OLTRE I TEST, PER FAR FUNZIONARE LE TESTE

TESTINGMentre da noi, in Italia, sui giornali si parla di scuola solo in occasione delle occupazioni degli studenti o degli scioperi dei docenti, su prestigiosi quotidiani statunitensi è aperto da lungo tempo un vivace dibattito sulla riforma dell’istruzione e, in particolare, sulla mutazione genetica che ha trasformato la scuola in un “testificio”.  Una particolare attenzione a questo problema è riservata dal Washington Post, le cui rubriche dedicate all’educazione riportano spesso articoli riguardanti il “Common Core” (cioè l’imposizione di un ‘nucleo’ didattico comune a tutte le scuole di tutti gli stati degli USA) e la valutazione (degli alunni, ma anche dei docenti e perfino delle istituzioni scolastiche) mediante una massiccia somministrazione di test standardizzati.

Sebbene sulla goffa imitazione di questa modalità si direbbe che qui in Italia quasi nessun pedagogista trovi nulla da ridire, negli Stati Uniti il dibattito è invece molto acceso. Lì sono scesi da molto tempo in campo nutriti e combattivi gruppi di dirigenti scolastici, educatori, insegnanti e genitori, contestando l’assurda mania dei test di valutazione e la standardizzazione dei programmi didattici, in nome della libertà d’insegnamento e del rifiuto di simili criteri di selezione.

A questo tema ho già dedicato alcune note, l’ultima proprio sulla rivolta di chi, negli USA, si batte per“stop this madness” https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/06/22/fermate-sta-pazzia/. Recentemente, però, mi è capitato di leggere un altro stimolante articolo sull’argomento http://www.washingtonpost.com/blogs/answer-sheet/wp/2013/11/23/beyond-tests-how-to-foster-imagination-in-students/, nel quale Marion Brady – noto pedagogista e docente con lunga esperienza – ha affrontato criticamente un altro importante aspetto negativo di tale impostazione. La sua attenzione si è focalizzata, infatti, sulla banalizzazione dell’istruzione per garantire a tutti alcune indistinte e generiche “competenze minime”, rinunciando a perseguire obiettivi formativi più ambiziosi, ad esempio stimolare la creatività personale.  Come “alimentare l’immaginazione” dei ragazzi, mortificata da una scuola sempre più appiattita e funzionale ad una società mercantile, omogeneizzata e guidata da un pensiero unico, è viceversa la preoccupazione di un veterano dell’istruzione come Brady, che non si rassegna ad una scuola che “insegna per i test”.

“Quelli che prestano attenzione sanno che la mania di testare le prestazioni di alto livello ha spinto centinaia di migliaia di bambini fuori dalla scuola, ha banalizzato l’apprendimento, ha radicalmente limitato la capacità dell’insegnante di adattarsi alle differenze tra discenti ed ha portato a fine molti programmi di educazione fisica, artistica e musicale . Ciò avvantaggia ingiustamente coloro che possono permettersi la preparazione ai test, rende il Congresso il consiglio d’amministrazione delle scuole d’America, crea irragionevoli pressioni ad imbrogliare, fa chiudere le scuole di quartiere, corrompe la professione docente  e blocca tutte le innovazioni, tranne quelle i cui risultati possono essere misurati da macchine, giusto per iniziare un elenco molto più lungo…” (art. cit.).

Se noi Italiani fossimo capaci d’imparare dall’esperienza altrui, quella maturata in decine d’anni di applicazione alle scuole statunitensi di questo modello dovrebbe renderci estremamente cauti nell’importarlo a cuor leggero nel nostro contesto, fra l’altro molto differente.  Il problema, peraltro, non consiste affatto in un irrazionale rifiuto dei docenti italiani a sottoporsi ad una valutazione oggettiva dei processi di apprendimento che sono riusciti ad avviare nei loro studenti. La questione riguarda piuttosto chi giudica cosa e in quale modo, cioè la legittima contrarietà da parte di molti insegnanti a sottoporre questa pur necessaria valutazione a meccanismi piuttosto discutibili, in nome d’una pretesa uniformità a criteri internazionali, livelli standardizzati ed a competenze selezionate in base a tassonomie didattiche decise in modo verticistico.

“Ridotto all’essenziale, ecco come funziona il sistema per mettere alla prova la competenza minima. Le Autorità stilano elenchi di quello che ritengono che i ragazzi dovrebbero sapere . Le liste sono date agli insegnanti, insieme con l’ordine di insegnare ciò che vi è scritto sopra. Test standardizzati controllano se gli ordini sono stati eseguiti. Qualcuno (non i docenti) imposta in modo arbitrario la linea di demarcazione tra passare o non passare il test e i ragazzi che avranno ottenuto un punteggio oltre il taglio sono considerati “minimamente competenti. Vi sembra ragionevole ? La maggior parte delle persone sembrano pensare così. Però  le scuole che si concentrano su competenze minime non possono produrre ragazzi abbastanza intelligenti per affrontare i problemi che si preparano ad ereditare…” (ibidem).

L’autore dell’articolo, dopo la sua efficace requisitoria contro questa fallimentare modalità didattica, suggerisce anche un efficace antidoto ad essa: una scuola che non punti a selezionare i discenti in base ad un’arbitraria linea di demarcazione tra chi supera o meno le prove strutturate, ma miri piuttosto a stimolare le loro capacità immaginative, logiche ed argomentative. Secondo Brady, progettare il futuro ed imparare a risolvere i problemi sono le competenze-chiave da privilegiare, ragion per cui politiche dell’istruzione che vanno in ben altra direzione preparano un inarrestabile declino dell’educazione. Egli puntualizza poi che, per rendere i progetti formativi capaci di stimolare l’immaginazione, occorre che essi rispondano a sette fondamentali condizioni: (a) devono essere compiti intellettualmente impegnativi ma fattibili; (b) devono essere concreti anziché astratti; (c) devono appartenere al mondo reale e non a quello delle teorie; (d) devono utilizzare tutte le discipline scolastiche; (e) richiedono un dialogo basato sul pensare ad alta voce; (f) la maggior parte dei ragazzi li deve trovare abbastanza interessanti da suscitare emozione; (g) richiedono agli studenti di passare dall’immagazzinare nella mente conoscenze preesistenti al creare nuove conoscenze.

Certo, le problematiche dell’istruzione pubblica nel nostro Paese sono molto diverse da quelle degli Stati Uniti e la nostra società è oggettivamente differente dalla loro. Ciò non toglie che queste indicazioni possano applicarsi anche alla scuola italiana, per contrastare la diffusa tentazione di uniformarsi ad una metodologia didattico-educativa che sta sempre più contabilizzando i saperi come una qualsiasi azienda, a forza di privilegiare conoscenze “misurabili” e di perseguire competenze sempre più uniformi.  Credo quindi che portare avanti progetti come quelli suggeriti da Marion Brady nel suo articolo potrebbe essere un modo valido per evitare che la dittatura del pensiero unico e della standardizzazione renda sempre più grigia la nostra scuola, utilizzando queste “verifiche” come pretesto per una selezione pseudo-meritocratica dei docenti, delle classi e degli istituti.

“Per questi riformatori, i “dati” significano soprattutto i punteggi alle prove standardizzate. […] Essi possono essere indebitamente usati dai politici e far affluire miliardi di denaro pubblico nelle casse delle corporations per pagare servizi di consulenza e materiali di preparazione ai test. Questo è ciò che le prove fanno. Ciò che non fanno, che non possono fare e non saranno mai capaci di fare, è misurare quelli che sono probabilmente i più preziosi risultati di una buona istruzione: l’immaginazione e la creatività. “ (ibidem)

Non sarà certo l’invalsizzazione della scuola italiana che assicurerà il successo scolastico dei nostri ragazzi e la qualità dell’insegnamento. La sfida della personalizzazione dei percorsi formativi e dell’apertura ad una cultura da costruire più che da trasmettere passivamente è troppo importante per essere ridotta alle elaborazioni statistiche dei dati raccolti somministrando le prove nazionali. Ma se i docenti per primi perderanno la loro carica d’immaginazione e di creatività, pur di adeguarsi alle direttive di vertice e di assicurare punteggi abbastanza alti alla propria classe, trionferà la logica delle programmazioni copia-e-incolla e delle crocette sui test.

Strumenti indubbiamente utili per la redazione dei registri elettronici ma assai poco adatti ad un insegnamento che miri a formare intelligenze e coscienze autonome.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

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UNA CHIESA ADULTA PER UNA SOCIETA’ ECOLOGICAMENTE RESPONSABILE

card. sepe Quello che cito nell’intestazione, con una piccola ma significativa aggiunta, è il sottotitolo della lettera pastorale indirizzata alla Comunità ecclesiale di Napoli dal suo Pastore, il card. Crescenzio Sepe. [1]  Desidero infatti riallacciarmi a quanto l’Arcivescovo della metropoli campana ha voluto comunicare con questo documento, nel quale si sintetizzava il percorso pastorale avviato dalla Diocesi in questi anni, in particolare col Giubileo, collegandolo sia alla celebrazione dell’anno della Fede – proclamata da S.S. Benedetto XVI – sia alle prospettive si aprono per la Chiesa di Napoli dopo quest’intensa riflessione.

“Se vogliamo, infatti, indicare una possibile direzione di marcia per il nostro popolo – spiegava Sepe – non possiamo andare a rimorchio, vivere di abitudini e luoghi comuni, seguire con affanno il passo degli altri […] Quando i credenti disertano il campo, l’umanità va avanti per conto suo, privandosi delle illuminanti direttive del Vangelo.” [2]

In un mio precedente articolo [3], ho già affrontato la questione della responsabilità ambientale verso il Creato in un’ottica cristiana, proprio perché ritengo che l’assenza di riflessioni e direttive chiare ed univoche in proposito, da parte di chi ha il compito di guidare i credenti fuori da ‘abitudini’ e luoghi comuni’, generi proprio l’effetto che il Card. Sepe vorrebbe scongiurare.

Pur non mancando articoli del Catechismo specifici, documenti dei vari episcopati, esortazioni apostoliche ed encicliche papali che affrontino il problema del rapporto tra fede cristiana ed impegno dei credenti per la salvaguardia del Creato, mi sembra però innegabile che le gravi e pressanti questioni ambientali siano state finora affrontate a prescindere dal Vangelo e dal Magistero della Chiesa, ossia alla luce dell’ecologia scientifica e/o di considerazioni economiche e socio-politiche, ma molto poco sulla base di imperativi etici o religiosi. D’altra parte, non si tratta tanto di ciò che viene più o meno esplicitamente proclamato dai pulpiti, quanto di ciò che i credenti hanno fatto, fanno ed intendono fare, concretamente, perché si cambi finalmente direzione. Ma se essi continueranno a “disertare il campo”– come denunciava l’Arcivescovo – non c’è da meravigliarsi se l’umanità continua a percorrere strade ben diverse, poco e per nulla illuminate dalla sconvolgente logica evangelica, che richiederebbe invece una “metànoia”, cioè un radicale cambiamento di mentalità.

Il card. Sepe nella sua lettera pastorale si riferiva in generale ai molteplici problemi sociali ed economici di Napoli, ma se restringiamo l’attenzione a quelli strettamente legati al degrado ambientale della città e dell’intero territorio della Campania, è ancor più evidente che non si può far finta di nulla e che invece occorre intervenire, subito e con autorevolezza, sulle cause stesse di quelle gravissime situazioni,  da quelle strutturali (riconducibili quindi al modello di sviluppo ed alle disuguaglianze socio-economiche) a quelle legate a ‘stili di vita’ ecologicamente non sostenibili.

“Un così profondo sentire religioso – denunciava l’arcivescovo, non senza toni autocritici – coesiste con gravi e colpevoli condizioni di sottosviluppo. Abbiamo mancato, noi per primi, l’obiettivo di formare coscienze responsabili e attente alla vita sociale. […] Una fede chiusa nelle mura del tempio non può essere feconda né per noi né per gli altri […] Il mio rinnovato invito, pertanto, è di ‘uscire dal tempio’, andare incontro alla gente che vive in situazioni di marginalità morale e materiale, senza la preoccupazione e la paura di ‘gettarci nella mischia’ e di ‘sporcarci le mani’.” [4]

Sono parole molto significative, soprattutto in questi giorni di novembre, in cui un vero e proprio “fiume in piena” di persone ha attraversato il centro di Napoli, sotto la pioggia, per lanciare un grido di dolore e di denuncia contro il “biocidio” che sta uccidendo la nostra terra e la nostra gente. Quasi un centinaio di migliaia di manifestanti hanno espresso la rabbia di milioni di cittadini campani che non vogliono più che sversamenti di rifiuti tossici, discariche abusive e roghi costituiscano l’assurda normalità di quella che una volta era chiamata “Campania Felix”. Essa oggi si presenta come un territorio violato, i cui abitanti avvertono sulla propria pelle il pericolo di un inquinamento micidiale, che ha già provocato troppi morti e malati e che, di riflesso, sta anche mettendo in ginocchio l’agricoltura, l’allevamento ed il commercio di generi alimentari.

In prima fila al corteo di sabato 16 novembre c’era un coraggioso sacerdote, che da anni sta denunciando quest’insopportabile attentato alla vita della gente ed all’integrità del territorio. Un altro animatore di questo crescente movimento è un combattivo missionario, da sempre impegnato a coniugare la pace con la giustizia e la salvaguardia delle risorse naturali dall’avidità di chi se ne crede padrone. Ma appare comunque troppo poco – bisogna onestamente riconoscerlo – per poter affermare che la Chiesa, che i credenti, abbiano finalmente preso posizione contro l’insostenibile civiltà che depreda le risorse naturali, lasciando tragici strascichi di morte, malattie e di avvelenamento della terra.

“Non trascureremo certamente i nostri ideali in tutti i settori della nostra esistenza, ma ora bisogna concentrarsi sul valore dell’etica pubblica, là dove si giocano i destini di tutti noi.” [5]  Ha perfettamente ragione, il nostro Arcivescovo, quando con queste parole ci richiama a preoccuparci soprattutto dell’etica pubblica. Eppure secoli di “civiltà cattolica” non sembrano aver contrastato affatto fenomeni come la speculazione sulle risorse naturali di un territorio, l’appropriazione indebita dei suoi beni comuni o lo sfruttamento di coloro che vi abitano.

D’altra parte, lo stesso Sepe, poche righe dopo, esclamava con tono angosciato. “ Così, ad esempio, possiamo domandarci come è avvenuto che alcune colpe venissero fortemente stigmatizzate dalla coscienza dei cristiani, mentre altre sono state di fatto ignorate? Perché non abbiamo usato il necessario rigore nel condannare chi sistematicamente saccheggia le risorse economiche della società o danneggia irreparabilmente l’ambiente? Sotterrare rifiuti tossici è una colpa più grave di tante altre, enfatizzate da una certa tradizione morale, perché causa l’insorgenza di malattie mortali per innumerevoli cittadini….” [6]

Ecco, appunto: chiediamo perché tutto questo non è stato fatto e, soprattutto, come mai troppi occhi ed orecchi sono rimasti chiusi alle denuncie che da vent’anni almeno erano state fatte da alcuni abitanti e da qualche organizzazione ambientalista.  Il cardinale ha affermato opportunamente che la sola cosa che può avviare un “recupero decisivo”, facendoci uscire dal degrado, morale ed ambientale, è la “crescita della coscienza civica e della volontà di partecipazione”.  Bene. Eppure è difficilmente negabile che troppo spesso l’autorità civile – e talvolta quella religiosa – sia apparsa invece spaventata proprio dall’accresciuta consapevolezza ecologica e dalla richiesta della gente di contare davvero, lasciando spesso, al contrario, campo libero all’arroganza dei poteri forti dell’economia ed alla violenza criminale del potere mafioso.

Ma anche quando qualcuno ha osato alzare la voce contro gli scempi ambientali che hanno martoriato le nostre regioni, quasi mai dalla denuncia è emersa un’effettiva preoccupazione per la gravità in sé dello sconvolgimento degli equilibri ecologici e per la violazione delle leggi della Natura. E’ generalmente prevalsa la sola preoccupazione per le conseguenze umane – economiche  sociali o sanitarie – dei danni ambientali, perpetuando in una visione miopemente antropocentrica. Anche quando questi allarmi sono stati lanciati dalle Chiese cristiane, raramente l’obiettivo è apparsa la pur dichiarata “salvaguardia dell’integrità del Creato”, nella misura la preoccupazione fondamentale restava comunque il benessere minacciato dell’umanità, anziché la grave violazione del patto stretto con l’Uomo dall’Autore di ogni cosa, che del Creato ci ha resi amministratori attenti ma non padroni assoluti.  Credo che nessun peccato possa essere dichiarato a ragione “mortale” più di quello perpetrato contro la stessa Vita. Ecco perché il “biocidio” e la distruzione della preziosa Biodiversità del nostro pianeta mi sembrano i veri  peccati mortali, contro i quali avrebbero da tempo dovuto alzarsi – con tutto il loro peso e autorevolezza – le voci dei responsabili delle comunità cristiane, in Campania come in Brasile, negli Stati Uniti come in Cina.

“Tutte le virtù – ha scritto il teologo cattolico Karl Golser – possono essere riviste in chiave ecologica. La giustizia diventa sforzo di considerare il grande ordine nel quale siamo inseriti e di coltivare un rapporto riverente con ogni essere creato e anche con le generazioni future. La prudenza è impegno costante di ottenere il sapere ecologico adeguato alla nostra responsabilità e di attuarlo anche nelle nostre scelte quotidiane. La fortezza diventa coraggio civile per un impegno corrispondente alle nostre convinzioni. La temperanza è parsimonia nell’ uso delle risorse e moderazione nei nostri ecosistemi così sensibili.” [7]

Credo che sia finalmente arrivato il momento di dare dei chiari segnali in questa direzione, ciò che Antonio D’Acunto ha auspicato nel suo bell’articolo [8], nel quale si augurava che Papa Francesco inaugurasse con una sua enciclica questo nuovo modo di affrontare l’etica ambientale, per ridare centralità all’amore per il Creato ed alla sua salvezza, in nome delle virtù di cui il Vangelo è portatore. A questo auspicio ho associato anche la mia voce, nel citato articolo sulle basi di un’ecologia cristiana per quella che ho chiamato“un’agàpe cosmica”, vale a dire l’amore rispettoso per la vita e l’intera creazione.

Una buona base di partenza, come avevo suggerito in un mio precedente saggio [9] , potrebbe essere attenersi all’esalogo dell’Eco-giustizia, stilato dal collegio teologico dell’Università di Adelaide (Aus) [10].  I principi-guida dovrebbero essere: 1) il valore intrinseco della creazione; l’interconnessione fra tutti gli esseri viventi; 3) il c.d. principio della voce, che riconosce una personalità alla nostra madre Terra; 4) il fine ultimo, tipico della la teleologia cristiana; 5) la mutua custodia, che promuove la solidarietà reciproca fra gli esseri viventi; e infine 6) il principio della resistenza, per cui la natura oppone una giusta resistenza agli scempi perpetrati dall’uomo.

Se davvero – come è stato recentemente annunciato [11] – Papa Francesco sta preparando la sua prima vera enciclica, dedicandola proprio alla responsabilità ambientale dell’umanità, questo costituirà sicuramente una grossa novità per una visione cristiana dell’ecologia. E’ proprio Lui che – ricordava l’Arcivescovo di Napoli nella sua lettera pastorale – ci ha invitati tutti a chiedere “la grazia di dare fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa”. Possiamo quindi essere fiduciosi che una ventata di rinnovamento saprà spazzare anche la supponenza antropocentrica che ancora pervade le realtà ecclesiastiche sulle questioni ambientali, aiutandoci a capire che la principale responsabilità dei credenti è quella verso l’Autore della Vita, in quanto possiamo affermare francescanamente che ogni violenza contro la natura – che di Dio “porta significatione” – è di fatto rivolta direttamente alla Sua sapienza creatrice.

Ecco perché ci sembra giusto interpellare – prima ancora che il Pontefice che su tale impegno per i Cristiani sta incentrando la sua prossima enciclica – il Pastore della Chiesa che è a Napoli, affinché dalla nostra diocesi partano segnali inequivocabili in tale direzione.

Una chiesa adulta per una società responsabile” – ricordavo non a caso all’inizio – era l’obiettivo della lettera pastorale del nostro Arcivescovo. Ciò che ci sta a cuore, e per cui sempre più ci adopereremo, è che la Chiesa di Napoli diventi adulta anche nella sua visione dei problemi ambientali, così da rendere davvero la nostra società ecologicamente responsabile.

© 2013 Ermete Ferraro https://ermeteferraro.wordpress.com  


[1] Crescenzio Card. Sepe, Lettera Pastorale “Canta e cammina” – Una Chiesa adulta per una società responsabile, Napoli, 25.8.2013

[2] Ibidem, p. 6

[4] C. Sepe, op. cit., pp. 11…14

[5] Ibidem, p.15

[6] Ibidem

[7] Fabrizio Condò e Gianni Maritati, “Ma c’è un’ecologia cristiana”, in  Il Messaggero di sant’Antonio > http://www.santantonio.org/messaggero/pagina_stampa.asp?R=&ID=187

[9] Ermete Ferraro, Adam-Adamah: : un’agàpe cosmica, pubblicato su “Filosofia Ambientale” > http://wds.bologna.enea.it/articoli/08-01-10-ferraro-agape-cosmica.pdf

4 NOVEMBRE: NON FESTA MA LUTTO

Accorinti--180x140E’ stato questo uno dei primi slogan della mia militanza antimilitarista – scusate il bisticcio…- ed è sempre risuonato istintivamente dentro di me ad ogni ritorno di questa fatidica data. Sì, lo so che l’antimilitarismo non si porta più e che, al massimo, ci si può dichiarare genericamente “per la pace” (“pacifisti” è già troppo impegnativo…).  Il fatto è che quando cominciano ad riapparire sui muri i soliti manifesti con soldati sorridenti e bambini che sventolano bandierine tricolori mi viene una specie di prurito, una vera e propria reazione allergica alla retorica patriottarda che ci affligge da oltre 90 anni, collegando senza giusto motivo la celebrazione dell’Unità d’Italia ed il legittimo orgoglio nazionale alla esaltazione delle Forze Armate.

Questa c.d. “Festa” segue da decenni veri e propri rituali, che si trascinano stancamente e mettono a dura prova la fantasia dei disegnatori dei suddetti manifesti i quali, nel dubbio, riprendono un’iconografia trita e ritrita, fatta di bandiere che garriscono al vento, scie aeree di frecce tricolori, stellette stilizzate e simile ciarpame. Anche le celebrazioni vere e proprie seguono da sempre un rituale consolidato, fatto di alzabandiera, compunti omaggi a base di corone d’alloro ai troppi monumenti ai Caduti, solenni discorsi di circostanza, parate militari ed esposizioni di uniformi di tutti i tipi.  Eggià, perché sarà pur vero che si celebra l’Unità d’Italia, ma è altrettanto vero che a quanto pare nessuno è riuscito finora ad unificare almeno in parte i tanti corpi militari o militarizzati della nostra “Repubblica che ripudia la guerra”.

Parafrasando la nota poesia “’A livella” di Totò, qualcuno potrebbe dire che: “Ogn’anno, il 4 novembre, c’è l’usanza / per i Caduti sventolar bandiere. / Ognuno l’add’’a fa’ chesta crianza / ognuno l’add’a ave’ chistu penziero…”  Però, scusatemi, io non ci riesco proprio a rivolgere il mio pensiero ad un’Italia dipinta come la patria delle forze armate e non degli Italiani.  E con me tanti altri che non riescono ad entusiasmarsi di fronte alle periodiche sfilate di sferraglianti carri armati e che non apprezzano affatto che le nostre piazze e perfino le nostre discariche siano presidiate da truppe in assetto di guerra, come se stessimo a Damasco o Kabul anziché a Napoli o Palermo.

La verità è che il lento logoramento del tempo, la crisi di qualsiasi ideologia e la subdola strategia di chi ha fatto fuori il servizio militare di leva (e al tempo stesso l’obiezione di coscienza) per sostituirli con la “professione soldato” e con un insipido e generico “servizio civile nazionale” hanno di fatto cancellato anni di lotte antimilitariste, di battaglie per affermare la difesa popolare nonviolenta e per la riconvertire l’industria bellica.

La verità è che il nostro beneamato Paese è tuttora tra i primi esportatori mondiali di armamenti ed uno dei più supini alleati in tutte le avventure belliche degli ultimi decenni, regolarmente spacciate per “missioni umanitarie”, o quanto meno come operazioni di “peacekeeping”.

La verità è che solo negli ultimi 10 anni , di questi  “missionari” in armi su vari fronti (dalla Somalia al Ruanda, dalla Bosnia al Libano, dal Kosovo all’Iraq ed all’ Afghanistan) ben 120 italiani, in prevalenza giovani, ci hanno lasciato la vita, allargando la tragica lista dei “caduti”.  Stando all’intollerabile ipocrisia delle versioni ufficiali, però,  –in questi casi si tratterebbe di “caduti di non-guerra”, se non di “martiri” della libertà e della pace…

In questo 4 novembre 2013, l’unica voce di rappresentante del popolo italiano che – fascia tricolore a tracolla sulla maglietta rossa – ha voluto farla finita col coro bipartisan dei politici italioti è stato il neo-sindaco di Messina, Renato Accorinti.    “Si svuotino gli arsenali, strumenti di morte – ha dichiarato nel corso del suo intervento, rivolgendo anche un appello ai sindaci di tutti i comuni italiani – e si colmino i granai, fonte di vita. Il monito che lanciava Sandro Pertini sembra ancora ad oggi cadere nel vuoto. Nulla da allora è cambiato. L’Italia, paese che per la Costituzione ‘ripudia’ la guerra, continua a finanziare la corsa agli armamenti ed a sottrarre drasticamente preziose e necessarie risorse per le spese sociali, la scuola, i beni culturali, la sicurezza. Il rapporto 2013 dell’Archivio Disarmo su ‘La spesa militare in Italia’  documenta come l’Italia abbia speso per l’anno 2013, e spenderà per il 2014 e il 2015, oltre 20 miliardi di euro per il comparto militare (oltre un ulteriore miliardo per le missioni internazionali) a fronte di una drammatica crescita della povertà sociale…” (http://nonviolenti.org/cms/news/356/238/4-novembre-a-Messina-il-Sindaco-con-la-fascia-tricolore-e-la-bandiera-arcobaleno/).

Il Sindaco Accorinti – di fronte ad un imbarazzato pubblico di ufficiali e carabinieri in alta uniforme – ha avuto il coraggio civile di dire pubblicamente ciò che molti Italiani pensano, sottolineando che c’è poco da festeggiare in un Paese dove ci sono nove milioni e mezzo di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Che c’è poco da sventolar bandiere laddove il territorio è stato sempre di più militarizzato, svendendo la sovranità nazionale a chi quasi 70 anni fa ci ha occupato in armi per ‘liberarci’ dai nazisti e continua tuttora ad occuparci in nome di un’equivoca ‘libertà’, che non scaturirà mai dai voli micidiali dei ‘droni’ né dalla rete satellitare e radar che pretenderebbe di controllare tutto e tutti.

Il primo cittadino di Messina è stato il primo amministratore locale che ha colto l’occasione per smascherare il “re nudo” della spesa militare italiana e della subalternità alle logiche USA e NATO che hanno trasformato regioni come la Sicilia e la Campania in portaerei protese sul Mediterraneo e sul Vicino Oriente, trasformando le nostre città  in  “plessi” distaccati del Pentagono.

Dobbiamo allora ringraziare questo anomalo sindaco in T-shirt e fascia tricolore perché non ha voluto accodarsi ai rituali omaggi pseudo-patriottici ed ha invece ricordato ai suoi concittadini – e con loro a tutti gli Italiani – che il “ripudio” della guerra, previsto esplicitamente dall’art. 11 della Costituzione, non può rimanere un’affermazione teorica e vuota, in totale contraddizione con le scelte della politica in materia di difesa.

L’unico modo per onorare i troppi morti in guerra (e nelle recenti non-guerre…) è ripetere con don Milani che “ognuno è responsabile di tutto” e che nessuno può sottrarsi al dovere di rispondere alla propria coscienza. Ecco perché il 4 novembre deve restare una giornata di lutto e di ricordo, ma non deve essere contrabbandato come una “festa” o come celebrazione della “giornata dell’unità nazionale”.

Come cristiano, poi, non posso che ricordare l’appello di don Milani quando scriveva:  “Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano…”  (http://www.panarchy.org/donmilani/obbedienza.html)

L’avvelenamento che ci viene inflitto dal militarismo non è più come quello di una volta, retoricamente nazionalistico e dichiaratamente guerrafondaio, ma proprio per questo è ancora più subdolo. Il volto buono delle Forze Armate – raffigurato dai soldati che soccorrono popolazioni terremotate o distribuiscono latte ai bambini nei luoghi di conflitto bellico – è una pericolosa e continua mistificazione, un imbroglio degno del bispensiero del “Big Brother” orwelliano, per farci credere che “la guerra è pace” e che essere dei buoni italiani significa fare il tifo per alpini, marò e paracadutisti.

Il 4 novembre può essere solo la prosecuzione del contiguo 2 novembre: un giorno di lutto per commemorare i tanti, troppi, nostri fratelli che sono morti, sacrificati sull’altare della patria, o meglio, della mostruosa assurdità delle “inutili stragi” di ieri e di oggi.

paolicelli

Il 4 novembre, per me, è anche l’occasione per ricordare  con rimpianto un’importante figura di obiettore di coscienza, ecopacifista e nonviolento, Massimo Paolicelli,  morto pochi giorni fa, dopo 30 anni d’infaticabile ed entusiastico impegno antimilitarista e disarmista. Purtroppo Massimo è finito prima di poter vedere il sindaco di Messina che mostrava la bandiera della pace – su cui era scritto “L’Italia ripudia la guerra” – davanti ai carabinieri impettiti  nell’omaggio ai Caduti. Peccato: ne sarebbe stato felice e si sarebbe messo anche lui a sventolare festosamente quel simbolo di tante lotte pacifiste.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )