NA-POLI DI SVILUPPO

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Da sx: Ermete Ferraro, Aldo Pietrosanti, Stefano De Falco e Amedeo Colella

Ho recente partecipato alla presentazione – nella libreria ‘Iocisto’ di Napoli – d’un libro molto originale e stimolante, scritto da Stefano De Falco, brillante ingegnere e ricercatore universitario. Già il titolo (VESUVIUS VALLEY: Perché Napoli è la città più innovativa al mondo!? [i] ) incuriosisce e provoca il lettore, sfidandolo a cercare nelle pagine interne quanto è vero ciò che suggerisce anche la vivace immagine di copertina di Lello Esposito, dove campeggia un eruttante Vesuvio che lancia in aria una rossa mela annurca. In  effetti, come scrive Amedeo Colella nell’introduzione: «…questo libro smonta i luoghi comuni legati alla neapolitan way of life restituendo valore e dignità a quelle che vengono da molti considerate icone folkloristiche […] Anzi gli oleografici luoghi comuni della napoletanità nel libro divengono i veri volani di innovazione.» [ii]

L’uso da parte dell’autore, fin dal titolo, di svariati punti interrogativi ed esclamativi lascerebbe pensare ad una tesi che, pur argomentata con dovizia di ragionamenti e documenti, racchiude comunque una sfida al lettore, invitato a collegare dati di per sé eterogenei per verificare un’ipotesi di lavoro suggestiva ma niente affatto scontata. Non a caso si tratta di un’applicazione ‘in corpore neapolitano’ della teoria ideata da uno  studioso statunitense, Richard Florida, secondo il quale i nuovi parametri fondanti dello sviluppo locale e dell’innovazione sarebbero creatività, multiculturalità e tecnologia, riassunte nella formula delle 3T (Talent – Technology – Tolerance).[iii]  In base al ‘teorema Florida’ e smentendo clamorosamente stereotipi e convinzioni dure a morire, Napoli rappresenterebbe quindi fucina di cambiamento e polo d’attrazione per chi ritiene che un ‘creative people climat’ sia un’irrinunciabile precondizione per proporre progetti innovativi.

Da ambientalista di formazione eco-sociale, ammetto che questo rimescolamento di carte da parte degli economisti mi lascia perplesso, poiché v’intravedo il rischio della strumentale razionalizzazione d’una situazione di fatto, ‘indorando la pillola’ del mancato sviluppo mediante il ricorso a fattori altri. In una società post-industriale e sempre più svuotata della protezione sociale da parte del welfare state, ad esempio, credo sia innegabile che faccia comodo riscoprire ‘valori’ come il vicinato, la solidarietà e l’interazione a livello locale, rinominandoli magari con accattivanti nomi inglesi come social street o social networks,  Lascia ugualmente dubbiosi, poi, la nuova tendenza a riabilitare come ‘creativo’ ciò che per decenni è stato invece tacciato come prodotto di sottocultura, sottosviluppo, cioè come bieco folklore.  Non c’è dubbio che riscoprire la tradizionale ‘arte di arrangiarsi’ dei Napoletani come manifestazione di ‘creatività’ rappresenti un compenso morale rispetto alla costante denigrazione cui essi sono stati sottoposti, ma non mi sembra che questa tardiva ‘conversione’  cambi la sostanza d’una condizione di marginalità e subalternità cui Napoli, e l’intero Mezzogiorno, sono stati condannati a permanere per oltre un secolo.

Fa quindi sicuramente piacere questa ventata elogiativa nei confronti del vulcanico talento e dell’accogliente tolleranza della gente di Napoli. Risulta altrettanto stimolante il ricorso a  tradizionali topoi come il bar e la piazza per evocare nuovi crocevia di coesione sociale, di comunicazione e di sviluppo locale. Rimane però l’interrogativo sulla reale efficacia di questi nuovi aspetti ai fini della proposta d’un modello di sviluppo che sia davvero alternativo. Mi riferisco cioè ad una modalità di produzione e consumo radicalmente diversa, che tenga conto degli equilibri ecologici, esca dalla scala macro e dalle distorsioni della globalizzazione  ed utilizzi parametri diversi da quelli capitalisti, a misura d’uomo e rispettosi di valori fondamentali come il benessere, l’equità e la solidarietà. Per dirla con Roberto Mancini:  «Non nasciamo per competere, produrre, lavorare, accumulare e poi morire, non è questo il destino umano. Se mi convinco profondamente di ciò non accetto più un’economia capitalista e allora cambiano gli stili di vita, le scelte quotidiane.» [iv]

17343052_10210865028854006_651149864055031409_n Il depauperamento del meridione, la preoccupante crescita delle disuguaglianze ed il calo degli investimenti e dei consumi al Sud, in verità, non lasciano intravedere un futuro roseo per chi vive dalle nostre parti. Lo ammette onestamente lo stesso De Falco, anche se opportunamente sottolinea che l’Unione Europea – con piano Junker – sta puntando su settori strategici nei quali il Mezzogiorno d’Italia potrebbe viceversa svolgere un ruolo centrale, come ad esempio: ambiente, energia, infrastrutture sociali, trasporti e ricerca. A tal proposito, ad esempio, cita l’esempio del ‘Patto territoriale per il Miglio d’Oro’, nel quale storia ed arte (le splendide ville vesuviane) hanno già saputo  coniugarsi felicemente con la ricerca tecnologica avanzata (pensiamo a strutture come l’ENEA ed a centri di ricerca come l’IMAST e l’IMCB). Il terzo aspetto di questo sviluppo locale, oggetto specifico del Patto, sarebbe dovuto intervenire su altri aspetti più critici – quali mobilità, efficienza della P.A., valorizzazione delle risorse artistico-ambientali ed imprenditorialità – ma proprio su questi terreni sta procedendo molto più lentamente.

Non a caso, infatti, fra i cinque indicatori di creatività (le 5C) di cui ci parla De Falco, quelli che costituiscono le weaknesses di un piano di sviluppo locale nel Sud si riferiscono al ‘capitale istituzionale’ (sistema giuridico e tasso di corruzione), a quello ‘umano’ (il livello d’istruzione dei lavoratori) ed a quello ‘sociale’ (la fiducia nelle istituzioni e la cooperazione).  I punti di forza, viceversa, sono correlati  a quel ‘ciclo della creatività’ che è un’effettiva caratteristica della gente del Sud – e dei Napoletani in particolare – con ritorni di tipo sia economico sia non economico. Anche in questo caso, precisa Stefano de Falco, per realizzare quella che è stata definita ‘economia della conoscenza’ occorre però stimolare aspetti che esulano dal puro e semplice talento creativo, appartenendo piuttosto alla sfera della socialità e dell’organizzazione.

«L’indice di creatività generalmente impiegato nella Silicon Valley è orientato a rilevare il valore delle infrastrutture culturali e sociali, a rilevare il grado di partecipazione degli individui  alla vita culturale ed è orientato a valutare l’azione delle politiche culturali e gli investimenti stanziati per promuovere e sostenere la creatività.» [v]

Pur condividendo in gran parte questa analisi, credo che lo stesso termine ‘economia della conoscenza’ ed i parametri ad essa correlati (flessibilità del lavoro, specializzazione flessibile dei prodotti e rapporto qualità-costo) restino comunque all’interno di un modello di sviluppo convenzionale e tecnicista, dove l’elemento umano e comunitario  sono fattori qualitativi importanti, ma non centrali.
Il libro di De Falco, d’altra parte, ci apre nuovi orizzonti, non limitandosi a segnalare gli ambiti in cui Napoli ha svolto e svolge un ruolo già innovativo e trainante (come il polo aerospaziale, tessile ed agro-alimentare), ma ipotizzando una nuova stagione d’investimenti in settori nuovi, come quello delle tecnologie informatiche (vedi il caso della Apple) e dell’alta moda (con marchi come Dolce e Gabbana). Altri aspetti sicuramente positivi in tal senso sono le progettualità riferite alla realizzazione di smart cities ed alla eccezionale diffusione di esperienze di start-up, per le quali Napoli occupa il 5° posto in Italia. Altro fattore di sviluppo per Napoli resta poi la gastronomia tipica, dove si coniuga tradizione ed innovazione,  valorizzando l’alta qualità delle materie prime con la ben nota sapienza artigiana.

sole«Il Vesuvio, la pizza, il caffè, il mandolino, sono elementi che concorrono al carattere innovativo della città di Napoli, non devono essere ritenuti né alternativi perché folkloristici né, però, sostitutivi.  Due esempi a caso tra i tantissimi che se ne possono fare: le botteghe artigianali di San Gregorio Armeno dove si creano i pastori presepiali e il centro Cesma dell’Università Federico II, nel quale ci sono tra le attrezzature più avanzate d’Europa, coesistono e devono coesistere quali fattori complementari di un unico sistema urbano che vede così Napoli città innovativa.»[vi]

Oltre ad offrire anche una ricca bibliografia, il libro di Stefano de Falco costituisce perciò una preziosa risorsa per riscoprire ed approfondire molti aspetti eccezionali d’una Città che non ha mai smesso di stupire per la sua capacità innovativa e spettacolare. Che si tratti di risorse ambientali, storiche, artistiche o tecnico-scientifiche,  infatti, Napoli ha infatti lasciato una traccia indelebile nella sua lunga storia, pur tra mille contraddizioni e gravata da due pesanti limiti strutturali. Da un lato lo sfruttamento e la marginalità cui è stata sottoposta quando ha perso la sua autorevolezza e centralità di ‘faro’ del Mediterraneo, dall’altro l’incapacità di reagire a decenni  di malgoverno e sottosviluppo grazie ad un modello economico alternativo: sostenibile, creativo, auto centrato e comunitario.

«Dunque il dibattito non è economia di mercato sì o economia di mercato no. Diversamente , il dibattito deve incentrarsi su quale ruolo debba essere attribuito al mercato e quale fisionomia dargli. […] Deve occuparsi di ciò che non intacca la dignità umana e deve essere fortemente regolamentato, affinché non entri mai in rotta di collisione  con le priorità sociali, con le esigenze ambientali, con i diritti dei lavoratori e dei consumatori. Deve essere trasparente e fortemente ancorato all’economia locale…» [vii]

Il merito di De Falco, dunque, è aver fatto riscoprire a tutti noi quanto Napoli ha già saputo dare e fare e quanto ancora abbia da dare e fare, grazie alle sue tante risorse ed alla vulcanica creatività dei suoi abitanti. Saperle indirizzare nel senso giusto è compito di chi ci amministra, ma anche di una comunità sempre più consapevole, innovativa ed attiva.

N O T E ———————————————————————————————–

[i]  Stefano De Falco (2016), VESUVIUS VALLEY – Perché Napoli è la città più innovativa al mondo!?, Napoli, Cultura Nova Edizioni

[ii]  Amedeo Colella, Introduzione , in: De Falco, op. cit., p.15

[iii]  Per maggior notizie su R. Florida visita: https://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Florida  –  http://www.creativeclass.com/ –  http://www.citylab.com/authors/richard-florida/

[iv]  Roberto Mancini (2015), Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli

[v] De Falco, op. cit., p. 116

[vi]  Ivi, p.197

[vii]  Franco Gesualdi (2005), Sobrietà. Dallo spreco di pochi ai diritti di tutti, Milano, Feltrinelli, p. 122

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© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com/ )

#Nonfossilizziamoci!

downloadQualche volta mi chiedo perché non sono come tanti altri amici che, beati loro, riescono ad occuparsi di una sola questione, per cui il loro impegno è certamente più continuativo ed efficace. Il fatto è che la mia natura mi porta a stabilire delle relazioni fra le cose di cui mi capita di occuparmi, per ragioni di lavoro o per scelta personale. Ciò comporta che, fin dagli anni ’70,  il mio impegno non si è limitato all’opposizione a guerra e militarismo in chiave di obiezione di coscienza, resistenza nonviolenta e difesa alternativa. Già allora, infatti, non mi sfuggivano gli aspetti sociali e quelli ambientali connessi ai conflitti bellici e questo mi ha consentito di approfondire la mia analisi e d’impegnarmi, in seguito, anche in questi altri due ambiti d’azione.

Ecco perché, a distanza di 40 anni, continuo testardamente a cercare connessioni fra problematiche diverse, anche se questo rende forse più dispersivo il mio intervento, costringendomi a seguire questioni apparentemente distinte e separate. In un’ottica eco pacifista ed eco sociale, però, le cose risultano molto più intrecciate e richiedono risposte coordinate. Ciò è possibile, però, solo se si ha alle spalle una visione globale, un sistema di valori, insomma, un pensiero forte. E’ possibile, soprattutto, se riusciamo a sconfiggere il pensiero unico e le semplificazioni di una politica volgarizzata ad esercizio del potere, privo d’idee ma soprattutto di vere idealità.

Il mio slogan #nonfossilizziamoci – ripreso nel titolo – è quindi un invito ad uscire dalla logica approssimativa dei luoghi comuni, delle finte evidenze, delle contrapposizioni insanabili e delle soluzioni inevitabili. L’appello a non fossilizzarsi – oltre ad alludere ovviamente alla campagna referendaria per il Sì contro le trivellazioni sine die nelle acque territoriali italiane – è allora un generale e pressante richiamo ad esercitare le proprie facoltà di analisi e di giudizio, anziché affidarci alle chiacchiere interessate diffuse dai media ed alle semplificazioni che fanno comodo solo a chi cerca di non farci pensare con la nostra testa.

Non fossilizzarsi vuol dire quindi anche rifiutare la colpevole faciloneria di chi ci dice che rinunciare alle risorse fossili nazionali per acquistarle da altri sarebbe una follia ed uno spreco assurdo, sapendo bene che, viceversa, una vera pazzia è proprio insistere nel raschiare il barile in esaurimento di tali risorse, in totale contraddizione con gli impegni assunti per invertire la rotta, sì da scongiurare gli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici. Non fossilizzarsi significa uscire dalla logica della dipendenza da fonti energetiche che ci hanno portato all’insostenibilità ecologica, minacciando interi ecosistemi ed inquinando mari e terre, solo per mantenere in piedi un modello di sviluppo energivoro e profondamente iniquo.

#Nonfossilizziamoci!  è il grido di chi ha capito da tempo che rincorrere ancora petrolio e gas naturale è solo un bieco regalo alle multinazionali ed un insopportabile ostacolo alla valorizzazione delle fonti energetiche rinnovabili, pulite e disponibili per tutti, come il sole il vento e l’acqua. E’ questo il nodo da superare se vogliamo davvero andare verso quella “Civiltà del Sole” che non si esaurisce banalmente in una maggiore diffusione di sistemi fotovoltaici o di impianti eolici sul nostro territorio, ma è una visione più ampia e globale, che comprende concetti come efficienza, risparmio, democrazia energetica, autogestione delle risorse del territorio.

#Nonfossilizziamoci significa anche: non ostiniamoci a ragionare con la mentalità di chi crede ciecamente che il progresso tecnologico risolverà sempre e comunque i problemi che la stessa tecnologia sta creando, se non è ispirata al senso del limite ma guidata solo dall’avidità e dalla voglia di sfruttare a proprio piacimento la natura e le persone. Non è un caso che fossilizzarsi vuol dire rinunciare alla naturalità per una rigidità che è la negazione stessa della vivacità. Basta sfogliare un qualsiasi dizionario per rendersi conto che ciò che si fossilizza è ridotto da organismo vivente allo stato di minerale. Fossilizzarsi – ci spiega qualunque lessico – equivale a ‘sclerotizzarsi’, a ‘fissarsi su schemi rigidi’, ad ‘assumere una forma rigida e definitiva’, a ‘fissarsi su idee e principi antiquati, rifiutando qualsiasi rinnovamento’.

Gli innovatori, pertanto, non sono certo quelli che difendono a spada tratta la scelta delle trivellazioni petrolifere e di gas naturale. Il loro, infatti, è un modello di sviluppo economico e sociale ‘fossilizzato’ in una visione rigida e chiusa al nuovo; ancorato ad equilibri internazionali che ci vedono subalterni; difeso da aggressioni neocoloniali e da guerre infinite. Già, perché una forma meno evidente di ‘fossilizzazione’ delle dinamiche politiche è la supina dipendenza da quel complesso militare-industriale che non si limita a produrre ed esportare armamenti, ma coltiva vecchie conflittualità ed alimenta cinicamente occasioni per nuovi conflitti armati.

#Nonfossilizziamoci!  è anche un invito pressante a smetterla di ridurre la politica a mero  giacimento da cui estrarre profitti e posizioni di potere. Dobbiamo opporci ad un futuro per i nostri figli e nipoti che si presenta sempre più inquinato da cemento e catrame, ma anche ad un modo di gestire la cosa pubblica che la sta trasformando sempre più in affare privato, quando non in ‘cosa nostra’. Una civiltà ‘solare’  è dunque anche quella che restituisce alle persone ed alle comunità il potere di scegliere, di decidere al livello più prossimo, di sperimentare forme nuove e alternative di economia e socialità, su scala minore e più gestibile a livello locale.

Non fossilizzarsi, infine, è un richiamo alla responsabilità, al rispetto della vita e della biodiversità, all’importanza del dialogo e del confronto. E’ uno stimolo a ricercare modalità nuove e prive di violenza per capire e risolvere i conflitti, per uscire da logiche assolutiste ed integraliste, per contrapporre la vita e la trasformazione naturale alla rigidità intollerante di chi vorrebbe farci credere che esiste un solo pensiero, una sola lingua e, in prospettiva, un solo ‘grande fratello’. Certo, la fossilizzazione è sì un processo di conservazione di determinate realtà, ma ciò avviene a spese della loro natura biologica, cioè facendole morire. I termini scientifici che descrivono tale processo, ad esempio, sono: decomposizione, disarticolazione, distruzione chimica biologica e meccanica, alterazione. Ma a noi non serve conservare qualcosa a condizione di farla morire o di cristallizzarne in modo statico la realtà.

Nel Vangelo secondo Matteo troviamo, fra gli altri, questo sconcertante episodio: “Uno dei discepoli gli disse: ‘Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre’: E Gesù gli disse: ‘Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti’…” (Mt 8:21). Ebbene, lasciando stare le considerazioni di ordine teologico – anche se anche fanno parte di quel pensiero globale che mi porta a ragionare complessivamente sulle cose – questo passo credo che possa farci riflettere sulla necessità di rompere gli schemi mentali per aprirsi ad una logica diversa e ad un’etica più radicale. Lasciare che i morti seppelliscano i loro morti è un imperativo che può sembrare spietato, ma che in realtà esalta la libertà dell’uomo, richiamandolo ad impegnarsi per la vita invece di bloccarsi nella logica della morte. Ecco perché, parafrasando Matteo, possiamo traslare così il senso del brano:  “Lasciamo che sia chi si è fossilizzato a disseppellire i suoi fossili”. Noi no, perché siamo per la difesa della vita, della natura, della biodiversità e di tutte le ricchezze per le quali Francesco d’Assisi ‘laudava’ e benediceva il Creatore che, come ha proclamato lo stesso Gesù: “…non è il Dio dei morti, ma dei viventi” (Mc 12:27).

© 2016 Ermete Ferraro (http://ermetespeacebook.com )

SOL PERCHE’…

Come trasformare il Sole da nemico in alleato

di ERMETE FERRARO (*)

downloadSOL PERCHÉ l’attenzione globale resta focalizzata sul terrorismo più che sui terribili scenari che si prospettano a livello ambientale, non possiamo accettare che l’opinione pubblica non  sia cosciente che alla Conferenza di Parigi sul Clima ci stiamo giocando  gran parte del nostro futuro.  Del resto, non sembra esserci sufficiente coscienza neppure del fatto che lo stesso terrorismo ha origine in fenomeni per nulla estranei al modello di sviluppo attuale ed al disastro che sta provocando sugli ecosistemi, comportando cambiamenti climatici a livello planetario. I Grandi della Terra (che come USA e CINA del nostro pianeta sono soprattutto i più grandi inquinatori) hanno pochi giorni per raggiungere un’intesa sui provvedimenti da adottare per contrastare i cambiamenti climatici globali.  Ma è in gioco la Terra e l’intera umanità, non la supremazia di uno Stato o di una federazione rispetto agli altri, per cui una tal partita deve coinvolgere tutti noi, che non possiamo restarne spettatori. Anche se i media insistono sugli accordi di vertice raggiungibili in quella sede, dobbiamo quindi far sentire la nostra voce, possibilmente anche a nome di tanti altri esseri non umani, che non hanno alcuno strumento per far valere il loro diritto alla vita. Ecco perché agli appelli  a far presto e bene – fra cui quello, accorato, di Papa Francesco sulla ‘cura della casa comune’  – dovrebbero seguire scelte inequivocabili, non compromessi pasticciati o mere promesse.

SOL PERCHÉ tali promesse sono presentate come  vere e proprie rivoluzioni, non illudiamoci che siano sufficienti a fronteggiare  i disastri ambientali di cui siamo già testimoni. Gli impegni prospettati finora dai 180 stati partecipanti a COP21, infatti, non assicurano affatto il contenimento a 1,5-2 gradi del riscaldamento globale, ma rischiano di portarlo, entro il secolo, a +2,7 gradi. Non possiamo assistere impotenti a questo assurdo mercanteggiare sulla possibilità di distruggere gli equilibri sul nostro pianeta, soprattutto se le soluzioni ci sono da decenni e manca solo la volontà politica di praticarle. La biosfera è un bene comune dell’umanità e nessuno ha il diritto di accaparrarsi le risorse naturali e di mettere in forse la sopravvivenza di milioni di esseri umani, oltre che di animali e di piante. La realtà, però, è che c’è ancora chi pretende di monopolizzarle, se sulla nostra Terra si registrano ben 79 conflitti determinati da cause ambientali, di cui 19 valutati di intensità altissima (4/4).  Il legame tra una politica energetica predatoria e la ricerca di un’egemonia economica e politica attraverso una guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni – per citare il Pontefice – è ormai evidente ed oggettivamente scandaloso. E’ indispensabile far crescere la coscienza collettiva di questo perverso rapporto e bisogna mobilitarsi contro un modello di sviluppo che persegue una crescita illimitata, incompatibile con gli equilibri ecologici, imponendosi con le armi ma anche col falso mito del progresso tecnologico che risolve ogni problema e col modello di vita globalizzato delle ‘monoculture della mente’.

86855548_gettyimages-494954212SOL PERCHÉ ci mostrano il Sole come la causa del riscaldamento globale e dei suoi guasti ambientali, non dobbiamo vederlo come un nemico. Esso, al contrario,  è la fonte stessa della vita del nostro pianeta e la nostra più grande risorsa energetica. Questa verità è di per sé evidente e, del resto, perfino gli stati più inquinatori – fra cui USA  e Cina – stanno facendo grandi progressi in direzione di una valorizzazione di questa immensa risorsa energetica. Ma mentre i ‘grandi’ possono permettersi di premere contemporaneamente sul pedale sia delle fonti fossili sia di quelle rinnovabili,  a partire proprio dal solare, agli stati minori non è facile seguirne l’esempio. Svanita bruscamente l’illusione dell’energia nucleare,  troppo spesso si sta ripiegando sulla folle politica delle trivellazioni, per raschiare il fondo del ‘barile’ delle risorse fossili. Però la stessa rivoluzione del Solare non può essere confusa con la pura e semplice diffusione della tecnologia fotovoltaica, se la costruzione di centrali solari ed il fiorire selvaggio d’impianti del genere non tengono conto del loro impatto ambientale o non modificano le modalità di produzione e distribuzione dell’energia elettrica.  Sebbene realtà geopolitiche enormi come il Brasile o la stessa Cina si dichiarino pronte a ricavare sempre più energia dal Sole, non è detto che si realizzi una vera rivoluzione ‘elio-centrica’, se il modello produttivo e distributivo resterà centralizzato e porterà l’ambiguo marchio delle majors dell’inquinamento globale. Il rischio d’un nuovo colonialismo energetico – sfruttando il sole con megacentrali  nei deserti del nord-Africa per esportare elettricità magari in Germania – potrebbe in effetti avere conseguenze negative, confermando un modello predatorio causa di danni e conflitti.

SOL PERCHÉ ci fanno sapere che in  Italia l’energia da fonti rinnovabili copre il 20% della richiesta e rappresenta addirittura la prima fonte di generazione elettrica (43% della produzione nazionale lorda), questo incoraggiante dato non rappresenta ancora l’affermazione d’un nuovo modello energetico. Resta il grave problema dei trasporti e della produzione di calore (il settore termico impiega il 50% del fabbisogno energetico) ed il solare in senso stretto non supera il 20% delle fonti rinnovabili impiegate (contro il quasi 48% dell’idroelettrico). Insomma, al di là dei trionfalismi,  la realtà è che il nostro ‘Paese del Sole’ si limita ad utilizzare tale risorsa in una percentuale inferiore all’8% (dati Terna 2014). D’altronde, perché il Sole non resti una risorsa energetica tra le altre ma rappresenti un’alternativa reale ed effettiva, bisogna cambiare in primo luogo la stessa idea di ‘sviluppo’. In caso contrario, sarà difficile far accettare ai paesi del c.d. Terzo Mondo (le developing countries) che ci si accorda per ridurre le emissioni proprio quando essi cominciano a produrre ed a consumare come noi abbiamo fatto finora, senza troppi scrupoli. Se invece con ‘sviluppo’ si continuerà ad indicare un indefinito progresso tecnologico ed una crescita esponenziale dei consumi, sarà impensabile invertire la marcia e scongiurare l’incombente catastrofe ecologica.

PERCHÉ IL SOLE diventi il punto centrale della ‘Civiltà’ auspicata da Antonio D’Acunto, cui è ispirata la proposta popolare di legge regionale che due anni fa è diventata legge in Campania, non ci si può accontentare di un puro e semplice incremento della percentuale di elettricità ricavata da quella fonte. Occorre ripensare collettivamente e responsabilmente un modello alternativo di sviluppo, fondato sul controllo democratico e decentrato delle risorse e sulla scelta prioritaria delle fonti rinnovabili, non solo perché ecologiche, ma anche diffuse, non monopolizzabili e gestibili dalle comunità locali. Ebbene, in Campania eravamo riusciti a far approvare all’unanimità dal Consiglio Regionale una legge rivoluzionaria in materia energetica, per aprire il capitolo di uno sviluppo alternativo ed eco-compatibile. Purtroppo il colpevole immobilismo della Giunta –dopo l’iniziale tentativo di boicottare la  L.R. n.1/2013 (Cultura e diffusione dell’energia solare il Campania), le hanno impedito di produrre almeno in parte i suoi effetti.  Eppure la Campania avrebbe potuto essere la regione-leader d’una pianificazione energetica decentrata, contrastando non solo assurdità come trivellazioni in mare e geotermia selvaggia, ma anche un uso del fotovoltaico e dell’eolico spesso irrispettoso delle risorse agricole e degli equilibri ambientali, in quanto improntato a mera speculazione o ad operazioni di dubbia trasparenza.

PERCHÉ IL SOLE diventi davvero il simbolo di quella ‘civiltà’ più equa, pacifica ed ecologica che tanti di noi auspicano, dobbiamo quindi fare molti passi avanti. La Conferenza di Parigi è l’ultima spiaggia per portare a casa almeno dei risultati parziali per un contrasto dei cambiamenti climatici. Non è pensabile, però, che il futuro dell’intera umanità –e del nostro stesso pianeta – dipendano solo dalle mediazioni in corso e dal dosaggio delle parole che sanciranno i protocolli che dovrebbero impegnare gli stati partecipanti. Deve aumentare il livello di consapevolezza ambientale dei cittadini e si devono praticare tutte le possibili soluzioni per ridurre le emissioni, partendo dal risparmio energetico ed usando modelli di produzione e di consumo a basso impatto energetico. Perché il sole non è certo il nemico da battere, ma il nostro più grande alleato nella lotta al surriscaldamento globale. La “Civiltà del Sole” che noi proponiamo consente a tutti di affermarsi, come persone e come comunità, utilizzando un bene comune a vantaggio di tutti. Perché  ‘messor lo frate Sole’  di san Francesco –  bellu e radiante cum grande splendore” – è il simbolo stesso della vita; una sorgente inesauribile di energia che non ha padroni ma solo fruitori. Perché il Sole è il nostro futuro e non vogliamo che la compromissione degli equilibri ecologici scippi tale futuro a noi ed ai nostri figli e nipoti.

 (*) Ermete Ferraro, ecopacifista, è il Presidente della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità   (http://www.laciviltadelsole.org  ) .                                                                                               ————————————————————

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

UNA FINE SETTIMANA PARTICOLARE…

Sii-Il-Cambiamento-Che-Vuoi-Vedere-Nel-Mondo-GhandiCapita talvolta che le varie identità che coesistono dentro di noi emergano quasi contemporaneamente, costringendoci a riflettere su ciò che le tiene insieme e permette loro di interagire. Mi è capitato, ad esempio, in questa fine di settimana, in cui si sono sommate – e per alcuni momenti perfino sovrapposte – attività che mi coinvolgevano in prima persona a vari livelli e su diversi terreni.

Sabato 24, infatti, ho dovuto dividermi fra due iniziative alle quali non potevo mancare e, in attesa di un improbabile dono dell’ubiquità, ho dovuto accontentarmi di seguirle ambedue, anche se solo in parte. La prima era la manifestazione nazionale dei Comitati “No Trident Juncture 2015”, organizzata a Napoli per denunciare l’assurda e suicida corsa al militarismo guerrafondaio in cui l’Italia, in quanto membro della NATO, è sempre più coinvolta, nel silenzio complice dei media e nell’inerzia colpevole delle forze politiche. Il secondo appuntamento che non potevo mancare – nello stesso pomeriggio ma a distanza di circa 50 km da Napoli – era invece l’Assemblea nazionale dell’associazione V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), che si svolgeva a Sorrento in un momento particolarmente delicato e, per la prima volta, senza poter più contare sull’autorevole presenza di Antonio D’Acunto, che ci ha lasciati dieci mesi fa.

Il risultato forse non è stato particolarmente brillante, dal momento che ho potuto partecipare solo ad una parte del colorato corteo che si è snodato per le strade di Napoli, che ha visto un migliaio di persone protestare contro le guerre (passate, in corso e progettata a tavolino …) e contro una NATO sempre più aggressiva, che mette in atto trionfalistiche e dispendiose esercitazioni militari per mostrare i muscoli e scaldare i motori di un nuovo conflitto bellico.  Ad un certo punto, infatti, io ed un mio amico, presente con me alla manifestazione, abbiamo dovuto spogliarci dei panni dei pacifisti (nella fattispecie delle bandiere arcobaleno e dei cartelloni che indossavamo…) per scappare velocemente in direzione della metropolitana e, poi, del trenino della Circumvesuviana che ci avrebbe sbarcato un’ora dopo a Sorrento. Lì ci siamo ricongiunti con altri compagni di VAS Campania ed abbiamo cercato di portare il nostro contributo – d’idee e di azione – al comune sforzo per risollevare l’associazione dalla sua crisi, in nome di un “ambientalismo in movimento” che ormai deve contare solo sulle proprie forze per portare avanti le sue battaglie di ecologia sociale.

Ed ecco che stamani, a poche ore di distanza, sono stato coinvolto in un’attività di tutt’altro genere, nella  Parrocchia dove sono operatore pastorale della Caritas, in occasione della Festa della titolare, la Madonna della Libera. Nel corso di questa domenica, infatti, ci siamo proposti di comunicare alla comunità parrocchiale un messaggio d’impegno ambientale, richiamando l’enciclica di papa Francesco “Laudato si’ “ ed invocando Maria come “madre e regina di tutto il Creato”, affinché ci aiuti a cambiare il nostro stile di vita consumistico e ci “liberi dagli sprechi”. La presenza di Padre Maurizio Patriciello – il pastore della Terra dei fuochi – ci ha aiutato ad uscire dalla ritualità della festa religiosa per rilanciare un impegno concreto sul terreno della salvaguardia di un patrimonio ambientale  saccheggiato dall’avidità e da un modello si sviluppo non sostenibile.

Ebbene, mi sono chiesto che cosa legasse attività così differenti in contesti tanto diversi. La risposta che mi sono dato è che l’impegno pacifista ed ecologista, come anche quello ‘pastorale’, affondano le radici in un comune terreno: la ricerca di strade nuove che ci portino ad uscire dalla fatalità rassegnata (alle guerre ma anche agli scempi ambientali ed alle ingiustizie sociali) per svolgere un ruolo in prima persona per cambiare le cose, qui e ora. E’ esattamente ciò che il mahatma Gandhi sintetizzava nella sua celebre frase: “Be the change you want to see in the world”, invitandoci quindi a non aspettare che le cose cambino da sole e spronandoci dunque ad essere noi per primi ciò che ci aspettiamo che il mondo diventi.

Certo, non è affatto facile – e spesso risulta estremamente frustrante – prendere alla lettera il motto che don Milani aveva posto sul muro della sua scuola popolare di Barbiana. “I care” era un pressante invito a farsi carico di tutto e di tutti, l’esatto contrario del fascista “me ne frego”,  diceva don Lorenzo ai suoi ragazzi. Sta di fatto che sentire sulle proprie spalle la responsabilità di ogni cosa è molto pesante e può anche spingere ad atteggiamenti velleitari ed ingenui, se non si sa lavorare con gli altri e ci si illude di risolvere i problemi solo con la testimonianza personale. Ecco perché bisogna non solo operare coerentemente e nel modo giusto, ma anche collaborare con chi può aiutarci ad uscire dalla dimensione individuale e, soprattutto, non perdere di vista la dimensione globale e l’interconnessione delle varie problematiche.

Manifestare contro le manovre di guerra della NATO, portare avanti campagne ambientaliste ed animare processi di evangelizzazione comunitaria sono indiscutibilmente impegni distinti e specifici. Ma se lo spirito che li lega è quello di vivere in prima persona il cambiamento che auspichiamo forse si può agire con più consapevolezza e si è meno esposti alla frustrazione del’isolamento e spesso dell’insuccesso.  Lottare contro il militarismo, infatti, sta diventando sempre più difficile, così come fare del vero ambientalismo e non accontentarsi di un greenismo ambiguo da salotto. Parlare, oggi, di nonviolenza e di difesa civile alternativa è non meno complicato, così come non è certo facile riprendere il filo di una fede autentica, evangelica, in un mondo sempre meno sensibile al richiamo di una religiosità più di sostanza e meno ritualistica.

Eppure, se ci crediamo, abbiamo il dovere non solo di andare avanti per la nostra strada, ma anche di fare in modo da non restare sterili profeti nell’arido deserto dell’indifferenza e del conformismo. Nessuno ci ha mai garantito che sarebbe stata una passeggiata e questo deve impedirci di cedere allo sconforto o di cercare comode scorciatoie. Essere per primi, ed in prima persona, il cambiamento che vorremmo che si realizzasse nel nostro mondo significa allora smettere di lamentarsi e rimboccarsi le maniche per cominciare da noi stessi e dal nostro contesto. Per quello che siamo e per ciò che possiamo. Qui e ora.

SE SI SOGNA INSIEME…

downloadA maggio di due anni fa è nata a Napoli un’importante esperienza di organizzazione di base, impegnata attivamente e volontaristicamente a diffondere una cultura alternativa ed nuovo modello di sviluppo. Sono trascorsi giusto due anni, infatti, da quando è stata ufficialmente costituita la Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, aggregazione di referenti associativi ed individuali che già si erano impegnati, nei due anni precedenti, contro il ritorno del nucleare e perché la proposta di legge regionale popolare su “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” diventasse una legge quadro della nostra Regione.

Il bello è che quello spontaneo aggregato era anche riuscito nella sua mission impossible, superando alla grande l’ostacolo di ben tre commissioni consiliari e di un’assemblea consiliare dove la maggioranza dei voti era saldamente in mano ai partiti di centrodestra.

Fu così che, forti della vittoria ottenuta con l’approvazione all’unanimità di quella che diventava in tal modo la legge regionale n.1 del 2013, noi del Comitato Promotore decidemmo di dar vita ad un organismo associativo che, a questo punto, concentrasse il proprio impegno sull’effettiva attuazione di una legge di fatto rivoluzionaria.

Sapevamo benissimo, infatti, che dietro la faccia bonaria dell’unanimismo bipartisan si celava il solito volto di una classe politica conservatrice e moralmente compromessa, abituata ad affossare ogni innovazione e a difendere gli interessi delle varie lobbies cui è legata.

Noi eravamo stati lo scomodo e fastidioso topolino che, per un attimo, aveva fatto arretrare l’elefante del centro-destra campano, lasciando peraltro un po’ spiazzato anche il fragile centro-sinistra, poco abituato ad uno stile bottom-up di fare politica e spesso ambiguo proprio sulle questioni ambientali. Ecco perché , fin da subito, il sistema si è subito messo in moto per affossare la neonata legge sul solare, dapprima mutilandola con emendamenti in sede di bilancio, in seguito ignorandola sfacciatamente.

sole4Sono stati, questi, due anni di totale disapplicazione di una norma che avrebbe invece potuto davvero segnare una netta svolta in Campania, avviandone una rapida solarizzazione e, al tempo stesso, affrontando le sue piaghe ambientali ed occupazionali in modo creativo e propositivo.

E’ sempre antipatico recriminare, ma in certi casi diventa un dovere civile. In questo periodo, infatti, ben poche voci si sono levate in difesa della disattesa legge regionale n.1/2013, che è diventata il monumento all’ipocrisia di una classe politica timorosa e miope, oltre che prona verso certi interessi consolidati. Se si fa eccezione per i consiglieri regionali del PD Antonio Marciano (correlatore della legge) ed Antonio Valiante (autore di un’interrogazione a Caldoro); per il Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris ed suo Vice, Tommaso Sodano e per l’attuale Vice Presidente della Città Metropolitana, Elena Coccia, si direbbe che ben pochi esponenti politici abbiano sentito il dovere di prendere posizione, schierandosi in favore della legge e contro chi ha cercato in ogni modo di annullare la volontà dei cittadini, azzerando di fatto quanto era stato deliberato dallo stesso organo legislativo regionale.

A distanza di due anni, d’altra parte, registriamo con piacere che la competizione elettorale per le regionali in Campania ha finalmente suscitato nuovo interesse per quella che noi abbiamo deciso di chiamare, a buon titolo, la Legge d’Acunto.  Tre candidati presidenti su cinque (Salvatore Vozza per Sinistra al Lavoro, Valeria Ciarambino per il Movimento Cinque Stelle, e Marco Esposito per la lista civica meridionalista MO! Campania) hanno infatti inserito nei loro programmi elettorali il rilancio di questo provvedimento legislativo, di cui evidentemente hanno colto l’importanza e sulla cui attuazione ci auguriamo che vorranno adoperarsi in futuro.

pirasoleNoi della R.C.C.S.B., d’altra parte, non siamo certo rimasti immobili a piangerci addosso, ma abbiamo sviluppato in questi due anni una serie d’iniziative autogestite, lanciando appelli e messaggi anche su questioni apparentemente collaterali, come la necessità di misure di vero contrasto al cambiamento climatico, la salvaguardia della nostra costituzione, l’opposizione al funesto decreto Sblocca Italia ed alle sue devastanti conseguenze per l’ambiente.

Questi ventiquattro mesi di attività della nostra Rete ci hanno visti impegnati costantemente sul territorio, con assemblee, manifestazioni pubbliche ed interventi nelle scuole.

Abbiamo lanciato e fatto sottoscrivere da un migliaio di cittadini una petizione sul clima, con la quale proponiamo nuovi standard (5% d’incremento del verde, 60% di riduzione della CO2, 50% per le fonti rinnovabili, 50% destinato al risparmio ed efficientamento energetico).

Abbiamo svolto iniziative formative e seminariali in alcune scuole napoletane (la SMS Viale delle Acacie del Vomero ed il Liceo Don L. Milani di S. Giovanni a Teduccio).

Abbiamo partecipato come Rete anche ad altre iniziative sociali, come“Miseria Ladra” (promossa da Libera e dal Gruppo Abele); professionali come varie assemblee di architetti ed ingegneri; di promozione di una green economy come i Green Days ed Energy Med, ambedue promossi dall’amministrazione comunale di Napoli.

Abbiamo anche partecipato ad un “Training Camp” dell’A.N.C.I. (Ercolano, apr. 2013) ed alla manifestazione #Fiumeinpiena (Napoli, nov. 2013) ma, soprattutto, abbiamo organizzato in prima persona una quantità d’impegnativi e significativi eventi, a partire dal convegno su “La legge più bella” (Salerno, mag. 2013), cui hanno fatto seguito: la I Conferenza Regionale sui Piani Solari Comunali (Salerno, ott. 2013); l’assemblea “Dalle ecoballe alle piramidi del Sole” (Napoli, Sala Nugnes del Cons. Comunale, nov. 2013).

Il secondo anno è stato contrassegnato da un’iniziativa a tutela della Reggia di Carditello (gen. 2014) e dall’Assemblea per il primo anniversario della LR 1/2013 (Napoli, feb. 2014). Si sono poi registrati altre iniziative pubbliche, come il volantinaggio di denuncia durante EnergyMed (mar. 2014);  l’Assemblea del Soci della RCCSB (apr. 2014); l’intervento ad un incontro di ingegneri ed architetti (Pozzuoli, mag. 2014), un successivo intervento al convegno sulle Eccellenze Campane (Napoli, giu. 2014) e, soprattutto, il fondamentale evento “Diamo un calcio alle ecoballe!”, svolto a Giugliano in Campania nello stesso mese.  Dopo la pausa estiva hanno fatto seguito altre iniziative della Rete, fra cui: l’intervento di una delegazione della Rete alla Convention del Patto dei Sindaci (Napoli, Castel dell’Ovo, set. 2014); la colorita manifestazione “C’è un brutto clima…” (Piazza Gesù Nuovo, set. 2014); la partecipazione ai cortei-manifestazioni contro Sblocca Italia (Roma, Montecitorio, ott. 2014 e Napoli, Bagnoli, nov. 2014) ed altre iniziative simili.

antonio 4Purtroppo il mese di dicembre ha segnato un pesante momento di arresto a questo entusiastico attivismo della Rete. La grave perdita del suo fondatore ed ispiratore, Antonio D’Acunto, ha colpito duramente tutti coloro che lo hanno seguito in questa incredibile avventura, molti dei quali lo conoscevano da decenni, condividendone le grandi battaglie civili, sociali ed ambientaliste che hanno caratterizzato la vita di questo vero profeta della “civiltà del sole”.

L’associazione, orfana del suo leader , ha voluto quindi ricordarlo e rendergli omaggio con una commossa e partecipata commemorazione pubblica, tenuta nella Sala giunta di Palazzo S. Giacomo, alla presenza del Sindaco de Magistris e dell’Assessore all’Ambiente Sodano.

Ma il vero modo per onorare D’Acunto è stata la nostra determinazione nel continuarne la difficile battaglia, senza poter più contare sulla sua carismatica personalità, proseguendo comunque nei contatti con la stessa Amministrazione Comunale di Napoli, con la quale era già stata avviata una proficua collaborazione per realizzare un evento propedeutico alla Biennale del Sole e della Biodiversità nel Mediterraneo, prevista esplicitamente dalla legge 1/2013.

Un altro impegno che ci siamo assunti è stato quello di contribuire con proposte originali alla redazione dello Statuto della Città Metropolitana di Napoli, facendo tesoro delle indicazioni che lo stesso D’Acunto aveva avanzato, già molti anni fa, per realizzare una svolta fondata sul suo progetto di Ecopolis.

L’ intitolazione ad Antonio di un parco didattico da realizzare a Marianella  – voluta dal Sindaco – ci ha indotti poi a considerare con attenzione le indubbie opportunità che questa decisione offre,  confrontandoci con i cittadini di quel quartiere e con la stessa ASIA Napoli, autrice di quel progetto di eco-parco.

biodiversita'Le nostre ultime attività, come dicevo prima prima, sono state rivolte a mantenere aperto il dialogo con i partiti che si sono presentati alle elezioni regionali ed in particolare con i candidati alla Presidenza della Campania. Siamo infatti convinti che il pur fondamentale ed indispensabile lavoro di base dell’Associazione non può essere disgiunto da un impegno a coinvolgere i referenti istituzionali (Comune, Città Metropolitana e Regione) in un percorso virtuoso e “alla luce del sole”, proprio per interrompere il ciclo vizioso della crescente e pericolosa frattura fra i cittadini e coloro che dovrebbero rappresentarli, che si aggiunge a quella tra le comunità locali e la loro terra.

Ecco perché, dopo due anni, possiamo presentarci a testa alta di fronte a chiunque, forti della nostra coerenza e dell’autonomia nella quale abbiamo operato, rivendicando il diritto all’attuazione di una legge troppo a lungo disattesa e ribadendo le ragioni, ideali ma anche concrete, di una svolta epocale verso quella“civiltà del sole” che non è assolutamente un’utopia.

Dobbiamo peraltro ammettere che, mai come in questo momento, tutto sembra andare in senso completamente opposto, per cui il nostro sforzo può apparire ingenuo e velleitario. La verità è che mai come adesso, invece, c’è bisogno di idee chiare, alternative e sanamente costruttive, per uscire dalle sabbie mobili d’un nuovo verticismo autoritario e centralista e di un ulteriore, sciagurato, attacco all’integrità dell’ambiente naturale, in nome del profitto e di un falso progresso.

Mai come adesso c’è bisogno di dire dei “no” chiari e netti (a decreti perniciosi come lo Sblocca Italia ed alla pericolosa revisione della Costituzione, che cancellerebbe il diritto delle Regioni ad intervenire in materie-cardine come l’energia). Servono però anche dei “sì” altrettanto decisi, in particolare a provvedimenti di vero contrasto ai cambiamenti climatici, a progetti di vera economia verde, ad un impulso alla rapida diffusione delle fonti energetiche alternative, contrastando però ogni operazione speculativa, nel rispetto dei valori del territorio e della diversità biologica.

I principi base su cui si fonda la filosofia della legge D’Acunto, infatti, sono sia di natura ambientale (tutela della terra, ricorso ad energie pulite rinnovabili e diffuse, salvaguardia della biodiversità), sia d’ispirazione sociale ed economica (avvio di un’economia decentrata, eco-sostenibile e fonte di nuove occasioni di lavoro e di vero sviluppo delle comunità locali).

 

Ebbene, non sono ovviamente in grado di dire se la nostra piccola Rete, orfana di Antonio D’Acunto, riuscirà in questa sua ambiziosa missione, dal momento che porta avanti un modello che va in totale controtendenza rispetto alle idee più diffuse e non può certo contare sul sostegno di lobbies e di sponsor politici. So soltanto che noi della rete bio-solare ci crediamo fermamente e quindi il nostro impegno andrà costantemente in quella direzione.

Non si tratta di vagheggiare retoricamente il“sol dell’avvenir” ma di operare concretamente e collettivamente per realizzare “l’avvenire del Sole”, in quanto nucleo di una nuova civiltà, più giusta ed ecologica. Perché, come recita un noto proverbio, d’incerta paternità ma molto efficace: “Se si sogna da soli è solo un sogno. Se si sogna insieme è la realtà che comincia”.

(c) 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com.)

ECOSOCIALISMO? SÍ, GRAZIE !


Progresso o sviluppo?ecosocialismo

 La lettura dell’ottimo articolo di Antonio D’Acunto “Necessità ed urgenza di un egemonico nuovo soggetto politico Eco–Progressista, fondato sul primato dell’Ecologia” [1] risulta particolarmente stimolante. Vorrei quindi intervenire nel merito, a partire da una prima osservazione riguardante il titolo. La mia deformazione ‘linguistica’ m’induce a ribadire che ritengo molto più accettabile il termine ‘sviluppo’ rispetto a ‘progresso’, con gli attributi e le forme verbali che derivano in ambedue i casi. E’ proprio il mio spirito ecologista che mi fa privilegiare il primo vocabolo, che già nella sua etimologia rinvia ad un processo di liberazione, di apertura, di realizzazione delle potenzialità mortificate (“de-viluppo”, appunto; in inglese ed in francese development, in spagnolo desarollo). La parola “progresso”, invece, racchiude nel suo DNA etimologico una visione sostanzialmente anti-ecologica, contraddicendo il nodo fondamentale di questo approccio, cioè il tener conto dei naturali limiti ad ogni genere di sviluppo e prefigurando un illuministico processo di avanzamento inarrestabile del sapere e del potere umano.

Ecco perché penso che quel nuovo soggetto politico – che l’amico D’Acunto ed io auspichiamo – sarebbe meglio definito dall’aggettivo ‘eco-sociale’ piuttosto che da ‘eco-progressista’. Questa definizione, inoltre, richiamerebbe alla mente un ben preciso pensiero teorico, legato al concetto di ‘ecologia sociale’ ed alle riflessioni e proposte avanzate da autori come Barry Commoner, Murray Boockchin, Wolfgang Sacht, Serge Latouche, Arturo Escobar e Michael Löwi. [2]

I principi fondamentali di questo approccio così sintetizzabili: (a) interdipendenza ed unità nella diversità; (b) decentramento e democrazia diretta; (c) centralità dell’idea di cittadinanza attiva e responsabile: (d) visione liberatrice della tecnologia; (e) impostazione sociale del lavoro; (f) visione filosofica improntata ad un ‘naturalismo dialettico’ e fondata su un’etica ecologica.

2. Un’alternativa ecosocialista  al neo-liberismo antiecologico

L’analisi di D’Acunto prende le mosse dall’indubbio successo elettorale di Renzi e del ‘Renzismo’, mettendone però  in discussione l’effettiva rappresentanza della maggioranza degli Italiani. Anche se il PD targato Renzi ha ricevuto il 40% dei voti – si argomenta –  in termini puramente matematici il suo peso elettorale effettivo non supera un reale 20% dei consensi, visto che il restante 80% ha fatto altre scelte o non ha votato per nulla. A voler considerare il peso specifico in termini politici dell’attuale governo di coalizione, aggiunge D’Acunto, si arriva alla rappresentanza massima di 3 Italiani su 10,  4 se si considera anche l’appoggio di Berlusconi alle riforme istituzionali. E’ per questo motivo che non andrebbe enfatizzato il ‘successo’ di quello che, innegabilmente, resta il partito di maggioranza, per evitare che una visione trionfalistica legittimi il PD ed il suo rampante lìder maximo come il soggetto egemone ed assoluto protagonista della politica italiana.

E’ di per sé preoccupante che la ‘sinistra’ vinca nel nostro Paese solo se fa suoi una visione ed un linguaggio neo-liberali, ad esempio cavalcando gli sconti sulle tasse ed il tema del rilancio dei consumi. Se ci aggiungiamo, come sottolinea D’Acunto, che nella visione renziana manca non solo una prospettiva ecologica, ma anche una minima attenzione alle questioni ambientali, c’è da essere ancor più preoccupati. Non si cerca nemmeno più di mascherare il progressismo consumista con l’aggiunta prudenziale del concetto un po’ vago di ‘sostenibilità’, ma ci si lascia andare ad un ottimismo fuori luogo, trascurando le problematiche legate ad un modello di sviluppo distorto, energivoro, distruttore dell’ambiente, indifferente alla salute delle comunità e dei lavoratori.

Ancor più grave, pertanto, risulta la mancanza in Italia d’un soggetto politico che riesca a coagulare ed organizzare le tante battaglie combattute ogni giorno per difendere i diritti sociali, i beni comuni e l’integrità dell’ambiente naturale. Non parlo ovviamente d’una lista messa insieme all’ultimo momento né della una stanca riproposizione della pur fondamentale esperienza del movimento verde. Mi riferisco ad una realtà politica che sappia davvero coniugare la necessaria critica ad un modello di sviluppo dato per scontato ed imprescindibile con un serio programma costruttivo, capace quindi di proporre un’alternativa ecosocialista, ispirata ai principi prima elencati.

D’Acunto cita nel suo articolo un grande pensatore ecopacifista come Kenneth Boulding, il quale già nel lontano 1966 affermava che per credere in un’infinita ‘crescita esponenziale’ bisogna essere dei pazzi o degli economisti…[3]  Vorrei aggiungere allora che una visione alternativa a quella sostanzialmente liberale dell’attuale PD dovrebbe avvalersi anche del contributo della teoria e prassi della nonviolenza attiva e del pacifismo antimilitarista, come da tempo vado ripetendo. [4]

« Ma qui c’è anche l’assoluta necessità…..di un progetto politico  radicalmente alternativo al renzismo. Un progetto che, proprio perché parte dall’Ecologia e dalle sue leggi, affronta la crisi di oggi nelle cause di fondo che l’hanno generata, ricreando le condizioni per il benessere dell’Umanità nella sua globalità e del Pianeta, nell’infinita sua Biodiversità e Bellezza. Un progetto che parte dalla ricerca costante di  scelte e tecnologie per soddisfare i bisogni di oggi, che non solo non sottraggono valori al futuro, ma generano al contrario potenziali arricchimenti; cioè una Civiltà del Sole e della Biodiversità, costruita sull’Amore ed il Rispetto per il Pianeta,  per la sua Bellezza, e per le sue forme di Vita…» [5]

3. Teoria e prassi dell’Ecosocialismo in Europa e nel mondo

Una simile coalizione della sinistra ecologista non sarebbe affatto un caso isolato a livello internazionale, dal momento che esistono da parecchi anni molti esempi di partiti che – ad esempio in Europa – già si definiscono ecosocialisti. E’ il caso degli Alternatifs francesi, della Izquierda Unida in Spagna (con Esquerra unida i Alternativa in Catalogna), di Os Verdes in Portogallo, dell’Alleanza della Sinistra Verde nei paesi scandinavi, della Linke in Germania e, soprattutto, di Syriza  in Grecia[6], che ha raccolto oltre il 26% dei voti alle Europee.

Buona parte di essi hanno aderito al Congresso della Sinistra Europea, tenuto a Madrid il 14 dicembre 2013, sottoscrivendo una mozione sull’ecosocialismo [7], che faceva seguito ad un manifesto comune, approvato nel febbraio del 2013, intitolato “18 tesi sull’ecosocialismo” [8] , oltre che alla fondamentale Dichiarazione Ecosocialista di Belèm, datata 2007 [9].

Nella mozione comune, fra l’altro, troviamo scritto:

«Questa mancanza di considerazione sia per la biosfera sia per le condizioni di vita umane s’incarna nelle soluzioni capitaliste alla crisi, che favoriscono la ‘crescita verde’ ed il ritorno all’estrazione di forme convenzionali e non convenzionali di combustibili fossili […]così come i grandi progetti multinazionali nocivi nell’ambito delle energie rinnovabili – eolico, solare e biomasse – che degradano i paesaggi, le terre agricole e le foreste […]L’ecosocialismo, ossia la trasformazione sociale ed ecologica, si trova alla congiunzione dell’ecologia anti-capitalista con i movimenti di sinistra antiproduttivisti […] è una nuova sintesi per fronteggiare la doppia sfida delle crisi sociale ed ambientale- che hanno le stesse radici […]Esso implica il ricorso a radicalità concrete ed a misure che noi chiamiamo ‘pianificazione ecologica’, basata sulla redistribuzione delle ricchezze esistenti ed un sistema di produzione radicalmente differente, che tenga conto dei limiti ambientali, che si basi sul rigetto di ogni forma di dominazione ed oppressione, così come sulla sovranità popolare…» [10]

Le ‘18 Tesi per l’Ecosocialismo’ [11] esplicitano i punti fermi di tale approccio, chiarendo che esso è:

ü      un’alternativa concreta e radicale, «…per fondare una nuova economia dei bisogni e della sobrietà, preservare il clima, l’ecosistema e la biodiversità»;

ü      una nuova sintesi politica a sinistra, tra «un’ecologia necessariamente anticapitalista ed un socialismo che si è sbarazzato delle logiche produttiviste […]tenendo conto dei bisogni umani e dei limiti del pianeta»;

ü      un rinnovamento del socialismo, che «…ci obbliga a pensare in modo nuovo ciò che è veramente progresso umano, nella prospettiva della preservazione dell’ecosistema»;

ü      un modello alternativo di produzione, con una profonda revisione di quello attuale sulla base «…di quelle che chiamiamo le 4 R: rilocalizzazione dell’attività, reindustrializzazione ecologica, riconversione dell’industria e redistribuzione del lavoro […]nella ricerca di filiere ‘verdi’, al fine di ridurre la nostra dipendenza dalle risorse esauribili (eco-costruzione, efficacia energetica, ristrutturazione termica, energie rinnovabili…)» ;

ü      una rivoluzione che nasce da questa profonda riconversione, per cui «…le lotte debbono convergere» e occorre «lottare e resistere per inventare», visto che c’è bisogno che i cittadini si sentano direttamente coinvolti nella sperimentazione di alternative concrete e sappiano essere attivi anche nella «disobbedienza civile nonviolenta»;

ü      un’applicazione della pianificazione ecologica, che «…dà la possibilità di organizzare la deviazione verso in altro modello di sviluppo, interrogando i nostri bisogni e riorientando produzione, scambio e consumo, in virtù della loro utilità sociale ed ecologica»;

ü      una rivoluzione internazionalista ed universalista, perché le decisioni sono ormai su scala planetaria ed altrettanto globale deve essere quindi la risposta ad ogni forma di sfruttamento del Pianeta e dei popoli. «Il progetto eco socialista deve poter essere portato avanti da un forum mondiale, che ne faccia il fine della rivoluzione cittadina del nostro tempo».

D’Acunto sostiene che un simile movimento dovrebbe basarsi «…su contenuti fondamentali del modello di sviluppo: l’energia eternamente rinnovabile del Sole, il valore infinito ed insostituibile della Biodiversità, l’acqua fondamentale bene comune, la tutela della materia contro inceneritori e discariche, la salvaguardia  del territorio,  del paesaggio, del percorso del cammino dell’uomo espresso dai beni archeologici storici e culturali, la pace e la solidarietà, la democrazia e la partecipazione e, unificante del tutto, la centralità del valore del lavoro per tutti come crescita dell’Umanità e  creazione di benessere reale collettivo, nei suoi bisogni fondamentali materiali ed immateriali.» [12]

Mi sembra un’ottima sintesi di ciò che dovrebbe far parte del programma di questo nuovo soggetto politico eco socialista, che trovo peraltro perfettamente in linea con le enunciazione appena citate del Manifesto di questo movimento, diffuso non solo in Europa ma anche in America Latina.

4. Che fare, qui ed ora?

Quando si enunciano delle prospettive politiche così impegnative la prima domanda che sorge spontanea è: ma noi, in prima persona, che cosa possiamo fare perché si realizzi quanto abbiamo ipotizzato?   D’Acunto ha già dato una prima ed importante risposta a tale quesito:

« Occorre profondere  passione ed impegno, se si vuole che gli ideali, i valori, i  contenuti di merito che tanti di noi abbiamo portato e continuiamo a portare non restino nei limiti di molto importanti vittorie di opposizione, ma sul piano generale mere, astratte  enunciazioni. Per me,  naturalmente,  pensare a un nuovo soggetto politico, non significa assolutamente pensare a ridurre il valore e la portata della immensa moltitudine dei soggetti collettivi associativi e di movimento, di cui tanti di noi facciamo parte né ad una captazione strumentale di essi. Al contrario, significa pensare a ricreare e rafforzare condizioni… perché esse abbiano un ruolo decisivo nelle scelte.» [13]

Non bisogna necessariamente pensare ad un nuovo partito politico, aggiunge, ma bisogna assolutamente evitare le aggregazioni elettorali dell’ultima ora, talvolta strumentalizzando il bisogno di cambiamento per riproporre personalità ed esperienze superate. Le ultime elezioni europee, in tal senso, hanno purtroppo dimostrato che la sinistra dei partiti non ha compreso ancora la dura lezione delle precedenti consultazioni elettorali. I movimenti e la c.d. ‘società civile’ non sono solo ingredienti innovativo e più stimolanti da aggiungere ad un piatto riscaldato, solo per renderlo più appetibile. C’è bisogno piuttosto di organizzare, in modo serio ed efficace,  l’opposizione ad un modello di sviluppo che sta impoverendo sempre più persone e distruggendo sempre più la biodiversità naturale.  Il rinnovamento – per certi aspetti la rivoluzione – dell’ecosocialismo non può essere ridotta a mere alleanze tattiche tra forze politiche o a programmi elettorali sempre più vaghi. Occorre creatività, buona volontà, disponibilità a rompere vecchi schemi, ma anche capacità di rendere tale alternativa praticabile e, prima ancora, diffusa e consapevole.

«Come costruire questa organizzazione, che significa anche schemi, burocrazia e regole senza nulla togliere alla grande  ricchezza della moltitudine degli affluenti, necessariamente di gran lunga oltre le forze politiche che possono aiutarne la nascita,  è urgente ricerca non solo teorica e politica, ma soprattutto sperimentale.»[14]

Concordo totalmente con D’Acunto su questa prospettiva di dialogo costruttivo tra i vari movimenti e tra questi e le forze politiche preesistenti, perché si giunga ad una vera coalizione, nel rispetto della specificità delle singole proposte ma nella ricerca di un comune denominatore. Esso non può essere che una svolta radicale nel modello di produzione e di consumo, che parta da una pianificazione ecologica per scrivere le nuove regole di una società più equa e rispettosa degli ecosistemi di cui noi uomini facciamo parte. Redistribuire la ricchezza e fare pace con la natura è un obiettivo troppo alto perché lo si possa ridurre solo a formule elettoralistiche. Occorre far crescere la coscienza di tutti sull’insostenibilità ecologica di questo sviluppo, ma anche costruire le basi – teoriche e pratiche – per un’alternativa ecosocialista ed ecopacifista. Bisogna pensare ed agire – quì ed ora – affinchè, per citare un teorico dell’ecosocialismo come Michael Löwi:

«Lotta alla mercatizzazione del mondo e difesa dell’ambiente, resistenza alla dittatura delle multi nazioni e lotta per l’ecologia siano intimamente legati nella riflessione e la pratica del movimento mondiale contro la mondializzazione capitalista-liberale.»[15]

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com)

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[1]Antonio D’Acunto, Necessità e urgenza di un egemonico nuovo soggetto politico eco-progressista, fondato sul primato dell’ecologia, Giugno 2014 > http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/component/content/article/2-non-categorizzato/90-la-necessita-e-l-urgenza-di-un-egemonico-nuovo-soggetto-politico-eco-progressista-fondato-sul-primato-della-ecologia )

[2] Cfr. su Wikipedia le voci > http://it.wikipedia.org/wiki/Ecosocialismo , http://en.wikipedia.org/wiki/Eco-socialism , http://fr.wikipedia.org/wiki/%C3%89cosocialisme , http://en.wikipedia.org/wiki/Social_ecology , http://fr.wikipedia.org/wiki/%C3%89cologie_sociale , http://socialecologylondon.wordpress.com/

[3] Vedi anche: K. Boulding, Towards a New Economics: Critical Essay on Ecology, Distribution and Other Themes, Edward Elgard, 1992

[4] Cfr. alcuni miei articoli sull’argomento > https://ermeteferraro.wordpress.com/2011/12/13/ecopacifismo-visione-e-missione/ ; https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/03/16/riscatto-mediterraneo/ ; http://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d ; https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/05/31/ctraltcanc-esercitare-il-controllo-creare-alternative-cancellare-la-guerra/

[5] Antonio D’Acunto, art. cit.

[6] Cfr. un mio articolo del giugno 2012 > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/

[7] http://ecosocialisme.com/2013/12/17/motion-proposee-par-le-parti-de-gauche-fr-alliance-rouge-verte-dk-syriza-gr-bloco-port-die-linke-all-sur-les-questions-ecologiques/

[8] http://ecosocialisme.com/2013/02/07/premier-manifeste-des-assises-18-theses-pour-lecosocialisme/

[9] http://ecosocialistnetwork.org/Wordpress/wp-content/uploads/2012/03/Declaration-Belem-it.pdf

[10] Vedi testo cit. alla nota 6 (traduz. mia)

[11] Sintetizzo di seguito il testo cit. alla nota 9 (traduz. mia dei passi virgolettati)

[12] D’Acunto, op.cit.

[13] D’Acunto, op. cit.

[14] Ibidem

[15] Michael Löwi, Qu’est-ce que l’écosocialisme?> http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article656