

[vii]  http://www.ifor.org/#mission

[viii] https://www.miritalia.org/2017/09/25/bandire-le-armi-nucleari-incontro-pubblico-a-napoli-organizzato-dal-mir/

[ix]  F. Boas, L’organizzazione sociale e le società segrete degli indiani Kwakiutl (1897) > https://it.wikipedia.org/wiki/Franz_Boas

[x]   U. Eco, Secondo Diario Minimo, (1992)  > https://books.google.it/books?id=OqCgDQAAQBAJ&pg=PT16&lpg=PT16&dq=Umberto+Eco+%2B+potlatch&source=bl&ots=dk8fLqvP_q&sig=esTvZREDIyEFcg2qJun8yiVCnyg&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjSgvGGmITXAhWCUhQKHc8eDRMQ6AEIJzAA#v=onepage&q=Umberto%20Eco%20%2B%20potlatch&f=false

[xi] https://ilmanifesto.it/bipartisan-il-riarmo-usa-anti-russia/

[xii] V.  rapporto del SIPRI 2016 : “Trends in World Military Expenditure” >  https://www.sipri.org/sites/default/files/Trends-world-military-expenditure-2016.pdf . Vedi anche l’articolo italiano: http://www.lastampa.it/2017/07/07/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/un-mondo-di-armi-chi-le-fa-chi-le-vende-chi-le-compra-C98kr6EFYxm4q39gsfMahK/pagina.html

[xiii] “A war of words with Senator Bob Corker endangers the President’s agenda” by Ph. Elliott, TIME (Oct. 23, 2017), p.8 (trad. mia)

[xiv]  “When the Commander in Chief disrespects his Commanders” by J. Stavridis, TIME (Oct. 23, 2017), p. 13 (trad. mia)

[xv]  J. Lennon, War is Over > https://www.youtube.com/watch?v=z8Vfp48laS8

[xvi]  http://www.filmtv.it/film/2756/finche-c-e-guerra-c-e-speranza/

[xvii]  P. C. Tacitus, De vita et morbus Iulii Agricolae, XXX