“Al cor gentil rempaira sempre amore…”

Elogio della gentilezza

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Illustrazione dell’articolo su TIME ( Jan. 15, 2018)

Circondati come siamo dagli echi di stragi, vendette, ostilità e polemiche a tutti i livelli,  può  sembrare bizzarro che si parli della gentilezza e della sua importanza. Siamo talmente abituati all’aggressività ed alla violenza  che risalta dalla realtà quotidiana che essa ci suona come una parola fuori dal tempo, una virtù ormai in desuetudine, un atteggiamento arcaico ed obsoleto.

Il titolo che ho scelto cita infatti l’incipit della nota ‘canzone’ di Guido Guinizzelli, manifesto stilnovista che ci ricorda la perduta gentilezza. Eppure lo spunto per questa mia riflessione è assai più recente, trattandosi di un articolo pubblicato sul numero del 15 gennaio di TIME magazine, il cui titolo augurale è: “One hope for the new year: a kinder culture” [i].  L’argomento sul quale l’autrice, Kristin van Ogtrop, ha voluto richiamare la nostra attenzione – presa prevedibilmente da ben altro… – è proprio la speranza che il nuovo anno ci renda più consapevoli di quanto sia importante impegnarsi, a partire dalla scuola, per sviluppare e diffondere una ‘cultura più gentile’.  Non si tratta certamente della ducentesca visione del ‘cor gentil’ in cui si rifugia l’amore, come un uccello tra le foglie di un albero, bensì dell’esperienza attuale e diretta del figlio dell’autrice, al primo anno come maestro elementare in una scuola pubblica statunitense. Egli si dichiarava sorpreso di quanto  i suoi alunni di 8-9 anni si trattassero male l’uno con l’altro ma, al tempo stesso, manifestassero il bisogno di ricevere quella gentilezza di cui essi non sono però portatori.

«Sul piano quotidiano, essi inciampano in tre ostacoli: mancanza di controllo degli impulsi, incoscienza e difficoltà a perdonare o a lasciar perdere” – osserva la Ogtrop, precisando che ciò non dipende dagli stessi bambini, ma piuttosto dal modello socio-culturale che essi assorbono dagli adulti – Nella nostra ricerca del successo, siamo diventati troppo individualisti, troppo egoisti, restii ad ammettere di essere dipendenti da qualcuno. Ma Phillips e Taylor credono che ci sia ancora speranza nei bambini, se noi adulti non li roviniamo. Essi scrivono: “Il riflesso virtuale della preoccupazione e dell’impegno che i bambini mostrano per gli altri fin troppo facilmente si perde crescendo; e tale perdita, quando si verifica su scala abbastanza ampia, è un disastro culturale”» [ii]

Giunto ormai quasi al termine della mia esperienza educativa, dopo 10 anni di lavoro socio-culturale di base ed altri 33 d’insegnamento nelle scuole medie statali, ammetto di essere stato colpito dall’articolo e dagli interrogativi che esso pone. Col passare del tempo, infatti, registro anch’io un diffuso deterioramento del rapporto interpersonale fra i ragazzi, caratterizzato da una crescente aggressività – più psicologica che fisica – e da un alto tasso di polemicità ed intolleranza reciproca. Maniere gentili,  disponibilità ed empatia – sebbene oggi nella scuola se ne parli più di prima – sembrano essere stati sostituiti sempre più spesso da atteggiamenti egocentrici, insofferenza verso i compagni e tendenza all’affermazione personale a tutti i costi. Ma che cos’è che spinge bambini, ragazzi ed adolescenti dei nostri tempi a scordarsi delle buone maniere e ad assumere comportamenti che talvolta rasentano la prevaricazione? E, soprattutto, come mai quegli stessi soggetti in altri momenti appaiono fragili, maledettamente sensibili all’aggressività altrui e bisognosi di comprensione e protezione?

Senza dubbio un grosso peso in questo logoramento dei rapporti tra pari lo ha l’atmosfera sociale in cui i nostri ragazzi vivono quotidianamente, respirando a pieni polmoni l’individualismo, l’egoismo e l’incapacità di sentirsi dipendenti dagli altri che caratterizza i rapporti fra gli adulti, come sottolineava la Ogtrop. Il fatto è che è venuta progressivamente meno la spinta alla ricerca di un bene davvero comune. Si sono estinti a poco a poco i legami parentali ed amicali che tenevano insieme le comunità di una volta. Si è, insomma, esaurita quasi del tutto la carica solidaristica derivante sia dalla ‘fraternità’ della morale cristiana, sia dall’etica laica motivata da una visione socialista. E non si può negare che i risultati sul piano relazionale – e quindi sotto il profilo psicosociale – siano sotto gli occhi di tutti.

Diffidenza, paura, aggressività, diffidenza, paura…

images (3)Il Mahatma Gandhi – della cui morte si celebra il 70° anniversario – ci invitava ad “essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. E’ una delle sue frasi più famose e citate, ma forse oggi dovremmo interrogarci preliminarmente se noi adulti siamo ancora capaci di perseguire una visione del mondo che ci porti a quel cambiamento cui dovremmo improntare i nostri comportamenti.  Non si tratta, secondo me, soltanto dell’abituale  incoerenza tra fini e mezzi – che ha sempre finito col giustificare la violenza – ma di una più sostanziale perdita di una prospettiva che ci motivi davvero al cambiamento. Sappiamo bene che ogni forma di aggressività nasce in qualche modo dalla diffidenza, dalla paura, dalla difesa del sé, dal rifiuto dell’idea stessa che gli altri c’impongano la loro volontà. In assenza di certezze sulla solidità dei legami che dovrebbero unirci, questa paura dell’altro è quindi diventata ancora maggiore, alimentata da diffidenze , egoismi e meccanismi di autodifesa, capaci di trasformarsi anche in strumenti di offesa preventiva.

Eppure  – almeno a livello mentale – dovremmo essere più consapevoli ormai che la gentilezza è un’ottima arma difensiva, nella misura in cui smonta l’aggressività altrui e disarma con la forza della mitezza chi ci voglia attaccare. Non mi riferisco ad una filosofia astratta, ma a principi che perfino i bambini imparano quando iniziano a praticare arti marziali, ad esempio il rispetto, la determinazione, la pazienza, la resistenza, la flessibilità, l’adattabilità, la fiducia e, soprattutto, l’autocontrollo. Sono tutte qualità che, viceversa,  spesso difettano ai nostri ragazzi, soprattutto il controllo degli impulsi distruttivi, che è poi il fulcro di una nonviolenza da costruire giorno dopo giorno ed a partire da se stessi. Bisogna ammettere, d’altra parte, che si tratta di un’impresa non facile in una società che sempre più frequentemente presenta come modelli da imitare persone arroganti, maleducate, urlanti, offensive e costantemente in posizione d’attacco.  Non dobbiamo però disperare, perché – anche a prescindere da insegnamenti morali e religiosi – l’umanità sta lentamente riscoprendo che, in fondo, essere gentili ci aiuta, che può essere un reale vantaggio.

« Per fortuna, come spesso avviene nelle crisi specie quando sono veramente grandi, il cambiamento passa per lo stretto sentiero dell’utilità. E così lentamente, sottotraccia, stiamo scoprendo che essere gentili conviene (tra l’altro non costa nulla) e non esserlo è uno spreco in termini di qualità della vita, sentimenti e salute compresi. Piero Ferrucci, filosofo e psicologo, in un famoso libro intitolato La forza della gentilezza (edizioni Mondadori), scrive: «La gentilezza non è un lusso, ma una necessità». Un concetto che oggi circola molto attraverso il canale di Internet, dove si stanno moltiplicando le condivisioni dei comportanti ispirati alla cortesia, le associazioni come Il “Movimento italiano per la Gentilezza” (www.gentilezza.it), e perfino i corsi sul web delle buone maniere, quelle che nella scuola reale sono state cancellate. Tempo al tempo e vedrete che la gentilezza tornerà di moda, di gran moda…» [iii]

Educare alla gentilezza, di conseguenza, dovrebbe essere una preoccupazione per ogni docente, se non altro per stemperare il clima competitivo e assai poco solidaristico che troppo spesso si avverte nelle nostre aule scolastiche. Bisogna educare alla gentilezza perché – citando ancora Guinizzelli – l’amore trova rifugio solo nei cuori gentili, per cui una seria educazione all’affettività è indispensabile alla formazione umana e civile degli studenti. Ma bisogna farlo anche perché la gentilezza non è affatto un punto di debolezza bensì di forza nello sviluppo umano dei singoli, ed inoltre contribuisce a sviluppare un clima più armonico e costruttivo nelle comunità in cui viviamo.

Gentilezza autentica, non ipocrita cortesia formale

images (1)Ovviamente quando faccio questa affermazione mi riferisco alla gentilezza autentica, che viene dal cuore e dalla mente, non alle generiche ‘buone maniere’, che ne costituiscono un’etichetta esteriore ed un po’ ipocrita, sebbene parzialmente da riscoprire in tempi di arroganza e volgarità.

« Ancora oggi, per la verità, quando parliamo di «gentilezza» cadiamo nel tranello semantico: gentile vs maleducato. E forse la Giornata Mondiale della Gentilezza (che è ricorsa ieri come ogni 13 novembre) è stata creata apposta per rivendicare un po’ di sacrosanta buona educazione. Naturalmente in un mondo essenzialmente maleducato, scorbutico, brutale come il nostro la gentilezza così intesa sarebbe già tanto, ma non è tutto. Perché, lungi dall’essere l’equivalente della cordialità zuccherosa, la gentilezza è, insieme ad altre virtù, un cardine della «grammatica dell’interiorità», come direbbe uno studioso dei sentimenti qual è Antonio Prete.» [iv]

E’ evidente che a portare avanti questa ri-educazione alle gentilezza  non basta la pur importante formazione scolastica, se la nostra vita quotidiana – e quella dei nostri figli –  resta improntata a relazioni scostanti, conflittuali, talvolta decisamente aggressive. Non serve insegnare la gentilezza reciproca dentro le aule scolastiche se tali imput educativi si scontrano regolarmente con maniere brusche, pretese egoistiche ed incapacità di esprimere sentimenti come il rispetto delle esigenze e sensibilità altrui, la consapevolezza dei nostri limiti ed il senso di gratitudine per ciò che gli altri fanno per noi.

« In pochi anni nelle nostre case, secondo una ricerca dell’associazione Gentietude che promuove uno stile di vita fondato sulle buone maniere, in quasi la metà delle famiglie italiane sono state rimosse le parole Grazie, Per favore, Posso? Cancellate. A rimetterle in campo ci ha dovuto pensare Papa Francesco che con il suo linguaggio diretto ha invocato, non solo per i cristiani, l’uso di tre parole per dare longevità alla vita matrimoniale. Grazie, Permesso e Scusa. Tre vocaboli che non siamo più abituati a pronunciare, quando chiediamo un’informazione in strada, quando spintoniamo qualcuno per la fretta di raggiungere un luogo (ma dove corriamo ogni attimo della nostra esistenza?), quando interrompiamo chi sta provando a parlarci, a comunicare oltre il muro dell’autismo dei nostri pensieri autoreferenziali ed egocentrici.» [v]

E’ la stessa autoreferenzialità che si trasforma spesso nella presunzione di poter fare a meno degli altri, o addirittura nella convinzione che gli altri siano ostacoli alla nostra autoaffermazione. Entriamo quindi in una continua collisione con i corpi e le menti di chi ci sta intorno, perché non sappiamo più dare il giusto peso alla collaborazione, all’integrazione, allo sforzo comune per conseguire obiettivi che siano collettivi e non solo personali. E’ ciò che succede in famiglia, nei rapporti di vicinato, nelle relazioni di lavoro e perfino nella sfera virtuale degli spettacoli televisivi, cinematografici e delle stesse attività ludiche e ricreative, che tanta influenza esercitano soprattutto sui minori.  Gli effetti su personalità in formazione come quelle dei nostri figli e nipoti, infatti,  sono fin troppo evidenti.

Qualche giorno fa ho chiesto a degli alunni di terza media quali significati attribuissero al termine ‘gentilezza’, facendoli esprimere in un improvvisato brainstorm. Le risposte – anche se si tratta di una classe che non si contraddistingue propriamente per questa virtù – sono state pronte e significative. Buona educazione, bontà, generosità, disponibilità, empatia, rispetto, amicizia, gratuità sono solo alcuni dei termini che quei ragazzi hanno collocato nel campo semantico della ‘gentilezza’, dimostrando chiaramente come si possano avere le idee chiare in proposito, pur senza necessariamente comportarsi nella maniera delineata da questi termini. Riabituarci e riabituare i nostri ragazzi a modi meno sbrigativi ed autoreferenziali, pertanto, è l’unica strada per cercare di essere il cambiamento di cui pur avvertiamo il bisogno.

Per una ri-educazione sentimentale

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N. Drew – Ch. M. Tinari, Simple Tips for a Kinder  Middle School Culture, Free Spirt Publications

 

E’ esattamente lo sforzo che c’invitava a fare, cominciando già dalle piccole cose di ogni giorno, Massimo Gramellini in uno dei suoi ironici corsivi.

«La defunta [gentilezza] non richiedeva sacrifici particolari e nemmeno eroismi. Solo un po’ di educazione e, prima ancora, di umanità. Era una forma mentale. Talvolta ipocrita, e però utile ad ammorbidire le asprezze della vita quotidiana. Grazie, prego, passi pure, mi scusi, ma si figuri, non me n’ero accorto, ha bisogno?, c’era prima il signore, non si preoccupi, disturbo? Ciascuna di queste espressioni, e dei gesti che spesso le accompagnavano, era una pennellata di grasso sugli ingranaggi esistenziali. Un balsamo che non migliorava le cose, ma consentiva di affrontarle per quel che erano, senza dovervi aggiungere lo sconforto che sempre ci assale quando abbiamo la sensazione di andare contromano […] L’idea che nelle relazioni umane sia ancora possibile mettersi nei panni degli altri è considerata bizzarra. Ma non me ne vengono in mente di migliori per uscire da una crisi che ha spolpato i portafogli solo perché da tempo aveva già corroso i cuori.» [vi]

Un mezzo indispensabile per svolgere una efficace formazione alla gentilezza è, a mio avviso, la educazione alla comunicazione nonviolenta, cioè all’utilizzo di un linguaggio costruttivo e non distruttivo, che contribuisca a costruire ponti anziché muri. E’ dalla metà degli anni ’80 che mi sono cimentato in questo percorso, ipotizzando una ‘educazione linguistica nonviolenta’ che aiuti i nostri ragazzi ad uscire dalla violenza – manifesta ma spesso subdola – di una comunicazione aggressiva, ambigua e fonte di ostilità e di divisioni. [vii]  E’ innegabile che si tratta di un lavoro didattico  molto più impegnativo di quello di trasmettere conoscenze o meglio, come si preferisce adesso, costruire competenze.  E’ però un obiettivo che non possiamo permetterci di mancare, pena la perdita di quelle doti essenziali che hanno consentito all’umanità di sopravvivere alla sua stessa strenua lotta per la sopravvivenza.  Si tratta infatti di riscoprire quella ‘humanitas’ tanto lodata dagli antichi ma che si presenta come una virtù complessa, che racchiude in sé gli ideali di attenzione, comprensione, cura reciproca e benevolenza. In una parola, si tratta di aiutare i più giovani a ricercare ciò che ci unisce e ci fa sentire fratelli e solidali.  In un contesto più vicino a noi, si tratta insomma di rendere centrale l’ammonizione di don Milani, che sulla parete della sua scuola aveva fatto apporre il cartello ‘I CARE’ «…il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E’ il contrario del motto fascista “Me ne frego”

In un momento in cui tornano ad avvertirsi, cupi e minacciosi, gli echi del nazionalismo, del razzismo e del disprezzo per chi è diverso, dunque, sarebbe opportuno ricordarci del monito del Priore di Barbiana e ridare il giusto peso a quel semplice motto. Esso certamente prefigurava una disposizione d’animo che va ben oltre la semplice gentilezza, ma di cui la vera gentilezza è un sicuro segnale. Essa va accompagnata da una più complessiva educazione al rispetto degli altri, all’autocontrollo personale, alla disposizione al perdono ed alla riconciliazione. I nostri ragazzi dovrebbero imparare in primo luogo – dagli insegnamenti ma soprattutto dal nostro esempio – l’importanza di utilizzare più spesso semplici espressioni come quelle suggerite da Papa Francesco: grazie, permesso, scusa. E non solo per apparire più educati e corretti, ma perché le lacerazioni dell’animo e le ferite psicologiche non si guariscono ferendo e lacerando anche la sensibilità degli altri. E’ l’esercizio delle virtù che il catechismo cattolico definisce ‘cardinali’, cioè: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Sembrerebbero termini fuori corso, concetti desueti, espressioni ormai prive di senso. Eppure – secondo il Vangelo – non c’è agàpe (la fondamentale virtù teologale della ‘carità’) se non si comincia ad assumere atteggiamenti e comportamenti improntati a quelle quattro qualità basilari. In particolare la fortezza  ci parla di una grande forza interiore, che è  poi l’esatto contrario della ‘debolezza’  che si attribuisce erroneamente a chi è gentile.

images (2)Si tratta di un addestramento quotidiano, attraverso il quale i ragazzi possano comprendere – praticandola –  che la gentilezza non ci sminuisce, non ci rende più fragili ed esposti, ma piuttosto ci fortifica interiormente, ci apre all’altro e ne smonta l’aggressività. La mitezza evangelica [viii] – una delle beatitudini – parte dall’amore per il prossimo e genera amore nel prossimo. Non è mai passività, rassegnazione o resa al male, bensì reazione costruttiva e non distruttiva, resistenza nonviolenta.  E allora recuperiamo questo basilare insegnamento, che troviamo anche in altre culture, a partire da quelle orientali, per le quali una pratica importante è quella del mantra, la ripetizione mentale di una frase che racchiuda un insegnamento. Anche antiche popolazioni hawaiane utilizzavano una pratica del genere, che è stata recentemente riproposta a noi occidentali di oggi.

« Ho’oponopono è un metodo di pulizia mentale e spirituale, una purificazione dalle paure e dalle preoccupazioni […] Ogni volta che qualcosa ci disturba, che percepiamo di essere in una disarmonia, che riconosciamo un conflitto o un problema, possiamo fare Ho’oponopono. 1. Preghiamo di ottenere conoscenza, coraggio, forza, intelligenza e calma. 2. Descriviamo il problema e poi cerchiamo nel nostro cuore il modo in cui abbiamo contribuito a crearlo. Il nostro contributo può essere per esempio un giudizio, un determinato comportamento o un ricordo che va guarito. 3. Perdoniamo incondizionatamente e pronunciamo le quattro frasi magiche: mi dispiace; perdonami; ti amo; grazie. 4. Ringraziamo, ci fidiamo e lasciamo andare.» [ix]

oponoCostruiamo insieme, dunque, una cultura della gentilezza, utilizzando gli insegnamenti della saggezza antica ed i precetti morali della religione, ma anche quello che c’insegna la psicologia. Ce n’è tanto bisogno e non possiamo limitarci ad aspettare che siano gli altri a prendere l’iniziativa. Ecco perché, gandhianamente,  dobbiamo sforzarci di diventare il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Facciamolo però senza sentirci superiori agli altri, anzi perdonandoci la nostra stessa debolezza, praticando in tal modo la gentilezza prima verso noi stessi.

N O T E ——————————————————————————

[i] Kristin van Ogtrop, “One hope for the new year: a kinder culture” TIME, Jan. 15,2018  > http://time.com/5087376/one-hope-for-the-new-year-a-kinder-culture/

[ii] Ibidem  ( il testo citato dall’autrice è : Adam Phillips, Barbara Taylor, On Kindness, 2009 > https://www.amazon.com/Kindness-Adam-Phillips/dp/0374226504/ref=mt_hardcover?_encoding=UTF8&me=

[iii] Antonio Galdo, “Importanza della gentilezza e dell’educazione, due valori importanti da non sprecare “ , Non sprecare.it (13.11.2017 )> http://www.nonsprecare.it/essere-educati-conviene-elogio-della-gentilezza?refresh_cens

[iv]  Paolo Di Stefano, “Elogio della gentilezza: ecco perché ne abbiamo bisogno”, Corriere della Sera, 17.11.2014 > http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_14/elogio-gentilezza-giornata-bisogno-6cb8371e-c8b0-11e7-83f4-5d7185c8c90c.shtml

[v]  A. Galdo, op. cit.

[vi] Massimo Gramellini, “Della gentilezza”, La Stampa, 27/02/2009 > http://www.lastampa.it/2009/02/27/cultura/opinioni/buongiorno/della-gentilezza-dj6Hg0JAK2i6GKXzQ1D1kO/pagina.html

[vii] Ermete Ferraro, Grammatica di Pace. Otto tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Satyagraha, 1984; vedi anche l’articolo sul mio blog: https://ermetespeacebook.com/2010/03/04/educazione-linguistica-nonviolenta/ ed il fondamentale testo di Marshall Rosemberg, Manuale pratico di comunicazione nonviolenta per lo studio individuale o di gruppo del libro «Le parole sono finestre (oppure muri)» , 2014, Esserci .

[viii]Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Mt 5, 5). Lo stesso Gesù si auto-definisce “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29), ed in entrambi i casi l’evangelista Matteo utilizza il vocabolo greco πραΰς , che significa appunto: gentile, umile, dolce.

[ix] Ulrich Emil Duprée, Che cos’è lo Ho’Oponopono? – Estratto dal libro: Ho’Oponopono – La forza del perdono > https://www.macrolibrarsi.it/speciali/che-cos-e-ho-oponopono-estratto-dal-libro-ho-oponopono-la-forza-del-perdono.php

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Ri-auguri scomodi…

images (1)Cari amici ed amiche,

come don Tonino Bello oltre venti anni fa, avverto anche io il bisogno di non rivolgervi i soliti “auguri innocui, formali, imposti dalla routine del calendario”. Il santo Vescovo allora chiarì che gli risultava davvero impossibile dire a qualcuno ‘Buon Natale’ senza al tempo stesso arrecargli disturbo, senza infastidirlo con degli auguri che, venendo da un cristiano, non possono che essere scomodi.  Il fatto è che abbiamo da tempo smarrito il vero senso del Natale ed il senso rivoluzionario della nascita del ‘Dio con noi’. Preferiamo intenerirci davanti al Bemmeniello del presepe – o peggio incantarci davanti agli stupidi simboli del Christ-massa, fatto di babbinatale renne, pupazzi di neve e befane – anziché cogliere il vero senso della Natività. Ebbene, don Tonino allora ci augurò che essa riuscisse a darci “…la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali” . Sferzò la “coscienza ipocrita” di quei finti cristiani, augurandogli:

“ …di sentirsi dei vermi ogni volta che la (loro) carriera diventa idolo della (loro) vita, il sorpasso il progetto dei (loro) giorni, la schiena del prossimo strumento delle (loro) scalate.”

Venti anni dopo, purtroppo, constato che ci sono ancor meno persone disposte ad accettare il suo provocatorio augurio, preferendo piuttosto “respingerlo al mittente come indesiderato”.  Sempre di meno, infatti, mi sembrano coloro che riescono a cogliere l’attualità delle sue parole:

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame”.

Oggi più che mai, alla “sonnolenta tranquillità” della maggioranza continua ad aggiungersi il “complice silenzio” di tanti che non vogliono vedere né capire ciò che succede intorno a loro, anche se ignorarlo è ormai davvero difficile in un mondo sempre più globalizzato e dominata dai media. Non mi riferisco del resto solo ai grandi problemi mondiali (dal riscaldamento globale alla desertificazione di sempre maggiori aree; dalla cinica speculazione finanziaria alla crescita del divario tra ricchi e poveri; dalla minaccia nucleare alla più generale corsa agli armamenti) ma anche a quelli che ognuno di noi vive spesso in prima persona. Parlo delle piccole e grandi ingiustizie quotidiane, delle violenze palesi e sottili, delle discriminazioni di un razzismo montante, dei cambiamenti imposti dall’alto come le uniche soluzioni possibili, del conformismo che porta le persone ad omologarsi acriticamente al pensiero dominante. Si direbbe che tutto ci scivoli addosso senza suscitarci una sana (e santa) reazione di indignazione, di riscossa, di resistenza. Sembra, insomma, che ci abbiano vaccinato anche contro le reazioni allergiche alle falsità, alle ingiustizie ed alle disuguaglianze…

imagesSia che si tratti di problemi ambientali che ci riguardano da vicino, oppure di malasanità vissuta in prima persona, di modelli pseudo-educativi spacciati per ‘buona scuola’, della mercificazione del lavoro e perfino del tempo libero o anche della cancellazione di ogni diversità ed originalità in nome della libertà, le reazioni che si notano sono sempre meno significative e decise. Quelli ai quali, come a me, capita spesso di opporsi, denunciare, protestare, rivendicare e fare resistenza, restano quindi sempre più isolati, visto che tanti altri preferiscono distrarsi, girare la testa da un’altra parte, far finta di non comprendere o, peggio ancora, hanno già scelto di conformarsi supinamente allo status quo. Ecco perché anche io – da cristiano ma anche da ecologista e da pacifista – vorrei indirizzare a tutti/e voi i miei scomodi e fastidiosi auguri. Voglio farvi perciò gli auguri per un Natale che non compiaccia il perbenismo ipocrita di chi si ostina a non capire che il Cristo che festeggiamo è sì venuto a liberarci dal male, ma che la risposta ai troppi mali che ci circondano dobbiamo sforzarci di darla noi, in prima persona, con l’esempio e con la lotta nonviolenta, se non vogliamo diventarne complici.

Auguriamoci dunque anche noi che “gli angeli che annunciano la pace portino guerra alla sonnolenta tranquillità”, svegliando dal torpore e dall’inerzia chi ha dimenticato (e fatto dimenticare) che non c’è Natale senza un’autentica rinascita della coscienza.

 

L’Obiezione non va in pensione…

314cd209cbfdb73c432928129db7d098_LRicorre oggi il 45° anniversario dell’approvazione della legge n. 772 del 15.12.1972 [i] che introdusse in Italia il diritto di obiezione di coscienza, o meglio la possibilità di rifiutare il servizio militare e di prestare un servizio civile ‘sostitutivo’.  Allora io avevo 20 anni, frequentavo il secondo anno di ‘lettere moderne’ alla Federico II di Napoli e non avevo ancora fatto esperienze di militanza politica, anche se nutrivo una profonda repulsione per il militarismo e mi ero già avvicinato alle idee nonviolente, grazie a letture ed approfondimenti personali. L’approvazione della ‘Legge Marcora’ – come fu a lungo chiamata dal nome del suo ispiratore e primo firmatario, ex partigiano cattolico e parlamentare democristiano – costituì per me una svolta epocale. Finalmente potevo manifestare il mio totale dissenso nei confronti della guerra e del servizio di leva che serviva ad addestrarsi ad essa. Finalmente la mia istintiva repulsione verso la formazione alla pratica bellica e la perversa logica militarista poteva essere dichiarata apertamente. Finalmente, da cattolico, potevo rispondere “No, grazie!” a chi, al termine degli studi universitari, mi avrebbe nuovamente intimato con la classica cartolina rosa di andare a ‘servire la patria’ in armi, senza però finire processato per renitenza alla leva. Finalmente potevo ripetere con don Milani che bisogna:

 “…avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.” [ii]

La mia Never Ending Story di antimilitarista ed ecopacifista iniziò a Napoli quando, dopo varie ricerche, scoprii che era attivo un gruppo di attivisti di matrice nonviolenta e, da quell’anno, entrai a farne parte, spedendo al Ministero della Difesa la mia domanda di obiezione di coscienza. Poi due anni di ‘militanza’ nonviolenta seguiti da altrettanti di servizio civile alternativo presso la storica Casa dello Scugnizzo [iii] fondata da Mario Borrelli, diventando così primo obiettore

servizio civile 1975

Ermete, al centro, al primo corso per obiettori di coscienza presso la Casa dello Scugnizzo (1975)

nonviolento napoletano e formatore di altri obiettori.  Da quel 1972, giusto quarantacinque anni di presenza in questo variegato movimento, nel corso dei quali sono stato attivista di base – ma anche responsabile a livello locale, regionale e nazionale, della Lega degli Obiettori di Coscienza (L.O.C.) [iv], del Movimento Nonviolento (M.N.) [v] , del Movimento Internazionale della Riconciliazione (M.I.R.) [vi] , nonché collaboratore dell’ Istituto Italiano per la Ricerca sulla Pace (I.P.R.I.) [vii], referente nazionale per l’ecopacifismo di Verdi Ambiente e Società (V.A.S.) [viii] ed attivista del Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione della Campania (C.P.D.S.C.) [ix] . Quasi mezzo secolo di convinta, testarda, appassionata testimonianza dei valori della pace come fine e come mezzo, dell’azione nonviolenta  come metodo politico e della difesa civile nonviolenta come alternativa concreta ed efficace agli orrori della guerra e al complesso militare-industriale che la promuove.

Già cinque anni fa ho cercato di sintetizzare questa lunga esperienza in un articolo [x], per cui eviterò di ripetere ricordi e considerazioni presenti in quel mio scritto di allora, cui rinvio chi avesse voglia di leggerlo. Quel che vorrei riprendere oggi, in occasione del 45° anniversario della legge che ha segnato così a lungo e profondamente la mia vita, è una breve riflessione sulla deriva militarista e

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Ermete distribuisce volantini ai soldati davanti al Distretto Militare di Napoli (1973) e durante una Marcia della Pace Perugia-Assisi (1978)

bellicista alla quale siamo costretti ad assistere; una degenerazione di cui i giovani d’oggi non sembrano affatto consapevoli, narcotizzati dal pensiero unico che ha cancellato le idee insieme con le ideologie, ma anche asserviti ad una nuova pericolosa logica. Non si tratta più solo della deprecabile accettazione acritica del principio della ‘obbedienza cieca, pronta, assoluta’ – contro cui si scagliava don Milani [xi] – ma la più subdola convinzione che, ormai, alternative vere non ci siano e che, tutto sommato, il nostro sia ‘il migliore dei mondi possibili’.  Essere obiettori non può limitarsi al rifiuto di un servizio militare obbligatorio che già da 12 anni è stato eliminato (in realtà solo sospeso…), col doppio effetto di promuovere l’esercito di mestiere e di affossare o.d.c. e servizio civile alternativo. Si tratta infatti d’un atteggiamento mentale più generale e complessivo, che antepone la valutazione etica e socio-politica dei fini e dei mezzi a qualsiasi altro criterio di scelta. Parlarne 45 anni dopo significa inevitabilmente  essere diventati più vecchi e brontoloni, ma sfido chiunque a contraddire la mia affermazione come frutto di pessimismo senile o di abituale sfiducia nei riguardi delle nuove generazioni.

La colpa dello smarrimento della capacità – e della voglia – di obiettare in base alla propria coscienza e di opporre il proprio ‘signornò’ alle tante, troppe, brutture e storture che caratterizzano la nostra società, piuttosto, mi sembra ascrivibile alla diffusione d’una più generale mentalità conformista ed acritica, che privilegia l’adattamento all’esistente alla lotta per il possibile. Al ricorso ad un pensiero sempre-più-debole, che induce a svalutare o smarrire del tutto i valori essenziali e fondanti e ad accontentarsi di rincorrere l’affermazione personale o, tutt’al più, familiare. Soprattutto, ad una mancanza di proposte profondamente, ma anche concretamente, alternative ad un ‘sistema’ irremovibile ed irrinunciabile. Ricordo che parole come il verbo obiettare ed il sostantivo obiezione derivano etimologicamente:

 “…dal lat. obiectāre gettare incontro, opporre, deriv. di obiĕctus, part. pass. di obicĕre, comp. di ŏb ‘contro’ e iacĕre ‘scagliare’.” [xii] .

E’ utile precisare che il prefisso latino ‘ob-’ denota semanticamente non solo opposizione a qualcosa (contro), ma anche anticipazione (verso, in vista di ) di qualcosa di antitetico a ciò che si rifiuta. A distanza di 45 anni, purtroppo, ho la sconfortante sensazione che alla maggioranza dei nostri ragazzi non sia chiaro né il primo dato (a che cosa opporsi, perché opporsi e come farlo efficacemente) né il secondo (quali obiettivi perseguire in alternativa e quali mezzi impiegare per raggiungerli coerentemente). Se questa mia sensazione rispondesse a verità, sarebbe comunque ingiusto imputarne la colpa esclusivamente ai giovani, senza assumerci le nostre pesanti, innegabili, responsabilità.

LOCIn 45 anni, mi sembra che lo stesso movimento italiano per la pace – pur tenendo conto dei suoi oggettivi limiti, dovuti ad evidenti diversità ideologiche di fondo e a differenti storie –  non sia stato capace di uscire dall’alternativa paralizzante tra testimonianza personale ed impegno politico attivo, continuando ad oscillare tra iniziative di diffusione di idee e principi generali e mobilitazioni contro specifici eventi bellici. Un secondo peccato originale, a mio giudizio, è stato quello di essere raramente riusciti a coniugare i tre elementi fondamentali per una cultura alternativa (ricerca sulla pace, educazione alla pace ed azione per la pace). Il terzo grosso limite, infine, credo sia stato quello di contrapporre in modo schematico una nonviolenza solo ideologica, di stampo laico e libertario, a quella di natura etico-religiosa. Si è così perpetuata una frattura originaria a tutto vantaggio di chi, in questi anni, sovente si è opportunisticamente appropriato del pacifismo per  propri fini ed in modo strumentale. Il risultato, 45 anni dopo, è sotto gli occhi di tutti: aumento delle spese militari, professionalizzazione delle forze armate, permanenza e potenziamento della NATO nel nostro Paese, sviluppo dell’industria bellica e militarizzazione del territorio. I ‘pacifisti’, ancora frammentati ed ultimamente tendenti ad accontentarsi di obiettivi minimali e simbolici in materia di difesa civile, non costituiscono da tempo un polo di attrazione per i giovani, trasformandosi in un mesto aggregato di ex-combattenti per la pace e di reduci delle campagne nonviolente.

Che fare? Come uscire da questa penosa sensazione d’ineluttabile declino di una realtà che avrebbe potuto fare la differenza nella nostra politica ed imprimerle una svolta autenticamente alternativa? Ovviamente non dispongo di soluzioni ideali né di formule magiche per recuperare tempo e spazio perduti in questi ultimi decenni. Sono però convinto – come ho detto e scritto in altre occasioni – che il rilancio del movimento pacifista in Italia debba coinvolgere altre componenti, a partire dalle organizzazioni ecologiste e dalle realtà che fanno politica dal basso, sperimentando modalità di azione diverse  e più creative. L’ecopacifismo – sul quale mi sono in particolare soffermato [xiii]  è a mio avviso il terreno che maggiormente consente di unire le forze il un progetto comune. Ci sono poi le battaglie portate avanti da associazioni e centri sociali ed altre esperienze di autogestione e di opposizione collettiva a violenze e soprusi, che potrebbero utilmente contribuire a risvegliare la coscienza di tanti giovani dalla rassegnazione e dall’adattamento in cui li si vorrebbe far sprofondare. Essere obiettori, infatti, significa rifiutarsi di collaborare con qualsiasi realtà di violenza, d’ingiustizia e di oppressione, opponendosi attivamente ma anche contrapponendo ad esse un programma costruttivo che delinei e progetti l’alternativa a ciò che si rifiuta. La globalizzazione e la possibilità di acquisire consapevolezza di tutte le problematiche che ci circondano avrebbero potuto contribuire alla maturazione della coscienza personale ed alla mobilitazione collettiva. Fatto sta che le fin troppe informazioni che si accavallano nel nostro cervello grazie a TV e social media hanno purtroppo conseguito l’effetto opposto, facendoci sentire insignificanti ed impotenti, affievolendo il nostro senso di responsabilità e neutralizzando così volontà e capacità di reagire.

images (1)Anche in questo caso ritengo che si bisogna tornare all’ammaestramento di don Milani, quando ci ammoniva:  

“Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.” [xiv]  

Oggi, ovviamente, si tratta in primo luogo di obiettare e far obiettare alla guerra e a chi ce la impone, contrabbandandola come legittima difesa ed infischiandosene del suo ripudio costituzionale sia come “offesa alla libertà degli altri popoli”, sia come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. [xv]  Ma si tratta anche di opporre i nostri decisi NO a tante altre scelte politiche, da quelle di devastazione ambientale a quelle di speculazione finanziaria; dalle decisioni che aggravano il divario sociale e le ingiustizie alle quelle che privano sempre più le persone della loro libertà di scegliere e di contare come cittadini responsabili. Ecco perché l’obiezione di coscienza resta tuttora un fondamentale strumento di lotta nonviolenta, insieme alle altre tecniche quali la non-collaborazione, il boicottaggio, lo sciopero e la creazione di organi paralleli di gestione popolare. Ecco perché non dobbiamo permettere che il senso d’impotenza  ci pervada, rendendoci complici o comunque spettatori passivi. Mai come oggi, quindi, è tempo di obiettare, opponendo però ai nostri NO scelte alternative e costruttive. Quanto a me, tra un anno dovrò anch’io andare, come si suol dire, in quiescenza.   Certo è che per me l’obiezione…non andrà mai in pensione!

N O T E —————————————————————————————–

[i] Legge n. 772 del 15 dicembre 1972 “Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza” > http://www.serviziocivile.gov.it/menutop/normativa/legge/legge-15-dicembre-1972-n-772-norme-per-il-riconoscimento-dellobiezione-di-coscienzaabrogata-dallart-23-della-legge-8-luglio-1998,-n-230/

[ii] Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici  (1965) > https://www2.units.it/cusrp/presentazioni/milani_giudici.html

[iii] Vedi: http://www.casadelloscugnizzo.it/casa-dello-scugnizzo/ . Leggi anche: Ermete Ferraro, “L’epopea di don Vesuvio” in: Luciano SCATENI- Ermete  FERRARO, SCUGNIZZI. Dalla strada alla  dignità di persone nelle esperienze della nave scuola ‘Caracciolo’ e della ‘Casa  dello Scugnizzo,  (pp. 47-81), Napoli: Intra Moenia

[iv] Vedi : https://it.wikipedia.org/wiki/Obiezione_di_coscienza_in_Italia

[v]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_nonviolento ed anche http://nonviolenti.org/cms/

[vi]  Vedi: https://www.miritalia.org/storia/

[vii] Vedi: https://uia.org/s/or/en/1100054944  Vedi anche: https://wikivisually.com/wiki/Mario_Borrelli e https://www2.units.it/cusrp/presentazioni/UniPax/UniPax_08.pdf

[viii]  Vedi: http://www.vasonlus.it/?page_id=45634

[ix]  Vedi: http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/indices/index_39.html

[x]  Ermete Ferraro, Oggi e sempre obiezione! (16.12.2012)  >    https://ermetespeacebook.com/2012/12/16/oggi-e-sempre-obiezione/

[xi]  Don L. Milani, op. cit

[xii] Vedi: https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=obiettare

[xiii] Vedi: Ermete Ferraro, L’ulivo e il girasole, manuale per un coordinamento delle iniziative ecopacifiste, Napoli, VAS, 2014 > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

[xiv] Don L. Milani, op. cit.

[xv]  Costituzione Repubblica Italiana, art. 11 > https://www.senato.it/1025?sezione=118&articolo_numero_articolo=11

‘VAX COMPLIANCE’ ? No, grazie!

ECOLOGISMO, DIRITTI COSTITUZIONALI  E OBBLIGO VACCINALE

  1. Perché parlarne ?

images (2)Da molto tempo volevo intervenire sul tema dell’obbligo vaccinale in generale e, nello specifico, sulla recente normativa che da alcuni mesi ne estende ulteriormente l’applicazione nel nostro Paese. [i]  Ho evitato di farlo finora perché, se posso, cerco di non entrare nei discorsi che non mi vedano adeguatamente preparato in materia ed anche perché non mi andava di alimentare ulteriormente il chiacchiericcio mediatico che ha contraddistinto il dibattito su tale questione, con toni spesso sgradevolmente polemici ed intolleranti. Ovviamente io ho, e non da adesso, una mia idea in proposito. Esprimerla pubblicamente sarebbe stato però di scarsa utilità, a meno che non andasse a toccare un aspetto specifico della diatriba sulle vaccinazioni, portando argomentazioni, riferimenti e non solo opinioni. Il fatto è che questo tema mi interpella direttamente sia come ambientalista, sia come educatore e cittadino responsabile. Ecco perché mi sono deciso ad entrare nel merito della discussione, premettendo che il taglio del mio contributo non è ovviamente di tipo scientifico, bensì squisitamente politico. Con questo aggettivo mi riferisco alla evidente natura giuridica e costituzionale della questione, dal momento che – al di là di scelte personali che restano tali – ritengo che siano state fatte affermazioni discutibili sul rapporto tra obbligo vaccinale e pensiero ecologista. Ad indurmi ad occuparmi del problema, infine, ha contribuito anche la discutibile iniziativa promossa dal consigliere regionale dei Verdi della Campania, Francesco Borrelli, che si era fatto addirittura promotore di una proposta di legge – peraltro bocciata dal Consiglio [ii]– che prevedeva “ l’obbligo del vaccino per i bambini che accedono al sistema scolastico, a partire dagli asili nido”, sostenendo addirittura di voler “combattere l’ignoranza e gli esaltati”. [iii]

Non intendo certamente affermare che il mondo dell’ambientalismo sia compattamente schierato in favore della posizione opposta, bensì che le contestazioni nei confronti dell’abnorme ed immotivata estensione dell’obbligo vaccinale in Italia, bocciate sbrigativamente come oscurantiste ed antiscientifiche, hanno invece un fondamento ideologico ed una rispondenza ben precisa nell’universo ecologista internazionale, oltre che nella più autorevole letteratura medica di orientamento alternativo al dominante mainstream farmacofilo. Quello che mi ha colpito in questi mesi, inoltre, è soprattutto la stigmatizzazione aprioristica e faziosa nei confronti di chiunque si permettesse di avanzare dubbi sulla legittimità di tale operazione, mettendo su una campagna che, autoproclamatasi di ‘controinformazione’ verso le ‘bufale’ dei negazionisti, è diventata un’aggressiva caccia alle streghe contro di chi contestasse il ‘verbo’ del vaccinismo senza se e senza ma.

Eppure perplessità e dubbi sull’assoluta innocuità di tale pratica, espressi finora da rispettabili medici e perfino da docenti universitari, non erano certo una novità. Eppure proprio dall’universo ecologista, e non solo in tempi recenti, erano state formulate motivate riserve sull’utilità, validità e legittimità della pratica delle vaccinazioni imposte per legge, anche in nome di un principio universalmente riconosciuto dal diritto dell’ambiente, quello ‘di precauzione’, la cui estensione all’ambito sanitario appare del tutto ragionevole. Il punto centrale, a mio avviso, è che non si tratta di un dibattito puramente ideologico, ma di contrapposizione tra una posizione istituzionalizzata, su cui grava pesantemente l’influenza di potente lobbies, ed un mondo per sua natura minoritario, in quanto portatore di valori ed interessi alternativi a quello della medicina ufficiale e ai suoi indiscutibili dogmi. E’ per questo motivo che ho voluto fare una sia pur breve ricognizione di quanto era già stato detto e scritto in materia, soprattutto per ristabilire la verità sul rapporto tra pensiero ‘verde’ ed imposizione per legge di un obbligo vaccinale sempre più ampio. Un secondo aspetto della questione, su cui mi soffermerò successivamente, è quello della legittimità costituzionale di tali scelte, alla luce della Carta su cui si fonda la nostra Repubblica e della giurisprudenza in materia.

Contrariamente agli sfegatati supporters dei vaccini sempre e comunque, non lancio anatemi contro nessuno né mi permetto di tacciare come “ignoranti ed esaltati” quelli che la pensano diversamente da me. Il  mio è un modesto contributo alla ricerca di soluzioni di buon senso, che concilino cioè la legittima preoccupazione di chi vuol tutelare la salute pubblica coi diritti di chi non vuole però lasciare nelle mani dello stato scelte che hanno un profondo risvolto personale e familiare, soprattutto laddove le istituzioni pubbliche non siano in grado di fornire indiscutibili rassicurazioni sulla totale innocuità di questi veri e propri trattamenti sanitari obbligatori.

 

  1. Che cosa ne pensa il mondo ecologista e verde? 

images (4)Cominciamo da casa nostra. Il 25 maggio scorso, mentre il consigliere dei Verdi alla regione Campania depositava la sua proposta di legge sulla vaccinazione obbligatoria per l’accesso ad ogni ordine di scuola, Paolo Galletti (storico esponente della Federazione dei Verdi italiani, di cui è stato uno dei fondatori, che ha a lungo rappresentato sia nel Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna sia alla Camera dei Deputati) ha pubblicato sul sito nazionale questo articolo: “Decreto vaccini, una forzatura non motivata”. Il titolo è già di per sé significativo, ma che cosa esattamente contesta Galletti e a cosa attribuisce questa decisione?

“Un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) generalizzato ma non adeguatamente motivato. Infatti non sussistono condizioni di necessità ed urgenza che rendono legittimo un decreto legge. Lo stesso Governo lo ammette riferendosi alla preoccupazione per un calo delle coperture vaccinali sotto determinate soglie e non a situazioni di immediato pericolo. Ma allora perché questa scelta anomala del Governo Italiano? Per la guerra di Renzi a Grillo sui vaccini. Ma Grillo rinnega se stesso e un po’ di esponenti del suo partito e si para le terga dietro il Professor Silvestri di Atlanta, sostenitore convinto dei Vaccini Il secondo motivo probabilmente e’ dovuto al fatto che l’Italia è stata nominata per i prossimi cinque anni capofila per le strategie e campagne vaccinali nel mondo dalla Global Health Security Agenda.Quindi vuole presentarsi come repressore implacabile sul piano internazionale con il contorno di business che ne consegue.Un decreto impositivo che apre un contenzioso politico e giuridico enorme. In questo contesto e’ partita una inedita caccia alle streghe verso i medici che si permettono di sollevare dubbi sulle vaccinazioni o sulle loro modalità o sulla loro generalizzazione.” [iv]

Si tratta di un’autorevole voce dell’ecologismo italiano, che da una parte denuncia la mancanza di valide motivazioni a supporto di un provvedimento così autoritario, dall’altra non assume posizioni estremiste ma sottolinea che il clima intollerante e repressivo che si è creato intorno a tale questione impedisce “un ragionevole confronto” e “crea un’anomalia italiana sui vaccini dentro quell’Europa cui proclamiamo di volerci conformare. A tal proposito, quali sono le posizioni assunte dai vari partiti ecologisti e verdi attivi negli stati aderenti all’U.E. e raggruppati nella confederazione dei Verdi europei ? [v]   Restando in Italia, va segnalata anche la posizione nel merito assunta dai Verdi del Sud Tirolo, a firma dei portavoce Brigitte Foppa, Hans Heiss e Riccardo dello Sbarba:

“Noi Verdi sudtirolesi ci siamo sempre impegnati per la libertà di scelta informata e responsabile da parte dei genitori e seguiamo in questi giorni con preoccupazione e costernazione le notizie che giungono da Roma. Insieme a genitori e medici indignati, ci ribelleremo con fermezza contro una tale imposizione. Il diritto all’istruzione non può essere contrapposto al diritto alla salute. E in nessun caso la salute dei nostri bambini e delle nostre bambine può essere strumentalizzata per giochi di potere politico.” [vi]

Il Green Party of England and Scotland ha un programma molto dettagliato in materia sanitaria ed al punto HE 402 si afferma che esso:

“…sostiene le vaccinazioni come mezzo primario per prevenire molte malattie. Tutti i bambini dovrebbero avere il diritto a ricevere i vaccini” . In un paragrafo precedente, però, troviamo questa dichiarazione: “I servizi sanitari possono creare dipendenza da parte degli utenti, il che è di per sé malsano. Gli individui, attraverso una scelta opportunamente informata e quando sostenuti adeguatamente, possono acquisire responsabilità molto maggiori per la propria salute e per quella dei loro familiari. Tuttavia, una vera libertà di scelta non può essere esercitata senza il potere economico e politico, attualmente negato alla maggioranza.” [vii]

Europe Écologie-Les Verts, in una deliberazione del Consiglio Federale (tenuto a Parigi il 9-10.01.2016) ha approvato un’articolata mozione sui vaccini in cui il Partito, fra l’altro:

ricorda che gli ecologisti sono favorevoli a una vera valutazione dei benefici e dei rischi (cioè dei vantaggi e degli inconvenienti ) di ogni intervento terapeutico , posizione ugualmente valida per la vaccinazione umana  […]   esige  che questa valutazione si faccia in modo totalmente indipendente dalle ditte farmaceutiche che abbiano interessi alla produzione di vaccini […] fa appello a modificare al più presto la situazione per cui si utilizzano, nel quadro dell’obbligo vaccinale nei confronti di certe malattie, vaccini di cui una o più valenze non sono oggetto di alcun obbligo, il che attenta alla libertà terapeutica e favorisce indebitamente i profitti di alcune ditte […]  Intende creare un corpo statale di esperti di sanità pubblica indipendenti dall’industria farmaceutica […] per impedire ogni conflitto d’interesse al suo interno; chiede che sia valutata la necessità dell’obbligo vaccinale sul piano epidemiologico, sociologico etc. da parte di esperti indipendenti dai conflitti d’interesse dell’industria farmaceutica, poiché obbligo vaccinale non significa necessariamente che la popolazione sarà meglio coperta rispetto ad un paese in cui il vaccino è solo raccomandato…” [viii]

Infographic-The-Vaccine-Racket-1280E’ il caso di citare, a proposito dei Verdi francesi, la posizione molto più netta dell’europarlamentare Michèle Rivasi (biologa, già docente di scienze naturali nei licei e alI’Istituto Universitario di Formazione degli Insegnanti, ex direttrice di Greenpeace France ed esperta di Sanità ambientale allo stesso Parlamento europeo – dalla quale però l’EELV ha preso prudentemente le distanze. Autrice di un’iniziativa ‘scandalosa’ di contestazione dell’obbligo vaccinale. [ix] Contraria alla proposta di introduzione per legge in Francia di undici vaccini dal 2018, ha lamentato di sentirsi vittima di una sorta di “caccia alle streghe” ed in un’intervista ha rilasciato queste dichiarazioni:

“ No, io non sono ‘antivaccini’, però mi pongo delle domande…sulle nano particelle, sull’alluminio e sugli additivi presenti nei vaccini. Quando chiedo informazioni su questi argomenti, mi si risponde semplicemente. ‘Non c’è alcuna preoccupazione. Bisogna far vaccinare i ragazzi.’ Ebbene, io non sono d’accordo con questa idea […] Sono stata invitata ad esprimere il mio punto di vista ad Agnès Buzyn, la ministra della Sanità… Vado a chiederle una moratoria  sull’obbligo vaccinale. Ritengo che non si debbano assumere decisioni precipitose in materia. Prima di rendere obbligatori i vaccini, gradirei che si facessero degli studi sull’argomento da parte di un collegio di esperti indipendenti. Non dagli esperti pagati dai laboratori farmaceutici….” [x]

Bundnis90/Die Grünen  , il maggior partito Verde europeo, ha fra i suoi temi programmatici anche un capitolo dedicato alle “Impfungen”, cioè alle vaccinazioni. In questo documento – significativamente intitolato “Chi vaccina protegge se stesso e gli altri” – pur tenendo conto di gravi episodi epidemici che avevano interessato la RFT (come i 500 casi di morbillo a Berlino del 2001) si afferma tuttavia:

 “Per buoni motivi non abbiamo vaccinazioni obbligatorie in Germania. Le vaccinazioni sono sempre associate con i rischi e gli effetti collaterali e non si può essere costretti ala loro accettazione. Pertanto, il diritto all’autodeterminazione qui deve prevalere. Tuttavia, è necessaria una consulenza completa che può aiutare i genitori a prendere decisioni difficili e responsabili. […] Noi VERDI crediamo che dovremmo stare attenti con gli obblighi legali in materia sanitaria. Da un lato, il controllo è difficile – puoi, ad esempio, iscriversi a scuola non può dipendere da una vaccinazione certficata, ciò è in conflitto con l’istruzione obbligatoria. E sulla questione delle sanzioni un pozzo senza fondo si apre rapidamente, quando si pensa agli ultimi dibattiti su comportamenti sanitari inadeguati. Riteniamo molto utili le vaccinazioni, ma non consideriamo che la vaccinazione obbligatoria sia un modo appropriato per aumentare ulteriormente i tassi di vaccinazione. Informazione e trasparenza si sono dimostrati come base per decisioni responsabili e continueranno a farlo anche nel caso della richiesta di vaccini.”  [xi]

A tal proposito, Kordula Schulz-Ashe, parlamentare dei Grünen al Bundestag ed esperta in comunicazione ed educazione sanitaria, nel febbraio 2017 ha rilasciato queste dichiarazioni sulla “controversia relativa ai vaccini”:     

Le vaccinazioni sono un contributo di solidarietà alla comunità. Tuttavia, ognuno dovrebbe essere in grado di decidere da se stesso se essere vaccinato. Un dovere aumenterebbe solo la burocrazia. Si dovrebbe essere meglio informati. […] Le vaccinazioni non sono solo protezione, ma anche rischio. Pertanto tutti dovrebbero decidere in modo autodeterminato su una vaccinazione. Le persone che sono scettiche nei confronti dei vaccini non saranno convinti dei benefici della vaccinazione con la minaccia di coercizione o sanzioni.  ” [xii] 

Οικολόγοι Πράσινοι Anche gli ‘Ecologisti Verdi’ ellenici – già dal 2009 – hanno espresso i loro dubbi sulle vaccinazioni obbligatorie, con un documento intitolato: “Il vento nuovo: sfida per l’affidabilità della politica sanitaria”, di cui riporto alcuni significativi passi:

“Dobbiamo… affrontare il problema con prudenza e calma, tenendoci a distanza da panico e ansia di massa. Anche il ruolo dei media è importante qui. E ‘anche utile tenere a mente che ci sono potenti interessi, che si riferiscono principalmente all’industria farmaceutica ed alla circolazione dei farmaci, che potrebbero beneficiare di cultura di panico artificiale per promuovere attività economiche non correlate alla salute pubblica. Il benessere e la salute della società può essere garantita solo da politiche di prevenzione efficaci che affrontino le vere cause di malattie (come la dieta non sana, acqua e aria inquinate, lo stress mentale, la mancanza di sostegno emotivo)[…] La questione della vaccinazione di massa richiede un’attenzione particolare. Non possiamo non prendere in considerazione il pubblico ha espresso riserve gran parte della comunità scientifica sull’efficacia e la sicurezza del vaccino. Non accettate opinioni estreme sull’ effetto “assassina” dei vaccini, ma neppure la pressione per ampie vaccinazioni di massa che coprano la maggioranza della società.”  [xiii]

Lasciando l’Europa, è interessante citare almeno altri due casi. Il primo è quello del  Green Party of New Zealand (il Partito Verde Neozelandese), il cui portavoce in materia sanitaria, Kevin Hague, nel 2011 ha espresso in una lettera:

 il sostegno del G.P.(N.Z.) al diritto dei genitori di scegliere quali vaccini (semmai qualcuno va fatto) i loro figli ricevano senza incorrere in sanzioni economiche”. [xiv]

Il secondo caso, riportato anche dai media europei, è quello di Jill Stein, leader del Green Party of the U.S.  ed ex candidata alla Presidenza degli Stati Uniti d’America, la quale è stata duramente attaccata per aver espresso perplessità sull’obbligo vaccinale. Il quotidiano inglese ‘the guardian’, ha così riportato la sua posizione:

Stein, medico laureato ad Harvard, ha sia citato la provata importanza dei vaccini…sia suggerito che gli Americani non possono fidarsi della gente che raccomanda una vaccinazione molto diffusa […] “Come dottore in medicina, naturalmente io sostengo le vaccinazioni – ha twittato – Io ho un problema con la F.D.A. (Food and Drug Administration), essendo essa controllata dalle ditte farmaceutiche.[…] Stein ha affermato che le ‘corporations’ coinvolte nell’alimentazione geneticamente modificata hanno influenzato la supervisione governativa della medicina […] “Le agenzie di controllo sono regolarmente piene di lobbisti e di amministratori delegati aziendali. In questo modo, come al solito, negli Stati Uniti le volpi fanno la guardia al pollaio […] I vaccini dovrebbero essere trattati come qualsiasi procedimento medico. Bisogna che ciascuno di essi sia sottoposto a sperimentazione e regolato da soggetti che non abbiano interessi finanziari in merito” . [xv]

Per quanto riguarda poi il suo partito, i Verdi statunitensi, nella loro piattaforma programmatica del 2016 troviamo scritto che:

“I l G.P. sostiene un ampio raggio di servizi sanitari, compresa la medicina tradizionale, come anche l’insegnamento, il finanziamento e la pratica di approcci sanitari complementari, integrativi e riconosciuti.“ [xvi]

 

  1. Obbligo vaccinale: aspetti sanitari e criticità

images (5)Da questa panoramica sulle posizioni assunte dai principali partiti verdi in merito alle vaccinazioni imposte per legge emergono due fondamentali elementi comuni: (a) il rifiuto della scelta d’imporre dall’alto un trattamento sanitario obbligatorio, anziché informare adeguatamente e puntare sul senso di responsabilità dei cittadini; (b) la diffidenza verso politiche sanitarie non sufficientemente attente a rischi ed effetti collaterali connessi alle vaccinazioni ma, viceversa, pesantemente condizionate dalle industrie farmaceutiche. Come si vede, gli aspetti giuridici e strettamente sanitari sono strettamente connessi ad una visione ecologista da sempre aperta ad una visione olistica della medicina, attenta alla crescita della responsabilità personale e collettiva dei cittadini e preoccupata per la crescente tendenza all’utilizzo di chimica e biotecnologie ed al loro impatto sulla natura e sugli stessi esseri umani.

Ci sono però motivazioni più strettamente sanitarie alla base della resistenza di tanti cittadini a decisioni che puntino a moltiplicare i trattamenti vaccinali obbligatori, spalleggiate da campagne di martellante propaganda da un lato, e di pesante stigmatizzazione/criminalizzazione di ogni posizione contraria dall’altro. Non voglio entrare nell’aspra polemica che ha caratterizzato il dibattito sull’innocuità dei vaccini né tanto meno addentrarmi su un terreno che non mi si compete. Osservo solo che la ricorrente accusa agli ‘antivaccinisti’ – bollati tout court come ignoranti e retrogradi – di basarsi esclusivamente su dati fasulli e su ‘bufale’ mediatiche, non tiene conto sia della letteratura che fa riferimento ad un rispettabile e diffuso ambito medico alternativo (come quello della teoria e pratica dell’omeopatia), sia a studi e ricerche sanitarie forse poco conosciute, ma non per questo privi di rigore e liquidabili come ascientifiche.

Per fare un esempio, vorrei citare un recente testo curato dal prof. Paolo Bellavite (a lungo associato di Patologia Generale all’Università degli Studi di Verona), nel quale si passano in rassegna “aspetti critici e problemi aperti” relativi al rapporto tra scienza e vaccinazioni. [xvii]  Si tratta di uno scritto di 175 pagine, di cui ben 14 di bibliografia, nella quale si citano 275 studi pubblicati su riviste scientifiche d’impostazione sia omeopatica sia allopatica. Non proverò a sintetizzare le argomentazioni del prof. Bellavite, ma credo che sia utile riportarne alcune frasi che mi sembrano più significative.

“[Walter Ricciardi neopresidente dell’Istituto Superiore di Sanità], nel corso del 48° Congresso Nazionale della Società di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) ha dichiarato “L’allarme sulle vaccinazioni, lanciato più volte, stavolta sembra sia stato recepito e ha conosciuto una spinta da manuale” e ha concluso riferendosi al “decalogo” per i vaccini “Questa è l’unica chiave per arginare il pericoloso ritorno di malattie infettive dimenticate dovuto al calo delle coperture vaccinali” . A parte che non si capisce quale sarebbe il “pericoloso ritorno” (che non esiste) né di quali malattie “dimenticate” stia parlando, va notato che questo discorso agli igienisti (di cui gran parte sono medici) è stato fatto in un “simposio” inserito nel congresso SItI denominato “SPMSD”, che significa Sanofi Pasteur MSD, produttori di AVAXIM®, COVAXIS® / TRIAXIS®, HEXYON®, IMOVAX® POLIO, GARDASIL®, HBVAXPRO®, M-M-RVAXPRO®, PNEUMOVAX®23 e molti altri. […]I fattori che determinano l’epidemiologia delle malattie infettive sono tanti e variabili, alcuni nemmeno conosciuti, al punto che è impossibile fare previsioni di tal tipo basandosi sul senso comune. Questa prudenza nelle dichiarazioni pubbliche è tanto più necessaria se chi parla non esprime un’opinione personale come tante altre, ma lo fa nella veste del direttore dell’ISS. Di fatto, se è vero che c’è stato un minimo calo della copertura vaccinale, non vi è alcuna evidenza che siano comparsi casi di poliomielite e/o di difterite in numero superiore alle attese. Né si registra alcun pericolo per la salute pubblica per le altre malattie menzionate per le quali, tuttalpiù, si sono verificati pochissimi casi in persone non vaccinate e (per la parotite e recentemente anche la meningite) anche in persone vaccinate. […]Se da una parte è chiaro che internet permette la diffusione di notizie allarmistiche e non controllate, destano grosse perplessità dichiarazioni di persone che dovrebbero essere competenti, come quelle testuali della dott.ssa Nicoletta Luppi (non medico, dal 2012 Presidente e Amministratore Delegato di Sanofi Pasteur e dal 2015 Presidente del Gruppo Vaccini di Farmindustria e Presidente e Amministratore Delegato di MSD Italia, consociata italiana della multinazionale farmaceutica Merck & Co.) di fronte ad un’ampia platea di giovani al Meeting di Rimini 2016 in cui ha difeso e propagandato i vaccini.”  [xviii]

imagesDopo aver fatto riferimento al caso delle campagne di vaccinazione anti-influenzale ed anti-morbillo e ai loro punti di debolezza ed ambiguità, Bellavite cita la posizione critica di un noto studioso in materia, dimessosi lo scorso aprile da vice-direttore della sanità regionale piemontese:

L’epidemiologo Vittorio Demicheli, membro della Cochrane Collaboration ed esperto di livello internazionale, intervenendo sulla questione del piano nazionale dei vaccini ebbe a segnalare che “Nella mia esperienza di medico i sistemi di coercizione o sanzionatori, che il Ministero ha intenzione di introdurre nei confronti dei medici, non hanno mai portato a risultati positivi. Dunque, la proposta inserita nel nuovo piano non rappresenta, a mio avviso, una scelta vincente. L’unica soluzione plausibile, per superare i problemi legati alla diffidenza, comporta il rispetto di principi quali la trasparenza e l’indipendenza decisionale. Purtroppo, troppo spesso, questo non accade. L’esempio del vaccino per la pandemia influenzale e dei relativi conflitti di interesse presenti nell’Organizzazione mondiale della Sanità, rappresenta il caso più eclatante e i risultati ora sono sotto gli occhi di tutti”. “  [xix]

Tornando sulla campagna allarmistica relativa alla pretesa ‘ricomparsa’ del morbillo in Italia, se ne precisano opportunamente le effettive dimensioni, contestando puntualmente le ‘bufale’ divulgate da coloro che dovrebbero essere responsabili della sanità pubblica:

In realtà l’”epidemietta” di morbillo dei primi mesi del 2017 non ha avuto alcuna conseguenza grave e può rientrare in una normale oscillazione tipica di una malattia che compare di tanto in tanto, come è sempre stato (e le cui dinamiche sfuggono anche agli esperti). In Europa si erano verificate già due epidemie con 6-7000 casi nei primi mesi del 2010 e del 2011, senza poi nuove comparse significative e senza che nel frattempo siano cambiate le politiche vaccinali. Fino a metà maggio 2017 (con la curva ormai in discesa) si parla di 2224 casi segnalati dall’inizio dell’anno; quasi tutte le Regioni (18/21) hanno segnalato casi, ma il 92% proviene da Piemonte, Lazio, Lombardia, Toscana, Abruzzo, Veneto e Sicilia. L’89% dei casi era non vaccinato. La maggior parte dei casi (73%) è stata segnalata in persone di età maggiore o uguale a 15 anni; 139 casi avevano meno di un anno di età (nessuno ha avuto conseguenze fatali).Campagne di stampa martellanti in Aprile e Maggio hanno supportato le iniziative di un partito politico di rendere obbligatorie le vaccinazioni in modo più sistematico e massiccio. […] La disinformazione sul delicato argomento delle vaccinazioni sta minando alla base il principio di sicurezza dei cittadini e persino di fiducia nelle Istituzioni. Ciò è più grave se le dichiarazioni, vere o talvolta distorte, vengono da persone che per la loro veste istituzionale sarebbero tenute ad una massima obiettività, se non proprio competenza tecnica. O meglio: se manca la competenza tecnica un responsabile politico farebbe meglio a tacere. A “Porta a Porta” del 22/10/2014: al minuto 36’ il ministro Beatrice Lorenzin dichiara che “solo di morbillo a Londra, cioè in Inghilterra, lo scorso anno (quindi nel 2013 ndr) sono morti 270 bambini per una epidemia di morbillo molto grave”. Dati ufficiali del Governo Inglese: Nel 2013, di morbillo si è registrato 1 decesso, di un uomo di 25 anni, dopo la polmonite acuta come complicanza del morbillo”. […]  A “Piazza Pulita” del 22/10/2015 (esattamente un anno dopo): al minuto 5’,57” il ministro Beatrice Lorenzin dichiara: “Di morbillo si muore, in Europa!… c’è stata una epidemia di morbillo a Londra lo scorso anno (quindi nel 2014 ndr), sono morti più di 200 bambini …”.Dati ufficiali: Nel 2014 nessun decesso. Da 25 anni a questa parte i decessi per morbillo nel Regno unito sono oscillati tra 0 a massimo 4. Come anche in Italia.” [xx]

Il cuore del problema resta comunque la questione della reale “effettività ed efficacia” dei vaccini – di cui non si mette in discussione l’utilità in sé – e soprattutto dei loro eventuali ‘costi’ in termini sanitari, oltre che economici, per la collettività che dovrebbero difendere.

I dubbi sull’efficacia delle vaccinazioni per la mancanza di studi randomizzati non riguardano, ovviamente, l’efficacia misurabile come capacità di far aumentare gli anticorpi in un soggetto non immune, cosa che è fuori discussione. Che la vaccinazione sia una pratica capace a stimolare il sistema immunitario a produrre anticorpi è un dato indiscutibile, quasi ovvio. Ad esempio, il principale parametro per dire se un vaccino è “efficace” contro il morbillo viene oggi valutato con il titolo di anticorpi anti-morbillo nel siero di soggetti trattati col vaccino. Tale “effetto” non significa, in termini metodologicamente rigorosi, che l’aumento di anticorpi protegga realmente dalla malattia.[…] È anche noto che gli anticorpi proteggono da molte patologie infettive e non infettive, tanto è vero che si possono usare in caso di urgenza per curare ad esempio un caso di tetano o di morso di vipera. Da qui però a sostenere l’efficacia universale della vaccinazione come mezzo per prevenire le malattie infettive ce ne passa.” [xxi]

Per escludere ogni rischio ed avere una prova scientifica dell’effetto positivo dei vaccini sarebbero necessarie verifiche rigorose che, sottolinea il prof. Bellavite, non sono di fatto praticate e, in ultima analisi, sono molto difficilmente praticabili, per le seguenti ragioni:

“a) La farmacocinetica per i vaccini non è fattibile o non è credibile, in quanto non si distribuiscono in modo omogeneo nel corpo e le dosi non sono sufficienti a trovarli nel sangue o nei vari tessuti potenzialmente affetti dalla loro presenza (es. milza, linfonodi, sistema nervoso). b) Selezionare un gruppo rappresentativo della popolazione significa identificare un gruppo di soggetti adatti (sensibili alla malattia) sufficientemente grande da potersi aspettare che vi siano sufficienti casi di malattia da poter vedere una differenza tra i due gruppi A e B. Questo è impossibile per le malattie rarissime o inesistenti (es. difterite, tetano, polio). […] c) Il gruppo su cui effettuare la sperimentazione deve necessariamente appartenere allo stesso ambiente ed età del gruppo dei potenziali fruitori del beneficio del vaccino: ad esempio NON si può fare uno studio dell’efficacia di un vaccino per bambini italiani usando come soggetti-test degli adulti italiani o dei bambini africani. d) Per valutare il beneficio (o il rischio) di vaccinazioni si deve attendere il tempo in cui tale beneficio o rischio si può mostrare. Ad esempio per la vaccinazione HPV ci si aspetta che un eventuale beneficio atteso (prevenzione del cancro della cervice uterina) si manifesti molti anni dopo il vaccino. Uno studio clinico randomizzato e controllato con placebo durerebbe molti anni e sarebbe quasi impraticabile. […] e) Uno studio eventualmente fatto in passato (quando le malattie esistevano) certamente non risponde agli standard di qualità attuali, ma soprattutto era fatto in condizioni epidemiologiche e ambientali di igiene completamente diverse dalle attuali, tanto è vero che il panorama sanitario di TUTTE le malattie è cambiato negli ultimi 30 anni. f) C’è poi il caso dell’influenza, in cui la popolazione potenzialmente sensibile al vaccino è notevole […] ma lo studio randomizzato NON E’ POSSIBILE per ragioni di tempo (il virus e di conseguenza il vaccino cambia ogni anno e la sperimentazione richiederebbe tempi molto più lunghi) e di tipo etico (non si può lasciare senza protezione il gruppo di soggetti in cui l’influenza potrebbe causare gravi danni). La ragione fondamentale per cui i vaccini non sono sperimentati come i farmaci è quindi evidente al limite della ovvietà. Ma non viene detto. “  [xxii]

images (1)Gran parte delle pagine seguenti sono dedicate a fare una opportuna distinzione fra il concetto di ‘sicurezza’ dei vaccini e quello concernente invece la loro totale ‘innocuità’, equivoco su cui si basano le pretese certezze dei vaccinisti ad oltranza, contrapposte a chi nutre dubbi in proposito.

Una posizione corretta è espressa da Zanoni e collaboratori: “Se con la definizione di “vaccino sicuro” intendiamo un prodotto che è totalmente esente da effetti collaterali, allora nessun vaccino è sicuro al 100%. Esattamente come nessuna attività umana è sicura: un certo rischio, per quanto piccolo esiste in tutte le nostre attività”. Nel sito USAVaccine Adverse Event Reporting System (VAERS) sono riportate casistiche ampie ed accurate di tali eventi avversi, cui si rimanda non essendoci qui spazio di trattazione analitica” [xxiii]

Le considerazioni espresse alla fine del saggio, di cui ho solo riportato qualche citazione, mi sembrano ampiamente condivisibile e improntata a buon senso:

Per responsabilizzare la popolazione verso l’opportunità della vaccinazione, è opportuno seguire un percorso virtuoso e prudente, centrato sull’informazione, la libertà e la partecipazione. […] Una politica aggressiva delle autorità sanitarie in un campo così delicato come le vaccinazioni pediatriche potrebbe avere conseguenze gravi sul rapporto di fiducia tra cittadino e politica e persino tra cittadino e conoscenza scientifica in senso lato. La scienza è e resta strumento fondamentale per la cultura di un popolo, ma non la si può piegare a interessi di parte politica o economici, a pareri di “esperti” spacciati come verità indiscutibili o a crociate le une contro le altre armate.” [xxiv]

 

  1. Profili d’incostituzionalità dell’obbligo vaccinale 

Pur volendo prescindere dall’evidente conflitto d’interesse di chi, pur dovendo garantire efficacia e innocuità dei vaccini, risulta invece palesemente legato agli interessi economici del c.d. “Big Pharma” – di cui si è occupato fra gli altri Guido Viale in un suo articolo, pubblicato lo scorso agosto su il manifesto [xxv]credo  opportuno soffermarmi brevemente anche sugli aspetti giuridici della decisione di rendere obbligatorie alcune vaccinazioni nel nostro Paese. Abbiamo visto che simili tentativi dei rispettivi governi sono stati spesso contestati dalle forze politiche che s’ispirano all’ecologismo verde – ad esempio in Francia – ed è il caso di sottolineare che in altri stati, come in Svezia, dove la copertura vaccinale è già molto alta, le mozioni su ulteriori vaccinazioni forzate sono state rigettate dal Riksdag (Parlamento).

Il 10 maggio il Parlamento svedese ha respinto 7 proposte che avrebbero promosso le vaccinazioni obbligatorie. Il governo svedese ha deciso infatti che le politiche di vaccinazione forzata sono contrarie ai diritti costituzionali dei loro cittadini. La Svezia, invece di aderire alla pressione delle aziende farmaceutiche o delle tattiche spaventose dei media mainstream, ha adottato la decisione di rifiutare l’applicazione della vaccinazione obbligatoria ai suoi cittadini. Infatti, un tale mandato, hanno affermato, violerebbe la Costituzione del paese.” [xxvi] 

European-Forum-for-Vaccine-Vigilance-EFVVUn recente articolo di Rocco Artifoni (autore nel 2014, insieme con Filippo Pizzolato, del libro “L’ABC della Costituzione”, con prefazione di don Luigi Ciotti) affronta il tema della costituzionalità delle disposizioni legislative che impongono le vaccinazione obbligatorie. Egli fa, a tal proposito, un’interessante rassegna della giurisprudenza in materia, riportando alcune precedenti sentenze della nostra Corte Costituzionale, di cui mi limiterò a citare alcuni passi.

“Con la sentenza n. 307 del 1990, riguardante la “obbligatorietà della vaccinazione antipoliomielitica”, la Consulta ha stabilito che “un trattamento sanitario può essere imposto solo nella previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario, e pertanto tollerabili”. Ciò significa che dovrebbe essere dimostrato che le conseguenze di un trattamento sanitario obbligatorio non possano essere gravi e permanenti, perché altrimenti sarebbero intollerabili. Inoltre, la Corte afferma un principio di fondamentale importanza: “il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività non è da solo sufficiente a giustificare la misura sanitaria. Tale rilievo esige che in nome di esso, e quindi della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato, restando così legittimamente limitata la sua autodeterminazione, a un dato trattamento sanitario, anche se questo importi un rischio specifico, ma non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri”. La solidarietà verso gli altri può portare ad un obbligo per il singolo, anche in presenza di un certo rischio (che però deve essere indicato in modo preciso e non generico), ma tale costrizione trova un limite insuperabile nel diritto alla salute di ogni persona, che non può essere sacrificata per la tutela della salute altrui.” [xxvii]

Che, anche nel caso di obbligo vaccinale non rispettato da un genitore non si debba procedere in modo automatico ma sia necessario vagliare caso per caso, è quanto si ricava dalla lettura della successiva sentenza n. 132 del 1992 . Due anni dopo la stessa Consulta, con la sentenza n. 258 del 1994 ribadiva la:

“necessità di realizzare un corretto bilanciamento tra la tutela della salute del singolo e la concorrente tutela della salute collettiva, entrambe costituzionalmente garantite […] si renderebbe necessario porre in essere una complessa e articolata normativa di carattere tecnico che, alla luce delle conoscenze scientifiche acquisite, individuasse con la maggiore precisione possibile le complicanze potenzialmente derivabili dalla vaccinazione, e determinasse se e quali strumenti diagnostici idonei a prevederne la concreta verificabilità fossero praticabili su un piano di effettiva fattibilità”. [xxviii]

Il cuore del problema – cioè la conciliazione tra la dignità della persona/cittadino e le esigenze di sicurezza della collettività – è esplicitamente affrontato nella sentenza della Corte Costituzionale n. 282 del 2002:

“…la pratica terapeutica si pone all’incrocio fra due diritti fondamentali della persona malata: quello ad essere curato efficacemente, secondo i canoni della scienza e dell’arte medica; e quello ad essere rispettato come persona, e in particolare nella propria integrità fisica e psichica, diritto questo che l’art. 32, comma 2, secondo periodo, la Costituzione pone come limite invalicabile anche ai trattamenti sanitari che possono essere imposti per legge come obbligatori a tutela della salute pubblica. Questi diritti, e il confine fra i medesimi, devono sempre essere rispettati”.[xxix]

Come se non bastasse, la Consulta esplicita e ribadisce il concetto scrivendo di seguito:

“salvo che entrino in gioco altri diritti o doveri costituzionali, non è, di norma, il legislatore a poter stabilire direttamente e specificamente quali siano le pratiche terapeutiche ammesse, con quali limiti e a quali condizioni. Poiché la pratica dell’arte medica si fonda sulle acquisizioni scientifiche e sperimentali, che sono in continua evoluzione, la regola di fondo in questa materia è costituita dalla autonomia e dalla responsabilità del medico che, sempre con il consenso del paziente, opera le scelte professionali basandosi sullo stato delle conoscenze a disposizione.” [xxx]

Non mi sembra il caso di continuare a citare la giurisprudenza costituzionale relativa anche agli anni successivi, per cui riporto solo le conclusioni che l’autore dell’articolo ne trae:

“Alla luce delle sentenze della Corte Costituzionale fin qui richiamate è arduo derivare un preciso giudizio sul contenuto del Decreto Legge 7 giugno 2017 n. 73 […] Si può però ragionevolmente affermare che il consistente aumento del numero delle vaccinazioni obbligatorie (da quattro a dodici) dovrebbe essere scientificamente motivato, a maggior ragione che la scelta legislativa dell’Italia non trova riscontri in tutti gli altri Paesi europei. Inoltre, l’ampliamento dello spettro delle vaccinazioni considerate obbligatorie dovrebbe implicare un adeguato livello di accertamenti preventivi “idonei quanto meno a ridurre il rischio, pur percentualmente modesto, di lesioni della integrità psico-fisica per complicanze da vaccino”, relativamente alle dodici malattie che si vorrebbero prevenire. In altre parole, se da un lato si aumenta lo spettro della coercizione, dall’altro dovrebbe essere obbligatorio restringere il più possibile il campo dell’indeterminatezza e del rischio. L’accertamento preventivo è un principio fondamentale di precauzione, rilevante in un settore così sensibile come la salute delle persone, in particolare…di minori.” [xxxi]

images (6)Tornando alla prospettiva ambientalista dalla quale sono partito –  che è poi l’aspetto che maggiormente m’interessa sottolineare – mi sembra opportuno fare riferimento anche ad un articolo pubblicato dal periodico ecologista AAM-Terra Nuova  nel quale si sottolineano ulteriori ‘punti di incostituzionalità’ del decreto vaccini e della legge che lo ha recepito. Il documento, redatto dal gruppo di avvocati denominato ‘Giuristi per l’azione popolare’, ha stilato un elenco delle criticità del provvedimento sull’obbligatorietà di alcuni vaccini. In estrema sintesi, esse sarebbero le seguenti: 1) disparità di trattamento tra scuole dell’infanzia e scuola dell’obbligo;  2) compressione della libertà di scelta; 3) assenza di presupposti  per l’adozione del provvedimento provvisorio in forza di legge; 4) mancata previsione, a carico dello Stato, di un’equa indennità; 5) negazione al sistema di istruzione e di formazione.

Queste considerazioni, al cui sostegno nell’articolo si scrive che si è pronunciato autorevolmente anche il prof. Paolo Maddalena, dovrebbero farci riflettere seriamente su una problematica troppo sbrigativamente derubricata a questione personale o a semplice contrapposizione di scelte dettate da fanatismo antiscientifico a certezze indiscusse e indiscutibili. Concludo citando un intervento su tale spinosa questione del prof. Daniele Granara, docente di Diritto costituzionale all’Università di Genova e vicepresidente di V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), l’associazione di protezione ambientale di cui faccio parte.

Nel caso dei vaccini, appare evidente che i due diritti (che sono anche valori) non si pongono in conflitto fra di loro, essendo la ricerca scientifica tesa ad individuare le soluzioni sempre più avanzate per la tutela della salute. È altrettanto certo che la cura vaccinale sia oggetto di un ampio dibattito scientifico, non essendo possibile considerarla il livello più avanzato e sicuro che la scienza oggi abbia raggiunto per la prevenzione delle malattie. Al contrario, vi sono studi che, da un lato, dimostrano zone di rischio anche gravi della pratica vaccinale, dall’altro percorrono strade alternative di cura preventiva.In ragione di quanto sopra, la Costituzione non consente, in mancanza di una acquisizione scientifica certa ed incontestabile, l’imposizione generalizzata dell’obbligo vaccinale dei bambini in età scolare, ma attribuisce ai genitori il diritto-dovere, con consenso informato, di scegliere ogni strada scientificamente possibile per salvaguardare la salute dei propri figli nell’ambito del loro obbligo di istruire, mantenere ed educare la prole (art. 30 Cost.). Tale diritto-dovere si coniuga pienamente con i valori suindicati della tutela della salute e della libertà della ricerca scientifica, in positiva e sinergica correlazione.” [xxxii]

In sintesi, dunque, a prescindere dalle valutazioni più o meno entusiastiche sull’utilità sempre o comunque dei trattamenti vaccinali – di cui è difficile disconoscere la funzione – permangono parecchi dubbi sia sulle garanzie fornite sull’assoluta innocuità dei singoli vaccini (cosa ben diversa dalla loro ‘sicurezza’ ed oggetto semmai di  un’insufficiente ‘farmacovigilanza’), sia circa l’effettiva gravità di certe strategiche ‘emergenze’, sulla cui scorta si propone – o meglio s’impone – un numero sempre maggiore di vaccinazioni. Il terzo aspetto, infine, è la faziosa contestazione verso chiunque nutra questi dubbi, come se essi non avessero alcun serio fondamento dal punto di vista sia sanitario sia giuridico-costituzionale.  Essere ecologisti, del resto, non vuol dire solo occuparsi della tutela dell’ambiente naturale. Il vero ecologista, infatti, ha una visione globale, olistica, dei problemi e, in questa luce, anche la valutazione della positività o meno dell’obbligo vaccinale dovrebbe tener conto del fatto che il modello tecnocratico di scienza che ci viene proposto come unico va profondamente rivisto. Chiudo citando Antonio D’Acunto:

“Sul piano della teoria è evidente la distanza siderale che oggi c’è tra ricerca, sviluppo tecnologico e sua applicazione e visione unitaria della natura, la coscienza dell’appartenenza ad essa. Colmare questa distanza nel modo di pensare collettivo significa intendere ricerca, sviluppo e tecnologia nella funzione positiva di essere dentro la natura, appunto, con la sua identità, con le sue regole e con le sue leggi.” [xxxiii]

Recentemente, anche in campo fiscale, si è parlato di “tax compliance”, intendendo con questa espressione anglofila l’adempimento di un obbligo, o meglio la totale accettazione (acquiescenza) ad esso. Il termine però ha un’origine sanitaria, in quanto con ‘compliance’ ci si riferisce all’adesione di un paziente ad una determinata terapia, cioè all’osservanza da parte sua di quanto prescritto dai medici. Ebbene, essa non può e non deve essere un’accettazione automatica, supina o peggio forzata di un qualsiasi trattamento sanitario, bensì un consenso informato, ossia una scelta consapevole e responsabile.   “Vax compliance” dunque? No, grazie!

N O T E ———————————————————————————————

[i]   Testo del decreto-legge 7 giugno 2017, n. 73, in Gazzetta Ufficiale – Serie generale – n. 130 del 7 giugno 2017), coordinato con la legge di conversione 31 luglio 2017, n. 119, recante: «Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale, di malattie infettive e di controversie relative alla somministrazione di farmaci.» http://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/dettaglioAtto?id=60202

[ii] http://www.agenparl.com/vaccini-borrelli-verdi-bocciata-mozione-consiglio-lunedi-parte-discussione-vietare-accesso-allasilo-bambini-non-vaccinati/

[iii] http://www.canale58.com/articolo/rubriche/7/s-ai-vaccini-borrelli-combattere-l-ignoranza-e-gli-esaltati-ordine-dei-medici-in-campo/30821

[iv]  Paolo Galletti, “Decreto vaccini, una forzatura non motivata”, Verdi.it (25.05.2017) > http://verdi.it/decreto-vaccini-una-forzatura-non-motivata/

[v]  Per informazioni sui Verdi Europei (European Greens), nati nel 2004 e raggruppanti 34 partiti membri, cfr. https://europeangreens.eu/organisation

[vi]  Verdi Sud Tirolo, Vaccini obbligatori: un gesto quanto meno precipitoso (maggio 2017) >  http://www.verdi.bz.it/vaccini-obbligatori-un-gesto-quanto-meno-precipitoso/

[vii] Cfr. i citati paragrafi del capitolo “Health” nel programma del Green Party, scritto nel 2015 ed aggiornato nel 2017 > https://policy.greenparty.org.uk/he.html (traduzione mia)

[viii]  Europe Ecologie- Les Verts, Motion Vaccination, Conseil Fédéral des 09 et 10 janvier 2016 > http://eelv.fr/motion-vaccination/ (traduzione mia)

[ix]  “ ‘C’est une chasse aux sorcières’: l’eurodéputée Michèle Rivasi crée la polemique avec la projection d’un documentaire controversé sur les vaccins”  , France Info (fevr. 2017) > http://www.francetvinfo.fr/sante/c-est-une-chasse-aux-sorcieres-l-eurodeputee-ecolo-michele-rivasi-cree-la-polemique-avec-la-projection-d-un-documentaire-controverse-sur-les-vaccins_2052309.html

[x]  Michèle Rivasi: ‘Je vais demander un moratoire sul l’obbligation vaccinale’ > http://www.20minutes.fr/sante/2108887-20170724-michele-rivasi-vais-demander-moratoire-obligation-vaccinale

[xi]  Bundnis 90/Die Grünen, Themen: Wer impft, schützt sich und andere  (2015) >

https://www.gruene.de/themen/soziale-gerechtigkeit/2015/wer-impft-schuetzt-sich-und-andere.html (traduz. mia)

xii  Kordula Schulz-Asche, Der Streits ums Impfen (23.02.2017) > https://www.schulz-asche.de/category/gesundheit/impfen/ (traduzione mia). Vedi anche: https://causa.tagesspiegel.de/gesellschaft/sollte-es-eine-impfpflicht-geben/eine-impfpflicht-steigert-die-impfraten-nicht.html

[xiii]  Οικολόγοι Πράσινοι, Η ΝΕΑ ΓΡΙΠΗ, ΠΡΟΚΛΗΣΗ ΓΙΑ ΤΗΝ ΑΞΙΟΠΙΣΤΙΑ ΤΗΣ ΠΟΛΙΤΙΚΗΣ ΥΓΕΙΑΣ (26.11.2009) >

http://www.ecogreens-gr.org/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=654:2009-11-26-11-49-37&catid=10:health&Itemid=25 (traduzione mia)

[xiv]   Kevin Hague (G.P.N.Z.) > http://www.noforcedvaccines.org/nz-political-parties-vaccination-policies/mps-respond-to-vaccination-issue/

[xv]  Alan Juhas,  Green Party candidate Jill Stein accused of ‘anti vaxxer’ sympathies (30.07.2016) https://www.theguardian.com/society/2016/jul/30/jill-stein-green-party-vaccinations-anti-vaxxers . Vedi anche: https://www.washingtonpost.com/news/post-politics/wp/2016/07/29/jill-stein-on-vaccines-people-have-real-questions/?utm_term=.4aaec93da8e5

[xvi]  Green Party of the U.S., Platform > http://www.gp.org/social_justice_2016/#sjHealthCare

[xvii]  Paolo Bellavite, SCIENZA E VACCINAZIONI: ASPETTI CRITICI E PROBLEMI APERTI, II ediz. (15.05.2017)   > http://www.medicinacentratasullapersona.org/images/pdf/scienza%20e%20vaccinazioni%20-%20aspetti%20critici%20e%20problemi%20aperti%20di%20paolo%20bellavite.%20seconda%20edizione%2015_05_2017.pdf

[xviii]  Ivi, pp. 8- 9

[xix]    Ivi, p. 15

[xx]    Ivi, p. 24

[xxi]   Ivi, p. 45

[xxii]  Ivi, pp. 58-59

[xxiii]  Ivi, p. 93

[xxiv]   Ivi, p. 125

[xxv]   Guido Viale, “Sui vaccini e Big Pharma il muro del silenzio contro un movimento” , il manifesto  (04.08.2017) > https://ilmanifesto.it/sui-vaccini-e-big-pharma-il-muro-del-silenzio-contro-un-movimento/

[xxvi]  Maurizio Blondel, “La Svezia vieta le vaccinazioni obbligatore”, Controinformazione.info (26,05.2017) >   https://www.controinformazione.info/la-svezia-vieta-le-vaccinazioni-obbligatorie/

[xxvii] Rocco Artifoni, “Le vaccinazioni obbligatorie e la Corte Costituzionale”, Pressenza (13.06.2017) > https://www.pressenza.com/it/2017/06/le-vaccinazioni-obbligatorie-la-corte-costituzionale/

[xxviii]   Ivi

[xxix]    Ivi

[xxx]     Ivi

[xxxi]   Ivi

[xxxii]  Daniele Granara, “La vaccinazione è un obbligo?” , vasonlus.it (13.07.2017) > http://www.vasonlus.it/?p=50062

[xxxiii]   Antonio D’Acunto, Alla ricerca di un nuovo umanesimo – Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli, La Città del Sole, 2015 – p. 68

MINORI…NON ACCOMPAGNATI

La buona scuola dei docenti-vigilantes

downloadNelle scuole italiane, da un po’ di tempo in qua, non si fa altro che discutere animatamente dello stesso argomento. Del rinnovo del contratto del personale, incredibilmente fermo da 10 anni?  Degli esiti della sedicente Buona Scuola renziana, che ci ha regalato presidi-manager e docenti-staffisti? Dell’atteggiamento schizofrenico di chi, dopo aver cancellato l’ora d’insegnamento dedicata alla ‘educazione civica’ l’ha rimpiazzata dapprima con un’indistinta girandola di educazioni (alla legalità, alimentare, sanitaria, etc.) e poi con l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione all’interno di una delle due curricolari ore di storia e senza una valutazione specifica?  Oppure si discute della logica ‘premiale’ bonascolista, che tratta gli insegnanti come bambini che scrivono a Babbo Natale per mendicare umilmente bonus, ricompense e mance varie? O forse si parla  della aziendalizzazione spinta della scuola pubblica, pervasa da slogan efficientistico-imprenditoriali e sempre più invasa da postulanti privati a vario titolo (docenti di madre-lingua, istituti di certificazione linguistica, teatri e cinematografi, associazioni turistiche e culturali, club sportivi, providers informatici, formatori in cerca di pubblico e via discorrendo)?  Assolutamente no. Il problema-principe di cui si discetta nelle nostre scuole è l’uragano abbattutosi improvvisamente e improvvidamente su docenti stanchi, spesso avviliti e demotivati, ponendoli di fronte ad un obbligo ulteriore e mortificante. Quello cioè di attuare nella realtà vera di tutti i giorni – e soprattutto degli anni 2000 – una prescrizione normativa risalente al Codice Rocco, secondo la quale i ‘minori’ loro affidati dai genitori, all’uscita dalla scuola, dovrebbero essere individualmente consegnati a questi ultimi o a loro delegati.

A monte di questa incredibile querelle c’è la recente sentenza n.21593 della III sezione civile della Corte di Cassazione [i] che, a ben vedere (ma ovviamente pochi ne hanno davvero letto il testo), si limita a confermare principi giuridici preesistenti  ed un generale indirizzo estremamente rigoroso della giurisprudenza in materia di vigilanza sui minori. Ciò che molti distratti, poco informati o tendenziosi commentatori omettono, in riferimento all’ordinanza fonte del casus belli, è che la Corte suprema ha rigettato le obiezioni del ricorrente Ministero riferendosi ad una fattispecie per niente generalizzabile. Al punto 4.3. del documento, infatti, si legge: “Come rilevato dal primo giudice e implicitamente condiviso dalla Fiorentina, sussiste un obbligo di vigilanza in capo all’amministrazione scolastica con conseguente responsabilità ministeriale sulla base di quanto disposto all’art. 3 lettere d) ed f) del Regolamento d’Istituto. Le norme ora richiamate,infatti, rispettivamente pongono a carico del personale scolastico l’obbligo di far salire e scendere dai mezzi di trasporto davanti al portone della scuola gli alunni, compresi quelli delle scuole medie, e demandano al personale medesimo la vigilanza nel caso in cui i mezzi di trasporto ritardino. Sulla scorta di quanto prescritto nel richiamato regolamento scolastico il giudice di primo grado e quello di secondo grado hanno logicamente dedotto che l’attività di vigilanza della quale l’amministrazione scolastica era onerata non avrebbe dovuto arrestarsi fino a quando gli alunni dell’istituto non venivano presi in consegna da altri soggetti e dunque sottoposti ad altra vigilanza, nella specie quella del personale addetto al trasporto.” [ii]  E’ dunque chiaramente pretestuoso interpretare tale pronunciamento della Cassazione come se ne scaturisse l’incredibile quanto inattuabile imposizione d’un obbligo generalizzato nei confronti del personale della scuola, secondo il quale si dovrebbe riconsegnare ciascuno delle centinaia (in alcuni casi migliaia) di alunni nelle mani dei rispettivi genitori (o loro delegati), sì da adempiere l’obbligo di vigilanza sui minori affidati. Quelli che ritengono di sapere qualcosa di diritto e sono fautori del tradizionale motto romano “Dura lex sed lex”   obiettano però che in quest’obbligo sussisterebbe comunque, in quanto previsto dall’art. 2048 del Codice Civile. Ma che cosa c’è scritto effettivamente in questo basilare riferimento legislativo?

‘Minori non emancipati’ o studenti con doti ’imprenditoriali’?

imagesIl padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi (1). La stessa disposizione si applica all’affiliante. I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza. Le persone indicate dai commi precedenti sono liberate dalla responsabilità soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto.” [iii]  Ebbene, dopo aver letto integralmente questo articolo del Codice Civile italiano – al di là della marginale notazione d’un linguaggio che ci riporta ad una società in cui la vita ed i rapporti familiari erano ben diversi – non mi sembra che si possa dedurne le conclusioni cui sono giunti la Ministra Fedeli, molti zelanti Dirigenti scolastici e perfino parecchi docenti che, a quanto pare, conoscono poco sia i loro diritti sia i loro doveri.  A parte il fatto che l’articolo in questione si riferisce a specifiche situazioni in cui la mancata vigilanza di genitori, tutori e precettori consenta che un minore loro affidato cagioni un danno a terzi – cosa ben diversa dalla tutela della sicurezza personale dello stesso –  è evidente che ci troviamo di fronte ad un quadro normativo che non ha più credibilità nel contesto socioculturale dei nostri tempi, in cui la stessa scuola, peraltro, ha il compito di educare i ragazzi all’autonomia personale e “ad agire in maniera matura e responsabile” [iv].   Ricordo, a tal proposito, che a noi docenti delle ex scuole medie è stato richiesto di svolgere un compito ulteriore rispetto a chi vi insegnava fino a pochi anni fa, quello cioè di provvedere collegialmente alla ‘certificazione delle competenze al termine del primo ciclo d’istruzione’.  Evito di entrare nel merito della retorica tecnocratica che esalta le ‘competenze’ rispetto a conoscenze ed abilità di cui la scuola dovrebbe farsi veicolo, ma non posso fare a meno di sottolineare che nel modello ministeriale di certificazione, sono state inserite anche la seguenti: “ 9) Dimostra originalità e spirito di iniziativa. Si assume le proprie responsabilità, chiede aiuto quando si trova in difficoltà e sa fornire aiuto a chi lo chiede. È disposto ad analizzare se stesso e a misurarsi con le novità e gli imprevisti.” […] “12) Ha cura e rispetto di sé, come presupposto di un sano e corretto stile di vita. Assimila il senso e la necessità del rispetto della convivenza civile. Ha attenzione per le funzioni pubbliche alle quali partecipa nelle diverse forme in cui questo può avvenire: momenti educativi informali e non formali etc.” [v].   E’ innegabile che la giurisprudenza ci presenta casi in cui, viceversa, si considera il minore affidato alla scuola come se non potesse considerarsi un soggetto autonomo e responsabile, ad esempio nel caso in cui la stessa alta Corte ha voluto ribadire: …il principio generale che l’istituto di istruzione ha il dovere di provvedere alla sorveglianza degli allievi minorenni per tutto il tempo in cui le sono affidati e quindi fino al momento del subentro almeno potenziale della vigilanza dei genitori o di chi per loro.”  [vi]  Ebbene, anche a prescindere dalle valutazioni palesemente contrastanti espresse in sede giurisizionale, si direbbe che legislatori, giudici, ministri e presidi non si rendano conto del fatto che trattare studenti medi come irresponsabili ed incapaci marmocchi, da affidare nelle mani di genitori o generici ‘adulti’ delegati, non è il modo migliore per sviluppare in loro l’autonomia, le “competenze sociali e civiche” e, men che meno, lo “spirito di iniziativa e imprenditorialità” cui la scuola dichiara di volerli formare. La stessa giurisprudenza, peraltro, sembrerebbe aver superato l’arcaico ‘tabu’ della vigilanza sempre e comunque dei minori, giungendo a conclusioni ben diverse, come in altri pronunciamenti della Cassazione, nei quali invece si sottolinea che gli insegnanti devono ovviamente tener conto del livello di maturità degli studenti.  D’altra parte , nella giurisprudenza specifica in materia di sorveglianza sui minori da parte del personale insegnante, risulta consolidato l’orientamento (cfr. Cass. Sez .III , 4.3.77 n. 894, Cass. Sez. II 15.1.80 n. 369 , Cass . Sez. III 23.6.93 n. 6937, Trib. Milano 28/6/1999 ) che tiene in considerazione il grado di maturazione degli allievi nel valutare il contenuto dell’obbligo di vigilanza” .[vii]   

Gli ‘unaccompanied minors’ sono ben altro…

images (1)Spesso i docenti  tendono a reagire d’istinto alle…sollecitazioni provenienti dall’alto, dimostrando  talvolta una limitata consapevolezza dei propri diritti e doveri. Bisogna ammettere, d’altra parte, che non passa anno che sul travagliato microcosmo scolastico non si abbatta qualche inopinata novità, che mette in discussione gli  equilibri organizzativi e introduce elementi innovativi nella stessa didattica, costringendo stagionati maestri e professori ad adeguarsi alla meglio ad essi. Come osservavo qualche anno fa in un altro articolo [viii], siamo di fronte alla diffusa sindrome del “non capisco ma mi adeguo”, per cui si tende ad accettare supinamente crescenti imposizioni dall’alto che, alla faccia dell’autonomia dell’Istituto e del singolo docente, stanno riducendo la scuola ad un terreno su cui i vari ministri si esercitano, anno dopo anno, in una interminabile partita tipo videogiochi. Il fatto è che la realtà virtuale percepita da alti burocrati, soloni accademici e  dirigenti-manager è sempre meno frutto di esperienza diretta e sempre più derivata da arzigogolate misurazioni di efficienza ed efficacia, sulla base di parametri pseudo-oggettivi di valutazione. La loro percezione di un istituto scolastico medio – che conti cioè da 500 agli 800 allievi – appare piuttosto generica e prescinde dalle dinamiche e problematiche delle vere classi, sempre più affollate di alunni e afflitte da problemi non solo di apprendimento, ma anche relazionali e socio-economici. E’ una realtà che ci mostra un’organizzazione lavorativa e familiare dei loro genitori oggettivamente messa in crisi dall’inusitata richiesta di prelevare i figli inferiori ai 14 anni all’uscita da scuola . Gran parte di loro, infatti, già da anni  vi entrano ed escono autonomamente; semmai, è stato notato che lo fanno ancora in misura piuttosto bassa (30-40%) rispetto ai loro compagni di altra nazionalità, il cui tasso di indipendenza raggiunge il 90%.   Non è peraltro un mistero che il Contratto del Comparto Scuola – risalente al lontano 1995 ma di fatto vigente sul piano normativo – prevedeva al 5° comma dell’art. 42 che Per assicurare l’accoglienza e la vigilanza degli alunni, gli insegnanti sono tenuti a trovarsi in classe 5 minuti prima dell’inizio delle lezioni e ad assistere all’uscita degli alunni medesimi.” [ix]. Ciò non significa però che da tale ruolo di ‘assistenza’ scaturisca per i docenti l’obbligo di consegnare i rispettivi allievi nelle mani di un genitore o suo delegato, né tanto meno di vigilare su ciò che avviene all’esterno della scuola ed in orario non più scolastico, cioè alla fine delle lezioni. F. De Angelis, ricordando che la stessa norma è ripresa dal comma 5 dell’art.29 del CCNL scuola, ha sottolineato a tal proposito che “ il docente dell’ultima ora di lezione ha l’obbligo di accompagnare gli studenti all’uscita della scuola, controllando, soprattutto in caso di studenti di scuola primaria, se all’uscita ci siano i genitori dei propri studenti per la consegna. Se ancora i genitori non si presentano, i docenti devono segnalare la situazione al dirigente o al vicario, che penserà alla situazione. E comunque, se di obbligo si deve parlare, certamente non è riservato ai docenti: infatti, il CCNL comparto scuola, sancisce esplicitamente che il profilo professionale di Area A del personale ATA, che corrisponde ai collaboratori scolastici, è tenuto a rispettare le “mansioni di accoglienza e sorveglianza degli alunni nei periodi immediatamente e antecedenti e successivi all’orario delle attività didattiche.” [x]

images (3)Il paradosso è che, anziché preoccuparsi davvero del grave problema dei veri “minori non accompagnati”,  ovvero i circa 30.000 ragazzi/e stranieri (dato 2016) che da soli hanno fortunosamente raggiunto il nostro Paese e per i quali sussiste un oggettivo diritto di accoglienza e protezione [xi] , il nostro governo preferisce mettere a subbuglio i delicati equilibri dell’istituzione scolastica, chiedendo al suo personale di svolgere anche le funzioni di ‘vigilantes extra moenia’. Chi vive la realtà quotidiana della scuola sa bene che si tratta di una richiesta irricevibile e sostanzialmente ipocrita, nella misura in cui non è effettivamente praticabile. Far controllare carte d’identità di adulti delegati alla già problematica uscita di 7-800 allievi sarebbe una follia e metterebbe seriamente a rischio proprio la sicurezza degli stessi ragazzi, oltre a quella dei lavoratori della scuola. Ecco perché dobbiamo respingere al mittente quest’assurdità, evitando di approvare qualsiasi deliberazione collegiale che ci vincoli in tal senso. Anche così insegniamo la cittadinanza attiva ai nostri ragazzi.

N O T E ————————————————————————————————————

[i]  La sentenza citata, del 19.09.2017,  è riportata integralmente in: http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2017/09/19/21593.pdf

[ii]  Vedi testo dell’ordinanza cit. della CdC,  al punto 4.3

[iii] Codice Civile, art. 2048 > https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-2048-codice-civile-responsabilita-dei-genitori-dei-tutori-dei-precettori-e-dei-maestri-darte

[iv]  V. MIUR, Indicazioni Nazionali per i Piani di studio personalizzati nella Scuola Secondaria di 1° grado(2012) , p. 4 > http://www.edscuola.it/archivio/norme/programmi/media_06503.pdf

[v]  MIUR, Scheda  per la certificazione delle competenze al termine del primo ciclo d’istruzione, in: http://www.indicazioninazionali.it/J/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=8&Itemid=102

[vi]  Cfr. Corte di Cassazione, sez. I, sentenza n. 3074 del 30/03/1999, riportata in https://www.snalsbrindisi.it/documenti/doc1/cassazione_3074.htm

[vii]  Maria Cristina Paoletti, “Vigilanza sul minore e responsabilità del docente “,  Educazione e scuola > http://www.edscuola.it/archivio/ped/vigilanza.html

[viii]  Ermete Ferraro, La buona scuola che ci compete (12.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/12/la-buona-scuola-che-ci-compete/

[ix]  C.C.N.L. del Comparto Scuola (04.08.1995) >    http://www.fnada.org/FNADa%20Web/Norme/OLD/ccnl4-8-95.htm#42

[x]  F. De Angelis, “Il docente è responsabile solo se è previsto dal regolamento d’istituto!” (17.10.2017) , La Tecnica della Scuola > https://www.tecnicadellascuola.it/vigilanza-docente-responsabile-solo-previsto-dal-regolamento-istituto

[xi]  Cfr. dati relativi su: https://www.unhcr.it/cosa-facciamo/progetti-europei/minori-non-accompagnati/accoglienza-dei-minori-stranieri-non-accompagnati

 

Da Giano e san Gennaro: chiudere le porte alla guerra.

San-GennaroIn questi giorni Napoli si prepara a festeggiare ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato.   San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto un’importanza centrale rispetto alla sua stessa azione pastorale, di cui si sa ben poco.

Il sangue del Gennaro (vescovo di Benevento e decapitato a Pozzuoli) è diventato il simbolo stesso di una religione sacrificale, i cui profeti e testimoni (in greco: martyres) sono coloro che attestano la loro fede e la loro fedeltà al Vangelo anche a costo della propria vita, nella certezza che “chi avrà perduto la vita per cagion mia la troverà” (Mt 10:39) e che “il sangue dei martiri è il seme dei Cristiani [i]. La centralità simbolica del sangue – come sottolineava l’antropologo Marino Niola nella presentazione ad un libro su questo argomento [ii] – è ben nota in tutto il Mezzogiorno e soprattutto a Napoli. Un territorio ed una città che di sangue ne hanno versato in gran quantità, soggetti come sono stati per troppi secoli a invasioni e dominazioni. Una terra dove il lavoro per guadagnarsi il pane non a caso è stato sempre chiamato fatica  ricalcando il termine latino labor (fatica, sofferenza) ed echeggiando quelli francese e spagnolo travaille e trabajo. Una fatica che, citando una colorita espressione proverbiale, faceva (e spesso fa ancora) “jettà ‘o sanghe” , cosa ben diversa dal versarlo come sacrificio volontario.

Comprendiamo bene, quindi, l’innata simpatia che un popolo abituato a ‘gettare il sangue’ sul lavoro e per il lavoro, ma anche per colpa delle guerre, ha sempre provato nei confronti di un santo come Gennaro, il cui sangue è diventato segno tangibile di un’auspicata protezione ultraterrena contro le violenze quotidiane, i disastri bellici e perfino le sciagure naturali, come terremoti, eruzioni ed epidemie. Comprendiamo quindi perché i Napoletani – ed i Campani in genere – invochino da sempre il nome del loro patrono e difensore, però andrebbe precisato che Gennaro non era il nome proprio del santo martire beneventano, bensì quello di famiglia. Il vero appellativo personale in effetti non ci è noto (qualcuno ipotizza che fosse Procolo) mentre il cognome , con cui lo conosciamo, lo indicava come appartenente alla Gens Ianuaria. L’etimologia di questa denominazione si collega  quello del primo mese dell’anno, cioè Gennaio (Ianuarius), a sua volta così chiamato perché dedicato a Ianus/Giano, considerato dagli antichi Romani ‘Divum Deus/Pater’, ossia Dio e Padre degli altri Dei, divinità iniziale e principale del loro Pantheon.

giano-1Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianus, caratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (il lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, ie perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:

“Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l’altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l’atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all’uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell’Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni…” [iii]

La sacralità di questo simbolismo – che vedeva aperte le porte del tempio di Giano solo in occasione dei conflitti bellici, mentre la loro chiusura sanciva lo stato di pax – era e resta molto interessante e ci invita ad una seria riflessione di fronte ai nuovi bellici che agitano i nostri tempi. Oggi, come allora, lo folle logica distruttrice della guerra va bloccata con fermezza, chiudendo a chiave le porte all’aggressività che diventa minaccia armata o, peggio, terrore nucleare. Un’esigenza già proclamata da Virgilio,che aveva definito ‘empio’ (cioè in contrasto con lo spirito religioso): il ‘furore’ di chi crede di risolvere le cose con la crudeltà della guerra: “…dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus saeva sedens super arma”  cioé: “con duri chiavistelli di ferro saranno chiuse le porte della Guerra; l’empio Furore all’interno, seduto sulle armi crudeli …”  [iv]. Eppure noi continuiamo ad assistere impotenti alla sacrilega commistione tra ideologie di guerra e motivazioni pseudo-religiose, ma anche all’ottusa visione di chi continua a blaterare di ‘guerre giuste’ e, soprattutto, della necessità di difendere la pace con le armi. La nefasta dottrina romana del “si vis pacem para bellum” a quanto pare è dura a morire ed a poco sono serviti secoli di autorevoli appelli di pontefici e capi religiosi sull’inconciliabilità della guerra con qualsiasi fede che affermi la sacralità della vita e predichi la fratellanza.

Eppure, esattamente due anni fa, ci fu qualcuno che tentò d’inserire nelle celebrazioni in occasione della Festa di san Gennaro un concerto della banda della US Navy. Quel tentativo per fortuna fu vivacemente contrastato dal movimento napoletano per la pace ed opportunamente si decise di cancellare questo spettacolo. Come scrissi sarcasticamente sul blog in quell’occasione:

“Ma da quando il patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della marina militare americana, una specie di San GenNavy? E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a versare altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?” [v]

tempio_di_gianoPerò, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Tra le celebrazioni che precedono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, infatti, mi è capitato di leggere che l’Arcivescovo di Napoli ha presieduto questo 17 settembre una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy. [vi]   E ancora una volta mi sono chiesto ‘che ci azzecca’  il nostro venerato Patrono con fanfare stellette e fucili; soprattutto, perché si consenta non solo l’evidente commercializzazione della tradizionale festa religiosa (trasformata all’americana nel San Gennaro Day [vii]), ma perfino la sua militarizzazione. Due giorni dopo il ricordo di san Gennaro, il 21 settembre, ricorre la Giornata Internazionale della Pace [viii] – proclamata dall’ONU negli anni ’80 – ed in quello successivo è previsto a Napoli, nella sala Valeriano della Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli [ix], un incontro sul disarmo nucleare organizzato dal M.I.R.(movimento Internazionale della Riconciliazione), che in questa città si riunisce dopo molti anni per la sua assemblea nazionale 2017.

E’ un’occasione di più per ribadire che bisogna chiudere le porte in faccia a tutte le guerre e sigillarle definitivamente per quelle nucleari, ma anche che non sono accettabili confusioni tra il sangue dei martiri per la fede e quello versato ‘per la patria’, ma di cui si sono cinicamente nutriti gli interessi dell’imperialismo e del sistema militare-industriale. La pace non è solo assenza di guerre, ma quel che è certo è che l’affermazione della nonviolenza passa per la cancellazione della logica bellica e la ricerca di metodi alternativi di difesa e di sviluppo. Ecco perché, citando Gianni Rodari in una sua candida ma efficace filastrocca: “Sarebbe una festa per tutta la terra / fare la pace prima della guerra!”[x]

NOTE —————————————————————————

[i]  Q.S.F Tertulliano, Apologeticum, 50,13

[ii] L. Malafronte, C. Maturo (a cura di), Urbs sanguinum, Napoli, Intra Moenia, 2008 >  http://www.urbs-sanguinum.freeservers.com/presentazione.html)

[iii] T. Livio, Storia di Roma. Libro I cap. 19  >  http://www.deltacomweb.it/storiaromana/titolivio_storia_di_roma.pdf  – sott. mie

[iv]  Virgilio, Eneide, libro I, vv. 294-96 >  http://web.ltt.it/www-latino/virgilio/index-virgilio.htm

[v]  Ermete Ferraro, “Operazione San GenNato” (16.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/16/operazione-san-gennato/

[vi] https://www.pressreader.com/italy/il-mattino-caserta/20170917/282668982527991

[vii]  http://www.napolitime.it/101447-san-gennaro-day-sul-sagrato-del-duomo-napoli.html

[viii] http://www.un.org/en/events/peaceday/

[ix]  https://www.facebook.com/events/1744099985892166/?active_tab=discussion

[x] Stefano Panzarasa (a cura di), L’orecchio verde di Gianni Rodari – L’ecopacifismo, la visionarietà, la pratica della fantasia e le canzoni ecologiste, Viterbo, Stampa Alternativa, 2011

Maje cchiù lengua attaccata: comme dicifrà ‘o dialetto

Chesta è ‘a traduzzione napulitana – fatta ‘a Ermete Ferraro –  ‘e ll’articulo “Tongue Tied No More: Deciphering Neapolitan Dialect”, scritto ‘a Kristin Melia  e pubbrecato ô 13 ‘e giugno 2017 ‘ncopp’ ‘a revista ‘mericana ITALY MAGAZINE (http://www.italymagazine.com/featured-story/tongue-tied-no-more-deciphering-neapolitan-dialect).

 

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‘O Nnapulitano è na lengua o nu dialetto? Chi ‘o pparla e addò? E ancora, quanno s’avess’ ’a parlà Taliano e quanno ’o dialetto? L’Italia, comme stato, è na ’mmenzione bastantemente nova e quase miraculosa.  Contr’a tutte ‘e prubbabbeletà puliteche, (’o statista Conte Mettenich dicette na vota ca ll’Italia nun era nient’ ’e cchiù ‘e nu termene geografeco), ’o Stato Taliano nascette ô 1871, doppo ca paricchie state nazziunale se mettettero ‘nzieme pe furmà chello ca mo’ chiammamo Italia.

Ce vulettero quase 100 anne pecché ’o Taliano accummenciasse a addeventà ’a lengua parlata dint’ ’e ccase e p’ ’a via, ’ncopp’ ’a tutto grazzie â ‘mmenzione d’ ’a televisione e â rezza nazziunale d’ ’a RAI.  Ddio c’ajute tuttequante ’ntiempo ’e Internét – po’ essere can nun ce vo’ assaje tiempo ca parlarrammo tuttequante cu ll’ashtagghe e ll’emmoje.

Nun ce sta periculo ca ’stu fatto succede a Napule. ’O fatto è ca ê ffamiglie e ê putecare, pe Napule e ‘e pizze vicine, lle piace ’e cchiù ’e parlà Nnapulitano, ’a lengua antica d’’o Rregno d’’e Ddoje Secilie. Museciste e judece, chianchiere e barriste sciuliéano assaje spisso int’’o ddialetto lucale. Pe tutte ll’anne ca io songo stata a Napule, aggio cercato ’e tutt’ ’e mmanere, ma quase sempe a vvacante, comm’avevo ’a fa’ pe trasì int’a suggità secreta d’’a ggente che parlano ’o Nnapulitano.

E’ na lengua che nun se po’ ‘mparà. Pparlà bbuono talianamente pare quase nu ‘ntuppo pe chi vo’ parlà napulitanamente. ’Mmacenàteve nu paro ’e frobbece pigliate pe na currente cuntinua ’e vvucale, po’ tagliate e mise n’ata vota ’nzembra pe furmà na specie ’e verme sulitario lenguisteco. Ê Taliane d’’o Nnorde ’o Nnapulitano pare quaccosa che nun s’arriva a capì, però paricchie ’e lloro songo ‘ncantate d’’e ccuriose saglie-e-scinne ’e stu dialetto misteriuso.

‘A semmana passata, me songo assettata cu ’o professore Ermete Ferraro, nu canuscitore d’’o Nnapulitano, pe vedé ‘e sestimà ’e ccose. Tanto p’accummencià, io l’aggio spiato comme se po’ ’mparà ’o Nnapulitano e si ’o Nnapulitano po’ esse pure qualeficato comme lengua.

’O duttore Ferraro m’ha subbeto fatto sapé che stessa ’a quistione  si ’o Nnapulitano è na lengua opuro nu dialetto sta soda sempe ô stesso pizzo. ’O Ffrangese, ’o Spagnuolo, ’o Ppurtuese (‘nzomma, tuttequante ’e llengue rumanze) songo sulo dialette reggiunale che fanno capo ô Llatino vulgare. ’O fatto è che ’a Storia ’a scriveno chille ca venceno:  a ccà veneno ’e differenze che int’’a ‘stu munno fanno addiventà ’e llengue cchiù o mmeno ’mpurtante.

E cumunque ’o Nnapulitano – che tene certamente na grammateca unneca e na bella tradezzione letteraria – ha dda essere qualefecato comme lengua.

Mo’ comm’a mmo’, a Napule ’a differenza che passa ‘mmiezo a llengua e dialetto sta ‘nnanz’a ll’uocchie ‘e tuttequante.   Nu sacco ’e ggente arbasciuse d’esse Suddiste – paricchie ‘mmiezo a lloro cu ’a nustalgìa d’’e tiempe d’’o Rregno d’’e Ddoje Secilie… – facettero trasì ’stu fatto int’ô trascurzo puliteco, cundicenno ca ’o Nnapulitano è na lengua e pe cchèsto ha dda essere rispettata. Se po’ certamente capì a chille c’ ’a penzano accussì.

Chiammatelo comme v’aggarba, ’o Nnapulitano è na lengua allera e friccicarella, bbona pe ll’ironia e ’a cummedia. Siconno ô dr. Ferraro, ’sta lengua sarria ll’arede d’ ’a tradezzione d’ ’a cummedia grieca antica. Nun se po’ propeto nun fa’ caso ê mmosse, â museca e ô pazzià che fanno parte d’ ’o Nnapulitano. Si sulo io c’ ’a facesse a me ‘mparà ’a pparlà ‘sta lengua commilfò…

Sbenturatamente –  dice ’o dr. Ferraro – ’a ggente che scriveno bbuono ’o Nnapulitano spisso nun ’o pparlano bbuono e ’o stesso succede pure tutt’ô ccuntrario. Pe cchesto, ’a meglia cosa pe se ‘mparà ’o Nnapulitano è sulo campà ‘mmiez’â ggente che ’o pparlano e trasì cu a capa e cu ’o penziero int’ ’o scuro d’ ’o core d’ ’a lengua addò stammo ’e casa. L’abbenture c’aggio passate pe me ’mparà ’o Nnapulitano se pônno cuntà comme na specie ’e battìsemo d’ ’o ffuoco…

Appriesso veneno ’e cunziglie meje pe ffa’ a vveré ca faje o saje ’o Nnapulitano accussì bbuono p’esse nu periculo p’ ’e viche e p’ ’e vvie che vanno giranno pe ‘mmiezo Napule.

1) ’E vvucale smurzate: ’E pparole napulitane spisso smorzano ’e vvucale finale che stanno dint’ ’e soccie taliane. Chesto succede pure ’e cchiù cu ’e vierbe. Parlà Napulitano è comme si tenisse ’a dicere nu sacco ’e cose int’ ’a nu limmete ’e tiempo. ’E pparole veneno a cadé int’ ’a nu brusco ‘staccato’  p’ ’a pressa. Purzì ’a frase taliana pe traducere: “I need tu buy a house”  tene na certa languetezza (“Devo comprare una casa”), però napulitamente ’a soccia frase addeventa: “Aggi’ ‘a accattà na casa”. Capita spisso, ’nfatte, ca ’a sillaba     ‘-re’  ô ffinale d’ ’e vierbe int’ ’o Nnapulitano vene ammuzzata senza cumplimente. Accussì, quanno tenite nu dubbio, parlate ’o Ttaliano comme si jate ’e pressa e ve state mazzecanno chiù gomma ancora ’e chella ca tene ‘mmocca Sean Spicer a na Cunferenza Stampa d’ ’a Casa Janca. Na ‘mmaggena assaje puèteca, tanto pe ce capì.

2) ’O Schwa:’E vvucale ‘O’ e ‘E’ int’ ’o ffinale d’ ’e pparole napulitane sonano quase tale e quale. ‘Nfatte tutt’ ’e ddoje sonano come na ‘uh’ ‘ngresa opuro, comme ’o cchiammano ’e patute d’ ’a lenguisteca, teneno ’o suono ‘schva’.  Abbasta sulo ca penzammo pe assempio a na canzona c’ ’a sape tutt’ ’o munno, comme ‘O sole mio.  ’A vucale ‘e’ che sta â fine ’e sole e chella ‘o’ â fine ‘e mio napulitanamente teneno ’o soccio suono smurzato. Accussì se po’ quase subbeto appurà si chillo che canta ’sta canzona è o nun è nu Napulitano verace.

Pruvate a ssentere Il Volo o Luciano Pavarotti quanno cantano ’O sole mio. Isse, senz’ ’0 vvulé, prununciano sane ’e vvucale ‘o’ e ‘e’, che napulitanamente avesser’ ‘a sunà assaje smerzate.  Tuttequante sanno ca Enrico Caruso, Napulitano verace, facette granne ’sta canzona. Pirciò, ausate ’o suono schwa e po’ essere pure ca ce ’a ffacite a ffa’ credere â ggente ca tenite ammeno na socra napulitana.

3) Cantate, cantate, cantate: pare na specie ’e stereotepo e pe ‘stu fatto ’e Nnapulitane se putessero pure piglià collera. Fatt’è ca nisciuno ’e nuje (e stess’io) po’ nnià ca ’e Napulitane cantano, e pure nu sacco! Se tratta ’e pecundria, priezza o ’e leticarìa, ce sta sempe na canzona c’ha dda essere murmuriata, tammurriata o alluccata. Chella che ppiace ’e cchiù è ’O surdato ’nnammurat0, che arriva a ll’abbrucato crescendo:Oje vita, oje vita mia”. Io aggio ‘mparato ’a chella pazzarella d’ ’a socra mia ca tuttequante pônno cantà e hanno ‘a cantà cuntinuamente ’sta strufetta, pe ffa sentere a ll’ate ogne pussibbele quistione ‘e sentimente. Chi tene besuogno ’e l’emmoje quanno si’ na vecchia meza-sorda ’e 93 anne opuro, comm’a mme, na scema ’e Mmericana che nun ’a teneno fiducia manco d’ ’a fa’ vollere na caurara ’e maccarune? Nun sapite che dicere? Embé, respunnite cu ’na canzona bbona p’attaccà.

bigstock-naples-italy-january-181140646 - bis4) Pruverbie: ’Nce sta nu ditto napulitano pe tuttequante ll’accasione. ‘Mparateve quacche pruverbio e si tenite ‘a lengua ancora attaccata, abbasta ca dicite nu pruverbio cu bbastante presumenzia, ca smaniate comm’a nu puliteco spasteco e ca dimannate retoricamente: “E’ vero o no?”. ’O ditto napulitano che mme piace ’e cchiù è “Chi chiagne fotte a chi ride”. Si ’o traducimmo tale e quale int’a ll’ingrèse nun se capisce bbuono chello che vo’ dicere, cioè: ’e ccriature ca chiagneno songo geluse figlie ‘e ‘ntrocchia e vuje femmene nun l’avite propeto ’a penzà.  ‘Mparateve nu bellu ditto, facite pratteca annant’ô specchio e po’ parlate cu nu carisema assuluto e a ssecurdune. Na lista d’’e pruverbie cchiù annummenate ’a putite truvà ccà: (http://napoli.fanpage.it/i-dieci-proverbi-napoletani-piu-belli/).

5) Tenite fiducia! ’E Napulitane parlano cu assaje cunvinzione ’e nu cuofano ’e argumiente, che vanno d’ ’o tiempo che ffa nzì ô fatto si int’ ’o rraù verace s’ha dda mettere o no ’a cepolla (No!), opuro si fosse caso o no ’e fa’ cremmà nu pariente d’ ’o vuosto ch’è muorto (pure chesta risposta sarrìa nu bellu NO!). ‘O famuso commeco Totò, int’ ’e filme che facette, nun parlava napulitanamente spisso comme se tende a penzà. Comme ’o dr. Ferraro me facette capì, chello che faceva essere Totò accussì napulitano era sperciarmente ’o carisema che isso teneva. A Napule simmo canusciute pe nu sacco ’e cose, però lloco ‘mmiezo l’indifferenzia nun ce sta. Forze è cchesta ’a raggiona pecché quanno io vaco spianno ê Napulitane quanno e pecché parlano ‘ndialetto ‘mmece d’ ’o Taliano, isse nun me sanno risponnere ’e na manera pricisa. Io me fiuro c’ ’a risposta è assaje semprice. ’O Nnapulitano è na lengua pe cummencere e nuje l’ausammo pe ffa’ capì  ’e sentimiente ’e tutte ’e mmanere.

’O felosefo spagnuolo Miguel de Unamuno jeva dicenno: “Cada filologia es una filosofia”, che putimmo traducere: “Ogne filologia è na felosofia”. Cu ’stu penziero ‘ncapa, aggio spiato ô dr. Ferraro che penzava ca fosse ’o ’ssenziale d’ ’a felosofia d’ ’o Nnapulitano.      “Chesta è na dumanna defficele ’a risponnere – m’ha ditto – Napule è na cetà ’e culunizzature e pputenzie furastiere. Paricchie hanno lassato ’a marca lloro ‘ncopp’a Napule. Io penzo però ca nun ce sta dubbio ca pure nuje âmmo lassato na bbona marca ’ncopp’a lloro.“ Me songo sfurzata ’e capì comme ’stu fatto putesse risponnere a chella che io me penzavo na dimanna assaje ’struita. Mo’ però credo che ll’aggio capito.

’A meglia felosofia pe pittà  ’o Nnapulitano è stessa ’a vitalità  soja.

E’ na lengua parlata e scritta ausata ‘mmiezo a tuttequante ’e classe e tuttequante ’e riune. Ò tiempo    d’ ’a televisione e d’Internét – cu tutto ’o scamazzo e l’apparamiento lenguisteco ca se portano appriesso – ’a lengua napulitana nun tene nisciuna ‘ntenzione ’e se fa’ trascurà.  Faciteve na passiata pe nu vico sperduto ’e Chiaja opuro pe na via ’e Scampia e sentite ’o Nnapulitano che saglie ’ncoppa,’mmiezz’a l’addore d’ ’a Ggenuvese che pepetea e ’o casino che fanno ’e mezze. E’ na cosa ca nun tene classe e nemmanco tiempo. ’O Nnapulitano sta ccà pe ‘nce rummané, e che ppiacere è cchistu ccà. Mo’ nun me resta ca fa’ quaccosa pe cummencere ’e vvicine ’e casa ca saccio comme se parla.


Kristina era na ‘mpiegata pubbreca che però mo’ passa ’o tiempo sujo muvennose ’ntra Napule e ’a custiera ’malfitana. Pe ttramente, essa cucina, cumbina ‘tour’ d’ ’o vino e d’ ’e ccose ’a magnà e, ogne tanto, se mette pure a strillà ’nNapulitano. Essa porta annanze na cumpagnia che s’occupa  ’e viagge e d’ ’o magnà – chiammata “Sauced & Found”, che  â ggente che veneno a visità ’o Sudd ’e ll’Italia lle dà accasione ’e vevere ’o vino c’ ’a scusa che hann’ ’a canoscere ll’uve ’e na vota (pur’essa ausa pe sé a soccia scusa). Quanno nun se sta occupanno ’e ‘tour’ nummenate primma, se strafoca na Pizza Margarita.

 

 

Atalanta e Partenopeo

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Statua di Atalanta al Barockschloss Neschwitz

Scommetto che questo titolo vi ha lasciati un po’ perplessi. Eppure, vi assicuro, non sto evocando uno strano connubio calcistico  (anche se per un paio d’anni l’atalantino Manolo Gabbiadini ha effettivamente giocato con la SSC Napoli…), ma solo un riferimento mitologico. Racconta infatti la leggenda – ripresa da poeti come Teocrito ed Ovidio – che la piccola Atalanta era stata abbandonata dal padre su un monte. Allattata da un’orsa, non solo sopravvisse ma diventò una provetta cacciatrice, facendo fuori due centauri un po’ sporcaccioni e partecipando alla cattura del cinghiale Calidonio. Il padre alla fine la riconobbe, ma le impose di sposarsi e di smetterla di fare il maschiaccio. Atalanta, che era un tipetto tosto, sfidò allora i suoi pretendenti ad una gara di corsa, precisando che avrebbe sì sposato l’eventuale vincitore, però avrebbe anche fatto fuori i perdenti. Eppure trovò un giovanotto più furbo di lei (Melanione per alcuni, Ippomene per altri) che, protetto da Afrodite, le fece perdere la gara distraendola col trucco delle tre mele d’oro del giardino delle Esperidi, lasciate cadere opportunamente lungo il percorso. Atalanta, conquistata dal giovanotto, scoprì così che non si vive di sola caccia e che anche l’amore ha una sua attrattiva, tanto che non esitò ad appartarsi con l’ex rivale nel tempio di Cibele. Secondo una versione della storia, Afrodite, sdegnata per l’ingratitudine del ragazzo e per la profanazione del luogo sacro, avrebbe trasformato entrambi in leoni, impedendo loro di accoppiarsi, in base ad una credenza di quei tempi. Secondo un’altra versione, essi invece si sarebbero sposati e sarebbero vissuti felici e contenti. Non solo, ma Atalanta avrebbe dato alla luce un bel bambino che – in ricordo della prolungata verginità della madre – fu chiamato…Partenopeo. Questi sarebbe poi diventato il più giovane partecipante alla famosa spedizione dei Sette contro Tebe, difeso dalle frecce infallibili donategli da Artemide, ma osteggiato dalla solita Afrodite, protettrice dei Tebani.

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Statua della sirena Partenope – Napoli

Questo paraustiello mi è servito ad introdurre un’esperienza molto particolare, che ho vissuto in questi giorni e mi piace condividere. Forse qualcuno dei miei 25 lettori ricorda un articolo (Napolitudine: due segnali positivi), che avevo postato sul mio blog a febbraio dello scorso anno. Nel secondo esempio che portavo di ‘segnali positivi’ per una ripresa d’un sano ‘orgoglio partenopeo’, infatti, c’era quello di una signora napoletana residente a Bergamo che si mi aveva contattato, augurandosi di tornare nella propria città ma, soprattutto, di riportarvici i figli, il più grande dei quali – affetto da napolitudine  – avrebbe avuto piacere di frequentare la scuola statale del Vomero dove insegno lettere e svolgo anche un corso di lingua e cultura napoletana. Ebbene, lo scorso settembre questo loro ‘sogno’ si è finalmente avverato ed ora il ragazzo (che simbolicamente chiamerò Partenopeo…) è uno degli alunni della seconda  media a indirizzo musicale di cui sono il docente coordinatore. Ovviamente gli ci è voluto un po’ per ambientarsi in un contesto piuttosto diverso (aveva frequentato fin da piccolo un esclusivo collegio bergamasco…), ma è contentissimo di questo ‘ritorno’ ed ha ben socializzato con i suoi nuovi compagni/e. Il bello è che Partenopeo ha comunque mantenuto un buon rapporto con la sua vecchia classe (che chiamerò Atalanta…), tanto che sua madre mi ha informato che l’intera ‘squadra’ bergamasca sarebbe presto venuta in trasferta a Napoli in visita d’istruzione,  per ammirare le bellezze della nostra città ma anche per incontrarlo e fare festa con lui.  Beh, sarò un sentimentale, ma la cosa mi ha colpito e commosso. Soprattutto vi ho colto l’aspetto simbolico d’un momento d’incontro e, perché no, di riconciliazione tra due realtà molto diverse da tanti punti di vista, ma affratellate da altri aspetti, a partire dalla comune età e condizione di studenti.

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Ermete con M. de Giovanni

Il momento magico dell’incontro-gemellaggio fra le due classi si è concretizzato pochi giorni fa, suscitando nella famiglia di Partenopeo un contagioso entusiasmo e al tempo stesso un po’ di ansia, pur di assicurare agli ospiti bergamaschi una permanenza piacevole ed un memorabile ma anche divertente momento di scambio. Illustre testimonial di questo simpatico e simbolico ricongiungimento tra Atalanta a Partenopeo  (insieme con i suoi nuovi compagni) è stato nientemeno che il famoso scrittore Maurizio de Giovanni, napoletano verace ma conosciuto ovunque per i suoi affascinanti romanzi polizieschi, recentemente riproposti anche dal serial ‘Bastardi di Pizzofalcone’. Grazie alla mediazione di un libraio vomerese, infatti, de Giovanni ha cortesemente accettato di venire ad incontrare le due classi, intrattenendosi per quasi due ore con loro, coi rispettivi docenti (napoletani e bergamaschi) e con gli altri partecipanti, sul valore fondamentale della lettura per suscitare quella immaginazione che la società dei consumi sta sempre più mortificando e disincentivando. Il libro, da sempre veicolo di scoperta autonoma e personale della realtà, ha spiegato ad un pubblico attentissimo ed affascinato dalle sue parole, può e deve essere per i ragazzi il vero antidoto alla pigrizia mentale ed all’atrofizzazione del ‘muscolo’ immaginativo, indotta dall’eccesso di messaggi standardizzati, che fanno leva esclusivamente sulle immagini dei film e dei videogiochi, lasciando ben poco alla fantasia ed agli altri sensi.  E’ stato un momento davvero magico, che ha catturato l’attenzione dei presenti ed ha suscitato un interessante e vivace scambio successivo tra il pubblico e lo scrittore che, fra l’altro, si era soffermato anche sugli aspetti meno noti di Napoli.

Il giorno successivo – stanchi per una intensa giornata di visita al centro antico ed a Pompei –  i ragazzi/e dell’Atalanta hanno nuovamente incontrato i nostri Partenopei, ma in modo più informale ed intorno ai tavoli di uno dei tanti locali dove ognuno sceglie il suo panino e si diverte a scambiare quattro chiacchiere con gli amici, compatibilmente col livello dei decibel che si raggiunge di solito in queste circostanze conviviali.  E’ stato un altro momento di grande cordialità, che ha consentito anche a noi altri insegnanti di conoscerci un po’ e di confrontarci sui comuni problemi come genitori e come docenti. Ma di cose un comune fra Bergamo e Napoli – come avevo accennato il giorno prima nel mio intervento, prima di dare la parola a Maurizio de Giovanni – ce ne sono parecchie, anche se non si direbbe. Alla faccia degli stereotipi e degli atteggiamenti sprezzanti ed ostili di chi ama seminare zizzania, pur trattandosi di due realtà geograficamente ed urbanisticamente assai differenti, non sono poche le similitudini.  Certo, Bérghem ha circa un decimo degli abitanti della seconda, vanta radici gallico-traspadane e non certo

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De Giovanni all’incontro in libreria tra le classi di Bergamo e Napoli

greche ed è attraversata da corsi d’acqua piuttosto che affacciarsi sul mare ma, a ben guardare, si possono riscontrare anche alcuni parallelismi. Ad esempio, entrambi le città sono divise in una parte alta ed in una bassa; si fregiano di uno stemma civico con gli stessi colori (oro e rosso); ospitano musei ed un orto botanico e, particolare simpatico, le due zone urbane sono collegate da funicolari. E poi, basta fare una piccola ricerca per accorgersi che personaggi nati a Bergamo sono di casa a Napoli, dove sono state loro intitolate alcune strade. E’ il caso di grandi artisti che abbiamo in comune, come il pittore Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571-1610), l’architetto Cosimo Fanzago (1591-16178) ed il musicista Gaetano Donizetti (1797-1848).

Ciò significa che i nostri ragazzi, dopo questo incontro, quando si troveranno davanti a famosissime tele del Museo di Capodimonte come la Flagellazione di Cristo del Caravaggio, o alla marmorea Guglia di S. Gennaro alle spalle del Duomo di Napoli, oppure  assisteranno nel San Carlo ad opere come la Lucia di Lammermoor e l’Elisir d’amore , ricorderanno che gli autori di questi capolavori non appartengono né a Napoli né a Bergamo, ma all’umanità intera. Ciò non significa che non debbano andare fieri della propria città e non abbiano il diritto di rivendicare il rispetto della loro identità culturale. Al contrario, un po’ controcorrente, io continuo a pensare che amare e rispettare le proprie radici non abbia niente a che fare con atteggiamenti discriminatori ed ostili nei confronti degli ‘altri’. A proposito di identità e di radici, ho scoperto con piacere che anche a Bergamo si coltiva questo sano interesse per le lingue e le tradizioni locali. Nessuno più di me, che da un decennio cerco di salvaguardare la lingua napolitana insegnandola anche ai ragazzi delle scuole medie, può apprezzare il fatto che sia stata promossa una ‘Scuola di dialetto bergamasco’ e che ci sia chi si preoccupa di conservare detti e proverbi di quella tradizione popolare. Al termine dell’incontro conviviale tra le due classi, ho perfino suggerito ad uno dei miei alunni di recitare un tipico modo di dire bergamasco, come simbolica offerta di amicizia verso i giovani ospiti. Il guaio è che la frase che avevo scelta (“A ülis bé se spent negot” cioè: “A volersi bene non si spende nulla”) è caduta nel vuoto, poiché anche i ragazzi cui era stata rivolta – non praticando più il dialetto – non avevano la minima idea di cosa significasse…

In ogni caso, sono soddisfatto che questa visita-gemellaggio abbia, nel suo piccolo, contribuito a creare ponti di amicizia ed a demolire muri di diffidenza reciproca. E tutto questo grazie al loro – ed ora nostro – Partenopeo, intorno al quale si è ricucito un rapporto e si è dato un bel segno di amicizia. Di questi tempi, scusate se è poco…

© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com )

NA-POLI DI SVILUPPO

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Da sx: Ermete Ferraro, Aldo Pietrosanti, Stefano De Falco e Amedeo Colella

Ho recente partecipato alla presentazione – nella libreria ‘Iocisto’ di Napoli – d’un libro molto originale e stimolante, scritto da Stefano De Falco, brillante ingegnere e ricercatore universitario. Già il titolo (VESUVIUS VALLEY: Perché Napoli è la città più innovativa al mondo!? [i] ) incuriosisce e provoca il lettore, sfidandolo a cercare nelle pagine interne quanto è vero ciò che suggerisce anche la vivace immagine di copertina di Lello Esposito, dove campeggia un eruttante Vesuvio che lancia in aria una rossa mela annurca. In  effetti, come scrive Amedeo Colella nell’introduzione: «…questo libro smonta i luoghi comuni legati alla neapolitan way of life restituendo valore e dignità a quelle che vengono da molti considerate icone folkloristiche […] Anzi gli oleografici luoghi comuni della napoletanità nel libro divengono i veri volani di innovazione.» [ii]

L’uso da parte dell’autore, fin dal titolo, di svariati punti interrogativi ed esclamativi lascerebbe pensare ad una tesi che, pur argomentata con dovizia di ragionamenti e documenti, racchiude comunque una sfida al lettore, invitato a collegare dati di per sé eterogenei per verificare un’ipotesi di lavoro suggestiva ma niente affatto scontata. Non a caso si tratta di un’applicazione ‘in corpore neapolitano’ della teoria ideata da uno  studioso statunitense, Richard Florida, secondo il quale i nuovi parametri fondanti dello sviluppo locale e dell’innovazione sarebbero creatività, multiculturalità e tecnologia, riassunte nella formula delle 3T (Talent – Technology – Tolerance).[iii]  In base al ‘teorema Florida’ e smentendo clamorosamente stereotipi e convinzioni dure a morire, Napoli rappresenterebbe quindi fucina di cambiamento e polo d’attrazione per chi ritiene che un ‘creative people climat’ sia un’irrinunciabile precondizione per proporre progetti innovativi.

Da ambientalista di formazione eco-sociale, ammetto che questo rimescolamento di carte da parte degli economisti mi lascia perplesso, poiché v’intravedo il rischio della strumentale razionalizzazione d’una situazione di fatto, ‘indorando la pillola’ del mancato sviluppo mediante il ricorso a fattori altri. In una società post-industriale e sempre più svuotata della protezione sociale da parte del welfare state, ad esempio, credo sia innegabile che faccia comodo riscoprire ‘valori’ come il vicinato, la solidarietà e l’interazione a livello locale, rinominandoli magari con accattivanti nomi inglesi come social street o social networks,  Lascia ugualmente dubbiosi, poi, la nuova tendenza a riabilitare come ‘creativo’ ciò che per decenni è stato invece tacciato come prodotto di sottocultura, sottosviluppo, cioè come bieco folklore.  Non c’è dubbio che riscoprire la tradizionale ‘arte di arrangiarsi’ dei Napoletani come manifestazione di ‘creatività’ rappresenti un compenso morale rispetto alla costante denigrazione cui essi sono stati sottoposti, ma non mi sembra che questa tardiva ‘conversione’  cambi la sostanza d’una condizione di marginalità e subalternità cui Napoli, e l’intero Mezzogiorno, sono stati condannati a permanere per oltre un secolo.

Fa quindi sicuramente piacere questa ventata elogiativa nei confronti del vulcanico talento e dell’accogliente tolleranza della gente di Napoli. Risulta altrettanto stimolante il ricorso a  tradizionali topoi come il bar e la piazza per evocare nuovi crocevia di coesione sociale, di comunicazione e di sviluppo locale. Rimane però l’interrogativo sulla reale efficacia di questi nuovi aspetti ai fini della proposta d’un modello di sviluppo che sia davvero alternativo. Mi riferisco cioè ad una modalità di produzione e consumo radicalmente diversa, che tenga conto degli equilibri ecologici, esca dalla scala macro e dalle distorsioni della globalizzazione  ed utilizzi parametri diversi da quelli capitalisti, a misura d’uomo e rispettosi di valori fondamentali come il benessere, l’equità e la solidarietà. Per dirla con Roberto Mancini:  «Non nasciamo per competere, produrre, lavorare, accumulare e poi morire, non è questo il destino umano. Se mi convinco profondamente di ciò non accetto più un’economia capitalista e allora cambiano gli stili di vita, le scelte quotidiane.» [iv]

17343052_10210865028854006_651149864055031409_n Il depauperamento del meridione, la preoccupante crescita delle disuguaglianze ed il calo degli investimenti e dei consumi al Sud, in verità, non lasciano intravedere un futuro roseo per chi vive dalle nostre parti. Lo ammette onestamente lo stesso De Falco, anche se opportunamente sottolinea che l’Unione Europea – con piano Junker – sta puntando su settori strategici nei quali il Mezzogiorno d’Italia potrebbe viceversa svolgere un ruolo centrale, come ad esempio: ambiente, energia, infrastrutture sociali, trasporti e ricerca. A tal proposito, ad esempio, cita l’esempio del ‘Patto territoriale per il Miglio d’Oro’, nel quale storia ed arte (le splendide ville vesuviane) hanno già saputo  coniugarsi felicemente con la ricerca tecnologica avanzata (pensiamo a strutture come l’ENEA ed a centri di ricerca come l’IMAST e l’IMCB). Il terzo aspetto di questo sviluppo locale, oggetto specifico del Patto, sarebbe dovuto intervenire su altri aspetti più critici – quali mobilità, efficienza della P.A., valorizzazione delle risorse artistico-ambientali ed imprenditorialità – ma proprio su questi terreni sta procedendo molto più lentamente.

Non a caso, infatti, fra i cinque indicatori di creatività (le 5C) di cui ci parla De Falco, quelli che costituiscono le weaknesses di un piano di sviluppo locale nel Sud si riferiscono al ‘capitale istituzionale’ (sistema giuridico e tasso di corruzione), a quello ‘umano’ (il livello d’istruzione dei lavoratori) ed a quello ‘sociale’ (la fiducia nelle istituzioni e la cooperazione).  I punti di forza, viceversa, sono correlati  a quel ‘ciclo della creatività’ che è un’effettiva caratteristica della gente del Sud – e dei Napoletani in particolare – con ritorni di tipo sia economico sia non economico. Anche in questo caso, precisa Stefano de Falco, per realizzare quella che è stata definita ‘economia della conoscenza’ occorre però stimolare aspetti che esulano dal puro e semplice talento creativo, appartenendo piuttosto alla sfera della socialità e dell’organizzazione.

«L’indice di creatività generalmente impiegato nella Silicon Valley è orientato a rilevare il valore delle infrastrutture culturali e sociali, a rilevare il grado di partecipazione degli individui  alla vita culturale ed è orientato a valutare l’azione delle politiche culturali e gli investimenti stanziati per promuovere e sostenere la creatività.» [v]

Pur condividendo in gran parte questa analisi, credo che lo stesso termine ‘economia della conoscenza’ ed i parametri ad essa correlati (flessibilità del lavoro, specializzazione flessibile dei prodotti e rapporto qualità-costo) restino comunque all’interno di un modello di sviluppo convenzionale e tecnicista, dove l’elemento umano e comunitario  sono fattori qualitativi importanti, ma non centrali.
Il libro di De Falco, d’altra parte, ci apre nuovi orizzonti, non limitandosi a segnalare gli ambiti in cui Napoli ha svolto e svolge un ruolo già innovativo e trainante (come il polo aerospaziale, tessile ed agro-alimentare), ma ipotizzando una nuova stagione d’investimenti in settori nuovi, come quello delle tecnologie informatiche (vedi il caso della Apple) e dell’alta moda (con marchi come Dolce e Gabbana). Altri aspetti sicuramente positivi in tal senso sono le progettualità riferite alla realizzazione di smart cities ed alla eccezionale diffusione di esperienze di start-up, per le quali Napoli occupa il 5° posto in Italia. Altro fattore di sviluppo per Napoli resta poi la gastronomia tipica, dove si coniuga tradizione ed innovazione,  valorizzando l’alta qualità delle materie prime con la ben nota sapienza artigiana.

sole«Il Vesuvio, la pizza, il caffè, il mandolino, sono elementi che concorrono al carattere innovativo della città di Napoli, non devono essere ritenuti né alternativi perché folkloristici né, però, sostitutivi.  Due esempi a caso tra i tantissimi che se ne possono fare: le botteghe artigianali di San Gregorio Armeno dove si creano i pastori presepiali e il centro Cesma dell’Università Federico II, nel quale ci sono tra le attrezzature più avanzate d’Europa, coesistono e devono coesistere quali fattori complementari di un unico sistema urbano che vede così Napoli città innovativa.»[vi]

Oltre ad offrire anche una ricca bibliografia, il libro di Stefano de Falco costituisce perciò una preziosa risorsa per riscoprire ed approfondire molti aspetti eccezionali d’una Città che non ha mai smesso di stupire per la sua capacità innovativa e spettacolare. Che si tratti di risorse ambientali, storiche, artistiche o tecnico-scientifiche,  infatti, Napoli ha infatti lasciato una traccia indelebile nella sua lunga storia, pur tra mille contraddizioni e gravata da due pesanti limiti strutturali. Da un lato lo sfruttamento e la marginalità cui è stata sottoposta quando ha perso la sua autorevolezza e centralità di ‘faro’ del Mediterraneo, dall’altro l’incapacità di reagire a decenni  di malgoverno e sottosviluppo grazie ad un modello economico alternativo: sostenibile, creativo, auto centrato e comunitario.

«Dunque il dibattito non è economia di mercato sì o economia di mercato no. Diversamente , il dibattito deve incentrarsi su quale ruolo debba essere attribuito al mercato e quale fisionomia dargli. […] Deve occuparsi di ciò che non intacca la dignità umana e deve essere fortemente regolamentato, affinché non entri mai in rotta di collisione  con le priorità sociali, con le esigenze ambientali, con i diritti dei lavoratori e dei consumatori. Deve essere trasparente e fortemente ancorato all’economia locale…» [vii]

Il merito di De Falco, dunque, è aver fatto riscoprire a tutti noi quanto Napoli ha già saputo dare e fare e quanto ancora abbia da dare e fare, grazie alle sue tante risorse ed alla vulcanica creatività dei suoi abitanti. Saperle indirizzare nel senso giusto è compito di chi ci amministra, ma anche di una comunità sempre più consapevole, innovativa ed attiva.

N O T E ———————————————————————————————–

[i]  Stefano De Falco (2016), VESUVIUS VALLEY – Perché Napoli è la città più innovativa al mondo!?, Napoli, Cultura Nova Edizioni

[ii]  Amedeo Colella, Introduzione , in: De Falco, op. cit., p.15

[iii]  Per maggior notizie su R. Florida visita: https://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Florida  –  http://www.creativeclass.com/ –  http://www.citylab.com/authors/richard-florida/

[iv]  Roberto Mancini (2015), Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli

[v] De Falco, op. cit., p. 116

[vi]  Ivi, p.197

[vii]  Franco Gesualdi (2005), Sobrietà. Dallo spreco di pochi ai diritti di tutti, Milano, Feltrinelli, p. 122

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© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com/ )

Tanti o quali auguri ?

images-1La parola più pronunciata e scritta in questi giorni è sicuramente ‘auguri’. E’ probabile che chi la dice e ripete creda di conoscere già il senso di questo vocabolo oppure, più semplicemente, che non si preoccupi affatto di approfondirne il significato. Visto che siamo giunti all’inizio del nuovo anno, periodo in cui gli auguri si sprecano, mi sembra però il caso di capirci qualcosa in più, cercando l’origine della parola in questione, la sua etimologia. Molte persone, in particolare quelle che hanno fatto studi classici, sono convinte che il vocabolo abbia un diretto rapporto con la figura degli augures, autorevole collegio di sacerdoti che, nell’antica Roma, predicevano il futuro ispirandosi a vari segni, tra cui il volo degli uccelli, il loro modo di nutrirsi ed i loro richiami. [i] L’osservazione degli uccelli (in lat. aves) e del loro comportamento, in effetti, è stata a lungo uno dei punti fermi di coloro che, in varie civiltà antiche, affermavano di essere in grado di predire gli eventi futuri. Se così fosse, la parola latina av-gurium ci ricondurrebbe proprio alla radice di aves, costituendo di fatto un sinonimo del latino – e poi italiano – ‘auspicio’. Tale vocabolo, infatti, derivava sicuramente da aves, con l’aggiunta di “spicium”, e indicava appunto l’arte magica dell’osservazione degli uccelli a scopo vaticinatorio.

Tale suggestiva tesi etimologica è stata però superata da quella che invece riconduce la parola ‘auguri’ alla radice del verbo latino augere (e prima ancora di quello greco àuxein), col significato di: ‘aumentare’, ‘accrescere’.[ii]  Stando così le cose, formulare un augurio non significa scrutare generici segni premonitori del futuro o ‘auspicare’ qualcosa di buono, bensì attendersi un oggettivo miglioramento, principalmente sul piano quantitativo, della propria situazione e/o di quella altrui. Dalla stessa radice greco-latina aug-, peraltro, derivano parole come ‘autore’ ed ‘autorità’ (nel senso originario di persona capace di accrescere il sapere o il potere degli altri [iii]), ma anche ‘ausilio’, cioè aiuto, sostegno. Fare gli auguri a qualcuno, dunque, è più impegnativo di quanto sembri, poiché significa manifestare la speranza che essi aumentino il loro benessere. Ciò spiega perché gli auguri prevedono un’ovvia reciprocità, per cui resteremmo male se chi li riceve da noi non ce li ricambiasse prontamente. La verità, più prosaicamente, è che il vero augurio ognuno lo fa in fondo a se stesso, sperando che tale rituale formula propiziatoria possa portargli bene, aumentando la sua fortuna ed accrescendo la sua autorevolezza.

Fatto sta che, pur non volendo discutere la concezione un po’ magica, o quanto meno pagana, evocata da questo termine, tale concetto rimane essenzialmente di ordine quantitativo. E’ vero che perfino per i sentimenti e gli affetti si è prevista una formulazione del genere (penso, ad esempio, alla frase un po’ sdolcinata ma spesso citata: “Ti amo oggi più di ieri e meno di domani” [iv] ), ma mi sembra evidente che il concetto di ‘crescita’ si riferisce più opportunamente a cose più concrete e materiali. Solo esse, in effetti, possono essere misurate, ponderate e valutate con precisione. I termini paralleli all’italiano ‘augurare’, come il francese souhaiter e l’inglese to wish , invece, risalgono a radici lessicali differenti. Nel primo caso, all’antico francese ‘sohaidier’ (promettere senza troppo impegno) e nel secondo all’antico alto tedesco ‘wunschen’ (formulare un desiderio). Nella nostra lingua, il desiderio espresso dal verbo prevede una realizzazione quantizzabile in termini di ‘aumento’, ben attagliandosi ad una società che continua a identificare lo sviluppo con la ‘crescita’, ovviamente illimitata (la parola d’ordine non è infatti la formula “No limits”?), teoricamente accessibile a tutti e, comunque, di ordine materiale.

images-2Ma è davvero questo che vogliamo e possiamo ‘augurare’ a noi stessi ed al nostro prossimo? Non avvertiamo un che di falso – o quantomeno di retorico – in questo genere di auspicio? In barba alla nostra autoconsolatoria e pretestuosa visione d’una crescita illimitata ed aperta a tutti, la realtà delle cose e l’esperienza storica c’insegnano, viceversa, che la fortuna di alcuni comporta spesso la sciagura per tanti altri, come recita il cinico detto: “Mors tua vita mea”. Risorse e potere, d’altra parte, non sono affatto illimitate ed una crescita esponenziale e generalizzata non è nell’ordine delle cose. Come nel caso della classica ‘coperta stretta’, chi la tira con forza dalla propria parte non può fingere che non sta scoprendo qualcun altro. Certo, sarebbe bello credere – e quindi augurarci gli uni con gli altri – che ogni persona possa aspirare a migliorare  a dismisura la propria condizione senza compromettere neanche un poco la condizione esistenziale di tutti gli altri e, in prospettiva, delle generazioni future. Purtroppo la verità è ben altra e l’attuale modello di sviluppo ci sta portando a registrare che la sola crescita innegabile è quella della ‘forbice’ che divide una ristretta minoranza (sempre più ricca e potente) dalla stragrande maggioranza dell’umanità (sempre più indigente e priva di diritti).

Se augurare felicità e successo agli altri non costa niente e, soprattutto, se non comporta alcuna rinuncia o perdita per noi, è ovvio che gli auguri si moltiplichino. Certo, ci sono cose molto importanti, come la salute la pace e la gioia, che possiamo augurare agli altri senza che il loro aumento provochi effetti collaterali. Si tratta infatti di obiettivi al cui sviluppo tutti possono legittimamente tendere e che nulla tolgono al benessere altrui, come nel caso della celeberrima frase della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, in cui si auspica “the preservation of Life, Liberty and the pursuit of Happiness“ come ‘diritti inalienabili’ che spettano ad ogni uomo.[v]  Se però con i nostri auguri vogliamo più etimologicamente (e prosaicamente) auspicare per gli altri un ‘aumento’ di tipo materiale, cioè una crescita di genere più concreto e tangibile, dobbiamo però renderci conto che ciò ha sempre e comunque un prezzo. Superare la logica inesorabile delle c.d. “operazioni a somma zero” [vi] richiede infatti un’impostazione del tutto differente, in cui prevalgano valori alternativi a quelli correnti, come la solidarietà, la compassione e la nonviolenza. Se, viceversa, vogliamo rimanere all’interno delle logiche economiciste ed individualiste che caratterizzano la nostra società, temo che scambiarsi auguri resti solo un rituale un po’ ipocrita, o quanto meno formale.

downloadConcludo questa mia riflessione d’inizio d’anno formulando anch’io un augurio. Auguro infatti di riuscire a vedere la realtà con occhio diverso, rinunciando alla comoda illusione che tutti possano avere tutto, drammaticamente smentita dal crescente divario economico, sociale e culturale che abbiamo sotto gli occhi. Spero quindi che l’umanità la smetta di inseguire il malsano miraggio d’una crescita illimitata, causa invece di sottosviluppo per tanti esseri umani e di distruzione degli equilibri ecologici. Mi auguro poi che l’unica crescita che ci stia a cuore in questo nuovo anno sia quella del bene comune e dei beni comuni, il contrario cioè della privatizzazione e dell’accaparramento delle risorse.  A questo punto non mi resta che lasciare la parola ai famosi “auguri scomodi”, formulati circa vent’anni fa dal grande vescovo don Tonino Bello:

« Carissiminon obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. […]Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame…» [vii]

Usciamo dunque dalla rassicurante illusione che il nostro modello di sviluppo ed il nostro stile di vita siano gli unici ed i migliori possibili, cominciando a lavorare concretamente e dal basso per invertire questa tendenza, causa d’ingiustizie e di guerre. Scambiamoci allora l’augurio – scomodo ma sincero – che Colui di cui abbiamo appena celebrato la nascita ci dia la forza di cambiare e di tentare strade diverse, meno tranquille e rassicuranti ma più conformi alla Parola che ha voluto incarnare per salvarci.

N O T E ——————————————————–

[i]  Cfr. ad es.: http://www.etimo.it/?term=augure&find=Cerca

[ii] Questa tesi è riscontrabile in vari dizionari etimologici italiani, fra cui quello di Dante Olivieri (Dizionario Etimologico Italiano, Milano, Ceschina, 1961); Giacomo Devoto (Avviamento all’etimologia italiana – dizionario etimologico, Firenze, le Monnier, 1966) e Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, Zaichelli, 1999)

[iii]  Vedi, ad es., la celebre espressione che Dante rivolgeva alla sua guida Virgilio: “Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore” (Divina Commedia, Inferno, I, 85)

[iv]  Il verso è tratto dall’omonima poesia di Rosemond Gérard: “Chaque jour je t’aime davantage, aujourd’hui plus qu’hier et bien moins que demain” , http://www.linternaute.com/citation/4012/chaque-jour-je-t-aime-davantage–aujourd-hui-plus-qu-hier-et-bien–rosemonde-gerard/

[v]  Vedi: https://en.wikipedia.org/wiki/Life,_Liberty_and_the_pursuit_of_Happiness

[vi] “In teoria dei giochi un gioco a somma zero descrive una situazione in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante. Se alla somma totale dei guadagni dei partecipanti si sottrae la somma totale delle perdite, si ottiene zero” (https://it.wikipedia.org/wiki/Gioco_a_somma_zero)

[vii] Vedi il testo completo in: http://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-auguri-scomodi-di-don-tonino-bello.aspx

 

© 2017 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )