Ciao, Antonio…

“…le stagioni nel sole finiscono, lo sai,
proprio quanto ti accorgi di amarle più che mai,
ma tu vivile sempre, e vivile per me,
le stagioni nel sole continuano con te.”

Roberto Vecchioni, Le stagioni nel sole 

antonio 4Carissimo Antonio…

Mi era già capitato di scrivere una lettera ad un grande amico da poco scomparso.[1] Quel 13 febbraio di 6 anni fa rivolgevo il mio pensiero a Mario Borrelli, inascoltato profeta di un vangelo al servizio degli ultimi e di un vero lavoro sociale di comunità. Oggi l’interlocutore di queste riflessioni sei tu, che come Mario mi sei stato padre e maestro e che troppo presto ci hai lasciato, per un male che ha fiaccato le tue ossa ma non il tuo vitalissimo entusiasmo e la tua incrollabile fiducia in un cambiamento vero, profondo, “alla luce del Sole” .

A darti l’estremo saluto, domenica 28 dicembre nel Duomo di Napoli, c’erano centinaia di persone che ti hanno voluto bene e che in questi decenni hanno apprezzato le tue eccezionali doti di umanità e la maniera ispirata e profetica con cui sapevi fare Politica con la maiuscola.  Ma se avessero potuto partecipare tutti quelli a cui hai rivolto il tuo sorriso incoraggiante e che hai aiutato a crescere, la stessa Cattedrale non sarebbe stata capace di contenerli, perché l’intera città – ed anche la regione – devono tantissimo al tuo instancabile impegno civico, sociale ed ambientalista.

Certo, come nel caso di Mario Borrelli, è triste constatare che la riconoscenza si esprima quando è troppo tardi, ma tu sei troppo al di sopra di queste cose e, pur sentendo il forte impulso a creare un movimento forte e numeroso, non hai mai valutato i risultati del tuo lavoro dal numero di quelli che ti battevano le mani.  Del resto, lo sai, i veri profeti sono sempre inascoltati e, in fondo, lo si può anche capire, visto che hanno la capacità di vedere talmente lontano da poter a stento essere seguiti e compresi da tutti. Forse non é stato un caso che tra i brani letti durante la celebrazione uno in particolare esaltasse Abramo come simbolo dell’uomo di fede, quello che crede a ciò che gli è stato rivelato, al di là di ogni apparenza e probabilità. In particolare san Paolo, nella Lettera agli Ebrei, celebrava questa straordinaria capacità del patriarca:

«Fratelli, per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. […] Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare…» [2]

Caro Antonio, anche tu sei partito senza sapere dove saresti arrivato, pieno di fede, di speranza e di calorosa empatia per chi hai incontrato lungo la strada. Certo, quelli che hanno seguito il tuo esempio non sono stati numerosi ‘come le stelle del cielo’, ma non si può negare che molte tue intuizioni, col passare del tempo, abbiano dato vita a grandi realizzazioni ed abbiano mobilitato moltissime persone. Sono stati, purtroppo, molti di meno quelli che ti hanno seguito sulla strada del rigore morale in politica e del tuo idealismo con i piedi per terra, ma è pur vero che in tanti hanno comunque abbracciato le tue idee e seguito le tue orme, attratti dal tuo esempio.

Nel suo messaggio, il Sindaco de Magistris ti ha efficacemente tratteggiato con poche parole:

« Un uomo mite, generoso, umile, un passionario, un gran combattente. Un uomo perbene. Un amico.»

Anche Antonio Piedimonte [3], nel titolo del suo articolo per il Corriere del Mezzogiorno,  ti ha definito “guerriero sorridente”. Al di là del linguaggio bellico nel quale troppo spesso si casca in politica – e che a me pacifista non piace –  bisogna ammettere che, se non guerre, quanto meno un sacco di battaglie le hai combattute, con la passione di chi ci crede davvero. Lotte democratiche e non violente, costantemente ispirate dalla tua profonda fede nel cambiamento. Ma non un cambiamento qualunque, come vorrebbero farci credere i politicanti d’oggi. Ciò di cui ti sei fatto promotore nasceva sempre da grande rispetto ed amore per l’umanità e per la natura, dalla cui sterile contrapposizione fosti capace di uscire quando i tuoi compagni di strada ne restavano prigionieri.  Quella stessa fede, che ti ha portato a batterti per una società più giusta solidale ed ecologica, si è manifestata nella tua religiosità  profonda quanto laica – come ha sottolineato padre Alex Zanotelli nel suo intervento – ma, sul piano personale, nella tua incrollabile speranza di riabbracciare finalmente la tua amatissima compagna Ileana. E’ la stessa profonda fede noi, i tuoi amici e compagni di sempre, abbiamo voluto onorare salutandoti per l’ultima volta col canto di“Bella ciao” sul sagrato del Duomo. La voce era incrinata dalla commozione, ma sono certo che quell’insolito coro, che faceva girare stupiti i frettolosi passanti, ti sarà piaciuto…

L’ecologia sociale di un ‘irriducibile ambientalista’

«…Antonio D’Acunto,  uno dei padri dell’ambientalismo in Campania, in un certo senso ha riunito le sue due anime: l’uomo di fede e il vecchio compagno che aveva messo da parte la falce e martello quando aveva scoperto che il partito aveva un’idea diversa dalla sua sull’ecologia e in particolare sul nucleare. Fu proprio la questione dell’energia atomica, infatti, la goccia che fece traboccare il vaso e spinse il brillante ingegnere dell’Enel che si era fatto apprezzare tra i quadri del Pci verso un’altra, diversa militanza…» [4]

Sì, caro Antonio, la questione nucleare fu la vera scelta dirimente e tu, allora, trovasti il coraggio per scegliere la strada più difficile, in modo da restare fedele alle tue convinzioni. Questa decisione, lo so bene, ti è molto costata. Tu, infatti, hai sempre creduto in un grande partito che incarnasse le ragioni di quel comunismo che non hai mai rinnegato. Ti aspettavi però una seria svolta in materia ambientale che invece non ci fu e così la frattura si determinò fatalmente su quel ‘nucleare civile’ che era frutto della retorica degli ‘atomi per la pace’.

Fu allora che decidesti d’imboccare una strada diversa, originale ed ancora inesplorata. Hai perciò dato vita ad un movimento ambientalista forte e determinato, che non si limitava a proteggere la natura ma si proponeva anche di rivalutare l’ambiente urbano e le sue grandi risorse culturali ed artistiche. Si trattava di quella che più tardi qualcuno avrebbe chiamato ecologia sociale [5] e che rientrava nell’ambito d’un impegno ambientalista ispirato dall’ecologia umana, per affermare i valori della civiltà, pur archiviando la vecchia visione antropocentrica del mondo.

« La verità  – ha scritto il tuo vecchio amico Nicola Lamonica in un articolo che ti ha dedicato – è che Antonio è qualcosa di più,  poiché ha saputo uscire dalla mediocrità ed ha motivato la sua vita  superando gli steccati ideologici,  non rinunciandone comunque all’essenza  e confinando le proprie idee  filosofiche, storiche e culturali in un nuovo progetto, la cui sintesi è rintracciabile nella Sua dinamicità costruttiva, nei suoi mille interventi scritti e nella saggezza del  Suo fare e del  Suo dire,  con parole semplici ma profonde  che lo hanno reso popolare e paziente, democratico e rivoluzionario, studioso e progettuale.» [6]

E’ proprio così. Chiunque ti abbia conosciuto restava inevitabilmente colpito dalla grande tensione etica e dalle profonde motivazioni filosofiche e politiche delle tue proposte. Allo stesso tempo, però, era impossibile non essere travolti dal tuo straordinario entusiasmo pragmatico, dalla tua irrefrenabile voglia di concretizzare le idee in un progetto.

Un“irriducibile ambientalista” sei stato definito in una nota delle U.S.B. [7] ed un articolo di “Contropiano” ti ricorda com:

un comunista scomodo”, quello « storico militante marxista ed ambientalista […] (che) a Napoli si è sempre opposto a tutti i progetti di devastazione e di ristrutturazione urbanistica e territoriale dall’evidente segno antisociale (e che)…ha sempre contribuito alle variegate esperienze politiche e sociali che si sono prodotte negli ultimi anni, portando il suo contributo di sapere e di competenza tecnico/scientifico».[8]

Sì, perché è inutile negare che il tuo rigore morale e la tua intaccabile coerenza politica erano oggettivamente scomodi, se non fastidiosi, per i troppi mediocri che della politica hanno fatto un mestiere e vorrebbero farci credere che l’unica cosa che conta è l’affermazione personale.

La verità è che proprio tu – mite generoso e umile, per citare de Magistris – sei stato un vero leader, la persona cioè che ha saputo valorizzare e mettere insieme tanti altri e trasmettere loro la carica, per realizzare il progetto ambizioso che solo un visionario come te poteva immaginare.

Il tuo grande merito è stata la tua eccezionale capacità di rendere quel progetto davvero globale, uscendo dalle secche della frammentazione e del pragmatismo miope che caratterizzano la nostra epoca, che ha smarrito la visione d’insieme, il senso della complessità e dell’interrelazione su cui, viceversa, si fonda l’approccio ecologista alla natura ma anche alla società.

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Con gli occhiali della mente, per guardare lontano…

Non è certo un caso che il simbolo di quella tua lungimiranza sono stati i tuoi famosi occhiali portati sulla fronte, che ti hanno caratterizzato negli anni come una specie di marchio di origine controllata delle tue idee:

«… quasi a dire di coinvolgere anche la vista della mente e di tutto te stesso, e il cuore, nello sguardo sul mondo e sulla vita, per custodirli e farli migliori, per tutti…»[9]

E d’intuizioni ne hai avute davvero tante, proprio perché sapevi guardare lontano, ma anche intorno, riuscendo a cogliere le potenzialità enormi di un territorio e di un popolo mortificati da decenni di malgoverno, speculazione edilizia, perdita del senso della comunità, incredibile noncuranza per i valori dell’ambiente. Antonio Piedimonte, nel suo articolo, ha puntualmente ricordato tutte le tue grandi battaglie, da quella contro l’abusivismo edilizio a quella che ha portato a tutelare i parchi naturali regionali, passando per le campagne ambientaliste per salvaguardare e valorizzare i tesori della “Napoli negata” ed quelle per cancellare il concetto stesso di periferie, superandolo nella visione di una città multicentrica, che sapesse valorizzare il protagonismo dei cittadini.

Come primo presidente di quella che allora si chiamava “Lega per l’Ambiente” [10] sei riuscito ad aggregare moltissime persone intorno ad un progetto di rinascita di una città e di una regione che non volevano rassegnarsi al degrado ed alla perdita d’identità sociale e culturale. Lo stesso spirito combattivo e la stessa risoluta determinazione sei riuscito a portare tra i banchi del Consiglio Regionale della Campania, dove non solo hai saputo dimostrare come si può fare politica altra e alta, ma hai potuto sviluppare in forma legislativa le tue grandi intuizioni.

Pochi ormai ricordano che sei stato colui che ha promosso e fatto approvare la legge sui parchi regionali e che sei stato anche il relatore ed ideatore della legge che segnava una svolta epocale in materia di raccolta e trattamento dei rifiuti. Nessuno che ti abbia affiancato in quegli anni, però, potrà dimenticare la tua incredibile capacità di coinvolgere un’aula spesso distratta nelle grandi battaglie civili ed ambientali, travolgendo col tuo contagioso entusiasmo anche i più tiepidi e perfino gli oppositori politici.

Il nostro incontro è stato segnato dalla mia uscita dai Verdi – che pur avevo contribuito a far nascere a Napoli – e dalla tua grande apertura verso una persona con cui forse avvertivi un’affinità ideale. E’ dal 1995, con la mia simbolica candidatura a presidente della Provincia di Napoli per i Verdi Arcobaleno, che è nato un affettuoso sodalizio che è continuato fino a pochi giorni fa, quando ti ho salutato con una carezza sul tuo letto d’ospedale, non immaginando che sarebbe stata l’ultima.

Il comune amico Pasqualino, insieme ad una bellissima foto che ti ritrae sorridente con una tua nipotina, mi ha mandato il link ad una bella canzone di Roberto Vecchioni. L’ho ascoltata e mi è venuto un groppo alla gola, soprattutto sentendo le prime parole:

«Addio per sempre, amico mio / ne abbiam passate di stagioni al sole / da far invidia a chi so io / ne abbiam cantate di illusioni / fino a sembrare due coglioni…».[11]

Da allora, anche noi due ne abbiamo passate di “stagioni al sole”, da quella dell’associazionismo ambientalista con V.A.S. [12] a quella, appunto, che al Sole direttamente s’ispira, per promuovere una vera e propria Civiltà alternativa. La stagione più appassionante che abbiamo vissuto insieme è forse stata quella per diffondere e salvaguardare la diversità biologica e culturale, dedicando a questo impegno vari anni d’impegno con VAS  ed organizzando ben cinque edizioni della “Festa della Biodiversità, di cui tu sei sempre stato giustamente orgoglioso.

Per la Civiltà del Sole

Un’altra tua straordinaria intuizione è stata quella di una proposta di legge popolare che potesse portare la statica e disastrata Campania a diventare la prima Regione che si desse una normativa ispirata alla scelta prioritaria del Solare. Ma non si trattava di un’altra questione. Era soltanto la logica estensione del tuo grande progetto di ecologia sociale, ispirato ad un pensiero forte, ad un’autentica etica ambientale e ad una visione della società rigorosamente ecologista, ma al tempo stesso equa e solidale.

E’ iniziata allora quella che davvero possiamo chiamare “la stagione del Sole”, un’avventura su cui pochi avrebbero scommesso, e che ci ha portati invece a raccogliere circa 13.000 firme sotto quel testo di legge popolare di cui sei stato l’ispiratore ed il vero estensore. Un’avventura che non si è conclusa con l’incredibile approvazione all’unanimità di quell’eccezionale proposta legislativa, ma che continua tuttora nella battaglia perché quella L.R. n. 1 del febbraio del 2013 diventi una realtà.

Non a caso la Rete associativa di cui sei stato il padre si è proposta come una realtà che promuove la Civiltà del Sole e della Biodioversità , coniugando i due termini in una visione complessiva di cui il Sole, simbolicamente, è la sintesi ma non certo l’unico protagonista.

Grazie a te, ed a quell’evidente riferimento all’utopica Città del Sole del grande calabrese che morì 600 anni prima che tu nascessi, comprendiamo meglio quanto fosse profondo il tuo pensiero, che si nutriva di quello dei filosofi presocratici, come Eraclito, ma anche di una rivoluzionaria volontà di cambiamento del modello di sviluppo, a partire dalla rivoluzione di quello energetico e dei consumi.

«Nella Civiltà del Solare, la città respira come da natura e cresce la bellezza della sua immagine […] La campagna e l’agricoltura ritrovano l’identità perduta, generatrice e non distruttrice di risorse. Cambiano urbanistica ed architettura del nuovo […] contro gli sprechi cambiano i materiali e le tecnologie impiegate; cambiano la mobilità ed il trasporto, privato e pubblico[…].L’intera economia si libera dai vincoli della dipendenza e del ricatto del mercato del combustibile e delle fonti energetiche e lo scambio internazionale si attiva non sui vincoli della “bilancia commerciale”, sulla speculazione monetaria, ma sull’interesse reciproco e solidale. Le comunità locali, anche in identità semplici e familiari, diventano i fattori delle scelte, delle capacità di acquisire quella giusta energia sufficiente per le loro necessità, di scambiarsela a “bassa tensione” con le altre vicine in una rete di comune, reciproco interesse.»[13]

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La tua mente –  grazie agli occhiali sulla fronte che ti aiutavano a guardare molto lontano – ha saputo indicarti una strada luminosa, nella quale ci siamo avviati con te in questi anni e che ora avremo difficoltà a percorrere senza di te.  Certo, nell’attuale mondo prosaico, disincantato e cinico della politica si rischia di far la parte di quelli che, per dirla con Vecchioni, cantano solo delle illusioni; insomma, di essere scambiati per coglioni…Ma chi ti è stato accanto sa benissimo che basta utilizzare i tuoi magici occhiali della mente per vedere tutta la concretezza di un progetto di società profondamente alternativa. Una società ispirata a quello che ti chiamavi “comunismo ecologico” ed io “ecosocialismo”, e che non solo utilizzi il sole e le altre fonti rinnovabili per produrre energia ed attivare un nuovo modello di sviluppo economico, ma sappia tornare ad essere una vera comunità, un posto più giusto ed accogliente dove far crescere i nostri figli.

Ho recentemente avuto modo di vedere una simpatica foto che ti ritrae, col tuo sorriso solare, mentre una delle tue nipotine, ridendo, ti strappa dalla fronte gli immancabili occhiali. E’ un’immagine bellissima, nella quale leggo il tuo straordinario affetto per i tuoi cari, ma anche una specie di simbolico passaggio di testimone della tua lungimirante visione alle generazioni future, che non meritano certo il disastro ambientale e sociale che gli stiamo riservando…

Carissimo Antonio, le cose da dire e da ricordare – compresi i tuoi appassionati interventi per difendere la Costituzione Italiana ed i tuoi ripetuti tentativi di coagulare il frammentato mondo della sinistra in un grande progetto alternativo – ma sono cose che sai molto bene e che non è certo facile trasmettere con poche righe a chi non ti è vissuto accanto per tutti questi anni.

D’altra parte, il solo modo per ricordarti davvero è continuare, testardamente, a percorrere la strada per la quale ci hai guidata, anche se – come cantava Fabrizio De André – bisogna fare i conti con “ambizioni meschine, millenarie paure e inesauribili astuzie” dei troppi che non solo non vedono lontano, ma non sanno neppure guardare dove camminano…

« Coltivando tranquilla / l’orribile varietà / delle proprie superbie / la maggioranza sta / come una malattia /come una sfortuna / come un’anestesia / come un’abitudine / per chi viaggia in direzione ostinata e contraria» [14].

Nessuno più di te ha saputo incarnare quest’ultima espressione. Per questo, caro Antonio, resterai per sempre con noi.

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[1] Ermete Ferraro, Ciao Mario! https://ermeteferraro.wordpress.com/2008/02/13/ciao-mario/

[2] Ebr 11,8-11 ; 12,12-19

[3] Antonio Emanuele Piedimonte, Quel guerriero sorridente che regalò alla Campania l’energia solare http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/14_dicembre_29/quel-guerriero-sorridente-che-regalo-campania-l-energia-solare-7a875576-8f5d-11e4-958d-cb5be19f6659.shtml

[4] ibidem

[5] Murray Bookchin, The Philosophy of Social Ecology: Essays on Dialectical Naturalism (1990 and 1996) Montreal, Black Rose Books

[6] Nicola Lamonica, Ci lascia Antonio D’Acunto, http://www.ilprocidano.it/2014/12/29/ci-lascia-antonio-dacunto/

[7] http://campania.usb.it/index.php?id=85&tx_ttnews%5Btt_news%5D=80408&cHash=d9870c69c6&MP=73-310

[8] E’ morto Antonio D’Acunto, comunista scomodo http://contropiano.org/in-breve/italia/item/28309-e-morto-antonio-d-acunto-comunista-scomodo

[9] Da una nota a firma di Pasquale Salvio, presidente di Città della Gioia onlus

[10] http://www.casertanews.it/public/articoli/2014/12/28/152650_cronaca-napoli-legambiente-ricorda-antonio-acunto-primo-presidente-legambiente-campania.htm

[11] Roberto Vecchioni, Le stagioni nel sole (2005) http://www.angolotesti.it/R/testi_canzoni_roberto_vecchioni_1792/testo_canzone_le_stagioni_nel_sole_272883.html

[12] VAS onlus (Verdi Ambiente e Società) è un’associazione nazionale di protezione ambientale, riconosciuta nel 1994 dal Ministero dell’Ambiente e presente su tutto il territorio italiano. Di VAS Campania Antonio D’Acunto è stato fondatore, coordinatore regionale e poi presidente onorario. Vedi servizio su AdA su: http://vasonlus.it/?p=10193

[13] Antonio D’Acunto, La Civiltà del Sole (maggio 2010) , http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/la-civilta-del-sole/24-la-civilta-del-sole

[14] Fabrizio De Andrè, Smisurata preghiera, http://www.angolotesti.it/F/testi_canzoni_fabrizio_de_andre_1059/testo_canzone_smisurata_preghiera_33199.html

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© 2014 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.wordprress.com )

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…E PACE SULLA TERRA

paceinterraForse non ci facciamo più caso, ma “natale” è un aggettivo sostantivato, non un nome. Dies natalis  in latino indicava sia il giorno della nascita sia la sua ricorrenza, ovvero ciò che noi chiamiamo “compleanno”. Va precisato che in data assai prossima a quella del nostro Natale – coincidente col Solstizio d’inverno – gli antichi Romani già festeggiavano il “Sole Invitto”(Dies natalis Solis Invicti), culto introdotto nel 274 dall’imperatore Aureliano e riconfermato da Costantino. Fu proprio quest’ultimo, dopo la conversione al Cristianesimo, che trasformò quella celebrazione pagana del Sole invincibile nella ricorrenza della nascita di Gesù Cristo.

Da allora sono passati quasi 1700 anni, eppure per molti Natale resta un nome pieno di fascino ma sostanzialmente vuoto, in quanto progressivamente svuotato del suo senso più profondo. Certo, non celebriamo più la maestà invincibile del Sole – sebbene sia innegabile che la nostra stessa vita dipenda da quella stella intorno a cui il nostro pianeta continua a girare – ma abbiamo anche smarrito il senso del sacro che ammantava il giorno della nascita terrena di Chi è venuto di persona a salvare il mondo che Egli stesso aveva creato.

Si direbbe che il grande mistero dell’incarnazione di Dio sia diventato non solo impenetrabile (aggettivo dietro cui si cela comunque una ricerca di senso e di valore), ma sempre più evanescente per un mondo che ha rinunciato ai grandi interrogativi e si accontenta di ciò che esperimenta giorno per giorno. E la nostra esperienza, purtroppo, ci racconta di un Natale ridotto a mera interruzione dell’attività lavorativa, una vacanza che – etimologicamente – suggerisce più un vuoto che un nuovo contenuto. Ma – come ci ha ricordato recentemente il grande Benigni – il Signore ci ha detto (non ‘comandato’: l’ebraico devarìm significa ‘parole’) di ricordare il giorno del Sabato per santificarlo. Un Sabato inteso solo come riposo festivo, come interruzione del ritmo lavorativo, non è sufficiente. Esso dovrebbe essere valorizzato, purificato, consacrato (ebr. qadèsh), per dare un senso nuovo e diverso a quel vuoto. In caso contrario – e lo constatiamo proprio nel periodo natalizio – tale ‘vacanza’ è riempita solo dall’esasperazione del nostro abituale consumismo, per cercare di rendere indimenticabile con spese e regali un giorno che dovrebbe ricordarci ben altro.

Non intendo replicare la solita lamentazione sulla perdita della sacralità del Natale, ma credo che basta sfogliare un giornale o guardare la TV per accorgersi che è difficile cogliere un senso diverso dietro una festività ridotta da tempo a convulsa fiera delle vanità e, più recentemente, ad occasione per rilanciare i consumi in periodo di recessione…
Si direbbe che più si accendono le luci delle luminarie natalizie e meno luce penetra dentro di noi. Più riempiamo queste giornate di regali e pranzi sontuosi e meno ci sentiamo soddisfatti di come questi 2014 anni ci hanno trasformati. Il nostro Natale, insomma, è diventato metafora d’una religiosità abitudinaria e banalizzata, nei confronti della quale già dallo scorso anno si era alzata la voce di Papa Francesco: «…se nel Natale Dio si rivela non come uno che sta in alto e che domina l’universo, ma come Colui che si abbassa, significa che per essere simili a Lui noi non dobbiamo metterci al di sopra degli altri, ma anzi abbassarci, metterci al servizio, farci piccoli con i piccoli e poveri con i poveri». http://www.tempi.it/papa-francesco-il-natale-e-il-segno-che-dio-si-e-schierato-con-l-uomo-per-risollevarlo-dai-peccati#.VJcTDsAKA .

Natale dovrebbe essere il momento forte dell’anno in cui ci ricordiamo di Chi ci ha salvati, lasciando a noi uomini un messaggio di amore, di fratellanza e di servizio: la ‘buona notizia’ (eu-angelon) di speranza, fondata sulla fede e generatrice di carità, che dovrebbe illuminare questa festa molto più di tante sfavillanti luminarie. Ma è davvero così?

“E’ Natale e a Natale si può fare di più” : risuonano nelle orecchie le zuccherose parole di una nota canzone composta, guarda caso, proprio come spot pubblicitario per un’azienda dolciaria. Ma la verità è che non si tratta tanto di “fare di più”, semmai di fare diversamente, di deciderci finalmente a cambiare rotta, ad invertire la marcia. Dovremmo sforzarci di “essere di più”,  preoccupandoci assai meno di ‘avere’ e di ‘apparire’, pilastri sui quali, viceversa, si fonda la nostra società ed il suo modello di sviluppo. Se invece per noi Natale resta solo una pausa o, al più, una toccante rievocazione non aspettiamoci che riesca a ‘santificarci’, perché in tal caso non ne coglieremmo il senso profondo, la sacralità, ricadendo fatalmente nel vuoto di una semplice vacantia.

Quella magica parola, inoltre, ci evoca l’idea di una vita che comincia. Il verbo latino nascere, infatti, che deriva da quello greco ghìgnomai, a sua volta riconducibile alla radice indoeuropea *GN, che ci parla di generazione, che qualcosa che inizia ed è quindi in divenire.

Ebbene, se non riusciremo a fare del Natale un vero momento di ri-generazione, di ri-nascita, sprecheremo un altro anno della nostra vita, di cui avremo solo ripercorso l’orbita temporale – proprio come la Terra intorno al Sole invitto – senza però che nulla cambi dentro e fuori di noi.

Ecco perché dovremmo tutti cogliere quest’occasione – pur nella sua ritualità, spesso sinonimo di abitudine e di tradizione – per sforzarci di far rinascere in questo mondo stanco e disilluso una speranza di cambiamento, di mentalità prima ancora che di azione. Nella liturgia greca-ortodossa, la “metànoia” – il termine evangelico che indica tale cambiamento profondo nel modo di pensare e di sentire – corrisponde anche ad un gesto rituale. Si tratta di un inchino profondo, per toccare la terra con la mano destra a dita unite, che vengono poi baciate e con cui si traccia il segno di croce.

Ovviamente è solo un gesto ma, nella sua simbolicità, ci suggerisce almeno due cose. La prima è che, per cambiare davvero, dobbiamo fare lo sforzo di abbassarci al livello della terra – come ci raccomandava Papa Francesco – in modo da ricordarci della nostra creaturalità, in quanto figli di Adàm/adamàh, rispecchiata in latino dalla parola homo, derivante da humus.

La seconda è che la terra toccata con la mano, in segno di ricongiungimento con la nostra origine, deve però essere santificata e riempita di senso e vivificata dallo Spirito (ebr.: Ruah), come nell’atto creativo iniziale. Abbassarsi e al tempo stesso elevarsi mi sembra quindi un’efficace sintesi del Natale come atto di fede nel Dio che si è fatto creatura per riportare “in excelsis” le sue creature.

Comunque si voglia tradurre la seconda parte del testo greco del noto passo di Luca 2:14 «Δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκία» è però evidente che il messaggio evangelico associa la proclamazione di gloria a Dio con la pace sulla terra e con quella eudokìa che è stata intesa ora come ‘buona volontà’, ora come ‘benevolenza’ tra gli uomini.

In ogni caso, di pace e benevolenza credo che questa nostra Terra abbia davvero bisogno, visto che l’umanità, pur essendo comparsa negli ultimi minuti della sua cronologia, si ostina testardamente a minacciarne la distruzione o, quanto meno, a provocare assurdamente la propria estinzione.

Il guaio è che i giornali e gli altri media ci hanno abituato a rassegnarci ad un mondo in cui le immagini dei babbinatale, dei regali e del rituale ‘volemose bene’ natalizio si alternano un po’ cinicamente a quelle di popolazioni sterminate dalla fame, dalle malattie e dalla guerra, condannate senza dubbio dall’intolleranza omicida dei nuovi Caini, ma anche dall’indifferenza apatica e rassegnata che troppo spesso ci caratterizza ai nostri giorni.

Natale, ho ricordato all’inizio, è in fondo solo un attributo riferito a sostantivo ‘giorno’, ma questo non significa che esso debba trascorrere invano, senza lasciare traccia dentro e fuori di noi. Il fatto che rimanga spesso la pura e semplice celebrazione d’una ricorrenza annuale è purtroppo segno che il messaggio evangelico – col suo richiamo alla ‘nascita’ – non riesce più a suggerirci che quel termine non rievoca un evento in sé compiuto ma evoca piuttosto un inizio, un’evoluzione,

Ecco perché auguro a tutti – e naturalmente prima a me stesso – di saper recuperare il senso pieno e vero del Natale, in modo da iniziare un anno d’impegno – sociale, ecologico e politico – ricaricati da un messaggio di vera Pace, quella che ci dà la forza di cambiarci e di cambiare.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com