EDUCARE. E’ UNA PAROLA…

CAXAGQXFCAH10AF6CARKIQEBCABLRO4VCAUEJKRTCAVL6WK7CA1UL78HCALAVV0ICAZIRKG0CAUY24H4CAQ6PY07CASR46SKCAGG4D51CACC3CMPCA1OX6KKCAK6NA0Adi Ermete Ferraro

 

Capita spesso di assistere o partecipare ad incontri, lezioni o dibattiti in cui si discuta di educazione, della sua natura, della sua crisi e delle sue possibili prospettive. Ciascuno di noi, del resto, ha un’idea più o meno precisa di ciò che questa parola vuole indicare, cioè dei contenuti e delle modalità di quel processo chiamato appunto “educazione”. Certo, basta spostarsi un po’ dalla forma base del termine, ad esempio usando termini derivati come l’aggettivo “educato”, perché l’area semantica evocata si allarghi e si sposti dal suo baricentro, ma è indubbio che l’idea-base di educazione sia generalmente considerata abbastanza chiara in sé.

Anche un ragazzo, o una persona non particolarmente colta, crede di sapere di che cosa si sta parlando, eppure basta che si cominci a studiare e ad approfondire il discorso per accorgsi che, paradossalmente, le idee diventano meno chiare, avvolgendo progressivamente lo stesso concetto di “educazione” in un involucro teorico complesso e, talvolta, perfino ambiguo.

Qualunque manuale o dizionario enciclopedico, d’altra parte, ci suggerirebbe di partire dall’etimologia latina di questa parola, composta dal prefisso “e/ex” (che indica sostanzialmente “fuori”) e dalla radice indoeuropea “DEUK”, da cui il verbo “ducere” ed il sostantivo “dux”. La forma “ducare” viene chiamata dai linguisti “intensiva-durativa” e conferisce all’azione di “guidare” una sfumatura di persistenza nel tempo, caratterizzandola come un processo.

Basta consultare un dizionario della lingua latina per scoprire che il significato-base di questo termine così centrale è quello di “estrarre”, “tirare fuori”, “far uscire”, “tirar su”, nella misura in cui il prefisso caratterizza l’azione come un movimento da dentro a fuori e dal basso verso l’alto. Educare, pertanto, indicherebbe un processo di “estrazione” dall’educando di qualcosa che sarebbe già dentro di lui, consentendogli quanto meno di far emergere idee, sensazioni e sentimenti che, in caso contrario, resterebbero chiusi dentro, bloccati o comunque latenti.

Non ho la minima intenzione d’invischiarmi in una discussione sulla validità o i limiti di una visione “innatista” dell’educazione, troppo lunga e complicata per poter essere affrontata e liquidata in poche battute. Quello che è certo è che le più moderne scuole pedagogiche hanno generalmente insistito sulla necessità di mettere da parte le tradizionali teorie, che vedevano l’educando come una scatola vuota da riempire o l’oggetto passivo dell’azione formativa dell’individuo da parte della comunità. Per contro, hanno posto l’accento sull’esigenza di dare spazio alla personalità ed alle caratteristiche individuali della persona da educare, aiutandola sostanzialmente a “tirar fuori” da sé un patrimonio in parte ereditato geneticamente ed in parte costruito dall’esperienza.

Tutto ciò è molto bello e sostanzialmente condivisibile. Il guaio è che l’affermazione iniziale finisce troppo spesso con l’essere contraddetta da quelle successive e deformata da luoghi comuni, tendenze mai sopite e da comprensibili preoccupazioni di natura sociale e culturale.

 

Per prima cosa, penso che bisognerebbe stare attenti alla traduzione di quel verbo “ducere”, evitando di scambiare una generica azione di tirar fuori o portar fuori qualcosa con quella, più qualificata e caratterizzata dalla radice lessicale, di “guidare” tale processo di “estrazione”. A meno che non si abbia una concezione del tutto positiva ed ottimistica della natura umana, infatti, mi sembra evidente che “educare” non può essere considerato un indistinto intervento per agevolare la fuoriuscita, per così dire, di ciò che si trova e/o si è stratificato nella mente e nella coscienza dell’educando. Nessuna risorsa naturale nascosta sotto terra, del resto, può essere portata alla luce senza produrre effetti collaterali; senza cioè che l’estrazione di ciò che è positivo e utile sia accompagnata da elementi e fenomeni molto meno positivi se non dannosi.  Scorie, gas e materiali nocivi, per restare nella metafora, si nascondono anche nel cuore e nella mente di chi si vuole “educare”.  Basta ricordare le parole del Vangelo per comprendere come non ci si possa limitare all’aspetto esteriore della formazione (tradizioni, usi e prassi consolidate), ma ci si debba preoccupare dell’interiorità. Essa, però, non può emergere senza limiti, visto che, secondo l’espressione di Gesù: “ Non c’è nulla che fuori dall’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro” (Mr  7,14) . Concetto ulteriormente chiarito dall’evangelista Matteo quando fa aggiungere al Maestro: “Dal cuore infatti provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie…” (Mt 15,19).

Ecco perché questa “emersione” dovrebbe essere guidata e non lasciata al caso, allo stesso modo in cui qualsiasi risorsa o energia non può essere fatta sprigionare dalla terra senza limiti, col rischio che diventi qualcosa di dirompente, esplosivo e devastante. La pedagogia contemporanea invece – fraintendendo il positivo appello di autori precedenti alla “liberazione” dell’educando da condizionamenti ed altre forme di repressione della personalità – ha diffuso una concezione individualistica e libertaria dell’educazione, prescrivendo di fatto ogni limite ed argine all’emersione di pulsioni emotive e convinzioni consolidate dal fatto stesso di vivere in un determinato ambiente socio-culturale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti ed è altrettanto evidente che il proliferare di dibattiti sul futuro dell’educazione risente di una situazione critica, caratterizzata da una sostanziale anomìa pedagogica, che non ha fatto altro che sviluppare, e al tempo stesso giustificare, nelle nuove generazioni  i peggiori impulsi individualistici ed asociali.

 

Dopo secoli di tranquilla navigazione nel mare dell’IN-DUCAZIONE – da intendersi come imposizione ai minori di modelli culturali e sociali ed indottrinamento dall’esterno, ivi compresa una “istruzione” troppo spesso vista come puro e semplice riempimento della mente infantile con contenuti di per sé validi e indiscutibili  – dal ‘700 in poi ci si era trovati ad approdare sull’isola beata dell’E-DUCAZIONE. L’esplorazione di questa terra – nuova quanto selvaggia – ha riservato però sorprese poco positive a chi pensava che bastasse eliminare ogni sorta di re-pressione sociale per veder scaturire da sotto terra solo tesori nascosti e risorse preziose. La contraddizione fondamentale nasceva dal fatto che ogni società utilizza l’educazione come mezzo per consolidarsi, validarsi e perpetuarsi, controllando gli elementi che ne minacciano la stabilità ed integrità ed espungendo quelli più dannosi, proprio come gli anticorpi fanno con gli agenti patogeni esterni.

Ecco che, pur senza abbandonare la visione ottimistica dell’e-ducazione come modo per dare libera espressione alla personalità, si è cercato di porre degli argini allo straripamento di un’individualità poco gestibile e  talvolta negativa nelle sue manifestazioni più estreme. Le più comuni dottrine sociali, infatti, si presentavano comunque come “Weltanshauung”, ossia come visioni globali del mondo. Ciò ha comportato per molto tempo che l’educazione tenesse conto dei valori positivi da promuovere, ma anche di quelli negativi da scoraggiare, in vista del bene della collettività. Le stesse ideologie dell’Ottocento – come il marxismo e l’idealismo liberale – non si presentano certamente come neutre nei riguardi della formazione delle nuove generazioni, per cui i rispettivi modelli pedagogici risentivano di una selezione a priori dei contenuti e delle forme del processo educativo.  E’ giunto allora il momento dell’AB-DUCAZIONE, cioè del tentativo di correggere, di distogliere i minori da tendenze negative, per mezzo di un’educazione improntata ai nobili valori ed ai buoni sentimenti, egregiamente esemplificata da un testo famoso come“Cuore” di De Amicis. La PER-DUCAZIONE ha costituito, specularmente, il tentativo delle agenzie educative – dalla famiglia alla scuola, fino alla parrocchia ed al partito- di persuadere i soggetti da formare della bontà del modello da loro proposto, evitando la durezza normativa della prima soluzione ma anche l’eccessivo lassismo e spontaneismo della seconda. Un’ultima strada- percorsa soprattutto dai regimi meno aperti e più intolleranti del dissenso – è stata quella della CON-DUCAZIONE, consistente nell’annullare l’individuo inserendolo in un gruppo omogeneo –  di natura rigida e spesso paramilitare – che ne condizioni stabilmente i comportamenti, scoraggiando ogni difformità che possa stonare minimamente in quest’artificiosa con-sonanza.

 

Il dilemma però resta sempre lo stesso: l’educazione deve servire a riportare l’individuo nei confini della cultura e delle norme collettive della società, oppure deve sviluppare negli individui potenzialità e diversità, a rischio di comprometterne la coesione e la stessa sopravvivenza? Insomma: è da considerare buono e positivo ciò che una comunità ritiene tale, oppure bisogna lasciare il singolo libero di maturare convinzioni del tutto personali, di cui la sua comunità può solo prendere atto? Ovviamente la radicalizzazione delle posizioni non aiuta a trovare la soluzione più giusta, costringendoci invece a stabilire una gerarchia ed a consolidare il conflitto tra singolo e collettività, perdendo così di vista l’ovvia considerazione che la seconda non esiste senza i primi e che questi non possono mai prescindere dal loro contesto sociale.

Il principio dell’educazione nonviolenta – da Tolstoi a Gandhi, da don Milani a Capitini, da Illich a Dolci – è fondato sul superamento di questa dannosa antinomia, a partire dall’abolizione  degli storici steccati fra prassi e teoria, lavoro manuale ed intellettuale, classi dominanti e subalterne, persone colte e persone da formare, obbedienza e disobbedienza. La pedagogia nonviolenta ha proposto un modello che fosse in linea con la concezione della stessa nonviolenza. Il gandhiano “satyagraha” si fonda, infatti, su cinque pilastri: l’astensione dalla violenza; la disponibilità al sacrificio, il rispetto per la verità; l’impegno costruttivo e la gradualità dei mezzi. Tradotto in linee pedagogiche alternative, ciò significa che educare qualcuno:

o       non deve mai trasformarsi in un atto di violenza, diretta o indiretta;

o       non deve sacrificare l’educando alle esigenze ed alle finalità dell’educatore, ma richiede piuttosto che quest’ultimo partecipi al processo, mettendosi personalmente in discussione ed accettandone le frustrazioni;

o       non deve basarsi su una concezione relativistica ed anomica dell’educazione, poiché la Verità non è irraggiungibile, ma qualcosa di cui si deve restare alla continua ricerca e che va scoperto attraverso un processo di “coscientizzazione”;

o       non deve costruire il rapporto educativo sulla negazione o cancellazione dei valori e delle convinzioni altrui, ma dovrebbe invece sviluppare modalità costruttive e positive per risolvere i conflitti, senza esorcizzarli a priori;

o       non deve presumere che l’educazione sia qualcosa di oggettivo, stabile e definito una volta per sempre, ragion per cui è fondamentale la scelta delle metodologie e la gradualità dei mezzi adottati in tale processo.

 

Insomma, se davvero vogliamo uscire dal dilemma tra una formazione indotta dall’esterno ed un’educazione che pretenderebbe di dare libera espressione all’individualità, penso che sia necessario procedere in modo flessibile e sperimentale, imitando l’umiltà di Gandhi, che definì sempre la sua visione e la sua stessa proposta in termini di “esperimenti con la verità”.

Onestamente, ne abbiamo abbastanza di concezioni standardizzate, che si rivelano sempre e comunque insufficienti e datate. E questo sia che si tratti d’impostazioni pedagogiche autoritarie e tradizionali sia che siano in gioco quelle considerate “moderne”, sebbene ormai già superate da una visione grettamente utilitaristica, individualistica e produttivistica del processo formativo.

Chi, come me, vive quotidianamente le contraddizioni di una scuola alla quale si chiede di tutto, ma che ha da tempo perso il senso più profondo della propria funzione, non può fare altro che cercare di svolgere il proprio compito nel modo più coerente possibile, proponedo l’educazione in primo luogo come un rapporto costruttivo, creativo, aperto. Certo, questo significa scontrarsi in primo luogo contro la natura “istituzionale” della formazione scolastica, sospesa da anni tra l’insopportabile normatività e prescrittività dei vecchi tempi e la non meno intollerabile vaghezza e decostruttività pedagogica degli ultimi decenni, caratterizzati più dalla volontà di distruggere certezze che dalla voglia di costruirne di nuove.

Se qualcuno dovesse chiedermi, oggi, che cosa vuol dire per me essere un educatore, allora, penso che mi limiterei a rispondere che educare s’identifica soprattutto con l’ “I CARE” di don Milani, poiché vuol dire soprattutto aiutare le nuove generazioni a stabilire ponti di comunicazione e canali di espressione tra individui e tra questi e la collettività, nel rispetto delle differenze ma anche costruendo insieme una comunità degna di questo nome.

 

© 2009 Ermete Ferraro

  

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DI ERMETE FERRARO

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The 10 Key Values of the U.S. GREENS
The Charter of European Greens Charter(Geneva 2006)
The Charter of Global Greens(Canberra 2001)
Saggezza ecologica
 
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Giustizia sociale
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Democrazia partecipativa
Nonviolenza
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# 1 – Alle radici dell’essere "verdi"
Ho elaborato questa semplice tabella per raggruppare e sistemare sinotticamente i principi ispiratori delle tre federazioni internazionali dei movimenti e partiti Verdi: a livello americano, europeo e globale. Certe volte, infatti, è necessario ricorrere a strumenti semplici e non equivoci come questo, quando ci si trova ad assistere ad un dibattito, spinoso quanto scorretto, come quello che riguarda l’identità dei Verdi italiani, e quindi potenzialità e prospettive di una visione ecologista che è stata sempre caratterizzata da un pensiero globale incarnato in un’azione locale.
Il guaio è che la Federazione dei Verdi sembra ormai paralizzata da una profonda crisi d’identità e i vari “personaggi” che dovrebbero rappresentarla vagano sulla scena come se fossero ancora “in cerca di autore”. Però, a dire il vero, più che ad un dramma pirandelliano sembra purtroppo di assistere ad una farsa o ad una vecchia pochade, piena di equivoci e di gente che entra ed esce dalla scena senza incontrarsi, facendosi ridere il pubblico alle spalle.
Nemmeno i più pessimisti avrebbero immaginato che potesse cadere talmente in basso quella che per molti, me compreso, era stata la grande “speranza verde” in una politica ecologica, capace al tempo stesso di realizzare l’ecologia della politica. Eppure quella speranza è stata fin dall’inizio tradita e strumentalizzata da chi avrebbe dovuto rappresentarla sul già triste, talvolta osceno, palcoscenico della politica italiana, trasformando il sogno di un’alternativa ecologista, sociale e pacifista nell’incubo di un partitino rissoso e minoritario. L’ennesimo soggetto politico privo di democrazia interna e di radicamento sul territorio, preoccupato di soffocare ogni segnale di coerenza e di ricerca dell’alternativa pur di non compromettere seggi e strapuntini elettorali e di non disturbare i “manovratori” di troppe equivoche giunte locali e regionali. Poi c’è stata la stagione degli apparentamenti e delle coalizioni, tutti rigorosamente decisi al vertice e altrettanto decisamente sconfitti dal responso delle urne. L’ unico risultato conseguito, pertanto, è stato quello di perdere non solo le elezioni, ma la stessa identità ed identità della proposta Verde, scoloritasi al punto tale da diventare oggettivamente indecifrabile e da non riuscire a giustificare l’esistenza stessa di un soggetto verde sulla scena politica nazionale.
 
# 2 – Affondare o rifondare i Verdi?
L’ultima Assemblea dei Verdi italiani ha riservato agli stanchi e disincantati spettatori della politica nostrana un ulteriore “coup de scène”, capovolgendo gli equilibri interni e spostando il consenso – sia pure in modo risicato e piuttosto sospetto – dalla linea francescatiana della confluenza totale in “Sinistra e Libertà” alla bonelliana “riscossa ecologista”, fondata sul lancio di una “costituente verde”.
Chi aveva conservato un “cuore verde” – pur se messo a dura prova da decenni d’insopportabili tradimenti ed incoerenze – aveva cominciato ad esultare, ma l’incantesimo è durato poco e ci è subito accorti che stava approssimandosi un’altra delusione. Bastava infatti ascoltare o leggere le prime dichiarazioni del nuovo presidente dei Verdi per farsi un’idea di cosa si sta prospettando.
L’obiettivo, secondo Angelo Bonelli, sarebbe quello di "creare una formazione ecologista post-ideologica. La questione della centralità ambientale, della tutela della salute, anche la realizzazione di nuovi posti di lavoro, riguarda tutte le famiglie italiane. Vogliamo rompere i confini ideologici e creare una forza ecologista che sia trasversale e parli a tutti.[…] Se in Italia i Verdi non hanno raggiunto i livelli degli altri paesi, come la Francia è perché qui abbiamo parlato solo con una parte ideologizzata della società…”. [AGI 12 OTT 09].  Gli ha fatto eco Marco Boato, dichiarando che: “…siamo di fronte al rischio reale di una loro (dei Verdi) scomparsa, di un loro suicidio programmato, dopo troppi anni in cui si sono fatti ricomprendere nell’ambito della estrema sinistra, della “sinistra radicale”, accomunati sistematicamente per anni nei mass media alle formazioni comuniste e neo-comuniste. […] I Verdi sono nati proprio sulle ceneri delle ideologie totalizzanti degli anni 70 […] mettendo in discussione le identità ideologiche di origine ottocentesca e del Novecento […] all’insegna della trasversalità in rapporto all’intera società civile e …del rapporto con la politica e le istituzioni a partire non da una collocazione precostituita, ma dalla capacità di dare priorità alla questione ecologica, centralità alla questione ambientale…”  [http://www.terranews.it/news/2009/10/siamo-al-bivio-scomparsa-o-rilancio-ecologista].
A questo punto, chi come me dalla metà degli anni ’80 ha contribuito a far nascere e diffondere localmente quel soggetto politico verde, pur essendosene allontanato da oltre un decennio, non può fare a meno di chiedersi di cosa diavolo stiamo parlando e, soprattutto, se parliamo per capirci o per confonderci ancor di più le idee… Un ottimo sistema per mistificare la realtà è presentare mezze verità, mescolando cose vere e false, per conferire ai discorsi una discutibile linearità logica. E’ senza dubbio legittimo rivendicare la proposta Verde come qualcosa di profondamente originale e, per certi versi, alternativo alla sclerotizzazione delle vecchie ideologie del secolo scorso. Altro è blaterare di “formazione post-ideologica” e di assurda “trasversalità politica”, usando la “centralità della questione ecologica” come comodo passepartout per aprire tutte le porte senza però compromettersi con nessuno.
Eppure basterebbe dare un’occhiata alla tabella che ho presentato in apertura per rendersi conto che l’identità dei Verdi – a livello globale – è all’opposto di questa visione riduzionista ed opportunista dell’ecologismo. Ne deriva che affermare pragmaticamente che, in nome dell’ecologia, si possa dialogare con qualsiasi interlocutore sia da considerarsi frutto d’ignoranzao di malafede. Lo stesso concetto scientifico di “ecologia”, infatti, è caratterizzato dall’interdipendenza fra vari fattori, per cui un “ecologismo debole” – attento solo a strizzare l’occhio alla green economy e ad altre versioni soft e trendy dell’ambientalismo –  mi pare una soluzione equivoca e di fatto contraddittoria. Esorcizzare tout court il concetto stesso di “ideologia” come inutile fardello intellettuale o moralistico – come si è fatto in questi ultimi decenni – ha trasformato la politica in un’insopportabile e indigeribile miscuglio di banalità ed ambiguità, privando le persone di ogni prospettiva globale, collettiva e futura. Esorcizzare le ideologie, quindi, ha spianato pericolosamente ogni identità e diversità, impoverendo il confronto politico nel mentre ne personalizzava pericolosamente le scelte.
# 3 – La globalità dell’alternativa ecologista
 
Se è vero – come recita la definizione del Dizionario Italiano Ragionato (DIR) – che il termine “ideologia” indica “…il complesso sistematico di idee e principi che costituiscono il fondamento teorico di una dottrina, di un movimento culturale e politico, con un carattere normativo per quelli che vi aderiscono” , mi sembra evidente che quella Verde ne è un ottimo esempio. I suoi “valori chiave”, infatti, non sono un elenco di principi astratti e slegati tra loro, ma ipotizzano un modello di società profondamente diverso rispetto a quello cui ci siamo purtroppo assuefatti, proprio grazie alla scomparsa di ogni prospettiva realmente “alternativa”. Dare “priorità” e “centralità” alla questione ecologica, infatti, non significa estrapolarla da un contesto globale per andare a vendere il proprio “prodotto” su qualunque mercato. Vuol dire, al contrario, fare delle problematiche ambientali il cuore di una proposta complessiva, sistematica, che dia una risposta diversa alle ingiustizie, ai conflitti armati, allo sfruttamento delle risorse naturali e a quello degli esseri umani. L’alternativa dei Verdi – se le comuni dichiarazioni programmatiche hanno ancora un senso – risiede nel proporre una visione globale, in cui la tutela e promozione dell’ambiente è sì centrale e fondamentale, ma proprio perché essere ecologisti significa essere promotori di giustizia sociale, di democrazia partecipativa, di nonviolenza attiva e di uguaglianza di genere. Tutelare il valore della diversità, perseguire uno sviluppo la cui sostenibilità sia fondata sulla responsabilità dell’uomo verso le generazioni future e verso la stessa natura di cui facciamo parte, allora, non può diventare una scusa per occuparsi solo di mutamenti climatici, parchi naturali ed energie alternative, chiudendo gli occhi di fronte a ingiustizie e violenze. E questo per la semplice ragione che alla radice dello sfruttamento ambientale ci sono le stesse motivazioni, scelte e atteggiamenti su cui si fonda quello dell’uomo sull’uomo e/o di un genere sull’altro.
Tre decenni di esperienza personale come attivista per la pace, operatore sociale e militante ecologista mi hanno insegnato quello che già confusamente intuivo da sempre: non ci può essere né pace né giustizia in un mondo in cui si calpesta l’ambiente in cui si vive. Il fatto di essere anche un cristiano mi conferma in questa prospettiva, in cui la nonviolenza e la ricerca di rapporti più giusti si fonde necessariamente con la salvaguardia dell’integrità del creato. Una prospettiva in cui, viceversa, sarebbe da iprocriti preoccuparsi della sopravvivenza di specie animali e vegetali senza impegnarsi per la dignità di ogni persona umana e per l’abolizione della violenza come soluzione unica dei conflitti. Ebbene, se essere Verde significa abbracciare in un unico impegno il perseguimento di tutti i 10 principi ricordati nei documenti istitutivi richiamati sopra – ivi compreso quello per una democrazia decentrata, partecipativa e ‘dal basso’ – io continuo ad esserlo fino in fondo. Dobbiamo piuttosto interrogarci su quanto lo siano quelli che di questo aggettivo credono di possedere il copyright, e con esso il diritto di cucirsi addosso un ecologismo a loro immagine e somiglianza, con la preoccupazione di salvaguardare se stessi ed il proprio futuro in un quadro politico generale sempre più deprimente.
                                                                                (c) 2009 Ermete Ferraro

SANTI …SUBITO?

 
CAXAGQXFCAH10AF6CARKIQEBCABLRO4VCAUEJKRTCAVL6WK7CA1UL78HCALAVV0ICAZIRKG0CAUY24H4CAQ6PY07CASR46SKCAGG4D51CACC3CMPCA1OX6KKCAK6NA0A“Vieni avanti, chrètien! s’intitolava un “post” – pubblicato sul mio blog a febbraio 2008 – nel quale, prendendo spunto dalle Beatitudini, riflettevo sulla necessità di vivere il cristianesimo come qualcosa di profondamente contrastante con le più radicate e diffuse convinzioni circa le condizioni per raggiungere la felicità. Il fatto che il termine francese “chrètien” (cristiano) fosse diventata molto presto un’offesa (“cretìno”), infatti, mi sembrava che la dicesse lunga sull’idea che i non credenti si erano fatti di chi, secondo loro, aderiva assurdamente ad una fede irrazionale.
Oggi, in occasione della ricorrenza della festività di “tutti i Santi” – messo finalmente da parte lo stupido chiacchiericcio su “Halloween” e i suoi rituali pagano-mediatici – mi sembra il caso di riflettere un po’ più profondamente sul concetto stesso di “santità”. In quel mio precedente intervento partivo dal termine greco “makàrios” – tradotto in italiano con “beato” – e sulla sua somiglianza con l’ebraico “meushàr” (che significava: approvato, felice). In particolare mi soffermavo sull’espressione augurale “magàri” che, rapportata al testo delle “beatitudini”, sembrerebbe in stridente contrasto con i guai che quasi sempre derivano, allora come oggi, dal seguire Gesù Cristo sulla difficile via della mitezza, dell’umiltà, della misericordia, della purezza di cuore e dell’operare per la pace. Del resto, non si può negare che essere poveri, afflitti, affamati e perseguitati non coincide affatto con la nostra idea di “felicità”, per cui lo stesso san Paolo affermò che: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stoltezza per confondere i sapienti; Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignorabile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono…" (I Cor 1,27ss).
Ecco perché, se ci soffermiamo sul concetto di “santità” e di “sacro”, la necessità di una “metànoia” (cioè di una “conversione”, di una svolta radicale rispetto a ciò che abitualmente di crede e si fa per raggiungere la felicità) risulta evidente. Entrambi i termini italiani ci riportano alla comune radice latina “sac”/”sanc” , derivante a sua volta da quella indoeuropea “sak”-“sag”, che significava sia “attaccarsi, avvincersi, aderire a qcn”, sia “seguire, ossequiare qcn” . Nella fattispecie, quel Qcn. cui aderire, Colui che il “santo” deve seguire è proprio Dio, le cui vie sono però profondamente diverse da quelle che siamo abituati a percorrere.
La radice della parola greca equivalente “hàghios”, del resto, risale al verbo “hàzomai” (rispettare, venerare) ma, come nel caso di “makàrios”, la trascrizione italiana di grafemi stranieri si è prestata a qualche equivoco. Il fatto che sovente si scrivesse “àghios” piuttosto che “hàghios”, ad esempio, ha portato qualcuno a dare a questa parola il senso di negativo di “non terreno” (alfa privativa + gàios), come se i santi fossero da considerarsi persone dell’altro mondo, praticamente degli extraterrestri… Un equivoco molto simile è stato generato dalla difficoltà di rendere graficamente in italiano la differenza fonetica in greco tra “κ” e “χ”, per cui l’aggettivo “makàrios” (beato) è stato spesso fatto risalire etimologicamente a “machaira” (lama, coltello per tagliare), evocando l’idea di qualcuno “tagliato fuori” dalla vita ordinaria. La stessa parola latina “sacer” è stata talvolta riportata alla radice indoeuropea “sek”, proprio nel senso di tagliare, separare.
A questo genere d’interpretazione contribuisce anche il termine ebraico vetero-testamentario corrispondente (“qadosh”), che implica proprio il concetto di “separazione”, in quanto il popolo d’Israele sarebbe stato “messo da parte” da Dio per “consacrarlo”.
Insomma, l’’immagine che ne esce della santità è quella di qualcosa che riguarda persone prescelte e chiamate a ciò, o comunque eccezionali, distaccate dal “mondo” perché consacrate a Dio ma, proprio per questo, lontanissime da noi e dalla nostra vita ordinaria e quotidiana. Bisogna ammettere, poi, che la Chiesa – o meglio, le Chiese – non hanno fatto molto per contrastare questa concezione. Non importa se ciò sia da ricondursi alla visione “ascetica” tipica dei cristiani d’Oriente, o alla tradizionale venerazione cattolica nei confronti dei Santi, troppo spesso trasformata in una sorta di “culto” parallelo, oppure ancora alla concezione pessimistica delle chiese riformate, per cui solo la grazia divina può santificare le nostre esistenze da peccatori.
Quello che è certo, però, è che da 40 anni, cioè dalla fine del Concilio Vaticano II, si parla ormai   di una “santità” cui tutti i cristiani sono chiamati. E’ proprio nella costituzione conciliare “Lumen Gentium”, infatti, che troviamo affermato con molta chiarezza che: “…tutti i seguaci di Cristo, anche i laici, sono chiamati alla perfezione della carità  […] E impegno per la perfezione cristiana significa cammino perseverante verso la santità . […] Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato la santità  della vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: "Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste" (Mt 5,48) […] Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità ». (LG 40).
Per citareil compianto Giovanni Paolo II, quindi: "La consegna primaria che il Vaticano II ha affidato a tutti i figli e tutte le figlie della Chiesa è la santità (…); la tensione alla santità è perciò il fulcro del rinnovamento delineato dal Concilio" (Giovanni Paolo II, Allocuzione, 29-III-1987).
Ma allora, se siamo chiamati tutti – proprio tutti/e – alla santità, non possiamo più far finta di non essere in grado di percorrere la difficile strada indicataci da Gesù con le Beatitudini. Essere umili, miti, puri, misericordiosi e pacifici, di conseguenza, non è una vaga indicazione riservata a pochi eletti, ma piuttosto una scelta che ci tocca direttamente, qui e ora.
Ma ecco che, parlando di santità “ordinaria” e/o “quotidiana”, alcuni si sono lasciati trasportare forse un po’ troppo nell’eccesso opposto. Se è perfettamente vero, infatti, che essere santi è qualcosa che ci riguarda personalmente e in modo non “straordinario”, credo però che talvolta si sia corso il rischio di una banalizzazione del termine, e quindi del concetto stesso di “santità”.
E’ certamente giusto ricordare ad ogni cristiano che la sua chiamata ad essere santo passa anche per la vita di tutti i giorni e che può esplicarsi non solo nella fede, ma anche nel lavoro, nell’impegno sociale o in quello culturale. E’ opportuno chiarire che anche una casalinga o un meccanico possono “santificare” ciò che fanno ogni giorno, anche se non riveste alcun carattere di straordinarietà. Bisogna però stare attenti a non scivolare in una visione troppo semplificata di questo cammino verso quella “perfezione” cui siamo comunque chiamati, poiché quella che il Papa chiamava “tensione alla santità” è un presupposto, una potente molla interiore che ci spinge in quella direzione, ma che troppo spesso è sovrastata dal richiamo ad una realizzazione assai più terrena o, per usare un’espressione idiomatica, molto “terra terra”.
Il vero cristiano, in definitiva, non è chi aspira asceticamente ad una santità intesa come perfezione irrealizzabile e ultraterrena, ma neppure chi la confonde la tranquilla beatitudine quotidiana di chi non è messo alla prova dalle difficoltà e dal dolore. La santità, insomma, non può e non deve essere riservata a pochi supereroi, ma non può neanche essere presentata come se si trattasse di una strada liscia, da percorrere in “santa pace”. E questo perché lo stesso Gesù ci ha ammonito ad entrare per la “porta stretta” ed a passare per la “via angusta” (vedi Mt 7, 13-14 e Lc 13,24) e, nello stesso discorso sulle Beatitudini, non ci ha nascosto che il prezzo della nostra scelta potrebbe essere una situazione di povertà, di afflizione, e di persecuzione.
Essere santi, allora, deve essere qualcosa cui tutti dobbiamo tendere, ma che implica delle scelte niente affatto facili e scontate e richiede un modo di ragionare che a tanti suona ancora pura follia o, per citare ancora san Paolo, “stoltezza”. Quello che è certo è che dobbiamo smettere di cercare i Santi solo sugli altari, magari per propiziarceli paganamente con litanie e candele, e che dovremo provare a diventare anche noi…santi subito!