OIKO-NOMIA VS DEATH-ECONOMY

Scrivendo un precedente articolo sul concetto di “economia di morte” e sulle sue implicazioni (https://ermeteferraro.wordpress.com/ 2011/12/13/ thanatoikonomia-death-economy) mi ero ispirato ad un’originale contributo di Sergio Altieri, uno scrittore ‘noir’, per riportare il discorso all’attualità del disastro finanziario che sta travolgendo stati e mercati.

Quella che allora avevo chiamato thanato-oikonomìa, conferendo una tragicità greca all’espressione inglese death-economy, mi sembrava infatti la concettualizzazione di una realtà sotto gli occhi di tutti. Una realtà in cui l’economia è diventata “un algoritmo ineluttabile verso il baratro”, caratterizzata com’è da una guerra infinita che si autoalimenta e, parallelamente, dalla crisi mortale degli stati, trascinati nella spirale stagnazione-inflazione-recessione-depressione-collasso.

Il trionfo del profitto a ogni costo, con ogni mezzo, contro ogni ostacolo” – per citare ancora Altieri – è del resto strettamente connesso all’escalation guerrafondaia che manipola l’opinione pubblica con una sorta di guerra psicologica, per meglio dimostrare l’ineluttabilità di quella guerreggiata. In questo senso, l’economia in sé, almeno come viene comunemente rappresentata, è diventata sinonimo di death-economy. E questo perché da troppo tempo non è più un mezzo per assicurare vita, sicurezza e benessere (nel senso più ampio, sintetizzato dal temine ebraico shalom ), bensì un pernicioso strumento di morte e di distruzione.

Ci ripensavo leggendo l’appello “Furto d’informazione”,  pubblicato da il manifesto del 24.7.2012, i cui sottoscrittori denunciano la “sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione d’informazioni a danno dell’opinione pubblica” , riferendosi alla diffusa rappresentazione degli sbocchi alla crisi economica attuale come “comportamenti obbligati (‘non-scelte’)”. I firmatari dell’appello, fra l’altro, sottolineano che una controversa dottrina economica come il neoliberalismo, ritenuta da molti quanto meno corresponsabile della crisi, viene invece assunta “come autoevidente, sottraendo a milioni di cittadini la nozione della sua opinabilità e impedendo la formazione di un consenso informato, presupposto della sovranità democratica”. Questo martellante ”pensiero unico” – che orwellianamente viene diffuso dai media come la dottrina – è di fatto alla base della visione d’economia che ci viene propinata come se fosse vangelo, costringendo chi dissente a recitare il ruolo di pericoloso eretico e sovversivo.

Eppure, come illustra un interessante articolo a pag. 6 dello stesso numero del quotidiano, basterebbe tornare alle radici greche del termine “economia” per scoprire che quella di cui oggi si parla e straparla è altra cosa. Edoardo Vanni – nella sua nota titolata “In senso della misura. Le lezioni di economia di quei soloni dei greci”- ci aiuta a restituire senso e sostanza a quest’abusata parola, riportandoci semanticamente alla sua origine ed alla sua antinomia con un altro termine greco, molto più vicino alla nostra accezione attuale di “economia”. La distinzione che facevano gli antichi Greci, ci ricorda, era fondamentalmente tra “oikonomìa” (attinente, come dice il nome, alla gestione della casa, della famiglia, della comunità, e comunque legata al valore d’uso) e “krémata”, un concetto connesso invece al mondo delle cose materiali e quindi al valore di scambio, configurabile quindi come “arte di accumulare ricchezza”.

Ebbene, la polis greca riuscì allora a realizzare un obiettivo che oggi sembra irreale: dare un metron, cioè una misura, un limite, all’arricchimento smisurato ed al profitto incontrollato, in nome del primato della politica e dell’interesse collettivo sulla “crematistica” e sostenendo la superiorità del  valore d’uso su quello di scambio. In questo senso, conclude Vanni, i Greci possono ancora darci lezioni ed insegnarci che non può esistere una vera “oikonomìa” senza garanzia del bene comune e, soprattutto, senza il primato della politica.

Fatta questa premessa, parlare di Death-Economy, cioè di economia di morte, appare con evidenza un controsenso semantico, un vero e proprio ossimoro. La stessa tradizionale contrapposizione fra ecologia ed economia andrebbe forse rivista, se al secondo termine restituiamo il senso originario di gestione dei beni comuni della collettività, regolato da quel metron che porta in sé il concetto ecologico ed etico di ‘limite’, sia soggettivo sia oggettivo, all’accumulo di ricchezza.

Le leggi (nomìa) che regolano la produzione e la distribuzione della ricchezza in qualunque collettività (oikos) dovrebbero avere origine, infatti, proprio da quel senso della misura che impone limiti precisi all’arricchimento sfrenato di alcuni a danno di altri e dell’intera comunità.  Non si tratta di una visione utopica ed ideale, ma piuttosto di un’impostazione alternativa che ha radici “antiche come le montagne”, per citare una nota espressione di Gandhi, non a caso teorizzatore del sarvodaya (trad.: “bene di tutti”, lo “sviluppo comune”) inteso proprio come “economia di condivisione”.

“Lo spirito di condivisione porterà alla pace, alla soddisfazione e alla fratellanza, mentre l’attuale economia porta alla violenza, che alla fine ci conduce diritti alle bombe atomiche– scriveva già nel lontano 1945 Joseph C. Kumarappa, definito “l’economista di Gandhi” – […] In un’economia sarvodaya sottolineeremo i valori umani anche in riferimento ai prezzi e ai costi, piuttosto di usare questi ultimi come guida per la produzione materiale. […]Caratteristico dell’economia capitalista è l’orgoglio del possedere, mentre l’unicità del sarvodaya risiede nel raddoppiare la gioia grazie alla condivisione delle cose con gli altri e nel dimezzare le ragioni dolore  grazie all’empatia del nostro prossimo […] Sarvodaya, con la condivisione della vita, è l’unica soluzione all’egoismo materiale che può portare alla distruzione della civiltà…” (J. P. Kumarappa, Economia di condivisione, Pisa: Centro Gandhi, 2011, P.37).

L’alternativa tra economia di condivisione e di vita ed economia di morte, dunque, era già ben chiara quasi 70 anni fa. Si tratta di una contrapposizione che affonda nella polis dei Greci ed arriva fino agli economisti alternativi come Barry Commoner, secondo il quale “Possiamo ricavare una lezione fondamentale dalla natura: niente può sopravvivere sul pianeta se non diventa parte cooperativa di un tutto più vasto e globale” (B. Commoner, Il cerchio da chiudere, Milano: garzanti, 1987, p.60).

Chiudere il cerchio dell’economia ecologica e nonviolenta, insomma, vuol dire rivedere la nostra stessa idea di economia, giungendo a quella “Eco-economy” di cui ha parlato Lester R. Brown nel suo omonimo libro del 2001. Già dieci anni fa, infatti, egli denunciava che l’attuale economia “sta distruggendo i sistemi che la sostengono e dilapidando le risorse che costituiscono il suo capitale naturale. Le domande dell’espansione economica, così come sono strutturate oggi, stanno superando le capacità produttive degli ecosistemi…” (L. R. Brown, Eco economy – Una nuova economia per la Terra, Milano: Editori Riuniti, 2003, p.30).  Costruire una nuova economia di vita e sconfiggere quella di morte, allora, è la sfida fondamentale per chi vive la tragedia attuale di una folle ricchezza che produce povertà e di uno sviluppo che genera sottosviluppo. E’ un imperativo categorico per chi non si rassegna ad accettare supinamente che i beni comuni siano accaparrati da pochi e che questi ultimi possano scatenare guerre per difendere i loro assurdi privilegi, dando così un’immagine chiara, sebbene fosca, di ciò che s’intende per “economia di morte”. Eppure il problema è molto più antico e altrettanto antica ne è la consapevolezza e la sfida all’ineluttabilità di una visione “krematista” più che propriamente “eco-nomica” del mondo.

“Fin dove volete arrivare, ricchi, con le vostre insane brame? Volete forse essere i soli ad abitare la Terra? Perché cacciate colui con cui avete in comune la natura e pretendete di possedere per voi la natura? La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri: perché, ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? La natura che tutti partorisce poveri, non conosce ricchi. […] La natura dunque ignora le distinzioni quando nasciamo, le ignora quando moriamo. Ci crea tutti uguali….” (Ambrogio, Naboth, 12,53 , Milano-Roma 1985, pp.131-33).

Le parole di uno dei più grandi “dottori della Chiesa” –  scritte intorno al 390 d.C.- e quindi 1600 anni fa, ispirandosi a sua volta alla triste storia di Naboth, raccontata nel I Libro dei Re – ci riportano ad una saggezza antica che l’umanità ha smarrito, ma che deve assolutamente recuperare. Prima che sia troppo tardi e che la logica della distruzione e della morte prevalgano su quella della costruzione comune e della vita.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

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PROVE TECNICHE DI BUON…VICI-NATO

Non c’è che dire. Il Servizio Affari Pubblici del Comando NATO di Napoli e la dott. Diana Sodano, Responsabile delle Relazioni con la comunità, ce la stanno proprio mettendo tutta nel loro “sforzo di sensibilizzazione della comunità locale” residente in quel di Giugliano, dove sta per trasferirsi in pompa magna il Quartier Generale Alleato per il Sud Europa (JFC Naples, ex-AFSouth).

Hanno cominciato naturalmente con i più piccoli, ospitando alcuni alunni d’un paio di scuole locali (il 7 e l’11 maggio ed il 15 giugno scorsi) presso il Comando Alleato di Napoli, il Centro Radar di Licola e perfino al Carney Park di Quarto. La strategia comunicativa dello Staff napoletano della NATO aveva già cercato contatti diretti con alcuni cittadini giuglianesi, accogliendoli il 4 aprile nella nuova sede di Lago Patria “per agevolare la comprensione della comunità locale verso i suoi prossimi nuovi ‘vicini’ di Lago Patria”. Ed ora ecco che, nientedimeno, è lo stesso Staff a recarsi in visita all’Ospedale “San Giuliano”, per incontrarvi i responsabili sanitari ed il personale.  Lo scorso 11 luglio, infatti, la delegazione del JFC – guidata dall’immancabile dott.ssa Sodano – si è recata al locale presidio ospedaliero, descritto dalla nota sul sito JFC come “un’eccellenza nell’area di Giugliano, anche perché fornisce servizi di emergenza 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 e…vanta la fornitura di cure avanzate in cardiologia, ortopedia, chirurgia, ginecologia e terapia intensiva”.

E’ davvero un bene che il comunicato stampa della NATO ci fornisca queste utili informazioni, visto che il normale cittadino avrebbe difficoltà a reperirle direttamente, visto che il “San Giuliano” non dispone di un proprio sito web e vi si accede solo mediante il sito dell’ASL NA 2 Nord (http://www.aslnapoli2nordservizionline.it/it/san-giuliano-giugliano ) Ad esser sinceri, l’impressione non è proprio quella d’una struttura “di eccellenza”, visto che l’anno scorso la stessa Azienda Sanitaria decise di chiuderne i reparti di Urologia e di Gastroenterologia, suscitando peraltro la vivace reazione del Sindaco Giovanni Pianese. In una nota del 28 aprile 2011, lo ‘storico’ primo cittadino giuglianese – così si esprimeva. ““E’ l’ennesimo atto scellerato di una strategia in ambito ospedaliero lontana dalle esigenze della gente e del territorio. Questa Amministrazione raccoglie il grido di dolore del presidio ospedaliero San Giuliano che è punto di riferimento per 300mila utenti del territorio, rilanciandone con forza e determinazione l’importanza e l’utilità…” (http://www.comune.giugliano.na.it/index.php?param=n&idparam=732&anno=2011&mese=04 ).

In effetti, consultando le pagine dedicate al “San Giuliano” si evince che quei due reparti ora non ci più, mentre restano operativi quelli di: Ostetricia e Ginecologia, Ortotraumatologia, Medicina Interna, Cardiologia-UTIC, Rianimazione e Terapia Intensiva, Patologia Clinica e Radiologia, oltre naturalmente al Pronto Soccorso ed alla Farmacia ospedaliera.

I militari NATOletani hanno incontrato la dr.ssa Anna Punzo, che ne è il Direttore Sanitario, e si sono intrattenuti “…con i dirigenti ospedalieri, i capi dei dipartimenti e dei medici, nella speranza di accrescere la comprensione reciproca e di continuare a sviluppare il rapporto tra la comunità della NATO e la comunità italiana locale”. Nel corso di questi cordiali colloqui, la dr.ssa Punzo ha dichiarato: “Ho atteso a lungo l’opportunità d’incontrarmi con i rappresentanti NATO e confido che questo trasferimento del personale della NATO verso la nuova base che si trova a Lago Patria rappresenterà un grande miglioramento per l’intera area. Spero di accrescere il rapporto e gli scambi di amicizia tra il mio staff e la comunità della NATO”.(http://www.jfcnaples.nato.int/page372603230.aspx ).

A quanto pare la sua attesa è stata coronata da successo e ne siamo felici per lei. Un po’ più difficile da accettare, invece, è la sua azzardata affermazione che il trasloco sulle rive del Lago Patria del più grande ed importante comando militare dell’Europa meridionale sia classificabile come “un grande miglioramento” per un’area che è tra le più inquinate ed avvelenate d’Europa, da sempre controllata dalla camorra ed abbandonata al degrado ambientale e sociale. Sono cose ormai risapute e che la NATO e la US Navy conoscono benissimo, avendo svolto varie indagini nella zona, come con precisione riferiva il col. Giampiero Angeliin una intervista a “TERRA”:

“Nelle zone di Acerra, Regi Lagni e Castelvolturno è documentata la presenza di ogni tipo di inquinante chimico. Le certezze scientifiche ci sono. Gli americani hanno fatto un monitoraggio sull’acqua (in zona sorgono basi Usa, ndr): hanno rilevato solo il tetraclorotoluene nell’acqua. Hanno fatto una relazione sul rischio per la salute e hanno dichiarato questo rischio inaccettabile. E i valori da loro riscontrati sono molto più bassi rispetto a quelli trovati ad Acerra e Castelvolturno…” (http://www.terranews.it/news/2010/02/%C2%ABecco-come-i-casalesi-mi-hanno-avvelenato%C2%BB ).

Il col. Angeli, militare in pensione, in questi anni ha fatto di tutto per sollevare l’attenzione sulla sua sconcertante vicenda sanitaria, come indicatore di una situazione intollerabile di aggressione al territorio del litorale casertano ed ai suoi abitanti.

“…Nel dicembre scorso, ha inviato una petizione popolare alle massime cariche dello Stato per sollecitare provvedimenti «di massima urgenza a tutela della salute pubblica nelle province di Napoli e Caserta», territori dove per anni sono stati sversati milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, metalli pesanti, polveri d’abbattimento fumi, olii minerali, piombo, fanghi industriali (smaltiti nelle campagne come fertilizzanti: 40mila tonnellate, inchiesta “Madre Terra 1” del 2004 della Procura di S. M. Capua Vetere a Castelvolturno e Villa Literno). Ma anche cromo, nikel, rame (utilizzati come concime per i pomodori, come rivelato dall’inchiesta del 2004 della Procura di Rieti tra Lazio, Toscana e Campania). Nella petizione è altresì ricordato che nell’audizione del 21 dicembre del 2005 presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, i dirigenti della Sogin dichiararono che «in molte zone caratteristiche e ben note (…) abbiamo riscontrato una presenza di diossina centomila volte superiore ai limiti del decreto n. 471». La pubblicazione Siti contaminati (2008) dell’Arpac, l’Agenzia regionale per l’ambiente, riporta le analisi effettuate negli ex mattatoi comunali di Marcianise, S. Nicola la Strada, Villaricca, Melito: i campioni sono risultati tutti positivi per presenza di diossine, furani, policlorobifenili e, a Marcianise, anche per berillio e stagno. Le richieste della petizione hanno il solo scopo di poter avere, dopo oltre vent’anni, certezza sulle conseguenze sulla salute pubblica degli errori della pubblica amministrazione e dei crimini dell’ecomafia. A oggi non ha avuto alcuna risposta.”  (ivi).

Ebbene, date queste premesse, crede davvero, la responsabile sanitaria dell’ospedale “San Giuliano”, che l’arrivo di migliaia di militari della NATO in zona ne migliorerà le condizioni ambientali e socio-economiche? E’ proprio sicura che la presenza di un mega-comando bellico – corredato di enormi ed inquinanti antenne per telecomunicazioni e che presenta 85 chilometri quadrati di superficie coperta con due misteriosi piani interrati sottostanti –  sia il tipo di installazione che renderà Giugliano più sicura e più salubre? Non sta forse sottovalutando, quanto meno, l’accresciuto impatto del traffico veicolare in un’area già ampiamente congestionata, nonché quello degli scarichi fognari e dei rifiuti in una zona condannata ad ospitare svariate discariche (abusive ed ufficiali) ed ora perfino un orribile inceneritore?

“Vedo molto positivamente lo spostamento della base NATO in questo settore” ha dichiarato il Prof. Nunzio Tricarico, Capo del Dipartimento di Chirurgia “, per un reciproco scambio di relazioni in campo sia medico e sociale, sperando in una buona collaborazione e sostegno.” (http://www.jfcnaples.nato.int/page372603230.aspx ).

Evidentemente il prof. Tricarico è una persona fiduciosa ed ottimista, visto che non mi risulta che l’esperienza di decenni d’ingombrante presenza della NATO sul territorio napoletano abbia mai fatto registrare alcun elemento di “collaborazione” e tanto meno di supporto o di “reciproco scambio” tra le autorità sanitarie militari ‘alleate’ e statunitensi e quelle locali. D’altra parte, gli ‘americani’ hanno il loro ospedale militare a qualche decina di chilometri di distanza, presso la base della US Navy di Gricignano di Aversa (CE) e lo stesso Comando sarà certamente dotato quanto meno di ambulatorio medico e pronto soccorso.

In un mio precedente contributo su quello che definivo “un preoccupante neo-NATO” (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/04/30/lago-patria-un-preoccupante-neo-nato/ ) ho già manifestato chiaramente quelli che ritengo siano i rischi per la sicurezza, per la salute e per l’ambiente che deriveranno dalla ormai prossima apertura del Comando AFSouth 2000 di Lago Patria. La strisciante strategia della NATO per rassicurare i residenti e per accreditarsi come il cordiale “vicino della porta accanto”, quindi, mi sembrano solo dei goffi e un po’ ruffiani tentativi di “captatio benevolentiae” da parte della comunità locale, peraltro già tendente alla rassegnazione dopo decenni di dominazione mafiosa e di promesse elettorali tradite.

Non basterà però quest’accattivante strategia di… “buon viciNATO” per convincere i residenti e l’opinione pubblica che l’arrivo degli “Alleati” sulle rive del Lago Patria di scipioniana memoria (https://ermeteferraro.wordpress.com/2011/12/26/ingrata-patria ) – renderà più “felix” quella Campania che è dalla fine della guerra sotto la loro occupazione militare e che si è trasformata nel cuore della loro strategia guerrafondaia.

Pare che proprio Scipione l’Africano abbia affermato che:“Hosti non solum dandam esse viam ad fugiendum, sed etiam muniendam” (Al nemico non solo bisogna concedere una via per scappare, ma anche rendergliela sicura ). Beh, quello che è certo è che chi ha progettato una mega-base militare vicino alla sua “ingrata patria”, pur essendo teoricamente un ‘alleato’ e non un ‘nemico’, non ci ha concesso una sicura via di fuga dal pericolo di guerra.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )