Tanti o quali auguri ?

images-1La parola più pronunciata e scritta in questi giorni è sicuramente ‘auguri’. E’ probabile che chi la dice e ripete creda di conoscere già il senso di questo vocabolo oppure, più semplicemente, che non si preoccupi affatto di approfondirne il significato. Visto che siamo giunti all’inizio del nuovo anno, periodo in cui gli auguri si sprecano, mi sembra però il caso di capirci qualcosa in più, cercando l’origine della parola in questione, la sua etimologia. Molte persone, in particolare quelle che hanno fatto studi classici, sono convinte che il vocabolo abbia un diretto rapporto con la figura degli augures, autorevole collegio di sacerdoti che, nell’antica Roma, predicevano il futuro ispirandosi a vari segni, tra cui il volo degli uccelli, il loro modo di nutrirsi ed i loro richiami. [i] L’osservazione degli uccelli (in lat. aves) e del loro comportamento, in effetti, è stata a lungo uno dei punti fermi di coloro che, in varie civiltà antiche, affermavano di essere in grado di predire gli eventi futuri. Se così fosse, la parola latina av-gurium ci ricondurrebbe proprio alla radice di aves, costituendo di fatto un sinonimo del latino – e poi italiano – ‘auspicio’. Tale vocabolo, infatti, derivava sicuramente da aves, con l’aggiunta di “spicium”, e indicava appunto l’arte magica dell’osservazione degli uccelli a scopo vaticinatorio.

Tale suggestiva tesi etimologica è stata però superata da quella che invece riconduce la parola ‘auguri’ alla radice del verbo latino augere (e prima ancora di quello greco àuxein), col significato di: ‘aumentare’, ‘accrescere’.[ii]  Stando così le cose, formulare un augurio non significa scrutare generici segni premonitori del futuro o ‘auspicare’ qualcosa di buono, bensì attendersi un oggettivo miglioramento, principalmente sul piano quantitativo, della propria situazione e/o di quella altrui. Dalla stessa radice greco-latina aug-, peraltro, derivano parole come ‘autore’ ed ‘autorità’ (nel senso originario di persona capace di accrescere il sapere o il potere degli altri [iii]), ma anche ‘ausilio’, cioè aiuto, sostegno. Fare gli auguri a qualcuno, dunque, è più impegnativo di quanto sembri, poiché significa manifestare la speranza che essi aumentino il loro benessere. Ciò spiega perché gli auguri prevedono un’ovvia reciprocità, per cui resteremmo male se chi li riceve da noi non ce li ricambiasse prontamente. La verità, più prosaicamente, è che il vero augurio ognuno lo fa in fondo a se stesso, sperando che tale rituale formula propiziatoria possa portargli bene, aumentando la sua fortuna ed accrescendo la sua autorevolezza.

Fatto sta che, pur non volendo discutere la concezione un po’ magica, o quanto meno pagana, evocata da questo termine, tale concetto rimane essenzialmente di ordine quantitativo. E’ vero che perfino per i sentimenti e gli affetti si è prevista una formulazione del genere (penso, ad esempio, alla frase un po’ sdolcinata ma spesso citata: “Ti amo oggi più di ieri e meno di domani” [iv] ), ma mi sembra evidente che il concetto di ‘crescita’ si riferisce più opportunamente a cose più concrete e materiali. Solo esse, in effetti, possono essere misurate, ponderate e valutate con precisione. I termini paralleli all’italiano ‘augurare’, come il francese souhaiter e l’inglese to wish , invece, risalgono a radici lessicali differenti. Nel primo caso, all’antico francese ‘sohaidier’ (promettere senza troppo impegno) e nel secondo all’antico alto tedesco ‘wunschen’ (formulare un desiderio). Nella nostra lingua, il desiderio espresso dal verbo prevede una realizzazione quantizzabile in termini di ‘aumento’, ben attagliandosi ad una società che continua a identificare lo sviluppo con la ‘crescita’, ovviamente illimitata (la parola d’ordine non è infatti la formula “No limits”?), teoricamente accessibile a tutti e, comunque, di ordine materiale.

images-2Ma è davvero questo che vogliamo e possiamo ‘augurare’ a noi stessi ed al nostro prossimo? Non avvertiamo un che di falso – o quantomeno di retorico – in questo genere di auspicio? In barba alla nostra autoconsolatoria e pretestuosa visione d’una crescita illimitata ed aperta a tutti, la realtà delle cose e l’esperienza storica c’insegnano, viceversa, che la fortuna di alcuni comporta spesso la sciagura per tanti altri, come recita il cinico detto: “Mors tua vita mea”. Risorse e potere, d’altra parte, non sono affatto illimitate ed una crescita esponenziale e generalizzata non è nell’ordine delle cose. Come nel caso della classica ‘coperta stretta’, chi la tira con forza dalla propria parte non può fingere che non sta scoprendo qualcun altro. Certo, sarebbe bello credere – e quindi augurarci gli uni con gli altri – che ogni persona possa aspirare a migliorare  a dismisura la propria condizione senza compromettere neanche un poco la condizione esistenziale di tutti gli altri e, in prospettiva, delle generazioni future. Purtroppo la verità è ben altra e l’attuale modello di sviluppo ci sta portando a registrare che la sola crescita innegabile è quella della ‘forbice’ che divide una ristretta minoranza (sempre più ricca e potente) dalla stragrande maggioranza dell’umanità (sempre più indigente e priva di diritti).

Se augurare felicità e successo agli altri non costa niente e, soprattutto, se non comporta alcuna rinuncia o perdita per noi, è ovvio che gli auguri si moltiplichino. Certo, ci sono cose molto importanti, come la salute la pace e la gioia, che possiamo augurare agli altri senza che il loro aumento provochi effetti collaterali. Si tratta infatti di obiettivi al cui sviluppo tutti possono legittimamente tendere e che nulla tolgono al benessere altrui, come nel caso della celeberrima frase della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, in cui si auspica “the preservation of Life, Liberty and the pursuit of Happiness“ come ‘diritti inalienabili’ che spettano ad ogni uomo.[v]  Se però con i nostri auguri vogliamo più etimologicamente (e prosaicamente) auspicare per gli altri un ‘aumento’ di tipo materiale, cioè una crescita di genere più concreto e tangibile, dobbiamo però renderci conto che ciò ha sempre e comunque un prezzo. Superare la logica inesorabile delle c.d. “operazioni a somma zero” [vi] richiede infatti un’impostazione del tutto differente, in cui prevalgano valori alternativi a quelli correnti, come la solidarietà, la compassione e la nonviolenza. Se, viceversa, vogliamo rimanere all’interno delle logiche economiciste ed individualiste che caratterizzano la nostra società, temo che scambiarsi auguri resti solo un rituale un po’ ipocrita, o quanto meno formale.

downloadConcludo questa mia riflessione d’inizio d’anno formulando anch’io un augurio. Auguro infatti di riuscire a vedere la realtà con occhio diverso, rinunciando alla comoda illusione che tutti possano avere tutto, drammaticamente smentita dal crescente divario economico, sociale e culturale che abbiamo sotto gli occhi. Spero quindi che l’umanità la smetta di inseguire il malsano miraggio d’una crescita illimitata, causa invece di sottosviluppo per tanti esseri umani e di distruzione degli equilibri ecologici. Mi auguro poi che l’unica crescita che ci stia a cuore in questo nuovo anno sia quella del bene comune e dei beni comuni, il contrario cioè della privatizzazione e dell’accaparramento delle risorse.  A questo punto non mi resta che lasciare la parola ai famosi “auguri scomodi”, formulati circa vent’anni fa dal grande vescovo don Tonino Bello:

« Carissiminon obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. […]Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame…» [vii]

Usciamo dunque dalla rassicurante illusione che il nostro modello di sviluppo ed il nostro stile di vita siano gli unici ed i migliori possibili, cominciando a lavorare concretamente e dal basso per invertire questa tendenza, causa d’ingiustizie e di guerre. Scambiamoci allora l’augurio – scomodo ma sincero – che Colui di cui abbiamo appena celebrato la nascita ci dia la forza di cambiare e di tentare strade diverse, meno tranquille e rassicuranti ma più conformi alla Parola che ha voluto incarnare per salvarci.

N O T E ——————————————————–

[i]  Cfr. ad es.: http://www.etimo.it/?term=augure&find=Cerca

[ii] Questa tesi è riscontrabile in vari dizionari etimologici italiani, fra cui quello di Dante Olivieri (Dizionario Etimologico Italiano, Milano, Ceschina, 1961); Giacomo Devoto (Avviamento all’etimologia italiana – dizionario etimologico, Firenze, le Monnier, 1966) e Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, Zaichelli, 1999)

[iii]  Vedi, ad es., la celebre espressione che Dante rivolgeva alla sua guida Virgilio: “Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore” (Divina Commedia, Inferno, I, 85)

[iv]  Il verso è tratto dall’omonima poesia di Rosemond Gérard: “Chaque jour je t’aime davantage, aujourd’hui plus qu’hier et bien moins que demain” , http://www.linternaute.com/citation/4012/chaque-jour-je-t-aime-davantage–aujourd-hui-plus-qu-hier-et-bien–rosemonde-gerard/

[v]  Vedi: https://en.wikipedia.org/wiki/Life,_Liberty_and_the_pursuit_of_Happiness

[vi] “In teoria dei giochi un gioco a somma zero descrive una situazione in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante. Se alla somma totale dei guadagni dei partecipanti si sottrae la somma totale delle perdite, si ottiene zero” (https://it.wikipedia.org/wiki/Gioco_a_somma_zero)

[vii] Vedi il testo completo in: http://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-auguri-scomodi-di-don-tonino-bello.aspx

 

© 2017 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

 

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AVANTI IL PROSSIMO…

 

Ci sono parole che usiamo spesso, ma del cui peso semantico non sempre siamo consapevoli. Una di queste è prossimo, nata come aggettivo di grado superlativo (dal lat: prope) per indicare qualcuno o qualcosa che si trova molto vicino – in senso temporale o spaziale – a chi parla o a chi è rivolto il messaggio. Quando ci si riferisce a persona, prossimo – preceduto da un articolo –  diventa spesso un aggettivo sostantivato, ad esempio quando si parla dell’amore per il prossimo.[i]

Ebbene, mentre ascoltavo le letture della liturgia di domenica scorsa proprio la parola “prossimo” mi ha incuriosito. Sia il primo brano, tratto dal Deuteronomio, sia il testo del Vangelo di Luca insistevano, infatti, insistevano sul concetto di ‘vicinanza’. Nella prima lettura [ii] si affermava che i precetti del Signore sono attuabili perché alla portata degli esseri umani. Come talvolta mi capita di fare, ho provato a rileggere il brano veterotestamentario nella versione originale, aiutato da un ottimo sussidio quale la Blue Letter Bible [iii] , per coglierne le sfumature di significato. Il senso è che la parola divina (in ebr.: dabàr ), proprio perché non si trova né “troppo in alto”“troppo lontano” rispetto alle persone cui è destinata, è di fatto “molto vicina” a ciascuna di loro. Essa in pratica fa quasi parte di loro  (“è nella tua bocca e nel tuo cuore” ) e ciò ne facilita l’attuazione, la “messa in pratica” . Ebbene, in questo passo del Deuteronomio il vocabolo ebraico utilizzato per indicare tale vicinanza è  קָרוֹ (qârav ) ed indica ciò che ci sta accanto, che è vicino, a portata di mano, ed è quindi prossimo (ma nella Vulgata latina non troviamo “prope”, bensì “iuxta te”). In questo caso si parla d’una effettiva vicinanza spaziale, per cui la parola-comandamento di Dio non va cercata chissà dove, nell’alto dei cieli oppure oltre i mari, ma piuttosto dentro se stessi.

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Vincent Van Gogh, Il buon Samaritano

Il successivo brano del Vangelo di Luca, noto come la parabola del ‘buon Samaritano [iv], è un’efficacissima sintesi del precetto dell’amore per il prossimo, in quanto nasce dalla sagace risposta di Gesù ad un ‘dottore della legge’ che voleva tendergli un tranello, chiedendogli di chiarire a chi mai si riferisse il comandamento da lui stesso citato [v] quando, oltre a comandare l’amore per Dio, prescriveva: “(amerai) il tuo prossimo come te stesso”. Potrebbe sembrare una banale disputa fra rabbini, eppure la replica di Gesù fu capace di spiazzare il dottore della legge, spostando l’attenzione dalla sua tendenziosa domanda “chi è il mio prossimo?” su un quesito molto più profondo e sostanziale: “come mi faccio prossimo dell’altro?”. Sappiamo bene che il nocciolo della buona notizia di Cristo è in gran parte racchiuso proprio in questo concetto rivoluzionario, che spezza il legame veterotestamentario che stabiliva un rapporto causa-effetto fra relazioni dirette e consolidate (parentela, amicizia, prossimità, contiguità, vicinato) e sentimenti positivi correlati (affetto, amore, bontà, benevolenza, solidarietà).  Nella nuova parola-comandamento del rabbi nazareno questo binomio, apparentemente indissolubile, si dissolve, lasciando spazio a sentimenti amorevoli e solidali verso chi non ha con noi alcun legame o rapporto di sangue.

Nel caso del testo evangelico, però, la mia curiosità si riferiva al termine italiano che usiamo normalmente. Infatti mi sorgeva il dubbio che l’aggettivo sostantivato prossimo – con le sue connotazioni legate alla vicinanza spazio-temporale – non rendesse esattamente il corrispondente vocabolo ebraico del citato passo del Levitico. Grazie all’aiuto del sussidio già menzionato, infatti,  ho verificato che la frase originale suonava: “… ma tu amerai il tuo fratello/compagno/amico come te stesso”. La parola ebraica utilizzata, infatti,è  רֵעַ (re’ah o rea’ ), che indica appunto un rapporto di parentela, amicizia, intimità o condivisione, non solo di ‘prossimità’ in senso stretto. La prima trasformazione è avvenuta nella traduzione greca della Bibbia (detta dei LXX), dove il passo suona, come nella pericope evangelica: καὶ ἀγαπήσεις τὸν πλησίον σου ὡς σεαυτόν”. In questo caso, il termine greco plésios indica un’effettiva vicinanza, e può essere quindi reso in italiano con prossimo. La Vulgata latina, invece, traduce il passo del Levitico: “…diliges amicum tuum sicut temet ipsum”, mentre nel brano lucano lo stesso S. Girolamo – traduttore latino dell’intera Bibbia – preferisce ricorrere alla formula “ et (dilige) proximum tuum sicut te impsum”, per essere più fedele al testo greco dell’evangelista.

Ciò premesso, cambia qualcosa di sostanziale? Direi proprio di no, visto che il senso generale del precetto cristiano, con la sua apertura all’altro,  resta comunque immutato Mi sembra però opportuno sottolineare che il più restrittivo comandamento veterotestamentario è stato dalla traduzione successiva un po’ forzato, evocando soprattutto relazioni basate sulla contiguità fisica (plésios /proximus) piuttosto che sul rapporto affettivo (rea’/amicus). La domanda posta a Gesù dal malizioso rabbino, quindi, richiamava la parola ebraica, col suo significato più vasto, come chiariva un vero giudeo, spiegando che:

In origine il rea’ era il vicino di pascolo, e in quanto tale può trattarsi anche di un egiziano (Es. 11,2), colui che un tempo era il tiranno. Dunque non è affatto solo «il prossimo», «il più vicino», superlativo che esprime un’estrema vicinanza spirituale, confessionale o etnica, ma – rispetto alle sue caratteristiche personali – può essere anche il più lontano, che però adesso sta di fronte a te come tuo fratello.” [vi]

Nel fatto che il rabbi di Nazareth avesse risposto alla domanda del dottore della legge “Chi è il mio rea’?” con un’altra domanda – precisa Lapide – non c’è nulla di strano, perché era un’usanza tipica del giudaismo. Quello che conta davvero, a mio avviso, è che Gesù capovolge la logica restrittiva dell’Antico Testamento, chiarendo che Dio chiede agli uomini di amare non solo chi gli è parente, compagno, vicino di casa o connazionale, ma di farsi “prossimo” anche nei confronti di chi non rientri in queste rassicuranti categorie. Lo stesso Luca aveva già riportato in precedenza le esplicite parole del Maestro:

Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.[vii] .

Amare chi ci ama non conferisce alcun merito e non richiede alcuna gratitudine. Il vero amore cristiano (agapé-caritas) risulta davvero rivoluzionario proprio perché è del tutto gratuito e non necessariamente ‘meritato’, dal momento che l’ottica evangelica è quella del “farsi prossimo” agli altri, non del classificarli in base al rapporto che hanno con noi.

Il fatto è che oggi,  una volta abbattute dallo sviluppo tecnologico le barriere spaziali in nome di un universalismo teorico, divenuto nei fatti ciò che chiamiamo globalizzazione – la stessa prossimità in senso stretto non è più una categoria chiaramente definibile. In tempo di comunicazione globalizzata,informatica e virtualizzata, infatti, paradossalmente rischiamo di saperne molto più dei ‘lontani’ rispetto a quanto conosciamo davvero dei nostri ‘vicini’ o degli stessi parenti. Non ci sarebbe nulla di male in tutto ciò se non ci accadesse troppo spesso di commuoverci fino alle lacrime per le disgrazie e le sofferenze di persone e popoli distanti da noi molte migliaia di chilometri, mentre restiamo molto distratti ed inoperosi nei riguardi di chi ci passa vicino ogni giorno, col suo carico di guai e di dolori. Forse perché commiserare i ‘poveretti’ che – lontano da noi – muoiono di fame o sono afflitti da guerre, epidemie o condizioni di vita disumane è in fondo più facile (e meno impegnativo…) che lasciarsi coinvolgere dal male che abbiamo sotto gli occhi, e che richiederebbe un nostro intervento concreto, un’empatia reale, forse anche un piccolo sacrificio personale. Prova ne è il fatto che non appena i miserabili del mondo si affacciano alle nostre frontiere o alle nostre porte la nostra solidarietà sfuma di colpo o, peggio, si trasforma talvolta in atteggiamenti di sospetto, paura ed insofferenza.

Oggi alla domanda “Chi è il mio prossimo?” noi forse risponderemmo istintivamente parlando dei migranti, dei bambini-soldato o precoci lavoratori, delle donne i cui diritti sono negati del tutto, delle minoranze etniche e razziali o dei poveracci sfruttati in tante realtà di degrado e di oppressione. I nostri occhi ed i nostri cervelli sono talmente imbottiti d’informazioni del genere che però rischiamo di scordarci dei diseredati di casa nostra, dei senzatetto che vagabondano per le nostre strade, dei minori a rischio, di chi si spacca la schiena nei nostri campi in cambio di pochi centesimi, delle donne che subiscono continue violenze. Forse, allora, dovremmo riscoprire come prossimo chiunque abbia bisogno del nostro aiuto fraterno e solidale hic et nunc, per usare un’espressione latina, cioè esattamente dove e quando siamo in grado d’intervenire in modo concreto, non virtuale o sentimentale. Non importa se si tratta di un immigrato siriano o di un disoccupato del nostro quartiere, di una straniera sottoposta a mutilazioni rituali o della vicina di casa maltrattata dal marito. Da 2000 anni il parametro non è più – o meglio, non dovrebbe ormai essere più – chi è lui/lei per me, ma che cosa riesco ad essere ed a fare io per lui/lei.

Non si tratta di una semplice differenza lessicale, ma del profondo e sostanziale cambiamento di mentalità che ci viene richiesto. Non è del resto un precetto che ci piove dall’alto dei cieli – ci ammoniscono le Scritture –  ma qualcosa che dovremmo avvertire dentro di noi, se solo ci sforzassimo di uscire dal guscio dell’individualismo egoistico che permea la nostra società. Un secondo, ma non meno importante problema, è quello di prestare attenzione al precetto divino, laddove chiede al credente di amare gli altri “come te stesso” (ebr.: kemow – gr.: òs seautòn – lat.: sicut temet iprsum). Non è , per caso, che non riusciamo ad amare gli altri anche perché non sappiamo amare neanche noi stessi? Se l’amore comporta l’accettazione dell’altro, siamo davvero capaci di accettarci per primi, con tutti i nostri limiti e difetti? Il discorso sarebbe piuttosto lungo e delicato, ma me ne occuperò un’altra volta …

—–Note ————————-

[i]  Cfr. il Dizionario Treccani online: http://www.treccani.it/vocabolario/prossimo/

[ii]  Si tratta di Dt 30, 10-14

[iii]  Consultare il sito in lingua inglese: https://www.blueletterbible.org/ per cercare brani della S. Scrittura nelle varie versioni e con testo originale (ebraico o greco) interlineare e relativi riferimenti lessicografici.

[iv] Si tratta di un noto passo del Vangelo secondo S. Luca: Lc 10, 25-37

[v]  Tale precetto è inserito in un brano più ampio, tratto dal libro veterotestamentario del Levitico : Lv 19, 18

[vi]  Pinchas Lapide, Il discorso della Montagna: utopia o programma, Paideia, 2003>  http://www.nostreradici.it/Lapide-Gesù.htm

[vii]  Cfr. Bibbia CEI 2008 > Lc 6, 32-36

© 2016 Ermete Ferraro (http://ermetespeacebook.com )

#Nonfossilizziamoci!

downloadQualche volta mi chiedo perché non sono come tanti altri amici che, beati loro, riescono ad occuparsi di una sola questione, per cui il loro impegno è certamente più continuativo ed efficace. Il fatto è che la mia natura mi porta a stabilire delle relazioni fra le cose di cui mi capita di occuparmi, per ragioni di lavoro o per scelta personale. Ciò comporta che, fin dagli anni ’70,  il mio impegno non si è limitato all’opposizione a guerra e militarismo in chiave di obiezione di coscienza, resistenza nonviolenta e difesa alternativa. Già allora, infatti, non mi sfuggivano gli aspetti sociali e quelli ambientali connessi ai conflitti bellici e questo mi ha consentito di approfondire la mia analisi e d’impegnarmi, in seguito, anche in questi altri due ambiti d’azione.

Ecco perché, a distanza di 40 anni, continuo testardamente a cercare connessioni fra problematiche diverse, anche se questo rende forse più dispersivo il mio intervento, costringendomi a seguire questioni apparentemente distinte e separate. In un’ottica eco pacifista ed eco sociale, però, le cose risultano molto più intrecciate e richiedono risposte coordinate. Ciò è possibile, però, solo se si ha alle spalle una visione globale, un sistema di valori, insomma, un pensiero forte. E’ possibile, soprattutto, se riusciamo a sconfiggere il pensiero unico e le semplificazioni di una politica volgarizzata ad esercizio del potere, privo d’idee ma soprattutto di vere idealità.

Il mio slogan #nonfossilizziamoci – ripreso nel titolo – è quindi un invito ad uscire dalla logica approssimativa dei luoghi comuni, delle finte evidenze, delle contrapposizioni insanabili e delle soluzioni inevitabili. L’appello a non fossilizzarsi – oltre ad alludere ovviamente alla campagna referendaria per il Sì contro le trivellazioni sine die nelle acque territoriali italiane – è allora un generale e pressante richiamo ad esercitare le proprie facoltà di analisi e di giudizio, anziché affidarci alle chiacchiere interessate diffuse dai media ed alle semplificazioni che fanno comodo solo a chi cerca di non farci pensare con la nostra testa.

Non fossilizzarsi vuol dire quindi anche rifiutare la colpevole faciloneria di chi ci dice che rinunciare alle risorse fossili nazionali per acquistarle da altri sarebbe una follia ed uno spreco assurdo, sapendo bene che, viceversa, una vera pazzia è proprio insistere nel raschiare il barile in esaurimento di tali risorse, in totale contraddizione con gli impegni assunti per invertire la rotta, sì da scongiurare gli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici. Non fossilizzarsi significa uscire dalla logica della dipendenza da fonti energetiche che ci hanno portato all’insostenibilità ecologica, minacciando interi ecosistemi ed inquinando mari e terre, solo per mantenere in piedi un modello di sviluppo energivoro e profondamente iniquo.

#Nonfossilizziamoci!  è il grido di chi ha capito da tempo che rincorrere ancora petrolio e gas naturale è solo un bieco regalo alle multinazionali ed un insopportabile ostacolo alla valorizzazione delle fonti energetiche rinnovabili, pulite e disponibili per tutti, come il sole il vento e l’acqua. E’ questo il nodo da superare se vogliamo davvero andare verso quella “Civiltà del Sole” che non si esaurisce banalmente in una maggiore diffusione di sistemi fotovoltaici o di impianti eolici sul nostro territorio, ma è una visione più ampia e globale, che comprende concetti come efficienza, risparmio, democrazia energetica, autogestione delle risorse del territorio.

#Nonfossilizziamoci significa anche: non ostiniamoci a ragionare con la mentalità di chi crede ciecamente che il progresso tecnologico risolverà sempre e comunque i problemi che la stessa tecnologia sta creando, se non è ispirata al senso del limite ma guidata solo dall’avidità e dalla voglia di sfruttare a proprio piacimento la natura e le persone. Non è un caso che fossilizzarsi vuol dire rinunciare alla naturalità per una rigidità che è la negazione stessa della vivacità. Basta sfogliare un qualsiasi dizionario per rendersi conto che ciò che si fossilizza è ridotto da organismo vivente allo stato di minerale. Fossilizzarsi – ci spiega qualunque lessico – equivale a ‘sclerotizzarsi’, a ‘fissarsi su schemi rigidi’, ad ‘assumere una forma rigida e definitiva’, a ‘fissarsi su idee e principi antiquati, rifiutando qualsiasi rinnovamento’.

Gli innovatori, pertanto, non sono certo quelli che difendono a spada tratta la scelta delle trivellazioni petrolifere e di gas naturale. Il loro, infatti, è un modello di sviluppo economico e sociale ‘fossilizzato’ in una visione rigida e chiusa al nuovo; ancorato ad equilibri internazionali che ci vedono subalterni; difeso da aggressioni neocoloniali e da guerre infinite. Già, perché una forma meno evidente di ‘fossilizzazione’ delle dinamiche politiche è la supina dipendenza da quel complesso militare-industriale che non si limita a produrre ed esportare armamenti, ma coltiva vecchie conflittualità ed alimenta cinicamente occasioni per nuovi conflitti armati.

#Nonfossilizziamoci!  è anche un invito pressante a smetterla di ridurre la politica a mero  giacimento da cui estrarre profitti e posizioni di potere. Dobbiamo opporci ad un futuro per i nostri figli e nipoti che si presenta sempre più inquinato da cemento e catrame, ma anche ad un modo di gestire la cosa pubblica che la sta trasformando sempre più in affare privato, quando non in ‘cosa nostra’. Una civiltà ‘solare’  è dunque anche quella che restituisce alle persone ed alle comunità il potere di scegliere, di decidere al livello più prossimo, di sperimentare forme nuove e alternative di economia e socialità, su scala minore e più gestibile a livello locale.

Non fossilizzarsi, infine, è un richiamo alla responsabilità, al rispetto della vita e della biodiversità, all’importanza del dialogo e del confronto. E’ uno stimolo a ricercare modalità nuove e prive di violenza per capire e risolvere i conflitti, per uscire da logiche assolutiste ed integraliste, per contrapporre la vita e la trasformazione naturale alla rigidità intollerante di chi vorrebbe farci credere che esiste un solo pensiero, una sola lingua e, in prospettiva, un solo ‘grande fratello’. Certo, la fossilizzazione è sì un processo di conservazione di determinate realtà, ma ciò avviene a spese della loro natura biologica, cioè facendole morire. I termini scientifici che descrivono tale processo, ad esempio, sono: decomposizione, disarticolazione, distruzione chimica biologica e meccanica, alterazione. Ma a noi non serve conservare qualcosa a condizione di farla morire o di cristallizzarne in modo statico la realtà.

Nel Vangelo secondo Matteo troviamo, fra gli altri, questo sconcertante episodio: “Uno dei discepoli gli disse: ‘Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre’: E Gesù gli disse: ‘Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti’…” (Mt 8:21). Ebbene, lasciando stare le considerazioni di ordine teologico – anche se anche fanno parte di quel pensiero globale che mi porta a ragionare complessivamente sulle cose – questo passo credo che possa farci riflettere sulla necessità di rompere gli schemi mentali per aprirsi ad una logica diversa e ad un’etica più radicale. Lasciare che i morti seppelliscano i loro morti è un imperativo che può sembrare spietato, ma che in realtà esalta la libertà dell’uomo, richiamandolo ad impegnarsi per la vita invece di bloccarsi nella logica della morte. Ecco perché, parafrasando Matteo, possiamo traslare così il senso del brano:  “Lasciamo che sia chi si è fossilizzato a disseppellire i suoi fossili”. Noi no, perché siamo per la difesa della vita, della natura, della biodiversità e di tutte le ricchezze per le quali Francesco d’Assisi ‘laudava’ e benediceva il Creatore che, come ha proclamato lo stesso Gesù: “…non è il Dio dei morti, ma dei viventi” (Mc 12:27).

© 2016 Ermete Ferraro (http://ermetespeacebook.com )

Buon Natale. Buona Natura.

 

download (2)ei giorni che stiamo vivendo, uno degli aggettivi che si sprecano è ‘felice’. Generalmente lo si riferisce al Natale, sebbene sia a sua volta un aggettivo e non un nome, in quanto abbreviazione dell’espressione latina ‘dies natalis’: giorno della nascita. Del resto anche in ‘festa/e’ – altra parola solitamente accoppiata a ‘felice’ – si nasconde un aggettivo, poiché il ‘dies festus’ degli antichi Romani indicava una giornata di gioia pubblica, di giubilo, da un antica radice sanscrita che ci riporta ad un senso di condivisione e di accoglienza. Tornando a ‘felice’, anche la ricerca dell’origine di questo attributo ci porta ad una radice sanscrita, da cui è derivato il verbo greco ‘fyo’, il cui significato è produrre, generare, tanto che da esso derivano sia ‘fecondo’ sia ‘feto’. Augurare a qualcuno un ‘felice Natale’, pertanto, significa auspicare che a questa persona la Nascita per eccellenza (dalla quale anche nel nostro laico mondo continuiamo a calcolare gli anni) risulti feconda, apporti cose buone e produca frutti positivi.

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ugurare un ‘felice Natale’ , d’altra parte, resta un’espressione spesso generica e convenzionale, mentre è evidente che ci si prepara a celebrare questo momento-cardine dell’anno con grandi abbuffate, viaggi e crociere, regali spesso inutili quanto costosi, nonché con la consueta strage di animali, botti pericolosi e shopping compulsivo, il tutto condito da tanta confusione e smog da traffico. Non ho alcuna intenzione di ‘corrigere mores’ né ci tengo a ripetere la solita lagna sulla perdita del vero senso del Natale, a vantaggio di una festa consumistica e pagana. Sono cose dette e ridette da persone molto più autorevoli di me, anche se evidentemente con scarsi risultati. Del resto, un Natale ‘celebrato’ in questa maniera ci riporta al senso originario del verbo latino, che dal significato di ‘frequentare’, ‘rendere numeroso’, ‘affollare’, è poi passato a quello di ‘solennizzare’ ed ‘onorare’. Non c’è dubbio, infatti, che l’affollarsi delle persone e la frequentazione di certi luoghi siano una chiave di lettura antropologica di qualsiasi festa, come ci hanno spiegato studiosi come Lanternari o Lombardi Satriani. Il problema è che la dimensione quantitativa della festa, anche al di fuori di una sua lettura etnografica, ha preso il sopravvento su quella qualitativa, che dovrebbe sottolineare il contenuto della celebrazione più che la sua manifestazione formale. 

download (3) anto premesso, lasciatemi dire che un Natale inteso come ulteriore occasione per affollare strade e negozi non è il modo migliore di celebrarlo, e non lo è neppure il fatto che ad affollarsi siano chiese o mostre presepiali. Cancellare la scintillante veste scenografica, iconografica o musicale del Natale, del resto, sarebbe un’assurdità e io, da buon napoletano, non propongo nulla di simile, anche perché ridurre la ‘forma’ di una festa non equivale a valorizzarne il ‘contenuto’. Penso solo che non dovremmo lasciare che quest’ultimo, con i suoi significati e valori, sia sempre più banalizzato e strumentalizzato per vendere prodotti e gadget vari o per dare un po’ d’ossigeno al settore turistico. Il fatto che questo Natale registri temperature sensibilmente superiori alle medie stagionali parrebbe un altro motivo per affollarci nelle strade, nei magazzini, nei cinema ed in tutti gli altri luoghi in cui crediamo di doverlo ‘celebrare’. Sarebbe però da sciocchi non renderci conto che tali anomalie climatiche sono il risultato di una dissennata politica energetica e d’un modello di sviluppo consumistico e predatorio verso le risorse della Terra e l’esistenza di tanti esseri, umani e non. Ma allora che razza di Natale vogliamo festeggiare, se tradiamo il principio stesso di questa parola, che sottende l’idea di ‘nascita’ e quindi di ‘vita’?

 images (6)chi pensa di festeggiare la Vita esaltando nei fatti una cultura di morte e di sfruttamento credo che vada contrapposta una visione assai diversa del Natale. E qui viene subito alla mente la bellissima lettera di don Tonino Bello, gli “auguri scomodi” d’un vero Pastore alla sua comunità. Il nocciolo di questo messaggio alternativo è che non si può celebrare il Natale dell’Emmanuele (in ebr.: ‘Dio con noi’) fingendo di non leggervi un invito a tutelare la vita in tutte le sue forme, un’esortazione all’accoglienza fraterna del bisognoso e dello straniero, uno stimolo a rifiutare una pace che non sia frutto della giustizia, ma ipocrita accettazione dello status quo.                                        “Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate…” (1) .               Un altro nesso logico che troppo spesso scordiamo – e che finiamo quindi col tradire – è quello tra ‘Natale’ e ‘Natura’. La radice è chiaramente la stessa e ci rinvia al concetto di ‘nascita’, riconducibile all’antica radice ‘GN’ che indica la generazione. Ma ciò che è stato generato ha anche un Genitore, per cui   danneggiare o distruggere la Natura equivale a disprezzare Chi l’ha creata.

images (9)  a prima considerazione che faccio è che non possiamo ‘celebrare’ il Natale senza soffermarci sul messaggio di vita che ce ne viene. La nostra sta diventando sempre più una cultura di morte, come sottolineavo in un mio articolo su “Oiko-nomia vs Death-Economy” (2). Certo, ognuno è libero di fare le sue scelte e d’impostare come crede la propria esistenza. Credo però che non si debba fare memoria del momento in cui Dio si è fatto uomo per salvarci utilizzando modalità che tradiscano questa scelta di vita e di riconciliazione. Durante le festività natalizie si registrano eccidi di animali, stragi di persone per incidenti e per guerre, violazioni delle più elementari norme di rispetto della natura e delle sue leggi. E’ di soli due giorni fa il bombardamento di una scuola di Damasco, nel quale sono morte 49 persone e si sono registrati più di 200 feriti. All’inizio di dicembre, in California è stata compiuta un’assurda strage di disabili (14 morti e 18 feriti) che stavano preparandosi a festeggiare il Natale. Per non parlare poi delle ordinarie stragi di animali sacrificati senza scrupolo ai nostri luculliani cenoni, evitare le quali non richiede una particolare determinazione e forza di volontà, visto che la stessa L.A.V. ci ricorda che “Se ogni italiano mangiasse vegetariano una volta alla settimana per un anno risparmieremmo la vita a 12 milioni di animali. Pesci esclusi.” (3) Né le feste delle altre religioni sono molto più rispettose del mondo animale, se i giornali ci riportano di vere e proprie ‘mattanze’ che insanguinano le celebrazioni nei paesi islamici e perfino in quelli di tradizione induista. Ebbene, proviamo almeno a bandire da questo Natale ciò che richiama la morte e la distruzione, dalle armi giocattolo regalate ai piccoli agli esplosivi in miniatura che dovrebbero allietarlo, ma l’anno scorso hanno mandato in ospedale 251 persone (361 nel 2013), con gravi ferite o mutilazioni.

images (8)  poi ricordiamo che non ci può essere Natale se non proteggiamo la Natura, rispettandone i ritmi e le leggi biologiche e salvaguardando il prezioso tesoro della biodiversità. Questa parola finalmente circola di più e sta diffondendo una maggiore consapevolezza della complessa ricchezza della vita, ma anche della sua fragilità. Un autentico profeta della tutela e promozione della biodiversità naturale è stato il mio grande amico e maestro Antonio D’Acunto, la cui scomparsa – circa un anno fa – ha privato i suoi tanti amici ed estimatori di una guida insostituibile. E proprio con le profetiche ed acute parole di Antonio, raccolte in un volume appena pubblicato, concludo questa riflessione sul collegamento tra Natale e Natura. E’ una lezione di vita e di speranza in un mondo dove quest’ultima non sia distrutta né biecamente sfruttata dall’uomo, bensì ‘celebrata’ in tutta la sua sacralità. Per Francesco d’Assisi era il modo per onorare il Padre attraverso i ‘frati’ e le ‘sore’ dei quali – ci ha ricordato il Papa – siamo stati fatti dominatori ma solo amorevoli ‘custodi’. (4)
     << LA BIODIVERSITA’ E’ > La biodiversità è il sogno di Francesco, santo d’Assisi. La biodiversità è la metamorfosi del bruco in farfalla dai mille colori, il chiarore donato dalle lucciole ai campi incontaminati, il ritmo della voce della cicala al calore dell’estate, felice dell’esistenza di spazi vitali. La biodiversità è la magica veste dell’aspide e della murena, il mimetismo della lacerta lepida, la spiaggia domizia, scelta misteriosa di procreazione della tartaruga del mare.La biodiversità è la delicatezza della biosfera, il ciclo meraviglioso dell’acqua, nel suo percorso dalle sorgenti alla pioggia, la vita del mare e dei suoi infiniti ambienti, il volto della Terra, non deturpato dalle violente aggressioni dell’uomo. […] La biodiversità è il dialetto, la tradizione, l’identità locale, espressione vitale dell’essere di ogni comunità, la musica, il canto, l’arte che l’accompagnano, la città nella peculiarità della sua storia e del suo divenire, luogo di incontro e socializzazione. La biodiversità è la lezione di Toro Seduto all’uomo bianco sul futuro della Terra, il testamento di Chico Mendez a difesa della sua Amazzonia, fonte di vita dell’intero Pianeta, il pensiero e la lotta di Martin Luther King contro ogni discriminazione, la pratica della non violenza di Gandhi.La biodiversità è il volto dolcissimo di Elena, Giulia, Antonio, Ileana e Francesca, del tutto comune a tutti i bambini del mondo. La cultura della biodiversità è la cultura della pace, delle mani tese alla solidarietà, opposta al lancio di bombe, intelligenti o non…>>  (5)

Auguri a tutti/e di buona vita!

NOTE ——————————————————

[1] Don Tonino Bello, Auguri scomodi, testo ripubblicato nel 2014 da Famiglia cristiana http://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-auguri-scomodi-di-don-tonino-bello.aspx

[2] Cfr. https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/07/25/oiko-nomia-vs-death-economy/

[3] http://www.cambiamenu.it/animali –  Visita anche: http://www.lav.it/

[4] Papa Francesco, Laudato sì – lettera enciclica sulla casa comune (2015) > http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

[5] Antonio D’Acunto,  Alla ricerca di un nuovo umanesimo, Napoli, edizioni “La Citta del Sole”, 2015.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

Biodiversità: che cosa se ne sa ?

logo biodiversità1 – Indagine su un problema al di sopra di ogni sospetto

E’ stata recentemente resa nota un’interessante ricerca svolta da Eurobarometro, dal titolo “Atteggiamenti degli Europei nei confronti della biodiversità” ,[i] delle cui risultanze – pubblicate sul Portale open data dell’Unione Europea – hanno però dato notizia solo alcuni siti specializzati su questioni riguardanti l’ambiente, fra cui quello dell’associazione V.A.S (Verdi ambiente e Società) [ii].   Viceversa, nessun quotidiano nazionale sembra interessato ad un problema di rilevanza mondiale, di cui anche chi ne parla tende generalmente a sottolineare soprattutto gli aspetti economici. Eppure si tratta dell’aggiornamento di un’importante indagine statistica, che ha interessato 27.718 cittadini dell’Unione Europea –  di cui 1.040 Italiani – che sono stati sottoposti a tale intervista, che constava di una dozzina di domande a risposta chiusa. Esse toccavano i seguenti punti chiave: 1) importanza della biodiversità e del fatto di arrestarne la perdita; 2)  percezione delle minacce alla biodiversità; 3) sforzi personali utili a tutelare la biodioversità; 4) conoscenza delle aree protette e delle reti associative che se ne occupano; 5) misure che la U.E. dovrebbe adottare per preservare la biodiversità; 6) riduzione dell’impatto europeo sulla biodiversità globale.

Ebbene, la prima considerazione che mi viene spontanea, scorrendo i dati forniti dall’inchiesta, è che c’è ancora molto da fare per accrescere il livello di comprensione di un concetto che, sebbene strettamente legato a principi scientifici che in buona sostanza si dovrebbero imparare già a scuola, non sempre risulta chiaro. E’ quindi il caso di riportare la sintetica definizione che apre il documento citato, nel quale si precisa che: “ La biodiversità –l’unica rete della vita sulla Terra – è vitale per la nostra sopravvivenza e qualità della vita. Essa ci fornisce gratuitamente  innumerevoli servizi, producendo l’ossigeno che respiriamo, ripulendo la nostra acqua e procurandoci cibo, materie prime e medicine. Ma la biodiversità ed i servizi a livello di ecosistema non sono solo sottoposti a minaccia; stanno per essere perduti e degradati in proporzioni che non hanno precedenti nella storia umana…” [iii] . Si tratta di un’impostazione che resta in un’ottica antropocentrica, ma possiamo comunque assumere tale spiegazione sul piano divulgativo, come impulso a sviluppare quanto meno una consapevolezza della sua importanza vitale per ciascuno di noi. Una definizione sicuramente più scientifica e corretta è quella ufficiale, secondo la quale la biodiversità è: “la variabilità degli organismi viventi di ogni origine, compresi inter alia gli ecosistemi terrestri, marini ed altri ecosistemi acquatici e i complessi ecologici di cui fanno parte; ciò include la diversità nell’ambito delle specie e tra le specie e la diversità degli ecosistemi” [iv]. Anche in questo caso, però, resta molto da spiegare sulle ragioni per cui la diversità biologica svolge un ruolo fondamentale nel mantenimento degli equilibri che garantiscono la sopravvivenza sulla Terra, non solo in riferimento a noi uomini ma nei confronti di tutti gli esseri viventi.

E’ perciò una piacevole sorpresa apprendere che, sebbene solitamente i media ne parlino assai poco e gli stessi ambientalisti non sempre riescano ad accrescere la consapevolezza delle persone in materia con adeguate informazioni, i cittadini europei risultano in maggioranza già coscienti dei pericoli connessi alla progressiva perdita di biodiversità a livello globale e locale, per la loro salute ma anche per la salvaguardia dell’ambiente più in generale. La responsabilità personale e collettiva degli esseri umani a tal proposito, inoltre, risulta evidente a tre quarti degli Europei e gli Italiani sono nella media rispetto alla consapevolezza delle cause antropiche di tale grave fenomeno, in particolar modo l’inquinamento a vari livelli ed i disastri ambientali. Anche se i media – quando pure parlano dei rischi connessi alla perdita di biodiversità –  si soffermano prevalentemente sulle conseguenze economiche del problema (che in effetti costa all’U.E. il 3% del P.I.L., pari a 350 miliardi di euro ogni anno [v] ),  mi sembra comunque una buona notizia che la percezione di esso e delle sue cause sia finalmente più chiara e diffusa. Il Commissario europeo per l’Ambiente,  il maltese Kermenu Vella, ha dichiarato a tal proposito: “ Abbiamo compiuto progressi e ci sono esempi validi da seguire, ma resta tanto da fare per colmare le lacune e raggiungere gli obiettivi in materia di biodiversità all’orizzonte 2020. Perdere biodiversità significa perdere il nostro sistema di sostegno alla vita. Non possiamo permettercelo.[vi]  E’ una giusta osservazione su cui dovremmo riflettere, in quanto ci ricorda che stiamo parlando di una questione che riguarda la ‘vita’ e la complessa rete di relazioni che la garantiscono. Nessuno quindi dovrebbe disinteressarsene e, nel momento in cui siamo diventati più consapevoli delle nostre gravi responsabilità, niente più di questo dovrebbe farci sentire compartecipi di un’effettiva inversione di rotta, adottando un modello di sviluppo e stili di vita radicalmente alternativi a quelli che, viceversa, sono causa della perdita di biodiversità.

2 – Biodiversità: quali risposte ai sei quesiti chiave?

Proviamo allora a fare qualche considerazione rispetto alla sintesi dei risultati relativi ai sei punti-chiave dell’inchiesta, così come riferiti dallo stesso Eurobarometro nel suo ‘summary’  [vii].

“Almeno otto Europei su dieci considerano una questione seria i vari effetti della perdita di biodiversità. Più della metà pensano che saranno interessati personalmente dalla perdita di biodiversità.”  In effetti la percentuale di Italiani che si esprimono in tal senso è un po’ inferiore (intorno al 65%), ma l’elemento comune è che la perdita di biodiversità non risulta più un problema estraneo alla vita quotidiana, bensì un serio pericolo per ciascuno di noi. Addirittura il 33% degli intervistati italiani (3 punti in più della media europea) si dichiara preoccupato per la possibile estinzione di specie ed ecosistemi nel nostro Paese, e questo è un dato sicuramente significativo. Un altro elemento interessante è che gli Italiani sono preoccupati più degli altri Europei della perdita di biodiversità a livello di ambiente urbano (50% contro il 42%), in quanto i moderni stili di vita sono fonte di ‘alienazione dalla natura’. Una buona ragione per ripensare seriamente l’assetto urbanistico delle nostre città in chiave di recupero delle aree verdi e di realizzazione di ‘green belts’ che le circondino, migliorandone la vivibilità ed arginando l’urbanizzazione selvaggia.

“Inquinamento e disastri causati dall’uomo sono considerate le più grandi minacce per la biodiversità.”  Circa la percezione delle minacce alla biodiversità da parte degli Europei, gli intervistati italiani si direbbero più allarmati degli altri Europei da fenomeni come inquinamento e disastri ambientali (mediamente 5 punti percentuali in più), mentre sembrerebbero minimizzare i rischi derivanti da “agricoltura, silvicoltura e pesca intensive”. Mi sembra che ciò indichi una consapevolezza diffusa delle cause più evidenti (inquinamento, modificazioni climatiche, perdita di spazi naturali a vantaggio di quelli costruiti), ma una parallela sottovalutazione di alcune modalità produttive di tipo intensivo e monoculturale, che invece rivestono un ruolo notevole nella perdita di biodiversità a livello locale e globale.

 “Più di tre quarti degli Europei (76%) credono che l’umanità ha la responsabilità di prendersi cura della natura e che ciò è importante per arrestare la perdita di biodiversità, mentre più di due su tre (67%) sono totalmente d’accordo che curare la natura è essenziale per affrontare il cambiamento climatico e sei su 10 (60%) sono del tutto d’accordo che la nostra salute e il benessere si basano sulla natura e la biodiversità.”  Questo punto è di grande importanza, perché dimostra che 3 cittadini su 4 dell’U.E. sono coscienti che non si esce dal problema senza operare delle scelte collettive ma anche personali. Ciò detto, un’analisi più dettagliata delle risposte ai quesiti posti dall’inchiesta mostra gli Italiani generalmente meno consapevoli del proprio ruolo nella risoluzione del problema (ad esempio come utenti delle aree protette, come consumatori re come soggetti di cambiamenti nello stile di vita). Viceversa, i nostri connazionali danno più peso degli altri al ruolo del volontariato ambientale (15% contro la media dell’11%), confermando indirettamente, però, che la soluzione a questo genere di problemi non è in mano a tutti, ma va delegata ad alcuni soggetti più motivati.

earthday “Più di nove Europei su dieci (93%) ritengono che l’U.E. dovrebbe informare meglio i cittadini circa l’importanza della biodiversità.”  Su questo punto sembrano quasi tutti d’accordo, per cui il sondaggio di Eurobarometro non fa che confermare l’esigenza di un’informazione più seria e diffusa in materia ambientale. Si tratta di un’importante acquisizione, ma bisogna anche stare attenti alla sottovalutazione delle azioni concrete dell’Europa per cambiare rotta. L’informazione è sì fondamentale ai fini di una vera democrazia, ma è evidente che non basta, se non vengono adottate politiche economiche, prima ancora che ambientali, che diano impulso ad uno sviluppo alternativo. Gli Italiani, in particolare, danno un peso ridotto a provvedimenti legislativi (50%), alle verifiche sull’utilizzo ecosostenibile dei sussidi comunitari (48%) ed ai finanziamenti destinati alla tutela del patrimonio naturalistico ((44-45%). Si conferma quindi una tendenza un po’ illuminista a ritenere che la consapevolezza dei problemi sia sufficiente di per sé a risolverli, a prescindere da rinforzi di tipo premiale (finanziamenti) o punitivi (sanzioni) che promuovano i cambiamenti necessari.

 “Quasi due terzi degli intervistati (65%) ritengono che stanno facendo uno sforzo personale per proteggere la biodiversità e la natura.”  Si tratta di un dato che rivela una soddisfacente consapevolezza degli intervistati sul ruolo che ogni persona può e deve avere nella promozione di un ambiente più naturale e vitale. Come già ho osservato prima, però, gli Italiani sono mediamente un po’ meno sensibili degli altri cittadini europei a questo coinvolgimento diretto e personale (ad es. interagendo correttamente con l’ambiente naturale, acquistando prodotti locali ed ecosostenibili e scegliendo stili di vita più sobri), mentre si dichiarano più motivati a compiere percorsi specifici di tipo volontario. Il guaio è che l’evidente crisi dell’associazionismo ambientalista non sembra confermare questa aspirazione ‘volontaristica’, che resta troppo spesso solo teorica…

 “Circa un quarto degli intervistati (26%) hanno sentito parlare della rete Natura 2000, di cui 16% di coloro che dicono di aver sentito parlare ma non sanno di cosa si tratta. La maggioranza (73%) non ne ha mai sentito parlare.”  Su questo punto i dati sono abbastanza simili. Solo 7 Italiani intervistati su 100 si dichiarano informati in proposito, mentre la stragrande maggioranza di essi (7 su 10) non ha mai sentito parlare di questa ‘rete’ e dei suoi siti protetti. Dalle risposte raccolte, comunque, affiora una evidente tendenza a considerare l’ambientalismo prevalentemente in chiave protezionistica (quasi il 70% la vede come strumento per “proteggere anmali e piante in pericolo” ). E’ però interessante che il 54% del campione d’Italiani ritengano che le aree protette  migliorano anche la qualità della vita della popolazione locale e che quasi la metà pensi che, ad esempio, ci possa anche essere un turismo eco-sostenibile.

 “La maggior parte degli Europei ha sentito parlare del termine “biodiversità” (60%), ma meno di un terzo (30%) sa che cosa significa. Inoltre, la maggior parte non si sentono informati sulla perdita di biodiversità (66%).” Dall’insieme dell’inchiesta emerge che la questione della salvaguardia della biodiversità non è più riservata a pochi ‘addetti ai lavori’ ma sta diventando oggetto di una preoccupazione sempre più diffusa. E’ pur vero che solo 1 intervistato su 3 si è dichiarato effettivamente consapevole del significato di questo concetto e che 2 su 3 sono soddisfatti delle informazioni ricevute. Il 40% delle risposte, inoltre, richiedono maggiori informazioni per  i consumatori della U.E. . Più della metà degli Italiani coinvolti, infine, reclamano requisiti obbligatori per le merci importate, percependo evidentemente questi prodotti come meno garantiti rispetto a quelli a marchio U.E.

3 –  Biodiversità: da preoccupazione a punto nodale di un vero cambiamento ecologico

E’ difficile non tener conto degli orientamenti emersi da questa indagine europea se si vuole davvero cambiare direzione. Le tendenze e le opinioni degli Europei – ed in particolare degli Italiani – in materia di salvaguardia della biodiversità sono abbastanza chiare e per intervenire efficacemente nel merito credo che bisogna partire da questa accresciuta consapevolezza dei cittadini, ma anche dalla loro manifesta esigenza di capire di più e di essere maggiormente informati e coinvolti.  Il fatto che a parlare di “biodiversità” non siano solo gli ambientalisti ma anche le persone comuni è un grosso passo avanti. E’ però indispensabile che il questo fondamentale concetto non rimanga vago o confinato ad un ambito puramente ‘naturalistico’, ma cominci davvero a diventare una preoccupazione di ogni persona responsabile, e quindi la molla per una  ‘conversione’ ecologica autentica e fattiva.   Come ho ricordato in un mio recente articolo [viii] , in questo come in altri ambiti è più che mai valida l’esortazione gandhiana “Sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo” e questo non certamente per sminuire il peso dei fattori strutturali sui problemi ambientali, bensì per indurre tutti a svolgere un ruolo in prima persona, qui e ora, nell’auspicato processo di cambiamento.

Non mi sembra il caso di citare qualche contributo che ho già dato in precedenza alla definizione del concetto di biodiversità [ix] , ma non posso fare a meno di ricordare quanto ha scritto ed ha fatto un grande maestro dell’ecologismo come Antonio D’Acunto – scomparso circa un anno fa – che della ‘biodiversità’ aveva fatto la bandiera stessa della sua proposta alternativa, volta a costruire dal basso la “Civiltà del Sole”. [x]  Concludo quindi questa mia analisi dei risultati dell’inchiesta citando uno dei suoi scritti, che risale a 5 anni fa e che suona come una specie di inno ad un principio vitale.

“Per la gran parte della Terra siamo dunque in una fase avanzata di un processo di cancellazione – per opera di una parte dominante, non solo economicamente ma anche culturalmente, della specie umana – del pensiero universale e delle finalità proprie della Natura, con la totale scomparsa dei suoi habitat e delle sue infinite manifestazioni e forme di viantonio 4ta, dall’immensa bellezza e ricchezza di suoni, voci, forme, espressioni, luci, colori, valori, realizzate in un tempo infinito dalla sua arte, dalla sua architettura, dalla sua ingegneria, dalla sua tecnica, dalla sua economia. Eppure non ne abbiamo coscienza, o almeno non nella misura necessaria; perché se così non fosse, non potremmo, almeno per quella parte cosciente, non agire per arrestare ed invertire tale processo. Perché non ne abbiamo coscienza? Non siamo indotti ad avere tale coscienza dal pensare il nostro essere quale essere estraneo al mondo della Natura e della Biodiversità: un’identità anzi con loro in conflitto permanente, in una guerra di conquista, di rapina, di spoliazione. Più Natura e Biodiversità si dissolvono, paradossalmente più cresce l’estraneità e la guerra di conquista alle ultime ‘risorse comuni’ di tutte le forme e specie viventi del Pianeta. Lo stesso, naturalmente importantissimo, crescente allarme del rischio di catastrofe per l’intero Pianeta per l’effetto serra ed i mutamenti climatici, nasce dalla preoccupazione della vita e del mantenimento dell’ ‘Economia’ di tale parte dominante dell’Umanità. Se la guerra contro la Natura e la Biodiversit
à non avesse la contraddizione della possibile ricaduta mortale sull’Umanità e la sua parte dominante, tutto potrebbe continuare fino a fare della Terra il pianeta ad una sola dimensione, quella dell’Uomo e della sua economia dominante e contestualmente della sua infinita solitudine e tristezza.
Il Sole allora donerebbe inutilmente i suoi raggi al nostro Pianeta, perché non verrebbero più da esso raccolti per trasformarli in vita con la meraviglia della sintesi clorofilliana: il verde non ci sarebbe più.

Manca, è vero, una coscienza globale della Biodiversità perduta e di quella a rischio, ma nel mondo infiniti sono sensibilità ed amore verso di essa e verso la Natura, fondamenti del passaggio a tale coscienza. Riflettere e contribuire sul come attuare questo passaggio assume decisiva valenza: la ricerca e la diffusione del quadro globale delle infinite aggressioni che la Biodiversità e la Natura ad essa connessa hanno subito e stanno subendo nel mondo rendono l’immagine diretta e la dimensione della violenza globale fatta alla Terra e, rapportata al passato ed al futuro, l’accelerazione fortemente in atto di tale violenza: sicuramente la mancata conoscenza della violenza globale che la Terra subisce è tra le ragioni dell’assenza di una coscienza globale della catastrofe in atto per la Biodiversità e la Natura. Quanto da me ricercato e riportato in questo contributo è un’infinitesima parte della violenza in atto, e l’impatto con tante immagini incontrate nella piccola ricerca è semplicemente sconvolgente. La realizzazione di quanti più possibili luoghi della Civiltà del Sole e della Biodiversità, con le mappe della violenza che la Biodiversità e la Natura subiscono o sono a rischio di subire localmente e in ogni parte del mondo, è sicuramente un passaggio fondamentale per una coscienza globale che agisca per arrestare la catastrofe in atto. Il Sole irradia la Biodiversità, la Biodiversità vive dell’infinito dono che il Sole le dà; l’Uomo nella Civiltà del Sole e della Biodiversità vive anch’egli di questo infinito dono.” [xi].
Alla spiritualità laica dell’ambientalista D’Acunto fanno significativamente eco, le autorevoli parole di uno dei passi dell’Enciclica “Laudato si’”, in cui Papa Francesco scrive:

“Ma non basta pensare alle diverse specie solo come eventuali ‘risorse’ sfruttabili, dimenticando che hanno un valore in se stesse. Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre […] La cura degli ecosistemi richiede uno sguardo che vada aldilà dell’immediato, perché quando si cerca solo un profitto economico rapido e facile, a nessuno interessa veramente la loro preservazione […] L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale…” [xii]

Fermarci all’informazione ed alla consapevolezza della necessità di tutelare la biodiversità è pertanto insufficiente, se non ci decidiamo ad affrontiamo il problema nella sua globalità, ma anche se non riusciamo a percepirlo come un invito a fare scelte personali e collettive che vadano nella direzione giusta.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOTE –———————————————————————-

[i] Special Eurobarometer 436, Attitudes of Europeans towards biodiversity, 10.05.2015 >  https://open-data.europa.eu/it/data/dataset/S2091_83_4_436_ENG

[ii] VAS, Opinioni degli Europei nei confronti della biodiversità > http://www.vasonlus.it/?p=20726

[iii] Eurobarometer 436, Introduzione al documento cit. (trad. mia)

[iv]  Si tratta dell’art. 2 della Convenzione sulla diversità biologica, come riportata dal sito della C.B.D. > https://www.cbd.int/convention/articles/default.shtml?a=cbd-02

[v] Fra gli altri articoli, vedi: http://www.greenews.info/rubriche/la-perdita-della-biodiversita-costa-all%E2%80%99ue-450-miliardi-di-euro-20151012/

[vi] Protezione della natura in Europa: dobbiamo fissare obiettivi più ambiziosi per arrestare la perdita di biodiversità entro il 2020 – comunicato stampa della Commissione Europea > http://europa.eu/rapid/press-release_IP-15-5746_it.htm

[vii]  Cfr. :  ec.europa.eu/COMMFrontOffice/…/index…/68204

[viii]  Ermete Ferraro, Una fine settimana particolare…  > https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/10/26/una-fine-settimana-particolare/

[ix]  Per scorrere i titoli dei miei precedenti articoli in materia, già pubblicati sul mio blog Ermete’s Peacebook , cfr.: https://ermeteferraro.wordpress.com/page/3/?s=biodiversit%C3%A0&submit=Cerca – Vedi, in particolare >  https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/07/10/biodiver-citta-un-approccio-ecosociale/

[x]   A tal proposito visita il sito della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità > http://www.laciviltadelsole.org

[xi] Antonio D’Acunto, Amare e ritrovare la perduta biodiversità (07.11.2010) > http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/amare-e-ritrovare-la-perduta-biodiversita/79-amare-e-ritrovare-la-perduta-biodiversita

[xii] Papa Francesco, Laudato si’ – Lettera enciclica sulla cura della casa comune (nn. 33…36 … 48), 2015 > http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLA SOSTENIBILITA’

SOSTIENE BRUNTLAND…..

Un tormentone letterario-filosofico della prima metà degli anni ’80 fu il romanzo del praghese Milan Kundera “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Questo titolo mi è tornato in mente leggendo un commento di Alberto Mingardi su La Stampa, nel quale così si esordisce:

“C’è chi dice no: anche se non sa tanto bene a che cosa. Il caso dell’Expo è interessante. Appena incominciato, ha già trovato i suoi contestatori. I quali, se li si prende sul serio, pare abbiano in mente un altro modello di sviluppo: che finisce per essere proprio lo stesso che hanno in mente i sostenitori dell’Expo. Questi ultimi hanno tarato la loro «Carta di Milano» su un concetto studiatamente opaco: quello di «sostenibilità». [1]

Se è evidentemente falsa l’affermazione che gran parte dei contestatori dell’EXPO non sappiano neanche a cosa si oppongono e perché, su un’altra sono invece d’accordo: quello di sostenibilità è un concetto “studiatamente opaco”. E sulla opacità di certe idee – o meglio, sulla loro voluta ambiguità – si possono costruire illusori castelli in aria, ma anche erigere i padiglioni della esposizione universale di Milano.
Sviluppo_sostenibile.svgIl termine in sé, entrato in circolazione dopo la pubblicazione del Rapporto Bruntland nel 1987, ha avuto una vita abbastanza breve ma travagliata. La sua definizione più nota e condivisa, contenuta in quel documento, era la seguente:

“equilibrio fra il soddisfacimento delle esigenze presenti senza compromettere la possibilità delle future generazioni di sopperire alle proprie”  [2].

Tutto, allora, sembrava chiaro ed evidente. Fatto sta, però, che su questa base si sono sviluppate correnti di pensiero e proposte assai diverse, per cui il pur accattivante concetto di ‘sviluppo sostenibile’ purtroppo resta vago, come si sottolinea anche in un documento elaborato in occasione d’un incontro sulla ‘Sostenibilità globale’ , promosso dall’O.N.U. nel 2012.

“Lo sviluppo sostenibile è un concetto fluido e nei due passati decenni sono emerse varie definizioni. Nonostante un dibattito in corso sul suo significato attuale, si tende ad enfatizzare pochi concetti comuni. […] Sebbene ci sia un generale consenso sul fatto che lo sviluppo sostenibile richieda una convergenza fra i tre pilastri dello sviluppo economico, della giustizia sociale e della protezione ambientale, il concetto resta elusivo…” [3]

Fluido, elusivo, opaco: tre aggettivi che sottolineano come l’idea stessa di sostenibilità sia stata viziata da una scarsa chiarezza sulla sua effettiva applicabilità ad una visione economica che, viceversa, diverge sempre più da una concezione ecologica. Ne consegue quella che nel titolo ho chiamato “l’insostenibile leggerezza della sostenibilità”, per indicare l’insopportabile ambiguità ed irrilevanza d’un principio forte degradato a pensiero debole, a parola-attaccapanni.

Perché il concetto di ‘sviluppo sostenibile’ possa essere preso in considerazione, diventando invece solido, stabile e trasparente, bisogna dunque smetterla con l’ambiguità di chi vuole ad ogni costo salvare capre e cavoli, iniziando a fare scelte sicuramente impegnative ma non rinviabili.

Un’immagine che rende bene il concetto originario e globale di ‘sostenibilità’ – ma che nella sua evidenza mostra subito quanto sia ambiguo e perfino mistificatorio cercare di applicarla all’attuale modello di sviluppo – è sintetizzata dall’intersezione grafica dei tre ‘campi’ d’intervento (sociale, ambientale ed economico):

  • Sostenibilità economica: intesa come capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione.

  • Sostenibilità sociale: intesa come capacità di garantire condizioni di benessere umano (sicurezza, salute, istruzione, democrazia, partecipazione,giustizia), equamente distribuite per classi e genere.

  • Sostenibilità ambientale: intesa come capacità di mantenere qualità e riproducibilità delle risorse naturali. [4]

Ebbene, l’area derivante dall’intersezione delle tre componenti dovrebbe rappresentare ciò che si comunemente si indica con l’espressione sviluppo sostenibile, che dovrebbe essere caratterizzata da tre concetti-chiave: equità, vivibilità e realizzabilità. Sfido chiunque, però, ad affermare che l’attuale modello di sviluppo – presentato ormai come il solo possibile dai fautori del pensiero unico – risponda davvero a tali requisiti. Non bisogna essere ‘no global’ né ‘antagonisti’, infatti, per accorgersi che le nostre società diventano sempre meno giuste e vivibili e che la conciliazione fra economia ed ecologia è ancora molto lontana.

Eppure c’è qualcuno che, come Mingardi nel citato articolo su ‘La Stampa’, insiste proprio sul paradosso per cui l’EXPO di Milano sarebbe contestato proprio da chi propugna un modello di sviluppo che è quello che i suoi organizzatori avrebbero in mente. Ma è davvero così?

ESPOSIZIONE..A LA CARTE

carta di milanoAlla base di questa edizione dell’Esposizione Universale – che ha come tema centrale “Nutrire il Pianeta – Energia per la vita” – è stata posta la Carta di Milano,  [5] un solenne documento presentato come la base teorica per “affermare il diritto al cibo come diritto umano fondamentale”. Si tratta di una dichiarazione d’intenti che dovrebbe conferire autorevolezza etica ad un evento miliardario, che invece appare sostanzialmente in linea con l’attuale visione produttivista e consumistica.

In essa, ovviamente, ritroviamo affermazioni assolutamente condivisibili ed appelli sottoscrivibili, ma quel documento mi sembra un’ulteriore dimostrazione di quanto possa essere ambiguo il concetto di sostenibilità se diventa uno strumento multiuso come un coltellino svizzero.

La Carta di Milano, ad esempio, racchiude una serie di dichiarazioni che, da un lato, non mancano di fotografare l’evidente in-sostenibilità del nostro modello di produzione e di consumo. Dall’altro, però, focalizzano l’attenzione sulle criticità derivanti dalla cattiva gestione di questo modello (sprechi, disuguaglianze, scarsa consapevolezza, carente partecipazione, mancanza di adeguata innovazione), come se si trattasse solo di difetti, errori, effetti collaterali.

Basta sfogliarne il testo per trovare affermazioni sottoscrivibili da un punto di vista ecologico e sociale, come quelle raggruppate sotto il titolo “siamo consapevoli che…”. Penso che nessuno, infatti, potrebbe dichiararsi in disaccordo col fatto che il problema sia quello di “nutrire una popolazione in costante crescita senza danneggiare l’ambiente”,oppure che il cibo sia un elemento identitario d’un popolo e delle singole persone, o sul fatto che “è possibile favorire migliori condizioni di accesso a cibo sano e sufficiente nei contesti a forte urbanizzazione, anche attraverso processi inclusivi e partecipativi che si avvalgano delle nuove tecnologie”.

Direi quasi che si tratta di ovvietà, a meno che non ci sia qualcuno che dichiari apertamente la volontà di danneggiare l’ambiente e di negare il diritto al cibo ad intere popolazioni. Anche sul fatto che “una corretta educazione alimentare, a partire dall’infanzia, è fondamentale per uno stile di vita sano e una migliore qualità della vita” suppongo che non ci siano discussioni. Altrettanto scontata e generica, poi, appare l’esigenza di “adottare un approccio sistemico, attento ai problemi sociali, culturali, economici e ambientali e che coinvolga tutti gli attori sociali e istituzionali”.

Anche nelle altre sezioni della Carta di Milano, del resto, c’imbattiamo in affermazioni sacrosante, come ad esempio la convinzione che “il cibo abbia un forte valore sociale e culturale, e non debba mai essere usato come strumento di pressione politica ed economica”  o anche quella che ribadisce quanto sia importante tutelare la diversità biologica: “l’attività agricola [è]fondamentale non solo per la produzione di beni alimentari ma anche per il suo contributo a disegnare il paesaggio, proteggere l’ambiente e il territorio e conservare la biodiversità.”

Tutto vero e giusto. Il problema è che queste considerazioni – pur parlando di “ingiustificabili disuguaglianze”, d’insopportabili sprechi alimentari e di sfruttamento eccessivo delle risorse naturali – non vanno oltre il livello della diagnosi, guardandosi bene dall’individuare le cause dei mali che denunciano.

Ma è proprio vero che si tratta solo di disfunzioni, diseconomie e criticità  di un sistema di per sé valido ed accettabile, o piuttosto siamo di fronte alle ovvie conseguenze di un modello economico-sociale di per sé iniquo, antiecologico e predatore di risorse?  La Carta di Milano non dà una risposta, mantenendo l’ambiguità del concetto di sviluppo sostenibile inteso come obiettivo da perseguire mediante una semplice correzione di rotta,  non certo come cambiamento profondo e radicale di un modello di per sé ecologicamente e socialmente insostenibile.

Se andiamo a leggere le proposte operative, il documento ci offre indicazioni e strumenti che hanno a che fare solo con il miglioramento della situazione attuale, in una visione riformista del problema. A noi cittadini, alla società civile ed alle imprese , infatti, si richiedono: maggiore consapevolezza e senso di responsabilità; pratiche virtuose per la riduzione dell’impatto ambientale (come il riuso ed il riciclaggio): creatività ed impegno civile; recupero e redistribuzione delle eccedenze alimentari; diversificazione delle produzioni agricole e maggiore attenzione al benessere degli animali. Come a dire: se il sistema funziona male. Tocca a voi darvi una regolata ed essere più responsabili.

Ai governi e alle istituzioni internazionali, inoltre, si richiede:

  • di adottare misure normative che rendano “effettivo il diritto al cibo e la sovranità alimentare”, rafforzando la legislazione in materia agro-alimentare e coordinandosi con le organizzazioni;
  • di tutelare giuridicamente il cibo da frodi e pratiche scorrette, promovendo la sicurezza alimentare e diffondendo “la cultura della sana alimentazione”;
  • di “declinare buone pratiche in politiche pubbliche e aiuti allo sviluppo che siano coerenti coi fabbisogni locali, non emergenziali e indirizzati allo sviluppo di sistemi alimentari sostenibili”;
  • di promuovere la ricerca e lo sviluppo in materia alimentare, migliorando l’efficacia nella produzioni e riducendo gli sprechi al consumo;
  • di “considerare il rapporto tra energia, acqua, aria e cibo in modo complessivo e dinamico, ponendo l’accento sulla loro fondamentale relazione, in modo da poter gestire queste risorse all’interno di una prospettiva strategica e di lungo periodo in grado di contrastare il cambiamento climatico”.

Mi sembra evidente che, fatta eccezione per quest’ultimo punto, un po’ più esplicito e qualificante, ciò che la Carta di Milano ci propone non ha proprio nulla di alternativo, proponendo di fatto solo la rimodulazione dell’attuale modello agro-alimentare, in chiave di maggiore efficienza (sul piano economico) e di più diffusa e consapevole partecipazione (sul piano civico-sociale).

Ma siamo certi che sia questa la sostenibilità da perseguire?
sustainability

UN MANIFESTO PER L’ALTERNATIVA

Il 22-23 aprile scorso si è tenuto a Brescia, presso la Fondazione Micheletti, un convegno sulle “tre agricolture” (industriale, biologica ed ecologica), in vista del quale è stato predisposto un documento, il Manifesto di Brescia [6], che annovera tra i suoi primi firmatari Giorgio Nebbia, Alberto Berton, Guido Pollice, Pier Paolo Poggio e Giovanna Ricoveri.

Si tratta ovviamente di una disamina molto più critica sull’insostenibilità della nostra agricoltura industrializzata, chimicizzata e standardizzata, causa prima dei guasti ambientali e delle ingiustizie economiche stigmatizzate dallaCarta di Milano, senza però individuarne le responsabilità reali.

Nel suo linguaggio essenziale si afferma infatti che:

“Negli ultimi due secoli si è verificata una rottura dei vincoli naturali con l’avvento di una modernizzazione che ha promesso di soddisfare i bisogni fondamentali di popolazioni in rapida crescita attraverso l’industrializzazione dell’agricoltura, dell’allevamento e pesca, nonché della trasformazione e distribuzione degli alimenti. Tale industrializzazione, facendo perno sulla meccanizzazione, sull’impiego di sostanze chimiche come concimi e pesticidi e su una selezione genetica orientata alle varietà a resa elevata, si è imposta nei paesi di più antico e consolidato sviluppo, come quelli europei e americani, con una forza capace di travolgere tutte le resistenze. L’agricoltura, nella visione corrente, è così diventata un reparto dell’industria, adottandone la logica di standardizzazione, uniformazione, economie di scala, espulsione e precarizzazione della manodopera.”

Il ‘peccato originale’ da cui scaturiscono i mali denunciati, dunque, va individuato nel fatto che – in nome del progresso – l’agricoltura ha visto violato il suo legame con la natura, divenendo sempre più una realtà affidata al sapere scientifico e tecnologico ed a scelte verticistiche, che l’hanno sottratta al controllo e alla gestione diretta delle comunità locali.

A quel modello di sviluppo agricolo – dominato sempre più dalle multinazionali e soggetto a manipolazione e brevettazione delle stesse risorse naturali – è ovviamente corrisposto un modello di alimentazione e, più in genere, di consumi e di stili di vita.

“Questa macchina, sostenuta da una formidabile azione pubblicitaria, talvolta mascherata da informazione scientifica, presenta delle crepe e vibrazioni pericolose, sembra procedere alla cieca orientata solo dalla logica del profitto, creando guasti eccessivi sul suolo su cui  poggia, nella sua avanzata arreca danni alle forme viventi  e alle stesse persone che trascina nella sua marcia apparentemente inarrestabile…”

Ma un modello di economia fondato unicamente sulla ‘logica del profitto’ e del tutto incurante del rispetto degli equilibri biologici e di quelli sociali non potrà mai diventare sostenibile, almeno nel senso originario del termine.  Se partiamo dalla definizione sintetica riportata all’inizio, infatti, non si comprende come un sistema fondato sulla massimizzazione del profitto possa conciliarsi con l’esigenza di garantire lavoro e cibo alla popolazione mondiale, benessere e giustizia ai singoli ed alle comunità locali e la qualità e riproducibilità delle risorse naturali.

Come fa, ad esempio, una visione economica che alimenta lo spreco a ridurre gli sprechi?  Come può uno sviluppo fondato sull’accentramento delle risorse energetiche promuovere pratiche di controllo decentrato di fonti rinnovabili da parte delle comunità locali?

Come possiamo aspettarci una semplice ‘razionalizzazione’ di un’agricoltura industrializzata “incompatibile con l’ecosfera e la vita degli ecosistemi, come appare dalle crescenti manifestazioni di cambiamenti climatici, di erosione del suolo, di perdita di fertilità e di biodiversità, di inquinamento delle acque ad opera dei residui di concimi e pesticidi e dei residui della zootecnia.” ?

Ovviamente si tratta di una domanda retorica, poiché – per parafrasare l’evangelista Luca – “Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo…” [7]. E’ inutile aspettarsi che l’albero del profitto dia frutti di giustizia e di rispetto dell’ambiente, che sono invece la logica conseguenza di un modello produttivo profondamente diverso, di un’economia che nasca ecologica e non finga di diventare tale, per riparare i danni già commessi.

“L’agricoltura ecologica, rispondente ai bisogni e alle necessità dell’oggi, può e deve raccogliere e superare l’eredità sia dell’agricoltura contadina  sia di quella industriale […]. La sua affermazione, passando da situazioni di nicchia a fenomeno socialmente rilevante, le consentirà di svolgere un ruolo prezioso di rigenerazione sul piano culturale, ecologico ed economico rimettendo al centro dell’operare umano il valore del saper fare e della manualità, il valore del lavoro e del suo senso, il valore delle cose e delle relazioni, il valore del tempo, dei tempi dell’attesa, del silenzio e dell’otium come opportunità di conoscenza, come capacità di godere della vita senza consumarla.” 

Non si tratta di considerazioni puramente filosofiche o del vagheggiamento di utopie georgiche. Sono in realtà prospettive per la cui realizzazione già da tempo operano migliaia di persone, scegliendo stili di vita alternativi, seguendo modelli di alimentazione più sana e naturale, riprendendosi le risorse energetiche che sono di tutti, producendo con ritmi e modalità biologiche, uscendo dalla trappola di un consumismo che produce rifiuti e nevrosi.

Insomma, l’alternativa c’è, un altro mondo è possibile. Non credo proprio, però, che saranno le raccomandazioni della Carta di Milano a promuovere un vero cambiamento, che è invece il frutto di quella che, con Antonio D’Acunto, chiamerei “la Civiltà del Sole”.  E concludo proprio con le parole di questo carissimo amico e maestro, citando il suo “decalogo” per conciliare economia ed ecologia:

“ 1 – La sostenibilità energetica e della materia nella produzione dei beni materiali e di consumo, con il crescente, fino al totale impiego del Sole, del rinnovabile e del riciclo della materia;

2 – La tutela della Biodiversità animale, vegetale e del volto del Pianeta;

3- La tutela e la preservazione integrale da inquinamento dei Beni Comuni, acqua, aria, etere;

4 – La tutela della storia e della cultura umana e dei beni da essa prodotti;

5 – Il diritto di ciascuna persona umana a realizzarsi con il lavoro e perciò la politica per la piena occupazione;

6 – La produzione ed il lavoro quali arricchimento dei valori dell’Uomo e del Pianeta;

7 – L’agricoltura e l’alimentazione nella naturalità e nella rinnovabilità;

8 – La Salute quale diritto inalienabile di tutti i cittadinim al livello massimo consentito dalle conoscenze di oggi;

9 – Il diritto alla scuola, alla crescita culturale, all’università ed alla ricerca scientifica, umanistica e tecnologica;

10 – La solidarietà. “ [8]

Si tratta di poche e semplici indicazioni, ma su di esse possiamo costruire un futuro davvero sostenibile, insieme e dal basso.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

[1] A. Mingardi, Contro la fame funziona anche il mercato > http://www.lastampa.it/2015/05/01/cultura/opinioni/editoriali/contro-la-fame-funziona-anche-il-mercato-zkaVazNLTuQXEfagFvtkJJ/pagina.html

[2] Bruntland Commission, Our Common Future, World Commission on Environment and Development (WCED), 1987, p.43

[3] Sustainable Development  – from Bruntland to Rio 2012, Background Paper for consideration by the High Level Panel on Global Sustainability, 19 September 2010 – Prepared by John Drexhage and Deborah Murphy, International Institute for Sustainable Development (IISD), U.N. (September 2010) , p. 2 > http://www.un.org/wcm/webdav/site/climatechange/shared/gsp/docs/GSP16_Background%20on%20Sustainable%20Devt.pdf

[4] Cfr. articolo: http://it.wikipedia.org/wiki/Sviluppo_sostenibile e relativo grafico

[5] Leggi il testo in: http://carta.milano.it/la-carta-di-milano/ Le citazioni seguenti sono tratte da questo documento.

[6]  Leggi il testo in: http://www.bfdr.it/index.php?option=com_docman&view=download&alias=5-manifesto-di-brescia&Itemid=127  Le citazioni seguenti sono tratte da questo documento.

[7]  Vedi:  Lc 6,44

[8]  Antonio D’Acunto, La necessità di nuovi indicatori di un’economia che nasca dall’ecologia > http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/un-economia-che-nasca-dall-ecologia/43-la-necessita-di-nuovi-indicatori-di-un-economia-che-nasce-dall-ecologia

…E PACE SULLA TERRA

paceinterraForse non ci facciamo più caso, ma “natale” è un aggettivo sostantivato, non un nome. Dies natalis  in latino indicava sia il giorno della nascita sia la sua ricorrenza, ovvero ciò che noi chiamiamo “compleanno”. Va precisato che in data assai prossima a quella del nostro Natale – coincidente col Solstizio d’inverno – gli antichi Romani già festeggiavano il “Sole Invitto”(Dies natalis Solis Invicti), culto introdotto nel 274 dall’imperatore Aureliano e riconfermato da Costantino. Fu proprio quest’ultimo, dopo la conversione al Cristianesimo, che trasformò quella celebrazione pagana del Sole invincibile nella ricorrenza della nascita di Gesù Cristo.

Da allora sono passati quasi 1700 anni, eppure per molti Natale resta un nome pieno di fascino ma sostanzialmente vuoto, in quanto progressivamente svuotato del suo senso più profondo. Certo, non celebriamo più la maestà invincibile del Sole – sebbene sia innegabile che la nostra stessa vita dipenda da quella stella intorno a cui il nostro pianeta continua a girare – ma abbiamo anche smarrito il senso del sacro che ammantava il giorno della nascita terrena di Chi è venuto di persona a salvare il mondo che Egli stesso aveva creato.

Si direbbe che il grande mistero dell’incarnazione di Dio sia diventato non solo impenetrabile (aggettivo dietro cui si cela comunque una ricerca di senso e di valore), ma sempre più evanescente per un mondo che ha rinunciato ai grandi interrogativi e si accontenta di ciò che esperimenta giorno per giorno. E la nostra esperienza, purtroppo, ci racconta di un Natale ridotto a mera interruzione dell’attività lavorativa, una vacanza che – etimologicamente – suggerisce più un vuoto che un nuovo contenuto. Ma – come ci ha ricordato recentemente il grande Benigni – il Signore ci ha detto (non ‘comandato’: l’ebraico devarìm significa ‘parole’) di ricordare il giorno del Sabato per santificarlo. Un Sabato inteso solo come riposo festivo, come interruzione del ritmo lavorativo, non è sufficiente. Esso dovrebbe essere valorizzato, purificato, consacrato (ebr. qadèsh), per dare un senso nuovo e diverso a quel vuoto. In caso contrario – e lo constatiamo proprio nel periodo natalizio – tale ‘vacanza’ è riempita solo dall’esasperazione del nostro abituale consumismo, per cercare di rendere indimenticabile con spese e regali un giorno che dovrebbe ricordarci ben altro.

Non intendo replicare la solita lamentazione sulla perdita della sacralità del Natale, ma credo che basta sfogliare un giornale o guardare la TV per accorgersi che è difficile cogliere un senso diverso dietro una festività ridotta da tempo a convulsa fiera delle vanità e, più recentemente, ad occasione per rilanciare i consumi in periodo di recessione…
Si direbbe che più si accendono le luci delle luminarie natalizie e meno luce penetra dentro di noi. Più riempiamo queste giornate di regali e pranzi sontuosi e meno ci sentiamo soddisfatti di come questi 2014 anni ci hanno trasformati. Il nostro Natale, insomma, è diventato metafora d’una religiosità abitudinaria e banalizzata, nei confronti della quale già dallo scorso anno si era alzata la voce di Papa Francesco: «…se nel Natale Dio si rivela non come uno che sta in alto e che domina l’universo, ma come Colui che si abbassa, significa che per essere simili a Lui noi non dobbiamo metterci al di sopra degli altri, ma anzi abbassarci, metterci al servizio, farci piccoli con i piccoli e poveri con i poveri». http://www.tempi.it/papa-francesco-il-natale-e-il-segno-che-dio-si-e-schierato-con-l-uomo-per-risollevarlo-dai-peccati#.VJcTDsAKA .

Natale dovrebbe essere il momento forte dell’anno in cui ci ricordiamo di Chi ci ha salvati, lasciando a noi uomini un messaggio di amore, di fratellanza e di servizio: la ‘buona notizia’ (eu-angelon) di speranza, fondata sulla fede e generatrice di carità, che dovrebbe illuminare questa festa molto più di tante sfavillanti luminarie. Ma è davvero così?

“E’ Natale e a Natale si può fare di più” : risuonano nelle orecchie le zuccherose parole di una nota canzone composta, guarda caso, proprio come spot pubblicitario per un’azienda dolciaria. Ma la verità è che non si tratta tanto di “fare di più”, semmai di fare diversamente, di deciderci finalmente a cambiare rotta, ad invertire la marcia. Dovremmo sforzarci di “essere di più”,  preoccupandoci assai meno di ‘avere’ e di ‘apparire’, pilastri sui quali, viceversa, si fonda la nostra società ed il suo modello di sviluppo. Se invece per noi Natale resta solo una pausa o, al più, una toccante rievocazione non aspettiamoci che riesca a ‘santificarci’, perché in tal caso non ne coglieremmo il senso profondo, la sacralità, ricadendo fatalmente nel vuoto di una semplice vacantia.

Quella magica parola, inoltre, ci evoca l’idea di una vita che comincia. Il verbo latino nascere, infatti, che deriva da quello greco ghìgnomai, a sua volta riconducibile alla radice indoeuropea *GN, che ci parla di generazione, che qualcosa che inizia ed è quindi in divenire.

Ebbene, se non riusciremo a fare del Natale un vero momento di ri-generazione, di ri-nascita, sprecheremo un altro anno della nostra vita, di cui avremo solo ripercorso l’orbita temporale – proprio come la Terra intorno al Sole invitto – senza però che nulla cambi dentro e fuori di noi.

Ecco perché dovremmo tutti cogliere quest’occasione – pur nella sua ritualità, spesso sinonimo di abitudine e di tradizione – per sforzarci di far rinascere in questo mondo stanco e disilluso una speranza di cambiamento, di mentalità prima ancora che di azione. Nella liturgia greca-ortodossa, la “metànoia” – il termine evangelico che indica tale cambiamento profondo nel modo di pensare e di sentire – corrisponde anche ad un gesto rituale. Si tratta di un inchino profondo, per toccare la terra con la mano destra a dita unite, che vengono poi baciate e con cui si traccia il segno di croce.

Ovviamente è solo un gesto ma, nella sua simbolicità, ci suggerisce almeno due cose. La prima è che, per cambiare davvero, dobbiamo fare lo sforzo di abbassarci al livello della terra – come ci raccomandava Papa Francesco – in modo da ricordarci della nostra creaturalità, in quanto figli di Adàm/adamàh, rispecchiata in latino dalla parola homo, derivante da humus.

La seconda è che la terra toccata con la mano, in segno di ricongiungimento con la nostra origine, deve però essere santificata e riempita di senso e vivificata dallo Spirito (ebr.: Ruah), come nell’atto creativo iniziale. Abbassarsi e al tempo stesso elevarsi mi sembra quindi un’efficace sintesi del Natale come atto di fede nel Dio che si è fatto creatura per riportare “in excelsis” le sue creature.

Comunque si voglia tradurre la seconda parte del testo greco del noto passo di Luca 2:14 «Δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκία» è però evidente che il messaggio evangelico associa la proclamazione di gloria a Dio con la pace sulla terra e con quella eudokìa che è stata intesa ora come ‘buona volontà’, ora come ‘benevolenza’ tra gli uomini.

In ogni caso, di pace e benevolenza credo che questa nostra Terra abbia davvero bisogno, visto che l’umanità, pur essendo comparsa negli ultimi minuti della sua cronologia, si ostina testardamente a minacciarne la distruzione o, quanto meno, a provocare assurdamente la propria estinzione.

Il guaio è che i giornali e gli altri media ci hanno abituato a rassegnarci ad un mondo in cui le immagini dei babbinatale, dei regali e del rituale ‘volemose bene’ natalizio si alternano un po’ cinicamente a quelle di popolazioni sterminate dalla fame, dalle malattie e dalla guerra, condannate senza dubbio dall’intolleranza omicida dei nuovi Caini, ma anche dall’indifferenza apatica e rassegnata che troppo spesso ci caratterizza ai nostri giorni.

Natale, ho ricordato all’inizio, è in fondo solo un attributo riferito a sostantivo ‘giorno’, ma questo non significa che esso debba trascorrere invano, senza lasciare traccia dentro e fuori di noi. Il fatto che rimanga spesso la pura e semplice celebrazione d’una ricorrenza annuale è purtroppo segno che il messaggio evangelico – col suo richiamo alla ‘nascita’ – non riesce più a suggerirci che quel termine non rievoca un evento in sé compiuto ma evoca piuttosto un inizio, un’evoluzione,

Ecco perché auguro a tutti – e naturalmente prima a me stesso – di saper recuperare il senso pieno e vero del Natale, in modo da iniziare un anno d’impegno – sociale, ecologico e politico – ricaricati da un messaggio di vera Pace, quella che ci dà la forza di cambiarci e di cambiare.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com

RELIGIONI PER LA TERRA

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Salvaguardare la Terra, insieme, da credenti 

Si è tenuto lo scorso mese a New York, in occasione del pretenzioso quanto inutile Vertice ONU sul Clima, anche un importante incontro inter-religioso sul tema del ruolo delle varie fedi nella salvaguardia della Terra. Ovviamente, da noi non ne è giunta notizia e solo qualche ambientalista un po’ più attento e motivato ha potuto apprendere della discussione che si è sviluppata presso il Seminario dell’Unione Teologica newyorkese, con partecipazione di ben 200 “leaders spirituali” provenienti da tutte le parti del mondo e rappresentanti tradizioni religiose molto diverse.

Scopo della conferenza era la ricerca di una piattaforma comune, capace di esprimere le preoccupazioni e gli impegni delle religioni mondiali e di suscitare un’azione fondata sulla fede.

Come si legge in un comunicato stampa diramato già il 15 luglio sull’evento:

“Quest’azione sarà a sostegno di un giusto trattato sul clima e di nuove misure, all’interno delle nazioni, religioni e culture,che saranno necessarie per supportare il trattato e proteggere i più vulnerabili tra noi, in un tempo in cui i profitti hanno la priorità sul benessere delle persone e gli effetti dell’inquinamento stanno per essere avvertiti nelle modalità climatiche estreme, in una esacerbata instabilità sociale e nel calo della qualità del cibo, dell’aria e dell’acqua.[…] “I leader religiosi che si sentono chiamati a proteggere il creato stanno avvertendo l’urgenza di questa crisi e stanno cercando i modi per essere efficaci – ha dichiarato la Rev.Dr.ssa Serene Jones, presidente del Seminario dell’Unione Teologica – Ora per noi è giunto il tempo di andare insieme, attraverso le questioni che ci dividono e le tradizioni divergenti, e di usare la nostra portata ed influenza per il bene della Terra che condividiamo”. [1]

Lo stesso concetto è stato ribadito da Karenna Gore e dalla stessa dr.ssa Jones il 19 settembre 2014 in un intervento sull’edizione online della rivista TIME, sottolineando che affrontare la crisi climatica mondiale:

“…non è solo una sfida scientifica e politica, è un urgente imperativo morale[…] Essa si riferisce profondamente al significato della vita piuttosto che limitarsi ad aggiustare i suoi meccanismi […] Ha implicazioni per l’esistenza dello stesso mondo e per il posto dell’umanità al suo interno. Si terrà una conversazione guidata dai valori, per cambiare la cultura materialista ed orientata al consumo, che assegna un valore solo alle cose quantificabili in senso finanziario. L’incontrollato modello di massima produzione, guidato dal profitto, sta divorando ciò di cui noi ci prendiamo più cura: l’aria e l’acqua  pulita ed il benessere delle famiglie più vulnerabili. Abbiamo bisogno di una nuova equazione morale…”  [2] .

Sul palco della Conferenza di sono alternati pastori battisti e rabbini ebrei, il presidente della Caritas delle Filippine ma anche un imàm e il direttore d’una fondazione islamica per l’ecologia e le scienze ambientali, insieme a molti altri esponenti di tradizioni religiose orientali, fra cui un capo pellerossa, un cappellano indù e la famosa leader ecologista Vandana Shiva. Le immagini del video che ne riprende gli interventi, intervallati da canti [3] , ci restituisce un variopinto e stimolante mondo di congregazioni ed organizzazioni che da anni s’impegnano in prima persona in difesa della pace e dell’integrità del creato e che vogliono coordinarsi per rendere più efficaci i loro sforzi.

In effetti, già da molti anni è in atto un processo di ripensamento profondo del ruolo dei credenti (e quindi delle chiese e delle organizzazioni a base religiosa) nella promozione non solo di stili di vita alternativi, rispettosi degli equilibri naturali come dell’equità sociale, ma anche di un vero e proprio movimento, che stimoli attivamente un autentico cambiamento in senso ambientalista del modello di sviluppo e delle politiche che ad esso s’ispirano. Ma c’è bisogno di più e di meglio.

“Dobbiamo approfondire ed espandere il movimento mondiale per combattere il cambiamento climatico e cogliere la sua traiettoria morale. Molti leader religiosi stanno già trasformando i loro approcci al ministero ed al servizio, determinati a raggiungere i piccoli cambiamenti che possono aggregare in un movimento globale. Questi devono essere accompagnati dal sostegno ad azioni strategiche coraggiose, per spostare il potere lontano da quelli che non prendono la terra in considerazione.” [4]

Il coraggio di passare dal dire al fare

Il fatto è che tali “azioni strategiche coraggiose” da parte delle varie chiese e congregazioni non possono però limitarsi ai discorsi o alla pubblicazione di documenti più o meno ufficiali, di lettere pastorali o di articoli su riviste specializzate in teologia e studi religiosi più in generale. Strumenti senza dubbio importanti ed utili per comunicare un pensiero che cambia e si va raffinando in materia ecologica, ma che non mi sembra che segnino momenti effettivi di trasformazione di tante comunità, che viceversa restano  troppo spesso ancorate a valori tradizionali e ad una visione della fede statica, diffidente verso ogni contaminazione.

Certo, “piccoli cambiamenti” nella visione dei problemi quotidiani (dall’alimentazione alla questione dei rifiuti; dall’uso prudente di tecnologie di cui non si conosce l’impatto ambientale all’attenzione verso i diritti degli animali non umani…) sono in atto già da parecchio tempo e molti  di essi vedono impegnati sacerdoti ed altri ministri di culto, nella veste di guide e promotori di questa progressiva crescita della consapevolezza ambientale. Questo però non basta a scuotere davvero il generale intorpidimento della coscienza dei credenti, da troppo tempo abituati a considerare la religione come un insieme di bei principi che, quando pure sono effettivamente conosciuti, restano comunque teorici e sconnessi dalle scelte quotidiane e dall’agire comune.

Basti pensare a come rapidamente si è raffreddato l’impeto che, un anno fa, aveva spinto migliaia di persone a scendere in piazza contro il “biocidio” perpetrato consapevolmente e per decenni ai danni del territorio dell’ex Campania Felix e dei suoi sventurati abitanti. Oppure si pensi a pur fondamentali questioni di etica ambientale, come quella riguardante la modificazione biologica della realtà naturale e la brevettazione dei cicli produttivi ad opera dei potenti sostenitori degli O.G.M., ai quali si contrappongono obiezioni sempre più flebili, esclusivamente sul piano “scientifico” e con pochi riferimenti alle conseguenze economico-politiche d’impostazioni promosse da chi cerca di convincerci che manipolare la stessa vita sia un vantaggio per l’umanità.

In un mio precedente intervento [5] concludevo il mio appello a sviluppare e diffondere i principi e gli obiettivi della “ecologia cristiana” citando le parole del noto teologo Jurgen Moltmann:

“Le crisi ecologiche distruggono le condizioni vitali del pianeta. Per conservarlo malgrado le forze distruttive, abbiamo bisogno (…) di un invincibile amore per la Terra. C’è forse un riconoscimento maggiore e un amore più forte della fede nella presenza di Dio nella Terra e nelle sue condizioni di vita? Abbiamo bisogno di una teologia della Terra e di una nuova spiritualità della creazione.” [6]

Ebbene, il meeting inter-religioso di New York ha sicuramente fatto un passo importante in quella direzione, ma non è un caso che i nostri media l’abbiano ignorato del tutto, impegnati com’erano a rivolgere la propria attenzione solo alle retoriche ed inutili enunciazioni al vertice dell’ONU dei c.d.“grandi della terra”, che di grande hanno soprattutto la faccia di bronzo che gli consente di fingere di proporre soluzioni ai problemi di cui in larga parte, invece, sono responsabili…

Del resto, da noi in Italia, è già difficile sentir parlare di incontri inter-religiosi, qualunque ne sia il contenuto, dal momento che permane nel sentire comune una sottile diffidenza verso ogni apertura ecumenica del mondo cattolico a messaggi “altri”, visti come un terreno scivoloso e pieno di pericoli di “contaminazione” ideologica oltre che teologica. Il fatto è che un movimento inter-religioso come quello che si è manifestato alla conferenza newyorkese non ha un corrispettivo nella nostra realtà, nella quale d’altra parte si è alzata sempre più spesso la voce di grandi Pontefici (da Paolo VI a Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI a Papa Francesco) per ribadire la centralità della questione ambientale, non solo nella tradizionale ottica dell’etica ecologica, ma anche in quella di una teologia ecologica più profonda e non antropocentrica.

Ciò nonostante, discorsi come quello sull’armonia dell’uomo con la natura e su un ruolo dell’umanità che non sia di “dominazione” sul Creato vengono molto spesso rigettati come estranei alla tradizione cattolica, come un insidioso tentativo d’introdurre in essa elementi animistici, se non addirittura paganeggianti.  Ecco allora che frasi come quella che troviamo in conclusione del comunicato stampa sulla conferenza delle Religioni per la Terra (“Abbiamo bisogno di sfruttare la potenza della fede di influenzare il cambiamento sociale . Il benessere della nostra terra dipende da esso . Cosa c’è di più sacro?”) rischiano di diventare oggetto della preconcetta critica alla “sacralizzazione della natura” che parte di movimenti cattolici tradizionalisti, ma spesso anche da alcuni vescovi e teologi allergici all’ambientalismo.

Qualcosa si muove anche in Italia 

Per fortuna, però, le cose stanno cambiando anche in Italia, anche se molto lentamente. Basti pensare al fatto che nello stesso mese di settembre, quasi in contemporanea con la Conferenza di New York, si sono tenuti due incontri pubblici molto interessanti sulla questione ambientale, uno a Lecce e l’altro a Reggio Emilia. “Religione, ambiente e salvaguardia del Creato: la Chiesa leccese in un dialogo a più voci” è il titolo che un quotidiano locale online dedica alla prima iniziativa, cui ha partecipato l’Arcivescovo metropolita di Lecce, mons. Domenico Umberto D’Ambrosio, ed il suo delegato per ecumenismo, ma anche esponenti di altre religioni, come l’imàm locale, oltre ad un rappresentante della comunità ebraica, di quella metodista e della chiesa ortodossa.“Un’occasione per condividere e potenziare, attraverso la preghiera, l’impegno di educare e responsabilizzare tutti, a una cultura di prevenzione, ispirata dalla verità delle differenti fedi. Nessuno deve restare spettatore, ma tutti protagonisti vigilando con cura e accrescendo la cultura ecologica. Aiutati dalla forza della preghiera possiamo cambiare  e rinnovare la faccia della nostra terra nel giusto scambio d’amore fra la Creazione e il Creatore” [7]

Queste parole ci fanno avvertire una sintonia con un movimento dei credenti che non può che essere globale, proprio perché i problemi ambientali sono riscontrabili su scala globale e richiedono non solo l’impegno dei singoli, ma anche decisioni chiare ed autorevoli al massimo livello.

“Salvare il creato. Tre giorni di Ecohappening, ambientalisti in missione per conto di Dio” è invece il titolo dato da un altro quotidiano locale online ad un incontro pubblico che si è svolto a Reggio Emilia dal 12 al 14 settembre 2014 e che ha impegnato mons. Paolo Rabitti (arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio) ed alcune parrocchie locali, insieme con varie istituzioni ed associazioni, in un ampio dibattito sul tema “Custodire il creato: la tutela ambientale”, ma anche in momenti seminariali, rivolti alla formazione dei giovani .[8]

Infine, dall’8 all’11 ottobre si è tenuta a Napoli un’iniziativa promossa dall’associazione cattolica Greenaccord , in collaborazione con la Caritas dell’Arcidiocesi di Napoli, dedicata allo sviluppo di una “filiera anti-fame” che aiuti ogni giorno 5000 poveri della città e, al tempo stesso, costituisca una riflessione sulle conseguenze dell’attuale modello di sviluppo sulla difficile condizione delle persone socio-economicamente più deboli e sulla grave perdita di biodiversità.

“Da qui l’idea di costruire il modello Rifiuti Zero portato avanti da Ambiente Solidale, insieme alla Caritas Diocesana partenopea, con il Programma di Contrasto alla Povertà Alimentare. L’idea è puntare sul recupero delle eccedenze alimentari della grande distribuzione organizzata e dei produttori locali, aumentando il paniere dei prodotti da distribuire alle fasce più deboli della popolazione attraverso le parrocchie e le associazioni aderenti.” [9].

Il cammino da percorrere resta ancora molto lungo e difficile e, ad esempio, la sollecitazione ad aprire un dibattito nel merito, rivolta proprio all’Arcivescovo di Napoli, Card. Crescenzio Sepe, da me e dall’amico Antonio D’Acunto, a nome della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità [10], purtroppo resta tuttora senza risposta.

Bisogna anche tener conto della persistente ostilità di sedicenti movimenti cattolici per l’ambiente, che concentrano la loro azione sull’opposizione pregiudiziale ad ogni seria riflessione in materia di eco-teologia [11]. Ma si deve anche tener conto del dibattito tuttora aperto e di alcune esperienze che, come quelle citate, lasciano sperare in un cambiamento effettivo.

Ciò che non bisogna fare invece è arrendersi, rassegnandosi tristemente all’idea che le battaglie ambientaliste per un’energia diffusa, pulita ed ecosostenibile o per un’alimentazione naturale e rispettosa degli animali debbano restare estranee al rinnovamento delle Chiese ed al loro impegno sociale e pastorale.

In tal senso l’attesa enciclica di Papa Francesco sull’impegno ecologico dei credenti sarà senz’altro un fondamentale stimolo alla diffusione di una visione alternativa. Ma ciò non sarà comunque sufficiente se non si moltiplicheranno iniziative dal basso per coniugare la fede cristiana con la cura del Creato, di cui troppo spesso dimentichiamo di essere custodi e non padroni. [12]

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

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 NOTE: 

[1] http://ipcc.ch/report/ar5/docs/Religions_for_the_Earth.pdf

[2] http://time.com/3404006/religions-for-the-earth-redefining-the-climate-crisis/

[3] http://new.livestream.com/unionseminary/religionsfortheearth

[4]  http://ipcc.ch/report/ar5/docs/Religions_for_the_Earth.pdf, cit.

[5]  https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/10/21/unecologia-cristiana-per-unagape-cosmica/

[6]   J. Moltmann, “Il futuro ecologico della teologia cristiana” http://www.ildialogo.org/parola/Approfondimenti_1340200959.htm

[7] http://www.leccenews24.it/attualita/religione-ambiente-e-salvaguardia-del-creato-la-chiesa-leccese-affronta-un-dialogo-a-piu-voci.htm

[8] http://www.reggioreport.it/2014/09/salvare-il-creato-tre-giorni-di-ecohappening-lambientalismo-secondo-o-cattolico/

[9] http://www.greenaccord.org/press-room/la-%E2%80%9Cfiliera-anti-fame%E2%80%9D-che-aiuta-i-poveri-di-napoli#.VDl0SWd_uSp

[10] Cfr. www.laciviltadelsole.org  e, in particolare la pagina sull’etica ambientale: http://www.laciviltadelsole.org/etica-ambientale.html# /

[11] http://christusveritas.altervista.org/ambientalismo.htm

http://www.movimentoazzurro.org/sites/default/files/allegati/ambientalismo_cattolico.pdf

http://cristianesimocattolico.tumblr.com/post/96343245092/quando-i-vescovi-fanno-gli-ambientalisti

[12]  Vedi in proposito altri articoli sull’argomento: http://www.webethics.net/corsoepa/introduzione ;

http://idr.seieditrice.com/materiali-didattici/secondaria-ii-grado/ecologia-e-cristianesimo/ ;

http://www.spazioambiente.org/DOCUMENTI/2005/seminario%20RELIGIONE/relazione%20Padre%20VALENTI.pdf

“…TUTTI GIU’ PER TERRA !”

earthday Chi non ricorda il classico girotondo che si faceva da bambini e che terminava proprio con queste parole? Beh, allora erano pronunciate festosamente, ma non si può negare che oggi esse risuonino piuttosto inquietanti, con quel loro apocalittico riferimento: “casca il mondo, casca la terra”… Recentemente, peraltro, ho appreso dalla mia ultimogenita – amante del dark – che quell’ingenuo girotondo infantile avrebbe avuto in effetti un’origine assai poco allegra, traducendo una diffusa “nursery rhime” inglese dell’Ottocento (Ring-a-ring-a-roses), a sua volta ispirata alla ‘grande pestilenza’ che colpì duramente quel Paese alla metà del XVII secolo. Ma lasciamo stare la peste del ‘600 e veniamo ai giorni nostri, in cui – anziché delle “roses” (cioè le macchie rosa’ che allora comparivano sulla pelle degli appestati, preludendo ai bubboni) faremmo invece bene a preoccuparci del grave e costante arrossamento che stiamo provocando al nostro Pianeta, continuando a surriscaldarne l’atmosfera in modo irresponsabile. Certo, non è che così facendo davvero “casca la Terra”, ma non c’è dubbio che ne stiamo fatalmente compromettendo la vivibilità, avviandoci spensieratamente verso una catastrofe annunciata. Oggi ricorre la “Giornata della Terra” e, ancora una volta, da varie parti si lanciano accorati appelli a salvare il Pianeta azzurro da questa terribile minaccia. Fra i moniti più autorevoli va sicuramente annoverato quello della Commissione di scienziati nominata dall’ONU, che ha affermato senza tanti giri di parole: “Solo una spinta a livello globale nei prossimi 25 anni potrà evitare i disastrosi effetti del cambiamento climatico” . Non è che qui in Italia se ne sia parlato e scritto molto, ma lo si apprende leggendo un articolo su TIME del 13 aprile scorso, disponibile anche sull’edizione online della nota rivista  (http://time.com/60769/global-warming-ipcc-carbon-emissions/ ). L’ IPCC (Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico), ha infatti ribadito che, per contenere i peggiori effetti di questo fenomeno, è indispensabile che i governi adottino misure sempre più efficaci a ridurre le emissioni di anidride carbonica. Questo autorevole consesso scientifico ( non di certo composto da sfegatati ambientalisti…) ha sottolineato che: “Le emissioni globali di gas serra devono essere ridotte del 40% al 70% rispetto al 2010 entro la metà del secolo, al fine di porre un limite al fatto che la temperatura media globale aumenti di 2 ° C o 3,6 ° F, al di sopra dei livelli preindustriali. Un aumento della temperatura superiore a 2 º C provoca effetti drastici, compreso il crollo di lastre di ghiaccio, l’estinzione massiva di piante e animali, scarsità di cibo e di acqua ed eventi meteorologici estremi…” (cfr. il testo del comunicato stampa su: http://www.ipcc.ch/pdf/ar5/pr_wg3/20140413_pr_pc_wg3_en.pdf ).

Il rapporto predisposto dall’IPCC, fra l’altro, ammonisce i responsabili degli Stati, chiamati a decidere nel merito, che l’inazione sarebbe davvero fatale, visto che – nel periodo 2000-2010 – le emissioni sono cresciute assai più velocemente che nei tre decenni precedenti. Non si tratta delle minacciose previsioni di apocalittici ‘profeti di sventura’, ma di pura e semplice constatazione della realtà, che però dovrebbe renderci tutti/e più attivi e reattivi di fronte all’inerzia e ai colpevoli ritardi di chi governa. Ed è sempre il TIME magazine, nell’edizione cartacea europea del 14 aprile, a lanciare l’allarme, pubblicando una breve scheda nella quale si sintetizzano i cinque punti-chiave del citato IPCC. 1) Danni ambientali. Il cambio climatico ha già pesantemente alterato gli standard migratori, fatto fuori alcune specie e reso più difficile la coltivazione dei cereali, per non parlare dello scioglimento dei ghiacciai e della progressiva scomparsa del Mar Glaciale Artico. 2) Ripercussioni sociali. Si evidenzia che la conflittualità sociale è destinata a crescere laddove le persone sono costrette a fronteggiare una pesante riduzione delle risorse. Si chiarisce poi che “tale violenza, a sua volta, renderà ancora più difficile dare risposte al riscaldamento globale”. 3) Crisi economica. Se non si riuscirà ad impedire l’aumento globale della temperatura di 2 gradi centigradi – ammonisce la Commissione – anche la produzione mondiale ne risentirà, con un tasso di calo previsto intorno al 2% all’anno. 4) Impatto sui poveri. E’ evidente, si osserva, che i Paesi “in via di sviluppo” saranno colpiti più duramente, nella misura in cui i suddetti cambiamenti climatici ne peggioreranno le condizioni di povertà. Essi infatti si troveranno a combattere contro un ulteriore aggravamento di fenomeni già presenti, come malnutrizione, sete, malattie ed alti tassi di mortalità. 5) Riduzione del danno. Il  fatto è che denunciare gli effetti deleteri del cambiamento climatico non basta. Il rapporto quindi ribadisce che tutto dipende da come si saprà rispondere al riscaldamento globale, per ridurre il danno ed evitare che le cose vadano sempre peggio. Non so quanto le raccomandazioni di quegli scienziati – il cui studio è stato promosso dalle Nazioni Unite – riuscirà davvero a smuoverci dalla nostra pigra e rassegnata routine. Sappiamo però che senza una sostanziale riduzione delle emissioni tossiche per la nostra atmosfera non c’è scampo. E’ per questo che, come ha efficacemente commentato il Prof. Edenhofer, co-presidente dell’IPCC e noto scienziato tedesco: “We need to move away from business as usual.”, espressione traducibile approssimativamente con: “E’ necessario che ci smuoviamo dal nostro abituale modo di essere”.

Eggià, perché la cosa più difficile è proprio uscire dal nostro solito tenore di vita, rinunciando alla vecchia e comoda equazione “Più è meglio” e convertendoci finalmente a scelte alternative ed a stili di vita che siano socialmente responsabili e compatibili con le esigenze ambientali. L’etica della responsabilità non è certo patrimonio esclusivo dei credenti, ma è comunque importante che dalle Chiese si alzi la voce contro un modello di sviluppo che ci sta portando alla catastrofe, coinvolgendo l’intera biosfera in quest’assurdo suicidio dell’umanità. Ecco perché fa piacere constatare che anche Papa Francesco, nella sua recente esortazione apostolica, ha richiamato i credenti in Cristo ad una netta svolta in senso ecologico: “Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto, e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità. La terra è la nostra casa comune e tutti siamo fratelli…” (Evangelii Gaudium, n. 183 – p, 145-5). Ecco: amare la Terra, non soltanto tutelarne gli equilibri per non colpire il nostro interesse. Credo che sia giunto il tempo che i Cristiani imparino ad uscire da un’asfittica prospettiva antropocentrica e comincino ad interrogarsi sulla loro responsabilità verso la dantesca “aiuola che ci fa tanto feroci” (Par. XXII,151). Amare la Terra vuol dire impedire con tutte le nostre forze che egoismo, avidità ma anche pigrizia ci lascino proseguire sulla solita strada, adoperandoci in prima persona per essere il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo, per citare le profetiche parole del Mahatma Gandhi. E allora diamoci da fare affinché cresca e si diffonda sempre più la consapevolezza di questa drammatica situazione, anche facendo appello ai cittadini perché sappiano richiamare chi li governa al rispetto delle scelte che possono e devono farci invertire la rotta. A tal proposito, anche la Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità (www.laciviltàdelsole.org ) – il network associativo di cui faccio parte – ha cercato di operare in tal senso. Ha infatti lanciato su Change.org una petizione al Consiglio della U.E. (http://www.change.org/petitions/l-europa-contribuisca-alla-salvezza-del-clima-del-pianeta?fb_action_ids=10203450119803495&fb_action_types=change-org%3Arecruit&fb_ref=__TjnuZfVDqD ), affinché deliberasse l’adozione degli obiettivi 60-50-50 (rispettivamente per la riduzione emissioni di CO2, l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili e la diminuzione dei consumi energetici). Dopo il rinvio delle decisioni degli organismi europei, ed in vista delle prossime scadenze internazionali, – fra cui il summit dell’ONU sul clima – abbiamo però ritenuto necessario attivare una nuova e aggiornata petizione anche a livello internazionale. (https://secure.avaaz.org/en/petition/Council_of_the_European_Union_European_Commission_European_Council_Europe_lets_contribute_to_the_salvation_our_climate/?dunzSab&pv=0 ).

Firmarla è solo il primo passo per un cambiamento che ci riguarda tutti e dipende da ciascuno di noi. Perché la posta in gioco è molto alta e non possiamo più permetterci di fare infantili girotondi per rinviare all’infinito decisioni improcrastinabili. E’ un impegno che dobbiamo assumerci, tutti. Prima che, fuor di metafora, “caschi la Terra”…. © 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

UOMINI “CON IL SOLE IN TASCA” ?

soleinmanoMentre ascoltavo, durante la colazione, la consueta rubrica di notizie e commenti di Radio 3 Rai, mi ha colpito una frase che si riferiva al modo con cui sembra che Berlusconi amasse descriversi: una persona “con il sole in tasca”. Era la prima volta che mi capitava di sentire questa espressione e, incuriosito, ho fatto una piccola ricerca su Internet. Ho così scoperto che, oltre ad essere un modo di dire tipico dell’ex premier, essa era diventata addirittura il titolo di una sua elogiativa biografia scritta nel 2009 da Sandro Bondi (“Il sole in tasca”) e, nel 2012, d’un romanzo ‘fantapolitico’ di Cesare de Marchi: (“L’uomo con il sole in tasca”).

Lasciando da parte Berlusconi ed il suo immaginario rapimento da parte delle nuove B.R., quest’originale modo di dire non mi suggerisce tanto l’idea dell’imprenditore “baciato dalla fortuna”. Nella mia mente affiora piuttosto l’immagine di quelle brave persone che – consapevoli del poco tempo che resta ai combustibili fossili sui quali hanno costruito le proprie fortune e le nostre disgrazie – stanno già fregandosi le mani al pensiero di come potranno ora allungarle anche sulle energie rinnovabili e, in particolare, su quella solare.  Non è proprio come quando corvi e sciacalli sono stati intercettati a sghignazzare cinicamente tra loro sulle ‘opportunità’ che il terremoto dell’Aquila offriva ai loro affari, ma poco ci manca…

La cosa peggiore di certe pseudo-conversioni alle risorse energetiche pulite e naturali è che, ancora una volta, lorsignori tenteranno gattopardescamente di cambiare tutto per non cambiare niente, proseguendo indisturbati sulla strada della speculazione e dello sfruttamento dei beni comuni. Ne abbiamo peraltro già tanti esempi a livello internazionale e, d’altra parte, dopo quello che sono riusciti a combinare con l’accaparramento di una risorsa vitale come l’acqua, non ho dubbi che potentati e lobbies nostrane si getteranno a capofitto anche nel bisinìs delle rinnovabili. Questo stesso nome, infatti, è per loro simbolo di palingenesi, di personale rinnovamento. Una specie di evangelica metànoia, con la differenza che tale operazione, anziché ricordarci la  celebre ‘caduta da cavallo’ di Saulo/Paolo a Damasco, assomiglia piuttosto ad un furbesco ‘cambio di cavallo’ in corsa, cui da tempo anche la nostra politica ci ha abituato.

Il solo fatto che interessanti opuscoli educativi ed accattivanti spot pubblicitari che propongono una svolta ecologica verso la sostenibilità ambientale siano talora prodotti o sponsorizzati da colossi del petrolio come la Exxon o la BP la dice lunga sulla tendenza delle multinazionali dell’oro nero a ri-convertirsi – almeno in parte – all’oro giallo del sole e a quello azzurro dell’acqua e del vento.  Il fatto è che se a parlarci di “futuro”, di “crescita sostenibile” e di “biodiversità” sono le ‘grandi sorelle’ del petrolio è proprio il caso di preoccuparci e di chiederci cosa diavolo stiano progettando…

Da noi in Campania (” ‘o Paese d”o Sole”….) il valore della legge popolare che da un anno siamo riusciti a far approvare dal Consiglio regionale – e per la cui attuazione continuiamo a batterci – non risiede solo nella scelta decisa e coraggiosa del Sole e delle altre rinnovabili come fonte di energia per i prossimi decenni. E’ anche e soprattutto una profonda alternativa nel modello di sviluppo e di consumi, accompagnata dalla rivendicazione dell’autonomia energetica delle comunità locali, salvaguardando comunque la biodiversità dei territori, che perfino le ‘rinnovabili’ potrebbero mettere a repentaglio, se fossero usate con la solita logica predatoria e speculativa.  Ecco perché noi della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità  ci preoccupiamo che nessuno giunga a mettersi “il sole in tasca” per privatizzarne la benefica potenza, controllandone la captazione e la distribuzione. Ecco perché non ci sta bene che si continui a consumare prezioso suolo agricolo, tappezzandolo di pannelli fotovoltaici, o che si costruiscano “cattedrali solari” nel deserto, come è successo recentemente in California, quando invece le alternative ci sono e vanno cercate nelle aree degradate ed inquinate, che dalla rivoluzione del solare sarebbero riscattate.

“Ma se il Sole lassù è di tutti / tu lo sai…” – come cantava nel 1966 Stevie Wonder – non dobbiamo quindi consentire che ci sia spazio per chi vorrebbe specularci su, appropriandoselo e monetizzandone la gratuita e democratica energia. Il testo originale inglese della canzone citata (A Place in the Sun)  tra l’altro diceva: “Cause there’s a place in the sun / Where there’s hope for ev’ryone”, ossia: “Perché c’è un posto al sole / dove c’è speranza per tutti”.  E’ compito degli ambientalisti veri evitare che quel ‘sole di tutti’ sia rinchiuso nelle celle (sia pure fotovoltaica…) d’una prigione dorata, per essere distribuito solo grazie ad onerose intermediazioni.

In effetti, già ottocento anni fa san Francesco innalzava la sua lode a Dio, insieme con tutte le sue creature e “spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione”.  Ebbene, questa radiante bellezza, questo divino splendore, dovrà restare una risorsa per l’umanità e le altre creature, che nessuno ha il diritto di appropriarsi e di monopolizzare. Proprio perché “il sole è di tutti” , evitiamo che imprenditori spregiudicati possano vantarsi di essere “uomini col sole in tasca” ed a nessuno speculatore sia consentito di cancellare, in nome del proprio interesse, la “speranza per tutti” che deriva da quell’energia pulita, disponibile e diffusa ovunque.

“Here comes the sun, and I say / It’s all right”, cantavano  i Beatles ed anch’io ribadisco che “va tutto bene”. Basta che impediamo ai soliti noti di ficcarsi il sole nelle loro tasche.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )