Trasformiamo le spade in aratri!

יח  ×œÖ¹×-יִשָּׁמַע עוֹד חָמָס בְּאַרְצֵךְ, שֹׁד וָשֶׁבֶר בִּגְבוּלָיִךְ; וְקָרָאת יְשׁוּעָה חוֹמֹתַיִךְ, וּשְׁעָרַיִךְ תְּהִלָּה.
 
Dal capitolo 60 di Isaia è tratta la prima lettura della festività dell’Epifania del Signore, nella quale si celebra il nuovo regno di pace e di concordia per il popolo d’Israele, di cui saranno partecipi anche i “goyìm”, i “gentili”, cioè tutte le altre popolazioni della terra che sembravano escluse dalla Salvezza. E dallo stesso capitolo è tratta anche la citazione riportata sopra nell’originale testo ebraico, in cui il profeta proclama: “Non si sentirà più parlare di violenza nella tua terra. Non ci saranno più desolazione e rovina entro i tuoi confini. Chiamerai le tue mura “Salvezza”; le tue porte “Gloria al Signore” (Isaia 60:18).
In questi giorni di strage e di odio rabbioso è difficile leggere questi versetti senza una stretta al cuore. Altro che “non si sentirà più parlare di violenza nella tua terra”…! Quella sottile striscia di terra è sempre più insanguinata da un conflitto infinito. “Desolazione e rovina” si stanno abbattendo su di essa, colpita da un bombardamento devastante, che semina centinaia di morti ed un numero indefinito di feriti e senzatetto.
Altro che “chiamerai le tue mura Salvezza”…! Il “muro dell’apartheid” che separa Israele dall’Egitto e dalla Striscia di Gaza, di cemento armato spesso otto metri,  fatto erigere dagli Israeliani in quella martoriata terra, resta invece il segno di una divisione insanabile, di un odio inestinguibile, di una diffidenza insuperabile.
Altro che auspicio di porte intitolate alla “Gloria al Signore”…! Le porte del dialogo restano inesorabilmente chiuse, così come chiuso resta il cuore di chi si ostina a non riconoscere che l’unico Dio (di Abrahàm, di Yeoshùa e di Muhammad) è il Dio della vita e non della morte, il Dio della pace e non della strage.
Altro che trasformeranno le loro spade in aratri e le lance in falci. Le nazioni non saranno più in lotta tra di loro e cesseranno di prepararsi alla guerra…” (Isaia 2:4)  ! Quello a cui stiamo assistendo è un conflitto che vede la macchina militarista d’Israele trasformare in armi micidiali le risorse che dovrebbero servire per coltivare quella difficile terra, dove – dentro e fuori di quello Stato – ogni pacifica quotidianità è stata cancellata da un’incessante “preparazione alla guerra”, che esclude rabbiosamente ogni obiezione di coscienza (come quella dei giovani Shmistìm israeliani) ed ogni mediazione di pace.
Assistere impotenti – o peggio, complici – a questo massacro di persone innocenti non è possibile per chi crede nella pace, o almeno nel diritto internazionale e nella mediazione sovranazionale.
I governi occidentali – ripristinando la funzione dell’ONU – devono pretendere un immediato cessate-il-fuoco e devono inviare osservatori, senza escludere a priori l’adozione di misure di pressione economico-politica sul governo israeliano, per arrestare la strage di civili e nuove invasioni armate. Da parte nostra, come persone comuni, abbiamo il dovere di far sentire la nostra protesta, sottoscrivendo petizioni, sollecitando i nostri governanti e cominciando a boicottare l’economia d’Israele.
In caso contrario la nostra credibilità – come democratici e come credenti – è pari a zero. Fermare “hamàs” (che significa “violenza” sia in ebraico sia in arabo…) è il primo obiettivo di chi crede che “con la pace tutto è possibile”.
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