MAL …DI PALMA

 
palmeE’ incredibile. Qualunque fonte giornalistica si consulti, a proposito dell’infestazione da parassiti che sta portando all’abbattimento di centinaia di palme in diverse città d’Italia, tale provvedimento viene presentato come l’unico sicuro, praticamente indispensabile, per arrestare il rischio di una diffusione ancora più massiccia della malattia. Già detta così suona un po’ strana: come se la soppressione di alcuni animali o, peggio ancora, di alcuni essere umani, fosse l’unica possibilità per arrestare un’epidemia. Se poi si fa riflessione al pesante impatto ambientale e specificamente paesaggistico causato dall’abbattimento di tanti esemplari delle esotiche phoenix in centri urbani in cui la loro svettante presenza faceva ormai parte di una storia più o meno recente, dovrebbe apparire più chiaro che accettare passivamente l’inesorabilità di questa strage è ben strano.
Ancora di più lo è se a darsi da fare per spiegare come e qualmente gli abbattimenti restino ormai l’unica strada percorribile sono assessori verdi, esponenti di associazione ambientaliste e addirittura tecnici regionali ed esperti botanici, dai quali ci saremmo piuttosto aspettati suggerimenti per terapie e soprattutto per interventi di profilassi.
Per carità: non mi permetto di contestare tanti autorevoli interventi, non avendo i titoli per metterne in dubbio le categoriche ed allarmate dichiarazioni. Tutti quanti, infatti, sembrano molto impegnati  nell’illustrazione delle caratteristiche di quell’insidioso parassita che ha colpito ormai moltissimi esemplari di palmizi, il cui nome scientifico è Ryncophorus Ferrugineus, ma è diventato noto ormai col nickname di “punteruolo rosso”. Perfino nella risposta ad alcune interrogazioni parlamentari, il Ministero dell’Agricoltura si è diffuso nella spiegazione delle cause che renderebbero, a questo punto, necessario abbattere le troppe piante giù infestate, sorvolando sulle ragioni per le quali si è fatto finora così poco per prevenire e combattere la diffusione del micidiale parassita delle palme. Esso, infatti, sarebbe giunto nelle nostre città attraverso la piantumazione in aree pubbliche e private di esemplari di palme provenienti da zone “sospette”, già segnalate come a rischio. Il ministero, interpellato nel merito, ha però dichiarato di non disporre di nessuno strumento giuridico per impedire l’importazione di queste piante che potremmo definire “extracomunitarie”, aggiungendo perfino che, se anche si dovesse decidere in tal senso, l’importazione di palme “clandestine” proseguirebbe ugualmente, indisturbata, grazie a “triangolazioni” commerciali.
“Opperbàcco!” – avrebbe esclamato a questo punto il buon Totò. Ma come? Il nostro governo, così tanto impegnato nel portare avanti la sua linea dura di “respingimenti” di immigrati clandestini senza neppure accertarne l’eventuale titolo di ‘profughi’ con diritto di asilo, si dichiara invece impotente ad impedire l’arrivo in Italia di esemplari “clandestini” di palme a rischio d’infestazione da “punteruolo rosso”?…
Da noi a Napoli – in base ad una delibera a firma dell’assessore comunale all’Ambiente, il verde Rino Nasti – è già stato deciso di procedere all’abbattimenti di ben 80 palme, che costituiscono lo storico scenario arboreo di due importanti corsi cittadini, entrambi sottoposti peraltro a vincoli storico-ambientali: viale Gramsci e viale Augusto. Pare invece che gli esperti stiano tentando un intervento fitosanitario d’emergenza per salvare i 121 esemplari di “Phoenix” presenti nella Villa Comunale, utilizzando potenti antiparassitari, fra cui l’Amabectina.
Il fatto è che questa precisazione continua a crearmi confusione nella mente: se un trattamento del genere non solo è possibile, ma addirittura è già stato positivamente sperimentato altrove (vedi Roma), perché diavolo un assessore “verde”, con contorno e conforto di tecnici regionali, sta condannando a morte ben ottanta esemplari dei suddetti viali napoletani?
Dice: ormai “i coleotteri si sono moltiplicati a tempo di record e non c’è più speranza di recuperare le piante”. Bella risposta. A patto che qualcuno ci spieghi perché diavolo non si è fatto finora quasi nulla per prevenire la diffusione del dannato Ryncophorus Ferrugineus, visto che il problema è evidente ormai da oltre un anno, come ben sanno i residenti di Viale Augusto e dell’altro storico viale. E’ da un sacco di mesi, infatti, che molte palme di queste strade – capitozzate e, private della caratteristica chioma di foglie palmate – erano state…piantate lì, talvolta incappucciate, a suggerire ai passanti lontani ricordi di falloforie rituali.
Che cosa mai si aspettava per correre ai ripari contro questo pericoloso e diffusivo…mal di palma?
Non sono né un botanico né tantomeno un fito-terapeuta, ma non posso fare a meno di ricordare un’esperienza personale, risale a ben 22 anni fa, che mi pare piuttosto istruttiva. Fresco eletto come primo consigliere dei Verdi alla Circoscrizione Vomero, già nei primi mesi della consiliatura 1987-88 mi capitò d’imbattermi in una questione piuttosto spinosa, per affrontare la quale dovetti ovviamente informarmi e documentarmi opportunamente.
Allora si trattava dell’infestazione da un parassita di cui mi ricordo perfino il nome scientifico  (“Corythuca ciliata”), che aveva colpito parecchi dei molti platani – alcuni dei quali davvero antichi – che costituiscono la nota caratteristica delle principali strade vomeresi,. Nel consiglio di quartiere sedeva allora un consigliere estremamente titolato in materia, trattandosi di un noto agronomo, secondo il quale l’unica soluzione possibile sarebbe stata quella più radicale: abbattere tutte le piante della stessa specie, sostituendole poi con esemplari di altra essenza (mi sembra di ricordare che si trattasse del tiglio). Inutile dire che, ovviamente, si sarebbe dovuto provvedere ad acquistarle e metterle a dimora ancora piuttosto piccole, dopo aver speso un’altra barca di soldi per abbattere e sradicare platani che arrivavano mediamente a dieci-dodici metri di altezza.
Ebbene, se in quella circostanza un petulante neo-consigliere ambientalista non avesse messo il dubbio quella autorevole sentenza, sollecitando la convocazione di sopralluoghi tecnici, conferenze di esperti e sollevando pubblicamente il problema, oggi i miei concittadini del Vomero, a distanza di oltre vent’anni, non avrebbero più potuto passeggiare all’ombra di quei frondosi e robusti platani, ma si sarebbero forse trovati a percorrere una striminzita parodia delle parigine Tuileries…..
Insomma: incuria, approssimazione e sospetta insistenza a percorrere la strada degli abbattimenti, rappresentano ormai una costante in una città come Napoli, dove ogni albero è prezioso ma dove, assurdamente, sembra proprio che si continui a far di tutto per cancellarne, in un modo o nell’altro, la sgradita presenza…
Un’altra pianta che è stata ormai sradicata dalla nostra città è quella della democrazia decentrata. Se 22 anni fa è stato possibile che un singolo consigliere circoscrizionale potesse bloccare la strage dei platani vomeresi, è tristemente evidente che oggi gli organismi decentrati (le Municipalità cittadine) al di là delle pompose chiacchiere, non contano più un fico secco, per cui non ci si degna neppure più di richiederne il parere e di seguire l’iter della consultazione decentrata. Basti pensare che in questi ultimi mesi c’è stato qualcuno che ha pensato di replicare, dopo 19 anni, il tentato scempio degli ex-giardinetti di via Ruoppolo, progettando di costruire dei parcheggi sotto l’attuale “Parco Mascagna”, difeso grazie alle lotte dei cittadini e delle associazioni ambientaliste.
Dalla Municipalità competente non è partito nessun grido di allarme, per cui è toccato al presidente di un’altra municipalità – memore della precedente mobilitazione – far partire un’interrogazione in merito, che parrebbe aver bloccato la procedura già avviata.
Il guaio è che la lotta ai parassiti non riguarda solo platani e palme, ma andrebbe estesa ad un certo sottobosco politico-amministrativo locale, sul cui eventuale abbattimento, comunque,  non piangerebbe proprio nessuno…
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ANCORA UN…POE

tomba E.A.POE

 
“Qual in Lui stesso infin l’eternità lo muta
Il Poeta ridesta con un gladio nudo
Il suo secolo, spaventato per non aver conosciuto
Che trionfava la morte in quella voce strana!”
                                 (S. Mallarmé, Le tombeau d’Edgar Poe)
 
Non credo che si possa tributare omaggio migliore al grande narratore americano Edgar Allan Poe, a 160 anni dalla sua morte, di questi ispirati versi dedicatigli da un altro grande della letteratura, il poeta francese Stéphane Mallarmé. Il motivo di questo tributo è che proprio oggi, a Baltimora, si terranno i funerali solenni dell’eccezionale autore di tante ed originali “fantasticherie” narrative, morto ( manco a dirlo, in circostanze misteriose…) il  7 ottobre del 1849 e sepolto in tutta fretta alla presenza di pochi parenti ed amici.
Ricorda infatti Riccardo de Palo in un suo articolo sul quotidiano “Il Gazzettino” che egli: “…sosteneva che tutto ciò che vediamo, o che ci sembra di vedere, non sia altro che «un sogno dentro un altro sogno». Ma la sua vita fu un vero incubo; e giunto alla fine dei suoi giorni, non ebbe neppure l’onore di un funerale degno di questo nome. Quando fu trovato agonizzante per le strade di Baltimora, l’autore del “Pozzo e il Pendolo” indossava dei vestiti non suoi, era in evidente stato confusionale e forse era rimasto vittima di un’aggressione […] Fu così, quasi alla chetichella, che se ne andò da questo mondo l’inventore dei racconti “gotici” e dei gialli moderni, l’uomo che più di ogni altro ha saputo inchiodare i lettori nelle spire delle sue trame misteriose…”  (http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=76150&sez=MONDO)
Ebbene sì: il suo secolo – per citare ancora Mallarmé – non seppe riconoscere nella “voix étrange” dell’autore di tanti racconti allucinati e terrificanti quel “trionfo della morte” che strideva troppo con l’ottimismo progressista dell’American Dream.  In Poe il sogno americano si era trasformato in un cupo incubo, popolato da pazzi e da fantasmi, che poco aveva a che fare con il genere “gotico” di stampo europeo, ma abbandonava le nebbiose memorie medievali per incarnarsi in un presente senza tempo.
Il fatto è che quelle fantasticherie, vere e proprie incursioni nel regno misterioso e cupo della mente umana, contrastavano troppo con la visione entusiasta e spensierata di una civiltà che stava sempre più affermandosi grazie alla scienza ed alla tecnica, cioè alla smisurata fiducia nelle proprie capacità di trasformare e sottomettere il mondo. Basta scorrere alcuni titoli delle narrazioni di Poe per rendersi conto che il suo mondo era ben altro, seppur venato di un umorismo sottile e disincantato, proprio della tradizione anglosassone. Che cosa ci fanno “ombre”, “diavoli nella torre”, “maschere della Morte Rossa”, “gatti neri” e simili inquietanti presenze dentro il multicolore sogno americano? I suoi racconti evocano “appuntamenti mortali”, “gatti neri”, “crolli di case”, “seppellimenti prematuri”, “casse oblunghe” e ci trascinano in un mondo dove la logica, il buon senso comune e la pretenziosa razionalità di un mondo proiettato verso il futuro si smarriscono nello sgomento che nasce dal trovarsi a varcare la soglia dell’ignoto e dell’inspiegabile…
Ecco perché quel mondo oscuro – profondo come un pozzo e terrificante come un mortale “pendolo” che sta per abbattersi sulle nostre certezze illuministe – andava archiviato rapidamente.
Il trionfalismo nazionalista ed il razionalismo privo di aperture all’immaginazione non si addicevano ad una personalità ribelle, anticonformista e ‘maledettamente’ solitaria come quella di Poe. I suoi racconti, quindi, costituivano un’evidente opposizione al clima di pionieristico ottimismo che impregnava la sua epoca, ma che non ha mai smesso di esaltare chi continua a proporre la “American way of life” come se fosse l’unica strada che conduce al “pursuit of happiness”.
Eppure, 160 anni dopo, gli stessi statunitensi si sono decisi a tributare ad uno dei loro più grandi scrittori l’omaggio che non seppero accordargli alla sua morte, organizzando una solenne cerimonia funebre in quella Baltimora che ne custodisce il corpo. Si dice che oggi alle 11,30 nella cassa mortuaria ne sarà esposto un simulacro, realizzato con dubbio gusto neo-gotico da un artista locale… Ma se Poe, come il protagonista del suo racconto “Perdita di fiato” (Loss of Breath – 1835), potesse davvero affacciarsi dalla sua tomba, probabilmente commenterebbe col suo sense of humour: “ Il verso di Marston ‘La morte è una buona compagnia e tiene casa aperta’ mi sembra in questo momento una bugia bella e buona” …

“COS’’E PAZZE !”

 
180px-Bronze-Uranius_Antoninus-Elagabal_stone-SGI_4414L’amico e compagno di battaglie ecologiste Enzo Delehaye mi ha voluto affettuosamente lanciare una “sfida”. Dopo aver ricordato – bontà sua – un mio vecchio contributo alla ricerca sulla difesa popolare nonviolenta in Italia (di cui temo ben pochi, oltre lui, sono a conoscenza…) mi provoca amabilmente a far tesoro di un suo interessante quanto curioso contributo, per lanciarmi in un’altra indagine dello stesso genere.
Non si tratta, in questo caso, delle gloriose “Quattro Giornate di Napoli”, che ho ricordato recentemente anche sul mio blog ed alle quali avevo dedicato il saggio cui si fa riferimento, documentando tale episodio come esempio clamoroso e vincente di difesa alternativa, di popolo e largamente affidata a metodi di lotta non armata (Ermes Ferraro 1993: (a) "La resistenza napoletana e le Quattro Giornate: un caso storico di difesa civile e popolare", in: AA.VV., Una strategia di pace: la difesa civile nonviolenta (pp.89-95), Bologna: FuoriTHEMA (b) "Le trenta giornate di Napoli", in: AA.VV., La lotta non-armata nella Resistenza, Roma: Centro Studi Difesa Civile (Quaderno n.1).
L’amico Delehaye mi spinge su un terreno molto più remoto nel tempo e nello spazio, quello cioè dell’invasione romana dell’Impero Seleucide e dell’occupazione di Emesa (l’attuale città siriana di Homs [in arabo.: Hims] da parte delle truppe romane guidate da Pompeo nel 64 a.C. Il testo che egli mi segnala – ripreso peraltro con poche differenze da altre fonti sul web – è tratto da Wikipedia e narra che: "I cittadini di Homs sono i soggetti preferiti delle barzellette siriane (un po’ come succede per i Carabinieri in Italia) e spesso irrisi per mostrare una vena di pazzia, tanto da generare una festa che si svolge ogni mercoledì: la cosiddetta Festa dei Pazzi ( <<‘Īd al-majānÄ«n>> o <<eid el majaneen>>). La fama della pazzia dei cittadini di Homs affonderebbe le sue radici nell’epoca in cui i Romani decisero di conquistare questa bella città, che si trova vicino a Palmira. Quando gli abitanti seppero dell’avvicinarsi dei conquistatori, il piccolo consiglio cittadino avrebbe escogitato una soluzione abbastanza curiosa. Furono emanati proclami con cui si invitavano i residenti a comportarsi come pazzi, allo scopo di far sentire a disagio gli aspiranti occupanti. Alcune direttive suggerivano di mangiare a bocca piena, defecare nei magazzini di cibo (per disgustare le truppe e evitare che sequestrassero loro il cibo), ballare, toccare i genitali degli stranieri, fare scherzi. Il resto veniva lasciato all’immaginazione degli abitanti. Questi apprezzarono l’idea e agirono seguendo i suggerimenti, e quando i conquistatori giunsero in città, tutti i residenti si comportarono da pazzi, mettendo in piedi uno spettacolo che disgustò le forze sopraggiungenti e ritardò l’assedio della città. Gli effetti comunque non furono a favore della cittadinanza, poiché i romani governarono in seguito la città per decenni."
Il buon Enzo mi “sfida a questa follia, certo che (sono) così folle non solo da accettarla, ma da portarla a termine” e io non posso che ringraziarlo per la simpatica patente che mi conferisce. In effetti, non è che io mi ritenga particolarmente “folle”, ma non posso negare che quando quasi tutti intorno a te – a vari livelli e su questioni diverse – si comportano da matti scriteriati ed incoscienti, dire qualcosa di minimamente sensato e coerente ed andare contro corrente forse è proprio una pazzia! D’altra parte, per citare Erasmo: “…Dio ha ritenuto opportuno salvare il mondo per mezzo della follia, poiché esso non poteva venire redento per messo della sapienza…” (Erasmo da R. (http://it.wikisource.org/wiki/Elogio_della_Follia/Elogio_della_Follia).
Venendo al punto, penso di non essere abbastanza preparato in storia romana – e comunque, di avere a disposizione ben poche fonti documentarie – per affrontare una vera e propria ricerca su questo pur  “intrigante” episodio di resistenza assai poco…convenzionale all’occupazione straniera. Quel che è certo è che sono state scritte molte pagine sull’inventiva spontanea e creativa di popolazioni che dovevano respingere su un terreno diverso – non certamente militare, sia per scelta sia per opportunità – pesanti dittature e feroci occupazioni straniere. Lo stesso Antonino Drago, nel suo ottimo saggio sulla “Difesa popolare nonviolenta” (pp.60-65), si è soffermato sui precedenti storici della D.P.N., insistendo anche sull’inventiva di certe forme di opposizione, che scaturiscono solo che non ci si lasci prendere dalla pigrizia mentale di chi accetta la violenza come unica possibilità e non si mette neanche ad esplorare le alternative possibili.
Ebbene, in questo caso abbiamo un oggettivo precedente di una resistenza da parte dei cittadini di Homs i quali, più che lanciarsi in un’improbabile e perdente lotta armata contro l’esercito romano, provano a scansarne l’occupazione manu militari fingendosi pazzi e comportandosi da tali.
Non sappiamo quanto di vero ci sia in questa vicenda, ma è abbastanza sicuro che per diventare addirittura la fonte da cui è scaturita una tradizione popolare tuttora viva e vegeta (la citata “festa dei pazzi”) , qualcosa di simile deve pur essere accaduto.
Se esaminiamo il breve racconto, i verbi-chiave che ne emergono: (1) far sentire a disagio gli aspiranti occupanti ; (2) disgustare le forze sopraggiungenti; (3) ritardarne l’occupazione. I singolari espedienti escogitati dalla gente di Emesa/Homs, infatti, puntano a sconcertare, disturbare e ridicolizzare gli invasori, mandando “l’immaginazione al potere”, come si diceva una volta, allo scopo di spiazzarne la bellicosa sicumera. E’ proprio quello che le tecniche di D.P.N. prevedono, in quanto le pratiche di sabotaggio, boicottaggio, non-collaborazione, “distrazione” e messa in crisi della sicurezza dell’avversario hanno in comune il ricorso alla forza di menti creative contro la brutalità di chi confida solo nelle sue forze…armate.
In particolare, gli Emesani decisero di puntare la loro guerra psicologica sul terreno del fastidio-ribrezzo, mirando a “schifare” i Romani con atti decisamente provocatori ma, al tempo stesso, sconcertanti e “spiazzanti” in quanto non apertamente aggressivi. 
Purtroppo per loro, l’espediente ritardò soltanto la conquista romana, che peraltro si prolungò per sette secoli. Pompeo – come ci racconta disinvoltamente l’amico-nemico Cesare nel III libro del De Bello Civili – ebbe il tempo di preparare la sua “campagna asiatica” “…senza azioni di disturbo da parte del nemico” e di portarla avanti grazie alla grande flotta che aveva raccolto e che, dopo la sua conquista di quei territori, gli consentì di “ [riscuotere] le grandi somme imposte in Asia e in Siria a tutti i re, dinasti e tetrarchi […] e si era fatto inoltre versare le grandi somme che le compagnie di pubblicani avevano esatto nelle province che egli occupava”.
A questo punto vale la pena di fare tre considerazioni:
1.      Sebbene fare “cos’’e pazze” non servì ai Siriani di Emesa per evitare la pesante ed onerosa dominazione romana, sembra proprio che riuscì ad intaccare, sia pure per breve tempo, la granitica arroganza militare dei Romani, grazie allo sberleffo creativo ed alla resistenza spontanea e disarmata dei suoi cittadini.
2.      La compattezza con la quale essi risposero all’appello del loro consiglio cittadino, poi, appare un’ulteriore dimostrazione che non si trattò di un episodio insignificante e limitato, bensì di una scelta tattica ben precisa ed organizzata.
3.      Il ricorso al “corpo” ed alla sua sconcertante carica provocatoria (mangiare in modo disgustoso, defecare dove sono custoditi i viveri, toccare provocatoriamente i genitali degli stranieri e compiere altri “scherzi” di tal natura…) mi sembra infine una sorta d’allegoria della difesa senza armi, per così dire “a mani nude”, in quanto oppone la fisicità (e al tempo stesso la fragilità) del corpo dell’aggredito alla forza “armata”dell’aggressore.
Non so se riuscirò mai ad approfondire la ricerca su questa singolare e significativa vicenda di 21 secoli fa, ma ringrazio l’amico Enzo Delehaye per avermi dato la possibilità di riflettervi e di condividere con altri amici queste mie brevi e provvisorie considerazioni.