Ci sta un romeno, un napoletano e un italiano…

images (1)Anche questa estate, per interrompere la solita villeggiatura estiva al mare, abbiamo deciso di fare un piccolo viaggio. Il criterio dell’alternanza Italia-estero ci ha fatto optare questa volta per una settimana in Romania. Perché proprio là? Beh, oltre ad essere uno stato per noi ancora inesplorato, non nego che l’antica Dacia eserciti tuttora un certo fascino sia per la sua storia sia per il suo territorio, ricco di affascinanti paesaggi e di interessanti testimonianze artistiche. Non posso negare neppure che uno dei motivi della curiosità che la Romania esercita su di me risiede anche nella sua lingua: un curioso impasto di latinità miracolosamente conservata nei secoli e di influssi molto eterogenei, che vanno dal tedesco al turco, dagli idiomi slavi al francese. [i] Chi, come me, ama la diversità ambientale e culturale è naturalmente attratto da questa terra così varia e dai suoi abitanti. Molti altri italiani, del resto, sono stati attirati dalla Romania, ma per motivi un po’ meno nobili, visto che spesso si tratta di puro opportunismo economico, al punto tale che su un territorio rumeno in particolare sono state delocalizzate talmente tante fabbriche italiane che qualcuno chiama quell’area l’ottava provincia del Veneto. Ma questa è un’altra storia.

Volevo invece soffermarmi proprio sulla lingua romena alla quale – come ogni volta che viaggio – ho cercato di avvicinarmi con interesse e rispetto, utilizzando – oltre ad un frasario-vocabolario – anche un manuale forse un po’ vecchiotto, ma abbastanza efficace, dal titolo beneaugurante ‘ Il romeno senza sforzo ’. [ii]  Forse le lezioni seguite non mi sarà basteranno  per conversare amenamente con gli abitanti di Bucarest e delle altre città che ho in mente di visitare, ma quel testo mi ha dato un’idea più chiara e precisa di come si articola questa lingua-cugina, rimasta curiosamente ancorata dopo molti secoli al latino dei suoi conquistatori. L’aspetto che mi ha colpito maggiormente, sfogliando manuale e frasario, è che alcune espressioni romene mi suonavano stranamente familiari dal punto di vista sia fonetico sia lessicale. E non solo in quanto italiano, ma soprattutto come amante – e da anni docente e promotore – della lingua napolitana, con la quale ho scoperto a poco a poco diverse curiose consonanze. Non mi pare proprio il caso di mettermi in questa sede a fare una disquisizione glottologica sugli elementi di somiglianza tra romeno e napolitano. Ho pensato allora che, per darne almeno un’idea, sarebbe stato più utile ed efficace ricorrere ad un immaginario dialogo tra due interlocutori, che ho chiamato Vicienzo e Tudor.

download (1)Molti di voi sicuramente ricordano certe barzellette di una volta, che incominciavano proprio come il titolo che ho dato a questo mio post vacanziero. Si tratta anche in questo caso di una breve storiella, ma lo scopo non è quello di fare ridere con battute un po’ stereotipate sui vizi di questo o quel popolo, ma piuttosto di un modo per mostrare concretamente che un napoletano ed un romeno sono comunque destinati a capirsi, e non solo per l’abitudine di gesticolare o per lo spirito salace che ne accomuna il modo di esprimersi.  Va bene, direte voi, ma in questo dialogo che cosa c’entra l’italiano?  Ecco, appunto, non c’entra per niente, visto che la lingua napolitana non è affatto un dialetto dell’italiano ma un idioma neolatino del tutto autonomo e, se permettete, con una storia ancora più lunga di quello che ci hanno abituato a considerare ‘nazionale’ e praticamente unico, sol perché da un secolo e mezzo il meridione della nostra penisola è diventata colonia di chi allora lo ha conquistato. Ma, anche in questo caso, bando alle disquisizioni di natura storico-politica per lasciar spazio alla conversazione tra il medico romeno Tudor Popescu e l’infermiere napolitano Vicienzo Russo, con l’avvertenza che la grafia usata per il romeno, come vedrete, comprende qualche lettera un po’ diversa, ma facilmente assimilabile. [iii]

Tudor: Scużati-mă …

Vicienzo: Dicìte: comme ve pozzo ajutà?

Tud.: Eu nu sînt Italian, sînt român.

Vic.: Vabbuò, nun fa niente. Tanto ce capimmo ‘o stesso.

Tud.: Scużati-mă, nu m-am prezentat. Eu mă cheamă Tudor Popescu.

Vic.: Piacere assaje! Io me chiammo Vicienzo Russo.

Tud.: Cred ca sintem vecini..

Vic.: Overamente! Però è ‘a primma vota ca ve veco accà.

Tud.: La ce ora vine autobuzul?

Vic.: Beh, vene quanno capita…Accà nun ce stanno orarie…

Tud.: Nu pot să cred!

Vic.: Eh, vuje nun ce putite credere però accussì vanno ‘e ccose a Napule.

Tud.: Ce faceţi?

Vic.: Io che faccio? Faccio ‘o ‘nfermiere ô spitale.

Tud.: Bine! Eu sint medic la spitala, la Bucureşti.

Vic.: Vide nu poco ‘a cumbinazzione! Aggio ‘ncuntrato justo a nu miedeco. E mo’ che ce facite accà?

Tud.: Vint la Napoli pentru Congresu medicilor.

Vic.: Mica canuscite ‘o miedico mio, ‘o duttore Pinto?

Tud.: N-o cunoşti. N-am avut tiemp…

Vic.: ‘A quanto tiempo state a Napule?

Tud.: De cinci zii…’giorni’.

Vic.: Nuje parlammo, però fa nu cavero ‘e pazze e ‘stu pulmanne manco arriva…

Tud.: E cald foarte! Mi-e sete şi me doare capul…

Vic.: Pur’io tengo sete e me fa male ‘a capa.

Tud.: Nu ve sintiz bine?

Vic.: E’ normale, cu ‘o sole ca coce ‘e ‘sta manera…

Tud.: Şi eu nu pot suporta…

Vic.: E’ nu ddiece ‘e guaio a aspettà sotto ‘o sole cucente ‘Austo. 

Tud.: Bine! O sa vedem ce putem face.

Vic.: Pecché, che vvulisseve fa’ ?

Tud.: Avem pierzi timpul…. Ehi, taxi!  Sînteţi liber?

Vic.: Vabbuò. Pe vvuje è ‘a meglia cosa. Arrivederci duttò.  Stateve bbuono!

Tud.: Voi cum faceţi ? De ce nu veniţi cu mi?

Vic.: Grazzie assaje, duttò, si nun ve dispiace…

Tud.: Bine! Totul se aranjeaza!

Vic.: Beh, anche pe ogge avimmo arrangiato…

1200px-Flag_of_the_Parthenopaean_Republic.svgQui la storiella finisce, ma spero che vi abbia dato sufficiente dimostrazione di come un napolitano potrebbe tranquillamente chiacchierare con un romeno. Sarà un caso se la bandiera della Repubblica Napolitana del 1799 è proprio uguale a quella della Romania?… Comunque, quando tornerò dal mio viaggetto in Romania, vi farò sapere se ha funzionato anche per me e per la mia famiglia.

P.S.: Nel caso in cui abbiate capito le frasi in romeno meglio di quelle in napolitano vi consiglio caldamente di decidervi ad imparare a parlare e scrivere la nostra nobile ed antica lingua. Magari iscrivendovi al corso che terrò anche il prossimo anno all’Unitre di Napoli…Arrivederci a settembre. O meglio: ce verimmo!

© 2018 Ermete Ferraro

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[i] “Lingua romena”, Wikipedia.it > https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_romena

[ii] Vincent Ilutiu, Il romeno senza sforzo, Assimil > https://www.lafeltrinelli.it/libri/vincent-ilutiu/romeno-senza-sforzo/9788886968270

[iii]  Cfr. Testo cit. ed anche: https://it.wikibooks.org/wiki/Rumeno/Pronuncia_e_alfabeto

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La ‘Cattiva Scuola’ di Guerra

  1. “Preparo alla vita e alle armi”

LACATTIVASCUOLAlogoE’ appena terminato l’anno scolastico e docenti e studenti, un po’ preoccupati, si chiedono già cos’altro li aspetti dopo le vacanze estive. Il nuovo governo lega-stellato confermerà la linea della c.d. Buona Scuola’ renziana o si cambierà musica? In attesa di risposte a questo dilemma, comunque, c’è chi da almeno tre anni è in attesa di altro e sgomita per assicurare all’Italia la sede per la ‘scuola militare europea’. Il colmo dell’onore, per lorsignori, sarebbe se questa scelta ricadesse su Napoli, che già da due secoli ospita la storica ‘Reale Accademia Militare’ della Nunziatella, fondata da Ferdinando IV di Borbone nel 1787,  il cui motto è appunto: “Preparo alla vita e alle armi”. In effetti nessuno dei media ne sta parlando, sia perché su tali argomenti è sempre difficile avere notizie, sia anche perché è un bel po’ che dall’Europa non giungono notizie nel merito. Le ultime dichiarazioni ufficiali del governo italiano risalgono a marzo dello scorso anno, quando l’allora Ministra della Difesa Pinotti, al termine della riunione di Bruxelles del Consiglio difesa ed esteri della U.E., dichiarò fra l’altro:

«Sul tema della formazione pensiamo che per andare avanti nella Difesa europea bisogna immaginare una scuola, noi pensiamo alla Nunziatella”, che diventi centro di formazione “non solo per i giovani e le giovani italiane, ma che possa diventare di ambito europeo». [i]

Si tratterebbe, per la precisione, di istituire una scuola di alta formazione per gli ufficiali delle forze armate della U.E., ha precisato a Napoli la Pinotti, affiancata dal Presidente della Repubblica, proprio in occasione del giuramento dei cadetti in Piazza del Plebiscito.

«Stiamo pensando per la grande Nunziatella un futuro che parla d’Europa: 23 Paesi hanno deciso di dare vita a una collaborazione rafforzata, e nei progetti per una difesa comune, tra le proposte dall’Italia, c’è un polo per la formazione per gli ufficiali provenienti dalle forze armate dei Paesi europei che abbia sede presso la scuola militare della Nunziatella». [ii]

Al citato vertice europeo dei ministri della difesa si era raggiunto l’accordo che prevedeva interventi per una comune difesa militare, individuando Napoli – già sede dei Comandi NATO e della U.S. Navy per il Sud Europa e l’Africa –  anche come ‘hub’ dei Comandi integrati per controllare il bacino del Mediterraneo.  Un mese dopo, l’11 dicembre 2017, al Consiglio europeo era stato siglato dai 25 paesi membri l’atto che istituiva la ‘cooperazione  strutturata permanente’  in materia di sicurezza e di difesa (PESCO).

« Art. 1 – E’ qui stabilita una Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), nell’ambito dell’Unione, tra quegli Stati membri le cui capacità militari adempiano i più elevati criteri dell’Art. 1 del Protocollo n. 10, e che si sono impegnati reciprocamente in questo settore, come riferito all’Art. 2 di tale Protocollo, in vista delle missioni più impegnative, e che contribuiscano al raggiungimento del livello di ambizione dell’Unione. […] Art. 4 punto 2 – Agendo in accordo con l’art. 46(6) del T.E.U., il Consiglio adotterà decisioni e raccomandazioni per: (a) fornire direzioni strategiche e guida per la PESCO; (f)  stabilire un insieme comune di regole di governance per i progetti, cui gli aderenti Stati membri, che partecipano ad un progetto individuale, potrebbero adattarsi in quanto necessario a tale progetto…». [iii]

Da allora, in apparenza, nulla si è mosso. Ma è davvero così ?

  1. Una scuola di guerra in una Città di Pace?

 Foto_Ufficiale_Capo_di_SMD_10x15_GenNotizie vere e proprie non ci sono (o quanto meno non sono state diffuse), ma alla storica Scuola Militare napoletana che da 230 anni domina l’altura di Pizzofalcone si continua strenuamente a sperare in un futuro europeo. Qualche segnale positivo per i vertici militari italiani c’era comunque  stato, sia pure indirettamente, visto che il 7 novembre 2017 il generale Claudio Graziano, il nostro attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa, era stato nominato Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea (E.U.M.C.).

«Il Chairman of the European Union Military Committee, incarico che il generale Graziano assumerà dal mese di novembre del 2018, è la più alta autorità militare della UE e, come tale, è il consulente militare dell’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, ma ha anche il compito di presentare i pareri e le decisioni di natura militare, assunte dal Comitato militare, presso il Comitato politico e di sicurezza (PSC), nonché di fornire direttive e linee guida al Direttore generale dello European Union Military Staff (EUMS)». [iv]

In effetti il gen. Graziano ricoprirà la massima carica militare dell’U.E. solo a partire dal novembre 2018, cioè fra quattro mesi, ma non è difficile immaginare che questa ‘novità’ contribuirà non poco a sciogliere le immaginabili resistenze degli altri Paesi dell’Unione ad un progetto ‘formativo’ partito proprio dall’Italia e con destinazione finale Napoli.

Ma come – potrebbe prevedibilmente chiedersi qualcuno – vogliono piazzare una scuola di alti studi militari proprio nella città guidata da un Sindaco palesemente pacifista come Luigi de Magistris?  Quella Napoli nel cui Statuto, per sua iniziativa, è stata inserita la denominazione di “città di Pace e Giustizia” in quanto “convinta che il disarmo, lo sviluppo umano e la cooperazione internazionale sono indispensabili per il rispetto dei principi della giustizia sociale  e dell’interdipendenza e indivisibilità di tutti i diritti umani: economici, sociali, civili, politici, culturali” ? [v]   Una scuola di guerra proprio nella Città la cui Giunta nel 2015  ha dichiarato il suo porto “Area denuclearizzata” ? [vi]  Un’accademia per formare alti ufficiali europei giusto nel Comune sulla cui sede istituzionale di piazza Municipio spicca un vistoso drappo arcobaleno della pace?

Ebbene sì. A dispetto di tutte queste lodevoli iniziative, va detto che la decisione di far di Napoli la sede della scuola militare europea prossima ventura non si è affatto abbattuta a tradimento sul capo di Luigi de Magistris e della sua Amministrazione, a causa di oscuri maneggi dei vertici di governo, ma è stata piuttosto accettata – e perfino caldeggiata – dal multiforme  Sindaco della rivoluzione arancione.  Risale infatti a tre anni fa la delibera di Giunta n. 461 del 13 luglio 2015, con la quale si proponeva al Consiglio Comunale di approvare un atto il cui oggetto era apparentemente un altro, molto più insignificante. Si trattava infatti di autorizzare quella che era banalmente definita una ‘permuta’ tra un immobile di proprietà comunale (la Caserma ‘Nino Bixio’ in via Monte di Dio 31, sede del IV reparto mobile della Polizia di Stato, un bene storico tutelato dal punto di vista ambientale e monumentale)  con un immobile di proprietà statale, sito nella non lontana via Egiziaca a Pizzofalcone n. 35. In buona sostanza, uno ‘scambio alla pari’ tra Comune e Stato, dichiaratamente “finalizzato all’ampliamento e potenziamento infrastrutturale della Scuola Militare ‘Nunziatella’ “, in riferimento al protocollo d’intesa già sottoscritto il 15 novembre 2014 dallo stesso Sindaco de Magistris e dai responsabili di Agenzia del Demanio, Ministero dell’Interno e Ministero della Difesa. Ma si trattava davvero di uno scambio ‘alla pari’ come più volte ribadito nell’atto deliberativo?

  1. Uno scambio alla pari? Ma ci faccia il piacere !…

 cd3cde9dNella parte narrativa della delibera di Giunta 461/2015 si precisava a tal proposito:

«In esito ai lavori del tavolo tecnico di cui al Protocollo di Intesa, la competente commissione per la verifica di congruità delle valutazioni tecniche-economiche-estimative […] ha effettuato la congruità del valore dei due immobili sopra individuati […] per un importo pari ad euro 22.900.000,00 (in cifra tonda); la permuta immobiliare tra gli immobili suddetti si chiude pertanto alla pari, senza esborso da parte del Comune, ovvero dello Stato di ulteriori corrispettivi in denaro a pareggiare le eventuali differenze di valore dei due beni e, pertanto, si configura come una ‘permuta pura’ ossia una diversa allocazione delle poste patrimoniali afferenti i beni immobili e perciò come operazioneneutra’ in termini economici». [vii]

Al di là del solito burocratese, si percepisce l’insistenza dell’A.C. nel dichiarare  che trattasi di mero scambio, supportato peraltro da una verifica di ‘congruità’ del valore dei due immobili, e quindi che si era di fronte ad una pura e semplice ‘permuta’, chiusa ‘alla pari’ ed in modo del tutto ‘neutro’.  Giaà allora, però, non era dello stesso parere il Segretario Generale del Comune di Napoli che – inascoltato – aveva allora espresso abbastanza chiaramente le sue perplessità nel merito.

«Le motivazioni che supportano la permuta alla pari, da una parte la cessione dall’altra l’acquisizione, appaiono non completamente simmetriche. Invero, riguardo all’acquisizione dell’immobile di via Egiziaca a Pizzofalcone – inserito al punto 4 della deliberato nel piano delle dismissioni immobiliari, senza esplicitare se in compensazione con il bene in cessione – gli elementi motivazionali appaiono desumibili solo di riflesso[…] La permuta, vale qui ricordarlo, è definita dall’art. 1552 del codice civile quale ‘ contratto che ha per oggetto il reciproco trasferimento della proprietà di cose, o di altri diritti, da un contraente all’altro’. […] Si tratta quindi di un contratto a titolo oneroso che, laddove vi sia un’equivalenza qualitativa e quantitativa dei beni scambiati, può essere strutturato in modo da non comportare movimentazioni finanziarie, se non limitatamente agli oneri accessori. Tuttavia si sottolinea che tra i principi o postulati di cui all’art. 162 c. 1 del TUEL c’è quello di integrità, per il quale nel bilancio di previsione e nel conto del bilancio non devono esserci compensazioni di partite, anche in riferimento ai valori economici ed alle grandezze patrimoniali». [viii]

Le osservazioni, sebbene un po’ criptiche per i non addetti ai lavori, fanno presente  che un’attenta valutazione avrebbe dovuto tener conto di vari elementi utili alla valorizzazione dei bene, fra cui “la loro piena disponibilità, la loro condizione di fatto, la loro redditività, l’assenza di abusi edilizi, ovvero la loro condonabilità, ecc.)” [ix]  Certo, non si dubita esplicitamente della valutazione addotta dall’A.C., ma si avverte la preoccupazione per un’operazione che, sia pur degradata a semplice permuta immobiliare, presentava comunque molte insidie di natura giuridica e finanziaria. Nel suo “parere di regolarità contabile” della delibera di Giunta, anche il Direttore dei Servizi Finanziari, pur dando in conclusione parere favorevole, esprimeva perplessità sull’atto deliberativo. Al di là della congruità della  valutazione dei due immobili (circa 23 milioni di euro), si faceva presente che dalla proprietà della caserma Bixio il Comune aveva finora introitato un canone annuo di circa 450 mila euro,  “mentre alcun importo viene riportato in merito alla locazione delle 80 unità immobiliari costituenti l’edificio in via Egiziaca a Pizzofalcone di proprietà del Ministero”. [x] Bell’affare davvero,  visto che lo stabile deve essere ancora ristrutturato e, a quanto pare, è già stato occupato abusivamente da alcune famiglie!

  1. Operazione “Bastardi di Pizzofalcone”

Nel mese di marzo 2017 il quotidiano napoletano IL MATTINO diede in modo trionfalistico la notizia del progetto ‘grande Nunziatella’ e della Scuola militare che si ipotizzava di ospitare al suo interno.

«Ancora da definire i dettagli del centro di formazione militare europeo. Molto probabilmente di tratterà di una scuola interforze […] e potrebbe formare in un’ottica comune giovani ufficiali che solitamente frequentano quelle che un tempo si chiamavano ‘scuole di guerra’ nei singoli stati. Oppure potrebbe aprire alla formazione di ufficiali di grado intermedio o elevato con attività simili a quelle, già aperte agli stranieri, che si tengono al Centro Alti Sudi della Difesa a Roma nell’ambito dei corsi ISMI e IADD. Le opzioni da valutare certo non mancano e trasformerebbero Napoli, già punto di riferimento nevralgico in ambito NATO, nella capitale della formazione militare di un’Europa che appare sempre più orientata a darsi finalmente concretezza in termini di difesa e sicurezza». [xi]

nunzia-veduta-aereaOra, pur considerando che l’autore del pezzo, Gianandrea Gaiani, dirige il periodico ‘Analisi difesa’ e collabora con vari istituti di formazione militare, queste considerazioni lasciano trapelare una soddisfazione che va ben oltre la semplice cronaca. Ma bisogna ammettere che su questa subdola operazione (non a caso da me intitolata ‘Bastardi di Pizzofalcone’…) non si è ancora sentita una voce critica o, comunque, un commento che manifestasse dubbi sia sulla sua discutibile legittimità, sia sulla sua preoccupante valenza politica. Unica eccezione è stato un articolo apparso il 20 novembre 2017 su ‘Contropiano’ , nel quale si stigmatizzava il comportamento ambiguo dell’Amministrazione Comunale, manifestando anche una legittima ansietà per le prevedibili conseguenze dell’escalation militarista della città di Napoli.

«Preoccupante è…l’atteggiamento dell’amministrazione comunale di Napoli. Non solo non si è opposta a questa operazione di natura bellica ma addirittura nei mesi scorsi presentava questa come una vittoria. Rivendicava insomma di avere contribuito con la sua mediazione a questo ”importante risultato”. Provincialismo d’accatto che mal si sposa con la reale natura di una accademia militare e che fa a pugni con il concetto di Napoli città di pace tanto cara al sindaco e alla sua giunta. Dalle notizie che trapelano dall’accordo di Bruxelles sembra che nello specifico l’hub formativo di Napoli si specializzerà sugli attacchi a distanza ovvero la guerra coi droni. Wargames . E’ evidente che ciò esporrà la città di Napoli a pericoli finora sconosciuti. Se la base Nato è ubicata presso il lago Patria e lontana da centri abitati, l’accademia della Nunziatella ha sede invece a Pizzofalcone ovvero nel cuore di Napoli». [xii]

Fatto sta, però, che non soltanto i fedelissimi dei Sindaco, ma anche le forze della sedicente sinistra presente nell’Assise Comunale,  non hanno fatto una piega di fronte all’ipotesi che Napoli, Città di Pace, si ritrovi così ad ospitare una vera e propria scuola di guerra. Basti pensare che la delibera di giunta fu adottata su proposta dell’allora Assessore al Patrimonio Alessandro Fucito (già consigliere di Rifondazione Comunista, rieletto poi con la lista ‘Napoli in Comune a Sinistra’ ed attuale Presidente del Consiglio Comunale) e che la successiva delibera consiliare n. 46 del 6 agosto 2015, di cui era relatore lo stesso Fucito, è stata plebiscitariamente approvata all’unanimità.

Tutto bene dunque? Non direi proprio. Non sappiamo se e quando questo progetto troverà attuazione, ma non è giusto tacere di fronte all’enormità di un’operazione che, oltre che economicamente svantaggiosa per un Comune in pre-dissesto, ha manifestato un cinismo politico che nessun drappo arcobaleno su Palazzo S. Giacomo può tacitare. Non bastano certo i toni rivoluzionari ed anticonformisti per rendere davvero alternativa un’amministrazione comunale. La triste verità è che Napoli – intesa anche come Città Metropolitana, di cui lo stesso de Magistris è Presidente – è da decenni una delle città più militarizzate del mondo, grazie al degradante rapporto di vassallaggio che dal dopoguerra ha reso l’Italia una colonia assoggettata a servitù militare da parte dei nostri  c.d.‘Alleati’, sottraendo sovranità sia allo Stato centrale sia agli Enti locali e mettendo a serio rischio la pace, la sicurezza e la salute dei cittadini della Campania.

  1. A Napoli per imparare le ‘arti oscure’ della guerra

CoA_mil_ITA_nunziatella.svg  Appare evidente che  ‘ospitare’ già il Comando euro-africano della NATO e quello della VI Flotta statunitense non è sembrato sufficiente a chi ci (s)governa. Già in un mio articolo del 2013 mi ero soffermato sulla pesante coltre grigioverde calata su tutta la Campania, ed in particolare sull’area compresa fra Napoli e Caserta.

«La“Campania Felix” dei Romani ha subito una mostruosa mutazione genetica, trasformandosi in un vero e proprio “pentagono della guerra”,  una delle succursali ‘globali’ del Pentagono di Washington[…] Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale». [xiii]

Ciononondimeno – o forse proprio per questo… – qualcuno ha pensato che Napoli sarebbe stata la sede ideale per ospitare anche il quartier-generale dei ‘wargames’  di una difesa integrata europea e perfino un prestigiosa accademia tipo Hogwarts, dove gli ufficiali europei imparino a padroneggiare le ‘arti oscure’ della guerra. Immagino che i nostri vertici militari avranno gonfiato il petto per l’orgoglio di poter contare quanto prima sulla creazione d’una struttura ‘formativa’ del genere. Forse qualcuno di loro vede già sventolare sul “Rosso Maniero” di Pizzofalcone  [xiv] lo stendardo della nuova “Nunziatelworts School of Warmongery”, dove s’impartiscano insegnamenti e si promuovano ‘competenze’ che non sono esattamente quelle della già discutibile ‘Buona Scuola’, ma attengono piuttosto alle tecniche belliche più avanzate. Basti pensare alla guerra psicologica [xv], al cyber-controllo, all’antiterrorismo, alle operazioni con uso di armi nucleari ed a tante altre istruttive ‘materie’, come quelle studiate nei corsi intensivi alla NATO School che ha sede nella cittadina tedesca di Oberammergau [xvi] oppure, in modo più sistematico, nelle 10 più prestigiose accademie militari del mondo [xvii].  Il generale Claudio Graziano – dal prossimo novembre nuovo Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea [xviii]– si è già espresso entusiasticamente nei confronti del progetto e, con la sua autorità, non mancherà di adoperarsi perché esso diventi realtà.s-l300

« E’ un’iniziativa – ha spiegato il generale Graziano – che la Difesa sta perseguendo con forte determinazione e che porrebbe le Forze Armate all’avanguardia nel campo della formazione necessaria all’Europa per consolidare il suo crescente ruolo di global provider di difesa e sicurezza sugli scenari euro-atlantici […] La cooperazione internazionale è sempre più necessaria per affrontare in modo unitario e sinergico le sfide alla sicurezza. Ma per poter cooperare un Paese deve essere credibile a livello internazionale e deve essere competitivo in tutti i settori e non ultimo in quello della formazione». [xix]

Che dire? Non ci resta che attendere per vedere come andrà a finire questa inquietante (ma assai poco conosciuta) vicenda, che trasformerebbe di fatto la Napoli delle Quattro Giornate, la Città della Pace che guarda con apertura costruttiva ed interculturale al bacino del Mediterraneo, nella capitale del Warfare, gestito a mezzadria dai vertici della NATO e da quelli della EU. Davvero una bella prospettiva!

© 2018 Ermete Ferraro

N O T E ———————————————————————————————–

[i] Alfonso Bianchi, “L’Italia vuole a Napoli la scuola militare europea”,  Eunews , 06.03.2017 > http://www.eunews.it/2017/03/06/litalia-vuole-napoli-la-scuola-militare-europea/79458

[ii] “Nunziatella, c’è il giuramento degli allievi: a Napoli Mattarella e Pinotti”,  ildenaro.it , 17.11.2017 > https://www.ildenaro.it/nunziatella-ce-giuramento-degli-allievi-napoli-mattarella-pinotti/

[iii] Council of European Union, COUNCIL DECISION (CFSP) 2017/of establishing Permanent Structured Cooperation (PESCO) and determining the list of Participating Member States  (08.12.2017) > http://www.consilium.europa.eu/media/32000/st14866en17.pdf

[iv] “Il generale Graziano nominato presidente Comitato militare dell’Unione europea”, Il Sole24ore (07.11.2017) > http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-11-07/il-gen-graziano-nominato-presidente-comitato-militare-dell-unione-europea-175017.shtml?uuid=AEkIQ35C&refresh_ce=1

[v] Statuto del Comune di Napoli, art. 3, comma 4 > www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeAttachment.php/L/IT/D/…/P/…/pdf

[vi] Comune di Napoli, Deliberazione della Giunta Comunale n. 609 del 15.09.2015 ad oggetto: “Dichiarazione di Area Denuclearizzata del Porto di Napoli” > http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/docs/143.pdf

[vii] Comune di Napoli, Deliberazione della Giunta Comunale n. 461 del 13.07.2015 ad oggetto: “Approvazione ed autorizzazione della permuta dell’immobile di proprietà statale sito in via Egiziaca a Pizzofalcone con l’immobile….”  ( il documento non è disponibile su Internet).

[viii] “Osservazioni del Segretario Generali” alla D.G.C. 461/2015, ibidem

[ix] Ibidem

[x]  Ibidem

[xi] Gianandrea Gaiani, “Nasce il primo comando, la Nunziatella formerà gli ufficiali europei”, Il Mattino (07.03.2017) , pp. 1-3

[xii]  Redazione Napoli, “Dalla Nunziatella spirano venti di guerra su Napoli” (20.11.2017) , Contropiano > http://contropiano.org/news/politica-news/2017/11/20/dalla-nunziatella-spirano-venti-guerra-napoli-097908

[xiii] Ermete Ferraro, “Campania Bellatrix” (24.03.2013), Contropiano > http://contropiano.org/interventi/2013/03/24/campania-bellatrix-015404

[xiv]  “Rosso Maniero” , oltre ad essere il ‘soprannome’ dell’accademia militare sorta nel XVIII secolo sull’area conventuale di Pizzofalcone per volontà di Ferdinando IV di Borbone, è anche il titolo dell’organo ufficiale della Associazione Nazionale Ex Allievi della Nunziatella > http://www.nunziatella.it/rosso-maniero/

[xv] Su tale aspetto mi sono già soffermato sei anni fa in un articolo per il mio blog:  Ermete Ferraro, “SPY…OPS! Quando la guerra si fa con le parole” (04.02.2012), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/

[xvi] Visita il sito: https://www.natoschool.nato.int/Academics/Resident-Courses/Course-Catalogue

[xvii] Cfr. A. Abuwala, “10 Best Military Academies From Around the World” (25.04.2017),  WorldAtlas >  https://www.worldatlas.com/articles/10-best-military-academies-from-around-the-world.html  e: Lee Standberry,  “Top 10 International Military Schools” (08.10.2012), Toptenz.net > https://www.toptenz.net/top-10-international-military-schools.php

[xviii] Visita il sito dell’ E.U.M.C. > https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/5428/european-union-military-committee-eumc_en

[xix] “Il generale Graziano: ‘La Nunziatella diventerà polo formativo europeo” (18.11.2017), la Repubblica , ed. Napoli > http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/11/18/news/il_generale_graziano_la_nunziatella_diventera_polo_formativo_europeo_-181428074/

La Civiltà del Sole come Ecotopia

I – L’UTOPIA CONCRETA DI UN ‘PRAGMATICO IDEALISTA’

antonio 4Sono trascorsi tre anni e mezzo da quando si è spenta la luminosa stella di Antonio D’Acunto, l’ingegnere napoletano settantaquattrenne che ha lasciato un segno notevole nella recente storia del movimento ecologista italiano, sia da consigliere regionale della Campania, sia come instancabile animatore di esperienze ambientaliste di base. L’Amministrazione Comunale di Napoli ha voluto giustamente onorarne la memoria con targa e medaglia, intitolandogli il nuovo Parco Ecologico di Piscinola. Il Sindaco de Magistris, nel corso della sua commemorazione ufficiale, lo dipinse sinteticamente come: «…un uomo mite, generoso, umile, un passionario, un gran combattente. Un uomo perbene. Un amico[i]  Anche un giornalista come Antonio Piedimonte lo ricordò con toni commossi nel suo articolo intitolato “Quel guerriero sorridente  che regalò alla Campania l’energia solare”, accostandolo fra l’altro ad un altro ecologista scomparso:

«…[con] Antonio Iannello, un altro grande protagonista della storia dell’ambientalismo che insieme con D’Acunto – amico e sodale – formò una straordinaria coppia di guerrieri, pacifici quanto inarrestabili. Due pragmatici idealisti, due giganti dalle cui spalle in molti hanno potuto scrutare un futuro diverso, magari non sempre realizzabile (a volte quasi mai) ma di sicuro migliore e perciò in grado di dare nuova forza alla speranza.» [ii]

Diversamente da quanto ho fatto in altre occasioni, volendone onorare la memoria da amico prima ancora che da collaboratore [iii] , ora però vorrei approfondire soprattutto la sua straordinaria ‘idea-chiave’, quella Civiltà del Sole sulla quale s’imperniava il testo della legge regionale d’iniziativa popolare della Campania n. 1/2013 di cui D’Acunto è stato primo firmatario[iv]] e presentatore ed alla quale è improntato il progetto che, in suo nome, continua a portare avanti la Rete associativa che egli ha fondato e presieduto. [v] Il rischio è che a questa pur suggestiva espressione nella mente degli interlocutori non corrispondano concetti chiari e precisi. Antonio D’Acunto, della cui profetica visione faceva parte questo concetto, non amava le frasi ad effetto ma vuote. Con questa efficace formula, infatti, egli aveva saputo sintetizzare un complesso percorso ideologico, frutto di decenni di militanza ambientalista e di riflessioni teoriche. Ecco perché cercherò di chiarirne il significato, esplicitando il profondo messaggio eco-sociale che D’Acunto ha voluto lasciarci in eredità.

CamPhRe2145cE’ evidente che quella espressione evocava “La città del Sole” , titolo dell’opera che il filosofo calabrese Tommaso Campanella scrisse nel 1602 [vi], ma – al di là dei facili riferimenti ai classici della letteratura ‘utopica’, da Platone a Thomas More, dallo stesso Campanella a Francis Bacon, da Fénelon a Swift, passando per Thoreau e giungendo ai giorni nostri – l’intento di D’Acunto era ben altro. Nei suoi scritti è rintracciabile una solida cultura filosofica e non mancano riferimenti al pensiero degli antichi, in particolare ai Presocratici, ma la sua teorizzazione della Civiltà del Sole aveva una finalità politica, nel senso più nobile del termine. Il suo intento era infatti eminentemente civile, cioè orientato alla concreta realizzazione di una società alternativa a quella attuale, resa invivibile da un modello di sviluppo energivoro ed anti-ecologico.

«E’ in questa profondissima innaturalità la causa della totale insostenibilità dell’attuale sviluppo e della società ad esso connessa. La Civiltà del Sole, con il pensiero la cultura e la scienza che la formano, è il necessario nuovo cammino dell’umanità per il suo progredire e il suo ritrovarsi con la natura.» [vii]

Le considerazioni filosofiche, scientifiche e tecnologiche di D’Acunto, dunque, perseguono sempre una finalità estremamente concreta e pragmatica: indicare un percorso di transizione ad una società rispettosa degli equilibri naturali, ma al tempo stesso rivolta al vero progresso dell’umanità. In questa sua “ricerca di un nuovo umanesimo” la Civiltà del Sole si pone come la stella polare da seguire.

II – DALLE DISTOPIE ALL’ALTERNATIVA ECOTOPICA 

Alcuni studiosi si sono soffermati sul fiorire, nella seconda metà del secolo scorso, di testi riguardanti le utopie ecologiche ma anche il loro contrario, le distopie di cui si è occupata la letteratura fantascientifica e fantapolitica, da Bradbury ad Huxley, da Orwell a Burgess. [viii]

«La constatazione delle disfunzioni e delle rotture ecologiche del mondo è un elemento centrale dell’orizzonte del pensiero e dell’ideologia dominante della società contemporanea […]  La critica pessimista e radicale all’impulso tecnologico appare in numerosi scritti distopici, ispirando più tardi nuove forme di progetto sociale che potremmo qualificare come ecotopici. […] L’utopia non può dunque essere definita come la costruzione immaginaria in contrapposizione alla società reale, ma è espressione della coscienza che una società ha d’istituire la sua stessa ragion d’essere.» [ix]

copertina-civilitas-solis2.jpgAnche la Civiltà del Sole proposta da Antonio D’Acunto non era affatto una mera ipotesi teorica né una fantasticheria idealista bensì un meditato progetto, che nasceva dalla dolente consapevolezza dell’insostenibilità d’un modello di socialità e di rapporto con la natura che, alimentato dal fideismo scientista e dal capitalismo imperante, ci è stato finora imposto come l’unico paradigma possibile. Ciò che egli si è sforzato di dimostrare nei suoi scritti, quindi, non era solo la necessità di abbandonare quanto prima un modello energetico vetusto, inquinante e giunto ormai alle soglie dell’esaurimento delle risorse fossili cui attinge. Ciò che in essi risalta, piuttosto, è l’esigenza  di una conversione ecologica più generale, che ci porti fuori dalla logica dello sfruttamento e del consumo, a loro volta dominati dall’accentramento/controllo delle risorse energetiche.

«La sostenibilità sta solo nel sole, e nel sole sta l’unica cura per la disintossicazione termica, chimica e fisica del Pianeta.  Prima si comincia, prima si attiva questo percorso verso la sostenibilità, e poi verso la rigenerazione del Pianeta. […] E’ banalmente vero tutto ciò, ma detto così esso resta completamente dentro la filosofia limitata e superata che ci portiamo dietro quando affrontiamo la questione dell’energia solare: il pensare ad essa come fonte sostitutiva dell’energia fossile. La rivoluzione dell’energia solare, allo stesso tempo ad essa connaturale e da perseguire, sta invece nella radicale modificazione dell’attuale sistema produttivo, economico, sociale, culturale e politico. Data l’entità della popolazione umana….è sicuramente importante la quantità di energia, ma l’organizzazione della sua produzione e distribuzione e le conseguenze che ne derivano possono costituire il nuovo vero progresso dell’umanità.» [x]

Nell’auspicato avvenire del Sole, insomma, per D’Acunto c’era non solo l’affermazione di una prospettiva ambientalista, ma anche il recupero del messaggio comunista ed eco-socialista che guarda al Sol dell’avvenire, cioè ad una rivoluzione globale, che sappia cambiare radicalmente le modalità di produzione, di distribuzione e di consumo.

«Il sole richiama…una fondamentale rottura, un’inversione radicale rispetto al percorso energetico  passato dell’umanità…; passare dalla concentrazione di potenza alla diffusione capillare dei centri di produzione. La rivoluzione necessaria sta nella filosofia che lo spazio, la superficie del Pianeta, è la fonte fondamentale  dell’energia per l’umanità. […] Poiché in un sistema di tipo solare non sono concepibili isole di potenza, il sistema delle grandi linee di trasmissione non avrebbe più ragione di esistere: con l’equivalente della superficie compromessa dalle sole grandi linee di trasmissione si produrrebbe, con un sistema solare, tutta l’energia necessaria all’Italia di oggi !» [xi]

Bisogna tener conto, d’altra parte, che ci sono tuttora non poche resistenze culturali e sociali alla diffusione di modalità alternative di produzione, distribuzione e consumo dell’energia. Non manca soltanto una “cultura del solare”; spesso si avverte una scarsa consapevolezza del rapporto esistente fra la questione energetica e le quelle di natura sociale ed economica, ad essa intimamente correlate. Si rischia di perpetuare l’equivoco dell’antitesi fra ecologia ed economia, confermando l’idea che di modello economico ce n’è uno solo. Ogni sforzo per salvaguardare gli equilibri ecologici e difendere l’ambiente diventa pertanto un attentato oscurantista allo sviluppo, alla scienza, al progresso tecnologico e, in ultima analisi, alla stessa civiltà. Ecco perché ha fatto bene D’Acunto ha sottolineare l’importanza di quest’ultima parola, ancorandola però ad un paradigma – teorico e pratico – profondamente diverso, quello “solare”.

III – UNA TRANSIZIONE CONSAPEVOLE, GLOBALE E  DAL BASSO  

downloadCercare la modalità giusta di transizione ad una società ecologica richiede una grande capacità di guardare avanti, di essere ‘visionari’, ma anche di mantenersi sul piano della concretezza e di proporre un percorso comprensibile e praticabile. E’ sicuramente vero – e D’Acunto lo sapeva molto bene – che di tempo a disposizione ormai non ce ne resta molto. E‘ però altrettanto vero che nessun vero cambiamento è possibile se non si riesce a disseminarne pazientemente i principi basilari e a dimostrare che non si tratta di decisioni delegabili ad un vertice politico più o meno illuminato, ma di scelte che ci riguardano tutti e tutti i giorni, come persone e come comunità.

«Come conciliare un’impronta ecologica radicalmente ridotta con l’attuale pluralità delle nostre società e del loro tessuto economico? Cercare una via d’uscita è cambiare sguardo: partendo da dove siamo, senza negare i nostri disaccordi sulle soluzioni da apportare, prendendo in considerazione una pluralità di vie di sperimentazione, dalle micro-esperienze cittadine di permacultura fino alla produzione industriale ultratecnologica, passando per i sentieri dell’economia sociale e solidale.» [xii]

E’ proprio ciò che ha proposto D’Acunto, quando affermava:

«Appare del tutto chiaro che l’ inerzia del sistema materiale ma anche materiale del pensare comune oggi esistente richiama comunque anche la ricerca di soluzioni capaci di rispondere quali alternative credibili al sistema energivoro ed accentratore di oggi […] La coscienza della preziosità dell’energia e la conseguente razionalizzazione e ottimizzazione della sua produzione e del suo uso costituiscono perciò un percorso fondamentale dell’umanità e permeano l’identità di una nuova civiltà: la Civiltà del Sole.» [xiii]

Nella sua visione ecotopica questo nuovo mondo assume certamente i connotati ideali di una società finalmente riconciliata con la natura e i suoi valori, ma anche la complessità d’un ‘sistema’ globale che, a partire dalla rivoluzione ‘solare’, rivoluzioni tutti i parametri del vivere civile, dal lavoro all’edilizia, dalle scelte economiche a quelle riguardanti una democrazia partecipata e dal basso, pacifica e solidale. E’ impossibile allora non citare D’Acunto quando il suo messaggio assume il tono profetico – direi perfino poetico – del Vate che ha sguardo lungo e riesce ad intravedere una realtà futura.

« Nella civiltà del Sole la città respira come da natura e cresce nella bellezza della sua immagine[…] La campagna e l’agricoltura ritrovano l’identità perduta, generatrice e non distruttrice di risorse. Cambiano urbanistica e architettura del nuovo. Case fabbriche e luoghi sociali sono progettati e costruiti per essere energeticamente autosufficienti. Contro gli sprechi cambiano i materiali e le tecnologie impiegate. Cambiano la mobilità e il trasporto, privato e pubblico, riformulati sul solare e sulle sue derivazioni. Crescono, con la specifica tecnologia, la capacità rigenerativa della materia, il ricircolo, la sinergia e la simbiosi anche funzionali con la depurazione delle acque. Un’identità nuova del lavoro e della sua funzione sociale e collettiva trova nel rivoluzione del solare una grande centralità […] L’intera economia si libera dai vincoli del ricatto e della dipendenza dal mercato del combustibile e delle fonti energetiche, e lo scambio internazionale si attiva non sui vincoli della bilancia commerciale e sulla speculazione monetaria, ma sull’interesse reciproco e solidale. Le comunità locali…diventano i fattori delle scelte, con la capacità di acquisire la giusta energia sufficiente per le proprie necessità, di scambiarsela a bassa tensione… non hanno più ragion d’essere né le lobbies nucleari né le grandi guerre, militari politiche ed economiche per l’oro nero e per il gas naturale… » [xiv]

E’ a questa palingenesi eco-socialista che D’Acunto ha sempre e coerentemente teso, teorizzando ed illustrando la sua Civitas Solis, ma anche impegnandosi in prima persona, secondo la regola aurea dell’ambientalismo: “Thinking Globally, Acting Locally”. [xv]

IV – BIODIVERSITA’, SOLIDARIETA’, EQUITA’, AUTOSUFFICIENZA

D’Acunto ha sempre affiancato alle sue considerazioni sulle caratteristiche dell’auspicata Civiltà del Sole una particolare attenzione al concetto di tutela e promozione della Biodiversità, al punto da intitolare ad entrambi la Rete associativa che ha fondato e presieduto. A questo basilare pilastro del suo progetto ecologista, non a caso, è stata dedicata la prima sezione del suo volume, intitolata appunto “Amare e ritrovare la perduta biodiversità”.

« La sfida ambientalista è sicuramente a tutto campo: dalla ridefinizione del lavoro come costruzione dell’arricchimento dei valori dell’umanità, alla teoria e alla prassi di una nuova economia fondata sull’ecologia. Ma la sfida ambientalista deve essere soprattutto la sfida della biodiversità; non l’uomo al centro del Pianeta, ma la sua illimitata ricchezza di esseri viventi, animali e vegetali, all’interno dei suoi scenari incommensurabili di paesaggi, di luci e di colori. L’ambientalismo, come filosofia e cultura della biodiversità, assume perciò questa valenza: costruire il futuro di un’umanità non necessariamente infelice e sola in un inerte ed informe Pianeta, ma espressione di vita tra l’infinita moltitudine delle altre[xvi]

biodiversita'Non è difficile avvertire, nel tono lirico che D’Acunto assumeva quando parlava della Natura, tutto l’amore e, direi, la venerazione che provava nei confronti dell’indicibile bellezza e perfezione di ciò che gli uomini di fede chiamano Creato. Egli, pur da laico, ne ha sempre avvertito il profondo richiamo e, al di là di riflessioni scientifiche e di ogni credo religioso, con la sua insistenza sul valore centrale della biodiversità, ritengo che egli sia stato uno splendido interprete dello spirito francescano racchiuso nel ‘Cantico delle creature’.

« Tale filosofia rafforza la coscienza di come un territorio sia limitato e prezioso, nell’identità della sua  biodiversità, della sua cultura e delle sue potenzialità: è la filosofia dell’ottimizzazione, anche scientifica e tecnologica, dell’uso del territorio…» [xvii]

Questa stessa filosofia, oltre a manifestare una solidarietà biocentrica con tutti gli esseri viventi, manifesta una solidale apertura anche verso le generazioni successive, preservando le risorse finora dissipate dallo sfruttamento capitalista e dalla civiltà predatoria, violenta e consumistica che ne è derivata.

«La Civiltà del Sole parla…in misura sempre più elevata alle generazioni successive. Ad esse non sottrae risorse: il sole infatti conserva e vice la sua identità e la sua infinita bontà e potenza per un tempo illimitato, indipendentemente da ciò che l’uomo fa.[…] La Civiltà del Sole crea un percorso illimitato e crescente di solidarietà con quelle ad essa successive […] I raggi del sole trasformano ogni spazio di verde che salviamo o che rigeneriamo in naturale farmaco  per la cura dell’avvelenamento da anidride carbonica…La Terra ritrova la sua salute se le restituiamo la sua bellezza: più si afferma la Civiltà del Sole, più si allontana il rischio del collasso mortale del Pianeta, e più esso diventa meravigliosamente bello. » [xviii]

Non si può fare a meno di notare che la filosofia ecologista di D’Acunto assume in questi casi  accenti profondamente morali, ma anche estetici. Il valore etico della solidarietà con chi verrà dopo di noi, infatti, si fonde con la considerazione dello stretto legame tra lo stato di ‘salute’ della nostra Terra e la sua ‘bellezza’. Questo inscindibile. connubio tra bontà e bellezza era già presente nel pensiero classico attraverso il concetto greco di kalokagathìa [xix], ma lo ritroviamo anche nella visione biblica, in particolare quando Dio guarda ciò che ha creato e lo definisce con טוֹב (TOV ) aggettivo ebraico traducibile appunto sia come bello sia come buono, in quanto evoca l’idea di armonia e di perfezione.[xx]

download (1)Ma il Sole è da considerare ‘buono’ anche perché è giusto, poiché offre luce e calore – e quindi energia – a tutti gli esseri viventi, senza differenze e senza nessun vantaggio per se stesso. Per citare ancora D’Acunto:

«Il sole dona i suoi raggi a tutto il Pianeta e lo fa in rapporto alla vita esistente nelle sue singole parti: ovvero ogni parte del Pianeta ha creato la vita in rapporto a ciò che il sole le ha donato. Nella Civiltà del Sole non può che essere questo il primo principio di ogni modello di società, estirpando ogni radicamento di espropriazione, fortissimamente presente…» [xxi]

L’ultimo punto sul quale bisogna soffermarsi, se si vuole comprendere il pensiero di Antonio D’Acunto – è il concetto di autosufficienza energetica. Se è vero, come c’insegna la storia, che conflitti e guerre sono sempre stati originati dalla volontà di accaparrarsi ed accentrare nelle propre mani le risorse naturali e di dominare anche così gli altri popoli, è evidente che la Civiltà del Sole dovrà invertire radicalmente questa tendenza. In quello che potremmo chiamare  il ‘programma costruttivo’ di D’Acunto, infatti, affiora spesso la prospettiva di una ‘autosufficienza’ delle comunità locali, che non significa affatto chiusura identitaria bensì capacità di soddisfare i propri bisogni con le risorse del proprio territorio. E’ un concetto, per l’appunto, simile a quello del Swadeshi [xxii] predicato e praticato da Gandhi nella sua rivoluzione nonviolenta dell’India.

«Nella Civiltà del Sole…nessuna comunitàpuò pretendere il soddisfacimento del proprio fabbisogno energetico con energia proveniente da altre comunità: ogni comunità deve attivarsi per la propria autosufficienza energetica, ciò naturalmente sia in un contesto di corretta, organica e funzionale armonia tra le comunità adiacenti, sia in un concretamente fattibile percorso di transizione. […] La filosofia della cultura e della diffusione dell’energia solare ha la sua genesi ed attuazione nelle scelte globali che si sono fatte e che si fanno per il territorio, in un’ineludibile coniugazione, armonia e tutela della sua identità naturalistica, storica, culturale, economica e produttiva.» [xxiii]

V – UN DECALOGO PER LA CIVILTA’ DEL SOLE

Dai passi citati emergono con evidenza alcuni concetti fondamentali, che sono un po’ le colonne portantI della Civiltà del Sole, che vanno però intesi strategicamente, secondo una logica progressività. Proverò quindi a sintetizzare queste idee fondanti in una sorta di ‘decalogo’.

  1. Prendere coscienza della totale insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e della società ad esso connessa e da esso condizionata, recuperando la valenza positiva del concetto di limite (del territorio, delle risorse…), dal quale scaturisce la preziosità dei beni ambientali e la conseguente necessità di prestare molta attenzione all’esauribilità delle risorse naturali ed alla fragilità degli equilibri naturali.
  2. Orientarsi verso un cambiamento radicale, inteso però come percorso/cammino/progresso verso un modello alternativo, che porti l’umanità a ritrovarsi con la natura.
  3. Adottare preliminarmente una seria strategia di disintossicazione termica, chimica e fisica del Pianeta, condizione indispensabile per una sua rigenerazione ecologica, voltando decisamente pagina rispetto alla ‘civiltà del petrolio’.
  4. Scegliere le fonti energetiche rinnovabili come rivoluzione del nostro modello di produzione distribuzione e consumo, vetusto iniquo ed energivoro, anziché come banale ed opportunistica sostituzione delle fonti fossili in esaurimento o in crisi.
  5. Rompere radicalmente con modalità centralizzate e verticistiche, in campo energetico ma anche in ambito sociale, economico e politico.
  6. Razionalizzare / ottimizzare la produzione e l’uso dell’energia e di territorio, facendo ricorso alla saggezza delle soluzioni forniteci dalla stessa Natura: riciclo della materia, sinergia, simbiosi.
  7. Introdurre una profonda rivoluzione anche dei rapporti economici e sociali all’interno della società, con un’identità nuova del lavoro e della sua funzione sociale e collettiva, passando dal circolo vizioso del consumo individuale, iniquo e senza limiti alla logica virtuosa dell’interesse reciproco e solidale.
  8. Salvaguardare e promuovere il fondamentale valore ecologico della biodiversità, tenendo conto che la stessa limitatezza del territorio e delle sue risorse lo rende prezioso, per cui dovremmo adottare un’ottica non più egoisticamente antropocentrica, ma rispettosa della natura ed aperta a tutte le forme di vita.
  9. Adottare un ambientalismo ecosociale, che valorizzi la solidarietà (tra pari e con le generazioni future) e persegua l’equità, restituendo salute e bellezza alla nostra Terra, che il Sole illumina e nutre in modo indistinto, e quindi fruibile da tutti.
  10. Orientare le scelte economiche verso uno sviluppo ecosostenibile ed autocentrato, opposto a quello della centralizzazione e controllo delle risorse, per valorizzare le risorse del territorio e tutelare l’identità e l’autosufficienza economica delle comunità.  

E’ interessante osservare che questo articolato paradigma ambientalista è riscontrabile anche in altri contesti, come progetto ecosostenibile che coniughi un’alternativa energetica con una prospettiva pacifica. E’ il caso, ad esempio, del ‘dodecalogo’ elaborato nel 2017 dalla Tamera Holistic Peace Research Centre, un’organizzazione portoghese impegnata nella promozione di una modalità energetica autonoma, rigenerativa e decentrata, L’ecovillaggio di Tamera è già dotato di un impianto solare da 20 kW, ma soprattutto sta sperimentando un suo sviluppo alternativo, fondato su fonti energetiche locali, integrate ed autosufficienti, e sulla eliminazione di ogni forma di spreco. [xxiv]

Un utile riferimento, per approfondire la tematica del rapporto tra ‘rivoluzione energetica’ e cambiamento del paradigma socio-economico nel senso di una democrazia partecipata e giusta, è un articolo di Burke e Stephens, in conclusione del quale leggiamo:

« Come trasformazioni sociali, le transizioni energetiche giuste, democratiche ed ecologiche richiedono un impegno a costruire la capacità della comunità per una governance energetica democratica, evitando nel contempo il perpetuarsi delle molte ingiustizie sociali ed ecologiche dei sistemi energetici dominanti esistenti. […] La democrazia energetica apre la possibilità di forme rinnovate e rinnovabili di democrazia, create attraverso impegni più approfonditi e più inclusivi con lo sviluppo di un futuro energetico rinnovabile. Se la politica energetica diffusa esprime ragionevolmente le potenzialità di un’energia rinnovabile e di un rinnovato potere politico in un momento di emergenza climatica, allora la democrazia energetica fornisce una risposta piena di speranza e tempestiva.» [xxv]

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E’ proprio dalla sperimentazione di tante ‘buone pratiche’ come questa – in Europa come nel resto del Pianeta – che il luminoso progetto ecosociale di Antonio D’Acunto trae nutrimento e conferma. La Civiltà del Sole non è l’utopia di un visionario ma la sola prospettiva per uscire dal disastro ambientale e socio-politico nel quale siamo immersi, la cui gravità spesso paralizza ogni sforzo per uscirne. Ci vuole tutto l’ottimismo della volontà che alimentava l’instancabile azione di D’Acunto per reagire allo sconforto in modo proattivo e creativo. All luce della sua grande lezione – di vita oltre che di pensiero – noi della Rete per la Civiltà del Sole e della Biodiversità continueremo perciò sulla strada da lui tracciata, nella speranza che siano sempre di più quelli che vorranno dare menti braccia e gambe al suo e nostro progetto.

Concludo citando un’efficace e sintetica frase di Giorgio Nebbia, altro maestro dell’ambientalismo e grande amico di Antonio:

«La diffusione della cultura e della consapevolezza della insostenibilità dell’attuale società può essere un’occasione per metterne in discussione le fondamenta stesse, violente ed egoistiche. E per cercare nuovi modelli di rapporti produttivi e di rapporti internazionali, governati dalla soggezione alle uniche leggi che non si possono violare, quelle della natura. La realizzazione di una società meno insostenibile può essere una straordinaria occasione per cercare nuovi valori di solidarietà e di giustizia.» [xxvi]

© 2018 Ermete Ferraro

—– N O T E —————————————————————————–

[i] Luigi de Magistris, discorso commemorativo  in Sala Giunta del Municipio di Napoli (27.02.2015) > cfr. servizio televisivo di Marina Galiano sulla commemorazione ufficiale di A. D’Acunto per la webt tv del Comune di Napoli >> https://www.youtube.com/watch?v=ZHf0IFUp4C8

[ii] Antonio E. Piedimonte, “Quel guerriero sorridente che regalò alla Campania l’energia solare”, Corriere del Mezzogiorno, 29.12.2014 > https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/14_dicembre_29/quel-guerriero-sorridente-che-regalo-campania-l-energia-solare-7a875576-8f5d-11e4-958d-cb5be19f6659.shtml

[iii] Ermete Ferraro, Ciao, Antonio… (31.12.2014) > https://ermetespeacebook.com/2014/12/31/ciao-antonio/ . Vedi anche il mio contributo biografico su A.D.A., posto a prefazione del libro postumo che ne raccoglie i tanti articoli pubblicati sul suo blog: Ermete Ferraro, Lo cunto di d’Acunto – Le stagioni nel sole di un profeta laico, in: Antonio D’Acunto, Alla ricerca di un nuovo umanesimo . Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, a cura di Francesco D’Acunto, Napoli, La Città del Sole, 2015 > http://www.lacittadelsole.net/d-acunto.html

[iv] Leggi in: http://www.sito.regione.campania.it/leggi_regionali2013/lr01_2013vigente.pdf

[v] Visita il sito web della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità (RCCSB) > http://www.laciviltadelsole.org/

[vi] Tommaso Campanella, La città del Sole (1602), Milano, Feltrinelli, 2014

[vii] A. D’Acunto,  “La Civiltà del Sole”, introduzione agli articoli su questo tema in:  Alla ricerca di un nuovo umanesimo, cit., p.193

[viii]  V. ad es. : R. Bradbury, Fahrenheit451 (1955); A. Huxley, Brave New World (1932); G. Orwell, Nineteen Eighty-Four (1949); A. Burgess, Clockwork Orange (1962)

[ix]  Jean-Paul Déleage, “Utopies et dystopies écologiques”,  Ecologie & politique, 2008/3 n° 37 , pp.33-43 > https://www.cairn.info/revue-ecologie-et-politique1-2008-3-page-33.htm (trad. mia).

[x] A. D’Acunto,  “La Civiltà del Sole” (maggio 2010), in op. cit. , p. 200

[xi] Ibidem, pp. 201-202

[xii] “Description” del libro: Christian Arnsperger et Dominique Bourg, Ecologie intégrale : pour une société permacirculaire, Paris, P.U.F., 2017 > https://www.franceculture.fr/oeuvre/ecologie-integrale-pour-une-societe-permacirculaire  (trad. mia)

[xiii] A. D’Acunto, op. cit, p. 203

[xiv] Ibidem , pp. 203-204

[xv]  Non è ancora chiara l’origine di questa nota espressione, attribuita a persone diverse, dall’urbanista scozzese Patrick Geddes  (1915) al fondatore degli Amici della Terra  David Brower (1969);  dal biologo francese René Dubos (1972) fino al ‘futurista’ Frank Feather (1979)

[xvi] A. D’Acunto, “La sfida della biodiversità per una nuova egemonia culturale dell’ambientalismo” (feb. 2010), in op. cit, p. 63

[xvii]  Idem, “Il territorio, limitato e prezioso, e la Civiltà del sole” (dic. 2010) , ibidem, p. 209

[xviii] Idem,  “La Civiltà del Sole la Civiltà del Petrolio” (mag, 2012), in op.cit. , pp. 216-217

[xix]  Cfr.la voce su Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Kalokagathia , ma anche: “La bellezza come dono divino  Kalokagathia”, in Treccani > http://www.treccani.it/export/sites/default/scuola/lezioni/scienze_umane_e_sociali/BELLEZZA_ARTE_1_lezione_c.pdf

[xx] Carmine Di Sante, “Bellezza e bontà: quale relazione secondo la Bibbia?”, N.P.G. (Note di Pastorale Giovanile), 22.08.1999 > http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4023:bellezza-e-bonta-quale-relazione-secondo-la-bibbia&catid=310:npg-annata-1999&Itemid=207

[xxi] A. D’Acunto, “La Civiltà del Sole e la Civiltà del Petrolio”, cit., p.218

[xxii] Cfr. “Movimento Swadeshi” in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_Swadeshi ; vedi anche: Siby K. Joseph,  “Understanding Gandhi’s Vision of Swadeshi”, mkgandhi.org  > https://www.mkgandhi.org/articles/understanding-gandhis-vision-of-swadeshi.html

[xxiii] A. D’Acunto, “Da Nimby a Ymby for us” (feb. 2014), op. cit. , p. 223

[xxiv] “Producing energy in a culture of peace – Tamera, Portugal leads the way” (ago. 2017),  Ecolise.eu > http://www.ecolise.eu/producing-energy-in-a-culture-of-peace-tamera-portugal-leads-the-way/

 [xxv] Matthew J. Burke, Jennie C. Stephens, “Political power and renewable energy futures: A critical review”, Energy Research & Social Science, 35 (2018) 78-93 > https://reader.elsevier.com/reader/sd/77FE4C355DC8BE7A68F391D622B06F57F3CC9790A354041B4D8162094CF43690568699CBE4B09332D121E75D51EB2687

[xxvi]  Giorgio Nebbia, ” Pensieri su Gaia”, (mag.. 2014)  > http://giorgio-nebbia.blogspot.com/2014/05/sm-3260-pensieri-su-gaia.html#more

 

“Generale, quelle 5 stelle…”

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Il Gen. Sergio Costa

La Repubblica italiana è l’unico stato con un ‘generale a cinque stelle’. Normalmente, infatti, i gradi degli ufficiali superiori delle forze armate si fermano alle quattro stellette, che accompagnano la classica ‘greca’. Però il generale dei carabinieri Sergio Costa – già comandante per la Campania del Corpo Forestale dello Stato – sembra fare eccezione, visto che le ‘cinque stelle’ egli non le porta più cucite sulle mostrine o le controspalline, ma direttamente sul cuore. Non è un caso, infatti, che il nome di Costa come membro del Governo sia stato subito anticipato dal ‘capo politico’ del M5S, pronostico regolarmente confermato dalla sua nomina a Ministro dell’Ambiente del neo-esecutivo pentastellato-leghista, presieduto dal premier Giuseppe Conte. Ebbene, come scrivevo già nel precedente articolo sul mio blog [i], questa è la sola scelta che mi lascia soddisfatto nel contesto della compagine governativa cosiddetta giallo-verde, probabilmente perché si tratta dell’unico segnale di svolta ambientalista all’interno di un assai poco confortante quadro politico di stampo reazionario. Non ripeto qui le mie perplessità – per adoperare un eufemismo – su un esecutivo che sta innegabilmente virando a destra, in senso populista ma soprattutto seguendo una deleteria visione securitaria, nazionalista e xenofoba, strizzando un occhio alla Russia putiniana e l’altro alla ‘America First’ trumpiana.

Per quanto molti, anche fra amici e compagni, intessano lodi o manifestino speranzose aperture nei confronti di tale ‘governo del cambiamento’, io non posso farci niente: lo strano ‘presepio’, messo insieme in modo raffazzonato dal duo Salvidimaio, proprio “nun me piace”.  Lo so, qualcuno obietterà, proprio come faceva Luca Cupiello: «Come si può dire: ‘Non mi piace’, se quello non è finito ancora? ». [ii] Prendendo in prestito le battute di Nennillo, rispondo: «Ma pure quando è finito non mi piace […] Ma guarda un poco, quello non mi piace, mi deve piacere per forza?» [iii] Ciò premesso, devo ammettere che, pur in questo spiacevole scenario, la ‘statuina’ di Sergio Costa mi convince, dal momento che egli porta al Ministero dell’Ambiente sia la sua qualificazione di laureato in Agraria, con un master in Diritto dell’Ambiente, sia la sua profonda competenza in materia d’investigazioni ambientali, che lo hanno portato a svolgere un ruolo centrale nella tragica vicenda della ‘terra dei fuochi’, facendolo giungere meritoriamente ai vertici della Forestale e poi dei Carabinieri per l’Ambiente [iv]. Personalmente, ho avuto il piacere di conoscerlo e di apprezzarne la professionalità, la dirittura morale e la disponibilità ad approfondire segnalazioni e denunce. Credo quindi che si possa accogliere con soddisfazione la sua scelta come responsabile di un Dicastero dove dovrebbe imprimere una netta svolta, dopo anni d’incuria che hanno fatto degenerare vecchi problemi ambientali e spuntare nuove aggressioni all’integrità del nostro territorio. Eppure…

generale a 5 stelle

Five Stars General ?

Eppure questo stimabile ‘generale a 5 stelle’ non potrà prevedibilmente capovolgere – almeno da solo – la logica deleteria che ha subordinato finora i diritti dell’ambiente agli interessi economici, leciti ed illeciti, che lo hanno di fatto devastato. Sfruttare le sue indubbie capacità di contrasto degli abusi e degli ecoreati è cosa buona e giusta, ma non basta. Scoprire e denunciare con decisione comportamenti fuori legge in tali ambiti è solo il primo passo, ma rischia di farci dimenticare che l’intero modello di sviluppo da noi caparbiamente perseguito è di fatto incompatibile con il rispetto degli equilibri ecologici, con la salvaguardia della biodiversità e con la pur auspicata inversione di tendenza in ambito energetico. Non ho alcun dubbio che questo esperto investigatore ambientale nel suo nuovo incarico saprà dare – come ha dichiarato – la priorità al controllo delle discariche, all’inquinamento atmosferico, alla tante ‘emergenze’ ed agli abusi di ogni genere che stanno distruggendo le meraviglie del nostro Paese. Dove forse si sbaglia è quando dichiara: « L’ambiente è una cosa seria, centrale, e appartiene a tutti. Non c’è maggioranza o opposizione nella salvaguardia delle nostre terre». [v]E non certamente perché io non condivido la prima parte del ragionamento, ma perché non sono affatto convinto che sulla salvaguardia dell’ambiente siano tutti, naturalmente, concordi. La verità è che chi continua a perseguire dichiaratamente la ‘crescita’ e l’assurdo miraggio di uno sviluppo illimitato non sa che farsene della ‘salvaguardia delle nostre terre’. Chi sta irresponsabilmente formando intere generazioni a comportamenti consumistici ed energivori è di fatto un nemico dell’ambiente. Chi antepone la legge del profitto e della speculazione a quella del bene comune non è, e non sarà mai, un alleato di chi al contrario vuole impedire che le nostre terre (e la Terra più in generale) si trasformino in una discarica, che non riuscirà mai a smaltire ciò che la società dello spreco e del rifiuto produce ogni santo giorno.

5 STELLEOvviamente faccio i migliori auguri di buon lavoro a Sergio Costa, un illustre Napoletano ed un grintoso ambientalista piazzato in prima linea dal governo penta-leghista, dal quale sono certo che riceveremo presto segnali positivi. Però, lo ripeto, questo non può bastare. Delle ‘cinque stelle’ da cui prende nome il Movimento che lo ha fortemente voluto all’Ambiente – come ho già osservato nel mio precedente commento – temo che alcune possano già essere definite ‘cadenti’.  Se si  pensa che esse si riferivano originariamente ad: acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia [vi], è impossibile non notare quanto quella formazione politica si sia già discostata da quella ‘carta degli intenti’ di soli nove anni fa [vii] . Le priorità del Movimento attuale, di lotta e di governo, si direbbero ben altre, visto che alle questioni ambientali il ‘Contratto’  sottoscritto dal duo Di Maio-Salvini è dedicato solo un capitoletto, peraltro di tono astrattamente dichiarativo più che concretamente programmatico. Certo, si parla ancora di: ‘buone pratiche’, ‘economia circolare’, ‘azioni contro lo spreco’, ‘rischio idrogeologico’, ‘processi di sviluppo economico sostenibili’, ‘produzione da fonti rinnovabili’ e via lodevolmente enunciando. [viii] Da quelle tre paginette e mezza, però, non emergono impegni precisi, obiettivi chiari anche se limitati, scelte prioritarie, quelle cioè che ci si aspettava da un documento che si autodefiniva, appunto, come un ‘contratto’.

« Potrebbe sembrare un bel libro dei sogni, se dietro quest’elenco non si giocasse il futuro del Paese in tema di progresso sostenibile, tutela della salute dei cittadini e sopravvivenza delle future generazioni. E comunque, al di là del contratto, l’azione politica non potrà prescindere dalla “Strategia Nazionale sullo Sviluppo Sostenibile”, il documento di riferimento degli impegni italiani sottoscritto nei consessi internazionali, dal quale partire per implementare le politiche ambientali. Politiche che saranno improntate, certamente, ad un sano pragmatismo che al neo Ministro gli viene dall’esperienza maturata in questi anni sul campo…» [ix]

Ecco, appunto: un “bel libro dei sogni”. Eppure nelle rimanenti 54 pagine del ‘Contratto’ si prospettano in genere soluzioni, azioni e risposte più nette, anche se spesso appartenenti all’armamentario ideologico della destra reazionaria più che ad una forza progressista. E poi:  quale “sano pragmatismo” ci aspettiamo dal nuovo ministro? Quello di chi è consapevole che il mondo non si cambia in un giorno, oppure quello che ha connotato la parola sostenibilità nel senso ambiguo dell’ambientalismo ‘che ci possiamo permettere’, senza turbare troppo gli equilibri economici e le compatibilità finanziarie nazionali ed internazionali?

download (1)Sono certo che, nel caso di Costa, il pragmatismo del politico non tradirà i convincimenti ambientalisti della persona. Sta di fatto, comunque, che egli si trova a far parte di un esecutivo che esprime ben altre scelte e priorità, a cominciare da quella – martellante – delle politiche di respingimento dei migranti e di tutela degli ‘interessi nazionali’. Beh, se una cosa avrebbe dovuto insegnarci l’esperienza ultratrentennale dei Verdi – intesi come soggetto politico nato per superare l’ambientalismo settoriale e per configurare un progetto globale ed alternativo di società e di sviluppo – era proprio che un vero ecologismo non può mai essere ridotto a scelte auspicabili, ma comunque settoriali. Essere ‘verdi’ – secondo i ‘quattro pilastri’ del movimento a livello internazionale – dovrebbe risultare dall’integrazione di dimensioni strettamente correlate fra loro: “Saggezza ecologica, Giustizia sociale, Democrazia dal basso e Nonviolenza” [x]. Ebbene, questo governo, assai impropriamente definito dai media “giallo-verde”, non può farci credere che una svolta ambientalista si possa reggere solo su uno di questi pilastri, buttando giù gli altri tre. Siamo di fronte infatti ad uno dei governi più destrorsi di sempre, che continua a cavalcare il populismo più becero, fiutando l’aria di una più generale svolta autoritaria, nazionalista e militarista sia a livello europeo, sia sul piano globale. E’ vero che, per citare l’amara canzone di Gaber, ormai non distinguiamo più “cos’è la destra e cos’è la sinistra” [xi], però non ci si può chiedere di ingoiare i bocconi amari di politiche poliziesche e muscolari in nome della lotta alle ecomafie. Non si può pensare di  farci chiudere gli occhi sulla cancellazione di ogni principio di progressività fiscale, di rifiuto dell’invasività ambientale delle grandi opere o di tutela dei diritti fondamentali sol perché ci si promette, un po’ vagamente, di sostenere le energie alternative.

«Generale, queste cinque stelle, / queste cinque lacrime sulla mia pelle / che senso hanno dentro al rumore di questo treno, / che è mezzo vuoto e mezzo pieno /e va veloce verso il ritorno…» [xii] Così cantava Francesco  de Gregori giusto 40 anni fa. Ebbene, faccio i miei auguri e saluto cordialmente il ‘generale a 5 stelle’ Sergio Costa (anche se, da antimilitarista, eviterò di mettermi sugli attenti…), ma non posso fare a meno di chiedermi anch’io “che senso hanno [quelle cinque stelle] dentro al rumore di questo treno” sul quale è salito. Un treno che sembra andare “veloce verso il ritorno” ad un’Italia nazionalista, poliziesca e militarista, piena di paure e diffidenze, che speravamo di esserci lasciati alle spalle.

© 2018 Ermete Ferraro

—-N O T E  ————————————————————————

[i] E. Ferraro, Hanno fatto Trenta. Non facciano 31 ( 02.06.2018)  > https://ermetespeacebook.com/2018/06/02/hanno-fatto-trenta-non-facciano-31/

[ii]  E. De Filippo, Natale in casa Cupiello  (1931) – Atto I > http://www.duepuntotre.it/2015/11/natale-in-casa-cupiello.html

[iii] Ibidem

[iv]  Cfr. “Sergio Costa” su Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Costa

[v] Nino Femiani, “Il ministro Sergio Costa: ‘Io, peone della Terra dei fuochi. All’Ambiente ci vuole grinta” (02.06.2018), Il quotidiano.net > https://www.quotidiano.net/politica/sergio-costa-1.3952659

[vii] Cfr. la “Carta di Firenze” del M5S del 2009 > https://www.movimento5stelle.it/listeciviche/documenti/carta_di_firenze.pdf

[viii] Cfr. Il contratto di governo (18.05.2018) > https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/18/governo-m5s-lega-il-contratto-di-governo-versione-definitiva-del-testo/4364587/

[ix] S. Illomei, “Le priorità del neo-ministro dell’Ambiente Sergio Costa”, Formiche (giugno 2018) > http://formiche.net/2018/06/ministro-ambiente-costa/

[x] Cfr. Four Pillars of the Green Party >  http://greenpolitics.wikia.com/wiki/Four_Pillars_of_the_Green_Party  – Vedi anche: Charter of the European Greens > https://europeangreens.eu/node/5745

[xi]  G. Gaber “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra” > http://testicanzoni.mtv.it/testi-Giorgio-Gaber_28896/testo-Destra-sinistra-2304830

[xii] F. De Gregori,  Generale (1978) > http://www.angolotesti.it/F/testi_canzoni_francesco_de_gregori_125/testo_canzone_generale_7177.html

Hanno fatto Trenta, non facciano 31

2-giugno-2017Oggi, 2 giugno 2018, uno dei primi atti ufficiali e pubblici degli esponenti del nuovo governo giallo-nero all’indomani del suo insediamento è certamente la partecipazione alla tradizionale parata militare per la Festa della Repubblica. E’ vero: sono decenni che i pacifisti protestano contro questa retorica e costosa esibizione militarista, ricordando che oggi si festeggia, appunto, la nascita della nostra Repubblica (democratica, fondata sul lavoro e che ripudia la guerra) e non di certo le Forze Armate che ne rappresenterebbero semmai solo l’aspetto ‘difensivo’ e che, fra l’altro, la loro ‘festa’ già l’hanno celebrata sette mesi fa.  Niente. Nessuno ha mai ascoltato questo accorato appello del movimento per la Pace, un po’ perché la retorica da parata evidentemente un po’ ci aggrada (il ventennio fascista qualche traccia, anche simbolica, l’ha lasciata…), un po’ perché la voce della frammentata realtà antimilitarista e nonviolenta del nostro Paese è talmente flebile che, forse, noi stessi ci meraviglieremmo se qualcuno ci stesse davvero a sentire…

Quest’anno, poi, la solita ‘parata’ romana del 2 giugno sembra assumere un significato particolare, sia in considerazione del fatto che la figura del Presidente della Repubblica, dopo il travagliato parto governativo, è emersa con maggiore rilievo e peso, sia perché l’immagine del nuovo Esecutivo a trazione pentastellato-leghista appare oggettivamente caratterizzata dal ritorno del nazionalismo e delle sue parole d‘ordine. Non dimentichiamo, poi, che tra le Autorità nella tribuna d’onore della Parata ci sarà anche la nuova ministra della Difesa, la prof.ssa Elisabetta Trenta, esperta di sicurezza e di ‘intelligence’. Come si fa a non notare che il c.d. ‘governo del cambiamento’ – che alla componente femminile ha finora riservato solo cinque posti – ha  sostituito l’ex ministra Pinotti (laureata in lettere ed ex educatrice dell’AGESCI) sì con un’altra donna, però molto più ‘qualificata’ in campo militare?

« Nel suo cv si segnala l’incarico di vicedirettore del master in Intelligence e sicurezza dell’Università Link Campus di Roma. L’esponente 5 Stelle è stata “ricercatrice in materia di sicurezza e difesa presso il Centro Militare di Studi Strategici”. E per nove mesi, su incarico del Ministero degli Affari Esteri, “è stata Political Advisor dei Comandanti della Itjtf in Iraq. Ha rivestito anche il ruolo di esperta in governance nell’Unità di assistenza alla Ricostruzione di Thi Qar”. Dal 1998 – si legge sempre nella sua scheda – Trenta “è stata responsabile di molti progetti di sviluppo e assistenza alla governance sia in Italia che all’estero, dove ha coordinato interventi come quello per l’assistenza ai City Council della provincia di Thi Qar (Iraq) o quello per il rafforzamento delle competenze del Ministero dell’Interno in Libano”. E’ stata inoltre “Country Advisor per la Missione Leonte in ambito Unifil in Libano nel 2009 e ha partecipato ad attività militari e civili, in Italia e all’estero, su incarico del Ministero della Difesa”. [i]

trentaNon c’è che dire: un eccellente curriculum. Peccato che abbia a che fare più con le competenze militari che con quelle di natura sociale, civile ed ambientale che dovrebbero caratterizzare un’organizzazione politica di base, fondata nel 2009 sulle cinque priorità: “acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia[ii].  Ebbene, confesso che la metamorfosi da Movimento 5 Stelle a Movimento 5 Stellette mi preoccupa non poco. Piazzare alla Difesa una docente specializzata in “intelligence and security” non mi sembra una svolta nel ministero chiave per una riconversione civile della spesa militare. Mandare al Palazzo Baracchini di via XX Settembre una ricercatrice del Centro Militare di Studi Strategici, impegnata peraltro in varie  ‘missioni’ in Libano ed in Iraq, non appare per niente un segnale di discontinuità con la nostra tradizionale politica di subalternità ai ‘comandi supremi’ USA e NATO, bensì la conferma dei finanziamenti alle nostre spedizioni militari in giro per mondo, fra le quali alcune risalgono addirittura al 1948 (Palestina), al 1978 (Libano), 1979 (Egitto-Sinai), al 1999 (Kosovo) ed al 2005 (Cipro). Queste sono solo le ‘neverending missions’ per conto dell’ONU, ma non bisogna dimenticare quelle tuttora in corso di natura diversa, , come: Libano (dal 2006) ed Afghanistan (dal 2015). [iii]  Ebbene sì: siamo un paese di santi, poeti e navigatori ma sicuramente anche di ‘missionari’, non più con l’abito bianco e la croce ma con la mimetica e l’elmetto. Basta leggere un esauriente articolo di qualche mese fa – con relative infografiche – per comprendere che il nostro impegno militare all’estero era (e a quanto pare è) destinato a crescere, con gli annessi oneri finanziari e con conseguenze politiche facilmente immaginabili.

«Come confermato dal ministro della Difesa Roberta Pinotti in un’intervista a Repubblica l’obiettivo per il 2018 è di rafforzare l’impegno nel continente. Il 15 gennaio il ministro, parlando alle commissioni riunite Difesa ed Esteri di Senato e Camera ha presentato il progetto del governo spiegando che si è deciso di “rimodulare l’impegno nelle aree di crisi geograficamente più vicine e che hanno impatti più immediati rispetto ai nostri interessi strategici” e in questo senso il Sahel, ha aggiunto, rappresenta “una regione di preminente valore strategico per l’Italia”. E infatti a ben vedere nel futuro dell’Italia non c’è solo il Niger. Ma ben altri sette Paesi, alcuni dei quali sono partner di lunga data come Libia, Egitto, Gibuti e Somalia, mentre altri sono vere e proprie new entry:  Sahara occidentale, Tunisia, Repubblica centrafricana e Niger appunto.» [iv]  

Solo per le prossime spedizioni è prevista una spesa aggiuntiva di quasi 83 milioni di euro, ma non c’è da dubitare che la nuova ministra – forse per onorare il suo cognome – ritenga anche lei che si debba proseguire su tale strada, visto che “Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno”, come si suol dire, citando senza saperlo un’arguta espressione di Pio X, riferita alla sua nomina di nuovi cardinali. [v] Eppure è proprio questo il nodo: se ormai i cinquestelle hanno “fatto Trenta” non sembra proprio il caso di insistere in questa direzione, soprattutto se, sull’altra faccia della medaglia della militarizzazione della società e del territorio, ci ritroviamo la faccia barbuta di Matteo Salvini, leader della Lega Nord, come Ministro degli Interni.

Niente da eccepire, per carità. Che un leader politico che si è sempre riempito la bocca di parole come ‘sicurezza’, strizzando l’occhio alle ‘forze dell’ordine’ ed auspicando che abbiano finalmente mano libera, approdasse al Viminale era ovvio, perfino scontato. Ciò che preoccupa chi non segue gli stessi parametri securitari, militaristi ed autoritari della destra, modello ‘law and order’ , è però che le priorità del nuovo responsabile degli Interni sono fin troppo chiare: chiusura dei campi rom, espulsione degli immigrati irregolari e blocco dei flussi, rimpatrio degli occupanti di case abusivi e, naturalmente, aumento per le forze di Polizia. [vi]  Non dimentichiamo poi che nel Contratto di Governo, sottoscritto dalla strana coppia giallo-nera e che adesso il premier Conte dovrà attuare – oltre alle previsioni di nuove dotazioni per le forze dell’ordine, (fra cui quelle pistole ‘taser’ denunciate da Amnesty come a rischio di violazione dei diritti umani [vii]) –  c’è anche un paragrafo nel quale si conferma il principio della legittimità comunque dell’autodifesa del proprio domicilio, da sempre invocata dalle destre, sullo spicciativo modello ‘fai-da-te’ dei soliti pistoleri americani:

«In considerazione del principio dell’inviolabilità della proprietà privata, si prevede la riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare, eliminando gli elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa) che pregiudicano la piena tutela della persona che ha subito un’intrusione nella propria abitazione e nel proprio luogo di lavoro.» [viii]

salvini-ministro-dellInternoCon poche parole, a quanto pare, si stanno per cancellare secoli di garanzie di rispetto dei diritti umani civili e sociali, avviando rapidamente la nostra Italia verso un’ulteriore militarizzazione della società ed una visione poliziesca della sicurezza. Ma tutto questo, ci ha assicurato il capo politico M5S, “non è né di destra né di sinistra”, e noi non possiamo fare a meno di credergli, mutuando la celebre espressione dell’Antonio scespiriano: “…perché Di Maio è uomo d’onore”.  [ix]  Abbiamo, del resto, un Parlamento pieno di questi nuovi “onorevoli” – pentastellati e leghisti – e non possiamo non credere a priori alla loro voglia di ‘cambiamento’, anche se ci deve concedere di nutrire qualche dubbio sul senso in cui esso sta dirigendosi…

Certo, qualcuno potrebbe chiedersi anche come mai un governo definito “giallo-verde” ed il cui co-leader Di Maio è capo d’un movimento che ispirava a materie ‘ecologiche’ ben 4 delle sue 5 stelle, abbia invece speso poco più di tre paginette sulle cinquantotto del famoso ‘Contratto per il governo del cambiamento’. Il suo capitolo 4, infatti, ha un titolo molto promettente (“Ambiente, green economy e rifluti zero”), ma – a parte le premesse iniziali di sapore ecologista e qualche precisazione un po’ didascalica sul concetto di ‘risorsa rinnovabile’ e di ‘economia circolare’ – gli impegni veri e propri sono abbastanza circoscritti. Riguardano in particolare; a) la riduzione e raccolta differenziata dei rifiuti, con una loro gestione ‘a filiera corta’; b) un programma di mappatura e bonifica dei siti a rischio amianto; c) la manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo, come prevenzione dei disastri idro-geologici e riduzione dei rischi sismici; d) la lotta allo spreco di suolo e l’impegno per la ‘rigenerazione urbana’; e) il contrasto al cambiamento climatico mediante interventi che spingano sul risparmio energetico e le fonti rinnovabili; f) provvedimenti specifici, infine, sono individuati per zone a rischio ambientale come la pianura Padana (?!), le aree metropolitane e l’ILVA di Taranto, in quest’ultimo caso senza indicare quali provvedimenti s’intenda effettivamente adottare né sciogliere il dilemma che contrappone la salvaguardia ambientale e della salute alla salvaguardia dell’occupazione ed al ventilato “sviluppo industriale del Sud”. [x]

costaBeh, non ci resta allora che stare a vedere cosa ci aspetta nei prossimi mesi o anni, sperando che almeno in questo settore l’inserimento nella squadra di governo di Sergio Costa – stimabile ed esperto comandante napoletano della Forestale poi promosso a generale dei Carabinieri per l’Ambiente della Campania  – costituisca almeno una garanzia di serietà nella lotta alle ecomafie ed agli sporchi affari di chi gioca con la salute della collettività e l’integrità del territorio. Espresso questo apprezzamento da ambientalista,  come ecopacifista consentitemi però di sottolineare la scellerata follia di chi nel 2016 decretò l’assorbimento d’un Corpo – autonomo e civile – di polizia ambientale all’interno dell’Arma dei Carabinieri, di fatto militarizzandone e burocratizzandone in modo irresponsabile le insostituibili funzioni operative di presidio del territorio. Basterà un integerrimo ufficiale come Costa promosso a Ministro per dare credibilità al piuttosto vago programma ambientale del governo Conte? Dobbiamo augurarcelo, ma non dimentichiamo che da oggi – festa della Repubblica nata dalla Resistenza – comincia un periodo in cui siamo tutti/e chiamati a vigilare sugli esiti democratici e sociali di questo ambiguo ‘ cambiamento’. Se non altro per evitare che, fatto Trenta, cerchino di fare anche trentuno…

© 2018 Ermete Ferraro

——– N O T E —————————————————————————-

[i] “Chi è Trenta, il nuovo Ministro della Difesa”  > http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2018/06/01/chi-elisabetta-trenta-nuovo-ministro-della-difesa_MdtADDTcG0y7yRv5E7KBIK.html?refresh_ce

[ii] “Movimento 5 Stelle”, Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_5_Stelle#cite_note-21

[iii] “Missioni militari italiane all’estero”, Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Missioni_militari_italiane_all%27estero

[iv] Alberto Bellotto, “Missioni militari italiane all’estero: le novità del 2018”, 11.01.2018,  Gli occhi della guerra >http://www.occhidellaguerra.it/missioni-militari-italiane-allestero-le-novita-del-2018/

[v] “Perché si dice abbiamo fatto 30, facciamo 31” > http://www.lettera43.it/it/comefare/curiosita/2017/01/27/perche-si-dice-abbiamo-fatto-30-facciamo-31/6779/  In effetti la frase originaria del Papa era: “Tanto è trenta che trentuno”

[vi] Cfr.: https://www.tpi.it/2018/06/01/salvini-ministro-interno/

 

[vii] “Sperimentazione delle pistole taser: la posizione di Amnesty International Italia” (23.03.2018) > https://www.amnesty.it/sperimentazione-delle-pistole-taser-la-posizione-amnesty-international-italia/

[viii] “La legittima difesa nel contratto di governo», Armi e tiro  (18.05.2018) > http://www.armietiro.it/la-legittima-difesa-nel-contratto-di-governo-9728

[ix] W. Shakespeare, Julius Caesar, atto III scena III – Cfr.: http://shakespeare.mit.edu/julius_caesar/julius_caesar.3.2.html

[x] Movimento 5 Stelle – Lega, Contratto per il governo del Cambiamento – Cap. 4 “Ambiente, green economy e rifiuti zero” (pp. 10-13) > https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/18/governo-m5s-lega-il-contratto-di-governo-versione-definitiva-del-testo/4364587/

Non prendeteci in Giro !

«Domani il Giro prende il via da Gerusalemme: non una voce per contestare la “storica” novità della partenza al di fuori dell’Italia. Possibile che nessun corridore, nessun giornalista sportivo, nessuna forza politica italiana, nessuna rappresentanza del pacifismo abbia sollevato dubbi sull’opportunità di questo tributo a un Paese perennemente in guerra d’aggressione?»  Così ha scritto ieri Luciano Scateni, in una sua nota su Facebook [i]

giro-it-650La verità però – come ben sa anche l’amico Luciano, con la sua vasta esperienza giornalistica e radio-televisiva –  è che le voci di intellettuali e militanti per i diritti umani, come quelle degli stessi pacifisti, non riescono ad arrivare lontano, oscurate come sono dall’abituale atteggiamento di chiusura, se non di censura, degli organi d’informazione mainstream. Il risultato, ovviamente, è che ogni forma d’opposizione a vere e proprie operazioni propagandistiche – come quella di un Giro d’Italia che tiene in Israele le prime tre tappe – non trova alcuna risonanza mediatica, condannando queste ed altre manifestazioni di dissenso nel limbo delle iniziative di cui in pochi sapranno davvero qualcosa e potranno cogliere l’accorato messaggio.

E’ altrettanto evidente che risulta praticamente impossibile ad una persona normale risalire agli autori veri di questa incredibile ‘pensata’, cioè a chi abbia ‘partorito’ (per citare Scateni) tale brillante idea. Magari una qualche spiegazione uno riesce pure a darsela e, conoscendo la pervasiva influenza della lobby israelofila, non è neppure tanto difficile immaginare che si tratti di una decisione di natura squisitamente politica. E’ infatti indubitabile il ‘generoso’ contributo che un Giro ciclistico partito da Gerusalemme intende offrire alla politica di ‘normalizzazione’ portata avanti dallo Stato d’Israele, tesa a far dimenticare all’opinione pubblica occidentale le sue scelte militariste, razziste e sempre più repressive. E’ difficilmente negabile, dunque, che tale assurdo strabismo politico, che stigmatizza la violenza islamista ma finge di non vedere le mire espansioniste e belliciste israeliane, sia ispirato dallo unilateralismo cui ci ha condannato la supina adesione alla volontà dei cosiddetti ‘grandi della Terra’, la cui unica grandezza ha a che fare con il loro imperialismo militare ed economico.

 «Sarebbe grave che, se il Giro d’Italia si ostinasse a celebrare con le tappe di Haifa e di Eliat il regime d’apartheid istituito da Israele in Palestina, lasciassimo che proprio in Italia non avesse risposte di condanna e di netta distanza da simili connivenze. – scriveva il Comitato BDS Campania – Non dipende da noi la tappa campana del 12 maggio a Montevergine. Ma dipenderebbe da noi il lasciarla senza risposta, permettendo alla macchina del consenso israeliana di approfondire la propria tentacolare presenza nel tessuto della nostra società, senza neanche provare a sviluppare conoscenza dell’uso strumentale del ciclismo e dello sport per assopire ogni coscienza internazionalista nella dimensione del godimento spensierato e smemorato della contemporaneità. Senza provare a destare una coscienza critica e solidarietà con i diritti violati dei Palestinesi.» [ii]

giro-ditaliaCerto sarebbe grave, anzi è grave, che si possa strumentalizzare in modo così sfacciato una manifestazione sportiva di largo seguito popolare, contaminando quell’evento ciclistico con elementi ad esso del tutto estranei. La verità, scriveva Flavia Lepre, è che:

« Il Giro d’Italia in “Israele” è una grande campagna mediatica, di quelle che scollano le parole dai fatti, giungendo persino a modellare con esse una realtà virtuale in totale capovolgimento di quella effettuale alla quale si sovrappone. Nell’immediato serve ad Israele per distrarre dalla sua aperta volontà d’impossessarsi non solo di tutta Gerusalemme ma anche della Valle del Giordano e di altre aree della Cisgiordania e di umiliare la parte palestinese.» [iii]

Eppure le campagne lanciate da B.D.S. Italia (con Cambia Giro) [iv] e B.D.S. internazionale (con #ShameOnGiro) [v] hanno sollevato il problema da molto tempo, cercando di coinvolgere il maggior numero possibile di voci contrarie a questa grottesca ‘presa in Giro’. E non sono mancate neppure i pronunciamenti critici di forze politiche, esponenti della cultura e dello sport nei confronti di una manifestazione sportiva così smaccatamente inquinata da interessi economici e propaganda.  Eppure pochi possono davvero credere al ruolo di Israele come ‘ambasciatore di pace’ così come è palese la strumentalizzazione della figura del grande Gino Bartali come sponsor etico di un’operazione del genere.

«Ufficialmente si tratta di rendere omaggio al campione italiano Gino Bartali – commenta un giornalista belga – […] una ragione storica, forse, ma il Giro in Israele è anche una questione di soldi. L’organizzatore avrebbe ricevuto almeno 10 milioni di euro per accogliere questa partenza […] Con più di un miliardo di telespettatori, è soprattutto un’operazione mediatica […] Penso che per il governo israeliano si tratta di parlare di altro che del conflitto in corso, della violazione del diritto internazionale e di ricordare invece le bellezze del paese, tentando di attirare turisti dal mondo intero.» [vi]

Per la precisione, la somma corrisposta da Israele alla R.C.S. è stata di ben 12 milioni di euro, come aveva ammesso lo scorso novembre lo stesso organizzatore del Giro 2018, Mauro Vegni, incalzato dall’intervistatore del quotidiano francese Le Monde, salvo poi smentire ogni implicazione politica ed economica di tale operazione. [vii]  Però è impossibile nascondere la realtà di una scandalosa scelta di parte, come sottolinea opportunamente un articolo pubblicato da Il Manifesto.

«Il tiro al bersaglio da parte dei cecchini israeliani prosegue e contro gli ‎organizzatori del Giro e il governo Netanyahu si è scagliata due giorni fa Amnesty ‎International che aveva già chiesto l’embargo sulla vendita di armi a Israele di fronte ‎all’uccisione di tanti civili a Gaza. Israele, dice Kate Allen, direttrice del gruppo per ‎i diritti umani, avrebbe torto se pensasse che ospitando la corsa a tappe italiana ‎distoglierà l’attenzione dalle sue violazioni e dalle stragi di manifestanti ‎disarmati‏.‏‎ ‎Il Giro, prosegue Allen, «parte accanto a Gerusalemme est, dove i ‎palestinesi stanno affrontando demolizioni di case, costruzioni di insediamenti ‎illegali e restrizioni ai loro movimenti‎». [viii]

custom-Custom_Size___ShameOnGiroAnche un autorevole quotidiano britannico come The Independent esprime dubbi sulle motivazioni che hanno indotto gli organizzatori del Giro d’Italia 2018  a farlo debuttare nello Stato d’Israele e sugli effetti che ciò provocherà, ricordando che:

«Diversi importanti gruppi hanno criticato l’appoggio dato dal ciclismo ad uno stato accusato di spaventose violazioni dei diritti umani nel suo conflitto con la Palestina […] E’ questo lo sfondo su cui inizia il Giro del 2018: come il ciclismo stesso, che devia costantemente l’attenzione ed è pieno di contraddizioni. Vegni è fermamente convinto che questo è sport separato dalla politica, eppure la strada è costellata da un potente simbolismo culturale, religioso e politico. Quando la seconda corsa ciclistica più importante del mondo scende in una delle regioni più fortemente contestate del pianeta, lo sport e la politica finiranno inevitabilmente con l’intrecciarsi.» [ix]

Ecco perché non dobbiamo farci prendere in Giro dalla bella faccia della modella israeliana Bar Refaeli né da quella grintosa del vecchio Bartali, utilizzate per dare una parvenza di credibilità a questa riprovevole iniziativa. Essa infatti non contribuisce per niente alla pacificazione, bensì inasprisce ulteriormente il conflitto, legittimando le strategie aggressive ed espansionistiche ed occultando una realtà vergognosa. Eppure gli Israeliani dovrebbero ben conoscere che:

«Vi sono sei cose che il Signore detesta, anzi, sette che il suo Spirito abomina: lo sguardo altero, la lingua bugiarda, le mani che versano sangue innocente, il cuore che medita perversi disegni, i piedi che si affrettano per fare del male, il falso testimone che proferisce calunnie, chi semina discordie tra i fratelli.» [x]

Ed è proprio in nome della verità,  fondamento ed essenza della nonviolenza gandhiana,[xi] e del principio stesso della ‘riconciliazione’, cui s’ispira in Movimento cui aderisco, [xii] che non possiamo, e non dobbiamo, chiudere gli occhi di fronte a questa grave mistificazione. Un messaggio pronunciato con לְשֹׁון שָׁקֶר (lashon sheqer) – la ‘lingua bugiarda’ di cui parla il libro sapienziale dei Proverbi – non potrà mai costruire la pace ed è detestabile agli occhi del Signore. Se in Israele non si smetterà di “versare sangue innocente” דָּם־נָקִֽי (dam naqiy) e di “meditare propositi perversi” מַחְשְׁבֹות אָוֶן (macashavah ‘aven) ogni riferimento allo sport come spinta alla pacificazione sarà solo un’ipocrita falsità.

«Essi curano le ferita del mio popolo come fosse una cosa da niente, e dicono: ‘Tutto va bene! tutto va bene!’, mentre tutto va male. Dovrebbero vergognarsi per i loro delitti, ma non son più capaci di vergogna, non sanno più arrossire…» [xiii]

dontcycleapartheidNoi però, se non abbiamo ancora perso la capacità di arrossire e di distinguere un atto di propaganda da un gesto di pace, abbiamo il dovere di smascherare questa cinica operazione e di protestare contro l’ennesimo tentativo di dare legittimità a chi si ostina a non rispettare  convenzioni e trattati internazionali e gli stessi diritti umani. La campagna internazionale che ci esorta ad agire si chiama non a caso #ShameOnGiro.  L’unico modo per non dovercene vergognare, allora, è rifiutarci di essere complici passivi di ciò che sta accadendo in Palestina, per di più:  «…gridando ‘Pace! Pace! ‘, quando non c’è nessuna pace» [xiv], per riportare letteralmente il cit. versetto 8:11 di Geremia.

 

N O T E ———————————————-

[i]  Luciano Scateni, “Giro d’Italia: il via da Gerusalemme. Perché “ > https://www.facebook.com/notes/luciano-scateni/giro-ditaliail-via-da-gerusalemme-i-perch%C3%A9/10160223237710307/

[ii] Comitato B.D.S. Campania, “Boicottare il Giro d’Italia che parte da Israele”, Contropiano, 22.04.2018 > http://contropiano.org/regionali/campania/2018/04/22/bds-campania-boicottare-il-giro-ditalia-che-parte-da-israele-0103187

[iii] Flavia Lepre, “Giro d’Italia in Israele: una gigantesca operazione di distorsione mediatica” (20.11.2017), BDS Italia > https://bdsitalia.org/index.php/notizie-cambia-giro/2357-giro-d-italia-in-israele-una-gigantesca-operazione-di-distorsione-mediatica-della-realta

[iv] https://bdsitalia.org/index.php/campagne/campagna-cambia-giro

[v]  https://bdsmovement.net/news/shameongiro-lets-give-giro-ditalia-reality-check

[vi] Quentin Warlop, “Le tour d’Italie en Israël? ‘Un coup de com’  à 10 milions d’èuros” (04.05.2018)  , rtbf.be > https://www.rtbf.be/info/monde/detail_le-tour-d-italie-en-israel-un-coup-de-com-a-10-millions-d-euros?id=9909770  (trad. mia)

[vii]  Clement Guillou, “Cyclisme: le départ du Tour d’Italie en Israël n’est pas un message politique” (29.11.2017), Le Monde – Cyclisme > http://www.lemonde.fr/cyclisme/article/2017/11/29/cyclisme-le-depart-du-tour-d-italie-en-israel-n-est-pas-un-message-politique_5221911_1616656.html

[viii] Michele Giorgio, “Netanyahu raggiante ma Amnesty lo avverte: ‘Il Giro non cancella violazioni d’Israele’ “ (04.05.2018), Il Manifesto >  https://ilmanifesto.it/netanyahu-raggiante-ma-amnesty-lo-avverte-il-giro-non-cancella-violazioni-israele/

[ix] Lawrence Ostlere, “Israel determined historic Giro d’Italia will not be tarnished by backdrops of contradiction and controversy” (04.05.2018), The Independent >  https://www.independent.co.uk/sport/cycling/giro-ditalia-israel-sylvan-adams-chris-froome-cycling-mauro-vegni-a8335186.html

[x]  Proverbi, 6:16-19 – Vedi anche testo ebraico in: https://www.blueletterbible.org/kjv/pro/6/16/t_conc_634018

[xi] V. la voce “Satyagraha’ su Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Satyagraha

[xii] V.  i principi del M.I.R., Movimento Internazionale della Riconciliazione > https://www.miritalia.org/  e http://www.ifor.org/#mission

[xiii] Geremia, 8 11-12

[xiv]  « לֵאמֹר שָׁלֹום שָׁלֹום וְאֵין שָׁלֹֽום׃ » >  https://www.blueletterbible.org/kjv/jer/8/11/t_conc_753011

 

A Gaza: oggi come 2000 anni fa

Leggevo –  sui pochi quotidiani che se ne occupano…[i] – della feroce repressione a Gaza della protesta palestinese da parte dell’esercito israeliano. Diciassette morti (fra cui un ragazzo) e millecinquecento feriti sono stato il tragico bilancio di questo impari scontro fra giovani armati di pietre e molotov e soldati con la stella di Davide. Una violenza sproporzionata contro chi continua a combattere una battaglia disperata, a distanza di 70 anni da Al-Nakba, la ‘catastrofe’ della sconfitta araba del 1948 e dell’esodo palestinese, che vide oltre 700.000 residenti espulsi dalla propria terra. Un dramma cupo, senza fine, che ha avvelenato per decenni un clima che non è mai stato disteso, ma che ora sta subendo una pericolosa escalation verso un sempre più violento conflitto armato.

Ma mentre seguivo la cronaca dei sanguinosi scontri a Gaza alla vigilia della Pasqua non ho potuto fare a meno d’immaginare quella tormentata striscia di terra ai tempi di Gesù di Nazareth, che, 2018 anni fa, moriva inchiodato sulla croce a Yerushalaym. La città santa della fondazione della pace – come paradossalmente recita in lingua ebraica il suo nome – dista circa 77 km da Gazza/ Azzah, allora la principale delle città dei Filistei, quei Palestinesi che da sempre avevano opposto una fiera resistenza all’espansionismo dei Giudei, riuscendo a resistere perfino a Giosuè. [ii]

«Gaza divenne la metropoli delle cinque satrapie che formavano il territorio dei Filistei e, come le altre quattro città (Ascalon, Accaron, Azotus – sempre che non si tratti della stessa Gaza – e Gat) ebbe un re il cui potere si estendeva a tutte le città e i villaggi della regione. Sansone, per fuggire dalle mani dei filistei, trasportò sulle sue spalle le porte della città durante la notte fino alle montagne circostanti (Giudici 16:3); fu a Gaza che, cieco e prigioniero dei filistei, fece crollare il tempio di Dagon su se stesso e i suoi nemici.»  [iii]

Una sessantina di anni di anni a.C., Pompeo aveva messo fine alla dominazione seleucide, occupando Gerusalemme e liberando quanto restava di Gaza e delle altre città della Pentapoli, annesse al regno di Giuda, dal 140 a.C.  Il fatto è che Gaza aveva un’indubbia importanza strategica, trovandosi proprio sulla c.d. ‘via dell’incenso’, mediante la quale si controllava questo importante traffico commerciale. Non a caso lo stesso nome della città, con quella radice verbale –zz , evochi in ebraico proprio l’idea della forza, della potenza.

una-moneta-di-alessandro-ianneo-clara-amit-israel-antiquities-authority« ….Il re asmoneo Alessandro Ianneo non solo conquistò Gaza spingendosi poco più a Sud, ma prese anche il deserto del Negev e per decenni impedì ai nabatei di usarne la Via dell’incenso. Uno dei siti esaminati è Horvat Ma’agurah, situato in un punto strategico che dà sul Nahal Besor – un wadi nel Sud d’Israele -. Qui passava la Via dell’incenso che collegava Petra e Gaza. I nabatei vi trasportavano beni preziosi, come mirra e franchincenso, dall’entroterra verso i porti del Mediterraneo e in Egitto (…) I ritrovamenti a Horvat Ma’agurah indicano che dopo la conquista di Gaza nel 99 a.C., Alessandro Ianneo costruì una fortezza con quattro torri dentro un precedente caravanserraglio nabateo[iv]

Venendo ai tempi di Gesù, una testimonianza neotestamentaria su Gaza, nel periodo seguente la sua condanna a morte ed la sua Risurrezione, ci viene fornita da un passo degli Atti degli Apostoli, dove troviamo un singolare episodio che ha come protagonista Filippo, uno dei primi sette diaconi.

« Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: «Alzati, e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti, e raggiungi quel carro».[v]

A questo ‘evangelista’ della prima ora era stato chiesto d’incamminarsi proprio sulla strada che conduce a Sud, verso Gazza/Azzah, ma non è chiaro se l’aggettivo deserto (ἔρημος > éremos)  usato nel brano si riferisca alla città o alla via. Qualcuno ha fatto osservare inoltre che Luca – l’autore degli Atti, scritti in greco – aggiunga alla narrazione una sorta di gioco di parole. Il ‘tesoro’ della regina Candace cui egli sovrintende, infatti, viene designato dall’evangelista utilizzando una rara parola persiana: γάζα. Ne deriva quindi che l’eunuco si reca a Gaza portando con sé la gaza della sua regina…[vi]

SAN FILIPPO BATTEZZO EUNUCOFatto sta che proprio su quella via Filippo incontra quell’autorevole ministro, un africano e per di più un eunuco. Questi, di ritorno dal tempio di Gerusalemme, è intento nella lettura del libro di Isaia ed in particolare di quel passo (il c.d. IV canto, da 52:13 a 53:12) in cui si parla del servo sofferente (עֶבֶד ) di Jahvé.  Si tratta di una figura misteriosa che l’etiope non è in grado d’interpretare, almeno da solo, per cui ricorre volentieri al diacono per riceverne le necessarie spiegazioni. Ricco e importante com’è, egli avverte comunque la mancanza nella sua vita di qualcosa o di Qualcuno che le dia senso. Quindi Filippo gli spiega che quella di Isaia era esattamente la profezia ci ciò che era accaduto da poco a Gerusalemme, quando Gesù il Nazareno era stato ucciso, proprio come un “agnello senza voce” condotto al macello per la salvezza di tutti, compresi gli stranieri e gli eunuchi. Ed è proprio lungo quella strada, in un’oasi nel deserto, che Filippo non si limita a trasmettergli la ‘buona novella’, ma lo battezza – su sua richiesta – confermando che Dio non fa differenze né tanto meno “preferenze di persone”, come proclama anche Simon Pietro in un passo successivo.[vii]

Questo episodio degli Atti degli Apostoli, in questi giorni di Pasqua, dovrebbe farci riflettere sul messaggio religioso di questo passo neotestamentario, ma anche sulla triste realtà attuale della Palestina e sul perdurare dei conflitti etnici e religiosi in quella sventurata terra e nell’intero Vicino Oriente. Stiamo parlando infatti di una regione che ci è abbastanza prossima e che per noi Cristiani dovrebbe significare molto di più, ma verso la quale restiamo troppo distratti e lontani. La cronaca dei fatti connessi alla repressione israeliana della protesta palestinese a Gaza ci costringe adesso a focalizzare la nostra attenzione su quella tragedia senza fine.

«La striscia di Gaza confina con l’Egitto: guardandola sulla cartina geografica è quasi nulla; salvo errori, è circa la metà della provincia di Lodi, poco più di Monza-Brianza. Qui vengono ora uccise decine di persone al giorno, centinaia di migliaia affamate, ferite, lasciate senza casa. I bambini giocano nei cimiteri. I morti per la guerra in questi anni si contano a decine di migliaia. Provate a immaginarvi Lodi o la Brianza distrutte da due contendenti che vogliano entrambi una soluzione finale…» [viii]

Il fatto è che immaginare l’assurdità di questo conflitto infinito ci è sicuramente utile ma non ci aiuta necessariamente a risolverlo. O almeno non ci offre soluzioni convenzionali, quelle tradizionali di tutte le guerre, in cui c’è chi vince e c’è chi perde. L’unica via nel deserto dell’incomprensione e dell’ostilità reciproca è quella della nonviolenza evangelica, predicata da Colui che in questi giorni celebriamo, troppo spesso senza capirne la forza profondamente rivoluzionaria. Proprio nel deserto dello spirito, allora, dovremmo finalmente avvertire – come l’eunuco etiope – il bisogno di qualcosa di diverso,  di un’alternativa alla cieca e folle alternanza di violenze e vendette. E’ su quella difficile strada che porta da Gerusalemme a Gaza che dobbiamo sperare d’incontrare chi, finalmente, ci faccia comprendere quello che leggiamo da oltre duemila anni senza capirlo a fondo.

cartina-palestinaAnche lo studio della storia può aiutarci a comprendere il dramma del popolo filisteo/palestinese, che da ancor più tempo sembra condannato ad essere sottomesso e disperso. Uno sforzo, infine, dovrebbe essere fatto per mettere in luce tutto quanto è già stato fatto per valorizzare – nella legittima lotta del popolo palestinese –  l’azione nonviolenta, la resistenza non armata e l’utilizzo di tutte le possibili tecniche di opposizione alternativa.  In tal senso ci sono già stati molti contributi e approfondimenti, fra cui quello di Giulia Valentini, al quale rimando, limitandomi a citarne la conclusione:

« La resistenza nonviolenta è il miglior mezzo per combattere l’occupazione israeliana ed assicurare che i diritti dei palestinesi vengano rispettati. […] Per far sì che questo accada, però, è necessario che anche la comunità internazionale faccia la sua parte; la continua crescita del movimento nonviolento palestinese non può essere mantenuta se percepita dai suoi membri come inutile. E’ necessario che la resistenza nonviolenta palestinese venga riconosciuta come tale ed apprezzata dal mondo, che le venga data più attenzione dalla stampa internazionale ed infine che la società civile internazionale le offra il suo sostegno e cooperazione.» [ix]

Qualcuno potrebbe pensare che in questo aspro conflitto l’unico nostro ruolo sia quello di spettatori, ma non è e non deve essere così. Certo, occorre in primo luogo schierarsi con chiarezza dalla parte di chi subisce da decenni l’occupazione israeliana, ma non basta. Ci sono anche altri modi per agire, mettendo in pratica l’ I CARE di cui parlava don Milani, poiché non c’è niente che non ci riguardi e che, in qualche misura, non dipenda anche da noi. In questo senso è opportuno ricordare che il boicottaggio è una delle tecniche classiche dell’azione nonviolenta. Boicottare chi non accetta nessuna legge internazionale, come Israele, non è infatti un atto di ‘antisemitismo’ (come se i Palestinesi non fossero altrettanto Semiti…) bensì di giustizia e d’impegno civile per la pace. Ecco perché appoggio le campagne di B.D.S. Italia, aderire alle quali può essere un modo per non restare passivi alla finestra, mentre si consumano ingiustizie e violenze nell’indifferenza dei più.  Anche per coerenza col messaggio di Colui che abbiamo ricordato a Pasqua, la cui salvezza è stata destinata a tutti indistintamente, proprio perché “Dio non fa preferenze di persone“.

 — N O T E —————————————————————–

[i]   V. ad es. l’articolo su  Il Fatto quotidiano > https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/31/gaza-17-palestinesi-uccisi-e-oltre-2mila-feriti-negli-scontri-lonu-indagine-indipendente-sui-fatti-annunciate-altre-proteste/4264211/

[ii]   Cfr. i passi biblici : Genesi 15:18; Giosuè 15:47; Amos 1:7

[iii]  https://it.wikipedia.org/wiki/Gaza#cite_note-5

[iv]  Cfr. “Gli Asmonei nel Negev”, Il fatto storico (Dic. 2009) > https://ilfattostorico.com/2009/12/10/gli-asmonei-nel-negev/

[v]  Cfr. Atti, 8: 26-40

[vi] “Filippo battezza l’eunuco etiope sulla strada di Gaza (At 8,26-40): un’immagine del catechista e della catechesi. Una meditazione della prof.ssa Bruna Costacurta” ,  Gli scritti (22.07.2009) > http://www.gliscritti.it/blog/entry/278

[vii] Atti, 10:34 – Nel testo greco:  ” Ἐπ ἀληθείας καταλαμβάνομαι ὅτι οὐκ ἔστιν προσωπολήπτης  θεός ” .  Tale espressione ricalca quella ebraica “panim nasa”, che indicava il gesto di ‘sollevare il viso’ come segno di favore/preferenza verso qualcuno piuttosto che verso altri (cfr.  https://www.libreriauniversitaria.it/nuovo-testamento-paoline-editoriale-libri/libro/9788831519625, p. 452)

[viii] Mario Pancera, “Nella agitata Palestina di duemila anni fa, Pietro battezzava anche i nemici”, Criticamente,31.07.2014 > http://www.criticamente.it/2014/07/31/gaza-e-tel-aviv-ai-tempi-turbolenti-di-gesu/

[ix] Giulia  Valentini, La resistenza nonviolenta palestinese > http://www.archiviodisarmo.it/index.php/en/publications/magazine/magazine/finish/87/912

Viaggio numerologico sulla Route 66

“Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare.” Jack Kerouac, On the Road

imagesAlla fine il momento è arrivato. Questo 9 marzo ho compiuto 66 anni, approssimandomi al giro di boa costituito del termine della mia carriera lavorativa. Permettetemi allora di divagare un po’ a partire da questo 66 che, oltre ad evocare la citazione di Kerouac, è un numero palindromo particolarmente significativo e simbolico, che coi due 6 che occhieggiano appaiati mi trasmette un senso di stabilità e al tempo stesso di dinamismo.  In effetti si tratta di una divagazione piuttosto strana ed insolita per uno come me, che ha sempre avuto problemi con la matematica e non è neanche appassionato di ‘numerologia’ e dottrine cabalistiche. Eppure mi sembra sia innegabile che esista una certa ‘magia’ dei e nei numeri, per cui essi…contano davvero. Preso dalla curiosità, quindi, mi sono un po’ documentato in materia,  attingendo da internet alcuni spunti.

  • Gli anni da me compiuti sono la ripetizione di un numero particolarmente significativo, il 6, che parlerebbe di ‘armonia’ e di ‘scelta’. Esso corrisponde nella Qabbalah alla sesta lettera dell’alfabeto ebraico, il ‘vav’, che significa ‘estensione’ ma anche ‘connessione’, rinviando a relazioni durevoli e a progetti fondati sulla collaborazione. Numerologicamente, 6 indica anche il concetto di ‘scelta’, e perciò stesso di decisioni da assumere. [i]
  • Va precisato che il numero 66, nella stessa Cabala ebraica, evocherebbe però l’incompletezza, il peccato, il disordine, essendo di un’unità inferiore al 67, indicante invece stabilità, sicurezza e tranquillità. [ii]
  • Nella tradizione islamica, invece, il 66 è un numero sacro, in quanto rinvia direttamente al nome della Divinità. “Allah significa Iddio. Esso è composto da quattro lettere dell’alfabeto arabo la cui somma è pari a 66. Alif=1 Lam=30 Lam=30 Ha=5 quindi 1+30+30+5=66” […] Poco conosciuto è che il numero di Allah, possiede un proprio quadrato magico. La somma verticale, orizzontale o diagonale dei suoi addendi ci dà sempre 66. Analizzandolo e meditandolo è possibile individuare la direzione consona al proprio processo di purificazione. Il quadrato magico di Allah è di ordine 3 e comprende i nove numeri in sequenza compresi tra il 18 e il 26.”  [iii]
  • Un’altra interpretazione simbolica che viene data di questo numero ‘doppio’ (o ‘maestro’) è la seguente: “66 = Adempiere alle nostre responsabilità in maniera creativa e gioiosa.” [iv] .

Ebbene, al di là della suggestività – ma anche dell’indubbia irrazionalità – di tali visioni numerologiche della vita, devo ammettere che da queste due cifre appaiate mi deriva comunque una sensazione positiva. Tutti i significati citati, infatti, sembrano rinviare a concetti che ritengo fondamentali, come connessione e collaborazione, decisionalità, senso di responsabilità. Perfino il senso cabalistico di ‘mancanza’ ed ‘incompletezza’ sembrerebbe alludere all’anno che ancora mi manca dal pensionamento… Adesso però continuo questo ‘gioco’ numerologico utilizzandolo come spunto semiserio per qualche rapido flash-back sui 66 anni che mi sono appena lasciato alle spalle.

  • DIVISIONE

1200px-Napoli_-_Antignano_Dazio_100_4668Dividendo 6 per se stesso si ottiene naturalmente 1, numero che mi fa tornare indietro al mio primo anno di vita, nel 1953, quando una foto dell’epoca mi ritrae con dei riccetti biondi in testa ed un sorriso beato sulla faccia. Allora la mia famiglia abitava a via Luca Giordano, in un palazzotto adiacente la storica villa ottocentesca che ricorda quella con parco, di quattro secoli precedente, dove dimorava l’umanista Gioviano Pontano, che si affacciava sull’antico borgo di Antignano. Di quel remoto periodo naturalmente non ricordo quasi nulla. Dei miei primi anni mi restano soltanto vaghe memorie dei suoni e degli odori che promanavano dal vivace e rumoroso mercatino ortofrutticolo sottostante, cuore popolare di un quartiere borghese sorto in epoca umbertina dove una volta dominavano le coltivazioni di broccoli e dove cantavano, strofinando i panni, le ‘lavandaie’ del Vomero immortalate in una delle più antiche testimonianze canore napolitane. Mi tornano alla mente solo le pittoresche ‘voci’ dei venditori di allora, l’odore penetrante di una vicina torrefazione di caffè ed il profumo delle broches appena sfornate da una vicina pasticceria. Era l’anno in cui Totò portava sugli schermi il suo spassoso ‘Un Turco napoletano’ [v], mentre era al suo esordio Virna Lisi, nell’ingenuo musical partenopeo ‘…e Napoli canta’ [vi]. Ma era ancora troppo presto perché il piccolo Ermete potesse appassionarsi al cinema ed apprezzare la rutilante comicità del Principe della risata…

  • RADICE QUADRATA

180713506-b79abaaa-f8c7-4729-95f5-cc35cbec7d96La radice quadrata di 66 è 8,124…Semplificando a 8, questo numero mi fa risalire al mio ottavo anno di età, nel 1960. Era il periodo della scuola elementare e, più precisamente, del penultimo anno in cui ho frequentato l’austero edificio della ‘Luigi Vanvitelli’, con le sue aule alte e solenni ed i banchi neri di legno, per poi trasferirmi alla luminosa ed allora modernissima scuola ‘ Quarati’, più vicina alla mia nuova abitazione di via Francesco Cilea, dove la mia famiglia si trasferì nel ‘62. Di quel biennio delle elementari ovviamente ricordo assai poco, a parte il primo impegno per sostenere l’esame d’idoneità, allora previsto per passare alla terza classe. L’Ermete di allora, più alto della media e rigorosamente rivestito del classico grembiule nero con fiocco colorato a seconda della classe frequentata, era sicuramente molto studioso e piuttosto timido, ma amichevole con tutti. Uno degli ultimi ricordi che ho della ‘Vanvitelli’ è un concerto di fine d’anno durante il quale, non sapendo quale strumento farmi suonare, mi consegnarono un bel triangolo ed una bacchetta con cui percuoterlo, possibilmente a tempo con la musica…Purtroppo quella fu la prima ed ultima mia esibizione come suonatore di strumento, il che è piuttosto paradossale se si considera che da anni insegno lettere proprio in una sezione musicale…

  • ADDIZIONE

Escludendo da queste operazioni la sottrazione delle due cifre gemelle (che mi porterebbe ovviamente ante Ermetem natum…), passo quindi all’addizione.  Poiché 6 più 6 fa 12, questo numero mi riporta al 1964, quando ho compiuto il mio dodicesimo anno. Allora ero un ragazzino bruno, alto e magro che frequentava con buoni risultati la seconda media proprio nella scuola vomerese dove attualmente sto svolgendo il mio penultimo anno d’insegnamento. In una vecchia foto di classe mi rivedo in giacca e cravatta, piuttosto ‘serio’ ed un po’ distaccato dal gruppo dei coetanei, coi quali in verità condividevo ben poco, a partire dalle partite di pallone e dalla loro vivacità un po’ caciarona. Ricordo che già allora i numeri non erano proprio il mio forte, mentre mi piaceva molto leggere, scrivere e disegnare. Da ragazzo ero piuttosto introverso, sebbene mai asociale, e questo mi portava ad essere (ma non a sentirmi) piuttosto solo, sebbene attraversassi una fase della vita in cui dovrebbe prevalere lo spirito di gruppo. E’ stato allora, forse, che ho iniziato a sviluppare il mio senso di autonomia, che non voleva essere autosufficienza spocchiosa bensì capacità di stare bene in compagnia di me stesso, pur senza rinunciare all’amicizia. Questa foto in bianco e nero di me dodicenne mi riporta quindi ad un’età di transizione precoce ad una maturità più adulta e consapevole, sebbene carente di altri aspetti positivi, come la spensieratezza, la spinta al gioco ed alla collaborazione con i coetanei. Due anni dopo, nel 1966 appunto, ero invece impegnato aimages (1) concludere il biennio ginnasiale al prestigioso Liceo Classico ‘Jacopo Sannazaro’, esibendo una capigliatura più folta ed un’ombra di baffetti, ma restando sempre piuttosto schivo. Sono stati gli anni dell’approccio con il latino e greco, dominati per un terzo delle ore di scuola dalla figura della mia esigente docente di lettere, che però riuscì a farmi amare i ‘Promessi sposi’. Lo stesso successo non arrise però all’ironica e spicciativa professoressa di matematica. Ricordo invece con una certa simpatia l’anziano e bizzarro prof di francese, con le sue inesorabili ‘tre frasi alla lavagna’ e con la pretesa di farci sciroppare intere tragedie di Corneille e Racine. Era quello l’anno della tragica alluvione di Firenze, la cui cronaca fu uno dei primi esempi di diretta televisiva che colpì centinaia di migliaia d’Italiani, spingendo molti giovani a diventare volontari a fianco della traballante protezione civile del tempo. Era anche un anno culminante della rivoluzione culturale in Cina e, venendo al cinema, quello del celebre western all’italiana di Sergio Leon e  ‘Il Buono, il Brutto e il Cattivo’ , ma anche del raffinato  “Uccellacci e uccellini” di Pasolini. [vii]   

  • MOLTIPLICAZIONE

Se si moltiplicano i due 6 della mia età si ottiene 36, per cui questo viaggio a ritroso fa tappa nel 1988. A quel tempo ero al mio secondo anno d’insegnamento presso la scuola media ‘ Maglione’ di Casoria, in provincia di Napoli, dopo aver vinto il concorso a cattedre. Avevo già prestato due anni di servizio civile come obiettore di coscienza alla ‘Casa dello scugnizzo’ di Materdei, dove avevo poi svolto altri  otto anni di lavoro come volontario, animatore di gruppo e poi assistente sociale. Ricordo con piacere quel primo biennio d’impegno da docente in un istituto scolastico in cui si respirava una positiva atmosfera di collaborazione e di confronto e dove ho insegnato lettere anche in una sezione a tempo prolungato, svolgendo con un suolo gruppo-classe l’intero orario di 18 ore. E’ stato un periodo molto vivace e creativo, dove ho sperimentato vari approcci educativo-didattici ed ho  fatto interessanti esperienze interdisciplinari con i colleghi di corso. L’atmosfera che si respirava soprattutto nella parte vecchia di Casoria mi torna ancora piacevolmente alla mente, insieme al ricordo dei miei primi allievi e delle loro famiglie, con le quali la mia precedente esperienza di operatore sociale mi spingeva a mantenere rapporti abbastanza diretti e regolari, anche con visite domiciliari. candidoIn quegli stessi anni, infatti, sono stato poi referente d’istituto per l’educazione alla legalità e successivamente ‘funzione-obiettivo’ per l’area del c.d. ‘disagio’, cercando di mettere a frutto gli anni di lavoro e ricerca sociale anche nella mia attività di docente. Nel 1988 stavo approssimandomi anche al matrimonio con Anna, conosciuta un anno e mezzo prima in occasione della formazione della prima Lista Verde a Napoli, che mi permise di diventare il primo consigliere circoscrizionale ambientalista al Vomero e d’iniziare un nuovo percorso, che non è ancora finito.

A questo punto però devo fermarmi, sia perché sono finite le operazioni aritmetiche, sia perché non vorrei dare l’impressione che compiere 66 anni mi abbia portato a…dare i numeri. Concludo dunque con un aforisma che sento di poter fare mio, una volta giunto a questa età, ad un anno dalla fine del mio lungo viaggio sulla ‘route’ della scuola. Si tratta di una bella citazione tratta da un libro di Primo Levi:

«Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono. » [viii]

Felice viaggio a tutti/e !

—- N O T E ——————————————————————————————————
[i] Cfr. “Il significato numerologico del numero 6” > http://numerologica.it/project/significato-numerologico-del-numero-6/
[ii] Cfr. https://www.camelott.it/Varie/numeri.htm#66 sessantasei
[iii]  “Il numero di Allah, il suo quadrato magico e la purificazione” > http://www.tradizionesacra.it/il_numero_di_Allah_il_suo_quadrato_magico_e_la_purificazione.htm
[iv]  “Qual è il significato dei numeri doppi? Ecco cosa sono i numeri angelici di Doreen Virtue  >  https://www.panecirco.com/significato-numeri-doppi-angelici-doreen-virtue/
[v]  “ Un Turco napoletano” , regia di Mario Mattoli  (1953) > https://www.youtube.com/watch?v=YtyDq6lj0uA
[vi]…e Napoli canta” , regia di Armando Grottini (1953) > https://www.youtube.com/watch?v=Jk6RonZF4MI
[vii]Uccellacci e uccellini”, regia di Pier Paolo Pasolini (1966) > http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=26072
[viii] La citazione è tratta da: Primo Levi, La chiave a stella (1978)

UNA GRAMMATICA DELLA PACE PER COMUNICARE SENZA VIOLENZA

di Ermete FERRARO (*) e Anna DE PASQUALE (**)

1. Premessa

20180216_135503 (1)Un corso di formazione-aggiornamento per docenti sull’educazione alla pace è un’occasione preziosa per riflettere su contenuti e metodi di un approccio educativo ispirato ai valori della nonviolenza, ma consente anche di entrare nel merito di una didattica alternativa a quella che ci viene proposta in modo perentorio da un’istituzione scolastica sempre più improntata alla logica aziendalista dell’efficienza e del merito.

Il nostro intervento, previsto in apertura del Corso promosso dal Comune di Monteleone di Puglia, in collaborazione col Centro Gandhi onlus di Pisa, il XXVII C.D. di Bari-Palese ed il progetto UNESCO dell’I.C. di Accadia Anzano Monteleone e Sant’Agata, ha cercato di portare un contributo di idee e di esperienze su un terreno fondamentale per qualsiasi attività formativa. La comunicazione, infatti, è al tempo stesso il medium del processo educativo ed il suo contenuto più basilare. Parlare di pace richiede di per sé quindi non solo una chiara individuazione dei temi e problemi connessi ad un approccio nonviolento ai conflitti, ma implica una modalità comunicativa adeguata, cioè coerente con questa finalità e pertanto dialogica e costruttiva.

Dopo una premessa sul significato di una autentica educazione alla e per la pace (chiarendone obiettivi e competenze basilari)  il nostro contributo si è articolato in due momenti. Il primo – agevolato da una presentazione in PowerPoint – ha provato a sintetizzare una proposta educativa che utilizzasse tre possibili approcci metodologici alla comunicazione senza violenza, illustrandone le specificità ma individuando anche gli elementi in comune e, quindi, la possibilità di avvalersi congiuntamente di essi nel proprio percorso didattico. Un percorso che, ovviamente, riguarda in primo luogo gli insegnanti di materie letterarie, senza però escludere i docenti di altre discipline, nella misura in cui qualsiasi proposta didattica è fondata sulla relazione con i discenti e si avvale comunque di una comunicazione linguistica, verbale e non verbale.

La seconda fase è stata quella del confronto con i corsisti, rispondendo ai loro quesiti e dubbi ed approfondendo alcuni aspetti della proposta, a partire dalla creazione nel gruppo-classe di un clima interattivo sul piano logico e dialogico ed empatico su quello relazionale (***).

2. Educare alla pace: 5 obiettivi, 7 competenze e 6 percorsi

Con l’espressione educazione alla/per la pace (peace education) indichiamo un processo formativo  incentrato sull’analisi dei conflitti e la ricerca, sperimentazione e divulgazione delle modalità teoriche ed operative per risolverli   in modo costruttivo e nonviolento. [i]

  • L’educazione per la pace è orientata agli esiti del processo formativo, ossia alla realizzazione di comportamenti individuali e di gruppo che consentano un progressivo superamento della violenza nei rapporti, dal micro al macro
  • L’educazione alla pace si occupa in primo luogo della formazione ad una cultura pacifica alternativa, intesa come un insieme coerente di conoscenze e tecniche specifiche e come repertorio di tematiche e spunti per un lavoro educativo che si proponga il superamento della distruttività dei conflitti.
  • La pace nella educazione­ è un processo di miglioramento delle interrelazioni in ambito specificamente educativo, all’interno d’un cambiamento delle strutture socio-­educative (Magnus Haavelsrud).

NONVIOLENZACiò premesso, il discorso non può che focalizzarsi sugli obiettivi di tale processo formativo, a prescindere dal taglio che si imprima ad esso. Infatti, se è vero che “la pace si insegna e si impara”, a nostro avviso bisognerebbe prioritariamente insegnare ai bambini che:

  • le situazioni possono essere cambiate;
  • conflitti non vanno esorcizzati, ma affrontati in modo giusto e costruttivo;
  • pregiudizio, diffidenza, paura e ostilità vanno scoperti e combattuti nelle varie situazioni  e relazioni, perché sono fonte di ingiustizie e di violenze;
  • l’aggressività è un’energia che può anche avere aspetti positivi, ma va sempre controllata responsabilmente, per evitare che sfoci nella violenza e provochi conflitti distruttivi;
  • le “regole del gioco”della convivenza civile sono il primo terreno sul quale far crescere, giorno dopo giorno, persone mature, autonome ma anche solidali.

Una volta declinati questi cinque obiettivi  – con particolare riferimento al superamento del luogo comune secondo il quale educare alla pace significherebbe insegnare ai propri allievi come ‘evitare’ i conflitti o come sublimarli in modo più o meno ipocrita – il discorso si sposta quindi sulle sette competenze che tale approccio educativo dovrebbe prioritariamente sviluppare in loro.

  • ricercare ed attuare soluzioni per risolvere i conflitti;
  • evitare le situazioni a rischio;
  • demistificare le soluzioni violente proposte dai media;
  • resistere ai condizionamenti di coetanei e adulti a fare ricorso a comportamenti violenti;
  • saper trovare le opportune mediazioni nelle situazioni di conflitto;
  • contrastare ogni genere di pregiudizi con l’accettazione e l’apprezzamento  della diversità.
  • adottare modalità comunicative prive di violenza e sempre costruttive.

Individuate le situazioni conflittuali ed i moventi che spingono a risolverle troppo spesso secondo modalità improntate all’oppositività ed all’esclusione, risultando quindi ‘distruttive’, abbiamo cercato schematicamente di delineare percorsi formativi che perseguano finalità alternative:

  • incomprensione vs comunicazione nonviolenta
  • rifiuto della diversità vs gestione positiva delle differenze
  • separazione vs condivisione
  • diffidenza vs sviluppo di relazioni fiduciarie
  • competizione/prevaricazione vs cooperazione
  • rassegnazione alla violenza vs sperimentazione di alternative nonviolente
  • 3 . Educare ad un linguaggio sincero e pacifico

Nel 1984, sulla scorta dello storico ‘manifesto’ di Tullio De Mauro sull’educazione linguistica democratica, è stato pubblicato nei quaderni degli insegnanti nonviolenti l’opuscolo: Ermete (Hermes) Ferraro, “GRAMMATICA DI PACE: 8 tesi per l’educazione linguistica nonviolenta”. [ii]

Ebbene, dalla metà degli anni ’80 ad oggi i programmi/progetti di Educazione alla Pace (EP) hanno registrato un indubbio sviluppo ed una notevole diffusione anche in Italia, sul modello delle precedenti e più coordinate esperienze straniere. E’ spesso prevalso, però, un modello moralistico e meramente inter-personale, privo di un quadro di riferimento ideologico sul senso vero della nonviolenza.

Scarsa attenzione, inoltre, è stata riservata nel nostro Paese alla comunicazione ed all’educazione linguistica, sottovalutando il ruolo di un linguaggio violento nello sviluppo dei conflitti e, viceversa, nel loro superamento in chiave positiva e costruttiva. Ecco perché abbiamo deciso di dare spazio in questo Corso alla comunicazione nonviolenta, coniugando tre metodi per insegnare ai ragazzi/e che un linguaggio di pace è possibile e che la scuola può essere un’importante occasione per apprenderlo e sperimentarlo.

9561729_origLa mie Otto tesi per l’Educazione linguistica nonviolenta (ELN) cercavano di far luce su funzioni e disfunzioni del linguaggio umano, utilizzabile sia in positivo sia in negativo. Il percorso proposto si basava sulle tre principali funzioni del linguaggio: cognitiva sociale ed espressiva.

  • FINESTRE PER  SCOPRIRE  O  PERSIANE  PER  COPRIRE?

Comunicare significa scoprire ed il linguaggio serve ad affacciarsi sul mondo, per osservare e comprendere la realtà. Il guaio è che molto spesso le parole sono usate, al contrario, proprio per chiudere la finestra della comunicazione, per non far capire, e quindi per coprire la realtà.

–> L’ELN propone di riaprire questa finestra sul mondo, eliminando al massimo deformazioni, equivoci ed ostacoli alla comunicazione interpersonale e riaprendo il flusso di una comunicazione che, già etimologicamente, vuol dire mettere in comune con gli altri idee ed emozioni.

  • PONTI PER  UNIRE  O MURI  PER  DIVIDERE?

Comunicare significa usare il linguaggio come uno strumento di socializzazione, cioè per ‘mettere in comune’, per collegare le individualità  e per unire. Troppo spesso, però, le parole sono mattoni che, anziché  creare ponti, servono a costruire dei muri. La lingua viene usata quindi per  tagliare fuori gli altri, cioè per separare e dividere.

–>L’ELN propone perciò di educare i ragazzi ad usare le lingua come strumento di pace e come mezzo di scambio empatico. Il primo passo è renderli consapevoli della negatività di una comunicazione che sottolinei le diversità, presentandole come ostacoli e non come occasione  di reciproco arricchimento.

  • COLOMBE PER  FAR ESPRIMERE  O CIVETTE  PER  REPRIMERE?

Comunicare serve in primo luogo ad esprimersi, cioè a manifestare liberamente emozioni e idee, condividendole con gli altri. L’educazione tradizionale, invece, spesso abitua i ragazzi  a ‘travestire’ e ‘sublimare’ i loro pensieri e sentimenti, cioè  a fingere e simulare, comunque a reprimersi.

–> L’ELN propone di restituire alle parole la loro natura di specchio del pensiero, di espressione chiara e onesta dei sentimenti. La ‘colomba’ del linguaggio sincero e rispettoso deve sostituire la ‘civetta’ d’una comunicazione  falsa, ipocrita ed opportunista.

4. Promuovere una comunicazione empatica e nonviolenta

 La Comunicazione Nonviolenta (CNV) ® è un metodo psico-relazionale promosso già  negli anni ‘60 dallo psicologo statunitense Marshall B. Rosenberg  [iii] per liberare persone e gruppi dalla violenza e dalla paura che l’alimenta. Il fine perseguito è recuperare un rapporto comunicativo con gli altri che sia empatico, collaborativo, compassionevole – e quindi nonviolento. La CNV – definita anche ‘linguaggio di vita’ o ‘linguaggio-giraffa’ – incoraggia infatti l’osservazione non giudicante e l’espressione/comprensione reciproca di sentimenti, bisogni e richieste.

  • DISTINGUERE LE  OSSERVAZIONI  DALLE  VALUTAZIONI

Il primo obiettivo è imparare ad osservare (cioè leggere ciò che ci trasmettono i sensi) senza voler a tutti i costi valutare  e, soprattutto, senza mescolare impropriamente le osservazioni con le valutazioni. Quando questo succede, infatti, si provoca la reazione istintiva di chi si sente criticato che, di conseguenza oppone una istintiva resistenza come autodifesa della propria personalità.

–>La CNV scoraggia quindi ogni tipo di generalizzazioni, giudizi e tentativi d’incasellare la realtà dentro categorie rigide e prefissate, e promuove un’analisi oggettiva delle proprie sensazioni.

  • COMPRENDERE ED ESPRIMERE  I  SENTIMENTI

Il secondo passo è mettere le parole al servizio dell’espressione dei nostri sentimenti e della comprensione empatica di quelli degli altri. La paura, invece, ci spinge a esorcizzarli, a causa di un’educazione troppo spesso repressiva e colpevolizzante.

–>La CNV incoraggia la libera manifestazione dei sentimenti, superando timori, blocchi e sensi di colpa attraverso l’espressione autentica di quanto proviamo.

  • COGLIERE/ESPRIMERE I  BISOGNI  DIETRO  I  SENTIMENTI

downloadIl terzo passo è il superamento della nostra tendenza a biasimare ciò che non ci piace degli altri. Dovremmo concentrarci piuttosto sui nostri bisogni più profondi, che stanno alla base dei sentimenti che proviamo. Purtroppo molte persone provano difficoltà a riconoscere i propri bisogni, ragion per cui Rosenberg ne propone un ampio repertorio, elencando gli human needs fondamentali. Essi vanno da quelli fisiologici (fra cui l’esigenza di giocare…) a quelli relativi alla personalità: autonomia, indipendenza, integrità, comunione …  –

->La CNV propone di mettere da parte critiche, rimproveri ed aspettative verso gli altri, riscoprendo /esprimendo i veri bisogni .

  • COGLIERE ED ESPRIMERE LE RICHIESTE, EVITANDO LE PRETESE

L’ultimo passo – apparentemente il più facile – è imparare a fare richieste chiare ai propri interlocutori. Spesso, infatti, quelle da noi manifestate sono più che altro delle pretese. Di fronte ad esse, di conseguenza, gli interlocutori si trovano di fronte a due opzioni possibili: sottomettersi o ribellarsi. In entrambi i casi si realizza un potere sugli altri e non con gli altri. Altre richieste da evitare sono quelle generiche, ambigue o espresse in modo negativo.

–> La CNV propone quindi di stabilire una comunicazione empatica con gli altri, seguendo la ‘formula’: I SEE (vedo) /I FEEL  (sento-provo) I NEED (ho bisogno che…) / I’D LIKE (mi piacerebbe che tu…).                      

 

5 . Sviluppare una comunicazione ecologicamente rispettosa

La Comunicazione Ecologica (C.E.)  – proposta dallo psicoterapeuta  sistemico Jerome Liss  [iv] – è l’applicazione dei principi ecologici alle relazioni umane: coltivare le risorse di ogni persona, rispettare la diversità pur mantenendo una coesione globale, agendo per un obiettivo comune. E’ indispensabile ristabilire un equilibrio ecologico tra i bisogni individuali e la crescita della totalità. Va quindi facilitata nei gruppi una comunicazione democratica, cercando soluzioni alternative ai conflitti e superando le valutazioni negative con una “critica costruttiva“.

  • EVITARE DOGMATISMI E GIUDIZI RIGIDI

Il primo passo per una comunicazione costruttiva – pacifica ed ecologica – è evitare ogni forma di dogmatismo e di rigidità che alimenti i conflitti. Irrigidire e contrapporre le proprie posizioni è infatti un modo oggettivamente aggressivo per marcare posizioni più che per giungere ad un vero dialogo.

–> La C.E. insegna a ‘rispettare il territorio’ altrui, non calpestandolo aggressivamente, evitando di semplificare strumentalmente la realtà e di polarizzare le posizioni in maniera antitetica.

  • DISCUTERE PER VALORIZZARE LE DIVERSITÀ, NON PER RAGGIUNGERE IL CONSENSO

Il secondo passo è quello di scegliere il vero dialogo, accogliendo le differenze anziché usarle come armi improprie. Concetti polarizzati e giudizi aspramente critici  impediscono la comprensione di realtà complesse, trasformando la discussione in gara per decidere chi ha ragione, ossia in una ‘guerra di parole’. Troppo spesso, dunque, discutere non è uno strumento di confronto e comprensione reciproca, diventando un braccio di ferro che mira solo ad affermare le proprie idee (ma il realtà una sorte di potere) sugli altri.

–>La C.E. propone di ascoltarsi reciprocamente, evitando le polemiche – che alzano muri d’incomprensione – e ristabilendo il flusso della comunicazione interpersonale.

  • PROPORRE REALTÀ CONCRETE, NON SCHEMI ASTRATTI

la-comunicazione-ecologica_48930Il terzo elemento d’un confronto ecologico è la ricerca di un vero dialogo, evitando le astrazioni, facendo proposte concrete e valorizzando al massimo le differenze, in modo da  perseguire non tanto il consenso quanto obiettivi condivisi. Comunicare con una modalità ‘ecologica’ richiede di attenersi alla realtà dei fatti, per evitare che l’astrattezza dei concetti conduca ad una contrapposizione sterile, che serve solo a stabilire ‘chi ha ragione’.

–>La C.E. propone di eliminare dalla discussione le contrapposizione di principi astratti e di scegliere invece di mantenere il confronto su un piano di concretezza fattuale.

  1. Una possibile sintesi per sperimentare una comunicazione dialogica, costruttiva e pacifica

L’illustrazione sintetica di queste tre metodologie, oltre ad avere una finalità teorica – ha offerto a docenti, educatori e genitori l’opportunità di venire a conoscenza di come sarebbe possibile sviluppare una comunicazione nonviolenta, proponendosi di suscitare una esplorazione in prima persona di queste ‘vie’. Soltanto una loro sperimentazione diretta, infatti, potrà consentire un progressivo, auspicabile, cambiamento nei processi educativi.

Si tratta, è vero, di tre approcci abbastanza differenti, ma è altrettanto evidente che lo spirito che li anima è lo stesso e che la finalità comune è educare ad una comunicazione che sia costruttiva invece che distruttiva, costituendo di fatto il primo (ed essenziale) strumento per realizzare un’educazione alla e per la pace. Confrontate sinotticamente, infatti, queste tre metodologie – oltre a poter essere approfondite ed applicate singolarmente – consentono un approccio più integrato che, in sintesi, passa attraverso le seguenti quattro fasi fondamentali:

  • SCOPRIRE/RICONOSCERE –> bisogni e sentimenti;
  • ESPRIMERE –> bisogni e sentimenti , ma anche richieste;
  • DIALOGARE –>  in modo positivo (bisogni), empatico(sentimenti) e costruttivo(richieste)
  • PROPORRE SOLUZIONI –>  concrete, condivise e costruttive (vedi sopra) .

Occuparsi della comunicazione nonviolenta come mezzo per educare alla pace implica una grande attenzione alle modalità del processo comunicativo in sé, non in quanto i conflitti abbiano origine solo dalle idee e dalle parole, ma perché da esse sono veicolate sia le abituali soluzioni distruttive ad essi, sia quelle costruttive e dialogiche, purtroppo assai meno frequenti.

Si ritiene pertanto che l’illustrazione di questi tre approcci metodologici, veicolata dalla suddetta presentazione in Power Point, abbia fornito alcuni strumenti di base, ma non ha certo esaurito la gamma delle possibilità né aveva la pretesa di risultare esaustiva. Ai partecipanti al Corso, proprio per approfondire quanto detto, è stata fornita una scheda con una sintetica bibliografia di riferimento, ma soprattutto si è aperto con loro un primo confronto.

Più che soffermarsi sugli aspetti teorici e pratici delle proposte per formare ad una comunicazione pacifica, quindi, si sono raccolte osservazioni e domande su di esse, cercando di chiarire sia i concetti di base esposti sia le modalità operative possibili.

In particolare, si è sottolineato che solo una piccola percentuale della comunicazione (circa il 30%) è veicolata dal linguaggio verbale, per cui il concetto di grammatica della pace – introdotto all’inizio – va comunque inteso in senso più ampio. I destinatari del processo formativo, infatti, non devono essere avviati ad un dialogo pacifico soltanto sul piano logico -verbale tipico dell’educazione formale offerta dalla scuola,  ma anche attraverso modalità comunicative che risultino di per sé empatiche e costruttive, cioè capaci di stabilire un flusso di idee ed emozioni libero, rispettoso e scevro da ogni forma di violenza. Il fine della comunicazione nonviolenta ed il mezzo del processo educativo, secondo l’imprescindibile insegnamento gandhiano, devono dunque essere perfettamente coerenti. 

Insegnare la pace attraverso l’educazione ad una corretta comunicazione, di conseguenza, richiede non soltanto il necessario approfondimento delle proposte educative accennate in quella sede, ma anche la volontà di tener conto del fatto che i bisogni umani fondamentali sono alla base delle emozioni e delle richieste. Il ruolo educativo, pertanto, si esplica anche ricercando un contatto empatico con i discenti ed un approccio nei loro confronti che sia di per sé nonviolento, cioè non giudicante ed aperto al dialogo.

Nel corso della discussione con i corsisti, a tal proposito, si è fatto cenno ad esperienze didattiche che utilizzino quotidianamente in classe metodi e strumenti come il circle time, l’appello emotivo, il brainstorming ed altre tecniche di condivisione di sensazioni-emozioni-bisogni.

oponoUn’altra tecnica di ‘pacificazione’ della comunicazione interpersonale cui si è fatto riferimento è quella, propria delle culture orientali, che si avvale delle parole in modo differente, ad esempio mediante l’uso di mantra particolarmente significativi come lo “Ho-oponopono[v], nel quale si riassume il senso di un rapporto fondato su rispetto, gentilezza,  riconoscimento dei propri limiti e tensione al superamento positivo del conflitto.

Insomma, se è vero che la pace s’impara – e quindi s’insegna – è altrettanto vero che non si può raggiungere questo auspicabile obiettivo usando metodi didattici tradizionali, formali ed esclusivamente mentalisti.  Bisogna quindi partire da se stessi, scoprendo quella parte di aggressività autoritaria ed impositiva che inevitabilmente s’inserisce in ogni rapporto formativo. E’ questo il primo passo per instaurare un autentico dialogo con i propri interlocutori, guidandoli verso un modo di comunicare che non copre, divide e reprime ma, al contrario, sviluppa la scoperta, l’accettazione/valorizzazione delle diversità e la libera e sincera espressione di sé.

Una Grammatica della pace è questo ma molto altro. Il modo migliore per cominciare a sperimentarla è seguire in prima persona questo per-corso, verificandone potenzialità ed eventuali limiti, per poi andare avanti sulla strada della comunicazione nonviolenta per educare alla pace.[vi]

 —————————RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI————————-

[i]  Ermete Ferraro, EDUCAZIONE O MALEDUCAZIONE ALLA PACE ?, Napoli 2008 > (http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf ) – Vedi anche: – Alfredo Panerai, Martina Nicola e Gloria Vitaioli, a cura di, MANUALE DI EDUCAZIONE ALLA PACE, Principi, idee, strumenti, Edizioni Junior, Parma 2012, pp. 324; – Daniele Novara, LITIGARE FA BENE, Insegnare ai propri figli a gestire i conflitti, per crescerli più sicuri e felici, Milano, BUR Rizzoli, 2015
[ii] Ermete (Hermes) Ferraro, GRAMMATICA DI PACE,  Otto tesi per l’Educazione  Linguistica  Nonviolenta, Torino,  Ed. Satyagraha, 1984 (quaderno n. 11 degli insegnanti nonviolenti)
[iii] Rosenberg,   Marshall   B.,  LE PAROLE SONO FINESTRE  [OPPURE MURI]. Introduzione   alla Comunicazione Nonviolenta, Esserci, Reggio Emilia  2003  (Nonviolent Communication. A Language of Compassion, 1999)
[iv] Jerome Liss, LA COMUNICAZIONE ECOLOGICA, Manuale per la gestione dei gruppi di cambiamento sociale, Bari, Meridiana, 2017
[v] Sulla tecnica dell’Ho-oponopono v.: https://www.amaresestessi.com/hooponopono-cose-e-come-si-pratica/
[vi] Un testo in inglese sull’educazione ad una comunicazione pacifica è:  THE LANGUAGE OF PEACE, Communicating to Create Harmony, Edited by Rebecca L. Oxford, University of Maryland (2013) (http://www.infoagepub.com/products/The-Language-of-Peace) A volume in the series: Peace Education. Editor(s): Laura Finley, Barry University. Robin Cooper, Nova Southeastern University.

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(*) Ermete FERRARO (Napoli 1952) è laureato in Lettere , diplomato in Servizio Sociale ed ha un certificato di Operatore Pastorale della Caritas. Animatore socio-culturale ed assistente sociale fino al 1985, da allora ha insegnato materie letterarie nella scuola media. Fra i primi obiettori di coscienza napoletani, di formazione cattolica e nonviolenta, è stato attivista di varie organizzazioni pacifiste (Movimento Nonviolento, Lega degli Obiettori di Coscienza, Movimento Internazionale delle Riconciliazione), occupandosi di ricerca sulla pace e di educazione alla pace. Dalla seconda metà degli anni ’80 ha sviluppato il suo interesse ecopacifista sia in ambito politico (come consigliere circoscrizionale e provinciale dei Verdi a Napoli) sia come militante di varie organizzazioni ambientaliste. Attualmente è Portavoce per Napoli e consigliere nazionale di VAS (Verdi Ambiente e Società), Presidente della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità e referente del Gruppo di Napoli del MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione). Autore di libri, saggi e articoli, cura un blog (http://ermetespeacebook.com )  ed un sito web (www.ermeteferraro.org).
(**) Anna DE PASQUALE (Napoli 1956) ha conseguito il Diploma di Magistero in Scienze Religiose ed insegna Religione nelle scuole medie. Impegnata fin dagli anni ’80 nelle battaglie contro il nucleare e per la pace, insieme ad Ermete Ferraro ha contribuito alla nascita nel 1987 della prima lista dei Verdi a Napoli ed ha anche successivamente partecipato ad alcune attività ecopacifiste di VAS. Dopo un corso su tale disciplina, ha poi conseguito il certificato come Operatrice in Ortho-bionomy ® ed esercita volontariamente questa attività presso la Parrocchia in cui svolge varie attività pastorali.  E’ sposata con Ermete ed è madre di tre figlie.
(***) Questo articolo è stato pubblicato all’interno (pp.187-198) del volume: Raffaello Saffioti (ed.), PICCOLI COMUNI FANNO GRANDI COSE! , Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2018. Il libro è il Quaderno Satyagraha n. 32, ha 302 pagine e può essere ordinato a: http://www.gandhiedizioni.com/page3/page3.php

“Al cor gentil rempaira sempre amore…”

Elogio della gentilezza

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Illustrazione dell’articolo su TIME ( Jan. 15, 2018)

Circondati come siamo dagli echi di stragi, vendette, ostilità e polemiche a tutti i livelli,  può  sembrare bizzarro che si parli della gentilezza e della sua importanza. Siamo talmente abituati all’aggressività ed alla violenza  che risalta dalla realtà quotidiana che essa ci suona come una parola fuori dal tempo, una virtù ormai in desuetudine, un atteggiamento arcaico ed obsoleto.

Il titolo che ho scelto cita infatti l’incipit della nota ‘canzone’ di Guido Guinizzelli, manifesto stilnovista che ci ricorda la perduta gentilezza. Eppure lo spunto per questa mia riflessione è assai più recente, trattandosi di un articolo pubblicato sul numero del 15 gennaio di TIME magazine, il cui titolo augurale è: “One hope for the new year: a kinder culture” [i].  L’argomento sul quale l’autrice, Kristin van Ogtrop, ha voluto richiamare la nostra attenzione – presa prevedibilmente da ben altro… – è proprio la speranza che il nuovo anno ci renda più consapevoli di quanto sia importante impegnarsi, a partire dalla scuola, per sviluppare e diffondere una ‘cultura più gentile’.  Non si tratta certamente della ducentesca visione del ‘cor gentil’ in cui si rifugia l’amore, come un uccello tra le foglie di un albero, bensì dell’esperienza attuale e diretta del figlio dell’autrice, al primo anno come maestro elementare in una scuola pubblica statunitense. Egli si dichiarava sorpreso di quanto  i suoi alunni di 8-9 anni si trattassero male l’uno con l’altro ma, al tempo stesso, manifestassero il bisogno di ricevere quella gentilezza di cui essi non sono però portatori.

«Sul piano quotidiano, essi inciampano in tre ostacoli: mancanza di controllo degli impulsi, incoscienza e difficoltà a perdonare o a lasciar perdere” – osserva la Ogtrop, precisando che ciò non dipende dagli stessi bambini, ma piuttosto dal modello socio-culturale che essi assorbono dagli adulti – Nella nostra ricerca del successo, siamo diventati troppo individualisti, troppo egoisti, restii ad ammettere di essere dipendenti da qualcuno. Ma Phillips e Taylor credono che ci sia ancora speranza nei bambini, se noi adulti non li roviniamo. Essi scrivono: “Il riflesso virtuale della preoccupazione e dell’impegno che i bambini mostrano per gli altri fin troppo facilmente si perde crescendo; e tale perdita, quando si verifica su scala abbastanza ampia, è un disastro culturale”» [ii]

Giunto ormai quasi al termine della mia esperienza educativa, dopo 10 anni di lavoro socio-culturale di base ed altri 33 d’insegnamento nelle scuole medie statali, ammetto di essere stato colpito dall’articolo e dagli interrogativi che esso pone. Col passare del tempo, infatti, registro anch’io un diffuso deterioramento del rapporto interpersonale fra i ragazzi, caratterizzato da una crescente aggressività – più psicologica che fisica – e da un alto tasso di polemicità ed intolleranza reciproca. Maniere gentili,  disponibilità ed empatia – sebbene oggi nella scuola se ne parli più di prima – sembrano essere stati sostituiti sempre più spesso da atteggiamenti egocentrici, insofferenza verso i compagni e tendenza all’affermazione personale a tutti i costi. Ma che cos’è che spinge bambini, ragazzi ed adolescenti dei nostri tempi a scordarsi delle buone maniere e ad assumere comportamenti che talvolta rasentano la prevaricazione? E, soprattutto, come mai quegli stessi soggetti in altri momenti appaiono fragili, maledettamente sensibili all’aggressività altrui e bisognosi di comprensione e protezione?

Senza dubbio un grosso peso in questo logoramento dei rapporti tra pari lo ha l’atmosfera sociale in cui i nostri ragazzi vivono quotidianamente, respirando a pieni polmoni l’individualismo, l’egoismo e l’incapacità di sentirsi dipendenti dagli altri che caratterizza i rapporti fra gli adulti, come sottolineava la Ogtrop. Il fatto è che è venuta progressivamente meno la spinta alla ricerca di un bene davvero comune. Si sono estinti a poco a poco i legami parentali ed amicali che tenevano insieme le comunità di una volta. Si è, insomma, esaurita quasi del tutto la carica solidaristica derivante sia dalla ‘fraternità’ della morale cristiana, sia dall’etica laica motivata da una visione socialista. E non si può negare che i risultati sul piano relazionale – e quindi sotto il profilo psicosociale – siano sotto gli occhi di tutti.

Diffidenza, paura, aggressività, diffidenza, paura…

images (3)Il Mahatma Gandhi – della cui morte si celebra il 70° anniversario – ci invitava ad “essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. E’ una delle sue frasi più famose e citate, ma forse oggi dovremmo interrogarci preliminarmente se noi adulti siamo ancora capaci di perseguire una visione del mondo che ci porti a quel cambiamento cui dovremmo improntare i nostri comportamenti.  Non si tratta, secondo me, soltanto dell’abituale  incoerenza tra fini e mezzi – che ha sempre finito col giustificare la violenza – ma di una più sostanziale perdita di una prospettiva che ci motivi davvero al cambiamento. Sappiamo bene che ogni forma di aggressività nasce in qualche modo dalla diffidenza, dalla paura, dalla difesa del sé, dal rifiuto dell’idea stessa che gli altri c’impongano la loro volontà. In assenza di certezze sulla solidità dei legami che dovrebbero unirci, questa paura dell’altro è quindi diventata ancora maggiore, alimentata da diffidenze , egoismi e meccanismi di autodifesa, capaci di trasformarsi anche in strumenti di offesa preventiva.

Eppure  – almeno a livello mentale – dovremmo essere più consapevoli ormai che la gentilezza è un’ottima arma difensiva, nella misura in cui smonta l’aggressività altrui e disarma con la forza della mitezza chi ci voglia attaccare. Non mi riferisco ad una filosofia astratta, ma a principi che perfino i bambini imparano quando iniziano a praticare arti marziali, ad esempio il rispetto, la determinazione, la pazienza, la resistenza, la flessibilità, l’adattabilità, la fiducia e, soprattutto, l’autocontrollo. Sono tutte qualità che, viceversa,  spesso difettano ai nostri ragazzi, soprattutto il controllo degli impulsi distruttivi, che è poi il fulcro di una nonviolenza da costruire giorno dopo giorno ed a partire da se stessi. Bisogna ammettere, d’altra parte, che si tratta di un’impresa non facile in una società che sempre più frequentemente presenta come modelli da imitare persone arroganti, maleducate, urlanti, offensive e costantemente in posizione d’attacco.  Non dobbiamo però disperare, perché – anche a prescindere da insegnamenti morali e religiosi – l’umanità sta lentamente riscoprendo che, in fondo, essere gentili ci aiuta, che può essere un reale vantaggio.

« Per fortuna, come spesso avviene nelle crisi specie quando sono veramente grandi, il cambiamento passa per lo stretto sentiero dell’utilità. E così lentamente, sottotraccia, stiamo scoprendo che essere gentili conviene (tra l’altro non costa nulla) e non esserlo è uno spreco in termini di qualità della vita, sentimenti e salute compresi. Piero Ferrucci, filosofo e psicologo, in un famoso libro intitolato La forza della gentilezza (edizioni Mondadori), scrive: «La gentilezza non è un lusso, ma una necessità». Un concetto che oggi circola molto attraverso il canale di Internet, dove si stanno moltiplicando le condivisioni dei comportanti ispirati alla cortesia, le associazioni come Il “Movimento italiano per la Gentilezza” (www.gentilezza.it), e perfino i corsi sul web delle buone maniere, quelle che nella scuola reale sono state cancellate. Tempo al tempo e vedrete che la gentilezza tornerà di moda, di gran moda…» [iii]

Educare alla gentilezza, di conseguenza, dovrebbe essere una preoccupazione per ogni docente, se non altro per stemperare il clima competitivo e assai poco solidaristico che troppo spesso si avverte nelle nostre aule scolastiche. Bisogna educare alla gentilezza perché – citando ancora Guinizzelli – l’amore trova rifugio solo nei cuori gentili, per cui una seria educazione all’affettività è indispensabile alla formazione umana e civile degli studenti. Ma bisogna farlo anche perché la gentilezza non è affatto un punto di debolezza bensì di forza nello sviluppo umano dei singoli, ed inoltre contribuisce a sviluppare un clima più armonico e costruttivo nelle comunità in cui viviamo.

Gentilezza autentica, non ipocrita cortesia formale

images (1)Ovviamente quando faccio questa affermazione mi riferisco alla gentilezza autentica, che viene dal cuore e dalla mente, non alle generiche ‘buone maniere’, che ne costituiscono un’etichetta esteriore ed un po’ ipocrita, sebbene parzialmente da riscoprire in tempi di arroganza e volgarità.

« Ancora oggi, per la verità, quando parliamo di «gentilezza» cadiamo nel tranello semantico: gentile vs maleducato. E forse la Giornata Mondiale della Gentilezza (che è ricorsa ieri come ogni 13 novembre) è stata creata apposta per rivendicare un po’ di sacrosanta buona educazione. Naturalmente in un mondo essenzialmente maleducato, scorbutico, brutale come il nostro la gentilezza così intesa sarebbe già tanto, ma non è tutto. Perché, lungi dall’essere l’equivalente della cordialità zuccherosa, la gentilezza è, insieme ad altre virtù, un cardine della «grammatica dell’interiorità», come direbbe uno studioso dei sentimenti qual è Antonio Prete.» [iv]

E’ evidente che a portare avanti questa ri-educazione alle gentilezza  non basta la pur importante formazione scolastica, se la nostra vita quotidiana – e quella dei nostri figli –  resta improntata a relazioni scostanti, conflittuali, talvolta decisamente aggressive. Non serve insegnare la gentilezza reciproca dentro le aule scolastiche se tali imput educativi si scontrano regolarmente con maniere brusche, pretese egoistiche ed incapacità di esprimere sentimenti come il rispetto delle esigenze e sensibilità altrui, la consapevolezza dei nostri limiti ed il senso di gratitudine per ciò che gli altri fanno per noi.

« In pochi anni nelle nostre case, secondo una ricerca dell’associazione Gentietude che promuove uno stile di vita fondato sulle buone maniere, in quasi la metà delle famiglie italiane sono state rimosse le parole Grazie, Per favore, Posso? Cancellate. A rimetterle in campo ci ha dovuto pensare Papa Francesco che con il suo linguaggio diretto ha invocato, non solo per i cristiani, l’uso di tre parole per dare longevità alla vita matrimoniale. Grazie, Permesso e Scusa. Tre vocaboli che non siamo più abituati a pronunciare, quando chiediamo un’informazione in strada, quando spintoniamo qualcuno per la fretta di raggiungere un luogo (ma dove corriamo ogni attimo della nostra esistenza?), quando interrompiamo chi sta provando a parlarci, a comunicare oltre il muro dell’autismo dei nostri pensieri autoreferenziali ed egocentrici.» [v]

E’ la stessa autoreferenzialità che si trasforma spesso nella presunzione di poter fare a meno degli altri, o addirittura nella convinzione che gli altri siano ostacoli alla nostra autoaffermazione. Entriamo quindi in una continua collisione con i corpi e le menti di chi ci sta intorno, perché non sappiamo più dare il giusto peso alla collaborazione, all’integrazione, allo sforzo comune per conseguire obiettivi che siano collettivi e non solo personali. E’ ciò che succede in famiglia, nei rapporti di vicinato, nelle relazioni di lavoro e perfino nella sfera virtuale degli spettacoli televisivi, cinematografici e delle stesse attività ludiche e ricreative, che tanta influenza esercitano soprattutto sui minori.  Gli effetti su personalità in formazione come quelle dei nostri figli e nipoti, infatti,  sono fin troppo evidenti.

Qualche giorno fa ho chiesto a degli alunni di terza media quali significati attribuissero al termine ‘gentilezza’, facendoli esprimere in un improvvisato brainstorm. Le risposte – anche se si tratta di una classe che non si contraddistingue propriamente per questa virtù – sono state pronte e significative. Buona educazione, bontà, generosità, disponibilità, empatia, rispetto, amicizia, gratuità sono solo alcuni dei termini che quei ragazzi hanno collocato nel campo semantico della ‘gentilezza’, dimostrando chiaramente come si possano avere le idee chiare in proposito, pur senza necessariamente comportarsi nella maniera delineata da questi termini. Riabituarci e riabituare i nostri ragazzi a modi meno sbrigativi ed autoreferenziali, pertanto, è l’unica strada per cercare di essere il cambiamento di cui pur avvertiamo il bisogno.

Per una ri-educazione sentimentale

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N. Drew – Ch. M. Tinari, Simple Tips for a Kinder  Middle School Culture, Free Spirt Publications

 

E’ esattamente lo sforzo che c’invitava a fare, cominciando già dalle piccole cose di ogni giorno, Massimo Gramellini in uno dei suoi ironici corsivi.

«La defunta [gentilezza] non richiedeva sacrifici particolari e nemmeno eroismi. Solo un po’ di educazione e, prima ancora, di umanità. Era una forma mentale. Talvolta ipocrita, e però utile ad ammorbidire le asprezze della vita quotidiana. Grazie, prego, passi pure, mi scusi, ma si figuri, non me n’ero accorto, ha bisogno?, c’era prima il signore, non si preoccupi, disturbo? Ciascuna di queste espressioni, e dei gesti che spesso le accompagnavano, era una pennellata di grasso sugli ingranaggi esistenziali. Un balsamo che non migliorava le cose, ma consentiva di affrontarle per quel che erano, senza dovervi aggiungere lo sconforto che sempre ci assale quando abbiamo la sensazione di andare contromano […] L’idea che nelle relazioni umane sia ancora possibile mettersi nei panni degli altri è considerata bizzarra. Ma non me ne vengono in mente di migliori per uscire da una crisi che ha spolpato i portafogli solo perché da tempo aveva già corroso i cuori.» [vi]

Un mezzo indispensabile per svolgere una efficace formazione alla gentilezza è, a mio avviso, la educazione alla comunicazione nonviolenta, cioè all’utilizzo di un linguaggio costruttivo e non distruttivo, che contribuisca a costruire ponti anziché muri. E’ dalla metà degli anni ’80 che mi sono cimentato in questo percorso, ipotizzando una ‘educazione linguistica nonviolenta’ che aiuti i nostri ragazzi ad uscire dalla violenza – manifesta ma spesso subdola – di una comunicazione aggressiva, ambigua e fonte di ostilità e di divisioni. [vii]  E’ innegabile che si tratta di un lavoro didattico  molto più impegnativo di quello di trasmettere conoscenze o meglio, come si preferisce adesso, costruire competenze.  E’ però un obiettivo che non possiamo permetterci di mancare, pena la perdita di quelle doti essenziali che hanno consentito all’umanità di sopravvivere alla sua stessa strenua lotta per la sopravvivenza.  Si tratta infatti di riscoprire quella ‘humanitas’ tanto lodata dagli antichi ma che si presenta come una virtù complessa, che racchiude in sé gli ideali di attenzione, comprensione, cura reciproca e benevolenza. In una parola, si tratta di aiutare i più giovani a ricercare ciò che ci unisce e ci fa sentire fratelli e solidali.  In un contesto più vicino a noi, si tratta insomma di rendere centrale l’ammonizione di don Milani, che sulla parete della sua scuola aveva fatto apporre il cartello ‘I CARE’ «…il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E’ il contrario del motto fascista “Me ne frego”

In un momento in cui tornano ad avvertirsi, cupi e minacciosi, gli echi del nazionalismo, del razzismo e del disprezzo per chi è diverso, dunque, sarebbe opportuno ricordarci del monito del Priore di Barbiana e ridare il giusto peso a quel semplice motto. Esso certamente prefigurava una disposizione d’animo che va ben oltre la semplice gentilezza, ma di cui la vera gentilezza è un sicuro segnale. Essa va accompagnata da una più complessiva educazione al rispetto degli altri, all’autocontrollo personale, alla disposizione al perdono ed alla riconciliazione. I nostri ragazzi dovrebbero imparare in primo luogo – dagli insegnamenti ma soprattutto dal nostro esempio – l’importanza di utilizzare più spesso semplici espressioni come quelle suggerite da Papa Francesco: grazie, permesso, scusa. E non solo per apparire più educati e corretti, ma perché le lacerazioni dell’animo e le ferite psicologiche non si guariscono ferendo e lacerando anche la sensibilità degli altri. E’ l’esercizio delle virtù che il catechismo cattolico definisce ‘cardinali’, cioè: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Sembrerebbero termini fuori corso, concetti desueti, espressioni ormai prive di senso. Eppure – secondo il Vangelo – non c’è agàpe (la fondamentale virtù teologale della ‘carità’) se non si comincia ad assumere atteggiamenti e comportamenti improntati a quelle quattro qualità basilari. In particolare la fortezza  ci parla di una grande forza interiore, che è  poi l’esatto contrario della ‘debolezza’  che si attribuisce erroneamente a chi è gentile.

images (2)Si tratta di un addestramento quotidiano, attraverso il quale i ragazzi possano comprendere – praticandola –  che la gentilezza non ci sminuisce, non ci rende più fragili ed esposti, ma piuttosto ci fortifica interiormente, ci apre all’altro e ne smonta l’aggressività. La mitezza evangelica [viii] – una delle beatitudini – parte dall’amore per il prossimo e genera amore nel prossimo. Non è mai passività, rassegnazione o resa al male, bensì reazione costruttiva e non distruttiva, resistenza nonviolenta.  E allora recuperiamo questo basilare insegnamento, che troviamo anche in altre culture, a partire da quelle orientali, per le quali una pratica importante è quella del mantra, la ripetizione mentale di una frase che racchiuda un insegnamento. Anche antiche popolazioni hawaiane utilizzavano una pratica del genere, che è stata recentemente riproposta a noi occidentali di oggi.

« Ho’oponopono è un metodo di pulizia mentale e spirituale, una purificazione dalle paure e dalle preoccupazioni […] Ogni volta che qualcosa ci disturba, che percepiamo di essere in una disarmonia, che riconosciamo un conflitto o un problema, possiamo fare Ho’oponopono. 1. Preghiamo di ottenere conoscenza, coraggio, forza, intelligenza e calma. 2. Descriviamo il problema e poi cerchiamo nel nostro cuore il modo in cui abbiamo contribuito a crearlo. Il nostro contributo può essere per esempio un giudizio, un determinato comportamento o un ricordo che va guarito. 3. Perdoniamo incondizionatamente e pronunciamo le quattro frasi magiche: mi dispiace; perdonami; ti amo; grazie. 4. Ringraziamo, ci fidiamo e lasciamo andare.» [ix]

oponoCostruiamo insieme, dunque, una cultura della gentilezza, utilizzando gli insegnamenti della saggezza antica ed i precetti morali della religione, ma anche quello che c’insegna la psicologia. Ce n’è tanto bisogno e non possiamo limitarci ad aspettare che siano gli altri a prendere l’iniziativa. Ecco perché, gandhianamente,  dobbiamo sforzarci di diventare il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Facciamolo però senza sentirci superiori agli altri, anzi perdonandoci la nostra stessa debolezza, praticando in tal modo la gentilezza prima verso noi stessi.

N O T E ——————————————————————————

[i] Kristin van Ogtrop, “One hope for the new year: a kinder culture” TIME, Jan. 15,2018  > http://time.com/5087376/one-hope-for-the-new-year-a-kinder-culture/

[ii] Ibidem  ( il testo citato dall’autrice è : Adam Phillips, Barbara Taylor, On Kindness, 2009 > https://www.amazon.com/Kindness-Adam-Phillips/dp/0374226504/ref=mt_hardcover?_encoding=UTF8&me=

[iii] Antonio Galdo, “Importanza della gentilezza e dell’educazione, due valori importanti da non sprecare “ , Non sprecare.it (13.11.2017 )> http://www.nonsprecare.it/essere-educati-conviene-elogio-della-gentilezza?refresh_cens

[iv]  Paolo Di Stefano, “Elogio della gentilezza: ecco perché ne abbiamo bisogno”, Corriere della Sera, 17.11.2014 > http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_14/elogio-gentilezza-giornata-bisogno-6cb8371e-c8b0-11e7-83f4-5d7185c8c90c.shtml

[v]  A. Galdo, op. cit.

[vi] Massimo Gramellini, “Della gentilezza”, La Stampa, 27/02/2009 > http://www.lastampa.it/2009/02/27/cultura/opinioni/buongiorno/della-gentilezza-dj6Hg0JAK2i6GKXzQ1D1kO/pagina.html

[vii] Ermete Ferraro, Grammatica di Pace. Otto tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Satyagraha, 1984; vedi anche l’articolo sul mio blog: https://ermetespeacebook.com/2010/03/04/educazione-linguistica-nonviolenta/ ed il fondamentale testo di Marshall Rosemberg, Manuale pratico di comunicazione nonviolenta per lo studio individuale o di gruppo del libro «Le parole sono finestre (oppure muri)» , 2014, Esserci .

[viii]Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Mt 5, 5). Lo stesso Gesù si auto-definisce “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29), ed in entrambi i casi l’evangelista Matteo utilizza il vocabolo greco πραΰς , che significa appunto: gentile, umile, dolce.

[ix] Ulrich Emil Duprée, Che cos’è lo Ho’Oponopono? – Estratto dal libro: Ho’Oponopono – La forza del perdono > https://www.macrolibrarsi.it/speciali/che-cos-e-ho-oponopono-estratto-dal-libro-ho-oponopono-la-forza-del-perdono.php