Da Giano e san Gennaro: chiudere le porte alla guerra.

San-GennaroIn questi giorni Napoli si prepara a festeggiare ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato.   San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto un’importanza centrale rispetto alla sua stessa azione pastorale, di cui si sa ben poco.

Il sangue del Gennaro (vescovo di Benevento e decapitato a Pozzuoli) è diventato il simbolo stesso di una religione sacrificale, i cui profeti e testimoni (in greco: martyres) sono coloro che attestano la loro fede e la loro fedeltà al Vangelo anche a costo della propria vita, nella certezza che “chi avrà perduto la vita per cagion mia la troverà” (Mt 10:39) e che “il sangue dei martiri è il seme dei Cristiani [i]. La centralità simbolica del sangue – come sottolineava l’antropologo Marino Niola nella presentazione ad un libro su questo argomento [ii] – è ben nota in tutto il Mezzogiorno e soprattutto a Napoli. Un territorio ed una città che di sangue ne hanno versato in gran quantità, soggetti come sono stati per troppi secoli a invasioni e dominazioni. Una terra dove il lavoro per guadagnarsi il pane non a caso è stato sempre chiamato fatica  ricalcando il termine latino labor (fatica, sofferenza) ed echeggiando quelli francese e spagnolo travaille e trabajo. Una fatica che, citando una colorita espressione proverbiale, faceva (e spesso fa ancora) “jettà ‘o sanghe” , cosa ben diversa dal versarlo come sacrificio volontario.

Comprendiamo bene, quindi, l’innata simpatia che un popolo abituato a ‘gettare il sangue’ sul lavoro e per il lavoro, ma anche per colpa delle guerre, ha sempre provato nei confronti di un santo come Gennaro, il cui sangue è diventato segno tangibile di un’auspicata protezione ultraterrena contro le violenze quotidiane, i disastri bellici e perfino le sciagure naturali, come terremoti, eruzioni ed epidemie. Comprendiamo quindi perché i Napoletani – ed i Campani in genere – invochino da sempre il nome del loro patrono e difensore, però andrebbe precisato che Gennaro non era il nome proprio del santo martire beneventano, bensì quello di famiglia. Il vero appellativo personale in effetti non ci è noto (qualcuno ipotizza che fosse Procolo) mentre il cognome , con cui lo conosciamo, lo indicava come appartenente alla Gens Ianuaria. L’etimologia di questa denominazione si collega  quello del primo mese dell’anno, cioè Gennaio (Ianuarius), a sua volta così chiamato perché dedicato a Ianus/Giano, considerato dagli antichi Romani ‘Divum Deus/Pater’, ossia Dio e Padre degli altri Dei, divinità iniziale e principale del loro Pantheon.

giano-1Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianus, caratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (il lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, ie perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:

“Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l’altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l’atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all’uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell’Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni…” [iii]

La sacralità di questo simbolismo – che vedeva aperte le porte del tempio di Giano solo in occasione dei conflitti bellici, mentre la loro chiusura sanciva lo stato di pax – era e resta molto interessante e ci invita ad una seria riflessione di fronte ai nuovi bellici che agitano i nostri tempi. Oggi, come allora, lo folle logica distruttrice della guerra va bloccata con fermezza, chiudendo a chiave le porte all’aggressività che diventa minaccia armata o, peggio, terrore nucleare. Un’esigenza già proclamata da Virgilio,che aveva definito ‘empio’ (cioè in contrasto con lo spirito religioso): il ‘furore’ di chi crede di risolvere le cose con la crudeltà della guerra: “…dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus saeva sedens super arma”  cioé: “con duri chiavistelli di ferro saranno chiuse le porte della Guerra; l’empio Furore all’interno, seduto sulle armi crudeli …”  [iv]. Eppure noi continuiamo ad assistere impotenti alla sacrilega commistione tra ideologie di guerra e motivazioni pseudo-religiose, ma anche all’ottusa visione di chi continua a blaterare di ‘guerre giuste’ e, soprattutto, della necessità di difendere la pace con le armi. La nefasta dottrina romana del “si vis pacem para bellum” a quanto pare è dura a morire ed a poco sono serviti secoli di autorevoli appelli di pontefici e capi religiosi sull’inconciliabilità della guerra con qualsiasi fede che affermi la sacralità della vita e predichi la fratellanza.

Eppure, esattamente due anni fa, ci fu qualcuno che tentò d’inserire nelle celebrazioni in occasione della Festa di san Gennaro un concerto della banda della US Navy. Quel tentativo per fortuna fu vivacemente contrastato dal movimento napoletano per la pace ed opportunamente si decise di cancellare questo spettacolo. Come scrissi sarcasticamente sul blog in quell’occasione:

“Ma da quando il patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della marina militare americana, una specie di San GenNavy? E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a versare altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?” [v]

tempio_di_gianoPerò, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Tra le celebrazioni che precedono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, infatti, mi è capitato di leggere che l’Arcivescovo di Napoli ha presieduto questo 17 settembre una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy. [vi]   E ancora una volta mi sono chiesto ‘che ci azzecca’  il nostro venerato Patrono con fanfare stellette e fucili; soprattutto, perché si consenta non solo l’evidente commercializzazione della tradizionale festa religiosa (trasformata all’americana nel San Gennaro Day [vii]), ma perfino la sua militarizzazione. Due giorni dopo il ricordo di san Gennaro, il 21 settembre, ricorre la Giornata Internazionale della Pace [viii] – proclamata dall’ONU negli anni ’80 – ed in quello successivo è previsto a Napoli, nella sala Valeriano della Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli [ix], un incontro sul disarmo nucleare organizzato dal M.I.R.(movimento Internazionale della Riconciliazione), che in questa città si riunisce dopo molti anni per la sua assemblea nazionale 2017.

E’ un’occasione di più per ribadire che bisogna chiudere le porte in faccia a tutte le guerre e sigillarle definitivamente per quelle nucleari, ma anche che non sono accettabili confusioni tra il sangue dei martiri per la fede e quello versato ‘per la patria’, ma di cui si sono cinicamente nutriti gli interessi dell’imperialismo e del sistema militare-industriale. La pace non è solo assenza di guerre, ma quel che è certo è che l’affermazione della nonviolenza passa per la cancellazione della logica bellica e la ricerca di metodi alternativi di difesa e di sviluppo. Ecco perché, citando Gianni Rodari in una sua candida ma efficace filastrocca: “Sarebbe una festa per tutta la terra / fare la pace prima della guerra!”[x]

NOTE —————————————————————————

[i]  Q.S.F Tertulliano, Apologeticum, 50,13

[ii] L. Malafronte, C. Maturo (a cura di), Urbs sanguinum, Napoli, Intra Moenia, 2008 >  http://www.urbs-sanguinum.freeservers.com/presentazione.html)

[iii] T. Livio, Storia di Roma. Libro I cap. 19  >  http://www.deltacomweb.it/storiaromana/titolivio_storia_di_roma.pdf  – sott. mie

[iv]  Virgilio, Eneide, libro I, vv. 294-96 >  http://web.ltt.it/www-latino/virgilio/index-virgilio.htm

[v]  Ermete Ferraro, “Operazione San GenNato” (16.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/16/operazione-san-gennato/

[vi] https://www.pressreader.com/italy/il-mattino-caserta/20170917/282668982527991

[vii]  http://www.napolitime.it/101447-san-gennaro-day-sul-sagrato-del-duomo-napoli.html

[viii] http://www.un.org/en/events/peaceday/

[ix]  https://www.facebook.com/events/1744099985892166/?active_tab=discussion

[x] Stefano Panzarasa (a cura di), L’orecchio verde di Gianni Rodari – L’ecopacifismo, la visionarietà, la pratica della fantasia e le canzoni ecologiste, Viterbo, Stampa Alternativa, 2011

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Ma che ‘Bellica Scuola’ !

  1. Una scuola ‘buona’ a che cosa?

la-bellica-scuola-xxxIn questi ultimi anni abbiamo sentito parlare continuamente della “Buona Scuola”, l’autocelebrativa etichetta che il governo Renzi ha voluto apporre sulla sua riforma dell’istruzione in Italia. Ovviamente non tutti fra i docenti e gli stessi dirigenti scolastici hanno condiviso questa enfatica definizione e, soprattutto, una volta passata la sbronza delle slide e della propaganda, tale ‘rivoluzione’ educativa sta ormai mostrando i propri limiti. A cambiare la scuola italiana ci avevano già provato in tanti, con risultati generalmente poco apprezzabili, ma è evidente che l’attuale Premier ha voluto imprimere un’impronta più decisa e decisionista sulla sua riforma, utilizzando l’aggettivo “buona” come segnale d’un cambiamento epocale. In proposito, infatti, le frasi retoriche si sprecavano, a partire dall’introduzione al documento [i] , dove si parlava di: “soluzione strutturale alla disoccupazione”; “meccanismo permanente d’innovazione, sviluppo e qualità della democrazia”; “investimento di tutto il paese su se stesso”; “Un Paese intero… deciso a mettersi in cammino”. La proposta proseguiva con altre affermazioni fiere e combattive, tipo: “Il rischio più grande, oggi, è continuare a pensare in piccolo, a restare sui sentieri battuti degli ultimi decenni”; “Ci serve il coraggio di ripensare come motivare e rendere orgogliosi coloro che, ogni giorno, dentro una scuola, aiutano i nostri ragazzi a crescere”; “Siamo pronti a scommettere su di voi. A farvi entrare nella partita a pieno titolo, e a farvi entrare subito. Ma a un patto: che da domani ci aiutiate a trasformare la scuola, con coraggio. Insieme alle famiglie, insieme ai ragazzi, insieme ai colleghi e ai dirigenti scolastici”; “Possibilità di schierare la “squadra” con cui giocare la partita dell’istruzione”.  Si avverte in sottofondo una tonalità del linguaggio impostata alla sfida, che adopera parole come “coraggio” e “scommessa” per lanciare un appello ad una “trasformazione” che richiede un ‘gioco di squadra’, lasciando intendere fra le righe che forze oscure, retrograde e conservatrici congiurino invece per lasciare la scuola così com’è.

La riforma renziana, insomma, si è posta come una mobilitazione generale per fare della scuola “l’avanguardia, non la retrovia del Paese”, sostenendo che essa “ deve diventare poi la vera risposta strutturale alla disoccupazione giovanile, e l’avamposto del rilancio del Made in Italy.”  Avanguardia, retrovia, avamposto: un orecchio attento non può fare a meno di cogliere dietro tali parole il tono vagamente marziale di chi ha inteso lanciare una vera e propria ‘campagna’ contro immobilismo e burocrazia, facendo della scuola il terreno d’un cambiamento epocale. A distanza di due anni, però, di questa sedicente rivoluzione educativa non sembra sia rimasto molto. L’enfasi sulla ‘autonomia’ scolastica, semmai, si è paradossalmente trasformata in un ulteriore stimolo al conformismo ed all’appiattimento della didattica, grazie ad un’omologazione delle priorità formative, ad esempio attraverso la pedissequa adesione a format educativi d’importazione. Penso, ad esempio, alla stucchevole retorica sulla “scuola digitale” – sulla quale mi sono soffermato in un precedente articolo [ii] – ma anche all’insistenza su concetti come qualità, valutazione e merito, cui finora non mi pare che sia corrisposto altro che un indecoroso inseguimento delle direttive di vertice, aumentando il già fin troppo ampio progettificio scolastico anziché qualificare la didattica curricolare e valorizzare l’impegno ordinario dei docenti. Penso anche alla speciosa retorica sull’aggiornamento degli insegnanti – chiamato pomposamente ‘formazione continua obbligatoria’ – puntando ancora una volta sulla parola magica ‘innovazione’, resa sinonimo delle c.d. “nuove alfabetizzazioni”, sintetizzabili in una dose massiccia di impronunciabili “competenze digitali”, nell’impulso allo studio dei principi dell’economia nelle scuole secondarie ed in un’ulteriore enfasi sull’apprendimento delle lingue straniere (leggi: inglese).[iii]  In filigrana, dalla epocale riforma renziana sembrerebbe dunque affiorare più che altro l’immagine di una scuola-azienda, resa sempre più conforme ad un ben preciso modello di sviluppo e di cambiamento sociale ed alla cultura dominante, fondata sulla legge del mercato, sulla globalizzazione e su pericolose ‘monoculture della mente’.

  1. “E ritornammo a riveder…le stellette”

downloadVa anche considerato un altro insidioso aspetto – meno affrontato e discusso – della “buona scuola” propugnata dall’attuale governo: l’introduzione nel percorso educativo del modello militare. In effetti non è una caratterizzazione del tutto nuova, visto che anche esecutivi precedenti hanno cercato d’inserire, più o meno surrettiziamente, la ‘cultura’ militare all’interno della programmazione didattica. Fatto sta che nel 2014 questo processo è culminato nel Protocollo d’Intesa sottoscritto da MIUR e Min. Difesa, nel quale si sancisce il discutibile principio secondo il quale nella scuola c’è bisogno di attivare:

 “…un focus sulla funzione centrale che Ia ‘Cultura della Difesa’ ha svolto, e continua a svolgere, a favore della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese”, per cui si propone la: “…ricerca [di] soluzioni comunicative interattive espressamente rivolte alle nuove generazioni, per affermare Ia conoscenza e il ruolo della Difesa al servizio della collettività e divulgare le opportunità professionali e di studio riservate alle fasce giovanili di riferimento [iv]

Questa rinnovata intesa tra “libro e moschetto” – paradossalmente presentata come attuazione dei nostri principi costituzionali e di quelli ispiratori dell’ONU – ha così ufficializzato una collaborazione ‘formativa’ interministeriale, sulle cui reali motivazioni mi sembra giusto ed opportuno interrogarsi.

« Lezioni di Costituzione affidate a generali e ammiragli, concorsi spaziali con tanto di premi offerti dalle aziende produttrici di sistemi di morte, seminari e conferenze sulle missioni “umanitarie” delle forze armate italiane in Afghanistan, Iraq, Somalia, Libano e nei Balcani. La buona scuola dell’era Renzi sarà sempre più militare e militarizzata, riserva di caccia del complesso militare-industriale-finanziario e megafono dei pedagogisti-strateghi della guerra globale. Dopo il Protocollo d’Intesa sottoscritto nel settembre 2014 dalle ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica (MIUR) e quello della Difesa varano una serie di iniziative “didattiche e formative” per gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, con lo scopo di “favorire l’approfondimento della Costituzione italiana e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani per educare gli alunni all’esercizio della democrazia e favorire l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo delle competenze relative per l’esercizio di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale ». [v]

In una recente circolare del MIUR si rilanciano infatti le iniziative sponsorizzate dal Ministero della Difesa, consigliando alle istituzioni scolastiche di:

trarre stimoli e risorse utili per la loro progettazione didattica. Questi progetti ci permettono di costruire relazioni positive con i ragazzi  […] contribuendo ad arricchirne la crescita personale e a far conoscere loro l’importanza della memoria storica”. [vi]  

Di cosa si tratta? Basta consultare l’apposita sezione del sito del MIUR [vii], come consiglia la circolare, per prendere conoscenza di concorsi e conferenze che fanno parte di questo ‘pacchetto’ grigio-verde.  Si va dalla classica proposta pseudo-storica su “Caporetto: oltre la sconfitta” a quella meno spiegabile sullo “Articolo 9 della Costituzione” dedicato allo “sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e alla “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Si lanciano poi conferenze nelle scuole – svolte da personale militare affiancato da non meglio identificati ‘testimonial’ – sulla Costituzione e la cittadinanza attiva, precisando poi:

con particolare attenzione al ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese. Quest’anno il focus sarà sulla Grande Guerra e sull’anniversario della sconfitta di Caporetto, con particolare riguardo all’attività sportiva militare e al settore paralimpico.” .

I nostri beneamati formatori militari, però, non rinunciano ad avventurarsi in altri campi, non proprio di loro competenza, come quello dell’educazione stradale (“La buona strada della sicurezza”) e perfino in quello aero-spaziale, in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (“Scuola: spazio al tuo futuro”).  Insomma, le martellante proposta inter-ministeriale  – megafonata attraverso i vari Uffici Scolastici Regionali alle singole scuole presenti nei rispettivi territori – ufficializza de facto una nuova figura, quella del militare-formatore, che dovrebbe venire a darci lezioni di storia contemporanea, ad esaltare i valori costituzionali, a richiamarci al rispetto del codice della strada e perfino a farci sognare avveniristiche esplorazioni spaziali… E c’è perfino un divertente (si fa per dire) concorso in cui il Ministero della Difesa esalta il ruolo delle Nazioni Unite nella salvaguardia della pace nel mondo…

  1. Pure questo ce lo chiede l’Europa?

no-war3In effetti, leggendo il protocollo stipulato da MIUR e MinDif non si ha la sensazione che si tratti di una campagna d’indottrinamento militare, ma d’una normale collaborazione fra istituzioni nella formazione alla cittadinanza civile dei nostri ragazzi. Bisogna allora cominciare a porsi qualche domanda. Perché mai ad insegnare i principi-base della Costituzione repubblicana dovrebbero essere proprio dei militari? Che cavolo c’entra il Ministero della Difesa con l’educazione stradale? Per quale strano motivo a sensibilizzare gli studenti alla tutela del patrimonio paesaggistico, storico ed artistico sono reclutati degli istruttori con le stellette? Siamo sicuri che i nostri militari non abbiano niente di meglio da fare che giri di ‘conferenze’ sul rispetto dei limiti di velocità e dell’ambiente naturale del nostro Paese?  Ovviamente si tratta solo di dare una legittimazione ufficiale, di facciata, ad un’operazione propagandistica molto più subdola e pericolosa, che da anni ospita le ‘mimetiche’ dentro le scuole e le scuole dentro caserme, basi militari e industrie belliche.

«Un tassello importante di questa campagna per la creazione di consenso verso l’apparato militare è la scuola. La ‘buona scuola’ non ha solo ‘riformato’ la scuola in senso ancora più autoritario e repressivo […] Essa sta via via trasformando la scuola nella fabbrica del consenso alla politica di aggressione dell’Italia nel bacino privilegiato in cui attingere le indispensabili nuove e professionali leve per la struttura militare sempre più impegnata sui fronti di guerra. […] Con il Protocollo d’Intesa del settembre 2014 tra le ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti e la circolare del 15 dicembre 2015, sono state avviate iniziative “didattiche e formative” per “diffondere la cultura della Difesa” e sponsorizzare il “ruolo delle Forze Armate italiane in missioni di pace nelle aree di crisi, nella promozione e salvaguardia della stabilità e della pacifica convivenza internazionale” tra gli studenti di ogni ordine e grado, statali e paritarie. […] Secondo i dati forniti dal ministero della Difesa, sino all’inizio di quest’anno sono stati realizzati negli istituti italiani oltre 3.100 dibattiti con la partecipazione di circa 254.000 studenti. Nel frattempo si sono moltiplicate in tutta Italia le visite guidate di intere scolaresche a caserme, aeroporti e porti militari, installazioni radar, poligoni e industrie belliche, durante le quali gli studenti (persino bambini dell’elementari come accaduto nella caserma De Gennaro di Forlì) possono provare “l’entusiamante” esperienza di sparare con un fucile o effettuare un’attività di familiarizzazione al volo su velivoli come l’Atlantic del 41° Stormo di Sigonella». [viii]

Più che alla ‘buona scuola’ si direbbe che siamo di fronte ad una ‘bellica scuola’, che coglie ogni occasione (anche la più contraddittoria come quella della promozione della pace nel mondo o del rispetto dei valori dell’unica repubblica che ‘ripudia la guerra’ …) per far irrompere le ‘teste di cuoio’ della Difesa all’interno non solo dei nostri istituti secondari, ma perfino fra le scolaresche delle classi elementari. Non si tratta certamente delle campagne militariste svolte nelle scuole statunitensi dall’onnipotente Pentagono – che fra l’altro che gestisce anche numerose scuole proprie, rivolte ai figli dei propri ‘dipendenti’ all’estero [ix] . Fortunatamente non si tratta neanche del programma di istruzione stile militare promossa dal governo britannico, improntato al principio che la disciplina da caserma faccia particolarmente bene agli scolari del Regno Unito.

« Resistenza alla fatica, capacità di reagire alle difficoltà, gestione dello stress. Tre requisiti fondamentali per ogni soldato che voglia sopravvivere, ma forse anche tre elementi essenziali per ogni bambino destinato ad affrontare le sfide della crescita e dell’età adulta. Tanto che in Gran Bretagna il governo ha deciso di assegnare a programmi di stile militare un terzo dei fondi stanziati all’interno del piano nazionale promosso a favore del rafforzamento del carattere degli studenti. Per il nuovo anno saranno due milioni di sterline su sei, destinati a rendere realtà progetti che dovrebbero sviluppare nei giovani resilienza, ordine, disciplina e capacità di lavorare in gruppo negli alunni tra i 6 e i 18 anni. […] Come quello chiamato Commando Joe, promosso da ex militari, che vanno nelle scuole determinati ad «inquadrare» i bambini e i ragazzi, in modo da prepararli ad un futuro di efficienza. Durante le lezioni i docenti, che arrivano in classe in tuta mimetica, invitano i ragazzi a condividere scelte strategiche, li sottopongono ad allenamenti fisici tra corsa e flessioni, li invitano a smussare le tensioni in modo da ritrovare uno spirito di gruppo. Nelle scuole che hanno abbracciato questa filosofia militaresca sono stati raggiunti risultati interessanti, tanto che appunto il ministero per i bambini e le famiglie, guidato da Edward Timpson, ha deciso di assegnare un terzo dei fondi a sua disposizioni alle proposte che ricordano l’approccio della Raf e dei soldati al fronte. Anche se qualche voce si oppone a questa tendenza….» [x]   

Niente a che fare, per fortuna, con l’addestramento vistosamente paramilitare promosso nelle scuole della Federazione Russa dal premier Putin, come apprendiamo da una corrispondente del TIME che:

 «…ha trovato una classe di studenti – alcuni undicenni – che imparavano ad assemblare e caricare fucili d’assalto Kalashnikov. Fuori, nel cortile scolastico, una lezione sulla sicurezza si focalizzava sull’uso idoneo delle tute contro i rischi biologici, in caso di disastro nucleare o chimico […] Vladimir Putin ha recentemente fatto di questo curriculum una norma per l’intera nazione, offrendo agli adolescenti una gamma d’istruzione in ideologia, religione e preparazione alla guerra» [xi]

  1. Difendere le scuole…dalla Difesa

proxyNiente del genere, almeno fino ad ora… Quel che è certo, comunque, è che la nuova ondata di educazione in stile “Libro e moschetto” (o, se preferite, “E-book e Kalashnikov”…) sta rapidamente diffondendosi nelle altre istituzioni educative europee. In Francia, ad esempio, il Ministero dell’Educazione Nazionale, dell’Insegnamento Superiore e della Ricerca  ha avviato da tempo programmi di esplicita educazione alla difesa”, a partire dal protocollo Educazione-Difesa siglato nel 2007.

«La cultura della difesa e della sicurezza nazionale è inserita nel fondamento comune delle conoscenze e delle competenze che gli allievi devono conseguire  nel loro percorso nella scuola primaria ed in quella secondaria di primo e secondo grado […] L’insegnamento della difesa e della sicurezza nazionale si articola intorno a diverse questioni trasversali: la difesa militare, la difesa globale, i rischi e le nuove minacce, i progressi della difesa europea, la sicurezza nazionale. Non si tratta di una disciplina a sé stante. Essa è inserita nei programmi di più insegnamenti: educazione morale e civica, storia, geografia ecc.» [xii]

In Italia i nostri governanti l’hanno presa più alla lontana, ma l’indirizzo sembra sempre lo stesso: introdurre l’educazione alla difesa nel curricolo scolastico, affiancandola a discipline – come la storia o l’educazione alla convivenza civile – che , se ben svolte, dovrebbero viceversa costituire il miglior antidoto ad ogni forma di militarismo e bellicismo. Ecco perché da un’organizzazione pacifista di matrice cattolica come Pax Christi, già da alcuni anni è stato lanciato un programma di ‘smilitarizzazione delle scuole’, i cui principi sono esplicitati nel Manifesto dal significativo titolo “La Scuola ripudia la guerra”. In basa a questo documento, le scuole che lo hanno sottoscritto e che lo sottoscriveranno, s’impegnano a:

« 1. Rafforzare l’impegno nell’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti; 2. Sottolineare e valorizzare l’educazione alla pace tra le finalità educative dei POF, nelle discipline educative e didattiche e nella programmazione. 3. Proporre uno spazio di confronto tra docenti per evidenziare l’incidenza dell’educazione alla pace nella formazione degli studenti; 4. Prevedere un intervento educativo per gli studenti al fine di rendere più esplicita la scelta di non educare alla violenza e alla guerra; 5. Escludere dalle propria proposta formativa le attività proposte dalle Forze Armate, in contrasto con gli orientamenti fondamentali educativi e didattici della scuola; 6. Non esporre manifesti pubblicitari delle FFAA né accogliere iniziative finalizzate a propagandare l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare. 7. Non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di “missione di pace”. 8. Non accogliere progetti in partenariato con strutture militari o aziende coinvolte nella produzione di materiali bellici. 9. Prevedere la possibilità di arricchire la biblioteca di nuovi strumenti didattici per l’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. 10. Affiggere all’ingresso dell’Istituto il logo della campagna, affinché sia pubblicamente manifesta la scelta di lavorare in una scuola che educa alla nonviolenza e non alla guerra.» [xiii]

Ebbene sì: dobbiamo difendere il sistema scolastico italiano dall’ingerenza di un sistema militare-industriale che è lo stesso che alimenta la “guerra mondiale a pezzi” denunciata dal Papa e che minaccia la stessa convivenza civile e democratica. Ci siamo purtroppo già abituanti ai soldati in mimetica e mitra fuori ai tribunali ed alle autoblindo nelle piazze, come ho denunciato nel precedente articolo “Cittadini sotto assedio” [xiv]. Il rischio è che ora ci abituiamo passivamente anche alla presenza di militari in uniforme nelle scuole ed a bambini in grembiule nelle caserme. E’ arrivato il momento di reagire e di contrapporre valori alternativi e programmi di educazione alla pace e per la pace. [xv]

N O T E ——————————————————-

[i] Cfr. pp. 5-8 del documento del MIUR > https://labuonascuola.gov.it/documenti/La%20Buona%20Scuola.pdf

[ii]  Ermete Ferraro, Un’impronta digitale sulla scuola?  (15.11.2016) > http://www.agoravox.it/Un-impronta-digitale-sulla-scuola.html

[iii] Queste indicazioni sono contenute nell’ultima parte del documento citato sulla ‘Buona Scuola’ (la sintesi a pag. 131)

[iv]  Cfr. http://www.difesa.it/Content/ProtocolloIntesa_MIUR_Difesa/Documents/Protocollo_MIUR_DIFESA.pdf , pag. 4

[v]  Antonio Mazzeo, Elmetti e moschetti per la Buona Scuola di Renzi & Co., in “1914-2014  Cento anni di guerre” > http://www.centoannidiguerre.org/wordpress/?p=1199

[vi] Circolare MIUR dell’8 novembre 2016 > http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/cs081116

[vii]  I brani citati sono tratti da: http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/dg-ordinamenti/protocollo_difesa

[viii] Canto Libre, La Buona Scuola prepara i giovani alla guerra  (6 ott. 2016) > http://www.cantolibre.it/la-buona-scuola-prepara-i-giovani-alla-guerra/

[ix]  V. il sito del Dept. of Defense Educational Activity (DoDEA) >  http://www.dodea.edu/Partnership/grants.cfm

[x] Cfr. l’articolo sul Corriere della Sera del 4 luglio 2016 (http://www.corriere.it/scuola/primaria/16_luglio_01/ex-militari-mimetica-scuole-commando-joe-regno-unito-inglesi-fa3b8806-3f64-11e6-83d3-27b43c152609.shtml )

[xi] Simon Shuster, Inside Russia’s Military Training Schools for Teens, TIME (Oct.19,2016) > http://time.com/4516808/inside-russias-military-training-schools-for-teens/  (trad. mia)

[xii] M.E.N.E.S.R., “De la maternelle au baccalauréat: L’éducation à la défense”  (juin 2016) > http://www.education.gouv.fr/cid4507/l-education-a-la-defense.html (trad. mia)

[xiii] Pax Christi Italia, Manifesto di una scuola smilitarizzata  (2014) >

 http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/3_Manifesto-di-una-Scuola-Smilitarizzata.pdf

[xiv]  Ermete Ferraro, Cittadini sotto assedio  (15 giu. 2016) > https://ermetespeacebook.com/2016/06/15/cittadini-sotto-assedio/

[xv]  Per approfondire la complessa tematica relativa alle proposte per una E.P. autentica e non falsata, cfr.: Ermete Ferraro Educazione vs. maleducazione alla pace  (Dic. 2008) > http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf


© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

 

CITTADINI SOTTO ASSEDIO

  1. UNA NUOVA ‘URBANISTICA MILITARE’

images (3)La prima e la seconda espressione richiamano i suggestivi titolo e sottotitolo di un libro [i] scritto nel 2010 da Stephen Graham, docente di geografia e di sociologia urbana all’Università inglese di Newcastle [ii], tradotto due anni dopo anche in francese [iii], ma di cui non mi risulta che ci sia una versione italiana.[iv] Del resto non c’è da meravigliarsi, visto che da noi parlare di smilitarizzazione del territorio e della società civile resta un terreno su cui ben pochi si arrischiano. La tendenza prevalente sembra invece quella che asseconda  l’atmosfera da assedio armato, che è diventata per molti un aspetto cui non possiamo fare altro che abituarci. L’intrecciarsi nelle grandi città di fenomeni di violenza da parte della criminalità organizzata, delle sigle terroristiche e di alcuni gruppi più o meno organizzati di ‘insorgenti’ o semplicemente di tifoserie scalmanate, infatti, è sovente presentato come una emergenza da fronteggiare con mezzi drastici, in nome della tutela della sicurezza dei cittadini. Con i risultati da anni sotto gli occhi di tutti, anche se perlopiù distratti.

La realtà vera è piuttosto diversa e la narrazione da parte dei principali media di città in preda a minoranze violente e potenzialmente destabilizzanti è servita finora soltanto a far montare artificialmente lo stato di allerta, agevolando la militarizzazione del territorio urbano e la riproposta di politiche securitarie che, paradossalmente, mettono a repentaglio proprio la libertà dei cittadini che pretendono di difendere. Su questo aspetto peraltro mi sono già soffermato recentemente in un articolo sulle risposte alternative alla minaccia terroristica [v], ma in effetti la questione è molto più ampia e me ero già occupato negli anni scorsi, a proposito delle reiterate  ‘operazioni’ di controllo della città di Napoli e del territorio campano da parte di corpi militari [vi].

Il fatto è che – pur a prescindere dalla mia naturale reazione come antimilitarista nonviolento –non posso fare a meno di notare che ogni occasione è buona per invocare il  presidio dei soldati come soluzione a tutte le dinamiche sociali urbane, dalla legittima protesta dei cittadini contro ingiustizie e scempi ambientali ai potenziali rischi per la sicurezza in occasione dei grandi eventi, poco importa se si tratta di celebrazioni religiose come il Giubileo oppure di campionati di calcio ed altre attrazioni sportive. Non ne parliamo poi se anche bande di ragazzini in odore di camorra si mettono a sparacchiare per le strade o se si verificano brogli e losche manovre in occasione delle elezioni. Ecco che immediatamente si alzano voci agitate – invero non solo da destra… – che reclamano un maggiore monitoraggio del territorio ed una più significativa presenza di soldati in assetto di guerra davanti a scuole, tribunali, monumenti e seggi.  Eppure dovrebbe essere evidente che le nostre città sono state messe già ampiamente sotto assedio da parte di blindati e truppe speciali, che ci ricordano in modo impressionante le immagini degli scenari di guerra mediorientale che ci vengono presentati dai servizi di giornali e televisioni.

Soprattutto non dovremmo dimenticare che questa pericolosa tendenza a militarizzare le città italiane risale a molti anni fa, e precisamente alle scenografiche ‘operazioni’ varate dai vari governi in carica dagli anni ’90 in poi. Si tratta di: Forza Paris (Sardegna 1992-97), Vespri Siciliani (Sicilia 1992-98); Riace (Calabria 1994-95); Partenope (Campania 1994-96); Salento (Puglia 1995); Partenope 2 (Campania 1996-98), fino ad arrivare all’attuale Strade Sicure (Italia 2008 ad oggi).  Insomma, abbiamo immagazzinato ormai quasi un quarto di secolo d’interventi in grigioverde in materia di pubblica sicurezza, con risultati pressoché nulli, eppure c’è chi continua ad invocare nuovi provvedimenti del genere.  Le ‘stellette’ continuano da 24 anni a ‘guardarci’, presidiando strade, cattedrali e perfino discariche, ma direi che l’unico risultato tangibile sia stata un’insidiosa sovrapposizione delle forze armate ai corpi di polizia, statale e locale, già esistenti e tra loro spesso scoordinati, che finora ha fatto salire la pressione emotiva dei cittadini ‘assediati’ piuttosto che abbassarla.

  1. I QUATTRO CONFLITTI DELLE CITTA’ ASSEDIATE

E’ bene partire dall’analisi socio-ambientale che Stephen Graham ha fatto di questo fenomeno, riscontrando quattro aspetti che caratterizzano l’assedio militare del territorio urbano su cui si è a lungo soffermato.

“Possono essere identificate quattro lotte correlate relative alla città come luogo strategico […] La prima riguarda la “urbanizzazione della stessa guerra”. C’è un intensificarsi dell’ interesse militare verso il ruolo delle città come i siti chiave in cui si stanno combattendo i conflitti militari e geopolitici.[…] Le forze USA e NATO stanno prendendo in tal modo un rinnovato interesse per operazioni militari sul terreno urbano (MOUT) grazie a consistenti investimenti in tecnologie di guerriglia urbana, simulazioni ed esercitazioni militari in città esistenti […] Con sistemi di reti di computer a gestione elettrica sulle 24 ore, che forniscono i canali principali della città contemporanee, gli strateghi militari stanno implementando tecniche MOUT con una serie di tattiche di allargamento infrastrutturali e di guerra cibernetica…”.[vii]

Sono proprio queste tecniche di cyberwar che consentono di ‘assediare’ militarmente le città, sottoponendole ad un controllo totale delle sue risorse strategiche, dalle reti idriche, elettriche ed informatiche fino alle strutture sanitarie.

Il secondo aspetto conflittuale evidenziato da Graham è quello che definisce: “incontro del terrorismo urbano con le città interconnesse”. Le organizzazioni terroristiche – come ha tragicamente dimostrato l’episodio dell’11 settembre – hanno dovuto adattarsi all’assetto altamente tecnologico delle attuali metropoli, sfruttando per i loro attacchi una realtà cinterconnessa in reti e dove tutto si fonda sulla mobilità di persone e macchine, delle immagini e dei media, della finanza e dei capitali che sposta.

“Gli attacchi hanno anche sfruttato la logica intensamente concentrata dello sviluppo urbano globale. La potenza iconica del grattacielo – per un secolo simbolo di ‘progresso’ urbano e di modernizzazione – è stata immediatamente capovolta.  Da icona di potere, progresso e dinamismo dell’America urbana, esso si è tramutato in un simbolo di fragilità, che costituisce la profonda vulnerabilità nel paesaggio urbano…”   [viii]

images (2)Il terzo fronte di lotta si riferisce più direttamente alla “militarizzazione delle società civili urbane”, in quanto l’assottigliarsi delle differenze tra tecnologie civili e militari, insieme all’incidenza crescente della criminalità ed alla polarizzazione socio-economica delle nostre società, contribuiscono di fatto a diffondere questa modalità. Il risultato è che le nostre città stanno diventando sempre più siti dove si applicano sistemi di controllo militare che fino a qualche decennio fa sarebbero stati impensabili. Qui Graham cita i sistemi di localizzazione tramite GPS, di controllo della telefonia mobile e di monitoraggio tramite videocamere, che certamente si prestano a rintracciare trasgressori e delinquenti, ma anche a tener d’occhio gli spostamenti di immigrati e di soggetti ritenuti ‘a rischio’.

“Le decine di milioni di sistemi televisivi a circuito chiuso nelle strade cittadine sono stati rapidamente digitalizzati e computerizzati, per abilitarli a segnalare automaticamente eventi ‘insoliti’ ed i volti scannerizzati di coloro che sono ritenuti pericolosi dallo stato, dalla polizia o dagli agenti locali della sicurezza.” [ix]

Questa pervasiva cultura del controllo poliziesco, peraltro, sta assumendo anche altri preoccupanti aspetti, che vanno dall’uso di databases genomici fondati sul DNA ad ancor più insidiosi esperimenti di ricerca su una neo-lombrosiana predisposizione di alcuni soggetti all’aggressività ed alla devianza sociale. Sta proliferando insomma- ammonisce Graham – un  armamentario di tecniche di difesa urbana, controllate da centri di commando militare che vanno diffondendosi,  soprattutto negli Stati Uniti, in nome della ‘sicurezza nazionale’.

Il quarto ed ultimo pilastro di questa militarizzazione della società consiste, secondo il ricercatore inglese, nella “guerra d’assedio urbano post-moderna”, finalizzata a fronteggiare i frequenti conflitti urbani guidati dai movimenti anti-globalizzazione.

“La città è sia il primo luogo per il coordinamento economico e politico della globalizzazione, sia uno dei terreni-chiave (insieme al cyberspazio) dove una varietà di gruppi d’opposizione alle ortodossie neo-liberali delle tendenze dominanti alla globalizzazione possono affinare la loro resistenza…”  [x]

Ciò dipende – argomenta Graham – dalla stessa natura delle città come luogo fisico dove confluiscono e trovano sede movimenti sociali, organizzazioni non governative, ‘media’ indipendenti ed altri gruppi che sfidano e tentano si sovvertire i processi economici e socio-culturali dominanti. Al tempo stesso, le città sono il luogo dove si trovano riuniti i simboli stessi di questi processi, dalle banche alle catene di distribuzione alimentare ed ai negozi che espongono i più noti marchi commerciali.

  1. LA DIMENSIONE URBANA DELLA MILITARIZZAZIONE

Anche altri ricercatori si sono soffermati sulla conflittualità insita nel ruolo che le realtà urbane moderne rivestono e, di conseguenza, sulla tendenza di chi vuole contrastarne la potenziale ‘pericolosità’ a sottoporre le città ad un ferreo controllo militare. Il GESI (Grupo de Estudios en Seguridad Intenacional) dell’Università di Granada, ad esempio, ha sottolineato proprio questo aspetto. In un articolo di Katarina Svitkova, ad esempio, la dimensione urbana del processo di militarizzazione parte da un assunto:

“Le città sono, per loro stessa natura, inclini a manifestazioni di violenza politica e vulnerabile ai disastri di vario genere. Come nodi di popolazione, infrastrutture, investimenti, centri di potere politico ed economico e punto di connessione delle reti di innovazione e di informazione, le aree urbane servono come spina dorsale dell’economia capitalistica globale di oggi. Allo stesso tempo, gli effetti negativi dei rischi e minacce contemporanee tendono a moltiplicarsi nelle città; sia esso il terrorismo, la criminalità organizzata e tutti i tipi di violenza politica, tra cui i conflitti armati […] Come causa e conseguenza ad un tempo, abbiamo assistito a una ‘securitarizzazione’ senza precedenti ed alla militarizzazione degli spazi urbani …” [xi]

Il micidiale assalto alla discoteca di Orlando (Florida) e le preoccupazioni per incidenti e possibili attentati in occasione dei Campionati Europei di Calcio a Parigi e delle prossime Olimpiadi di Rio de Janeiro ci stanno dando una prova tangibile di questo clima d’assedio. Gli stessi Giochi Olimpici di Londra di quattro anni fa, si ricorda nell’articolo citato, hanno comportato misure estreme, come navi da guerra sul Tamigi, cecchini schierati sui tetti e droni che sorvolavano la città. Anche in quel caso, fra l’altro, invece d’impiegare le tradizionali unità antisommossa  dei corpi di polizia, si scelse di ricorrere a corpi speciali militari, alimentando la preoccupante impressione di territori urbani in stato d’assedio

“ Le notevoli spese di pubblica sicurezza, così come le implicazioni sociali, politiche e materiali sulle città e le loro popolazioni sono indiscutibili. Allo stesso tempo, le reazioni violente alle manifestazioni pubbliche da parte delle autorità governative hanno sollevato preoccupazioni; intanto la linea di demarcazioni fra le funzioni di polizia e quelle funzioni militari è stata ulteriormente offuscata dai soggetti appartenenti a società di sicurezza private. In sintesi, una miscela senza precedenti di attori colpisce ormai la sicurezza dei cittadini su più livelli geografici. La natura urbana della violenza politica corrente trasforma città in teatri di conflitti civili e militari e sfida il paradigma tradizionale della sicurezza nazionale.” [xii]

images (1)L’aspetto più significativo che emerge, infatti, è la totale inutilità di questo straordinario apparato guerresco per fronteggiare attacchi terroristici ad obiettivi non-convenzionali (come metropolitane, discoteche, teatri, stadi…), solo di recente diventati tragici obiettivi per blitz condotti spesso da gruppuscoli isolati, che talvolta si fregiano delle sigle più famose in un assurdo meccanismo di franchising del terrore. Altrettanto evidente è che un massiccio dispiegamento di blindati, con migliaia di agenti e soldati in assetto di guerra, non riesce ad impedire nemmeno gli assalti vandalici di ultras pseudo-sportivi, come è accaduto di recente con gli scalmanati hooligans inglesi a Marsiglia.  Ecco allora che i cosiddetti ‘effetti collaterali’ di questo processo di assedio militare delle nostre città finiscono col prevalere sui risultati che si dichiara di voler conseguire, privandoci delle libertà costituzionali cui abbiamo diritto in nome di una equivoca ‘sicurezza nazionale’.

“ La nuova urbanistica militare è furtiva ed insidiosa. I suoi circuiti e gli effetti-boomerang operano al di là del controllo democratico, per minare a loro volta i diritti democratici al dissenso.  Soprattutto, i suoi vari elementi cooperano a costituire subdolamente una nuova nozione di ‘normale’ vita urbana. Questo si basa sulla sorveglianza preventiva, la criminalizzazione del dissenso, l’eviscerazione dei diritti civili e l’ossessiva sicurizzazione della vita quotidiana, per sostenere società sempre più disuguali.  La prima sfida per coloro che lottano contro tali tendenze, pertanto, è dimostrare che non si tratta d’un dato inevitabile, insito nella natura delle cose. “ [xiii]

La militarizzazione della dimensione urbana, ha scritto Mike Davies – un altro studioso statunitense che ha analizzato la situazione di una metropoli come Los Angeles – è frutto della concezione della città come ‘fortezza’, che si è sviluppata nei tardi anni ’60. Nel precedente controllo sociale delle politiche liberali, egli afferma, la repressione era bilanciata da qualche tentativo di riforma, mentre nei decenni successivi si è registrata una vera e proprio ‘guerra civile’, che contrapponeva gli interessi espressi dalla classe media all’assistenza alle sacche urbane di povertà. La conseguenza, negli USA,  è stata la “distruzione dello spazio pubblico” – già privatizzato da megastrutture commerciali e direzionali –  erodendo poco alla volta gli spazi di democrazia nelle città e demarcando un netto confine sociale fra quartieri popolari e centrali. [xiv]

Le stesse forse di polizia, negli USA ma anche in Europa, stanno militarizzandosi sempre più e, come osserva Andre Damon in un suo articolo, assistiamo nelle nostre città ad una ‘banalizzazione’ delle forze paramilitari in funzione di polizia che, negli Stati Uniti, viene alimentata dal trasferimento di ben 4,3 miliardi di dollari in forniture militari ai corpi di polizia.  Lo slogan utilizzato in questi casi è “Dai combattenti bellici a coloro che combattono la criminalità” , ma la verità è che le tattiche di aggressione militare finora utilizzate all’estero sono di fatto impiegate nelle attività repressive interne. [xv]    Si tratta di una tendenza ampiamente seguita anche in paesi europei come la Francia ed il Belgio [xvi], ma – come si notava prima – anche in Italia. Non è un caso che nel settembre del 2008 si è tenuto all’università di Venezia un seminario su: “Militarizzazione del territorio, diritti e governo locale[xvii] , coordinato da importanti accademici come Domenico Patassini e Antonio Papisca, per riflettere sul discutibile connubio “sicurezza-presenza militare”.

  1. QUALCHE RIFLESSIONE FINALE

 La prima conclusione che si può trarre è che ormai la vecchia distinzione tra ‘sicurezza interna’ e ‘sicurezza esterna’ è stata eliminata, in nome del controllo del territorio, in primo luogo urbano, nei confronti delle minacce che potrebbero mettere a rischio grandi impianti strategici, centri finanziari e perfino quelle che una volta erano solo strutture ricreative (teatri, stadi etc.).  Il corollario di questo nuovo teorema sulla sicurezza ‘tout court’ è che si è annullato anche il criterio di distinzione tra operazioni di polizia ed operazioni militari, sia militarizzando di fatto i corpi di polizia, sia facendo spesso intervenire in città l’esercito ed altri corpi speciali delle forze armate, con mansioni di ripristino della pubblica sicurezza ma anche di presidio preventivo di siti strategici o comunque ‘sensibili’.

Da tale premessa – che utilizza largamente e quasi sempre strumentalmente ogni minaccia, da quella terroristica a quella dell’insorgenza politica, fino alla violenza degli ultras sportivi – da alcuni decenni è derivata una strisciante militarizzazione degli spazi urbani, sottoposti a controlli non solo tradizionali (piantonamento di edifici, verifica dell’identità di potenziali sospetti e così via), ma via via sempre più tecnologicamente avanzati e pervasivi (intercettazioni, monitoraggio con telecamere, perquisizioni e verifiche scannerizzate di soggetti ed oggetti, profilazione biologica ed altre modalità di controllo incrociato dei dati personali).

images (4)Il terzo aspetto di rilievo di questa urbanistica militare è che il territorio cittadino – già ampiamente sottoposto alla privatizzazione di tante sue parti, spesso controllate anche da corpi di sorveglianza privata e monitorate telematicamente – è diventato sempre meno il luogo d’incontro della comunità e sempre più terreno soggetto ad un vero e proprio assedio militare. Al tempo stesso, la loro stessa natura di centro pulsante dello sviluppo economico e socio-culturale di un Paese ma anche di luogo geometrico delle contraddizioni sociali, politiche, etniche e religiose – ha reso le città, soprattutto su scala metropolitana, un terreno di battaglia dove ogni genere di dissenso si scontra con l’ordine costituito in forme spesso violente e devastanti. Scrive a tal proposito Albert Orta, un ricercatore del Centro Studi per la Pace della Catalogna:

“Ogni volta di più, la guerra non si manifesta tanto nei campi di battaglia, foreste o deserti, bensì in supermercati, palazzi per uffici, metropolitane, sale da concerto o distretti industriali o finanziari. Sono questi gli spazi del giorno per giorno, della vita quotidiana, quelli che bisogna proteggere. Di fatto, non è soltanto lo spazio che deve essere protetto/vigilato, ma anche le persone che lì s’incontrano, ed è qui che entrano in gioco i mezzi di vigilanza massiva: dato che la minaccia s’incontra da tutte le parti, in tutti gli spazi della vita d’ogni giorno, bisogna vigilare tutte le persone che li occupano. La conseguenza di questa trasformazione è la militarizzazione dello spazio urbano, un processo spesso esente da controllo democratico, mentre si criminalizza il dissenso e il dibattito pubblico è minato per motivi di sicurezza. Lo stato di emergenza cessa di essere un’eccezione e diventa permanente, con i pericoli connessi, come riportato, tra gli altri, da Amnesty International.” [xviii]

A questo punto occorre porre argine a questo preoccupante fenomeno, che ci fa sentire assediati a casa nostra in nome di libertà da tutelare, la prima delle quali è proprio quella di muoversi e di vivere il proprio territorio, d’incontrarsi con chi si vuole e dove si vuole, ma anche di manifestare dissenso ed opposizione a chi governa nelle forme più diverse, purché senza violenza.  La sicurezza non può essere un concetto da sbandierare retoricamente, se poi il risultato è quello di farci sentire tutti meno sicuri, più controllati e progressivamente privati del diritto alla riservatezza personale.

Ecco perché bisogna opporsi decisamente a chi soffia sul fuoco già divampante delle contraddizioni di società sempre più inique, invocando blindati e truppe speciali in assetto di guerra. Il più delle volte si tratta delle stesse persone che auspicano una maggiore facilità nel procurarsi armi per autodifesa o sostiene con entusiasmo l’impiego di corpi di sorveglianza privata e società di vigilanza.

Le armi non ci rendono più sicuri, così come le forze armate – al di là della loro già discutibile funzione in una società che ripudi la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali – non saranno certo lo strumento per ristabilire la sicurezza nelle nostre città. Ha scritto una volta Leonardo Sciascia che La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini”. Meditiamo su questo concetto e regoliamoci di conseguenza.

NOTE ______________________________________

[i]   Stephen Graham (2011), Cities Under Siege :The New Military Urbanism, Verso, London/New York, 2011 > https://libcom.org/files/Graham,%20Stephen%20%20Cities%20Under%20Siege.%20The%20New%20Military%20Urbanism_0.pdf     (trad. mia).

[ii]  Cfr.  http://www.ncl.ac.uk/apl/staff/profile/stevegraham.html#background

[iii]  Stephen Graham (2012) , Villes sous contrôle. La militarisation de l’espace urbain, Paris, La Découverte, coll. «Cahiers libres», 2012 >   https://lectures.revues.org/9021

[iv]  In italiano, un articolo interessante si può leggere a questo indirizzo:  http://www.nogeoingegneria.com/effetti/politicaeconomia/nato-2020-le-guerre-future-saranno-allinterno-delle-citta/

[v]  Ermete Ferraro (2016) , Risposte nonviolente al terrorismo  (22.05.16) > https://ermetespeacebook.com/2016/05/22/risposte-nonviolente-al-terrorismo/

[vi]  Ermete Ferraro (2008) , Una sicurezza ‘manu militari’ (15.06.2008) > https://ermetespeacebook.com/2008/06/15/una-sicurezzamanu-militari/ ; Idem (2014) , E le stellette stanno a guardare… (07.02.2014) > https://ermetespeacebook.com/2014/02/07/e-le-stellette-stanno-a-guardare/; Idem (2014), E le stellette stanno a guardare…2 (09.07.2014) > https://ermetespeacebook.com/2014/07/09/e-le-stellette-stanno-a-guardare-2/

[vii]  Stephen Graham (2002), “Urbanizing war – Militarizing cities. The city as strategic site”, Archis #3, 2002 >  http://volumeproject.org/urbanizing-war-militarizing-cities-the-city-as-strategic-site/ (Trad. mia)

[viii]  Ibidem

[ix] Ibidem

[x]  Ibidem

[xi]   Katarina Svitkova (2013) , “Militarization of Cities: The Urban Dimension of Contemporary Security”, in Seguridad Internacional, GESI, Univ. de Granada, 03.11.2013 >   http://www.seguridadinternacional.es/?q=en/content/militarization-cities-urban-dimension-contemporary-security (trad. mia)

[xii]  Ibidem

[xiii]   Stephen Graham (2013), “Foucault’s boomerang: the new military urbanism”,  Open Security , 14.02.2013 >   https://www.opendemocracy.net/opensecurity/stephen-graham/foucault%E2%80%99s-boomerang-new-military-urbanism  (trad. mia)

[xiv]  Cfr. Mike Davies (1992), Fortress Los Angeles – The Militarization of Urban Spaces  in: City of Quartz: Excavating the Future in L.A., New York, Vintage Books,   pp.154-180 >  http://friklasse.dk/files/Fortress%20Los%20Angeles%20-%20The%20Militarization%20of%20Urban%20Space%20-%20Davis.pdf

[xv]  Cfr. Andre Damon (2014), “Aux USA, la police paramilitare se banalise dans les villes”, in Wikistrike.com (04.07.2014)  >   http://www.wikistrike.com/2014/07/aux-usa-la-police-paramilitaire-se-banalise-dans-les-villes.html

[xvi]  Cfr.  Sam La Touch, http://le-blog-sam-la-touch.over-blog.com/militarisation-de-la-soci%C3%A9t%C3%A9-fran%C3%A7aise-et-patrouille-de-drones  e  Lode Vanoost,  http://daardaar.be/rubriques/societe/linquietante-militarisation-de-la-police-anversoise/

[xvii]  Cfr. http://www.citta-amica.org/convegno%20aree%20militari.pdf

[xviii]  Albert Orta (2016), “Ciudades en guerra: ¿hacia un urbanismo militar?”, Catalunyaplural.cat , El Diario, Barcelona (20.03.2016) >    http://www.eldiario.es/catalunya/adios_a_las_armas/seguridad_interior-seguridad_exterior-espacio_urbano-terrorismo_6_495610474.html   (trad. mia)


© 2016 Ermete  Ferraro (http://ermetespeacebook.com )

Risposte nonviolente al terrorismo

  1.  Il quadro di riferimento

green dove 1In un precedente articolo dello scorso novembre [i]  mi ero occupato della praticabilità – oltre che della necessità – di forme di resistenza al terrorismo alternative a quelle cui ci hanno voluto assuefare, come se rispondere alle stragi con stragi ancora maggiori fosse l’unica possibilità. In quello intervento, in particolare, mi ero soffermato sul clima di paura, d’insofferenza e di reazione che si era creato dopo i tragici fatti di Parigi, sottolineando come il terrorismo abbia messo a dura prova le nostre fragili sicurezze, inducendo nella maggioranza delle persone un istintivo meccanismo di autodifesa dall’oscura minaccia al nostro stesso modello di vita. La guerra mondiale ‘a pezzetti’, l’insidioso stragismo ‘della porta accanto’ e la ripugnante strategia del terrore, infatti, hanno  suscitato reazioni isteriche. Hanno evocato i peggiori incubi della nostra società globalizzata ed omogeneizzata dal pensiero unico; troppo radicata nel proprio modello di sviluppo per accorgersi delle proprie contraddizioni e, soprattutto, per ammettere che la sua non è l’unica modalità socio-economica e culturale possibile. Ebbene, sei mesi dopo, quel clima di paura e di sospetto sta continuando a generare mostri, alimentando la prevedibile ascesa delle destre nazionaliste e xenofobe e colpendo tutti quelli che, per fuggire a guerre e miseria, ingrossano le file dei migranti nella nostra Europa. Gli ultimi convulsi avvenimenti –sul piano sia del conflitto armato che infiamma il Medio Oriente, sia dei presunti attacchi terroristici di questi giorni – stanno quindi riaprendo una ferita mai rimarginatasi, gettando altra benzina sul fuoco.

Il fatto è che bisogna sì reagire ad un progetto ferocemente integralista e fondato su morte e distruzione, ma bisogna farlo nella maniera esattamente opposta, con le modalità creative e costruttive che la nonviolenza attiva può indicarci. L’alternativa alla barbarie – quella degli attentati ma anche quella dei bombardamenti sui civili – può fondarsi solo su strategie opposte alle logiche di morte, dal momento che “la violenza è il problema, mai la soluzione” [ii]. Il guaio è che l’opinione pubblica continua a restare in preda agli imbonitori della difesa militare, secondo i quali le nostre città diventerebbe più sicure con blindati nelle piazze e soldati armati di mitra agli incroci. Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti: la gente si sente ancora più in pericolo in questo clima di guerra quotidiana, che non ci difende affatto dal terrorismo ma, al contrario, ne realizza proprio la finalità principale, che è quella di spargere ovunque paura e diffidenza. Peraltro, come sottolineavo già in un  intervento dell’aprile 2015 [iii] , la martellante propaganda anti-islamista di questi mesi ha sortito l’unico risultato di generare un estremismo jihadista ancor più feroce, evocando un assurdo clima da crociata e radicalizzando conflitti che erano, fra l’altro, frutto di scelte sbagliate delle potenze occidentali. Eppure si continua a considerare il terrorismo come un fenomeno del tutto indipendente, contro il quale si possono solo assumere provvedimenti drastici per difendere la nostra preziosa ‘civiltà’. Gli interventi armati contro l’avanzare dell’estremismo islamista – che fino a poco tempo fa si evitava pudicamente di denominare ‘guerra’ – si stanno perciò concretizzando sempre più, come se fossero davvero un rimedio all’instabilità politica, alla repressione del dissenso, alle operazioni terroristiche, alla povertà ed all’abbandono che affliggono intere popolazioni, il cui disperato e massiccio esodo verso i nostri confini e le nostre coste sembrerebbe l’aspetto che più ci preoccupa di tale drammatica situazione.

Il fatto è che, al di là della deprecabile malafede di chi ha finora attizzato il fuoco dei conflitti interni ed internazionali e adesso si atteggia a pompiere della situazione, credo che vada sempre tenuto presente il principio ippocrateo: “primum non nocere” . Ecco perché, pur volendo prescindere da considerazioni etiche e dal rifiuto di principio della guerra come metodo di risoluzione delle controversie e dei conflitti, dobbiamo comunque deciderci a prendere atto che anni e anni d’interventi militari negli infiammati scenari mediorientali hanno solo aggravato la situazione, che vede sempre più giovani disperati arruolarsi nelle milizie di Da’ish (ad-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāqi wa sh-Shām).                 Cerchiamo almeno di non far finta che si tratta di forze oscure o di fenomeni che trascendono la nostra realtà. Non siamo di fronte alla ferocia di Lord Voldemort e dei suoi Mangiamorte e pertanto non ci servono bacchette, pozioni o formule magiche per esorcizzare tali inquietanti presenze. Interventi armati e politiche sicuritarie e xenofobe rappresentano le solite ricette fallimentari ed antidemocratiche di chi si ostina a non voler vedere la realtà di un mondo lacerato da ingiustizie, divisioni e violenze. Per contrastarle, però, bisogna che il movimento pacifista, italiano ed internazionale,  impari a contrapporre ad esse soluzioni realmente alternative e nonviolente, sviluppando la ricerca sulla pace, promuovendo esperienze di educazione alla pace e compiendo azioni concrete e quotidiane per la pace.

  1. Prevenzione, difesa nonviolenta, corpi civili di pace

1185067_720472841312856_467797743_nEra questo il sottotitolo del libro che Alberto L’Abate e Lorenzo Porta hanno curato nel 2008 sul tema “L’Europa e i conflitti armati” [iv]. A distanza di otto anni ritengo che quelle proposte restino sostanzialmente valide, anche se lo scenario internazionale è indubbiamente mutato, e non certo in meglio. In sintesi, la loro tesi è che, essendoci varie forme di terrorismo (ad es. ‘di Stato’ o ‘dal basso’), le risposte devono ovviamente essere flessibili, in quanto l’opposizione antimilitarista alla guerra va bene nel primo caso, mentre nel secondo è il caso di ricorrere a strategie di difesa popolare nonviolenta sul territorio, alla mediazione sociale ed alla progettazione partecipata di interventi rivolti ai migranti. Credo che anche adesso le soluzioni alternative perseguibili debbano tener conto di questo trinomio, prevenendo tutte le azioni che alimentano i conflitti, praticando le numerose tecniche della D.P.N. ed allargando l’intervento dei corpi civili di pace. Per prima cosa però, dovremmo demistificare i diffusi luoghi comuni che provocano reazioni inconsulte, come quelli che amplificano la portata degli attacchi terroristici e delle stragi, facendoceli avvertire come un’incombente minaccia alla nostra sicurezza. In un recente articolo sul Washington Post, infatti, questo mito negativo viene sfatato da due studiosi del norvegese P.R.I.O. (Peace Research Institute Oslo), dimostrando che la violenza  esercitata dagli estremisti islamici ha colpito in primo luogo i loro stessi correligionari e connazionali.

 <<I Musulmani stanno combattendo principalmente l’uno contro l’altro, non contro l’Occidente. Mentre gli attacchi nei confronti dei non-Musulmani  comprensibilmente attirano di più l’attenzione dei ‘media’ occidentali, la stragrande maggioranza delle insurrezioni islamiste stanno colpendo i governi nei Paesi a maggioranza musulmana. Infatti, nel corso degli ultimi tre anni, più del 90% delle vittime in tutte le guerre civili sono nei Paesi musulmani, in particolare in Siria, ma anche in Afghanistan e Iraq…>> [v]

Dovremmo smetterla di lanciare gridi allarmistici e pensare piuttosto ad evitare che ogni intervento occidentale si trasformi in ulteriore impulso a nuovi conflitti armati. Se è vero che la fragorosa comparsa sulla scena dell’ ISIS  ha cambiato la nostra visione del terrorismo, dobbiamo però prendere atto che, come osservava Jean-Marie Müller in un editoriale dello scorso novembre:

<<…Da’ish non è lo Stato che pretende d’essere, ma si tratta d’una organizzazione strutturata militare e politica che occupa certi territori e svolge azioni belliche in Iraq ed in Siria. Pertanto, Da’ish non verrà a fare la guerra in Francia e la Francia non progetta alcun intervento sul terreno mediorientale […] Il problema è che proprio la cultura che domina le nostre società è strutturata in base all’ideologia della violenza necessaria, legittima ed onorevole. Disarmare il terrorismo vuol dire disarmare prima quest’ideologia, così da costruire una cultura fondata su un’etica di rispetto, di fraternità e di nonviolenza. Poiché il vero realismo è quello di chi vede nell’estrema ignominia della violenza terroristica l’evidenza della nonviolenza. ‘Il sangue – diceva Victor Hugo – si lava con le lacrime, non col sangue’ …>> [vi]

Ma demistificare il terrorismo mediatico di chi ci vuol fare sentire minacciati nella nostra sicurezza e nella nostra stessa identità socio-culturale è solo il primo passo. Bisogna poi comprendere a fondo il fenomeno terroristico e le sue cause e distinguerlo dalla guerra, che è ben altra cosa. Per citare ancora un noto teorico della nonviolenza come Müller:

<<Il terrorismo non è la guerra. La sua strategia, viceversa, pone come postulato il rifiuto della guerra. Ciò che caratterizza la guerra è la reciprocità delle azioni decise ed intraprese da ciascuno dei due avversari. Ora, per la precisione, di fronte all’azione dei terroristi nessuna azione reciproca può essere intrapresa dai decisori opposti. Questi si trovano infatti nella incapacità di rispondere colpo su colpo a un avversario senza volto e che si nasconde…>> [vii]

Ecco perché, argomenta Müller, alla retorica antiterrorista che parla di ‘negazione del valore della vita umana’ si dovrebbe replicare che, conseguentemente, per sconfiggere il terrorismo di dovrebbe agire con la più grande prudenza e nel massimo rispetto della vita, non certamente i base alla logica mortifera della guerra.

<<Difendere la civiltà, in primo luogo, vuol dire rifiutare di lasciarsi contaminare da questa ideologia. Ciò esige che si rinunci alle operazioni militari che implicherebbe inevitabilmente che si ammazzino degli innocenti […]Pertanto, una volta riconosciuto questo diritto e questo dovere di legittima difesa, la vera questione è sapere quali sono i mezzi legittimi ed efficaci di questa difesa […] Ma per vincere il terrorismo è il caso di sforzarsi di comprenderne le cause e gli obiettivi  […] Per sradicare il terrorismo bisogna sforzarsi di comprenderne le radici storiche, sociologiche ed ideologiche che l’alimentano. […] Se il terrorismo non è la guerra, può ugualmente essere un mezzo di continuare la politica. Possiede allora la propria coerenza ideologica, la propria logica strategica e la propria razionalità politica.  Allora non serve a niente negarlo, brandendo la sua intrinseca immoralità. Dal momento in cui sarà riconosciuta la dimensione politica del terrorismo, diventerà possibile cercare la soluzione politica che esso esige. La maniera più efficace per combattere il terrorismo è privare i suoi autori delle ragioni politiche che essi invocano per giustificarlo [..] Da quel momento, per vincere il terrorismo non è la guerra che bisogna fare, ma è la giustizia che bisogna costruire>> [viii]

Prevenzione, dunque, significa cambiare radicalmente le nostre politiche, che di guerre e terrorismo spesso sono la causa prima, ma anche comprendere le dinamiche di questi fenomeni violenti, per poi fronteggiarli con interventi di matrice opposta. Il guaio è che tali soluzioni alternative risultano quasi pressoché sconosciute a quelle stesse popolazioni che dovrebbero metterle in atto, ma non ne conoscono i principi teorici, le strategie pratiche né le esperienze già realizzate in tal senso.  La difesa civile nonviolenta (D.P.N.), infatti, è di fatto ignota non solo alla gente comune, ma perfino alla maggioranza degli studiosi di questioni internazionali . D’altra altra parte, il ruolo dei corpi civili di pace (C.C.P. ) viene spesso ignorato oppure scambiato con la cooperazione internazionale o con azioni volontaristiche ed umanitarie portate avanti negli scenari bellici.  Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza e di prospettare alcune possibilità per uscire dal circolo vizioso guerra-terrorismo-guerra.

  1. Quali risposte nonviolente al terrorismo?

guerramedioorienteGià nel mio contributo di un anno fa, richiamando un contributo di Eli McCarthy (docente di studi sulla pace all’Università statunitense di Georgetown) cercavo di chiarire quali sarebbero le soluzioni possibili per indurre le popolazioni locali a resistere nonviolentemente all’integralismo islamista ed alle sue operazioni terroriste. In quell’occasione, infatti, citavo gli otto punti della sua proposta [ix], sintetizzabili ulteriormente nei seguenti interventi in loco:

  1. Diminuire le risorse umane, attraverso politiche che dissuadano la persone dall’unirsi alle organizzazioni come l’ISIS, venendo loro incontro con l’offerta di opportunità che rispondano ai loro veri bisogni economici, sociali e culturali;
  2. Promuovere la nascita di gruppi di cittadini per dare più peso alla società civile, riducendo il potere sanzionatorio militare e poliziesco sulla comunità locale;
  3. Ridurre l’intoccabilità di certi principi, mettendo in discussione la sostenibilità etica e religiosa sia delle azioni terroristiche, sia della repressione violenta nei confronti delle donne e delle minoranze interne;
  4. Ridurre le risorse materiali, stimolando la gente del posto a rifiutare o ritardare il pagamento di tasse che alimentino quel regime;
  5. Creare istituzioni alternative e svolgere iniziative di resistenza e non-collaborazione attuando azioni tipiche del repertorio della DPN.

Che qualcosa si stia lentamente muovendo lo si deduce da alcuni segnali positivi, provenienti da aree di crisi come il Pakistan, dove cresce l’opposizione alle risposte violente del governo e finalmente maturano risposte alternative, come quelle proposte da Rwadan Tehreek, il movimento per la tolleranza, che ha organizzato uno sciopero della fame ed un sit-in davanti all’edificio dell’assemblea del Punjab. Secondo il presidente musulmano dell’organizzazione, Abdullah Malik:

<<Il Governo deve attuare una politica di lungo periodo rivedendo il suo programma, cancellando le leggi che spingono all’odio e annunciando una politica globale per demilitarizzare la società. Le autorità devono bandire tutti i tipi di armi e adempiere alla loro responsabilità costituzionale di garantire sicurezza e protezione a tutti i cittadini.>> [x]

Purtroppo l’incalzare degli eventi è tale che non possiamo accontentarci di questi timidi segnali di conversione alla resistenza nonviolenta. Occorre quindi che i paesi occidentali – a partire da quelli dell’Unione Europea – facciano scelte alternative ed intraprendano da subito azioni concrete per invertire la rotta. Un prezioso ‘decalogo’ in tal senso ce lo ha fornito il nostro Nanni Salio, in un articolo apparso a novembre 2015 sul sito del Centro Studi Sereno Regis di cui è stato l’animatore ed il direttore fino alla sua scomparsa, lo scorso febbraio. In questo scritto egli elencava le seguenti dieci azioni alternative:

 1. Interrompere il flusso di armi ai belligeranti  

2. Interrompere i finanziamenti ai gruppi jihadisti

3Affrontare con decisione e concretamente i problemi dei rifugiati, migranti, profughi.  

4. Offrire valide alternative ai giovani immigrati nei paesi occidentali, che vivono in condizioni di degrado e disagio sociale.

5. Avviare processi di negoziato e dialogo con le controparti…

6. Affrontare con serietà, impegno e decisione la questione Israele-Palestina…

7. Istituire una commissione Verità e Riconciliazione per facilitare i negoziati e indagare sulle responsabilità storiche passate e recenti …

8Lavorare alla costruzione di una confederazione del Medio Oriente, sulla falsariga di altre confederazioni già esistenti

9Coordinare azioni di polizia internazionale, che non sono guerra in senso stretto, per individuare e catturare i responsabili degli attentati e processarli

10Avviare processi di ricostruzione partecipata, per rimediare ai gravi danni inflitti alle popolazioni civili con i bombardamenti. >> [xi]

Come si vede, anche in questo caso si tratta di ripercorrere i sentieri delle strategie nonviolente, arrestando innanzitutto il flusso di armi e denaro ai belligeranti, aprendosi a politiche di accoglienza e integrazione dei migranti e studiando provvedimenti di politica estera che si diano l’obiettivo di sanare i conflitti, mediare tra le parti e contribuire a ricostruire le comunità locali, decimate e sconvolte da anni di guerra e di stragi.

C’è poi da ricordare l’articolo che il noto attivista quacchero statunitense George Lakey pubblicò nel gennaio 2015 sulla rivista online Waging Nonviolence, in cui proponeva ed argomentava “Otto modi per difendersi nonviolentemente dal terrorismo”.  Anche in questo caso ne riporto sinteticamente il contenuto:

  1. Costruzione di alleanze e l’infrastruttura di sviluppo economico. La povertà e il terrorismo sono indirettamente collegati. Lo sviluppo economico può ridurne il reclutamento e guadagnare alleati, soprattutto se lo sviluppo è fatto in modo democratico….

 2. Ridurre l’emarginazione culturale. Come la Francia, la Gran Bretagna ed altri paesi hanno imparato, emarginare un gruppo all’interno della propria popolazione non è sicuro o sensato; terroristi crescono in queste condizioni. Questo è vero anche a livello globale….

 3. Protesta nonviolenta / campagne tra i difensori, ed inoltre mantenimento della pace civile e disarmato. Il terrorismo avviene in un contesto più ampio e quindi ne è influenzato . Alcune campagne di terrore sono fallite perché hanno perso il sostegno popolare…

4Educazione ed addestramento al conflitto. Ironia della sorte, il terrore spesso si verifica quando una popolazione cerca di sopprimere i conflitti invece di sostenere la loro espressione. Una tecnica per ridurre il terrore, quindi, è quella di diffondere un atteggiamento pro-conflitto e le competenze nonviolente che sostengono le persone impegnate in un conflitto, per dare piena voce alle loro rimostranze…

5Programmi di recupero post-terrorismo. Non tutte le forme di terrore possono essere prevenute, come accade per il crimine. Tenete conto che i terroristi spesso hanno l’obiettivo di aumentare la polarizzazione….

6. La polizia come ufficiali di pace: l’infrastruttura di norme e leggi. Il lavoro di polizia può diventare molto più efficace attraverso una maggiore politica di comunità e la riduzione della distanza sociale tra la polizia e i quartieri che essa serve. In alcuni paesi questo richiede una ri-concettualizzazione della polizia, da difensori della proprietà del gruppo dominante ad autentici agenti di pace …

7. Cambiamenti di politica e il concetto di comportamento sconsiderato. Talvolta i governi fanno scelte che invitano – quasi vanno cercando – una risposta terrorista … .. Per proteggersi dal terrore, i cittadini di tutti i paesi hanno bisogno di ottenere il controllo dei loro governi e costringerli a comportarsi di conseguenza.

8. Negoziazione. Di frequente i governi dicono: “Noi non negoziamo con i terroristi”, ma quando lo fanno spesso stanno mentendo. I governi hanno sovente ridotto o eliminato il terrorismo proprio attraverso la negoziazione e le capacità di negoziazione continuano a diventare sempre più sofisticate…>> [xii]

Concludendo, è evidente che da noi in Italia c’è ancora molto da fare perché si apra un vero confronto sulle strategie più efficaci per contrastare il terrorismo con modalità alternative. Il movimento per la pace, purtroppo, si presenta frammentato e quindi ancora più debole, mentre le significative esperienze di ricerca sulla pace e di educazione alla pace finora attuate rischiano di essere sommerse dallo strisciante indottrinamento bellicista, giunto massicciamente anche nelle scuole. Eppure, proprio per questo, bisogna che dai movimenti antimilitaristi e nonviolenti ripartano segnali chiari di mobilitazione civile, d’impegno quotidiano, di dialogo finalizzato ad un’azione comune.

Quel che è certo è che bisogna partire dalla formazione al pensiero nonviolento e dall’addestramento alle tecniche della nonviolenza attiva. Mi sembra altrettanto evidente, poi, che bisogna costruire anche un patto tra pacifisti ed ecologisti, perché guerra e terrorismo costituiscono un gravissimo pericolo per l’ambiente naturale e le comunità locali, dal momento che, come affermavo già un anno fa:

 <<… le catastrofi umanitarie corrispondono quasi sempre a quelle ecologiche, essendo frutto della stessa violenza cieca ed irresponsabile>> [xiii]

Ecco perché pace, giustizia e salvaguardia della ‘casa comune’ – come ci ha ricordato Papa Francesco nella sua ultima enciclica – sono strettamente collegate e richiedono risposte organiche. E’ indispensabile infatti che gli uomini facciano pace tra loro ma anche con la natura, ma purtroppo le cose vanno diversamente:

<<La politica e l’economia tendono ad incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Ma quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme d’interazione orientate al bene comune. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono le guerre o accordi ambigui, dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e aver cura dei più deboli…>> [xiv]

Al messaggio di morte e distruzione che vengono da guerre e terrorismo, dunque, bisogna contrapporre risposte di vita, relazioni più giuste ed una difesa della casa comune dell’umanità, che già 700 anni fa l’Alighieri definiva: “l’aiuola che ci fa tanto feroci”. [xv]     La ferocia dei terroristi è la stessa delle guerre e della sistematica distruzione degli ecosistemi ed ha la stessa origine. La nonviolenza è l’unica soluzione possibile da adottare, prima che sia troppo tardi.

NOTE ———————————————————–

[i]  Ermete Ferraro (2015), “Resistere, nonviolentemente “, Ermete’s Peacebook, novembre 2015 > https://ermetespeacebook.com/2015/11/19/resistere-nonviolentemente/

[ii]  Monde sans Guerre et sans Violence (2015), “La violence est le probleme, jamais la solution” > https://www.pressenza.com/fr/2015/11/la-violence-est-le-probleme-jamais-la solution

[iii]  Ermete Ferraro (2015),”La colomba verde ed il califfo nero”, Ermete’s Peacebook, Aprile 2015 > https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/04/02/la-colomba-verde-e-il-califfo-nero/

[iv] Alberto L’Abate, Lorenzo Porta (2008), L’Europa e i conflitti armati, Firenze, University Press > vedi e-book ( https://books.google.it/books?id=bmw04syro0wC&printsec=frontcover&dq=L%27Europa+e+i+conflitti+armati&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiQyeCS5erMAhWBFRQKHRmzCngQ6AEIHTAA#v=onepage&q=L’Europa%20e%20i%20conflitti%20armati&f=false )

[v] Nils Petter Gledisch and Ida Rudolfsen  (2016), “Are Muslim contries more violent ?”, Washington Post, 05.16.2016 > https://www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2016/05/16/are-muslim-countries-more-violent/ (traduz. mia).

[vi] Jean-Marie Müller (2015), “La France est-elle en guerre?”, MIR France, 18.11.2015 http://mirfrance.org/MIR/?p=295 (traduz. mia)

[vii]  Ibidem

[viii] Ibidem

[ix] Eli McCarthy (2015), “ISIS: Nonviolent Resistance?” , Huffington Post > http://www.huffingtonpost.com/eli-s-mccarthy/isis-nonviolent-resistance_b_6804808.html   (traduz. mia)

[x] Alessandro Graziadei (2016), “Pakistan: una risposta nonviolenta al terrorismo”, Unimondo, 222.02.2016 > http://www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Conflitti/Pakistan-una-risposta-nonviolenta-al-terrorismo-155592

[xi] Giovanni Salio (2015), “I due terrorismi  e le alternative della nonviolenza”, (20.11.2015) >  http://serenoregis.org/2015/11/20/i-due-terrorismi-e-le-alternative-della-nonviolenza-nanni-salio/

[xii] George Lakey (2015), “8 ways to defend against terror nonviolently”, Waging Nonviolence (22.01.2015) > http://wagingnonviolence.org/feature/8-ways-defend-terror-nonviolently/ (traduz. mia)

[xiii] Ferraro (2015), “La colomba verde e il califfo nero”, cit.

[xiv] Papa Francesco (2015), Laudato si’ – Lettera enciclica sulla cura della casa comune, n. 198 >   http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

[xv] Dante Alighieri, Divina Commedia – Paradiso, XXII, v. 151

Neolinguistica applicata

Temo che, almeno a Napoli, non ci siano piazze con spazi adeguati per sistemarla e, d’altra parte, non ci sarebbero forse neppure i soldi per realizzarla, eppure mi convinco sempre più che da qualche parte dovremmo erigere una statua allo scrittore inglese George Orwell. Basta seguire con un minimo di attenzione e spirito critico la cronaca politica, infatti, per rendersi conto che nessuno più di lui può essere considerato il vero profeta del nostro tempo, il vate del nostro assurdo mondo. Orwell è stato l’annunciatore di un’era in cui la logica ed il puro e semplice buon senso sembrano proprio aver  subito un colpo mortale. Un classico di fantapolitica come il suo “Nineteen Eighty Four” , allora, diventa sempre più la chiave di lettura della realtà capovolta e contraddittoria che abbiamo sotto gli occhi, normalizzata da un subdolo “Bispensiero” (Doublethinking), che cancella l’assurdità di alcuni enunciati anche grazie ad un’artificiale “Neolingua” (Newspeak), riportandoli entro i canoni di un lessico semplificato, standardizzato ed anemotivo, rendendo quasi impossibile ogni dubbio ed opposizione. Lo slogan più noto dell’IngSoc/Socing guidato dall’imperscrutabile Grande Fratello orwelliano, non a caso, è la frase: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”, spesso citata come esempio di paradosso, ma che purtroppo sembra diventata  rappresentativa della nostra attuale condizione.

premio pace PinottiE’ stato il primo pensiero che mi è venuto, ad esempio, leggendo la notizia che la nostra Ministra della difesa, Roberta Pinotti, è stata pomposamente insignita del premio “Napoli Città di Pace”, frutto di una sconcertante sinergia tra l’Unione Cattolica della Stampa Italiana (UCSI) della Campania, l’Ordine dei Giornalisti della stessa regione, l’Università “Suor Orsola Benincasa” e l’Arcidiocesi di Napoli.  Questa la motivazione del premio: «Per il suo ruolo strategico e riformatore in materia di difesa nazionale e internazionale, declinato al femminile in piena coerenza con un impegno di servizio della politica come forma più alta di amore, che mette al centro la tutela e la dignità della vita umana». Ebbene, è difficile negare che premiare la Ministra Pinotti come “donna di pace” – in particolare dopo la sua manifestata propensione per un intervento militare dell’Italia in Libia e l’appoggio all’invio di nuovi contingenti armati in altre aree calde come l’Iraq e l’Afghanistan – risulti un’evidente applicazione del citato principio ossimorico che equipara la guerra alla pace. Lo stesso principio, peraltro, che è da anni alla base del concetto di “guerra preventiva” su cui si regge la NATO e che ha portato all’assegnazione del premio Nobel per la Pace al presidente dello stato che più di ogni altro interviene militarmente in ogni conflitto bellico, spesso dopo averlo suscitato o comunque incoraggiato.

Che la libertà sia stata resa equivalente a quella schiavitù di cui teoricamente dovrebbe essere l’antitesi, inoltre, è qualcosa che siamo costretti a sperimentare ogni giorno, di fronte alle politiche sicuritarie che dichiarano di usare tutti i mezzi di controllo polizieschi proprio per tutelare la nostra condizione di liberi cittadini. Ecco allora che il diritto di circolare liberamente e senza pericoli viene salvaguardato proprio privandocene almeno in parte, militarizzando le città e generalizzando pratiche che fanno a pugni con l’autonomia personale e con la cosiddetta privacy. Ad esempio, un gongolante Ministro Alfano, non più tardi di qualche giorno fa, dopo un vertice sulla sicurezza alla Prefettura di Napoli ha dichiarato: «Entro maggio contiamo di avere attivi 616 tra telecamere e lettori di targhe». Se queste 600 e più telecamere si sommano alle centinaia già attive nei vari esercizi pubblici e negli uffici, abbiamo effettivamente dimostrato ancora una volta, se ce n’era bisogno, che il prezzo da pagare per essere liberi è essere controllati sempre e dovunque. Venire continuamente spiati dall’obiettivo onnipresente del grande fratello – oltre che dal ‘grande orecchio’ intercettatorio della magistratura, dalle non richieste indagini commerciali e dai controlli incrociati di tutti i dati possibili immagazzinati nelle nostre tessere magnetiche – secondo qualcuno dovrebbe farci sentire più sicuri, sebbene costretti a subire nei fatti un asfissiante assedio mediatico ed informatico.

Quanto all’ultima parte del motto citato, come negare che “l’ignoranza è forza” sta diventando quasi un emblema del nostro assurdo mondo? Sia che s’intenda questo slogan nel senso di uno scoraggiamento di ogni conoscenza troppo approfondita, in quanto possibile fonte di infelicità se non di disgrazia, sia che lo s’interpreti piuttosto nel senso di elogio dell’ignoranza e della rozzezza come caratteristiche di una classe dirigente arrogante quanto forte del proprio non sapere, la frase orwelliana sembra calzare a pennello sulla nostra realtà quotidiana. Una realtà dove tutti siamo immersi in una nuvola informativa globale e totalizzante, ma spesso non ci accorgiamo neppure di quanto sta capitando accanto a noi. Una società in cui il pensiero unico ci sta omogeneizzando e spappolando il cervello, trasformandoci in cloni di modelli di vita e di consumo sempre più globalizzati. Un mondo dove tutti credono di sapere tutto di tutti, mentre in realtà riescono a stento ad interpretare la propria esperienza e ad affermare la propria identità. Crediamo di sapere e di capire, ma in realtà ci vengono consegnati solo frammenti della realtà in cui viviamo, in alcuni casi in dosi massicce, sì da farci annegare in tante informazioni, avendoci fatto smarrire nel frattempo la capacità d’interpretarle criticamente e di andare a fondo.

war is peace immagineA forza di assistere a situazioni assurde e paradossali, infatti, ci abbiamo fatto l’abitudine e, come si dice, ce ne siamo fatti una ragione. Al punto che quasi ci stupiremmo se le cose andassero diversamente, se la gente chiamasse le cose col proprio nome, se la burocrazia non ricoprisse più le regole di convivenza con la sua patina distorta e farisaica, se l’interesse comune avesse il sopravvento sull’utilitarismo individuale. Ci farebbe quasi impressione, poi, se all’improvviso il solito linguaggio ‘politicamente corretto’ non addolcisse più la pillola amara di un vuoto d’idee e d’ideali, mostrandoci con evidenza non solo quanto il ‘Re’ sia nudo, ma anche quanto sia violento, opprimente e rozzo un certo modo di governarci. Uno stato dove in nome della democrazia si minano le sue stesse fondamenta costituzionali, dove il ‘progresso’ viene  garantito dal ritorno nostalgico alle fonti energetiche fossili e dove l’affermazione del diritto dei popoli alla libertà si persegue andando a fargli guerra e a calpestarne l’autonomia, insomma, non è affatto lontano dalla realtà capovolta e mistificata del SocIng orwelliano. Chi crede che la pace è pace, che la libertà è la negazione della schiavitù e che l’ignoranza serve solo a mantenere il potere di chi ci comanda, dunque, non può e non deve far finta che tutto vada bene e deve ribellarsi al dominio dell’assurdo assurto a logica. Del protagonista Winston Smith, solitario oppositore del regime del Big Brother si scrive che:

Era un solitario fantasma che proclamava una verità che nessuno avrebbe mai udita. Ma per tutto il tempo impiegato a proclamarla, in un qualche misterioso modo la continuità non sarebbe stata interrotta. Non era col farsi udire, ma col resistere alla stupidità che si sarebbe potuto portare innanzi la propria eredità d’uomo.” (G. Orwell, 1984).

Ebbene, credo che sia giunto il momento di unire le voci di questi ‘fantasmi’, per renderle meno solitarie ed intraprendere la nuova resistenza, che è quella alla stupidità.

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

GUERRA DI…LIBIERAZIONE?

Emanuele Filiberto Duca d'AostaFino ad un paio di giorni fa, sulle pagine dei nostri quotidiani regnava il silenzio sulla ‘missione’ militare in Libia che l’Italia si appresta non solo a svolgere con grande zelo, ma addirittura a dirigere sul piano operativo. Solo alcuni giornali, come Secolo XIX e Corriere della Sera, ci hanno informato in merito a questa operazione – segreta ma non troppo – raccogliendo più che altro le indiscrezioni trapelate grazie ad un articolo del Wall Street Journal. Un generale americano, comandante delle forze speciali in Africa, infatti, sosteneva in un’intervista che “…è già operativo a Roma un Coalition Coordination Center, in sigla CCC, un comitato di coordinamento della coalizione che combatte l’Isis. Il CCC è una «war room» in piena regola dove si pianifica l’intervento, dove si fanno simulazioni, e da dove, in futuro, si guideranno le azioni.[i]   Naturalmente i vertici politici si sono affrettati a smentire che si aspetta solo l’ok dell’ONU, dopo che il governo libico (quale?) avrà formalizzato una richiesta di aiuto militare alla coalizione, di fatto già presente da tempo sul territorio libico e comprendente anche francesi, inglesi americani e, forse, olandesi. Lo stesso Ministro degli esteri Gentiloni, d’altra parte, confermava che: «Il livello di pianificazione e di coordinamento è a un livello molto avanzato e va avanti da parecchie settimane» [ii], così come risulta chiaro il senso del recente accordo fra Italia ed USA sull’utilizzo dei droni armati di stanza alla base aerea siciliana di Sigonella.

Qualcuno, sicuramente, si sarà chiesto come diavolo è possibile che ci stiamo di fatto preparando ad intervenire militarmente in Libia senza uno straccio di ratifica da parte del Parlamento, custode della sovranità popolare? E’ vero che in questi ultimi tempi è stato molto occupato a discutere di unioni di fatto ed adozioni non di diritto, ma come mai nessuno ha ritenuto ancora che esso avesse qualcosa di dire anche sulle pericolose unioni militari di fatto e sulle nostre illegittime ‘adozioni’ degli equilibri politici d’un altro stato? La risposta è nelle precisazioni di Fiorenza Sarzanini che, in un articolo di qualche giorno fa sul ‘Corriere’, ci spiegava che il nocciolo della questione sono i c.d.”decreti missione”, grazie ai quali l’Italia si tiene le mani libere da fastidiosi passaggi parlamentari.   “Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, lo ha ribadito ieri nel corso del Consiglio supremo di difesa, sollecitando anche la rapida approvazione del decreto che ogni anno finanzia e fornisce copertura giuridica alle missioni all’estero. Le norme già varate consentono infatti di evitare il voto delle Camere, prevedendo esclusivamente un’informativa del governo alle commissioni Esteri e Difesa. Il tempo stringe, gli alleati sono già sul campo, Roma ha assicurato che «farà la propria parte» nella guerra ai terroristi dell’Isis. E dunque schiererà le navi già in attività di perlustrazione del Mediterraneo, un aereo cisterna, i Tornado di stanza a Trapani, anche due sommergibili. E potrà contare sulle basi militari del Sud, compresa Pantelleria dove da tempo sono insediati numerosi militari statunitensi”. [iii]

E chi se ne frega se la Costituzione della nostra Repubblica, all’art. 11, recita che: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…” , sancendo poi, all’art. 52, che: “L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica…” ? L’escamotage è stato facilmente trovato, per cui la sovranità del Parlamento è ancora una volta aggirabile coi giochi di parole in Neolingua di chi sembra propenso a ripudiare la Costituzione più che la guerra. Le operazioni in Libia, conseguentemente, sono state coperte dal segreto militare e dietro il centro di coordinamento italiano della coalizione è più volte spuntata la sigla dell’A.I.S.E (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), quella ‘intelligence de Noantri’ su cui mi sono già soffermato a proposito della fiction televisiva che ne rivelava ai più l’esistenza.[iv]  Il Sole 24 Ore – ripreso dal quotidiano britannico The Guardian , peraltro, aveva già rivelato che ormai da settimane erano stati inviati in Libia 40 agenti segreti ed una cinquantina di ‘forze speciali operative’. Sta di fatto, comunque, che il piano di smantellamento della Costituzione avviato da Renzi aveva già previsto – per ridurre fastidiosi intralci alle decisioni governative – che anche l’art. 78 (“Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari” ) fosse modificato dalla previsione che tale dichiarazione spetti esclusivamente alla Camera dei Deputati Dal 3 marzo, però, sugli organi d’informazione si è ricominciato a parlare dell’intervento militare italiano in Libia, complice un’intervista all’ambasciatore USA che lodava il governo Renzi e lo esortava ad investire di più su questa ‘missione’, riconoscendo all’Italia la richiesta leadership ma, al tempo stesso, accollandogliene gli oneri che ne derivano. Questa esternazione ha molto infastidito il nostro premier , che – pur fiero dell’ investitura a condottiero d’un intervento armato in nord Africa senza precedenti – si è sentito tirare palesemente per la giacca, per cui si è affrettato a gettare acqua sul fuoco.

Ma intanto quotidiani come la Repubblica avevano già rotto l’imbarazzato silenzio mediatico, rivelando la portata straordinaria di questa sconcertante avventura bellica del nostro Paese.  In un articolo di Gianluca Di Feo, infatti, si squadernavano i dati relativi a piani segreti ma non troppo, informandoci che: “Di sicuro, si prepara un’operazione massiccia, la più grande mai realizzata dal 1943. Da mesi gli stati maggiori stanno elaborando piani su piani, ipotizzando un vertice italiano che gestirà uno schieramento di forze europee. La previsione minima è di 3mila militari, la massima supera i 7 mila. I due terzi saranno forniti dal nostro Paese. L’allestimento richiede circa un mese. Ma un primo contingente potrebbe muoversi nel giro di dieci giorni per prendere il controllo di un aeroporto. In ogni caso, la fase iniziale sul campo sarà interamente affidata a truppe italiane.[v]   Altro che operazione di polizia internazionale! Non sembra, del resto, che gli stessi servizi segreti siano riusciti a mantenere segreta quest’ ingombrante spedizione che, a distanza di 105 anni, ci riporta tristemente all’Italietta colonialista di Giolitti, schierata contro l’Impero Ottomano. Ed infatti è difficile nascondere operazioni che prevedono l’invio di portaelicotteri coi marò del San Marco, con al seguito altre navi per rifornimenti . E’ difficile anche negare che gli aeroporti meridionali siano da tempo stati allertati per la partenza di cacciabombardieri e che la base di Pantelleria, come conferma l’articolo di Repubblica : “servirà come scalo per il ponte aereo di elicotteri e cargo.” [vi] . Sarà pur vero che noi Italiani ci siamo abituati a tutto, compresi i blindati coi militari in assetto di guerra nelle nostre piazze. Ma far passare l’invio in Libia di 5.000 soldati come una normale operazione  è poco credibile, né può passare inosservato lo schieramento di mezzi aeronavali che poco hanno a che fare con l’ipotesi di un semplice ‘presidio’ di quei territori.  Ecco perché uno stizzito Renzi – di fronte alle notizie riportate dai giornali – ha dichiarato che: Su questo terreno ci vuole prudenza. Nessuna fuga in avanti. La situazione è troppo delicata perché ci si lasci prendere da accelerazioni “ [vii]

Certo, ci vuole prudenza. Peccato però che lo stesso Renzi stia scalpitando da mesi per ottenere la guida italiana di questa spedizione bellica, cercando di sottrarsi ad un confronto con un Parlamento peraltro fin troppo disattento in proposito. Peccato poi che l’Italia risulti palesemente preoccupata del futuro dei propri affari in Libia più di quanto lo sia di andarsi a cacciare nell’ennesima, pericolosissima, avventura militare, in barba alla Costituzione e ad un secolo di storia che a quanto pare non ci ha insegnato nulla. Non bisogna fare ‘fughe in avanti’, d’accordo. Ma questo non significa che il governo debba proseguire indisturbato a giocare alla guerra o al ‘piccolo 007’, mentre i media non devono fare troppo rumore su tali operazioni, solo per non disturbare il manovratore. Sulla stessa ‘Stampa’, fra l’altro,  è stato pubblicato un articolo che “fa i conti” sull’intervento italiano in Libica, con l’aiuto di ‘analisti militari indipendenti’ , che appaiono piuttosto perplessi nel merito. Infatti l’autore, Luigi Grassia, si chiede prudentemente: “Se l’Italia dovesse fare la guerra in Libia, o per dirla in modo più accettabile: mandare un corpo di stabilizzazione che rischia anche di dover combattere contro l’Isis, quante forze potrebbe mettere in campo? “ [viii]. La risposta è che questa eufemistica ‘stabilizzazione’  ci costerebbe cara, anche se uomini e mezzi ci sarebbero pure. Per cui l’articolista, con una punta di scetticismo, conclude: “… qui si tratta solo di numeri, di potenzialità. Che poi questi numeri possano tradursi in un intervento militare in Libia è tutta un’altra questione”. [ix]  Ebbene, fra clangori di guerra e dichiarazioni più o meno diplomatiche e prudenti di politici ed ‘analisti’, cosa dicono e cosa fanno i pacifisti di fronte a quest’ultima minaccia del complesso militare-industriale che rischia di coinvolgerci in prima persona in un conflitto bellico senza precedenti? E, soprattutto, come reagiscono gli Italiani, di fronte ai quali si è agitato a lungo lo spettro della minaccia ISIS unita a quella della pretesa ‘invasione’ da parte dei profughi? In questo campo, in particolare, la mistificazione è stata massiccia, visto che – come ci ricorda un articolo de ‘il Manifesto’, nel 2015 l’Italia ha speso 800 milioni di euro per accogliere i rifugiati, a fronte di 1 miliardo e mezzo spesi per inutili e dannose ‘missioni’ all’estero.[x]

La verità è che per reagire efficacemente – al di là di comunicati e prese di posizione –  il movimento per la pace italiano deve ritrovare la forza per superare antiche divisioni che ne frammentano l’azione. Ciò non significa affatto chiudere gli occhi davanti alle differenze nelle analisi o nelle strategie di azione. Dico soltanto che è arrivato il momento di andare oltre la politologia teorica – che ci fa sentire appagati dalla comprensione delle dinamiche in corso – per manifestare in piazza e gridare chiaro e forte non solo il nostro dissenso, ma anche la nostra proposta antimilitarista e nonviolenta. Da un secolo le alternative alla guerra esistono e sono senz’altro più efficaci, come dimostrano vari studi accademici in proposito. Bisogna però far capire alla gente che pacifismo non è passività, bensì resistenza nonviolenta, accompagnata da educazione alla pace e concreta azione per la pace, in tutte le sue dimensioni. Ecco perché condivido ciò che scrive Mao Valpiana sull’urgenza di offrire risposte alternative a quest’assurda avventura militare in Libia: Bisogna intervenire, ma con obiettivi, strategia e mezzi giusti. Esistono altre strade. Il caos libico non accetta scorciatoie. Occorre agire per mettere in sicurezza vite umane, spegnere il fuoco, ma senza produrre ulteriori vittime. Sono tante le cose da fare: la ricostruzione dell’assetto statuale libico, sostenendo con la diplomazia e la politica l’iniziativa per un accordo tra le parti e per un’azione internazionale sotto egida Onu di contrasto all’Is; la valorizzazione e la partecipazione della società civile; il coinvolgimento della Lega araba e dell’Organizzazione degli stati africani, anche al fine di mettere alle strette Qatar e Arabia saudita che finanziano le guerre in corso; bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi, lo sfruttamento dei disperati; garantire da parte dell’Europa assistenza umanitaria ai profughi; mettere in campo un’operazione di salvataggio”. [xi]  L’Italia ripudia la guerra e francamente credo che pochi Italiani – nonostante il martellamento mediatico sul pericolo ISIS – credano davvero che quella che si sta preparando sia una guerra di… libierazione. Ma ripudiare la guerra non può significare starsene con le mani in mano seguendo alla televisione l’evolversi degli eventi. Bisogna quindi obiettare con forza al militarismo che invade le nostre strade e penetra fin nelle scuole dei nostri figli e proclamare che la forza collettiva e diffusa della nonviolenza è l’unica via per uscirne.

NOTE _____________________________________________

[i]  F. Grignetti, “A Roma la war room anti-Isis che guiderà le azioni alleate in Libia” , Il Secolo XIX 02.03.2016) http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2016/03/02/ASqQmFoB-guidera_azioni_alleate.shtml

[ii]  Ivi

[iii] Fiorenza Sarzanini, “Intervento il Libia: ok a missioni segrete dei corpi speciali” , Corriere della Sera 16.02.2016) http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_25/intervento-libia-ok-missioni-segrete-nostri-corpi-speciali-ccd07350-dc03-11e5-b9ca-09e1837d908b.shtml

[iv]  Ermete Ferraro, Ragion di Stato…Maggiore, https://ermetespeacebook.com/2015/01/16/ragion-di-stato-maggiore/

[v]  Gianluca Di Feo, “Libia, nuclei d’assalto e sostegno dal mare: Italia pronta all’intervento”, la Repubblica 04.03.2016  http://www.repubblica.it/esteri/2016/03/04/news/il_dossier_il_primo_contingente_potrebbe_muoversi_entro_10_giorni_ma_restano_i_dubbi_sul_quadro_legale_e_sugli_obiettivi-134727115/

[vi]  Ivi

[vii] Fabio Martini, “Renzi sceglie la prudenza: ‘Il Libia niente fughe in avanti”, La Stampa 04.03.2015 https://www.lastampa.it/2016/03/04/italia/politica/renzi-sceglie-la-prudenza-in-libia-niente-fughe-in-avanti-yz4nLVtxDSmrIuGy9Xue0H/pagina.html

[viii] Luigi Grassia, “Intervento in Libia: gli analisti fanno i conti” , La Stampa, 04.03.2015 https://www.lastampa.it/2016/03/04/esteri/intervento-in-libia-gli-analisti-fanno-i-conti-dOXIk5FNBsAbGKfuwtvV9L/pagina.html

[ix]  ivi

[x]  Ignazio Masulli, “Le due guerre dell’Europa”, il Manifesto 03.03.2016, p. 5 (cfr. http://ilmanifesto.info/edizione/il-manifesto-del-03-03-2016/ )

[xi]  Mao Valpiana, “Il Libia la storia si ripete ma un’altra difesa è possibile”, Huffington Post 04.03.2016  http://www.huffingtonpost.it/mao-valpiana/in-libia-la-storia-si-ripete-ma-unaltra-difesa-e-possibile_b_9381754.html

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© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com  )

OPERAZIONE “SAN GENNATO”

totocolori6Eschiùsmi, noio volevàm savuàr…

Qualcuno , approfittando della diffusa devozione popolare per il santo Patrono di Napoli, ha voluto celebrarne la ricorrenza infilando maldestramente tra gli eventi previsti per l’occasione anche l’esibizione della banda militare della U.S. Naval Force Europe, la Marina Militare U.S.A. il cui Comando euro-africano ha sede a Napoli-Capodichino.  Nel programma dei festeggiamenti, il giorno 19 settembre – quello chiave della festa – troviamo in effetti un “Concerto dei Top Side, a cura della Band della Nato”, [1] ma è evidente che si tratta di un errore. Un’imprecisione peraltro comprensibile, perché a tanti capita di confondere le forze armate statunitensi con quelle della NATO, anche perché il loro Comandante per il Sud Europa e l’Africa, guarda caso, è lo stesso, l’Ammiraglio Ferguson della U.S. Navy.

Ormai – a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale – ci siamo talmente assuefatti all’ingombrante ‘protezione’ degli Americani che li scambiamo con le Allied Forces di quel Patto Atlantico cui siamo rimasti fedeli, anche quando non c’era più il blocco militare da cui avremmo dovuto difenderci. Ma mentre Americani si nasce, noi Italiani non siamo nati‘Alleati’. Vero è che dopo la guerra qualcuno decise che dovevamo far parte della NATO, ovviamente per la nostra ‘sicurezza’. Ma poi qualcuno ha deciso, sempre a nome nostro, che dovevamo restare nell’Alleanza Nord-Atlantica anche quando, alla fine degli anni ’90, era diventata ben altro, grazie al “nuovo concetto strategico” che ne aveva profondamente modificato lo statuto.[2]

Lasciando da parte queste pur necessarie distinzioni e riflessioni, viene comunque da chiedersi: perché mai il nostro santo Patrono, martirizzato17 secoli fa dai Romani nell’antica Puteoli, dovrebbe essere celebrato da una banda musicale militare abituata ad eseguire marce inneggianti alle imprese belliche a stelle-e-strisce? Che razza di relazione può esserci fra il giovane pastore della comunità cristiana di Benevento, caduto nel 305 d.C sotto i colpi della ferocia di un potere imperialista ed intollerante, ed un’icona mediatica dell’attuale militarismo imperialista?

Fu l’allora governatore della Campania, Dragonzio, a far arrestare il Vescovo Gennaro (Januarius) che, insieme al diacono Festo ed al lettore Desiderio, si era recato in visita pastorale a Pozzuoli. Fatto sta che la sua condanna a farli sbranare dai leoni nell’anfiteatro Flavio, secondo la tradizione, non ebbe seguito perché le belve si sarebbero inchinate di fronte ai condannati. Per ordine di Dragonzio, a quel punto, Gennaro fu allora condotto nei pressi della Solfatara e lì decapitato, insieme al diacono puteolano Procolo e a due laici. Ma quel governatore non faceva altro che mettere in atto le norme di legge emanate dal divo Diocleziano, l’imperatore conservatore e superstizioso che fu il peggior persecutore d’una comunità cristiana in crescita e sempre più determinata. Fra il 303 ed il 304 d.C., infatti, egli aveva già emanato ben tre editti, privando i Cristiani di tutti i diritti civili, riducendoli in schiavitù, incarcerandoli ed prevedendone la tortura e la condanna a morte, a meno che non avessero abiurato pubblicamente la loro fede.

festa-di-san-gennaro-2015Ebbene, cosa c’è nella storia di questo martirio – e nella successiva tradizione legata alla conservazione e al prodigioso scioglimento periodico del sangue del santo vescovo Gennaro – che possa lontanamente essere celebrato da una formazione bandistica militare con marcette ed inni? Che ci azzecca, con tutto il rispetto, la Band della Marina degli Stati Uniti con una devozione antica e profonda del popolo napoletano, velata forse da una religiosità tradizionale ma sicuramente genuina e diffusa? A chi è venuta in mente un’idea così assurda e, per certi aspetti, irrispettosa nei confronti del Santo che il suo sangue lo ha versato per testimoniare la sue fede, e che ora si vede sponsorizzato dai militari del nuovo Impero con la scusa di un gemellaggio Napoli-New York? E poi, pur volendo ristabilire un legame ideale fra la tradizionale festa newyorkese di S. Gennaro e quella di Napoli, che c’entra questo connubio italo-americano con una trionfalistica esibizione di militari in alta uniforme? Noi vorremmo saperlo, ma a quanto pare nessuno vuol rispondere alle nostre domande…


San Gennato? Ma mi faccia il piacere!

Che c’è di tanto strano, potrebbe obiettare qualcuno. Cosa c’è di male se dei marinai americani eseguono pezzi bandistici davanti al Duomo di Napoli in occasione della Festa di San Gennaro, peraltro neanche per la prima volta, visto che due anni fa c’era già stata un analogo spettacolo? [3]

Tutti hanno visto come il grande Antonio de Curtis – ad esempio nei panni del M° Scannagatti di “Totò a colori” – ha più volte mostrato le sue pirotecniche capacità di “dirindere la banda”, facendo una divertente caricatura di quelle marziali esibizioni. [4]  Il fatto è che, come diceva lui, “il trombone è sempre un trombone”. Ecco perché non dobbiamo sottovalutare le mistificazioni del militarismo, che ha sempre ricorso alla spettacolarizzazione ed enfatizzazione retorica ai fini della propaganda di guerra, im modo da far apparire bello ciò che invece è solo è bellico…..

Tornando all’inopportuna esibizione della banda della US Navy ai festeggiamente 2015 per S. Gennaro, quei biondi musicanti in uniforme sono solo la vetrina delle forze armate più potenti del mondo e, dietro sventolii di bandiere e rulli di tamburi, c’è la dura realtà di un imperialismo che si fonda su (e si mantiene con) la guerra globale, grazie al micidiale complesso militare-industriale.

IMG01417-20150912-1011Gli allegri musicanti che eseguono“Stars and Stripes Forever”, infatti, sono l’accattivante biglietto da visita delle forze armate più potenti del mondo con 2.825.000 militari, 1.600 navi, 22.700 aerei,  7.200 testate nucleari capaci di armare duemila missili intercontinentali, 3.450 missili da sommergibile e 1.750 bombardieri. Quella stessa U.S. Navy, inoltre, costituisce il nerbo delle truppe ‘alleate’ schierate sul fianco sud-est dell’Europa, che hanno il loro centro strategico nel Comando Integrato NATO di Napoli-Lago Patria (JFC Naples) [5]. Lo stesso quartier-generale che coordinerà l’esercitazione militare“Trident Juncture 2015”, che fra qualche settimana schiererà più di 230 unità, appartenenti a 30 paesi alleati e partner della NATO, con circa 40.000 uomini, 60 navi, 140 aerei di guerra. Un costosissimo, pericolosissimo wargame che dovrebbe testare le capacità di “risposta rapida” ad un eventuale attacco proveniente dal fronte africano, mediorientale ed est-europeo, ma in effetti è l’assurda prova generale di un attacco bellico.[6]

Ma da quando il Patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana, contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della Marina militare americana: una specie di san GenNavy?

E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a spargere altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?

La gente di Napoli ha sicuramente problemi molto più seri e pressanti di questo, ma qualcuno spiega ai Napoletani perché si sta strumentalizzando il loro santo protettore, facendolo diventare il patrono della NATO?  Dovremo forse cambiare anche le espressioni popolari, coniandone di nuove come: “San Gennà, pienzace tu a ll’Alleanza!” o ” ‘A U. Navy t’accumpagna…! ?

“In guerra sono tutti in pericolo, tranne quelli che hanno voluto la guerra” – diceva il grande Totò, che in un’altra occasione aggiungeva amaramente: “La guerra non è mai finita, è solo sospesa”. [7] Però noi – comportandoci da uomini, non da caporali, faremo di tutto per smascherare la maldestra Operazione San GenNato, denunciando l’arroganza imperialista e guerrafondaia di un’Alleanza nella quale continuiamo a fare la parte dei servi sciocchi.

Non è certo un caso che Trident Juncture 2015 sarà seguita con grande attenzione dai principali fabbricanti d’armamenti. Ma la pace, la sicurezza e la convivenza fra popoli sono valori troppo importanti per svenderli ai mercanti di morte. E’ per questo che, per citare papa Francesco, non possiamo accettare che “il mondo sia sottomesso ai trafficanti d’armi” [8] ed agli “imprenditori di morte” [9].

Facciamo quindi appello a tutti quelli che sono contro questo sistema di distruzione e di morte, affinché manifestino il loro netto dissenso verso l’uso strumentale di san Gennaro e si dissoci dalla mistificazione di chi lo vuole trasformare nel “Neapolitan Protector” di manovre militari.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOTE ————————————————————————————

[1] http://sangennaro.eu/wp-content/uploads/2015/08/programma.pdf

[2] A tal proposito cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/la-nato-e-il-nuovo-concetto-strategico_(Atlante_Geopolitico)/  e http://www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/periodico_2013/Documents/R2_2013/28_37_R2_2013.pdf

[3] https://www.youtube.com/watch?v=OkKQ4R1Ultw

[4] https://www.youtube.com/watch?v=lWDOM6MZ_o8

[5] http://www.jfcnaples.nato.int/

[6]  Vedi in proposito: Ermete Ferraro, NATO per combattere ( https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/07/28/nato-per-combattere/ ) e Ermete Ferraro, Un Tridente da spuntare https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/08/06/un-tridente-da-spuntare/ )

[7] Tutte le citazioni di frasi di Antonio de Curtis sono tratte da.Totò, Parli come badi – a cura di M. Amorosi e L. de Curtis, Milano, Rizzoli, 1994

[8]http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/VATICANO/papa_francesco_urbi_et_orbi_mondo_sottomesso_trafficanti_armi/notizie/1280205.shtml

[9] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-02-17/papa-francesco-basta-imprenditori-morte-che-vendono-armi-paesi-guerra-112847.shtml?uuid=ABi4B1vC&refresh_ce=1

NATO PER COMBATTERE

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    L’amm. Mark Ferguson, Comandante US Navy Europa-Africa e JFC Naples

    CONDAN-NATO

E poi dice che uno si fissa sulle stesse questioni. Ma come diavolo si fa a non tornarci su quando siamo di fronte ad una escalation guerrafondaia, al centro della quale c’è anche la nostra Napoli, e praticamente nessuno ne parla?

Come si fa a far finta di niente, mentre dal cuore della nostra regione partono ripetuti segnali di accelerazione del processo di militarizzazione e bellicizzazione di un’Europa sempre più divisa su tutto, ma supinamente subalterna alle strategie atlantiche?

In questi mesi a Napoli i media – nazionali e locali – ci hanno informato su tutto, dalla ristrutturazione dello stadio alle iniziative per la stagione turistica, dalla chiusura per assemblea di qualche sito archeologico all’abortito ‘village’ del lungomare.  Nessuna informazione, però, riguardava alcune importanti decisioni che prevedono la leadership strategica del Comando NATO del Sud Europa (JFC Naples), che dalla sede storica di Bagnoli, si è trasferito da dicembre 2012 nel mega- Quartier Generale di Lago Patria (Giugliano-NA), sotto la guida d’un ammiraglio che, guarda caso, è anche a capo del Comando U.S. Navy per l’Europa e l’Africa [1].

Se si sfogliano i quotidiani più importanti, infatti, non c’è quasi traccia dell’incalzante processo di trasformazione di un comando periferico nel polo del rilancio della strategia bellica della NATO sull’Europa mediterranea, i Balcani e l’Africa. Eppure non si tratta di piani top secret da non divulgare, visto che gli stessi siti web del JFC Naples e del Comando Europeo [2] non fanno certo mistero dei suoi progetti, ma piuttosto ne esaltano la portata con trionfalistici comunicati stampa e perfino con video promozionali [3].

L’unica notizia che abbia vagamente a che fare con l’ulteriore consolidamento delle strutture militare nell’area napoletana è apparsa in questi giorni su Il Mattino [4] e riguarda l’ampliamento della storica Accademia della Nunziatella, che si candida a diventare “Scuola Militare Europea” .

Un chiaro segnale di ‘normalizzazione’ del sistema militare, presentato peraltro dalla giunta de Magistris come una pura e semplice ‘permuta’ con un altro immobile, banalizzandone la portata.  Ma mentre l’accademia militare della Nunziatella [5] – particolarmente cara al capo di gabinetto del Sindaco di Napoli, che ne è ex allievo – sfratta una caserma della Polizia per allargarsi ancor di più sulla Palepoli di Pizzofalcone, a poche decine di chilometri, nel giulianese, i molto più informali militari della NATO – senza spadino e cappellino borbonico – si esercitano incessantemente alla pratica dei loro giochi di guerra, sempre più teleguidati e ipertecnologici.

  1. CONTAMI-NATO

    Italie-base-militaire-Naples

    Veduta dall’alto del complesso JFC , presso Lago Patria (Giugliano NA)

     

Ciò che risulta strano è che anche quelli che ritengono che la NATO sia un imprescindibile baluardo della democrazia e della sicurezza in questi mesi non si siano spesi nel tessere le lodi delle operazioni militari che stanno rendendo Napoli e la Campania la succursale del Pentagono sullo scacchiere strategico sud-orientale. Nulla. E’ come se un avveniristico complesso di 7 piani (2 dei quali interrati), spalmato su 330.000 mq di superficie, progettato per un numero di militari che va da 2.500 a 5.000 unità e che ospita il secondo comando supremo dell’Alleanza Atlantica dopo quello di Bruxelles [6] fosse una struttura qualsiasi, magari un po’ ingombrante ma priva di particolare importanza.

Eppure, dal dicembre 2012 in cui il nuovo quartier generale è stato inaugurato, i due comandanti che si sono susseguiti non hanno certo nascosto la loro intenzione di “far ruggire il leone” che fa da stemma al JFC Naples , trasformandolo sempre più in un “warfighting headquarters”, un vero e proprio comando per operazioni belliche [7].

Eppure non è che due anni e mezzo di manovre militari e di operazioni sul mare per terra e nel cielo potessero passare inosservate, anche se politici nazionali, amministratori locali ed operatori dei media preferiscono nascondere la testa nella sabbia. Da anni, infatti, essi si guardano bene dall’informare i cittadini di quel che succede nel triangolo della morte compreso fra Capodichino, Licola e Gricignano, di cui ho parlato in un mio precedente articolo [8], sicuramente non meno pericoloso della famigerata Terra dei fuochi con cui, guarda caso, in parte coincide.

Eppure è da sedici anni (1999) che dall’ex Comando dell’AFSouth di Bagnoli (Allied Forces Southern Europe) si sono dirette le operazioni militari della Kosovo Force (6000 uomini di 29 paesi aderenti alla NATO [9].

Eppure è da un decennio (2005) che, dal Quartier generale di Napoli, la stessa NATO offre benevolmente il suo supporto militare anche all’Unione Africana, per “costruire la sua architettura di sicurezza” [10]. Per non parlare di altre ‘missioni’ pilotate dal comando napoletano, come la Stabilisation Force (SFOR-IFOR) che da altrettanti anni essa guida a Sarajevo [11] , con collegamenti anche con l’Ufficio di Collegamento NATO di Skopje [12] e quello di Belgrado [13], al cui vertice dal 2014 c’è un generale italiano.

Eppure, dalla fine del XX secolo a questi 15 anni del successivo, il Comando Sud-Europeo della NATO è stato a capo di ben 11 operazioni ‘alleate’, dietro i cui fantasiosi nomi si celavano minacciose esercitazioni belliche, volte a consolidare il controllo su tutta l’area mediterranea balcanica ed africana.[14]  Sforzo attivo, Protettore unificato, Raccolto essenziale, Garante determinato, Occhio d’aquila, Guardiano congiunto e simili non erano infatti titoli di videogiochi, ma i retorici nomi in codice di quei dispendiosi giochi di guerra della NATO.

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    Stemma dell’esercitazione NATO”Trident Juncture 2015″

D’altra parte, l’ultima operazione si è appena conclusa il mese scorso. Essa, per la prima volta, ha visto il JFC di Napoli addirittura in trasferta a Cincu, una cittadina della Romania centrale, dove un migliaio di soldati ‘alleati’ hanno partecipato – dal 17 al 28 giugno –  all’operazione Trident Joust 15 (Torneo del Tridente ‘15). Il suo scopo era: “…mettere alla prova l’abilità del Comando Interforze di Napoli nel condurre un’operazione di difesa collettiva per conto dell’Alleanza”, come ha dichiarato l’Amm. Ferguson, Comandante  sia il JFCNP sia il CNE-CNA [15].  Ed ecco che, subito dopo le meritate vacanze estive, i vertici della NATO hanno  pensato bene di aprire il nuovo anno bellico con un’altra spettacolare operazione interforze: “…la più vasta esercitazione militare dal 2002, che metterà insieme più di 36.000 persone d’una trentina di paesi, alleati e partners, così come organizzazioni internazionali e non-governative nei tre paesi del suo fianco sud (Spagna, Portogallo ed Italia […] Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e dalla fine della Guerra fredda, la NATO aveva progressivamente abbandonato l’organizzazione di grandi esercitazioni in Europa, privilegiando la preparazione delle di forze di ‘spedizione’ per intervenire su crisi lontane, come in Afghanistan, dove ha diretto per tredici anni la forza internazionale d’assistenza alla sicurezza (ISAF) .”[16]

Nonostante l’importanza quasi storica di questa nuova avventura militare, gli organi di (dis)informazione non se ne sono per nulla occupati, fatta ovviamente eccezione per i pochi giornalisti che ci mettono al corrente delle ‘grandi manovre’ pianificate e svolte dai nostri cari Alleati, con la partecipazione della nostra Repubblica che, pur ‘ripudiando la guerra’, è sempre in prima fila nelle loro sedicenti operazioni di peace-keeping.

E’ il caso degli articoli che Manlio Dinucci pubblica regolarmente su il manifesto ed altri giornali cartacei ed online, per aggiornarci sull’escalation delle operazioni NATO.

Già all’inizio di giugno, infatti, egli sottolineava la portata della nuova operazione Trident Juncture 2015 (‘Giuntura del Tridente 2015’), scrivendo che “…il Jfc Naples svolge il ruolo di comando ope­ra­tivo della «Forza di rispo­sta» Nato, il cui comando gene­rale appar­tiene al Coman­dante supremo alleato in Europa (sem­pre un gene­rale Usa nomi­nato dal Pre­si­dente). La pro­ie­zione di forze a sud va ben oltre il Nor­da­frica: lo chia­ri­sce lo stesso Coman­dante supremo, il gen. Breed­love, annun­ciando che «i mem­bri della Nato svol­ge­ranno un grande ruolo in Nor­da­frica, Sahel e Africa subsahariana» [17]

In un successivo servizio – apparso sempre su il manifesto – Dinucci ci spiegava che quella che si terrà dal 28 settembre al 6 novembre prossimi non è un’esercitazione come le altre, se si tiene conto della forza militare impegnata (“oltre 230 unità ter­re­stri, aeree e navali e forze per le ope­ra­zioni spe­ciali di oltre 30 paesi alleati e part­ner, con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 140 aerei da guerra, più le indu­strie mili­tari di 15 paesi per valu­tare di quali altre armi ha biso­gno l’Alleanza”) [18], ma anche delle sue finalità strategiche  (“In tale qua­dro si inse­ri­sce la «Tri­dent Junc­ture 2015», che serve a testare la «Forza di rispo­sta» (40mila effet­tivi), soprat­tutto la sua «Forza di punta» ad altis­sima pron­tezza ope­ra­tiva. La TJ15 mostra «il nuovo accre­sciuto livello di ambi­zione della Nato nel con­durre la guerra moderna con­giunta», pro­vando di essere «una Alleanza con fun­zione di guida»[19].

  1. MARI-NATO 

campania armata

“Campania Bellatrix” – elaborazione grafica di E. Ferraro

Dalle aspre montagne dell’Afghanistan, quindi, lo scenario bellico si è spostato sempre più a sud, nel bacino del Mediterraneo,  dove la NATO deve fronteggiare nuove sfide, alcune delle quali peraltro sono frutto proprio della disgraziata politica imperialistica degli USA, che ha profondamente destabilizzato i precari equilibri preesistenti.

Ecco allora che la militarizzazione crescente della Campania – insieme ovviamente a quella della Sicilia – rientra in un ben preciso piano di controllo dell’area mediterranea ed africana. Questo redivivo Regno delle Due NATO mantiene infatti la sua indiscussa capitale nella Città Metropolitana di Napoli (in cui ricadono lo stesso capoluogo ma anche l’intera area domiziano-giulianese), ma si allarga fino a comprendere le basi alleate e statunitensi sparse nella Trinacria, da quella aerea principale di Sigonella al MUOS di Niscemi, passando per Augusta, Trapani, Pantelleria e Lampedusa [20].

Ma noi Italiani siamo troppo impegnati a seguire le peripezie del fu-centrosinistra e del fu-centrodestra per occuparci di queste sciocchezze.  Non c’è dubbio che l’aumento dell’IVA o un ulteriore slittamento dell’età pensionabile siano questioni che attirano molta più attenzione di quelle concernenti la trasformazione del meridione della penisola in un’incontrollabile portaerei, sul cui ponte di comando c’è saldamente il solito ammiraglio americano con due berretti [21].

E’ però impossibile ignorare l’ingombrante presenza di quell’esercito di occupazione che, dalla fine della seconda guerra mondiale, continua a ‘proteggerci’ , da Aviano  fino a Trapani. Così come dovrebbe essere difficile non notare che l’Italia stessa, anche a prescindere dalle truppe USA e NATO che vi si sono stanziate, è già uno di per sé uno dei paesi più militarizzati al mondo, recentemente sceso al 67° posto, ma sempre davanti ad altri Paesi europei come la Polonia (74°), la Spagna (84°), il Belgio (85°), la Germania (87°) o l’Irlanda (108°) [22].

L’Indice Globale della Militarizzazione – che assomma i dati relativi alle spese militari, al personale impiegato nel settore ed agli armamenti dispiegati – vede non a caso nella sua assai poco lodevole Top Ten, al 9° posto, nientemeno la Grecia, con la vicina Turchia piazzata al 24° posto a livello globale.  Forse con un po’ di attenzione avremmo capito qualcosa in più della recente crisi greca, che è sicuramente di natura economica, ma che ha pesato assai più sul piano politico-strategico, visto il ruolo chiave che la repubblica ellenica occupa nella NATO.

Però parlare di queste cose è poco trendy. Giornali e radio-televisioni preferiscono il gossip politicante e le veline governative su come tutto va per il meglio nel nostro Bel Paese.  A quanto pare bisogna lasciare le notizie sulle guerre prossime venture ai ‘gufi’ di professione e ad altri profeti di sventura, che spesso sono gli stessi che mettono in guardia anche contro i cambiamenti climatici e le loro cause o denunciano il nostro devastante modello di sviluppo, energivoro ed antiecologico.

Certo: in una decina di giorni di Settembre una trentina di Paesi, compreso il nostro,  manderanno allegramente in fumo milioni di preziose risorse economiche – probabilmente con gravi ricadute anche ambientali – solo per dar prova della propria capacità di distruzione e di controllo del territorio, del mare e del cielo. Ma cosa rappresenta questo di fronte alla ripresa dell’anno scolastico, alle riforme costituzionali, all’IMU sulle scuole parificate ed alle alleanze per portare l’Italia alla ‘crescita’?

Stiamo attenti, però, che il minaccioso ‘Tridente’ brandito dal mitologico dio NATO non laceri solo l’economia – come ha già fatto con la Grecia – ma anche la nostra stessa sicurezza.

NOTE

[1] http://cne-cna-c6f.dodlive.mil/

[2] www.jfcnaples.nato.int/  – http://www.jfcbs.nato.int/trident-juncture.aspx

[3] http://www.ac.nato.int/page5931922/the-air-part-of-nato-joint-exercise-ttrident-juncture-2015.aspxhttps://www.youtube.com/watch?v=9f_w3MWbm-U

[4] http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/nunziatella_scuola_militare_napoli/notizie/1485546.shtml

[5] http://www.esercito.difesa.it/organizzazione/aree-di-vertice/comando-per-la-formazione-specializzazione-e-dottrina-dell-esercito/Accademia-Militare/Nunziatella

[6] Ermete Ferraro, Un preoccupante Neo-Nato (30.4.2012) > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/04/30/lago-patria-un-preoccupante-neo-nato/ ),

[7] Idem , Fa’ ruggire il leone (11.5.2012) > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/05/11/fa-ruggire-il-leone/

[8] Idem, Campania Bellatrix (20.3.2013) > http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_11270.html

[9] http://www.aco.nato.int/kfor.aspx

[10] http://www.jfcnaples.nato.int/current_operations/ns2au.aspx

[11] http://www.jfcnaples.nato.int/hqsarajevo.aspx

[12] http://www.jfcnaples.nato.int/hqskopje.aspx

[13] http://www.jfcnaples.nato.int/operations_mlo_belgrade.aspx

[14] http://www.jfcnaples.nato.int/page71815316.aspx

[15] JFC Naples will for the first time base out to another location – the Shooting Range at Cincu >   http://actmedia.eu/daily/jfc-naples-will-for-the-first-time-base-out-to-another-location-the-shooting-range-at-cincu/58532 (traduz. mia). Vedi anche: Nato trasferisce il il quartier generale sud da Napoli in Romania > http://it.sputniknews.com/italia/20150507/357678.html#ixzz3h6qP0sKy

[16]  http://www.7sur7.be/7s7/fr/1505/Monde/article/detail/2395316/2015/07/15/L-Otan-sur-le-pied-de-guerre.dhtml (traduz. mia)

[17] Manlio Dinucci, La NATO lancia il tridente (16.6.2015 ) > http://ilmanifesto.info/la-nato-lancia-il-tridente/  

[18] Idem , La U.E. si arruola nella NATO (21.7.2015) > http://ilmanifesto.info/la-ue-si-arruola-nella-nato/

[19] Ibidem

[20] Cfr. Mappa delle basi militari in Italia > http://www.ansuitalia.it/Sito/index.php?mod=read&id=1266847177  e http://www.difesaonline.it/index.php/it/13-notizie/mondo/2720-la-sicilia-sta-per-diventare-la-base-piu-importante-della-nato . Vedi pure l’articolo di Antonio Mazzeo, Al via la campagna contro le basi NATO e Usa in Sicilia > http://www.disarmiamoli.org/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=335

[21] Sulla questione del “Two hats Commander” cfr. http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a526085.pdf

[22] Fonte: Jan Grebe, Global Militarization Index 2014 > https://www.bicc.de/uploads/tx_bicctools/141209_GMI_ENG.pdf – Sulla militarizzazione della Grecia cfr. anche: Σε ρόλο ΝΑΤΟικού εκπαιδευτή οι Ενοπλες Δυνάμεις  (Le forze armate nel ruolo di formatore NATO) > http://www.rizospastis.gr/story.do?id=8515264  10.7.15

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© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

Perché non possiamo non dirci Greci (Γιατί δεν μπορούμε να πούμε ότι δεν είμαστε Έλληνες)

 

  1. Prologo / πρόλογος

Per uno come me chIMAGE090e si chiama Ermete è fin troppo facile avvertire il fascino della grecità quasi come una componente genetica. Se poi ha studiato greco antico al liceo classico, è rimasto affascinato dalla filosofia e dall’arte ellenica e, per di più, vive da qualche decennio in una città che si chiama Neapolis, questa eredità culturale è ancor più forte e radicata.

D’altra parte non credo che si tratti solo di una questione personale. Ritengo che quella di sentirsi un po’ Greci è una netta sensazione che molte persone hanno avvertito in questi giorni: non soltanto gli abitatori dell’ex Magna Grecia che si sentono ancora figli di quella grande cultura, ma anche tanti altri che si ritrovano accomunati al dramma del popolo che ha inventato la democrazia. ma ne è stato troppo a lungo espropriato.

Adesso, all’indomani del clamoroso NO che i Greci hanno opposto agli arroganti diktat dei potentati finanziari e politici europei, pochi sembrerebbero ancora disposti a farsene paladini, pur avendole a lungo avallati come indispensabili correttivi. E’ fin troppo evidente ormai che, al di là delle consuete mistificazioni, le ricette economiche ‘sangue, fatica, lacrime e sudore’ [1], non soltanto non hanno fatto uscire dalla crisi gli stati che vi erano sprofondati, ma hanno ulteriormente ribadito il profondo divario tra paesi del nord e sud Europa, accrescendo il livello di sudditanza dei secondi nei confronti dei primi.

Ora che il popolo greco si è pronunciato, con invidiabile coraggio e dimostrando quella speranza cui Syriza ed il suo leader Tsipras hanno costantemente fatto appello[2], è di fatto impossibile che le cose possano restare inalterate e che la solita Europa ’carolingia’ continui ad imporre le sue ferree regole a tutti, in nome di un preteso interesse comune, che si è ormai dissolto come neve al sole.

Quelli che, come gli Italiani del Sud, hanno dovuto subire per un secolo e mezzo l’umiliante egemonia di chi li ha di fatto colonizzati con la scusa dell’Unità Nazionale, sanno molto bene come ci si sente ad essere considerati le ‘pecore nere’, il ‘peso’ da subire, il ‘freno’ allo sviluppo, la ‘palla al piede’ e tutte le altre simpatiche espressioni che in questi centocinquanta anni sono state usate per stigmatizzare i fannulloni meridionali. Già allora la cronaca e la storia di come si è esercitata quell’egemonia furono pesantemente forzate agli interessi dei dominatori, proprio come in questi mesi la propaganda catastrofista dei media ha fatto nei confronti della Grecia, pur di avallare la tesi di un paese allo sbando, che sa solo pretendere e nulla vuol concedere al necessario rigore.

Ma il travolgente responso referendario in Grecia non è stato affatto come i vecchi ‘plebisciti’ che sancirono l’annessione degli altri stati italiani al Regno d’Italia – fra cui quello tenuto nel Regno delle due Sicilie nel 1860 – ed ha impresso invece un profondo scossone allo pseudo-equilibrio dello status quo, basato sulla progressiva cessione di sovranità nazionale e di autonomia politica, senza reale parità di diritti e senza quella solidarietà che è frutto d’un autentico spirito federalista.

Le reazioni allarmate dei mercati finanziari di fronte al pronunciamento democratico del popolo ellenico non stupiscono affatto. Molto più gravi sono invece quelle degli stati che pretenderebbero di guidare l’Unione Europea ma sanno solo badare ai loro interessi nazionali, e soprattutto quelle di superpotenze come USA, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, che in tali scosse sismiche nel Sud-Europa intravedono solo una minaccia (o viceversa un’opportunità) per il loro imperialismo, nutrito dai rispettivi complessi militari-industriali.

La sottoscrizione di trattati iniqui e vessatori da parte di chi pretende di rappresentarci e di parlare in nostro nome è stata la pietra miliare di una strada che, come quelle consolari romane, conducevano solo dalla periferia al centro del potere. Ora il referendum greco ha segnato una tappa fondamentale di una nuova strada, che serve comunque per connettere persone e cose e per mantenere aperti i canali di comunicazione, ma apre nuove prospettive per uscire da un circolo vizioso, che alimenta la dipendenza anziché la cooperazione.

  1. L’anomia greca / Η ελληνική ανομία

Ovviamente il NO al ‘greferendum’ non risolve affatto tutti i problemi, a cominciare da quelli economici che stanno strangolando quel Paese, ma non bisogna dimenticare le ripercussioni squisitamente politiche di quel voto referendario. Chi ha straparlato di caos, evocando scenari allarmanti, voleva solo esorcizzare un’alternativa ben precisa che si sta profilando non solo per i Greci, ma anche per gli Italiani, gli Spagnoli, i Portoghesi e tutti quegli altri stati che l’amara ricetta dei soloni dell’UE ha sottoposto ad un’insostenibile austerità, senza garantire un vero sviluppo ed allargando sempre più la forbice tra ricchi e poveri.

images (2)In questi giorni politici e media hanno fatto a gara nello scomodare varie categorie culturali per sostenere le tesi del rigorismo teutonico. Si è passati da quella religiosa della contrapposizione weberiana tra ‘etica protestante’ e solidarietà cattolica a quella antropologica tra paesi nordici, alimentati a senso del dovere e spirito collettivo, e quelli meridionali, nutriti per secoli dall’edonismo e dall’ individualismo, quasi evocando la classica antinomìa nietzschiana tra lo spirito apollineo e quello dionisiaco [3]. Mancava solo la citazione dell’ironica dicotomia tra quelli che tendono all’amore e quelli che seguono la libertà, teorizzata dal napoletano professor Bellavista di Luciano De Crescenzo [4] ed avremmo completato la serie delle razionalizzazioni di meschine scelte politiche con profonde argomentazioni culturali.

La verità è molto più semplice: l’unione europea che è stata realizzata – e di cui noi Italiani ci troviamo a far parte – non ha niente a che vedere col sogno europeista dei padri fondatori e con quanto auspicavano nel 1941 Spinelli e Rossi nel loro Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita [5]. Non possiamo fare a meno di constatare, infatti, che ciò che abbiamo sotto gli occhi è ben altro. Basta leggere i giornali e seguire le dichiarazioni dei leader europei per accorgersi che non è affatto vero che “…la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade […] lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.[6]

Ciò che ha provocato l’eruzione della ‘lava incandescente delle passioni popolari’ non è stata infatti la volontà di dar effettivamente vita ad un ‘solido stato internazionale’, ma piuttosto il particolarismo nazionale di chi ha usato l’unità europea per consolidare la propria egemonia economico-politica a danno degli stati più periferici, senza peraltro liberarla né dalla dipendenza militare nei confronti degli USA, né da quella verso le potenti multinazionali che controllano saldamente la globalizzazione dell’economia capitalista.

Ecco perché – mutuando un’altra famosa frase [7] – ribadisco che non possiamo non dirci Greci, e non perché condividiamo acriticamente il percorso politico che Syriza ha finora realizzato né perché ce l’abbiamo visceralmente con i Tedeschi e con la loro cancelliera di ferro. Oggi più che mai ci sentiamo solidali coi Greci perché la loro vicenda ci ricorda la nostra comune storia di sud-europei, chiamati continuamente a dimostrare di essere interlocutori affidabili e seri e non stravaganti pulcinella scansafatiche e mangiatori a sbafo.

Ci sentiamo anche noi Greci perché da 2600 anni l’esopiana favola della cicala e della formica ci ricorda che non c’è da aspettarsi alcuna solidarietà da chi pensa solo ad accumulare capitali e non li vuole condividere con nessuno. Ci sentiamo Greci perché non è possibile che chi ha inventato la  democrazia ed ha ispirato lo stesso nome dell’Europa debba essere trattato come un ragazzino discolo, che non ha fatto i compiti a casa per andarsi a divertire nel paese dei balocchi.

L’ultimo decennio ha visto la popolazione greca sempre più compressa tra l’incudine del malgoverno ed il martello delle arroganti imposizioni dell’UE, con l’evidente risultato d’un mancato sviluppo economico e sociale. Dopo il 2009 la Repubblica Ellenica è stata sottoposta ad una massiccia cura liberista, che pur senza alleggerire molto l’impianto statalista, le ingiustizie e le storture costituzionali di quel Paese, ha finito invece col comprimere i ceti medi, alimentando disoccupazione e precarietà economica.

Stando così le cose, francamente non si capisce da quale paese del balocchi sarebbe stato irretito Pinocchio/Grecia, distogliendolo dai suoi doveri scolastici, mentre invece si capisce benissimo come le imposizioni della leadership europea abbiano alimentato sia pericolose reazioni d’impronta nazionalista, sia tentazioni populiste e radicalismi di sinistra.

  1. La scelta alternativa / Η εναλλακτική επιλογή

E’ peraltro vero che non bastano i proclami e le buone intenzioni per uscire dal tunnel di una crisi così grave ed è innegabile che lo stesso governo Tsipras abbia dovuto adattarsi a discutibili compromessi politici, ad esempio quello paradossale con un partito nazionalista e militarista come ANEL [8], cui è stato affidato improvvidamente proprio il Dicastero della Difesa Nazionale [9] .

images (5)Mi sembra altrettanto innegabile che dei 40 punti che sintetizzano il programma politico di Syriza [10] davvero poco è stato attuato, pur tenendo conto che il tempo trascorso dall’insediamento del governo Tsipras è relativamente breve e che molti problemi affondano le loro radici in una Costituzione (Sýntagma) scritta nel 1975 ed assai poco democratica. Sta di fatto che il ricatto della c.d.Troika ha pesato molto sulle scelte politiche, paralizzando di fatto quella potenziale alternativa alle pseudo-riforme che i potenti volevano imporre alla Grecia.

Vorrei ricordare almeno alcune di quelle scelte qualificanti, comprese nei citati 40 punti del Programma elettorale, che avrebbero dovuto segnare una vera svolta autenticamente socialista ed eco-pacifista, come auspicavo già nel 2012 in un mio articolo.[11]

  1. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.
  2. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.
  3. Tagliare drasticamente la spesa militare.
  4. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.
  5. Riformare la costituzione per garantire la separazione tra Chiesa e Stato e la protezione del diritto alla istruzione, alla sanità e all’ambiente.
  6. Regolare il diritto all’obiezione di coscienza nel servizio di leva.
  7. Ritiro delle truppe greche dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia.
  8. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.
  9. Negoziare un accordo stabile con la Turchia.
  10. Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato. 

4 – Pace, ecologia ed autonomia energetica / Ειρήνη, οικολογία και ενεργειακή αυτονομία

imagesPurtroppo, però, nessuno di questi punti ha trovato attuazione e ciò è vero soprattutto in ambito militare. E’ triste per un pacifista come me dover constare che: “la Grecia è un paese fortemente militarizzato e investe una quantità enorme del suo bilancio per la difesa in proporzione alla sua popolazione e al suo peso geopolitico” [12]. Con un incredibile rapporto di 1 soldato ogni 100 abitanti; con un bilancio della difesa che si avvicina al 4% del PIL (inferiore solo a quello degli USA…) e col poco invidiabile primato di quinto più grande importatore di armi al mondo, la Grecia, con meno di 10 milioni di abitanti (un quarto dei quali disoccupati) – nonostante la recente riduzione della spesa militare – resta comunque uno dei paesi più militarizzati al mondo, dove l’obiezione di coscienza è ancora reato ed in cui ogni ipotesi di nuovi tagli al bilancio della difesa è stata sdegnosamente e recisamente respinta.[13]

Un discorso simile, da ecologista, mi sento di fare anche in riferimento alle auspicate riforme in materia energetica ed in ambito più largamente ambientale. Se la Grecia (paradossalmente insieme alla Germania…) è stata sanzionata a causa dell’infrazione alla Direttiva europea 2014 sull’efficienza energetica, non c’è davvero da stare allegri.[14]

“Scommettere sulle energie rinnovabili” è rimasto quindi uno dei punti inattuati del programma elettorale di Syriza, considerato che il ministro dell’ambiente ellenico Lafazanis – anziché adoperarsi per dare al suo Paese un futuro ‘solare’, sembra molto più interessato a sostenere la realizzazione di una condotta per il gas naturale che raggiungerà il confine con la Turchia, portando in Grecia le forniture della Russia: il progetto di un Flusso greco (Greek Stream)…” [15]

Nessuno sa ancora come andranno le cose dopo lo storico pronunciamento del popolo greco, però sappiamo benissimo come reagiranno i vertici della sedicente Unione Europea, abituati per troppo tempo a sentirsi dire sempre di sì. Quel che è certo è che non dobbiamo assolutamente lasciare da sola la Grecia, poiché molto dipende da come gli altri paesi dell’area sud dell’Europa sapranno dimostrarsi coesi e davvero intenzionati a voltare pagina.

Noi Italiani per primi dovremmo superare le ambiguità politichesi della linea portata avanti dal nostro Presidente del Consiglio e, prima di lui, da tutti i precedenti governi, preoccupati solo di ribadire il nostro ruolo subalterno e di spacciare come riforme provvedimenti iniqui da cui non può scaturire né la pretesa crescita né, tanto meno, un autentico sviluppo.

Ecco perché, ora più che mai, dobbiamo sostenere la Grecia nella sua scommessa di autonomia dalle regole ferree della Troika. Dovremmo soprattutto appoggiarla nella sua ricerca di un’alternativa a quel paradigma economico che discende da un pensiero unico che la globalizzazione ha reso sempre più forte.

Non possiamo non sentirci anche noi Greci anche perché non dobbiamo mai dimenticare che verso quell’antico e nobile Paese del Mediterraneo noi siamo sì creditori, ma anche e soprattutto debitori di una tradizione filosofica, artistica, scientifica, politica e più latamente culturale che è entrata nel nostro DNA e che contraddistingue la nostra civiltà. [16]

NOTE ——————————————————————————————

[1] Si tratta di una frase più volte citata, tratta dal famoso discorso di W. Churchill alla Camera dei Comuni del 13 maggio 1940 (cfr. http://www.winstonchurchill.org/resources/speeches/1940-the-finest-hour/blood-toil-tears-and-sweat)

[2]  Il motto di Syriza  per le elezioni politiche del 2012 era “Ανοιγουμε δρομο στην ελπιδα”, che significa: “Apriamo la strada alla speranza” e ricordo anche le prime dichiarazioni dopo il voto greco di gennaio 2015 (http://ilmanifesto.info/tsipras-ha-vinto-la-speranza/  )

[3] Friedrich Nietzsche (1872), La nascita della tragedia dallo spirito della musica – cfr. ( http://www.treccani.it/enciclopedia/nascita-della-tragedia-la_(Dizionario_di_filosofia )

[4] Luciano De Crescenzo (1980)  Così parlò Bellavista – Napoli, amore e libertà, I edizione collana Oscar Mondadori, Arnoldo Mondadori Editore

[5] Cfr. il testo completo in: http://www.italialibri.net/contributi/0407-1.html

[6] Cit. in: https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_di_Ventotene

[7] Cfr. Benedetto Croce (1942),  Perché non possiamo non dirci cristiani, in La mia filosofia http://www.storiadellafilosofia.net/moderna/benedetto-croce/perch%C3%A9-non-possiamo-non-dirci-cristiani/

[8] Vedi su: https://en.wikipedia.org/wiki/Independent_Greeks

[9] http://www.mod.mil.gr/mod/en/ – Consulta anche:  http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1504.pdf

[10] http://web.rifondazione.it/home/index.php/12-home-page/7794-programma-di-syriza – Vedi anche: http://www.syriza.gr/page/thematikes-enothtes.html

[11] Ermete Ferraro (2012), La lezione di Syriza, https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/ 

[12] Carlos del Castillo, Il debito militare con Francia  Germania affoga la Grecia , http://www.communianet.org/rivolta-globale/il-debito-militare-con-francia-e-germania-affoga-la-grecia

[13] « I would like to thank the Prime Minister who ensured us that any suggestions made by our partners and creditors will not include reductions in the Armed Forces… Comunicato stampa del Ministero della Difesa Nazionale del 2.7.2015  http://www.mod.mil.gr/mod/en/content/show/36/A82792

[14] Fonte: http://www.rivistaeuropae.eu/interno/energia-infrastrutture/efficienza-energetica-grecia-e-germania-insieme-sotto-accusa/

[15] Fonti: http://www.notizieinunclick.it/grecia-punta-a-diventare-snodo-energetico/  e http://it.ibtimes.com/la-grecia-potrebbe-diventare-lago-della-bilancia-energetica-delleuropa-1402307

[16] Ad esempio, solo in questo testo sono calcolabili un centinaio di vocaboli che abbiamo ereditato dal lessico ellenico.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com)

La colomba verde e il califfo nero

Resistenza a terrorismo ed integralismo islamista: una prospettiva nonviolenta ed ecopacifista   di Ermete Ferraro (*)

 dove&calif

1 – Guerra all’ISIS: la mistificazione degli interventisti

E’ molto difficile che in Italia si parli di nonviolenza e, specificamente, di difesa nonviolenta come forma di resistenza pacifica e non armata. E’ ancora più raro che si affronti apertamente questo argomento in un contesto che si riferisca all’escalation del terrorismo islamista ed ai preoccupanti focolai di guerra di cui abbiamo sentiamo parlare quasi ogni giorno, ma sempre secondo i consueti schemi mentali di una cultura che conosce poco e male l’alternativa nonviolenta e per la quale l’unica difesa possibile resta comunque quella militare.

Si accenna talvolta anche ad una terza via, quella classicamente definita ‘diplomatica’, che vede impegnate le cancellerie dei vari stati coinvolti in una trattativa che punta ad una mediazione accettabile tra le parti in conflitto,  così come non manca chi ipotizza piuttosto un uso maggiore dei cosiddetti servizi, cioè del controspionaggio, in funzione sia di collegamento ufficioso e supporto alla diplomazia, sia di vere e proprie azioni di ‘intelligence’.

Quel che è certo è che il bombardamento mediatico ci fa sentire sotto assedio, sempre più direttamente coinvolti in conflitti che, ormai da un po’, sembrerebbero sfuggire ad ogni tradizionale logica geo-politica, proprio perché al terrorismo islamista si è ormai sovrapposta una strategia bellica  vera e propria, e per di più a distanza ravvicinata dalle nostre coste.

Questo, ovviamente, offre sempre più frequenti occasioni di proclami bellicisti ad una destra che va caratterizzandosi in senso nazionalista e xenofobo, ma anche di una sedicente sinistra decisionista ed inguaribilmente filo atlantica.

Da parte sua, il movimento pacifista italiano, cronicamente indebolito dalla frammentazione dei gruppi e dall’incapacità di uscire dalla pura e semplice testimonianza, stenta a dare una risposta a questa tendenza all’utilizzo dei media per diffondere paura e luoghi comuni, facendo il gioco dei terroristi e disseminando la sensazione della quasi ineluttabilità d’un coinvolgimento del nostro Paese in azioni militari, in risposta alla minaccia islamista.

Certo, dopo che già ci siamo cascati in altre circostanze, e soprattutto dopo gli evidenti risultati negativi di quelle esperienze, perfino alla stampa ed alle emittenti radio-televisive riesce ormai difficile parlare di azioni di “peacekeeping”. L’ipocrisia della ‘neolingua’ dei politici non riesce più a nascondere, ad esempio, che un intervento armato in Libia – come quello ventilato recentemente – sarebbe fatalmente un’azione di guerra.

Il fatto che colpisce maggiormente è che questa demistificazione delle finte azioni di pace, in passato definite perfino ‘umanitarie’ – viene proprio da chi sa esattamente di che cosa si sta parlando, cioè dai militari. Non è un caso, infatti, che un ex-Capo di stato maggiore della Difesa, il gen. Mario Arpino, si sia associato ad alcuni suoi autorevoli omologhi statunitensi nel criticare  la sconcertante approssimazione dei politici nel trattare di questi problemi.

 «Sulla scottante questione libica prevale la tesi per cui è meglio evitare interventi militari esterni, altrimenti la situazione potrebbe diventare ingestibile. Eppure certi Paesi come la Francia mandano verso quei territori le loro portaerei dando l’impressione di volersi muovere.
“Sì, ecco, la Francia. Un’altra minaccia secondo me è proprio la Francia. Ogni volta che si muove fa disastri. […] Dietro la foglia di fico del voler proteggere qualcosa o qualcuno, probabilmente si cela sempre l’intento di fare i fatti propri. Ci hanno trascinato in un conflitto destabilizzando il padrone del momento, Mu’ammar Gheddaffi, dipinto come poco democratico, ma stiamo scoprendo quanto sia inutile cercare padroni democratici in Medio Oriente. Anzi, forse è impossibile trovarne. Il rischio è continuare a dare in pasto all’Isis e ai suoi simili argomenti e motivi per crescere e prosperare, di fornire ciccia al cane”.

Si parla in compenso di soluzione politica, cosa può significare in concreto?

[…] Soluzione politica significa qualunque cosa che non sia guerra. Bisogna allora stabilire se ci sono le condizioni per far colloquiare almeno i principali responsabili. Ed è ciò che sta facendo, tutto sommato, l’Onu in particolare con l’inviato speciale Bernardino Leon per la creazione di un governo di unità nazionale.» [i]

D’altra parte, se solo non ci si fa prendere la mano dalla propaganda interventista e si ritorna col pensiero ai miserandi risultati delle precedenti ‘spedizioni’ militari italiane, non si può fare a meno di constatare  che, anche prescindendo dal tragico bilancio dei morti, dei feriti e dei danni provocati da quelle azioni armate, non si può assolutamente affermare che esse siano servite ad arginare il pericolo islamista o a ridimensionarne l’impatto sull’Europa.

Spiega Loretta Napoleoni, economista ed esperta di terrorismo internazionale:

«L’Occidente dovrebbe smetterla di agire d’impulso e usare di più la diplomazia. Abbiamo fatto la guerra in Iraq nel 2003 e oggi ci ritroviamo i jihadisti dieci volte più forti. L’unica strada è quella indicata dal Papa: dialogo e azione sotto traccia per capire gli obiettivi dello stato islamico […] »Abbiamo  già visto che la guerra ha prodotto destabilizzazione sia in Iraq che in Libia a meno che non sia un intervento militare di lunghissimo periodo e questo significa tornare a una forma di neo colonizzazione  e questo è impossibile dal punto di vista politico e inaccettabile dalla popolazione occidentale. L’unica strada è quella prospettata da papa Francesco qualche mese fa: dialogo e diplomazia». [ii]

Il guaio è che dire la verità, mostrare quanto è nudo il re della guerra, è considerata una possibilità da scartare, sia per non disturbare i balbettii spesso contraddittori dei politici, sia perché si teme di passare per disfattisti, per filo-islamici o semplicemente per inguaribili ingenui.

Eppure, come dichiara in un’intervista un ex generale della NATO come Fabio Mini, è innegabile che un coinvolgimento diretto dell’Italia in uno scenario come quello libico (di per sé evocante  gli spettri del colonialismo) ci costerebbe davvero molto caro, cioè circa 50 morti alla settimana…

« È una guerra e non una missione di pace» precisa ancora Mini. Una guerra per cui servirebbero «come minino 50 mila uomini per controllare il territorio, fermare le auto, sorvegliare gli spostamenti, schedare le persone». «Gli interventi aerei servono a garantire le basi» è la strategia, «e non a colpire in maniera indiscriminata, seguendo quanto sta facendo l’Egitto, perché in quel caso, in territori dove non tutti ci sono ostili hai solo la certezza di farti odiare da tutti. Perché se a uno che non ti sta combattendo uccidi un famigliare, anche per sbaglio, quello dal giorno dopo sarà un tuo nemico».[iii]

Una guerra, dunque, e per di più sanguinosa, destinata a farci odiare da tutti e senza speranza di risolvere nulla. Ma allora perché non tentare strade diverse, alternative alle solite carneficine spacciate per operazioni di ‘polizia internazionale’ o, peggio ancora, per ‘missioni di pace’?

2 – Fallimento delle soluzioni armate contro terrorismo e integralismo 

Il gioco è sempre lo stesso, mistificatorio come la soluzione bellica che propugna. Basta  colpevolizzare chi è contro  gli interventi militari sbandierando il solito argomento della sicurezza nazionale minacciata. Eppure basterebbe replicare che, finora, l’unico risultato delle prodezze  belliche francesi, inglesi e statunitensi è stato l’innegabile rafforzamento dei movimenti islamisti e la loro conversione dalla strategia terrorista ad una aperta sfida armata ad un generico Occidente.

La nostra martellante propaganda anti-jihadista, da parte sua, paradossalmente è riuscita a partorire un estremismo islamico ancor più feroce e combattivo, evocando un assurdo clima da crociate, di cui hanno fatto le spese in particolar modo le minoranze cristiane dei paesi arabi.

La radicalizzazione del conflitto, però, non è stata un indesiderabile ‘effetto collaterale’ della escalation militare degli ultimi anni. E’ stata piuttosto la logica conclusione di una serie di scelte sbagliate, affrettate e miopi da parte di un sistema che, dipendente com’è dal complesso militare-industriale, alimenta nuove guerre, utilizzando anche l’arma della guerra psicologica. Alle cosiddette “psy-ops” ho già dedicato in passato un approfondimento, soffermandomi appunto sulle “armi di disinformazione di massa” cui corpi speciali delle forze armate addestrano i loro agenti, nell’intento di manipolare le menti e di ‘adattare’ la realtà alle affermazioni su di essa.

«Il guaio è che la principale vittima di questi corpi militari scelti è proprio quella “verità” di cui essi vorrebbero farsi scudo ma che, per essere tale, non può né deve essere sottoposta ad un trattamento finalizzato a persuadere la gente, a cambiare i fatti e ad influenzare le opinioni. Non pensiamo, d’altra parte, che questa specie di “psycological warfare” riguardi esclusivamente i militari statunitensi ed il Pentagono. L’Italia, infatti, non ha mai smesso di far parte di quell’Alleanza Atlantica alla quale resta tuttora vincolata in tutti i sensi, al punto che la sua stessa sovranità nazionale me risulta pesantemente limitata ed il territorio ed il mare italiani sono costantemente sottoposti al ferreo controllo della NATO.» [iv]

Non è un caso che alla violenza della guerra si associ regolarmente quella della propaganda e della manipolazione delle menti. E’ l’esatto contrario della nonviolenza, la cui caratteristica è di essere invece “la forza della verità” (il significato del gandhiano “Satyagraha”), perché  – al contrario della pace che è sempre aperta e costruttiva – la guerra si nutre di odio, diffidenza e paura.

Recentemente sono apparsi alcuni articoli, prevalentemente sui media anglosassoni, riguardanti la possibilità e fattività di una resistenza nonviolenta alla minaccia dell’integralismo islamico ed alle strategie guerrafondaie dell’ISIS. Tra le voci che si sono levate in tal senso c’è quella di Erin Niemela, direttrice della rivista Peace Voice (organo dell’Oregon Peace Institute), che si è fatta promotrice di “Strategie di controterrorismo nonviolente” nei confronti del cosiddetto “Stato Islamico”, proprio a partire dal palese fallimento di quelle militari.

«Adesso basta. Tutte le politiche d’intervento violento di controterrorismo sono completamente fallite. Stiamo seminando e raccogliendo una tragedia perpetua con questa macchina di violenza e le sole persone che ne beneficiano se ne stanno sedute su una montagna  di denaro, nell’industria del conflitto […] E’ tempo di un grande cambiamento nelle strategie di gestione dei conflitti. Possiamo finalmente iniziare ad ascoltare i tanti ricercatori e gli studi con strategie scientificamente supportate per un antiterrorismo nonviolento?» [v]

Già, perché quello che la stragrande maggioranza delle persone non sa è che l’alternativa non è affatto fra l’intervento armato ed un vile e miope disimpegno. La vera alternativa è tra la risoluzione violenta e nonviolenta dei conflitti, utilizzando nel secondo caso un comportamento che è tutt’altro che passivo, in quanto si tratta di adottare una resistenza attiva e mirata. La via nonviolenta, infatti, non solo è eticamente preferibile, ma è anche molto più efficace, come hanno mostrato con chiarezza vari studi comparativi sulle soluzioni adottate ad un secolo di conflitti.

« Erica Chenoweth e Maria Stephen, nel loro innovativo studio del 2011, intitolato “Perchè la resistenza civile funziona” , hanno rilevato che “tra il 1900 ed il 2006, le campagne di resistenza nonviolenta hanno avuto quasi il doppio delle probabilità di raggiungere un successo pieno o parziale,rispetto alle loro controparti violente ” Inoltre, delle campagne di resistenza nonviolenta di successo hanno meno probabilità di degenerare in guerra civile e più possibilità di raggiungere obiettivi democratici.» [vi]

gandhiPer oltre un secolo – come si ricava dalla ricerca delle due studiose statunitensi – le campagne di resistenza civile si sono rivelate molto più efficaci di quelle militari, coinvolgendo l’attivismo dei cittadini e rendendoli protagonisti della difesa. Tutto questo, quindi, è già capitato in Polonia, in Birmania, in Iran, nelle Filippine e nella stessa Palestina. Si tratta di casi che si aggiungono a quelli, storici, di resistenza civile in Sud Africa, in Danimarca ed anche in Italia.

Insomma, non si propone né di incrociare le braccia ed attendere lo sviluppo degli eventi, adottando una discutibile neutralità fra le parti in conflitto, né di affermare un principio esclusivamente morale, senza tener conto della sua realizzabilità ed efficacia pratica. Ciò che andrebbe perseguito è piuttosto un modello di resistenza civile, non armata e popolare, che utilizzi strategie e tecniche ispirate alla nonviolenza attiva e sia capace di coinvolgere direttamente i soggetti in causa.  Questo, ovviamente, non esclude affatto interventi esterni – ad esempio quelli d’interposizione nonviolenta e perfino di tradizionale peacekeeping  da parte dell’ONU. Soprattutto, non costituisce assolutamente uno sgravio di responsabilità, scaricando l’onere della difesa esclusivamente sui diretti interessati.

E’ infatti evidente che le cause dei conflitti attuali vanno cercate negli equilibri strategici internazionali, in un sistema saldamente radicato sul complesso militare-industriale ed in una corsa all’appropriazione delle risorse naturali, in particolare energetiche, da parte di alcune superpotenze. Ecco perché interventi militari in zone calde – come la Siria o la Libia – risultano quanto meno sospetti, se sollecitati e condotti da soggetti interessati strategicamente ed economicamente a quei territori ma, soprattutto, essi sono comunque destinati a non sortire risultati reali e stabili di pacificazione, come sottolinea una studiosa italiana.

«Le operazioni militari, comportando la minaccia all’uso della violenza, spingono le parti in conflitto a interrompere la guerra solo per paura che l’intervento armato si concretizzi[…] Di conseguenza, la cessazione delle ostilità viene raggiunta tramite l’imposizione esterna di un accodo. Una soluzione di questo tipo è temporanea in quanto non affronta le problematiche che hanno provocato il conflitto. L’intero militare esterno viene poi vissuto dalle popolazioni in lotta come un’aggressione straniera da parte di altri paesi…» [vii]

Rifiutare la logica perversa della violenza, quindi, vuol dire aprire prospettive nuove ed avviare soluzioni costruttive e più stabili.

3 – ‘Give peace a chance!’: resistenza nonviolenta ed integralismo islamico

 Recentemente, sull’Huffington post è apparso un articolo di Eli S. McCarthy, docente di studi sulla pace all’Università di Georgetown, dal titolo: “ISIS: Nonviolent Resistance?” [viii] , in cui lo studioso statunitense, come la citata Irin Niemela, parte dalla constatazione che i metodi di contrasto che s’ispirano alla nonviolenza sono statisticamente più efficaci e durevoli delle azioni di guerra, comunque si pretenda di definirla.

« Abbiamo bisogno di fornire finanziamenti e formazione per gli attori della società civile locali nella vasta gamma di metodi di resistenza nonviolenta. Gli attori della società civile locali devono decidere quali tattiche sarebbero molto probabilmente efficaci, adattarle  alla loro cultura e mettere in luce la dignità umana.. . » [ix]

McCarthy passa poi a proporre otto punti fondamentali perché si possa credibilmente avviare una strategia di resistenza civile e non armata, che ha la sua concreta attuazione in operazioni di ‘Protezione Civile Disarmata’ e di ‘peacebuilding’, ossia di ricostruzione del terreno adatto alla ricostruzione ed alla ‘riconciliazione sociale’.

« a. Diminuire le risorse umane: ciò può comprendere gli sforzi fatti localmente per incoraggiare la gente a non unirsi all’ISIS e per offrire opportunità che si venga incontro, con altri mezzi, ai loro bisogni, come: il lavoro, l’istruzione, il rispetto per la religione, l’influenza politica, la cura dei traumi, l’avventura etc.. Questo potrebbe anche comprendere la creazione di linee di comunicazione con membri dell’ISIS a vari livelli, al fine di costruire relazioni tali da indurli ad una diminuzione del loro sostegno o ad una loro uscita dall’ISIS […]

b. Ridurre le persone con competenze e conoscenze-chiave : ciò comporterebbe uno sforzo più focalizzato sul creare linee di comunicazione con persone, all’interno dell’ISIS, che possiedano competenze-chiave […]

c. Ridurre la loro capacità di sanzioni: ciò potrebbe comprendere un coinvolgimento diretto a livello locale con la polizia  o i soldati nell’ ISIS,  per incoraggiarli continuamente a danneggiare meno,  come un modo per mantenere al meglio il loro ordine. […]Questo potrebbe includere anche la creazione di gruppi di controllo di quartiere come un’alternativa che ISIS può consentire e che avrebbe gradualmente ridurre i danni alle persone nella comunità, determinando così  più spazio di manovra alla società civile per organizzarsi.

d. Ridurre la loro autorità e legittimazione : ciò potrebbe comprendere un dibattito discreto e forse riunioni di piccolo gruppi, che sollevino questioni circa la loro autorità e legittimazione […]

e. Ridurre gli intoccabili:ciò potrebbe comprendere […] per esempio, l’uso dell’Islam, l’insostenibilità della rivoluzione e del controllo violento, ed il loro trattamento nei confronti delle donne e di altre minoranze. Questo può essere fatto sia a livello locale e internazionale. […]

f. Ridurre le risorse materiali: ciò sarebbe impegnativo, ma al momento opportuno e quando la gente del posto lo decide, potrebbe includere il ritardare strategicamente un pagamento o versare solo parte del pagamento di una certa imposta / tassa per l’oppressore.[…]

g. Istituzioni alternative: al momento giusto,ciò potrebbe comprendere la creazione di comitati locali – di strada, di quartiere o di città –come fu fatto in Sud Africa per l’Apartheid […]

h. Interruzioni diffuse: questo sarebbe stato difficile ma, al momento giusto e quando la gente del posto lo decide, potrebbe comprendere l’organizzazione di rallentamenti nel lavoro per cinque minuti /un’ora /mezza giornata,  o l’organizzazione di  rallentamenti nei viaggi, come nel caso dei  veicoli per le strade, ecc.»

Come si vede, buona parte delle strategie proposte rientrano nel tradizionale repertorio della resistenza nonviolenta, codificate negli scritti di M.K. Gandhi, ma soprattutto attuate nel corso della rivoluzione nonviolenta che portò alla liberazione dell’India dal dominio coloniale inglese. Si tratta di tecniche – basate prevalentemente sulla disobbedienza civile, la non-collaborazione, il boicottaggio, ma anche sulla capacità di dar vita ad organizzazioni parallele ed alternative – che il fondatore della nonviolenza in Italia, il filosofo Aldo Capitini, racchiuse nel suo fondamentale manuale apparso nel 1967 [x].

Come sottolinea opportunamente Antonino Drago in un suo libro dedicato alla storia ed alle tecniche della Nonviolenza, non si tratta di manifestare la propria obiezione di coscienza o di dare una testimonianza morale,  bensì di determinare attraverso quelle strategie effettivi risultati, ai fini della risoluzione del conflitto.

«Per tale scopo, alla nonviolenza si chiede di saper proporre azioni che siano: 1) comprensibili in termini universali, 2) comunicabili da una persona all’altra non con un lungo processo di adattamento, ma secondo un linguaggio compartecipato collettivamente e 3) efficaci sulla struttura sociale.» [xi]

Recentemente, il quotidiano cattolico francese “la Croix” ha pubblicato un articolo di Étienne Godinot (Presidente dell’Institut de Recherche sur la Résolution Non-violente des Conflits- IRNC), in cui egli si sofferma proprio sull’esigenza di passare ad un modello civile di difesa, anche quando si tratta di fronteggiare crisi internazionali come quella attuale.

« La difesa civile nonviolenta è una politica di difesa contro ogni tentativo di destabilizzazione, di controllo e d’occupazione della nostra società, coniugando, in maniera civile preparata ed organizzata, delle azioni nonviolente collettive di non-collaborazione e di confronto con l’avversario, in modo che egli sia messo nell’incapacità di raggiungere gli obiettivi della sua aggressione : l’influenza ideologica, la dominazione politica, lo sfruttamento economico.» [xii]

Tornando a McCarthy, egli chiude il suo contributo sull’ipotesi di resistenza nonviolenta all’ISIS  dichiarando che spetta alle comunità locali scegliere come e quando sperimentare dei metodi alternativi di lotta, per una trasformazione nonviolenta dei conflitti. L’appello è anche ad evitare che la propaganda mediatica ci porti a considerare gli appartenenti all’ISIS come esseri non umani, con cui non sarebbe quindi possibile altra risposta che quella armata. Alternative valide agli scontri armati ci sono, mentre abbiamo ormai ampia esperienza dell’inutilità e distruttività delle soluzioni militari.

4 – Una  prospettiva ecopacifista per l’azione nonviolenta
ulivo girasoleIn un opuscoletto dal titolo “L’ulivo e il girasole”  ho cercato di tracciare un percorso operativo per chi è già convinto che le battaglie per la pace sono strettamente correlate a quelle in difesa dell’ambiente violato, o comunque si sia reso conto che è difficile scindere fenomeni diversi, ma che hanno quasi sempre cause e moventi comuni.  Sto parlando di quella visione ecopacifista che in Italia, purtroppo, è ancora poco diffusa, e che invece potrebbe coniugare le istanze ecologiste con quelle di chi cerca un’alternativa alla guerra. Una delle cose che ho cercato di puntualizzare in quello scritto sono i suoi principi teorici, che così sintetizzavo:

«(i) L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alla lotta per la difesa degli equilibri ecologici e per l’opposizione al militarismo ed alla guerra. […]; (ii) L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neppure una semplice strategia d’azione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico e sociale […]; (iii) Il patrimonio ideale dell’ecopacifismo racchiude e coniuga varie idee-chiave che bisogna approfondire e trasformare in azione: pace positiva, giustizia sociale, democrazia dal basso, difesa della diversità culturale e linguistica, salvaguardia della biodiversità…» [xiii]

Ebbene, se si esamina la situazione attuale dello scenario in cui opera l’ISIS, è evidente che una strategia alternativa a quella degli interventi militari deve tener conto sia degli attuali equilibri geo-politici in quella regione, sia delle cause economiche di quegli infiniti conflitti e della parallela crescita del traffico di armi. Entrambi, infatti, sono stati sempre determinati dall’arrogante pretesa di  controllare le risorse energetiche ed hanno, d’altra parte, provocato enormi e persistenti danni all’ambiente naturale oltre che alla popolazione civile ed alla loro stessa possibilità di lavoro e di sopravvivenza.  Come ribadiva un documento della Rete della Conoscenza – pubblicato lo scorso agosto sul suo sito – è necessario interrompere il circolo vizioso per cui le armi alimentano i conflitti e questi ultimi richiedono l’uso di sempre nuovi armamenti.

« Le potenze occidentali hanno gravissime responsabilità nella determinazione dell’attuale situazione in Medio Oriente. La definizione di confini coloniali (quasi mai corrispondenti a identità collettive), la formazione di classi dirigenti locali strettamente legate nella loro ascesa ai partner occidentali, politiche interventiste spregiudicate a tutela dei propri interessi geo-politici ed energetici a geometria variabile hanno per decenni pesato come macigni sulla possibile affermazione di forme di auto-governo, sull’autodeterminazione delle popolazioni e sulla convivenza pacifica fra etnie e religioni diverse.» [xiv]

Ma i problemi non sono solo quelli storici di un conflitto che si trascina da decenni. Le continue azioni di guerra in Medio Oriente – si rileva in un articolo del 25 marzo scorso che cita organismi internazionali come la Croce Rossa –  stanno anche provocando catastrofi ambientali ed umanitarie,:

« Il consumo di acqua in una regione instabile, con l’aumento della popolazione era già a livelli insostenibili in molti zone colpite da basse precipitazioni record e dalla siccità, ma le guerre hanno spinto sistemi “vicino al punto di rottura”, ha detto l’agenzia assistenziale. Militanti in Siria, Iraq e Gaza hanno usato anche l’accesso all’acqua e alla corrente elettrica come “armi tattiche o come merce di scambio”, ha dichiarato in un rapporto il CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa).[…] “Pesanti combattimenti e la pratica del bersaglio diretto hanno distrutto condutture dell’acqua e linee elettriche, privando di  questa risorsa vitale centinaia di milioni di persone, che sono a grande rischio di malattie legate all’acqua”, ha detto Robert Mardini, capo delle operazioni del CICR per il Nord Africa e il Medio Oriente[xv]

Ecco perché è praticamente impossibile scindere le considerazioni politiche da quelle ecologiche, visto che le catastrofi umanitarie corrispondono quasi sempre a quelle ecologiche, essendo frutto della stessa violenza cieca ed irresponsabile.

“La crisi idrica globale sta provocando raccolti falliti, fame, guerra e terrorismo” – sintetizza il giornalista e ricercatore Nafeez Ahmed, che così prosegue: Il mondo sta già sperimentando la scarsità d’acqua, provocata dall’uso smodato,dalla scarsa gestione del territorio e dal cambiamento climatico […]  E’ una delle cause delle guerre e del terrorismo in Medio Oriente e oltre, e se non riusciamo a rispondere agli allarmi  (che ci sono state) prima di noi, ancor maggiori carenze di cibo e di energia affliggeranno presto  gran parte del globo, alimentando fame, insicurezza e conflitti» [xvi].

Occorre quindi una grande mobilitazione del movimento ecologista internazionale anche sulle problematiche connesse al dilagare dei conflitti armati nello scenario mediorientale, per denunciare sia la grande truffa di un falso modello di sviluppo, radicato saldamente sulle fonti energetiche fossili, sia le devastanti conseguenze di una crisi ecologica globale, determinata dalla mancata risposta ai cambiamenti climatici. Allo stesso tempo, occorre combattere la logica militarista e bellicista che sta provocando catastrofi umanitarie ma anche enormi e persistenti danni a territori già martoriati e compromessi. C’è bisogno allora d’un rinnovato impulso ad azioni comuni delle organizzazioni ambientaliste ed antimilitariste/pacifiste, perché il vero nemico da battere è la guerra, con le sue logiche distorte e le sue terribili conseguenze .

Non è certo un caso che tra gli obiettivi strategici del movimento verde internazionale c’è un ben preciso collegamento tra queste due dimensioni e che la ‘nonviolenza’ sia uno dei quattro ‘pilastri’ su cui si basano i Verdi [xvii]  che, anche a livello europeo, ribadiscono il principio del “lavorare per la pace” nel loro manifesto. [xviii]

Non dobbiamo neppure dimenticare che il complesso militare-industriale non solo è dietro i conflitti che stanno infiammando un mondo sempre più globalizzato e lottizzato – e quindi dietro le guerre, più o meno dichiarate, che stanno divampando nei vari scenari – ma è anche fonte di una diffusa militarizzazione e nuclearizzazione del territorio e dei mari, ingenerando gravi danni all’ambiente naturale, serie minacce alla biodiversità e rischi per la salute delle comunità locali.

Maxi-installazioni di potentissimi radar (come nel caso del MUOS in Sicilia); incontrollabili poligoni per esercitazioni armate in cui si usano anche proiettili con uranio impoverito, come in quello sardo di Salto di Quirra; pericolosissimi sottomarini e portaerei a propulsione nucleare che solcano indisturbate i nostri mari ed attraccano nei nostri porti; ampi terreni sottratti alle attività agricole e produttive. Sono solo alcuni dei problemi ambientali connessi non solo alle operazioni di guerra, ma anche alla crescente  militarizzazione del territorio italiano, il cui monitoraggio e controllo viene arbitrariamente sottratto alle autorità civili e sottoposto a secretazione.

A tal proposito, due ricercatrici dell’Università di Berkeley (California) hanno curato un’utilissima bibliografia delle fonti documentarie concernenti, appunto, “Guerra, Militarizzazione ed Ambiente”, nella quale si prendono in esame le varie forme d’impatto ecologico dei conflitti armati e dell’occupazione militare.  In tale documento si afferma chiaramente :

« Una vittima  degna di nota – spesso nascosta – della militarizzazione e della guerra è l’ambiente naturale. Quando ecologisti e geologi tornano a paesaggi sfregiati dai conflitti, tragedie ambientali a lungo termine iniziano ad accompagnare le tragedie umane immediate della guerra. Molto spesso le guerre sono state combattute nel contesto di un preesistente degrado ambientale o do un’intensiva estrazione di risorse naturali, portando alcuni ricercatori a indagare sulle complesse cause ambientali della guerra.» [xix]

Come nel caso delle problematiche inerenti la pace, si avverte un’estrema necessità che vengano coniugate le tre dimensioni della ricerca, dell’educazione e dell’azione anche nei confronti dei problemi ecologici derivanti dalla guerra e dal militarismo. In Italia un movimento eco pacifista deve ancora svilupparsi, ma basterebbe cominciare dal coordinamento operativo delle organizzazioni ambientaliste e pacifiste preesistenti, facendo controinformazione e stimolando la nascita o la crescita di comitati di cittadini attivi. Dare una possibilità alla pace è anche questo. [xx]

Note: —————————————————————————————————

[i]  Ignazio Dessi, Libia, il generale Arpino: Un’altra minaccia è la Francia, a volte fa disastri. Sullo sfondo c’è il petroliohttp://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/15/02/libia-isis-generale-arpino-intervista.html

[ii]  Antonio Sanfrancesco, Napoleoni: “L’ISIS fa paura ma la guerra non serve”   > http://www.famigliacristiana.it/articolo/isis-in-libia-napoleoni-lisis-fa-paura-ma-la-guerra-non-serve.aspx

[iii]  Luca Sappino, Libia, guerra costerebbe 50 morti a settimana > http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/02/17/news/guerra-in-libia-ci-costera-50-morti-a-settimana-1.199978

[iv] Ermete Ferraro, Spy-Ops: quando la guerra si fa con le parole  > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/

[v]  Erin Niemela, Before the next ISIS, We Need Nonviolent Counterterrorism Strategies > http://www.peacevoice.info/2014/07/06/before-the-next-isis-we-need-nonviolent-counterterrorism-strategies/  (trad mia)

[vi]  Ibidem – La ricerca cui si fa riferimento, il cui testo è stato pubblicato solo in inglese, è: Erica Chenoweth and Maria J. Stephan, Why Civil Resistance Works – The Strategic logc of nonviolente Conflict, New York, Columbia University Press, 2012 > http://cup.columbia.edu/book/why-civil-resistance-works/9780231156820

[vii]  Giulia Zurlini Panza (a cura di), Dalla guerra alla riconciliazione, Pisa, Centro Gandhi ed., 2013, pp.44-45

[viii]  Eli McCarthy, ISIS: Nonviolent Resistance?  > http://www.huffingtonpost.com/eli-s-mccarthy/isis-nonviolent-resistanc_b_6804808.html  (trad. mia)

[ix]  Ibidem

[x] Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, ed. dell’Asino, 2009 ; il testo è difficilmente reperibile, se non nelle biblioteche. Una sintesi è pubblicata sul sito: http://www.panarchy.org/capitini/nonviolenza.html

[xi]  Antonino Drago, Storia e tecniche della nonviolenza, Napoli 2006, p.23. Vedi anche:Idem, Difesa popolare nonviolenta – Premesse teoriche, principi politici e nuovi scenari, Torino, E.G.A, 2006

[xii]  Étienne Godinot, De la résistance civile à la défense civile, in : la Croix, 12.03.2015 > http://www.la-croix.com/Articles-du-Forum/De-la-resistance-civile-a-la-defense-civile-2015-03-12-1290300

[xiii]  Ermete Ferraro, L’ulivo e il girasole, Napoli, VAS,  2014 (il manuale in formato e-book può essere scaricato su:  http://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

[xiv]  “Iraq: altre armi non sono la risposta ai danni delle politiche occidentali” > http://www.retedellaconoscenza.it/2014/08/iraq-armi-non-sono-risposta-danni-delle-politiche-occidentali/

[xv]  Stephanie Nebehaye, War in the Middle East is pushing vital water plants ‘close to the breaking point’, Business Insider-UK > http://uk.businessinsider.com/war-in-the-middle-east-is-pushing-vital-water-plants-close-to-the-breaking-point-2015-3?r=US

[xvi]  Nafeez Ahmed, Global water crisis causing failed harvest, hunger, war and terrorism, in: The Ecologist, Mar-Apr. 2015 > http://www.theecologist.org/News/news_analysis/2803979/global_water_crisis_causing_failed_harvests_hunger_war_and_terrorism.html

[xvii]  Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Four_Pillars_of_the_Green_Party

[xviii]  Cfr. http://europeangreens.eu/content/egp-manifesto  – “Working for Peace”,  p. 29

[xix]  Marisa N. Mitchell and Linda E. Coco (eds), War, Militarization and the Environment – Bibliography B o4-8, Berkeley, Institute of International Studies, University of California, June 2004 > http://globetrotter.berkeley.edu/bwep/greengovernance/papers/Bib/B08-MitchellCoco.pdf

[xx] Cfr., a tal proposito, anche un importante testo francese: Ben Cramer, Guerre et paix et écologie – Les risques de la militarisation durable, Gap, Edit. Yves Michel, 2014 > http://lavieenvert.ek.la/guerre-et-paix-l-ecologie-ben-cramer-a112820918

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(*) Ermete Ferraro, obiettore di coscienza nonviolento, ricercatore-educatore ed attivista per la pace, è referente per l’ecopacifismo dell’associazione nazionale di protezione ambientale VAS (APS “Verdi Ambiente e Società” onlus)