LA LEZIONE DI SYRIZA

Lo slogan elettorale di SY.RIZ.A. – la Coalizione della Sinistra Radicale che si è presentata alle ultime elezioni politiche in Grecia – è: “Ανοιγουμε δρομο στην ελπιδα”, che significa: “Apriamo la strada alla speranza”. E’ indubbiamente un motto difficile da far accettare a chi sta vivendo sulla sua pelle una crisi economico-politica particolarmente grave. Eppure, e proprio per questo, l’esortazione di SYRIZA a sperare in un vero cambiamento è stata accolta positivamente da oltre un quarto degli elettori greci, consentendo l’elezione di ben 71 deputati della Coalizione, che diventa il secondo partito nel Parlamento.

Non ho nessuna intenzione di lanciarmi in commenti su questa significativa svolta ellenica né voglio atteggiarmi a politologo senza averne la qualificazione. Da ecopacifista, però, non posso fare a meno di sottolineare come SYRIZA sia riuscita a far convivere le tradizionali istanze della sinistra socialista (giustizia retributiva, tassazione dei profitti finanziari, nazionalizzazione delle banche, abolizione dei privilegi fiscali, diritto alla salute per tutti, recupero dei contratti collettivi e lotta alla precarietà occupazionale etc.), con quelle dei movimenti per la democrazia dal basso e pacifisti (tutela dei diritti umani e socio-sanitari dei migranti, laicità dello stato, opposizione alla privatizzazione della sanità e dell’istruzione, diritto all’obiezione di coscienza, chiusura delle basi straniere ed uscita dalla NATO, taglio delle spese militari etc.).

C’è però un aspetto che non emerge dalla sintesi del programma in 40 punti, diramata da SYRIZA ed ovviamente ripresa da tutti i media, probabilmente senza nemmeno andarsi a guardare il programma originale: la posizione della coalizione della sinistra radicale greca sulle principali questioni ambientali. Anche i punti programmatici riguardanti la pace ed il disarmo, nella sintesi – pubblicata tra l’altro su: http://web.rifondazione.it/home/index.php/12-home-page/7794-programma-di-syriza  – risultano meno significativi, se estrapolati da un’impostazione più globale.

Sì, è vero. Il Programma elettorale pubblicato sul sito ufficiale di SYRIZA ( http://www.syriza.gr/ ) è scritto rigorosamente ed esclusivamente in lingua greca, elemento che non invita esattamente a cimentarsi in “versioni” in italiano, soprattutto in questi delicati tempi di maturità…  E’ pur vero che per capire qualcosa di più bisogna fare qualche piccolo sforzo e, in questo senso, un grande aiuto viene da programmi di traduzione rapida (seppur molto approssimativa) come Google Translator e simili, reperibili facilmente sul web.

I punti del corposo “programma” (sì, in greco di dice proprio così…) sui quali mi sono soffermato sono stati, ovviamente il n° 1 (Programma per la Politica Estera e di Difesa) ed il n° 7 (Posizioni programmatiche per l’Ambiente e la Qualità della Vita).  All’impostazione pacifista di SYRIZA avevo già accennato prima, citando i punti della sintesi che parlano – senza se e senza ma – di tagli alle spese militari, obiezione di coscienza, smilitarizzazione dei corpi di polizia, chiusura delle basi militari e fuoriuscita della Grecia dall’Alleanza Atlantica. Leggendo il testo integrale del programma, però, emergono aspetti più interessanti, fra cui la considerazione che in campo internazionale la diplomazia deve prevalere sui rapporti gestiti dalla Difesa, la difesa dei diritti del popolo palestinese, o anche il totale rigetto dell’idea stessa delle cosiddette “guerre umanitarie” o “per la democrazia”.  Al punto 6 di questo capitolo, ad esempio troviamo scritto: “Noi crediamo che la nuova dottrina della NATO e il piano per il cosiddetto “scudo antimissile” aumenti il rischio di guerra, in particolare nella nostra regione. La Grecia dovrebbe collaborare con altri paesi per impedire l’attuazione di questi piani. Perseguiremo il ritiro immediato della forza greca in Afghanistan e in altre missioni militari della NATO o dell’Unione Europea. Rimane stabile e irreversibile posizione strategica per noi la necessità di disimpegnarsi dalla NATO. Siamo consapevoli delle difficoltà di questa posizione. Ma crediamo che gli sviluppi internazionali confermano la correttezza della nostra posizione.”  Tale posizione di SYRIZA è del resto contenuta nel titolo stesso del capitolo sulla politica di difesa, che dovrà essere, appunto: “…nuova, indipendente, attiva e pacifica”

Dove invece la sintesi programmatica in 40 punti tace del tutto, mentre sarebbe stato opportuno  mettere in luce questi aspetti, è il citato settimo capitolo, dedicato alle questioni ambientali e relative alla qualità della vita, e quindi a quell’ecosocialismo che è di fatto una delle componenti fondamentali della coalizione greca.

Il primo paragrafo di questa trattazione, infatti, si apre con una frase emblematica: “L’energia è un bene comune” e prosegue indicando le priorità per una politica energetica eco-sostenibile, a partire dal risparmio energetico (“Il principale obiettivo della politica energetica è quello di risparmiare energia e aumentare l’efficienza energetica in tutti i settori”) e dalla pianificazione di risorse energetiche alternative (“In aggiunta a quanto sopra, SYRIZA / EKM s’impegna a sviluppare un programma a lungo termine di pianificazione energetica, per ridurre la produzione da combustibili fossili e le emissioni di gas serra e per la penetrazione delle fonti rinnovabili, al fine di diversificare radicalmente il modello energetico”).

Certo, il programma si sofferma soprattutto sugli aspetti sociali della questione energetica (prezzo popolare delle risorse, incentivi per i singoli e disincentivi per i grandi consumatori (“…la questione dei prezzi dell’energia per i consumatori residenziali deve essere determinato non dal mercato ma dalle priorità sociali…”). E’ però il caso di sottolineare che SYRIZA si caratterizza anche per una proposta autenticamente eco-sostenibile, facendo appello alle istituzioni accademiche, di ricerca e scientifico-tecnologiche affinché la Grecia possa dotarsi di un moderno sistema di produzione e distribuzione di energia, ricorrendo principalmente alle fonti rinnovabili e diffuse. E’ scritto infatti:

“In questo contesto, l’uso del suolo nelle zone rurali terrà conto della necessità di produrre energia da fonti rinnovabili, per quanto possibile, a seconda delle caratteristiche specifiche di ciascuna regione geografica, della necessità per la gestione e la distribuzione dell’energia prodotta inizialmente a livello locale, e parallelamente della necessità d’integrare tutte le varie unità decentrate nel sistema energetico nazionale  […] Nel complesso, si prescrive uno standard di autosufficienza energetica, di sicurezza e di gestione decentrata…”

Si tratta proprio delle priorità che da anni si sono dati gli ambientalisti italiani, ed in particolare noi del Comitato Campano che ha promosso la legge regionale popolare sulla cultura e diffusione dell’energia solare. L’autosufficienza energetica, unita con la gestione decentrata e ‘locale’ delle fonti naturali e rinnovabili, infatti, sono il punto centrale per chi vuole diffondere una visione totalmente alternativa, al tempo stesso rispettosa della natura e profondamente democratica.

Un altro punto importante, che troviamo nel programma di SYRIZA, è la: “…..ricerca e sviluppo di forme alternative di tecnologie delle energie rinnovabili e sistemi di stoccaggio dell’energia prodotta da sistemi solari ed eolici”,  poiché ogni comunità deve puntare all’autosufficienza energetica, evitando costosi ed inutili trasferimenti di energie lungo reti spesso lunghissime e fonte di enormi sprechi, oltre che occasione di accaparramento di risorse che sono di tutti.

Bene, ho la sensazione che se anche in Italia fossimo capaci di costituire una vera coalizione di forze alternative – socialiste autogestionarie, pacifiste ed ambientaliste – le cose potrebbero cambiare davvero, e nel senso giusto.  Purtroppo il quadro della nostra realtà politica è molto più desolante e deprimente ed anche chi, qui in Italia, inneggia all’esperimento di SYRIZA, in effetti si guarda bene dall’uscire dal proprio misero orticello elettorale.  Ma anche noi abbiamo diritto a quella “speranza” di cui la coalizione della sinistra radicale greca ha saputo farsi portatrice, perché un sistema finanziario multinazionale, strettamente legato al complesso militare-industriale, non si sconfigge certo col velleitarismo dei gruppuscoli o col cinico trasformismo dei partiti, ma piuttosto con un’ampia e significativa alleanza di chi crede ancora, e fermamente, nella giustizia, nella pace ed in uno sviluppo davvero ecologico.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

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L’OBSOLESCENZA DELLA NATO, UN RELITTO DEL PASSATO

Non capita tutti i giorni di aprire le pagine di TIME magazine e di trovarvi un articolo intitolato “Il declino dell’Occidente”  (http://www.time.com/time/subscriber/article/ 0,33009,2115075,00.html ).       La cosa che colpisce subito, per la sua chiarezza, è l’eloquente sottotitolo di questo breve saggio di Ishaan Tharoor, pubblicato il 28 maggio scorso : “Mentre la NATO si riunisce a Chicago, l’alleanza militare più grande del mondo sta svanendo nell’obsolescenza?”.

Opperbacco! – avrebbe esclamato Totò – ma pochi giorni fa la NATO non aveva forse festeggiato trionfalmente il suo 63° compleanno, e la sua portavoce europea non aveva augurato al Comando alleato di Napoli altri sei decenni di attività? Ebbene sì, secondo l’analisi del giornalista di TIME il mega-summit di Chicago e la stessa avveniristica e miliardaria edificazione di una nuova sede, in acciaio e vetro, di fronte al vecchio quartier generale alleato di Bruxelles, non sarebbero altro che l’immagine di ciò che la NATO “spera di diventare”, cioè una realtà “adatta alle esigenze del XXI secolo”. “Ma  il XXI secolo avrà ancora bisogno della NATO? – si chiede retoricamente Tharoor, continuando nel suo metaforico parallelo tra l’Alleanza Atlantica e la sua vecchia sede, definita “un grigiastro relitto di un’altra era, sopravvissuto alla Guerra Fredda ed alla disintegrazione dell’URSS”.

“La NATO è più rilevante che mai. E’ l’alleanza militare più forte e più di successo del mondo. Ed ora, di fronte alle nuove sfide per la sicurezza, noi l’abbiamo adattata “ – ha dichiarato all’intervistatore Anders Forh Rasmussen, il suo Segretario Generale “dagli occhi color cobalto”, che è poi passato a snocciolare i successi attribuibili agli interventi militari alleati in Libia, in Afghanistan, nel Kosovo, sulle coste della Somalia e nello spazio aereo sul Mar Baltico. Il redattore del TIME osserva però che questa è l’iimmagine dall’interno della NATO, mentre dall’esterno è quella di “…un’organizzazione che cerca una ragione per esistere. Ben lungi dal rappresentare la forza coordinata dell’Occidente, la NATO è diventata il simbolo della sua fragilità”. Il motivo di ciò, secondo Tharoor, va ricercato soprattutto nella crisi finanziaria, che ha provocato in Europa vari tagli ai bilanci della difesa, costringendo Washington a chiedersi se gli alleati d’oltre-oceano stanno facendo la loro parte, visto che gli Europei, nel caso della Libia, pur avendo “guidato la carica”, non avrebbero combinato nulla “…se gli Stati Uniti non avessero fatto il lavoro pesante dietro le quinte”.

Ora che l’Amministrazione Obama sta annunciando che i suoi piani strategici si stanno allontanando dallo scenario mediorientale e mediterraneo e che la spesa militare dei paesi asiatici si prevede superiore a quella dell’Europa, la NATO – afferma il giornalista senza tanti giri di parole – “sta diventando un relitto del passato […] Con gli europei impegnati a disputare a Chicago della “difesa intelligente” – uno slogan della NATO affinché i paesi di tutto il continente mettano in comune risorse militari in un’epoca di austerità – è chiaro che i tradizionali alleati occidentali degli USA cercheranno di fare meno con meno.”  L’analista della prestigiosa rivista americana, a tal proposito cita Ian Bremmer, un politologo della Columbia University che ha scritto un libro significativamente intitolato “Ogni nazione per sé: vincitori e perdenti nel mondo dei G-zero” , nel quale afferma che le questioni geopolitiche stanno diventando sempre più guidate dagli interessi dell’economia, piuttosto che da quelli della ‘sicurezza’.  La stessa “impotenza di fronte alla sanguinosa guerra civile in Siria” – insiste Tharoor – è la dimostrazione che la campagna militare in Libia era solo “…l’eccezione che non conferma alcuna regola”.

La conclusione dell’articolo è altrettanto dura verso chi s’illude – o comunque vorrebbe convincere gli altri – che la NATO abbia ancora un futuro davanti a sé.: “I difensori della NATO sostengono che l’Alleanza, in quanto gruppo di democrazie affini, ha quanto meno un ruolo ideologico. Ma altre democrazie in crescita, come l’India e il Brasile, hanno poco interesse a farsi immischiare in un’organizzazione creata durante la Guerra Fredda per rafforzare la politica estera degli Stati Uniti. Una retorica audace ed e una nuova fantastica residenza non cambieranno il fatto che, in definitiva, la sfida che la NATO sta fronteggiando non è quella di una chiara minaccia esterna, ma la sua stessa mancanza…”.
Che dire? Cosa mai si potrebbe aggiungere di fronte ad una diagnosi e ad una prognosi così spietate? La  crescente militarizzazione del territorio italiano da parte della NATO e degli Stati Uniti e la sua finalizzazione alla cosiddetta “difesa intelligente”, stando così le cose, appaiono ancor di più un demenziale, irresponsabile ed augurabilmente inutile spreco di denaro della collettività, solo per tenere in piedi un complesso militar-industriale affamato di commesse e privo di scrupoli.  Questo non significa affatto che la NATO non sia più una minaccia alla pace ed alla sicurezza e che i venti di guerra che stanno spirando in questi giorni siano solo delle brezze senza conseguenze. E’ però importante che un commentatore d’un autorevole rivista statunitense possa affermare senza peli sulla lingua che la NATO è solo l’anacronistico relitto del passato di una “superpotenza” che sta perdendo credibilità e forza come catalizzatrice delle democrazie occidentali, di fronte a cambiamenti geopolitici ed economici che prospettano ben altri scenari.

“MAKE NATO HISTORY !”  recitava un vecchio slogan degli antimilitaristi. Beh, a quanto pare – per prendere in prestito  il titolo dell’autobiografia di Vittorio Gassman – si direbbe proprio che anche la NATO abbia “un grande avvenire dietro le spalle”…    

© 2012 Ermete Ferraro ( https://ermeteferraro.wordpress.com  )

LO STUDENTE…DI PROFILO

 La bozza delle “Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione è un recentissimo documento del MIUR, non ancora ufficiale, che è stato inviato alle scuole per essere discusso e condiviso. Opportunamente, fin dalle prime pagine, il team ministeriale di redattori e consulenti che lo hanno predisposto ha indicato le competenze  che, a loro giudizio, dovrebbero delineare il “profilo” dei nostri ragazzi/e, al termine del primo ciclo scolastico. Da insegnante di scuola media, che anche quest’anno ha portato una classe al termine del triennio, sono molto interessato ad analizzare la tipologia di alunni e di scuola che emerge da questo “profilo” delle competenze attese “in uscita” e quindi vorrei soffermarmi su alcuni punti.

  1. Ritengo positivo che sia stato precisato subito che l’obiettivo di rendere gli alunni/e in grado:    “ …di iniziare ad affrontare in autonomia e con responsabilità le situazioni tipiche della propria età, riflettendo ed esprimendo la propria personalità” sia stato integrato dall’osservazione che ciò è possibile non solo “attraverso gli apprendimenti sviluppati a scuola”, ma anche con “…lo studio personale, le esperienze educative vissute in famiglia e nella comunità”. La tendenza attuale, infatti, sembrerebbe invece quella di sovraccaricare di responsabilità educative la sola scuola, dando per scontato che risultati meno validi o insuccessi siano attribuibili esclusivamente ad una cattiva qualità dell’insegnamento. La logica aziendalmente “valutativa” e “premiale”che da alcuni anni è ….invalsa nella scuola italiana sembrerebbe andare proprio in questa direzione. Fa quindi piacere che il Ministero si mostri consapevole dei notevoli condizionamenti provenienti dalla comunità e dalle stesse famiglie che, in senso positivo o negativo, incidono comunque sugli esiti della formazione scolastica. Ecco perché valutare la qualità didattica solo sulla base dei risultati conseguiti dagli studenti appare quanto meno azzardato.
  2. La prima competenza messa in evidenza è quella linguistica, comprendente sia una buona padronanza della lingua italiana, sia la capacità di esprimersi, almeno a livello base, in due lingue europee, utilizzando in particolare l’inglese come strumento per la comunicazione informatica e le relative tecnologie. “Comprendere enunciati e testi di una certa complessità” ed “esprimere le proprie idee, adottando un registro linguistico appropriato alle diverse situazioni” sono senza dubbio obiettivi fondamentali da far conseguire ad un/a studente al termine del primo ciclo d’istruzione. Tali traguardi sono stati in seguito declinati in modo più preciso, chiarendo che l’Italiano va utilizzato, nel modo più appropriato e corretto, “per partecipare a scambi comunicativi”, per leggere testi di varia tipologia e studiare le varie discipline, per scrivere “testi chiari e coerenti” ed anche per riflettere sulle caratteristiche lessicali e morfo-sintattiche della propria lingua, in modo da “padroneggiarla”.  Tutto bene, naturalmente. Quello che non riesco a capire, però, è come il MIUR pensi di valutare se questi condivisibili obiettivi siano stati o meno conseguiti dagli studenti, utilizzando uno strumento standardizzato e poco articolato come le prove nazionali predisposte dall’Invalsi. Questi test, anche ammesso che riescano davvero a misurare le competenze relative alla comprensione dei testi scritti ed alla consapevolezza delle norme grammaticali e sintattiche della propria lingua, non sono assolutamente utili a valutare come i nostri ragazzi sappiano esprimere le loro idee nel modo più ‘appropriato’, oppure in che modo essi sappiano partecipare ad un dialogo. Per queste competenze ci vuole l’occhio e l’orecchio esperti dell’insegnante, non un questionario a risposte multiple. Lo stesso discorso, ovviamente, vale per le due lingue comunitarie studiate a scuola, la cui funzione sembra essere stata banalizzata ad un elementare scambio d’informazioni da turisti oppure ad un utilizzo dei social networks. Le lingue straniere, a mio avviso, dovrebbero essere studiate e praticate per ragioni un po’ più serie e profonde di un fugace contatto turistico o di uno scambio di chiacchiere su facebook. E’ vero che il concetto stesso di competenze rinvia ad un sapere pratico ed applicativo, ma questo è solo un’ulteriore dimostrazione che chi ci governa persegue un modello scolastico che avrà sempre meno a che fare con la cultura, essendo finalizzato ad una visione pragmatica ed utilitaristica della società e della relazione sociale.
  3. Per quanto riguarda le “conoscenze matematiche e scientifico-tecnologiche” , poi, il discorso mi sembra ancora più esplicito. Le competenze richieste ad uno studente che completi il primo ciclo d’istruzione, secondo il MIUR, sarebbero quelle che gli consentano di “analizzare dati e fatti della realtà e verificare l’attendibilità delle analisi quantitative e statistiche proposte dagli altri.” Parlo di cose che non rientrano nel mio campo d’insegnamento, che è quello letterario, ma consentitemi di sentire una stretta al cuore di fronte a questa riduzione delle
    scienze e della matematica a puri strumenti di “analisi quantitativa e statistica” di quella realtà che i nostri ragazzi dovrebbero imparare a sentirsi parte. La mania quantitativa – tipica di una mentalità materialista e mercantile – rischia così di ridurre la scoperta delle meraviglie della natura o dell’armonia dei numeri e degli spazi ai loro soli aspetti ‘computabili’ e calcolabili, dai quali ovviamente esulano considerazioni etiche o ecologiche. In seguito il documento parla anche del “possesso di un pensiero razionale sviluppato”, grazie al quale lo studente sarebbe messo in grado “di affrontare problemi e situazioni sulla base di elementi certi”. Esso, inoltre, dovrebbe consentirgli di “avere consapevolezza dei limiti delle affermazioni che riguardano questioni complesse che non si prestano a spiegazioni univoche”. Anche in questo caso non metto in dubbio le affermazioni in sé, peraltro abbastanza scontate, quanto il taglio che il Ministero sembra dare allo studio della matematica, delle scienze e della tecnologia. Un taglio tardo-scientista, che rispecchia la visione dominante di un mondo dove quello che conta sarebbero solo gli “elementi certi” e le “spiegazioni univoche”. Ma il pensiero razionale non può essere confuso col razionalismo di chi spiega tutto, scartando tutto ciò che non si presti ad una sbrigativa ed assoluta “adaequatio rei et intellectus”. E’ pur vero che in un’altra parte del documento (p.45) si parla della “complessità del sistema dei viventi e della sua evoluzione nel tempo” e dell’importanza della biodiversità, accennando perfino alla finitezza delle risorse ed alla necessità di adottare “modi di vita ecologicamente responsabili”. Sembrano però delle concezioni ad un’impostazione politically correct più che delle convinzioni che inducano ad una visione più problematica e critica del rapporto uomo/ambiente.
  4. Il fatto stesso di ridurre lo studio della tecnologia quasi esclusivamente all’ambito informatico, come sembra essere prospettato nel documento ministeriale, insiste ancora una volta su una conoscenza che serve solo se si fa competenza pratica. Non nego che, scendendo nel dettaglio (p.56) , si parli anche di questioni inerenti la trasformazione delle risorse, la produzione di beni e le varie forme di energia. Si accenna perfino alla necessità di scegliere gli strumenti tecnologici “riconoscendo in ogni innovazione opportunità e rischi”, anche se più che ad una valutazione etica dei mezzi per conseguire i propri fini sembra che ci si riferisca alla semplice valutazione aziendale dei costi e dei profitti. Sta di fatto che lo studio della tecnologia viene finalizzato prevalentemente all’ambito della comunicazione e della trasmissione di informazioni, procedure ed istruzioni. Lo scopo dichiarato in premessa è quello di rendere lo studente “capace di procurarsi velocemente nuove informazioni e impegnarsi in nuovi apprendimenti anche in modo autonomo”.  Non si parla esplicitamente della “massima flessibilità organizzativa”, una formula diventata tanto cara alla logica aziendalista, ma ci siamo molto vicini…
  5. Il riferimento alla “necessità del rispetto delle regole nella convivenza civile” parrebbe ricondurci ad un ambito meno pragmatico. L’auspicata attenzione dello studente “per il bene comune e per le funzioni pubbliche alle quali partecipa” al suo livello sembrerebbe riportare le indicazioni nazionali del MIUR ad un ambito più propriamente educativo, di formazione alla cittadinanza responsabile ed attiva. Si accenna, infatti, a ragazzi impegnati in azioni di volontariato, che mostrano “originalità e spirito d’iniziativa” e che sono capaci di “assumersi le proprie responsabilità”. Peccato, però, che nella successiva declinazione dei traguardi al termine del primo ciclo d’istruzione si parli solo di obiettivi relativi alla storia ed alla geografia, senza fare neanche un cenno all’educazione civica degli studenti. Nella prima parte del documento, per essere precisi, si chiarisce che: “le competenze sociali e civiche includono competenze personali, interpersonali,interculturali e riguardano tutte le forme di comportamento che consentono alle persone di partecipare in modo efficace e costruttivo alla vita sociale e lavorativa, in particolare alla vita in società sempre più diversificate, , come anche a risolvere i conflitti ove ciò sia necessario” (p. 4). Si tratta di affermazioni condivisibili, ma che lasciano ancora una volta trasparire una preoccupazione di tipo pratico, connessa alla necessità di formare i cittadini di domani ad inserirsi in modo “costruttivo” in una società sempre più multietnica, lavorativamente precaria e conflittuale. Ovviamente non c’è nulla di male in tutto ciò, ma l’educazione civica dovrebbe forse richiamare valori più ampi ed universali di un banale adattamento ad una società complessa e problematica. “Partecipare appieno alla vita civile” – l’obiettivo indicato della c.d.  ‘competenza civica’ –  richiede certamente “la conoscenza dei concetti e delle strutture sociopolitici”, ma anche qualcosa che agli estensori delle nuove indicazioni nazionali  non sembrerebbe interessare molto, cioè che tipo di cittadino e di persona la scuola intende formare. Il semplice richiamo ad una “partecipazione attiva e democratica” appare scontato e banale e, tra l’altro, dà per scontato il concetto stesso di democrazia, che è tutt’altro che univoco.

In sintesi, secondo questo documento proposto dal MIUR alle scuole, lo studente che termina il primo ciclo scolastico, visto…di profilo, dovrebbe:

a)      padroneggiare la lingua italiana e riuscire ad utilizzare altre due lingue comunitarie ad un livello elementare;

b)     saper analizzare la realtà in base alla proprie conoscenze matematiche, scientifiche e tecnologiche, per utilizzare un pensiero razionale nella soluzione dei problemi;

c)      utilizzare in modo sicuro le tecnologie della comunicazione, per cercare e analizzare dati e informazioni ed interagire con soggetti diversi;

d)     assimilare il rispetto delle regole della convivenza civile, partecipando attivamente a livello civico-sociale;

e)      dimostrare spirito d’iniziativa ed imprenditoriale, per “tradurre le idee in azione” e per “cogliere le opportunità” che la società gli offre.

Ma siamo proprio sicuri che la finalità educativa e culturale della scuola di base possa essere racchiusa in questo elenco di competenze pratiche? Io penso proprio di no, ma di questo parlerò in un’altra occasione.

© 2012 Ermete Ferraro (http://www.ermeteferraro.wordpress.com )