UNA GRAMMATICA DELLA PACE PER COMUNICARE SENZA VIOLENZA

di Ermete FERRARO (*) e Anna DE PASQUALE (**)

1. Premessa

20180216_135503 (1)Un corso di formazione-aggiornamento per docenti sull’educazione alla pace è un’occasione preziosa per riflettere su contenuti e metodi di un approccio educativo ispirato ai valori della nonviolenza, ma consente anche di entrare nel merito di una didattica alternativa a quella che ci viene proposta in modo perentorio da un’istituzione scolastica sempre più improntata alla logica aziendalista dell’efficienza e del merito.

Il nostro intervento, previsto in apertura del Corso promosso dal Comune di Monteleone di Puglia, in collaborazione col Centro Gandhi onlus di Pisa, il XXVII C.D. di Bari-Palese ed il progetto UNESCO dell’I.C. di Accadia Anzano Monteleone e Sant’Agata, ha cercato di portare un contributo di idee e di esperienze su un terreno fondamentale per qualsiasi attività formativa. La comunicazione, infatti, è al tempo stesso il medium del processo educativo ed il suo contenuto più basilare. Parlare di pace richiede di per sé quindi non solo una chiara individuazione dei temi e problemi connessi ad un approccio nonviolento ai conflitti, ma implica una modalità comunicativa adeguata, cioè coerente con questa finalità e pertanto dialogica e costruttiva.

Dopo una premessa sul significato di una autentica educazione alla e per la pace (chiarendone obiettivi e competenze basilari)  il nostro contributo si è articolato in due momenti. Il primo – agevolato da una presentazione in PowerPoint – ha provato a sintetizzare una proposta educativa che utilizzasse tre possibili approcci metodologici alla comunicazione senza violenza, illustrandone le specificità ma individuando anche gli elementi in comune e, quindi, la possibilità di avvalersi congiuntamente di essi nel proprio percorso didattico. Un percorso che, ovviamente, riguarda in primo luogo gli insegnanti di materie letterarie, senza però escludere i docenti di altre discipline, nella misura in cui qualsiasi proposta didattica è fondata sulla relazione con i discenti e si avvale comunque di una comunicazione linguistica, verbale e non verbale.

La seconda fase è stata quella del confronto con i corsisti, rispondendo ai loro quesiti e dubbi ed approfondendo alcuni aspetti della proposta, a partire dalla creazione nel gruppo-classe di un clima interattivo sul piano logico e dialogico ed empatico su quello relazionale (***).

2. Educare alla pace: 5 obiettivi, 7 competenze e 6 percorsi

Con l’espressione educazione alla/per la pace (peace education) indichiamo un processo formativo  incentrato sull’analisi dei conflitti e la ricerca, sperimentazione e divulgazione delle modalità teoriche ed operative per risolverli   in modo costruttivo e nonviolento. [i]

  • L’educazione per la pace è orientata agli esiti del processo formativo, ossia alla realizzazione di comportamenti individuali e di gruppo che consentano un progressivo superamento della violenza nei rapporti, dal micro al macro
  • L’educazione alla pace si occupa in primo luogo della formazione ad una cultura pacifica alternativa, intesa come un insieme coerente di conoscenze e tecniche specifiche e come repertorio di tematiche e spunti per un lavoro educativo che si proponga il superamento della distruttività dei conflitti.
  • La pace nella educazione­ è un processo di miglioramento delle interrelazioni in ambito specificamente educativo, all’interno d’un cambiamento delle strutture socio-­educative (Magnus Haavelsrud).

NONVIOLENZACiò premesso, il discorso non può che focalizzarsi sugli obiettivi di tale processo formativo, a prescindere dal taglio che si imprima ad esso. Infatti, se è vero che “la pace si insegna e si impara”, a nostro avviso bisognerebbe prioritariamente insegnare ai bambini che:

  • le situazioni possono essere cambiate;
  • conflitti non vanno esorcizzati, ma affrontati in modo giusto e costruttivo;
  • pregiudizio, diffidenza, paura e ostilità vanno scoperti e combattuti nelle varie situazioni  e relazioni, perché sono fonte di ingiustizie e di violenze;
  • l’aggressività è un’energia che può anche avere aspetti positivi, ma va sempre controllata responsabilmente, per evitare che sfoci nella violenza e provochi conflitti distruttivi;
  • le “regole del gioco”della convivenza civile sono il primo terreno sul quale far crescere, giorno dopo giorno, persone mature, autonome ma anche solidali.

Una volta declinati questi cinque obiettivi  – con particolare riferimento al superamento del luogo comune secondo il quale educare alla pace significherebbe insegnare ai propri allievi come ‘evitare’ i conflitti o come sublimarli in modo più o meno ipocrita – il discorso si sposta quindi sulle sette competenze che tale approccio educativo dovrebbe prioritariamente sviluppare in loro.

  • ricercare ed attuare soluzioni per risolvere i conflitti;
  • evitare le situazioni a rischio;
  • demistificare le soluzioni violente proposte dai media;
  • resistere ai condizionamenti di coetanei e adulti a fare ricorso a comportamenti violenti;
  • saper trovare le opportune mediazioni nelle situazioni di conflitto;
  • contrastare ogni genere di pregiudizi con l’accettazione e l’apprezzamento  della diversità.
  • adottare modalità comunicative prive di violenza e sempre costruttive.

Individuate le situazioni conflittuali ed i moventi che spingono a risolverle troppo spesso secondo modalità improntate all’oppositività ed all’esclusione, risultando quindi ‘distruttive’, abbiamo cercato schematicamente di delineare percorsi formativi che perseguano finalità alternative:

  • incomprensione vs comunicazione nonviolenta
  • rifiuto della diversità vs gestione positiva delle differenze
  • separazione vs condivisione
  • diffidenza vs sviluppo di relazioni fiduciarie
  • competizione/prevaricazione vs cooperazione
  • rassegnazione alla violenza vs sperimentazione di alternative nonviolente
  • 3 . Educare ad un linguaggio sincero e pacifico

Nel 1984, sulla scorta dello storico ‘manifesto’ di Tullio De Mauro sull’educazione linguistica democratica, è stato pubblicato nei quaderni degli insegnanti nonviolenti l’opuscolo: Ermete (Hermes) Ferraro, “GRAMMATICA DI PACE: 8 tesi per l’educazione linguistica nonviolenta”. [ii]

Ebbene, dalla metà degli anni ’80 ad oggi i programmi/progetti di Educazione alla Pace (EP) hanno registrato un indubbio sviluppo ed una notevole diffusione anche in Italia, sul modello delle precedenti e più coordinate esperienze straniere. E’ spesso prevalso, però, un modello moralistico e meramente inter-personale, privo di un quadro di riferimento ideologico sul senso vero della nonviolenza.

Scarsa attenzione, inoltre, è stata riservata nel nostro Paese alla comunicazione ed all’educazione linguistica, sottovalutando il ruolo di un linguaggio violento nello sviluppo dei conflitti e, viceversa, nel loro superamento in chiave positiva e costruttiva. Ecco perché abbiamo deciso di dare spazio in questo Corso alla comunicazione nonviolenta, coniugando tre metodi per insegnare ai ragazzi/e che un linguaggio di pace è possibile e che la scuola può essere un’importante occasione per apprenderlo e sperimentarlo.

9561729_origLa mie Otto tesi per l’Educazione linguistica nonviolenta (ELN) cercavano di far luce su funzioni e disfunzioni del linguaggio umano, utilizzabile sia in positivo sia in negativo. Il percorso proposto si basava sulle tre principali funzioni del linguaggio: cognitiva sociale ed espressiva.

  • FINESTRE PER  SCOPRIRE  O  PERSIANE  PER  COPRIRE?

Comunicare significa scoprire ed il linguaggio serve ad affacciarsi sul mondo, per osservare e comprendere la realtà. Il guaio è che molto spesso le parole sono usate, al contrario, proprio per chiudere la finestra della comunicazione, per non far capire, e quindi per coprire la realtà.

–> L’ELN propone di riaprire questa finestra sul mondo, eliminando al massimo deformazioni, equivoci ed ostacoli alla comunicazione interpersonale e riaprendo il flusso di una comunicazione che, già etimologicamente, vuol dire mettere in comune con gli altri idee ed emozioni.

  • PONTI PER  UNIRE  O MURI  PER  DIVIDERE?

Comunicare significa usare il linguaggio come uno strumento di socializzazione, cioè per ‘mettere in comune’, per collegare le individualità  e per unire. Troppo spesso, però, le parole sono mattoni che, anziché  creare ponti, servono a costruire dei muri. La lingua viene usata quindi per  tagliare fuori gli altri, cioè per separare e dividere.

–>L’ELN propone perciò di educare i ragazzi ad usare le lingua come strumento di pace e come mezzo di scambio empatico. Il primo passo è renderli consapevoli della negatività di una comunicazione che sottolinei le diversità, presentandole come ostacoli e non come occasione  di reciproco arricchimento.

  • COLOMBE PER  FAR ESPRIMERE  O CIVETTE  PER  REPRIMERE?

Comunicare serve in primo luogo ad esprimersi, cioè a manifestare liberamente emozioni e idee, condividendole con gli altri. L’educazione tradizionale, invece, spesso abitua i ragazzi  a ‘travestire’ e ‘sublimare’ i loro pensieri e sentimenti, cioè  a fingere e simulare, comunque a reprimersi.

–> L’ELN propone di restituire alle parole la loro natura di specchio del pensiero, di espressione chiara e onesta dei sentimenti. La ‘colomba’ del linguaggio sincero e rispettoso deve sostituire la ‘civetta’ d’una comunicazione  falsa, ipocrita ed opportunista.

4. Promuovere una comunicazione empatica e nonviolenta

 La Comunicazione Nonviolenta (CNV) ® è un metodo psico-relazionale promosso già  negli anni ‘60 dallo psicologo statunitense Marshall B. Rosenberg  [iii] per liberare persone e gruppi dalla violenza e dalla paura che l’alimenta. Il fine perseguito è recuperare un rapporto comunicativo con gli altri che sia empatico, collaborativo, compassionevole – e quindi nonviolento. La CNV – definita anche ‘linguaggio di vita’ o ‘linguaggio-giraffa’ – incoraggia infatti l’osservazione non giudicante e l’espressione/comprensione reciproca di sentimenti, bisogni e richieste.

  • DISTINGUERE LE  OSSERVAZIONI  DALLE  VALUTAZIONI

Il primo obiettivo è imparare ad osservare (cioè leggere ciò che ci trasmettono i sensi) senza voler a tutti i costi valutare  e, soprattutto, senza mescolare impropriamente le osservazioni con le valutazioni. Quando questo succede, infatti, si provoca la reazione istintiva di chi si sente criticato che, di conseguenza oppone una istintiva resistenza come autodifesa della propria personalità.

–>La CNV scoraggia quindi ogni tipo di generalizzazioni, giudizi e tentativi d’incasellare la realtà dentro categorie rigide e prefissate, e promuove un’analisi oggettiva delle proprie sensazioni.

  • COMPRENDERE ED ESPRIMERE  I  SENTIMENTI

Il secondo passo è mettere le parole al servizio dell’espressione dei nostri sentimenti e della comprensione empatica di quelli degli altri. La paura, invece, ci spinge a esorcizzarli, a causa di un’educazione troppo spesso repressiva e colpevolizzante.

–>La CNV incoraggia la libera manifestazione dei sentimenti, superando timori, blocchi e sensi di colpa attraverso l’espressione autentica di quanto proviamo.

  • COGLIERE/ESPRIMERE I  BISOGNI  DIETRO  I  SENTIMENTI

downloadIl terzo passo è il superamento della nostra tendenza a biasimare ciò che non ci piace degli altri. Dovremmo concentrarci piuttosto sui nostri bisogni più profondi, che stanno alla base dei sentimenti che proviamo. Purtroppo molte persone provano difficoltà a riconoscere i propri bisogni, ragion per cui Rosenberg ne propone un ampio repertorio, elencando gli human needs fondamentali. Essi vanno da quelli fisiologici (fra cui l’esigenza di giocare…) a quelli relativi alla personalità: autonomia, indipendenza, integrità, comunione …  –

->La CNV propone di mettere da parte critiche, rimproveri ed aspettative verso gli altri, riscoprendo /esprimendo i veri bisogni .

  • COGLIERE ED ESPRIMERE LE RICHIESTE, EVITANDO LE PRETESE

L’ultimo passo – apparentemente il più facile – è imparare a fare richieste chiare ai propri interlocutori. Spesso, infatti, quelle da noi manifestate sono più che altro delle pretese. Di fronte ad esse, di conseguenza, gli interlocutori si trovano di fronte a due opzioni possibili: sottomettersi o ribellarsi. In entrambi i casi si realizza un potere sugli altri e non con gli altri. Altre richieste da evitare sono quelle generiche, ambigue o espresse in modo negativo.

–> La CNV propone quindi di stabilire una comunicazione empatica con gli altri, seguendo la ‘formula’: I SEE (vedo) /I FEEL  (sento-provo) I NEED (ho bisogno che…) / I’D LIKE (mi piacerebbe che tu…).                      

 

5 . Sviluppare una comunicazione ecologicamente rispettosa

La Comunicazione Ecologica (C.E.)  – proposta dallo psicoterapeuta  sistemico Jerome Liss  [iv] – è l’applicazione dei principi ecologici alle relazioni umane: coltivare le risorse di ogni persona, rispettare la diversità pur mantenendo una coesione globale, agendo per un obiettivo comune. E’ indispensabile ristabilire un equilibrio ecologico tra i bisogni individuali e la crescita della totalità. Va quindi facilitata nei gruppi una comunicazione democratica, cercando soluzioni alternative ai conflitti e superando le valutazioni negative con una “critica costruttiva“.

  • EVITARE DOGMATISMI E GIUDIZI RIGIDI

Il primo passo per una comunicazione costruttiva – pacifica ed ecologica – è evitare ogni forma di dogmatismo e di rigidità che alimenti i conflitti. Irrigidire e contrapporre le proprie posizioni è infatti un modo oggettivamente aggressivo per marcare posizioni più che per giungere ad un vero dialogo.

–> La C.E. insegna a ‘rispettare il territorio’ altrui, non calpestandolo aggressivamente, evitando di semplificare strumentalmente la realtà e di polarizzare le posizioni in maniera antitetica.

  • DISCUTERE PER VALORIZZARE LE DIVERSITÀ, NON PER RAGGIUNGERE IL CONSENSO

Il secondo passo è quello di scegliere il vero dialogo, accogliendo le differenze anziché usarle come armi improprie. Concetti polarizzati e giudizi aspramente critici  impediscono la comprensione di realtà complesse, trasformando la discussione in gara per decidere chi ha ragione, ossia in una ‘guerra di parole’. Troppo spesso, dunque, discutere non è uno strumento di confronto e comprensione reciproca, diventando un braccio di ferro che mira solo ad affermare le proprie idee (ma il realtà una sorte di potere) sugli altri.

–>La C.E. propone di ascoltarsi reciprocamente, evitando le polemiche – che alzano muri d’incomprensione – e ristabilendo il flusso della comunicazione interpersonale.

  • PROPORRE REALTÀ CONCRETE, NON SCHEMI ASTRATTI

la-comunicazione-ecologica_48930Il terzo elemento d’un confronto ecologico è la ricerca di un vero dialogo, evitando le astrazioni, facendo proposte concrete e valorizzando al massimo le differenze, in modo da  perseguire non tanto il consenso quanto obiettivi condivisi. Comunicare con una modalità ‘ecologica’ richiede di attenersi alla realtà dei fatti, per evitare che l’astrattezza dei concetti conduca ad una contrapposizione sterile, che serve solo a stabilire ‘chi ha ragione’.

–>La C.E. propone di eliminare dalla discussione le contrapposizione di principi astratti e di scegliere invece di mantenere il confronto su un piano di concretezza fattuale.

  1. Una possibile sintesi per sperimentare una comunicazione dialogica, costruttiva e pacifica

L’illustrazione sintetica di queste tre metodologie, oltre ad avere una finalità teorica – ha offerto a docenti, educatori e genitori l’opportunità di venire a conoscenza di come sarebbe possibile sviluppare una comunicazione nonviolenta, proponendosi di suscitare una esplorazione in prima persona di queste ‘vie’. Soltanto una loro sperimentazione diretta, infatti, potrà consentire un progressivo, auspicabile, cambiamento nei processi educativi.

Si tratta, è vero, di tre approcci abbastanza differenti, ma è altrettanto evidente che lo spirito che li anima è lo stesso e che la finalità comune è educare ad una comunicazione che sia costruttiva invece che distruttiva, costituendo di fatto il primo (ed essenziale) strumento per realizzare un’educazione alla e per la pace. Confrontate sinotticamente, infatti, queste tre metodologie – oltre a poter essere approfondite ed applicate singolarmente – consentono un approccio più integrato che, in sintesi, passa attraverso le seguenti quattro fasi fondamentali:

  • SCOPRIRE/RICONOSCERE –> bisogni e sentimenti;
  • ESPRIMERE –> bisogni e sentimenti , ma anche richieste;
  • DIALOGARE –>  in modo positivo (bisogni), empatico(sentimenti) e costruttivo(richieste)
  • PROPORRE SOLUZIONI –>  concrete, condivise e costruttive (vedi sopra) .

Occuparsi della comunicazione nonviolenta come mezzo per educare alla pace implica una grande attenzione alle modalità del processo comunicativo in sé, non in quanto i conflitti abbiano origine solo dalle idee e dalle parole, ma perché da esse sono veicolate sia le abituali soluzioni distruttive ad essi, sia quelle costruttive e dialogiche, purtroppo assai meno frequenti.

Si ritiene pertanto che l’illustrazione di questi tre approcci metodologici, veicolata dalla suddetta presentazione in Power Point, abbia fornito alcuni strumenti di base, ma non ha certo esaurito la gamma delle possibilità né aveva la pretesa di risultare esaustiva. Ai partecipanti al Corso, proprio per approfondire quanto detto, è stata fornita una scheda con una sintetica bibliografia di riferimento, ma soprattutto si è aperto con loro un primo confronto.

Più che soffermarsi sugli aspetti teorici e pratici delle proposte per formare ad una comunicazione pacifica, quindi, si sono raccolte osservazioni e domande su di esse, cercando di chiarire sia i concetti di base esposti sia le modalità operative possibili.

In particolare, si è sottolineato che solo una piccola percentuale della comunicazione (circa il 30%) è veicolata dal linguaggio verbale, per cui il concetto di grammatica della pace – introdotto all’inizio – va comunque inteso in senso più ampio. I destinatari del processo formativo, infatti, non devono essere avviati ad un dialogo pacifico soltanto sul piano logico -verbale tipico dell’educazione formale offerta dalla scuola,  ma anche attraverso modalità comunicative che risultino di per sé empatiche e costruttive, cioè capaci di stabilire un flusso di idee ed emozioni libero, rispettoso e scevro da ogni forma di violenza. Il fine della comunicazione nonviolenta ed il mezzo del processo educativo, secondo l’imprescindibile insegnamento gandhiano, devono dunque essere perfettamente coerenti. 

Insegnare la pace attraverso l’educazione ad una corretta comunicazione, di conseguenza, richiede non soltanto il necessario approfondimento delle proposte educative accennate in quella sede, ma anche la volontà di tener conto del fatto che i bisogni umani fondamentali sono alla base delle emozioni e delle richieste. Il ruolo educativo, pertanto, si esplica anche ricercando un contatto empatico con i discenti ed un approccio nei loro confronti che sia di per sé nonviolento, cioè non giudicante ed aperto al dialogo.

Nel corso della discussione con i corsisti, a tal proposito, si è fatto cenno ad esperienze didattiche che utilizzino quotidianamente in classe metodi e strumenti come il circle time, l’appello emotivo, il brainstorming ed altre tecniche di condivisione di sensazioni-emozioni-bisogni.

oponoUn’altra tecnica di ‘pacificazione’ della comunicazione interpersonale cui si è fatto riferimento è quella, propria delle culture orientali, che si avvale delle parole in modo differente, ad esempio mediante l’uso di mantra particolarmente significativi come lo “Ho-oponopono[v], nel quale si riassume il senso di un rapporto fondato su rispetto, gentilezza,  riconoscimento dei propri limiti e tensione al superamento positivo del conflitto.

Insomma, se è vero che la pace s’impara – e quindi s’insegna – è altrettanto vero che non si può raggiungere questo auspicabile obiettivo usando metodi didattici tradizionali, formali ed esclusivamente mentalisti.  Bisogna quindi partire da se stessi, scoprendo quella parte di aggressività autoritaria ed impositiva che inevitabilmente s’inserisce in ogni rapporto formativo. E’ questo il primo passo per instaurare un autentico dialogo con i propri interlocutori, guidandoli verso un modo di comunicare che non copre, divide e reprime ma, al contrario, sviluppa la scoperta, l’accettazione/valorizzazione delle diversità e la libera e sincera espressione di sé.

Una Grammatica della pace è questo ma molto altro. Il modo migliore per cominciare a sperimentarla è seguire in prima persona questo per-corso, verificandone potenzialità ed eventuali limiti, per poi andare avanti sulla strada della comunicazione nonviolenta per educare alla pace.[vi]

 —————————RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI————————-

[i]  Ermete Ferraro, EDUCAZIONE O MALEDUCAZIONE ALLA PACE ?, Napoli 2008 > (http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf ) – Vedi anche: – Alfredo Panerai, Martina Nicola e Gloria Vitaioli, a cura di, MANUALE DI EDUCAZIONE ALLA PACE, Principi, idee, strumenti, Edizioni Junior, Parma 2012, pp. 324; – Daniele Novara, LITIGARE FA BENE, Insegnare ai propri figli a gestire i conflitti, per crescerli più sicuri e felici, Milano, BUR Rizzoli, 2015
[ii] Ermete (Hermes) Ferraro, GRAMMATICA DI PACE,  Otto tesi per l’Educazione  Linguistica  Nonviolenta, Torino,  Ed. Satyagraha, 1984 (quaderno n. 11 degli insegnanti nonviolenti)
[iii] Rosenberg,   Marshall   B.,  LE PAROLE SONO FINESTRE  [OPPURE MURI]. Introduzione   alla Comunicazione Nonviolenta, Esserci, Reggio Emilia  2003  (Nonviolent Communication. A Language of Compassion, 1999)
[iv] Jerome Liss, LA COMUNICAZIONE ECOLOGICA, Manuale per la gestione dei gruppi di cambiamento sociale, Bari, Meridiana, 2017
[v] Sulla tecnica dell’Ho-oponopono v.: https://www.amaresestessi.com/hooponopono-cose-e-come-si-pratica/
[vi] Un testo in inglese sull’educazione ad una comunicazione pacifica è:  THE LANGUAGE OF PEACE, Communicating to Create Harmony, Edited by Rebecca L. Oxford, University of Maryland (2013) (http://www.infoagepub.com/products/The-Language-of-Peace) A volume in the series: Peace Education. Editor(s): Laura Finley, Barry University. Robin Cooper, Nova Southeastern University.

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(*) Ermete FERRARO (Napoli 1952) è laureato in Lettere , diplomato in Servizio Sociale ed ha un certificato di Operatore Pastorale della Caritas. Animatore socio-culturale ed assistente sociale fino al 1985, da allora ha insegnato materie letterarie nella scuola media. Fra i primi obiettori di coscienza napoletani, di formazione cattolica e nonviolenta, è stato attivista di varie organizzazioni pacifiste (Movimento Nonviolento, Lega degli Obiettori di Coscienza, Movimento Internazionale delle Riconciliazione), occupandosi di ricerca sulla pace e di educazione alla pace. Dalla seconda metà degli anni ’80 ha sviluppato il suo interesse ecopacifista sia in ambito politico (come consigliere circoscrizionale e provinciale dei Verdi a Napoli) sia come militante di varie organizzazioni ambientaliste. Attualmente è Portavoce per Napoli e consigliere nazionale di VAS (Verdi Ambiente e Società), Presidente della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità e referente del Gruppo di Napoli del MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione). Autore di libri, saggi e articoli, cura un blog (http://ermetespeacebook.com )  ed un sito web (www.ermeteferraro.org).
(**) Anna DE PASQUALE (Napoli 1956) ha conseguito il Diploma di Magistero in Scienze Religiose ed insegna Religione nelle scuole medie. Impegnata fin dagli anni ’80 nelle battaglie contro il nucleare e per la pace, insieme ad Ermete Ferraro ha contribuito alla nascita nel 1987 della prima lista dei Verdi a Napoli ed ha anche successivamente partecipato ad alcune attività ecopacifiste di VAS. Dopo un corso su tale disciplina, ha poi conseguito il certificato come Operatrice in Ortho-bionomy ® ed esercita volontariamente questa attività presso la Parrocchia in cui svolge varie attività pastorali.  E’ sposata con Ermete ed è madre di tre figlie.
(***) Questo articolo è stato pubblicato all’interno (pp.187-198) del volume: Raffaello Saffioti (ed.), PICCOLI COMUNI FANNO GRANDI COSE! , Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2018. Il libro è il Quaderno Satyagraha n. 32, ha 302 pagine e può essere ordinato a: http://www.gandhiedizioni.com/page3/page3.php
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“Al cor gentil rempaira sempre amore…”

Elogio della gentilezza

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Illustrazione dell’articolo su TIME ( Jan. 15, 2018)

Circondati come siamo dagli echi di stragi, vendette, ostilità e polemiche a tutti i livelli,  può  sembrare bizzarro che si parli della gentilezza e della sua importanza. Siamo talmente abituati all’aggressività ed alla violenza  che risalta dalla realtà quotidiana che essa ci suona come una parola fuori dal tempo, una virtù ormai in desuetudine, un atteggiamento arcaico ed obsoleto.

Il titolo che ho scelto cita infatti l’incipit della nota ‘canzone’ di Guido Guinizzelli, manifesto stilnovista che ci ricorda la perduta gentilezza. Eppure lo spunto per questa mia riflessione è assai più recente, trattandosi di un articolo pubblicato sul numero del 15 gennaio di TIME magazine, il cui titolo augurale è: “One hope for the new year: a kinder culture” [i].  L’argomento sul quale l’autrice, Kristin van Ogtrop, ha voluto richiamare la nostra attenzione – presa prevedibilmente da ben altro… – è proprio la speranza che il nuovo anno ci renda più consapevoli di quanto sia importante impegnarsi, a partire dalla scuola, per sviluppare e diffondere una ‘cultura più gentile’.  Non si tratta certamente della ducentesca visione del ‘cor gentil’ in cui si rifugia l’amore, come un uccello tra le foglie di un albero, bensì dell’esperienza attuale e diretta del figlio dell’autrice, al primo anno come maestro elementare in una scuola pubblica statunitense. Egli si dichiarava sorpreso di quanto  i suoi alunni di 8-9 anni si trattassero male l’uno con l’altro ma, al tempo stesso, manifestassero il bisogno di ricevere quella gentilezza di cui essi non sono però portatori.

«Sul piano quotidiano, essi inciampano in tre ostacoli: mancanza di controllo degli impulsi, incoscienza e difficoltà a perdonare o a lasciar perdere” – osserva la Ogtrop, precisando che ciò non dipende dagli stessi bambini, ma piuttosto dal modello socio-culturale che essi assorbono dagli adulti – Nella nostra ricerca del successo, siamo diventati troppo individualisti, troppo egoisti, restii ad ammettere di essere dipendenti da qualcuno. Ma Phillips e Taylor credono che ci sia ancora speranza nei bambini, se noi adulti non li roviniamo. Essi scrivono: “Il riflesso virtuale della preoccupazione e dell’impegno che i bambini mostrano per gli altri fin troppo facilmente si perde crescendo; e tale perdita, quando si verifica su scala abbastanza ampia, è un disastro culturale”» [ii]

Giunto ormai quasi al termine della mia esperienza educativa, dopo 10 anni di lavoro socio-culturale di base ed altri 33 d’insegnamento nelle scuole medie statali, ammetto di essere stato colpito dall’articolo e dagli interrogativi che esso pone. Col passare del tempo, infatti, registro anch’io un diffuso deterioramento del rapporto interpersonale fra i ragazzi, caratterizzato da una crescente aggressività – più psicologica che fisica – e da un alto tasso di polemicità ed intolleranza reciproca. Maniere gentili,  disponibilità ed empatia – sebbene oggi nella scuola se ne parli più di prima – sembrano essere stati sostituiti sempre più spesso da atteggiamenti egocentrici, insofferenza verso i compagni e tendenza all’affermazione personale a tutti i costi. Ma che cos’è che spinge bambini, ragazzi ed adolescenti dei nostri tempi a scordarsi delle buone maniere e ad assumere comportamenti che talvolta rasentano la prevaricazione? E, soprattutto, come mai quegli stessi soggetti in altri momenti appaiono fragili, maledettamente sensibili all’aggressività altrui e bisognosi di comprensione e protezione?

Senza dubbio un grosso peso in questo logoramento dei rapporti tra pari lo ha l’atmosfera sociale in cui i nostri ragazzi vivono quotidianamente, respirando a pieni polmoni l’individualismo, l’egoismo e l’incapacità di sentirsi dipendenti dagli altri che caratterizza i rapporti fra gli adulti, come sottolineava la Ogtrop. Il fatto è che è venuta progressivamente meno la spinta alla ricerca di un bene davvero comune. Si sono estinti a poco a poco i legami parentali ed amicali che tenevano insieme le comunità di una volta. Si è, insomma, esaurita quasi del tutto la carica solidaristica derivante sia dalla ‘fraternità’ della morale cristiana, sia dall’etica laica motivata da una visione socialista. E non si può negare che i risultati sul piano relazionale – e quindi sotto il profilo psicosociale – siano sotto gli occhi di tutti.

Diffidenza, paura, aggressività, diffidenza, paura…

images (3)Il Mahatma Gandhi – della cui morte si celebra il 70° anniversario – ci invitava ad “essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. E’ una delle sue frasi più famose e citate, ma forse oggi dovremmo interrogarci preliminarmente se noi adulti siamo ancora capaci di perseguire una visione del mondo che ci porti a quel cambiamento cui dovremmo improntare i nostri comportamenti.  Non si tratta, secondo me, soltanto dell’abituale  incoerenza tra fini e mezzi – che ha sempre finito col giustificare la violenza – ma di una più sostanziale perdita di una prospettiva che ci motivi davvero al cambiamento. Sappiamo bene che ogni forma di aggressività nasce in qualche modo dalla diffidenza, dalla paura, dalla difesa del sé, dal rifiuto dell’idea stessa che gli altri c’impongano la loro volontà. In assenza di certezze sulla solidità dei legami che dovrebbero unirci, questa paura dell’altro è quindi diventata ancora maggiore, alimentata da diffidenze , egoismi e meccanismi di autodifesa, capaci di trasformarsi anche in strumenti di offesa preventiva.

Eppure  – almeno a livello mentale – dovremmo essere più consapevoli ormai che la gentilezza è un’ottima arma difensiva, nella misura in cui smonta l’aggressività altrui e disarma con la forza della mitezza chi ci voglia attaccare. Non mi riferisco ad una filosofia astratta, ma a principi che perfino i bambini imparano quando iniziano a praticare arti marziali, ad esempio il rispetto, la determinazione, la pazienza, la resistenza, la flessibilità, l’adattabilità, la fiducia e, soprattutto, l’autocontrollo. Sono tutte qualità che, viceversa,  spesso difettano ai nostri ragazzi, soprattutto il controllo degli impulsi distruttivi, che è poi il fulcro di una nonviolenza da costruire giorno dopo giorno ed a partire da se stessi. Bisogna ammettere, d’altra parte, che si tratta di un’impresa non facile in una società che sempre più frequentemente presenta come modelli da imitare persone arroganti, maleducate, urlanti, offensive e costantemente in posizione d’attacco.  Non dobbiamo però disperare, perché – anche a prescindere da insegnamenti morali e religiosi – l’umanità sta lentamente riscoprendo che, in fondo, essere gentili ci aiuta, che può essere un reale vantaggio.

« Per fortuna, come spesso avviene nelle crisi specie quando sono veramente grandi, il cambiamento passa per lo stretto sentiero dell’utilità. E così lentamente, sottotraccia, stiamo scoprendo che essere gentili conviene (tra l’altro non costa nulla) e non esserlo è uno spreco in termini di qualità della vita, sentimenti e salute compresi. Piero Ferrucci, filosofo e psicologo, in un famoso libro intitolato La forza della gentilezza (edizioni Mondadori), scrive: «La gentilezza non è un lusso, ma una necessità». Un concetto che oggi circola molto attraverso il canale di Internet, dove si stanno moltiplicando le condivisioni dei comportanti ispirati alla cortesia, le associazioni come Il “Movimento italiano per la Gentilezza” (www.gentilezza.it), e perfino i corsi sul web delle buone maniere, quelle che nella scuola reale sono state cancellate. Tempo al tempo e vedrete che la gentilezza tornerà di moda, di gran moda…» [iii]

Educare alla gentilezza, di conseguenza, dovrebbe essere una preoccupazione per ogni docente, se non altro per stemperare il clima competitivo e assai poco solidaristico che troppo spesso si avverte nelle nostre aule scolastiche. Bisogna educare alla gentilezza perché – citando ancora Guinizzelli – l’amore trova rifugio solo nei cuori gentili, per cui una seria educazione all’affettività è indispensabile alla formazione umana e civile degli studenti. Ma bisogna farlo anche perché la gentilezza non è affatto un punto di debolezza bensì di forza nello sviluppo umano dei singoli, ed inoltre contribuisce a sviluppare un clima più armonico e costruttivo nelle comunità in cui viviamo.

Gentilezza autentica, non ipocrita cortesia formale

images (1)Ovviamente quando faccio questa affermazione mi riferisco alla gentilezza autentica, che viene dal cuore e dalla mente, non alle generiche ‘buone maniere’, che ne costituiscono un’etichetta esteriore ed un po’ ipocrita, sebbene parzialmente da riscoprire in tempi di arroganza e volgarità.

« Ancora oggi, per la verità, quando parliamo di «gentilezza» cadiamo nel tranello semantico: gentile vs maleducato. E forse la Giornata Mondiale della Gentilezza (che è ricorsa ieri come ogni 13 novembre) è stata creata apposta per rivendicare un po’ di sacrosanta buona educazione. Naturalmente in un mondo essenzialmente maleducato, scorbutico, brutale come il nostro la gentilezza così intesa sarebbe già tanto, ma non è tutto. Perché, lungi dall’essere l’equivalente della cordialità zuccherosa, la gentilezza è, insieme ad altre virtù, un cardine della «grammatica dell’interiorità», come direbbe uno studioso dei sentimenti qual è Antonio Prete.» [iv]

E’ evidente che a portare avanti questa ri-educazione alle gentilezza  non basta la pur importante formazione scolastica, se la nostra vita quotidiana – e quella dei nostri figli –  resta improntata a relazioni scostanti, conflittuali, talvolta decisamente aggressive. Non serve insegnare la gentilezza reciproca dentro le aule scolastiche se tali imput educativi si scontrano regolarmente con maniere brusche, pretese egoistiche ed incapacità di esprimere sentimenti come il rispetto delle esigenze e sensibilità altrui, la consapevolezza dei nostri limiti ed il senso di gratitudine per ciò che gli altri fanno per noi.

« In pochi anni nelle nostre case, secondo una ricerca dell’associazione Gentietude che promuove uno stile di vita fondato sulle buone maniere, in quasi la metà delle famiglie italiane sono state rimosse le parole Grazie, Per favore, Posso? Cancellate. A rimetterle in campo ci ha dovuto pensare Papa Francesco che con il suo linguaggio diretto ha invocato, non solo per i cristiani, l’uso di tre parole per dare longevità alla vita matrimoniale. Grazie, Permesso e Scusa. Tre vocaboli che non siamo più abituati a pronunciare, quando chiediamo un’informazione in strada, quando spintoniamo qualcuno per la fretta di raggiungere un luogo (ma dove corriamo ogni attimo della nostra esistenza?), quando interrompiamo chi sta provando a parlarci, a comunicare oltre il muro dell’autismo dei nostri pensieri autoreferenziali ed egocentrici.» [v]

E’ la stessa autoreferenzialità che si trasforma spesso nella presunzione di poter fare a meno degli altri, o addirittura nella convinzione che gli altri siano ostacoli alla nostra autoaffermazione. Entriamo quindi in una continua collisione con i corpi e le menti di chi ci sta intorno, perché non sappiamo più dare il giusto peso alla collaborazione, all’integrazione, allo sforzo comune per conseguire obiettivi che siano collettivi e non solo personali. E’ ciò che succede in famiglia, nei rapporti di vicinato, nelle relazioni di lavoro e perfino nella sfera virtuale degli spettacoli televisivi, cinematografici e delle stesse attività ludiche e ricreative, che tanta influenza esercitano soprattutto sui minori.  Gli effetti su personalità in formazione come quelle dei nostri figli e nipoti, infatti,  sono fin troppo evidenti.

Qualche giorno fa ho chiesto a degli alunni di terza media quali significati attribuissero al termine ‘gentilezza’, facendoli esprimere in un improvvisato brainstorm. Le risposte – anche se si tratta di una classe che non si contraddistingue propriamente per questa virtù – sono state pronte e significative. Buona educazione, bontà, generosità, disponibilità, empatia, rispetto, amicizia, gratuità sono solo alcuni dei termini che quei ragazzi hanno collocato nel campo semantico della ‘gentilezza’, dimostrando chiaramente come si possano avere le idee chiare in proposito, pur senza necessariamente comportarsi nella maniera delineata da questi termini. Riabituarci e riabituare i nostri ragazzi a modi meno sbrigativi ed autoreferenziali, pertanto, è l’unica strada per cercare di essere il cambiamento di cui pur avvertiamo il bisogno.

Per una ri-educazione sentimentale

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N. Drew – Ch. M. Tinari, Simple Tips for a Kinder  Middle School Culture, Free Spirt Publications

 

E’ esattamente lo sforzo che c’invitava a fare, cominciando già dalle piccole cose di ogni giorno, Massimo Gramellini in uno dei suoi ironici corsivi.

«La defunta [gentilezza] non richiedeva sacrifici particolari e nemmeno eroismi. Solo un po’ di educazione e, prima ancora, di umanità. Era una forma mentale. Talvolta ipocrita, e però utile ad ammorbidire le asprezze della vita quotidiana. Grazie, prego, passi pure, mi scusi, ma si figuri, non me n’ero accorto, ha bisogno?, c’era prima il signore, non si preoccupi, disturbo? Ciascuna di queste espressioni, e dei gesti che spesso le accompagnavano, era una pennellata di grasso sugli ingranaggi esistenziali. Un balsamo che non migliorava le cose, ma consentiva di affrontarle per quel che erano, senza dovervi aggiungere lo sconforto che sempre ci assale quando abbiamo la sensazione di andare contromano […] L’idea che nelle relazioni umane sia ancora possibile mettersi nei panni degli altri è considerata bizzarra. Ma non me ne vengono in mente di migliori per uscire da una crisi che ha spolpato i portafogli solo perché da tempo aveva già corroso i cuori.» [vi]

Un mezzo indispensabile per svolgere una efficace formazione alla gentilezza è, a mio avviso, la educazione alla comunicazione nonviolenta, cioè all’utilizzo di un linguaggio costruttivo e non distruttivo, che contribuisca a costruire ponti anziché muri. E’ dalla metà degli anni ’80 che mi sono cimentato in questo percorso, ipotizzando una ‘educazione linguistica nonviolenta’ che aiuti i nostri ragazzi ad uscire dalla violenza – manifesta ma spesso subdola – di una comunicazione aggressiva, ambigua e fonte di ostilità e di divisioni. [vii]  E’ innegabile che si tratta di un lavoro didattico  molto più impegnativo di quello di trasmettere conoscenze o meglio, come si preferisce adesso, costruire competenze.  E’ però un obiettivo che non possiamo permetterci di mancare, pena la perdita di quelle doti essenziali che hanno consentito all’umanità di sopravvivere alla sua stessa strenua lotta per la sopravvivenza.  Si tratta infatti di riscoprire quella ‘humanitas’ tanto lodata dagli antichi ma che si presenta come una virtù complessa, che racchiude in sé gli ideali di attenzione, comprensione, cura reciproca e benevolenza. In una parola, si tratta di aiutare i più giovani a ricercare ciò che ci unisce e ci fa sentire fratelli e solidali.  In un contesto più vicino a noi, si tratta insomma di rendere centrale l’ammonizione di don Milani, che sulla parete della sua scuola aveva fatto apporre il cartello ‘I CARE’ «…il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E’ il contrario del motto fascista “Me ne frego”

In un momento in cui tornano ad avvertirsi, cupi e minacciosi, gli echi del nazionalismo, del razzismo e del disprezzo per chi è diverso, dunque, sarebbe opportuno ricordarci del monito del Priore di Barbiana e ridare il giusto peso a quel semplice motto. Esso certamente prefigurava una disposizione d’animo che va ben oltre la semplice gentilezza, ma di cui la vera gentilezza è un sicuro segnale. Essa va accompagnata da una più complessiva educazione al rispetto degli altri, all’autocontrollo personale, alla disposizione al perdono ed alla riconciliazione. I nostri ragazzi dovrebbero imparare in primo luogo – dagli insegnamenti ma soprattutto dal nostro esempio – l’importanza di utilizzare più spesso semplici espressioni come quelle suggerite da Papa Francesco: grazie, permesso, scusa. E non solo per apparire più educati e corretti, ma perché le lacerazioni dell’animo e le ferite psicologiche non si guariscono ferendo e lacerando anche la sensibilità degli altri. E’ l’esercizio delle virtù che il catechismo cattolico definisce ‘cardinali’, cioè: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Sembrerebbero termini fuori corso, concetti desueti, espressioni ormai prive di senso. Eppure – secondo il Vangelo – non c’è agàpe (la fondamentale virtù teologale della ‘carità’) se non si comincia ad assumere atteggiamenti e comportamenti improntati a quelle quattro qualità basilari. In particolare la fortezza  ci parla di una grande forza interiore, che è  poi l’esatto contrario della ‘debolezza’  che si attribuisce erroneamente a chi è gentile.

images (2)Si tratta di un addestramento quotidiano, attraverso il quale i ragazzi possano comprendere – praticandola –  che la gentilezza non ci sminuisce, non ci rende più fragili ed esposti, ma piuttosto ci fortifica interiormente, ci apre all’altro e ne smonta l’aggressività. La mitezza evangelica [viii] – una delle beatitudini – parte dall’amore per il prossimo e genera amore nel prossimo. Non è mai passività, rassegnazione o resa al male, bensì reazione costruttiva e non distruttiva, resistenza nonviolenta.  E allora recuperiamo questo basilare insegnamento, che troviamo anche in altre culture, a partire da quelle orientali, per le quali una pratica importante è quella del mantra, la ripetizione mentale di una frase che racchiuda un insegnamento. Anche antiche popolazioni hawaiane utilizzavano una pratica del genere, che è stata recentemente riproposta a noi occidentali di oggi.

« Ho’oponopono è un metodo di pulizia mentale e spirituale, una purificazione dalle paure e dalle preoccupazioni […] Ogni volta che qualcosa ci disturba, che percepiamo di essere in una disarmonia, che riconosciamo un conflitto o un problema, possiamo fare Ho’oponopono. 1. Preghiamo di ottenere conoscenza, coraggio, forza, intelligenza e calma. 2. Descriviamo il problema e poi cerchiamo nel nostro cuore il modo in cui abbiamo contribuito a crearlo. Il nostro contributo può essere per esempio un giudizio, un determinato comportamento o un ricordo che va guarito. 3. Perdoniamo incondizionatamente e pronunciamo le quattro frasi magiche: mi dispiace; perdonami; ti amo; grazie. 4. Ringraziamo, ci fidiamo e lasciamo andare.» [ix]

oponoCostruiamo insieme, dunque, una cultura della gentilezza, utilizzando gli insegnamenti della saggezza antica ed i precetti morali della religione, ma anche quello che c’insegna la psicologia. Ce n’è tanto bisogno e non possiamo limitarci ad aspettare che siano gli altri a prendere l’iniziativa. Ecco perché, gandhianamente,  dobbiamo sforzarci di diventare il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Facciamolo però senza sentirci superiori agli altri, anzi perdonandoci la nostra stessa debolezza, praticando in tal modo la gentilezza prima verso noi stessi.

N O T E ——————————————————————————

[i] Kristin van Ogtrop, “One hope for the new year: a kinder culture” TIME, Jan. 15,2018  > http://time.com/5087376/one-hope-for-the-new-year-a-kinder-culture/

[ii] Ibidem  ( il testo citato dall’autrice è : Adam Phillips, Barbara Taylor, On Kindness, 2009 > https://www.amazon.com/Kindness-Adam-Phillips/dp/0374226504/ref=mt_hardcover?_encoding=UTF8&me=

[iii] Antonio Galdo, “Importanza della gentilezza e dell’educazione, due valori importanti da non sprecare “ , Non sprecare.it (13.11.2017 )> http://www.nonsprecare.it/essere-educati-conviene-elogio-della-gentilezza?refresh_cens

[iv]  Paolo Di Stefano, “Elogio della gentilezza: ecco perché ne abbiamo bisogno”, Corriere della Sera, 17.11.2014 > http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_14/elogio-gentilezza-giornata-bisogno-6cb8371e-c8b0-11e7-83f4-5d7185c8c90c.shtml

[v]  A. Galdo, op. cit.

[vi] Massimo Gramellini, “Della gentilezza”, La Stampa, 27/02/2009 > http://www.lastampa.it/2009/02/27/cultura/opinioni/buongiorno/della-gentilezza-dj6Hg0JAK2i6GKXzQ1D1kO/pagina.html

[vii] Ermete Ferraro, Grammatica di Pace. Otto tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Satyagraha, 1984; vedi anche l’articolo sul mio blog: https://ermetespeacebook.com/2010/03/04/educazione-linguistica-nonviolenta/ ed il fondamentale testo di Marshall Rosemberg, Manuale pratico di comunicazione nonviolenta per lo studio individuale o di gruppo del libro «Le parole sono finestre (oppure muri)» , 2014, Esserci .

[viii]Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Mt 5, 5). Lo stesso Gesù si auto-definisce “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29), ed in entrambi i casi l’evangelista Matteo utilizza il vocabolo greco πραΰς , che significa appunto: gentile, umile, dolce.

[ix] Ulrich Emil Duprée, Che cos’è lo Ho’Oponopono? – Estratto dal libro: Ho’Oponopono – La forza del perdono > https://www.macrolibrarsi.it/speciali/che-cos-e-ho-oponopono-estratto-dal-libro-ho-oponopono-la-forza-del-perdono.php

21 settembre, Giornata internazionale della pace

1185067_720472841312856_467797743_nUn appello a riflettere e ad impegnarsi per la pace

E’ sempre positivo che qualcuno ci richiami alla mente che non esistono solo le nostre preoccupazioni quotidiane, i disagi vissuti in prima persona, i problemi nei quali siamo immersi.

E’ un bene che qualcuno ci ricordi ogni tanto che i problemi non sono soltanto quelli di cui ci parlano continuamente – talvolta in modo ossessivo –  i media e che, anche in quei casi, il ruolo  che possiamo giocare nella loro soluzione è molto più che essere passivi spettatori di eventi più grandi di noi e sui quali non possiamo influire in alcun modo.

Il messaggio del Segretario generale dell’O.N.U. in occasione della Giornata internazionale della Pace – 21 settembre 2013, ([1]) al di là della ritualità tipica di qualsiasi celebrazione periodica, quest’anno sembra assumere una particolare importanza. A nessuno sfugge, infatti, che nei giorni scorsi si è pericolosamente sfiorata una drammatica crisi, non solo nell’area interessata direttamente o indirettamente dal conflitto siriano, ma addirittura a livello mondiale.

Allo stesso modo, credo che a nessuno sia sfuggito quanto sia stato di capitale importanza, in tale frangente, l’accorato appello contro la guerra lanciato da Papa Francesco, simile a quelli lanciati in passato dai suoi predecessori eppure reso incisivo ed efficace da una concretezza ed autorevolezza del tutto particolari.

Il richiamo alla riflessione, personale e collettiva, sull’educazione alla nonviolenza da parte del Segretario delle Nazioni Unite – un organismo percepito sempre meno all’altezza del suo ruolo di garante della sicurezza e della pace sul nostro pianeta – potrebbe suonare come una conferma dell’impotenza di un organo di arbitrato paralizzato da veti contrapposti e poco autorevole. Eppure ritengo che l’appello a riaffermare la fiducia nei mezzi pacifici di risoluzione delle controversie internazionali – “ripudiando” la guerra come soluzione, come c’impone di fare proprio la Costituzione Italiana – non sia un segno di debolezza , bensì l’affermazione di una visione della pace che non sia solo il contrario di quella guerra, ma un processo più ampio e globale, che coinvolga tutti/e, a tutti i livelli ed a partire dal basso.

Tra le vittime dei conflitti armati – sulle quali Ban Ki-moon c’invita a riflettere – ricordiamoci che in qualche modo ci siamo anche noi, nella misura in cui la prima guerra che ci colpisce tutti/e indistintamente è quella contro la verità, la giustizia e la solidarietà umana. Lottare per diffondere e migliorare l’istruzione non basta, anche se è indispensabile. In un mondo avvelenato da menzogne e mistificazioni della realtà non è sufficiente saper leggere e scrivere, per cui l’educazione di cui parla il Segretario dell’O.N.U. non può essere banalizzata come una pura e semplice istruzione. Essa richiede invece un insegnamento molto più profondo, perché affonda nelle nostre coscienze e ci propone un modello di vita dove i conflitti non spariscono per magia, ma sanno cercare e percorrere soluzioni creative anziché distruttive.

Ecco perché ai nostri figli e nipoti abbiamo sì il dovere d’insegnare i valori non negoziabili della pace, della tolleranza, del rispetto reciproco, dell’inclusione e dell’equità – come egli ci ha suggerito di fare – ma dobbiamo soprattutto praticare, qui e ora, queste grandi virtù, al tempo stesso laiche e profondamente religiose.

“Combattere” per la pace, per “difendere” l’importanza di risoluzioni non armate ai conflitti, non comporta alcuna contraddizione in termini. La pretesa delle forze armate di mantenere il monopolio sul concetto stesso di “difesa” – anche in Italia dove sul piano teorico e normativo si erano fatti grandi passi avanti – è infatti alla base della generale ignoranza nei riguardi delle pur numerosissime e spesso vincenti esperienze di difesa civile, popolare e nonviolenta.

Ritengo che plagiare l’opinione pubblica, insistendo ostinatamente sul ricatto secondo il quale l’unica alternativa agli interventi armati sarebbe un colpevole disinteresse per le vittime di quei conflitti, sia la prima e manifestazione di una diffusa mentalità bellicista che debba essere  “combattuta” da chi crede nella nonviolenza attiva e nell’educazione alla pace.

In un mondo che – come aveva lucidamente profetizzato George Orwell 65 anni fa ([2])– utilizza sempre più una subdola Neolingua, per farci credere che le operazioni di guerra sono ‘missioni di pace’ e che garantire con le leggi privilegi e disparità piuttosto che parità e giustizia si configuri come una ‘riforma’ , non c’è da meravigliarsi se la mente delle persone rischia di essere contagiata dal ‘bispensiero’  che rende razionali anche le cose più assurde.

Nessuna meraviglia, inoltre, anche che il movimento per la pace appaia sempre meno adeguato a fronteggiare le sfide di una pervasiva militarizzazione del territorio e della società e di quei conflitti armati che sono il frutto velenoso del crescente peso del complesso militar-industriale sulle scelte economiche e politiche mondiali.

Premesso questo preoccupante quadro generale, c’è ancora qualcosa che possiamo fare?

L’ecopacifismo come risposta al militarismo ed allo sfruttamento ambientale

Già alcuni anni fa sono tornato sulla necessità di riproporre l’Ecopacifismo come un gandhiano “programma costruttivo”, capace di costituire un’alternativa sia a quel “Military-Industrial Complex” di cui si parla apertamente dal secondo dopoguerra, sia al modello di sviluppo antropocentrico, predatorio, energivoro  ed iniquo che caratterizza la maggioranza delle nostre società. In quell’occasione scrivevo:

“I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato  che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.” ([3])

Impegnarsi contro una globalizzazione basata sulla conferma delle disparità e sulla ‘monocoltura delle menti’ prima ancora che dei campi, mi sembrava e continua a sembrarmi il modo migliore per lavorare per la pace e per il rispetto delle diversità biologiche, ma anche culturali. La proposta che scaturiva da quell’articolo di due anni fa risentiva dell’attualità e partiva non a caso dalla lotta al nucleare – civile ma anche militare – per suggerire un percorso comune al movimento ambientalista ed a quello pacifista e nonviolento. I temi dell’etica ambientale (tutela della biodiversità, difesa della Terra dall’aggressione di uno sviluppo suicida, lotta ad ogni inquinamento, compreso quello elettromagnetico…) si armonizzano bene con quelli dell’opposizione ad un sistema dominato dalle “banche armate”, che militarizza la società e la ricatta contrabbandando come fonte di “sicurezza” quelli che sono solo apparati di morte. Ecco perché mi sento di riproporre con forza un ecopacifismo che sappia coniugare l’impegno per il disarmo e la difesa nonviolenta con quello per un mondo che riscopra la Terra come un bene inestimabile da custodire e non da sfruttare.

In quell’articolo ricordavo la testimonianza a tal proposito – proprio in occasione di un precedente 21 settembre – di Giorgio Nebbia, il quale scriveva: Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo, non un solo giorno in cui, da qualche parte, le truppe di stati o le milizie o gruppi armati non abbiano fatto sentire il rumore di cannoni o di mitragliatrici. […]Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi.[…]
3000 miliardi di euro all’anno sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti; la pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace”. [[4]]

Oggi –  in un clima ancora pervaso dagli isterismi bellicisti di coloro che sembrano ispirarsi all’opzione opposta – in cui la guerra è figlia dell’ingiustizia e di un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente – quello che possiamo augurarci, aderendo all’appello del Segretario Generale dell’O.N.U., è che l’umanità prenda finalmente coscienza del tragico connubio fra militarismo e sfruttamento dell’uomo e del Pianeta in cui vive.

E’ quello che abbiamo espresso ancora una volta, come ecopacifisti di VAS e come attivisti della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, partecipando alla manifestazione contro la guerra che si è tenuta lo scorso 7 settembre, davanti alla chiesa Cattedrale di Napoli (vedi foto).  La strada da percorrere è ancora lunga e le forze in campo sembrano insufficienti, ma non dobbiamo dimenticare che, come diceva Gandhi: “Non esiste una via alla pace, la pace è la via”. A chi, come l’attuale ministro italiano della “difesa” ha neolinguisticamente affermato che “per amare la pace bisogna armare la pace”  dobbiamo contrapporre la determinazione di chi sa bene che – per citare il Papa – “la guerra porta alla guerra” e che l’impegno quotidiano per la pace, la giustizia e la salvaguardia dell’ambiente è la sola e vera alternativa.

© 2013, Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 


OGGI E SEMPRE: OBIEZIONE!

Sono passati 40 anni dal lontano 15 dicembre in cui il Parlamento approvò la c.d. “Legge Marcora” (n. 772/1972), con la quale la Repubblica Italiana riconosceva, pur con riserve e taglio punitivo, il diritto d’un giovane a fare “obiezione di coscienza” al servizio militare di leva, senza per questo finire in prigione. Me ne sono reso conto, in effetti, solo quando mi è giunto l’invito al meritorio convegno organizzato a Firenze in questi giorni (15-16 dicembre 2012) dal Movimento Nonviolento e dal CNESC, il cui titolo è particolarmente stimolante: “Avrei LEGA OBIETTORI DI COSCIENZA(ancora) un’obiezione! Dal carcere al servizio civile. Percorsi per una difesa civile, non armata, nonviolenta”.   Per ragioni di lavoro e familiari, non ho potuto parteciparvi e me ne dispiace non poco, visto che sarebbe stata una bella occasione per incontrare, dopo tanti anni, persone che mi sono state compagni di strada per un non breve periodo della mia vita. Erano, infatti, gli anni in cui ho partecipato attivamente alle iniziative del Movimento Nonviolento e del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) e, soprattutto, quelli della mia militanza nella L.O.C. (Lega degli Obiettori di Coscienza), di cui sono stato coordinatore per Napoli e la Campania e, nel 1977, membro della Segreteria Nazionale. Erano gli anni (1975-77) del mio servizio civile presso il centro comunitario della Casa dello Scugnizzo, un’esperienza che mi ha maturato e segnato a lungo, dando il via al mio impegno sociale. La mia natura, d’altra parte, mi porta ad essere poco nostalgico ed i ricordi m’interpellano solo perché mi costringono a fare dei bilanci. C’è da chiedersi, infatti, che cos’è rimasto, dopo 40 anni, di quell’esperienza antimilitarista e nonviolenta. Dove sono finiti quelli che allora, come me, rivendicavano il diritto non solo ad obiettare, ma a svolgere un servizio civile veramente ‘alternativo’? Dove e perché si è arenato il travagliato percorso che aveva portato l’Italia ad essere uno dei pochi paesi dotati di una legge sulla difesa civile, non armata e nonviolenta?

Stamattina – nel corso dell’esibizione dell’orchestra composta dai ragazzi/e della scuola media dove insegno – è stata eseguita la nota canzone di J. Lennon e Y. Ono: “War is over” (la guerra è superata). Ebbene, in quel momento, mentre a Firenze stavano iniziando i lavori del convegno, mi sono chiesto se quella frase abbia ancora senso, o se non ci resta che cantare: “Peace is over”….. Certo, è difficile spiegare a chi non ha vissuto quella stagione di battaglie e di speranze che cosa cercava di costruire quel gruppo di persone che – pur partendo da ispirazioni molto diverse – aveva trasformato la propria scelta personale in un’obiezione più generale al complesso militare-industriale e al concetto stesso di difesa della patria col fucile in mano. Non si trattava di marciare per la pace o di svolgere un qualunque servizio sostitutivo, pur di schivare la morsa d’un anno di naja (versione abbreviata del veneto tenaja, cioè “tenaglia”). L’ambizione, allora, era quella di fare della nostra Repubblica un Paese degno della sua Costituzione, che all’art. 11 recita “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Una Costituzione che, quando all’art. 52 recita che: “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” non ne esclude affatto una caratterizzazione alternativa a quella di tipo militare, come sarà sancito in seguito dalla stessa Corte Costituzionale.

Per anni ho detto e scritto che il solo servizio civile non era sufficiente a qualificare quella scelta ed a costruire la pace dal basso. Bisognava passare, insistevo, dalla pura e semplice ‘obiezione di coscienza’ ad una vera ‘coscienza dell’obiezione’. Però allora non avrei immaginato che sarebbe giunto il tempo in cui, con l’abolizione del servizio militare di leva, sarebbe stato spazzato via anche il servizio civile e, con esso, il diritto/dovere ad obiettare ad uno stato dove una finta difesa divora risorse destinabili ad uno sviluppo equo, solidale ed ecologicamente sostenibile.  Sì, sono stati anni di lotte nonviolente, di azioni dirette, di manifestazioni ma, soprattutto, di discussioni e di elaborazioni di un modello alternativo ma realistico di difesa, ispirandosi al satyagraha gandhiano, ma anche alla nonviolenza di Capitini ed alle proposte di Ebert, Sharp, Muller, Galtung e tanti altri teorici di un’impostazione sociale, oltre che non-armata, di resistenza.  Sono stati anni in cui sarebbe stato forse opportuno evitare di parcellizzarsi eccessivamente in base a troppi distinguo ideologici, ponendo le basi d’un movimento debole, un po’ elitario e scarsamente capace d’interagire con forze politiche ed istituzioni. Purtroppo i risultati si sono visti in seguito quando, parallelamente ad un positivo percorso legislativo per riconoscere l’o.d.c. come diritto positivo a svolgere per il proprio Paese il servizio ritenuto più idoneo e coerente,sono andate avanti  l’istituzionalizzazione del servizio civile ed un contraddittorio iter di riconoscimento giuridico della difesa civile e senza armi come componente della solita “Difesa”, in uniforme e stellette. Fatto sta che quelle norme, sancite dalla legge n. 230/1998, si areneranno solo un paio di anni   dopo con l’approvazione della legge n. 331/2000, che istituiva il servizio militare professionale e, nel giro di altri 4 anni, porterà a quella n. 226/2004, che ‘sospendeva’ il servizio militare obbligatorio, quando già era stata approvata la legge n. 64/2001, che dava vita al “servizio civile nazionale”.

In pochi anni, quindi, di obiezione di coscienza, non si è sentito più neanche parlare, mentre il sistema italiano di difesa ha continuato a procedere esclusivamente in direzione dell’accresciuta efficienza, professionalità e flessibilità delle forze armate – imposta dalla NATO – lasciando arenare l’opzione civile e non armata nelle secche della burocrazia e dell’ostilità delle gerarchie militari. “Conscientious objection is over?” – verrebbe da commentare, se non ciò non suonasse quasi offensivo di fronte alla testarda tenacia di amici e compagni che, nonostante tutto, hanno continuato ad impegnarsi ed a testimoniare le loro idee. Lo hanno fatto nelle poche organizzazioni pacifiste e nonviolente rimaste, oppure si sono dedicati a quei peace studies che anche in Italia hanno trovato una discreta diffusione a livello accademico.  Il guaio è  che tutto ciò, purtroppo, non è bastato a rianimare un movimento per la pace sempre più asfittico, residuale e stretto fra priorità e compatibilità della realpolitik ed un’opinione pubblica spaventosamente disinformata, distratta e poco consapevole, nonostante la rivoluzione della multimedialità e l’informazione globalizzata. Il grande fratello mediatico, al contrario, è servito a diffondere in modo pervasivo il pensiero unico di una pseudociviltà neocapitalista, che produce saccheggi ambientali, disparità economiche ed ingiustizie sociali e poi attiva il suo sistema repressivo, in nome d’una difesa sempre più aggressiva ed esplicitamente finalizzata a salvaguardare i propri interessi.

Lo so: state pensando che parlo come un vecchio sessantottino, ancorato anacronisticamente a vecchie ideologie ed a visioni utopistiche. Beh, non mi offendo anzi, tutto sommato, sono fiero    che questi 40 anni non mi abbiano privato delle mie convinzioni, pur spingendomi ad adattarle ad un contesto sicuramente molto diverso.  Mai come adesso, comunque, appare evidente il dramma d’una società sempre più etero-diretta e militarizzata, dove si combattono guerre sanguinose chiamandole “missioni di pace” e si è giunti  ad impiegare l’esercito per difendere orribili discariche di rifiuti da pericolosi cittadini che non le vogliono più subire passivamente… Mai come adesso – se non ci si è lasciati spappolare del tutto il cervello dall’idiozia dei luoghi comuni e dell’informazione a senso unico – è impossibile non notare che, mentre la scure dei tagli governativi si è abbattuta su istruzione sanità e servizi sociali, la spesa militare italiana è stata addirittura aumentata del 5,3% per i prossimi cinque anni. Mai come adesso chi, come me, abita in Campania resta maledettamente stretto nella morsa dell’occupazione militare di NATO ed USA che, dopo 60 anni, consolidano addirittura la loro ingombrante e non richiesta protezione armata.

“Che fare?”- si sarebbe chiesto l’attivista politico d’una volta. Certo, oggi potrebbe apparire un po’ patetico, coi suoi volantini ed il suo megafono, mentre i veri politici twittano o si azzuffano nei salotti; mentre sugli schermi televisivi scorrono le immagini delle varie ‘primarie’ o ammiccano le facce di colorati leaders in cerca di seguaci, cui non hanno più uno straccio d’idea da proporre.   Che fare?, però, è una domanda che merita risposta e credo che quel che resta del movimento per la pace non possa più tergiversare, se non vuol esaurire del tutto la propria capacità di analisi e di proposta alternativa ad una società sempre più ingiusta e violenta.

Spero proprio che al convegno di Firenze non sia prevalsa la pur comprensibile tendenza al felliniano amarcord , ma si si sia riusciti a trovare le coordinate giuste per far ripartire le battaglie per una difesa civile, popolare e nonviolenta e per la smilitarizzazione del territorio. Per quanto mi riguarda, ho festeggiato l’anniversario della legge 772/1972 con un buon, vecchio, volantinaggio contro le spese militari ed il nuovo comando NATO di lago Patria nelle strade del quartiere dove abito e lavoro, in mezzo a bancarelle e melodie natalizie. “War is over?”  Se lo vogliamo davvero non sarà più solo un augurio di circostanza.

© 2012 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.wordpress.it )

PEACEDU VS PSYOPS : quando la pace si fa con le parole

Come fare formazione alla disinformazione…

Vorrei continuare il discorso iniziato nel mio precedente articolo (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/ ), cercando da un lato di approfondire un aspetto della guerra da cui siamo bersagliati un po’ tutti e, dall’altro, di chiarire quali risposte costruttive e nonviolente può e deve opporre chi, invece, ha come obiettivo la pace.

Devo dire che questa storia delle PsyOps mi ha incuriosito parecchio, ragion per cui ho cercato di capirne qualcosa di più, utilizzando quella ‘rete’ che è uno dei principali strumenti non solo di persuasione occulta di tipo commerciale, ma anche di subdola guerra psicologica.

Da insegnante e da ricercatore/educatore per la pace, ad esempio, m’intriga non poco l’idea stessa di una “Scuola della NATO”  (https://www.natoschool.nato.int/index.asp ) , nella quale militari di ogni nazionalità possono usufruire di una “offerta formativa” per tutti i gusti…  Come spiega la guida di questa nobile istituzione ‘alleata’ – la cui sede si trova ad Oberammergau –  la NATO School “…fornisce corsi d’istruzione residenziali in cinque principali discipline: 1) Intelligence; 2) Sorveglianza, Acquisizione e Riconoscimento del Bersaglio (ISTAR); 3) Operazioni Congiunte; 4) Armi di distruzione di Massa (WMD); 5) Politica e Programmi NCO.

Con una spesa piuttosto modica, è possibile essere ospiti per qualche settimana della discreta ed accogliente struttura della N.S.O., collocata in un ridente villaggio nelle alpi bavaresi, per approfondire e specializzare le proprie conoscenze, mediante “educazione ed addestramento individuale a sostegno delle operazioni correnti ed in via di sviluppo, della strategia, della politica, dottrina e procedure della NATO”.  Devo ammetterlo. La sola idea di un giovane ufficiale turco, inglese o italiano che – da solo o magari anche in compagni di moglie e figli –  se ne vada in trasferta in questa graziosa cittadina della Baviera per svolgervi qualcosa tra un “ritiro spirituale” ed un “training” aziendale, alternando passeggiate nei boschi con dotti seminari sulle armi di distruzione di massa, mi provoca una certa nausea…  Innegabilmente, la NATO School ha un piglio molto professionale. Facciamo conto che a voi o ai vostri superiori interessi approfondire, metti caso, proprio le PsyOps. Basta consultare la “guida dello studente” sul suo sito per avere tutte le informazioni in proposito. Si viene a sapere, infatti, che per due volte all’anno si tiene il corso denominato “P3-08: Nato Operations Planners’ PsyOps”, la cui durata è di 2 settimane e che è rivolto ad un minimo di 25 ed un massimo di 60 persone, selezionate fra ufficiali e civili ‘equivalenti’.

Ovviamente ai potenziali corsisti sono richiesti precisi “pre-requisiti’ (conoscenza di ottimo livello della lingua inglese, formazione di base sulle tecniche di psy-ops, conoscenza delle direttive NATO, etc.), ma si garantisce il conseguimento di qualificati obiettivi formativi. Fra questi, il “possesso di una sufficiente comprensione della psicologia e della sociologia di base, per essere capaci di adottare questa conoscenza nella pianificazione a livello operativo allo scopo di cambiare atteggiamento o comportamento di un determinato pubblico” . Si persegue anche la finalità di: “possedere una migliore conoscenza della misurazione e valutazione del successo…delle attività psicologiche volte ad influenzare atteggiamento o comportamento di un determinato pubblico”. Fra gli altri obiettivi del Corso in questione c’è anche quello di “comprendere organizzazione, integrazione, mancanze, opportunità e requisiti delle PsyOps, a partire da operazioni reali selezionate.”  Insomma, bastano due settimane di “full immersion” nello studio dei tanti casi precedenti di guerra psicologica per conseguire una competenza non solo nella loro realizzazione, ma anche nella valutazione del loro impatto e nella correzione degli eventuali ‘punti deboli’.

L’esperienza di uno “psico-guerriero”     

Il linguaggio utilizzato è volutamente anodino e lascia intendere che si tratta d’un insegnamento come gli altri, sebbene non riguardi affatto di tecniche e metodologie valutative per l’insegnamento oppure per un trattamento psicologico, bensì quelle utilizzate dai militari per manipolare conoscenze, idee e comportamenti di  migliaia di persone. Che si tratti di “armi di disinformazione di massa”  risulta più evidente se, navigando in Internet, si finisce nel sito un po’ esaltato di un ‘veterano’ delle PsyOps , il maggiore a riposo Ed Rouse, dell’U.S. Army. Questo baffuto ufficiale – che si fa chiamare simpaticamente “Psywarrior”(Psicoguerriero) – chiarisce nelle sue note biografiche di parlare con perfetta cognizione di causa (20 anni d’onorata carriera militare, parecchi dei quali all’interno di quei reparti speciali che si occupano, appunto, di Psy-Ops) ma, con la stessa semplicità, c’informa che sua moglie Sheila è un’avida collezionista di orsacchiotti  (teddy bear) e che entrambi si dilettano a fare acquisti nei “mercati delle pulci”…  Questo “Rambo” della guerra psicologica, ormai in pantofole, presenta però in modo molto meno bonario e casalingo l’attività di cui si è occupato a lungo. Sulla homepage del suo sito web (www.psywarrior.com ), ci spiega infatti che nell’arte della guerra (warfare) ci sono essenzialmente due forze: quella fisica e quella morale, che richiedono due distinti approcci. Quello che il mag. Rouse chiama un po’ eufemisticamente “morale” viene considerato “indiretto” ed è sintetizzato dall’anonima citazione che apre la pagina: “Cattura le loro menti e i cuori e le anime seguiranno”. Ebbene, quando il nostro Psicoguerriero usa il termine “catturare” non lo fa, ovviamente, nel senso in cui potrebbe usarlo un missionario e neppure come lo farebbe un pubblicitario professionista. E’ lui stesso a darne dimostrazione, squadernando una lunga storia di ciò che è stato nel corso dei secoli la guerra psicologica, da Alessandro Magno all’operazione “Desert Storm”, da Gengis Khan alla guerra nel Vietnam. Soprattutto, il mag. Rouse ci tiene a chiarire il senso di queste operazioni, che così definisce: “…si tratta semplicemente d’imparare tutto sul vostro nemico-bersaglio, quello che credono, ciò che gli piace o non gli piace, i loro punti di forza e di debolezza e vulnerabilità. Una volta che avete conosciuto ciò che motiva il vostro bersaglio, siete pronti ad iniziare le operazioni psicologiche.[…] Una campagna di guerra psicologica è una guerra della mente. Le vostre principali armi sono la vista e il suono….”. La pagina dei “links” che accompagna questa specie di storia della “Psycological Warfare” risulta ancor più istruttiva. Basta, infatti, navigare tra i tanti collegamenti informatici – dal sito del Comando Centrale ( http://www.soc.mil/  ) alle pagine dedicate all’uso dei volantini oppure del Web nella psico-guerra – per farsi un’idea di quanto avesse ragione George Orwell, il profeta dell’attuale, pervasivo, “Big Brother” nel prefigurare una civiltà narcotizzata ed omologata dal potere dominante.

Controinformar e organizzar…

Sì, è vero che oggi non le chiamano più “Psycological Operations”, preferendo ricorrere alla più inoffensiva denominazione di “Information Operations”. Si tratta però d’un caso evidente della orwelliana Neolingua, in quanto si rimuove l’insidiosità del richiamo alla “psiche” per limitarsi a parlare di generica “informazione”. Ma è lecito domandarsi che razza d’informazione sarebbe quella il cui proposito – secondo il Mag. Rouse – è così riassunto: “…demoralizzare il nemico, causando dissenso ed agitazione nelle sue fila, mentre allo stesso tempo si convince la popolazione locale ad appoggiare le truppe americane. Le PsyOps forniscono ai comandanti tattici sul campo anche una continua analisi degli atteggiamenti e comportamenti delle forze nemiche, cosicché possano sviluppare, produrre ed impiegare la propaganda in modo da aver successo…”.   Si tratti delle immagini volutamente distorte diffuse negli anni ’60 sul Vietnam oppure dell’ultima campagna propagandistica per giustificare un intervento armato in Siria, le subdole “armi di disinformazione di massa” sono sempre le stesse, ma perfezionate e potenziate dalle moderne tecniche massmediatiche. Demistificarle non è certo semplice e richiede una grande e continua attenzione da parte di chi vorrebbe fare contro-informazione, ma è ovviamente handicappato dalle scarse forze disponibili e dall’assenza di risorse finanziarie che possano minimamente contrapporsi a quelle che muovono le operazioni di guerra psicologica. Va detto però, onestamente, che nessuna propaganda o campagna mediatica potrebbe funzionare se non ci fossero moltissimi operatori dell’informazione disposti a farsi assoldare.  Altrettanto onestamente, poi, va riconosciuto che, purtroppo, dagli anni ’70 ad oggi si è costruito ben poco in ambito della ricerca sulla pace e della formazione alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. I “peace studies” e la stessa educazione alla pace sono stati troppo spesso ridotti ad ambiti di ricerca e formazione puramente accademica. Viceversa, la rete delle organizzazioni pacifiste e nonviolente si è oggettivamente indebolita ed ha perso il suo carattere internazionalista e globale, pur partendo da azioni locali e specifiche. La stessa idea di “alternativa nonviolenta” si è a poco a poco sbiadita, confinando Gandhi, Luther King – ma anche il nostro Capitini – nella soffitta un po’ polverosa degli eventi celebrativi e delle tesi di laurea. Per quanto mi riguarda, mi sono occupato sia dei rischi che corre in Italia una “peace education” banalizzata e strumentalizzata (E. Ferraro, Educazione o maleducazione alla pace?, Napoli 2008 – http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf ), sia della riscoperta della Nonviolenza (E. Ferraro, Nonviolenza qui e ora, Napoli 2010 – http://forummediterraneoforpeace.it.forumfree.it/?t=50946838 , sia delle caratteristiche e delle potenzialità ancora poco valorizzato dell’ecopacifismo (E. Ferraro, Ecopacifismo: visione e missione, Napoli 2011 – http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali/968-ecopacifismo-libia. Ma il mio punto di partenza, all’inizio degli anni ‘80, era stato proprio quello della comunicazione nonviolenta e della formazione ad una lingua di pace. Il mio opuscolo (E. Ferraro, Grammatica di Pace – Otto Tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Satyagraha,1984 – http://www.libreriauniversitaria.it/grammatica-pace-otto-tesi-educazione/libro/9788876900198 )  cercava, infatti, di proporre un percorso educativo che raggiungesse innanzitutto i giovani, per formarli ad un linguaggio che servisse a risolvere nonviolentamente i conflitti e non a coltivarli. Dopo una lunga stagione di disinteresse per la comunicazione pacifica e pacifista – fatta eccezione per alcune interessanti esperienze proprio negli USA con le opere sulla N.V.C.di Marshall Rosemberg  (http://www.nonviolentcommunication.com/aboutnvc/aboutnvc.htm ) , devo dire che, finalmente, qualcosa sembra muoversi anche nel nostro Paese. Proprio in questi giorni, infatti, ci si presentano almeno due occasioni di formazione in questa auspicabile direzione. La prima, organizzata dal Centro Studi Difesa Civile di Roma, è un “Corso di Comunicazione Costruttiva”, che si svolgerà alla Casa per la Pace di Impruneta (FI) dal 20 al 21 febbraio (http://www.pacedifesa.org/canale.asp?id=498 ). La seconda è un “training alla nonviolenza”, promosso dal Centro per la Nonviolenza nei Conflitti di Napoli (www.cenocon.it ), che affronterà in più incontri, da marzo a maggio, le relazioni interpersonali ed il metodo per renderle più empatiche e nonviolente. Il vero problema, allora, è quello di mettere insieme tante esperienze e percorsi e farli interagire, per organizzare una rete di controinformazione e comunicazione e per la trasformazione nonviolenta dei conflitti. E’ un obiettivo davvero ambizioso, ma prorprio per questo penso che dobbiamo darci da fare, al più presto. Prima che il Grande Fratello ed i suoi accoliti del “Ministero della Verità” riescano davvero a convincerci tutti che, secondo la logica del “bispensiero”: “”WAR IS PEACE,” “FREEDOM IS SLAVERY,” “IGNORANCE IS STRENGTH”…..

© 2012 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.wordpress.com )

EDUCAZIONE LINGUISTICA NONVIOLENTA

A distanza di 25 anni da quando ho scritto "GRAMMATICA DI PACE: OTTO TESI PER UNA EDUCAZIONE LINGUISTICA NONVIOLENTA" (Torino, Satyagraha, 1984), mi sono accorto che ben poco si è mosso su questo terreno in questo lungo periodo. Quasi un quarto di secolo dopo quella mia modesta proposta, infatti, parecchia acqua è comunque passata sotto i ponti della conoscenza delle questioni relative all’educazione alla pace e della diffusione – nella scuola e fuori – di progetti formativi che andassero in quella direzione. Non altrettanto è successo, invece, nel caso di proposte che – come la mia o quella di Gino Stefani per l’educazione musicale – cercavano di uscire dalla genericità di un’educazione alla pace troppo centrata sui macro-conflitti, puntando ad offrire a docenti ed animatori degli strumenti concreti per abituare i ragazzi ad un dialogo autentico e costruttivo, che nascesse soprattutto da una comunicazione onesta, empatica e nonviolenta.
Per riprendere il filo di quella mia ipotesi di "GRAMMATICA DI PACE", con due decenni in più di esperienza didattica sulle spalle, mi è sembrato che fosse il caso di tornare a parlare di questi aspetti, relativamente ad una "educazione linguistica" che, a sua volta, da troppo tempo si è ridotta al puro e semplice insegnamento dell’ Italiano e, per di più, in chiave sempre più normativa e tradizionale.
Eppure credo che non sfugga a nessuno che insegnare la comunicazione linguistica va molto oltre l’addestramento dei più piccoli all’uso corretto e variato della propria lingua. Il fatto stesso che essa sia anche il veicolo per studiare tutte le altre discipline, e quindi per comprendere e far proprio il mondo della conoscenza più in generale, pone infatti l’educazione linguistica (E.L.) su un piano oggettivamente diverso, lasciando a chi l’insegna una responsabilità che va molto oltre i risultati strettamente didattici.
Ecco perché ho pensato che valesse la pena di rispolverare il mio vecchio contributo e di cominciare nuovamente a parlarne nella scuola, insieme con altre due qualificate proposte come quella di M. R.Rosemberg sulla "COMUNICAZIONE NONVIOLENTA" (1998) e quella di J. Liss sulla "COMUNICAZIONE ECOLOGICA" (1992).
Ho iniziato il mio giro da una scuola media del Vomero (il quartiere collinare di Napoli) dove proprio oggi ho incontrato due terze classi, alle quali ho parlato di queste tre ipotesi di lavoro per educarci ad una lingua che sappia costruire ponti di dialogo e non muri di separazione. Per questa occasione ho predisposto una sintetica presentazione in "power point" che, introdotta da un "brainstorm" e conclusa da un confronto diretto coi ragazzi/e, mi ha permesso di riprendere un discorso che, mai come adesso, mi sembra importante ed urgente. Per visionare le ‘slides’ della presentazione, basta visitare il mio sito: http://www.ermeteferraro.it e cliccare sul link relativo alla notizia riportata nella homepage.
© 2010 Ermete Ferraro

COMUNICARE PACE

imagesCACYNJI1EDUCAZIONE LINGUISTICA PER LA PACE
Un percorso formativo alla comunicazione nonviolenta

> Destinatari:
la proposta è rivolta agli alunni/e delle classi II e III della scuola media e s’inserisce in un più generale percorso didattico di educazione alla pace ed alla convivenza civile e nonviolenta.

>> Finalità dell’iniziativa:
gli incontri con gli alunni/e sono finalizzati ad una loro sensibilizzazione all’importanza di una relazione interpersonale che, a partire dalle modalità comunicative, sia capace di creare scambio, condivisione e cooperazione anziché alimentare incomprensione, ostilità e sopraffazione reciproche. L’obiettivo più specifico è quello di offrire un saggio di un più ampio percorso di educazione alla comunicazione nonviolenta, indicando ad alunni e docenti alcuni possibili approcci metodologici da sviluppare opportunamente.

>>> Modalità della proposta:
ogni incontro (per non più di di 25-30 alunni/e alla volta e per una durata di 100 minuti complessivi)seguirà questa modalità operativa: (a) Breve presentazione della tematica e del relatore; (b) “brainstorm” iniziale, per evidenziare alcune “parole-chiave” da cui partire; (c) sintetica illustrazione di tre metodologie per l’educazione alla comunicazione nonviolenta (ECN): (i) l’educazione linguistica nonviolenta di E. Ferraro; (ii) la “comunicazione nonviolenta” di M. R. Rosemberg e (iii) la “comunicazione ecologica” di J. K. Liss; (d) discussione aperta con gli alunni/e, a partire dalle parole-chiave evidenziate ed alla luce della presentazione; (e) valutazione conclusiva dell’esperienza fatta e gioco di chiusura. A distanza di alcuni giorni dall’incontro, agli alunni/e partecipanti sarà proposto un breve questionario di verifica dell’effettiva comprensione di quanto è stato loro proposto (feed back). Sarebbe auspicabile un successivo incontro con i docenti interessati della/e classe/e coinvolta/e nell’esperienza, cui sarà comunque proposta una breve bibliografia di approfondimento.

>>>> Animatore dell’iniziativa:
Ermete Ferraro (Napoli 1952) ha conseguito la Laurea in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli "Federico II" e, in seguito, il Diploma Triennale di Assistente Sociale. Si è abilitato all’insegnamento delle discipline letterarie e del latino per gli istituti superiori e, in seguito a Concorso abilitante per l’insegnamento di materie letterarie nelle scuole medie , è diventato docente di ruolo di Lettere, dapprima alla S.M.S. "Card. Maglione" di Casoria-NA e successivamente alla S.M.S. "A. Sogliano" di Napoli, dove insegna tuttora, svolgendovi anche la funzione strumentale per "disagio e dispersione".
Tra i primi obiettori di coscienza napoletani, da oltre 35 anni è impegnato nei seguenti campi: nonviolenza, disarmo, difesa alternativa, educazione alla pace e ricerca sulla pace, eco pacifismo ed ecologia sociale.
Animatore socioculturale ed operatore sociale di gruppo e di comunità (1974-84) presso il Centro Comunitario della “Casa dello Scugnizzo” di Napoli, negli ultimi dieci anni si sta occupando dell’omonima Fondazione-onlus come coordinatore ed amministratore sociale.
Operatore pastorale presso la Parrocchia Santa Maria della Libera, segue le attività della Caritas e, in modo più specifico, è responsabile di uno sportello di ascolto e di counseling socio-educativo per minori.
E’ autore di alcuni libri e saggi (fra cui uno sulla Educazione Linguistica Nonviolenta) e si occupa di varie questioni, dalla nonviolenza e l’educaz. alla pace all’educaz. ambientale ed alle problematiche del servizio sociale e dello sviluppo comunitario. Per maggiori informazioni visitare il suo sito personale: http://www.ermeteferraro.it il suo blog: http://ermeteferraro.splinder.com ed il suo educational website : http://ermeteferraro.weebly.com
–> Contatti: prof. Ermete FERRARO > via F. Cilea 112 – 80127 Napoli – tel/fax: 081 5799539 – mobile: 349 3414190 – email: ermeteferraro@alice.it