MINORI…NON ACCOMPAGNATI

La buona scuola dei docenti-vigilantes

downloadNelle scuole italiane, da un po’ di tempo in qua, non si fa altro che discutere animatamente dello stesso argomento. Del rinnovo del contratto del personale, incredibilmente fermo da 10 anni?  Degli esiti della sedicente Buona Scuola renziana, che ci ha regalato presidi-manager e docenti-staffisti? Dell’atteggiamento schizofrenico di chi, dopo aver cancellato l’ora d’insegnamento dedicata alla ‘educazione civica’ l’ha rimpiazzata dapprima con un’indistinta girandola di educazioni (alla legalità, alimentare, sanitaria, etc.) e poi con l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione all’interno di una delle due curricolari ore di storia e senza una valutazione specifica?  Oppure si discute della logica ‘premiale’ bonascolista, che tratta gli insegnanti come bambini che scrivono a Babbo Natale per mendicare umilmente bonus, ricompense e mance varie? O forse si parla  della aziendalizzazione spinta della scuola pubblica, pervasa da slogan efficientistico-imprenditoriali e sempre più invasa da postulanti privati a vario titolo (docenti di madre-lingua, istituti di certificazione linguistica, teatri e cinematografi, associazioni turistiche e culturali, club sportivi, providers informatici, formatori in cerca di pubblico e via discorrendo)?  Assolutamente no. Il problema-principe di cui si discetta nelle nostre scuole è l’uragano abbattutosi improvvisamente e improvvidamente su docenti stanchi, spesso avviliti e demotivati, ponendoli di fronte ad un obbligo ulteriore e mortificante. Quello cioè di attuare nella realtà vera di tutti i giorni – e soprattutto degli anni 2000 – una prescrizione normativa risalente al Codice Rocco, secondo la quale i ‘minori’ loro affidati dai genitori, all’uscita dalla scuola, dovrebbero essere individualmente consegnati a questi ultimi o a loro delegati.

A monte di questa incredibile querelle c’è la recente sentenza n.21593 della III sezione civile della Corte di Cassazione [i] che, a ben vedere (ma ovviamente pochi ne hanno davvero letto il testo), si limita a confermare principi giuridici preesistenti  ed un generale indirizzo estremamente rigoroso della giurisprudenza in materia di vigilanza sui minori. Ciò che molti distratti, poco informati o tendenziosi commentatori omettono, in riferimento all’ordinanza fonte del casus belli, è che la Corte suprema ha rigettato le obiezioni del ricorrente Ministero riferendosi ad una fattispecie per niente generalizzabile. Al punto 4.3. del documento, infatti, si legge: “Come rilevato dal primo giudice e implicitamente condiviso dalla Fiorentina, sussiste un obbligo di vigilanza in capo all’amministrazione scolastica con conseguente responsabilità ministeriale sulla base di quanto disposto all’art. 3 lettere d) ed f) del Regolamento d’Istituto. Le norme ora richiamate,infatti, rispettivamente pongono a carico del personale scolastico l’obbligo di far salire e scendere dai mezzi di trasporto davanti al portone della scuola gli alunni, compresi quelli delle scuole medie, e demandano al personale medesimo la vigilanza nel caso in cui i mezzi di trasporto ritardino. Sulla scorta di quanto prescritto nel richiamato regolamento scolastico il giudice di primo grado e quello di secondo grado hanno logicamente dedotto che l’attività di vigilanza della quale l’amministrazione scolastica era onerata non avrebbe dovuto arrestarsi fino a quando gli alunni dell’istituto non venivano presi in consegna da altri soggetti e dunque sottoposti ad altra vigilanza, nella specie quella del personale addetto al trasporto.” [ii]  E’ dunque chiaramente pretestuoso interpretare tale pronunciamento della Cassazione come se ne scaturisse l’incredibile quanto inattuabile imposizione d’un obbligo generalizzato nei confronti del personale della scuola, secondo il quale si dovrebbe riconsegnare ciascuno delle centinaia (in alcuni casi migliaia) di alunni nelle mani dei rispettivi genitori (o loro delegati), sì da adempiere l’obbligo di vigilanza sui minori affidati. Quelli che ritengono di sapere qualcosa di diritto e sono fautori del tradizionale motto romano “Dura lex sed lex”   obiettano però che in quest’obbligo sussisterebbe comunque, in quanto previsto dall’art. 2048 del Codice Civile. Ma che cosa c’è scritto effettivamente in questo basilare riferimento legislativo?

‘Minori non emancipati’ o studenti con doti ’imprenditoriali’?

imagesIl padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi (1). La stessa disposizione si applica all’affiliante. I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza. Le persone indicate dai commi precedenti sono liberate dalla responsabilità soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto.” [iii]  Ebbene, dopo aver letto integralmente questo articolo del Codice Civile italiano – al di là della marginale notazione d’un linguaggio che ci riporta ad una società in cui la vita ed i rapporti familiari erano ben diversi – non mi sembra che si possa dedurne le conclusioni cui sono giunti la Ministra Fedeli, molti zelanti Dirigenti scolastici e perfino parecchi docenti che, a quanto pare, conoscono poco sia i loro diritti sia i loro doveri.  A parte il fatto che l’articolo in questione si riferisce a specifiche situazioni in cui la mancata vigilanza di genitori, tutori e precettori consenta che un minore loro affidato cagioni un danno a terzi – cosa ben diversa dalla tutela della sicurezza personale dello stesso –  è evidente che ci troviamo di fronte ad un quadro normativo che non ha più credibilità nel contesto socioculturale dei nostri tempi, in cui la stessa scuola, peraltro, ha il compito di educare i ragazzi all’autonomia personale e “ad agire in maniera matura e responsabile” [iv].   Ricordo, a tal proposito, che a noi docenti delle ex scuole medie è stato richiesto di svolgere un compito ulteriore rispetto a chi vi insegnava fino a pochi anni fa, quello cioè di provvedere collegialmente alla ‘certificazione delle competenze al termine del primo ciclo d’istruzione’.  Evito di entrare nel merito della retorica tecnocratica che esalta le ‘competenze’ rispetto a conoscenze ed abilità di cui la scuola dovrebbe farsi veicolo, ma non posso fare a meno di sottolineare che nel modello ministeriale di certificazione, sono state inserite anche la seguenti: “ 9) Dimostra originalità e spirito di iniziativa. Si assume le proprie responsabilità, chiede aiuto quando si trova in difficoltà e sa fornire aiuto a chi lo chiede. È disposto ad analizzare se stesso e a misurarsi con le novità e gli imprevisti.” […] “12) Ha cura e rispetto di sé, come presupposto di un sano e corretto stile di vita. Assimila il senso e la necessità del rispetto della convivenza civile. Ha attenzione per le funzioni pubbliche alle quali partecipa nelle diverse forme in cui questo può avvenire: momenti educativi informali e non formali etc.” [v].   E’ innegabile che la giurisprudenza ci presenta casi in cui, viceversa, si considera il minore affidato alla scuola come se non potesse considerarsi un soggetto autonomo e responsabile, ad esempio nel caso in cui la stessa alta Corte ha voluto ribadire: …il principio generale che l’istituto di istruzione ha il dovere di provvedere alla sorveglianza degli allievi minorenni per tutto il tempo in cui le sono affidati e quindi fino al momento del subentro almeno potenziale della vigilanza dei genitori o di chi per loro.”  [vi]  Ebbene, anche a prescindere dalle valutazioni palesemente contrastanti espresse in sede giurisizionale, si direbbe che legislatori, giudici, ministri e presidi non si rendano conto del fatto che trattare studenti medi come irresponsabili ed incapaci marmocchi, da affidare nelle mani di genitori o generici ‘adulti’ delegati, non è il modo migliore per sviluppare in loro l’autonomia, le “competenze sociali e civiche” e, men che meno, lo “spirito di iniziativa e imprenditorialità” cui la scuola dichiara di volerli formare. La stessa giurisprudenza, peraltro, sembrerebbe aver superato l’arcaico ‘tabu’ della vigilanza sempre e comunque dei minori, giungendo a conclusioni ben diverse, come in altri pronunciamenti della Cassazione, nei quali invece si sottolinea che gli insegnanti devono ovviamente tener conto del livello di maturità degli studenti.  D’altra parte , nella giurisprudenza specifica in materia di sorveglianza sui minori da parte del personale insegnante, risulta consolidato l’orientamento (cfr. Cass. Sez .III , 4.3.77 n. 894, Cass. Sez. II 15.1.80 n. 369 , Cass . Sez. III 23.6.93 n. 6937, Trib. Milano 28/6/1999 ) che tiene in considerazione il grado di maturazione degli allievi nel valutare il contenuto dell’obbligo di vigilanza” .[vii]   

Gli ‘unaccompanied minors’ sono ben altro…

images (1)Spesso i docenti  tendono a reagire d’istinto alle…sollecitazioni provenienti dall’alto, dimostrando  talvolta una limitata consapevolezza dei propri diritti e doveri. Bisogna ammettere, d’altra parte, che non passa anno che sul travagliato microcosmo scolastico non si abbatta qualche inopinata novità, che mette in discussione gli  equilibri organizzativi e introduce elementi innovativi nella stessa didattica, costringendo stagionati maestri e professori ad adeguarsi alla meglio ad essi. Come osservavo qualche anno fa in un altro articolo [viii], siamo di fronte alla diffusa sindrome del “non capisco ma mi adeguo”, per cui si tende ad accettare supinamente crescenti imposizioni dall’alto che, alla faccia dell’autonomia dell’Istituto e del singolo docente, stanno riducendo la scuola ad un terreno su cui i vari ministri si esercitano, anno dopo anno, in una interminabile partita tipo videogiochi. Il fatto è che la realtà virtuale percepita da alti burocrati, soloni accademici e  dirigenti-manager è sempre meno frutto di esperienza diretta e sempre più derivata da arzigogolate misurazioni di efficienza ed efficacia, sulla base di parametri pseudo-oggettivi di valutazione. La loro percezione di un istituto scolastico medio – che conti cioè da 500 agli 800 allievi – appare piuttosto generica e prescinde dalle dinamiche e problematiche delle vere classi, sempre più affollate di alunni e afflitte da problemi non solo di apprendimento, ma anche relazionali e socio-economici. E’ una realtà che ci mostra un’organizzazione lavorativa e familiare dei loro genitori oggettivamente messa in crisi dall’inusitata richiesta di prelevare i figli inferiori ai 14 anni all’uscita da scuola . Gran parte di loro, infatti, già da anni  vi entrano ed escono autonomamente; semmai, è stato notato che lo fanno ancora in misura piuttosto bassa (30-40%) rispetto ai loro compagni di altra nazionalità, il cui tasso di indipendenza raggiunge il 90%.   Non è peraltro un mistero che il Contratto del Comparto Scuola – risalente al lontano 1995 ma di fatto vigente sul piano normativo – prevedeva al 5° comma dell’art. 42 che Per assicurare l’accoglienza e la vigilanza degli alunni, gli insegnanti sono tenuti a trovarsi in classe 5 minuti prima dell’inizio delle lezioni e ad assistere all’uscita degli alunni medesimi.” [ix]. Ciò non significa però che da tale ruolo di ‘assistenza’ scaturisca per i docenti l’obbligo di consegnare i rispettivi allievi nelle mani di un genitore o suo delegato, né tanto meno di vigilare su ciò che avviene all’esterno della scuola ed in orario non più scolastico, cioè alla fine delle lezioni. F. De Angelis, ricordando che la stessa norma è ripresa dal comma 5 dell’art.29 del CCNL scuola, ha sottolineato a tal proposito che “ il docente dell’ultima ora di lezione ha l’obbligo di accompagnare gli studenti all’uscita della scuola, controllando, soprattutto in caso di studenti di scuola primaria, se all’uscita ci siano i genitori dei propri studenti per la consegna. Se ancora i genitori non si presentano, i docenti devono segnalare la situazione al dirigente o al vicario, che penserà alla situazione. E comunque, se di obbligo si deve parlare, certamente non è riservato ai docenti: infatti, il CCNL comparto scuola, sancisce esplicitamente che il profilo professionale di Area A del personale ATA, che corrisponde ai collaboratori scolastici, è tenuto a rispettare le “mansioni di accoglienza e sorveglianza degli alunni nei periodi immediatamente e antecedenti e successivi all’orario delle attività didattiche.” [x]

images (3)Il paradosso è che, anziché preoccuparsi davvero del grave problema dei veri “minori non accompagnati”,  ovvero i circa 30.000 ragazzi/e stranieri (dato 2016) che da soli hanno fortunosamente raggiunto il nostro Paese e per i quali sussiste un oggettivo diritto di accoglienza e protezione [xi] , il nostro governo preferisce mettere a subbuglio i delicati equilibri dell’istituzione scolastica, chiedendo al suo personale di svolgere anche le funzioni di ‘vigilantes extra moenia’. Chi vive la realtà quotidiana della scuola sa bene che si tratta di una richiesta irricevibile e sostanzialmente ipocrita, nella misura in cui non è effettivamente praticabile. Far controllare carte d’identità di adulti delegati alla già problematica uscita di 7-800 allievi sarebbe una follia e metterebbe seriamente a rischio proprio la sicurezza degli stessi ragazzi, oltre a quella dei lavoratori della scuola. Ecco perché dobbiamo respingere al mittente quest’assurdità, evitando di approvare qualsiasi deliberazione collegiale che ci vincoli in tal senso. Anche così insegniamo la cittadinanza attiva ai nostri ragazzi.

N O T E ————————————————————————————————————

[i]  La sentenza citata, del 19.09.2017,  è riportata integralmente in: http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2017/09/19/21593.pdf

[ii]  Vedi testo dell’ordinanza cit. della CdC,  al punto 4.3

[iii] Codice Civile, art. 2048 > https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-2048-codice-civile-responsabilita-dei-genitori-dei-tutori-dei-precettori-e-dei-maestri-darte

[iv]  V. MIUR, Indicazioni Nazionali per i Piani di studio personalizzati nella Scuola Secondaria di 1° grado(2012) , p. 4 > http://www.edscuola.it/archivio/norme/programmi/media_06503.pdf

[v]  MIUR, Scheda  per la certificazione delle competenze al termine del primo ciclo d’istruzione, in: http://www.indicazioninazionali.it/J/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=8&Itemid=102

[vi]  Cfr. Corte di Cassazione, sez. I, sentenza n. 3074 del 30/03/1999, riportata in https://www.snalsbrindisi.it/documenti/doc1/cassazione_3074.htm

[vii]  Maria Cristina Paoletti, “Vigilanza sul minore e responsabilità del docente “,  Educazione e scuola > http://www.edscuola.it/archivio/ped/vigilanza.html

[viii]  Ermete Ferraro, La buona scuola che ci compete (12.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/12/la-buona-scuola-che-ci-compete/

[ix]  C.C.N.L. del Comparto Scuola (04.08.1995) >    http://www.fnada.org/FNADa%20Web/Norme/OLD/ccnl4-8-95.htm#42

[x]  F. De Angelis, “Il docente è responsabile solo se è previsto dal regolamento d’istituto!” (17.10.2017) , La Tecnica della Scuola > https://www.tecnicadellascuola.it/vigilanza-docente-responsabile-solo-previsto-dal-regolamento-istituto

[xi]  Cfr. dati relativi su: https://www.unhcr.it/cosa-facciamo/progetti-europei/minori-non-accompagnati/accoglienza-dei-minori-stranieri-non-accompagnati

 

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Profeti e professori

Iwannis o Prodromos“…E allora il maestro deve essere per quanto può, profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso…”                      (DON LORENZO MILANI)

Il 24 giugno ricorreva la festività di S. Giovanni Battista: il precursore, l’annunciatore, il profeta per eccellenza, chiamato in greco Πρόδρομος (prodromos), colui che apre la strada, che inizia un percorso nuovo, anticipando ciò che dovrà venire dopo di lui.  Questo mi ha dato uno spunto per una breve riflessione sul senso stesso della funzione profetica, che rinvia non solo all’anticipazione nello spazio e nel tempo (pro-dromos /pre-cursor), ma soprattutto all’annuncio, alla parola proclamata, come si capisce dall’etimologia greca del termine  προφήτης (profetes), cioè colui che parla prima/avanti agli altri. Nel mondo semitico, la parola ebraica נְבִיא nevì/nabì è comune anche all’arabo ( نبي‎ = nabi) e corrisponde proprio al nostro ‘profeta’ [i], anche se va detto che gli islamici fanno una differenza tra i tanti Anbiya (plurale di nabi) ed i pochi Rusul (plurale di رَسُول rasul ), visti invece come veri e propri messaggeri di Allah. [ii]  Da quel che ho capito, essere ‘profeti’ implicherebbe perciò tre elementi fondamentali: (a) avere qualcosa d’importante da rivelare agli altri; (b) decidere di annunciare loro qualcosa che si sa ancora estranea al proprio tempo e spazio, anticipando un messaggio difficile da comprendere; (c) non limitarsi a preannunciare una parola particolarmente impegnativa, ma avviarsi per primi su quella strada, pre-correre quel cammino. In altri termini, essere ‘profeti’ significa: ascoltare (non si annuncia ciò che non si sa), rivelare pubblicamente ed anticipare nei fatti ciò che si annuncia.

E’ pur vero che la parola professore non ha origine molto dissimile da profeta. Deriva infatti dal participio passato del verbo latino profiteri (pro+fateor ), trattandosi di professare, di dichiarare apertamente e pubblicamente, e quindi d’insegnare. Non ho affatto intenzione di equiparare la funzione profetica a quella professorale, ma mi sembra che questo parallelo sia particolarmente… rivelatore. Mi sono spesso chiesto, ad esempio, quale fosse il senso dell’impegno che da 45 anni mi ha portato a svolgere un ruolo sia educativo-didattico, sia socio-culturale, sia di attivismo ecopacifista. C’era forse qualcosa di ‘profetico’ che mi ha spinto a percorrere questa strada, oppure sono state solo delle mie scelte personali, maturate in un determinato momento e contesto? Non è facile rispondere a questi interrogativi, però escluderei la casualità dei percorsi che ho intrapreso nel tempo, pur non sentendomi investito di nessuna particolare ‘missione’.  Non ho infatti la presunzione di credere che ciò che ho detto o fatto in questi anni potesse essere per qualcuno una rivelazione né  ritengo di aver precorso alcunché.  Certo, ci sono state alcune decisioni (ad esempio l’obiezione di coscienza e ciò che essa ha comportato) che mi hanno visto anticipare scelte impegnative e poco popolari. Ci sono state esperienze – come quella svolta alla metà degli anni ’70 presso la storica Casa dello Scugnizzo [iii]– che indubbiamente mi hanno molto segnato, aprendo al tempo stesso la strada ad altri compagni. Ci sono poi stati incontri per me particolarmente ‘rivelatori’ (come quello con Antonino Drago [iv], Mario Borrelli [v] ed Antonio D’Acunto [vi]) che hanno impresso una svolta alla mia vita, offrendomi al tempo stesso gli strumenti per condividere con gli altri le mie scelte e per fungere loro da riferimento. Lo stesso ruolo di ‘professore’ me lo sono scelto io, ma sapendo bene che non si sarebbe trattato di un lavoro come gli altri e che in-segnare vuol dire fare in modo da lasciare un qualche segno e non solo trasmettere conoscenze.  Aver incontrato sul mio cammino dei veri ‘profeti’, come quelli che ho appena nominato, dunque, mi ha indirizzato verso un impegno più da educatore che da docente, nella convinzione che certe idee forti debbano sì essere professate, ma in primo luogo testimoniate.

hqdefaultHo scritto prima che essere profeti significa saper ascoltare, rivelare a parole ed anticipare con i fatti. Sono convinto peraltro che essere professori – al di là dell’indispensabile formazione di base e della giusta preparazione professionale – richieda competenze non dissimili. Siamo stati per troppo tempo abituati all’idea che fare il docente significasse imparare bene qualcosa per poi trasmetterlo ai propri alunni. Questa tradizionale semplificazione prefigura però un rapporto formativo unidirezionale, nel quale gli unici ad ascoltare dovrebbero essere i discenti, mentre è ormai evidente che chi insegna non può e non deve sottrarsi all’impegno di ascoltare per primo, sia esigenze interessi ed idee dei propri studenti, sia ispirazioni metodologiche innovative che vangano dall’esterno del proprio contesto. Quando uso questo verbo, inoltre, non mi riferisco solo ad una funzione puramente recettiva e sensoriale (stare a sentire con attenzione qualcuno o qualcosa), bensì ad una percezione molto più profonda ed empatica di ciò che gli allievi si aspettano da noi. Anche se la capacità di rivelare non sembrerebbe far parte dei requisiti di un docente, io sono convinto che l’efficacia dell’insegnamento sia in buona parte dovuta ad un suo atteggiamento non  ‘addestrativo’,  ma piuttosto di scoperta condivisa. Senza scomodare vecchie teorie pedagogiche, per cui e-ducere vuol dire soprattutto ‘tirare fuori’ ciò che è già parzialmente dentro il discente, ciò che voglio dire è che, a mio avviso, l’unico modo di far apprendere qualcosa a qualcuno è aiutarlo a scoprire questa cosa da solo, a svelare  la realtà, facendogli trovare gli strumenti giusti per riuscirci. Quanto poi all’anticipare, ritengo che un insegnante che si limiti a predicare bene svolga solo la metà del proprio dovere. Con questo verbo, infatti, mi riferisco non solo alla sua capacità di mettere in pratica concretamente e coerentemente ciò che insegna, ma soprattutto alla auspicabile caratteristica di ‘precursore’. E’ fin troppo facile ripetere saperi consolidati e ripercorrere strade metodologiche tradizionali. Un vero professore, secondo me, dovrebbe saper guardare molto più lontano e, al tempo stesso, dovrebbe riuscire a trasmettere tale atteggiamento aperto e propositivo anche agli allievi.

Un anno scolastico si è appena concluso ed è ovviamente tempo di bilanci, non solo per questi ultimi ma anche per noi docenti. Ebbene, negli ultimi tempi si è parlato molto meno di Buona Scuola  e la discussione nel merito si è smorzata fino al punto da lasciare il posto ad una rassegnata, e spesso approssimativa, gestione del nuovo corso didattico. La maggioranza degli insegnanti, infatti, si sono limitati a conformarvisi  (secondo la nota frase di Maurizio Ferrini “Non capisco, ma mi adeguo”), però non si può negare che la svolta tecnologico-efficientistica-aziendalista impressa alla funzione docente abbia già prodotto i suoi frutti. I nostri ragazzi sono stati indirizzati verso un apprendimento fondato più sugli strumenti comunicativi audiovisivi che sull’ascolto attivo e sul confronto empatico e diretto. Più che aiutarli a svelare in prima persona la realtà che li circonda li si sta convincendo che le uniche certezze sono quelle scientifiche e tecnologiche e che perfino l’apprendimento delle lingue funziona solo se standardizzato.  Anziché spingerli a guardare con spirito critico al loro contesto esistenziale, provando a sperimentare qualcosa di nuovo e d’inesplorato, ossia il cambiamento, si tende a rafforzare in loro l’idea che questo è l’unico mondo possibile,  o quanto meno il migliore dei mondi milanipossibili.  A questo punto, ricordare a me ed ai colleghi docenti che non si è professori se non si sa essere anche un po’ profeti forse può essere un modo per smuoverci da questo rassegnato torpore. Non si tratta né di predicare nel deserto né tanto meno di affrontare il martirio, ma semplicemente di sforzarsi di uscire dal mestiere d’insegnanti, per scoprire le sue enormi potenzialità creative e trasformative dell’essere veri professori. Ogni volta che i ragazzi ci chiamano ‘prof’ ricordiamoci allora che questa abbreviazione potrebbe essere più impegnativa di quello che sembra. E che San Giovanni ci aiuti…!

N O T E ————————————————————————————————–

[i]  “In funzione dell’attribuzione di una diatesi attiva oppure passiva alla forma participiale, le etimologie correnti che ricorrono alla semantica del verbo accadico nabû (m), attribuiscono al nome ebraico per “profeta” i significati opposti di “colui che chiama, colui che invoca” o di “colui che è chiamato”  …”  >

https://www.academia.edu/1103682/Considerazioni_etimologiche_su_ebraico_nabi (p.2)

[ii] Vedi in: https://islam.stackexchange.com/questions/6/what-is-the-difference-between-nabi-and-rasul

[iii] Cfr. :  http://www.casadelloscugnizzo.it/casa-dello-scugnizzo/  e anche : http://www.webalice.it/ermeteferraro/COMUNITARIA_MENTE.html

[iv]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Antonino_Drago_(pacifista)

[v]  Vedi:  https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Borrelli  . Leggi anche : http://www.mondadoristore.it/Scugnizzi-Dalla-strada-Ermete-Ferraro-Luciano-Scateni/eai978887421039/

[vi] Leggi articoli in:  http://www.vasonlus.it/?p=10193  . Vedi anche la mia introduzione biografica (“Lo cunto di D’Acunto) in: A. D’Acunto, Alla ricerca di un nuovo umanesimo, Napoli, Città del Sole, 2015 http://www.unilibro.it/libri/f/autore/d_acunto_antonio

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© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com )

Atalanta e Partenopeo

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Statua di Atalanta al Barockschloss Neschwitz

Scommetto che questo titolo vi ha lasciati un po’ perplessi. Eppure, vi assicuro, non sto evocando uno strano connubio calcistico  (anche se per un paio d’anni l’atalantino Manolo Gabbiadini ha effettivamente giocato con la SSC Napoli…), ma solo un riferimento mitologico. Racconta infatti la leggenda – ripresa da poeti come Teocrito ed Ovidio – che la piccola Atalanta era stata abbandonata dal padre su un monte. Allattata da un’orsa, non solo sopravvisse ma diventò una provetta cacciatrice, facendo fuori due centauri un po’ sporcaccioni e partecipando alla cattura del cinghiale Calidonio. Il padre alla fine la riconobbe, ma le impose di sposarsi e di smetterla di fare il maschiaccio. Atalanta, che era un tipetto tosto, sfidò allora i suoi pretendenti ad una gara di corsa, precisando che avrebbe sì sposato l’eventuale vincitore, però avrebbe anche fatto fuori i perdenti. Eppure trovò un giovanotto più furbo di lei (Melanione per alcuni, Ippomene per altri) che, protetto da Afrodite, le fece perdere la gara distraendola col trucco delle tre mele d’oro del giardino delle Esperidi, lasciate cadere opportunamente lungo il percorso. Atalanta, conquistata dal giovanotto, scoprì così che non si vive di sola caccia e che anche l’amore ha una sua attrattiva, tanto che non esitò ad appartarsi con l’ex rivale nel tempio di Cibele. Secondo una versione della storia, Afrodite, sdegnata per l’ingratitudine del ragazzo e per la profanazione del luogo sacro, avrebbe trasformato entrambi in leoni, impedendo loro di accoppiarsi, in base ad una credenza di quei tempi. Secondo un’altra versione, essi invece si sarebbero sposati e sarebbero vissuti felici e contenti. Non solo, ma Atalanta avrebbe dato alla luce un bel bambino che – in ricordo della prolungata verginità della madre – fu chiamato…Partenopeo. Questi sarebbe poi diventato il più giovane partecipante alla famosa spedizione dei Sette contro Tebe, difeso dalle frecce infallibili donategli da Artemide, ma osteggiato dalla solita Afrodite, protettrice dei Tebani.

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Statua della sirena Partenope – Napoli

Questo paraustiello mi è servito ad introdurre un’esperienza molto particolare, che ho vissuto in questi giorni e mi piace condividere. Forse qualcuno dei miei 25 lettori ricorda un articolo (Napolitudine: due segnali positivi), che avevo postato sul mio blog a febbraio dello scorso anno. Nel secondo esempio che portavo di ‘segnali positivi’ per una ripresa d’un sano ‘orgoglio partenopeo’, infatti, c’era quello di una signora napoletana residente a Bergamo che si mi aveva contattato, augurandosi di tornare nella propria città ma, soprattutto, di riportarvici i figli, il più grande dei quali – affetto da napolitudine  – avrebbe avuto piacere di frequentare la scuola statale del Vomero dove insegno lettere e svolgo anche un corso di lingua e cultura napoletana. Ebbene, lo scorso settembre questo loro ‘sogno’ si è finalmente avverato ed ora il ragazzo (che simbolicamente chiamerò Partenopeo…) è uno degli alunni della seconda  media a indirizzo musicale di cui sono il docente coordinatore. Ovviamente gli ci è voluto un po’ per ambientarsi in un contesto piuttosto diverso (aveva frequentato fin da piccolo un esclusivo collegio bergamasco…), ma è contentissimo di questo ‘ritorno’ ed ha ben socializzato con i suoi nuovi compagni/e. Il bello è che Partenopeo ha comunque mantenuto un buon rapporto con la sua vecchia classe (che chiamerò Atalanta…), tanto che sua madre mi ha informato che l’intera ‘squadra’ bergamasca sarebbe presto venuta in trasferta a Napoli in visita d’istruzione,  per ammirare le bellezze della nostra città ma anche per incontrarlo e fare festa con lui.  Beh, sarò un sentimentale, ma la cosa mi ha colpito e commosso. Soprattutto vi ho colto l’aspetto simbolico d’un momento d’incontro e, perché no, di riconciliazione tra due realtà molto diverse da tanti punti di vista, ma affratellate da altri aspetti, a partire dalla comune età e condizione di studenti.

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Ermete con M. de Giovanni

Il momento magico dell’incontro-gemellaggio fra le due classi si è concretizzato pochi giorni fa, suscitando nella famiglia di Partenopeo un contagioso entusiasmo e al tempo stesso un po’ di ansia, pur di assicurare agli ospiti bergamaschi una permanenza piacevole ed un memorabile ma anche divertente momento di scambio. Illustre testimonial di questo simpatico e simbolico ricongiungimento tra Atalanta a Partenopeo  (insieme con i suoi nuovi compagni) è stato nientemeno che il famoso scrittore Maurizio de Giovanni, napoletano verace ma conosciuto ovunque per i suoi affascinanti romanzi polizieschi, recentemente riproposti anche dal serial ‘Bastardi di Pizzofalcone’. Grazie alla mediazione di un libraio vomerese, infatti, de Giovanni ha cortesemente accettato di venire ad incontrare le due classi, intrattenendosi per quasi due ore con loro, coi rispettivi docenti (napoletani e bergamaschi) e con gli altri partecipanti, sul valore fondamentale della lettura per suscitare quella immaginazione che la società dei consumi sta sempre più mortificando e disincentivando. Il libro, da sempre veicolo di scoperta autonoma e personale della realtà, ha spiegato ad un pubblico attentissimo ed affascinato dalle sue parole, può e deve essere per i ragazzi il vero antidoto alla pigrizia mentale ed all’atrofizzazione del ‘muscolo’ immaginativo, indotta dall’eccesso di messaggi standardizzati, che fanno leva esclusivamente sulle immagini dei film e dei videogiochi, lasciando ben poco alla fantasia ed agli altri sensi.  E’ stato un momento davvero magico, che ha catturato l’attenzione dei presenti ed ha suscitato un interessante e vivace scambio successivo tra il pubblico e lo scrittore che, fra l’altro, si era soffermato anche sugli aspetti meno noti di Napoli.

Il giorno successivo – stanchi per una intensa giornata di visita al centro antico ed a Pompei –  i ragazzi/e dell’Atalanta hanno nuovamente incontrato i nostri Partenopei, ma in modo più informale ed intorno ai tavoli di uno dei tanti locali dove ognuno sceglie il suo panino e si diverte a scambiare quattro chiacchiere con gli amici, compatibilmente col livello dei decibel che si raggiunge di solito in queste circostanze conviviali.  E’ stato un altro momento di grande cordialità, che ha consentito anche a noi altri insegnanti di conoscerci un po’ e di confrontarci sui comuni problemi come genitori e come docenti. Ma di cose un comune fra Bergamo e Napoli – come avevo accennato il giorno prima nel mio intervento, prima di dare la parola a Maurizio de Giovanni – ce ne sono parecchie, anche se non si direbbe. Alla faccia degli stereotipi e degli atteggiamenti sprezzanti ed ostili di chi ama seminare zizzania, pur trattandosi di due realtà geograficamente ed urbanisticamente assai differenti, non sono poche le similitudini.  Certo, Bérghem ha circa un decimo degli abitanti della seconda, vanta radici gallico-traspadane e non certo

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De Giovanni all’incontro in libreria tra le classi di Bergamo e Napoli

greche ed è attraversata da corsi d’acqua piuttosto che affacciarsi sul mare ma, a ben guardare, si possono riscontrare anche alcuni parallelismi. Ad esempio, entrambi le città sono divise in una parte alta ed in una bassa; si fregiano di uno stemma civico con gli stessi colori (oro e rosso); ospitano musei ed un orto botanico e, particolare simpatico, le due zone urbane sono collegate da funicolari. E poi, basta fare una piccola ricerca per accorgersi che personaggi nati a Bergamo sono di casa a Napoli, dove sono state loro intitolate alcune strade. E’ il caso di grandi artisti che abbiamo in comune, come il pittore Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571-1610), l’architetto Cosimo Fanzago (1591-16178) ed il musicista Gaetano Donizetti (1797-1848).

Ciò significa che i nostri ragazzi, dopo questo incontro, quando si troveranno davanti a famosissime tele del Museo di Capodimonte come la Flagellazione di Cristo del Caravaggio, o alla marmorea Guglia di S. Gennaro alle spalle del Duomo di Napoli, oppure  assisteranno nel San Carlo ad opere come la Lucia di Lammermoor e l’Elisir d’amore , ricorderanno che gli autori di questi capolavori non appartengono né a Napoli né a Bergamo, ma all’umanità intera. Ciò non significa che non debbano andare fieri della propria città e non abbiano il diritto di rivendicare il rispetto della loro identità culturale. Al contrario, un po’ controcorrente, io continuo a pensare che amare e rispettare le proprie radici non abbia niente a che fare con atteggiamenti discriminatori ed ostili nei confronti degli ‘altri’. A proposito di identità e di radici, ho scoperto con piacere che anche a Bergamo si coltiva questo sano interesse per le lingue e le tradizioni locali. Nessuno più di me, che da un decennio cerco di salvaguardare la lingua napolitana insegnandola anche ai ragazzi delle scuole medie, può apprezzare il fatto che sia stata promossa una ‘Scuola di dialetto bergamasco’ e che ci sia chi si preoccupa di conservare detti e proverbi di quella tradizione popolare. Al termine dell’incontro conviviale tra le due classi, ho perfino suggerito ad uno dei miei alunni di recitare un tipico modo di dire bergamasco, come simbolica offerta di amicizia verso i giovani ospiti. Il guaio è che la frase che avevo scelta (“A ülis bé se spent negot” cioè: “A volersi bene non si spende nulla”) è caduta nel vuoto, poiché anche i ragazzi cui era stata rivolta – non praticando più il dialetto – non avevano la minima idea di cosa significasse…

In ogni caso, sono soddisfatto che questa visita-gemellaggio abbia, nel suo piccolo, contribuito a creare ponti di amicizia ed a demolire muri di diffidenza reciproca. E tutto questo grazie al loro – ed ora nostro – Partenopeo, intorno al quale si è ricucito un rapporto e si è dato un bel segno di amicizia. Di questi tempi, scusate se è poco…

© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com )

Speramm ca pur o Napulitan c’a fa…

Su Il Mattino è apparso un divertente e volutamente sgrammaticato editoriale di Francesco Durante dal titolo “Il congiuntivo speriamo che se la cava”. Bersaglio della scherzosa querelle era l’illustre prof. Francesco Sabatini che, sebbene presieda l’ancor più illustre Accademia della Crusca, in un’intervista al Corriere della Sera si era mostrato molto indulgente nei confronti di chi fa disinvoltamente scempio della lingua italiana.

«Al professor Francesco Sabatini gli piace pensare che la lingua italiana non è una cosa immutabile, e che per difenderla non c’è bisogno di fare gli schizzinosi o di farsi pigliare da «psicodrammi» come la solita difesa del congiuntivo, oppure la lotta contro gli anacoluti, i pleonasmi, le frasi segmentate, contro i pronomi «lui» e «lei» usati anche come soggetti e contro lo «gli» polivalente, usato cioè anche per il plurale e il femminile. Ora io speriamo che lo psicodramma non c’è, anche se l’anacoluto ne parlano tutti male, e se è per questo anche il pleonasmo. Lui, però, gli sembra che non è un vero problema, questo. Dopotutto, è il parlato, la lingua viva degli italiani. Che, fin da quando è nata, la innovano di continuo, gli italiani, e giustamente gli pare che va bene così: l’importante è capirsi e comunicare.» [i]

09b73a01350d10bcb43360047446727fQuesta spassosa perorazione della correttezza formale della nostra lingua nazionale nei riguardi dell’insinuazione che difendere le regole grammaticali equivalga a tutelare  “un’invenzione aristocratica che appartiene al passato e fa a cazzotti col presente” [ii], mi ha stimolato un’analoga riflessione sulla triste deriva del Napoletano. Ovviamente per alcuni si tratta solo della normale evoluzione di qualunque espressione linguistica; dell’inevitabile corruzione di una lingua prevalentemente parlata; di ovvie e scontate semplificazioni apportate ad un dialetto che nasce popolare e che del popolo napoletano condivide la spontaneità e lo spirito anarchico. Per carità, tutte osservazioni ispirate dal buon senso e parzialmente fondate. A me sembra, però, che una cosa è il fisiologico processo di trasformazione e semplificazione lessicale e morfo-sintattica che qualunque lingua (nazionale, regionale o locale) subisce col passar del tempo; ben altra cosa, invece, il truce imbastardimento del linguaggio, frutto di meticciamenti non necessari, di spregiudicate volgarizzazioni e di sana e robusta ignoranza.

Nessuno pretende che alla lingua napoletana (o per meglio dire: napolitana) si debba applicare un rigore lessicale e grammaticale di cui perfino l’Italiano sembra ormai fare a meno, con la solita scusa della modernizzazione e della semplificazione. Ci mancherebbe che laddove vien meno anche la paludata tutela da parte dell’Accademia della Crusca noi napoletani dovessimo inventarci un organismo ancor più esigente e severo per proteggere la lingua di Basile e di Di Giacomo, di Russo e di De Filippo. Io e tanti altri napoletanofili come me, del resto, non ci pensiamo proprio a mummificare un’espressione così diretta vivace e spontanea, mettendola “sotto la campana”, come si dice dalle parti nostre, col rischio di soffocarne la naturale vitalità pur di ‘conservarla’. Quel che chiediamo è solo un po’ di semplice – ma indispensabile –  rispetto per una lingua che se lo merita tutto. Parlo di rispetto, non di un’ipocrita deferenza né di conservatorismo parruccone. Solamente di rispetto, parola la cui etimologia latina (re-spicere) rinvia ad un atteggiamento che tiene conto di ciò che ha davanti, che guarda e ri-guarda con attenzione l’oggetto del suo interesse. Il contrario, insomma, d’una modalità trasandata, becera, sciatta ed incapace di pesare le parole, nella convinzione che – come sottolineava anche Durante – in fondo “l’importante è capirsi e comunicare”.

E’ fin troppo ovvio che il primo obiettivo è quello di trasmettere il proprio pensiero agli altri. Se però l’umanità si fosse limitata a perseguire quest’unico fine si sarebbe potuta tranquillamente fermare ad uno stadio evolutivo assai poco sviluppato e, tutto sommato, non è neanche detto che sarebbe risultata indispensabile una comunicazione di tipo verbale. E invece no: il patrimonio di qualsiasi lingua va naturalmente arricchendosi, articolandosi, specializzandosi e perfezionandosi, dal punto di vista della varietà lessicale ma anche della messa a punto delle regole.

Lo so: la stessa parola ‘regola’ suscita in tanti di noi spiacevoli sensazioni. Evoca subito le raccomandazioni dei genitori, il mondo della scuola, le norme da imparare e far proprie e, per ovvio collegamento, la paura di sbagliare, di far brutta figura, di essere ripresi e corretti da chi ne sa più di noi. E’ più facile, allora, ribellarsi sdegnosamente alle regole formali, in nome del vecchio proverbio “Val più la pratica che la grammatica” e di un atteggiamento che rivendica ‘apertura’ ad ogni diversità e novità e guarda sospettosamente ogni norma, intesa come un’inutile costrizione.

Certo: seguire questa diffusa tendenza offre il non piccolo vantaggio di sentirsi in grado di fare a meno di ogni studio e, al tempo stesso, di provare la sensazione di fare qualcosa di trasgressivo, se non di rivoluzionario. E’ così che una pura e semplice manifestazione d’ignoranza – ad esempio per quanto riguarda le basi fondamentali dell’ortografia e della grammatica d’una lingua – può improvvisamente assurgere a scelta contestativa, a rivendicazione sociale e perfino a ribellione identitaria.

Tale impostazione sta cercando sempre più una legittimazione ufficiale, ad esempio contrabbandando lo stile sgangherato con cui molti giovani cercano di esprimersi per iscritto in Napoletano come se fosse una modalità linguistica alternativa. C’è infatti chi pensa di cavalcare la tigre dell’approssimativa espressione napoletana propria dei graffitari e dei rapper per riproporre un modello giovanilistico ed underground. C’è chi ha dichiarato di volerne ‘sdoganare’ il linguaggio crudo, diretto, ritmico ed ortograficamente ‘ribelle’ per farlo simbolo d’una nuova Napoli, più viva e trasgressiva. Peccato che questa ‘rivoluzionaria’ operazione sia spesso mirata a finalità d’altro genere, che poco c’entrano  sia con la riscossa giovanile sia con la ribellione identitaria.

asino-impazzitoFermo restando che nulla autorizza a cercare comode scorciatoie per aggirare la propria ignoranza dello spessore lessicale e grammaticale del Napoletano, esprimendosi per iscritto con un’ortografia brutta e ridicola, ritengo che il vero problema non sia solo di natura estetica e tanto meno che si tratti di ‘lesa maestà’ nei confronti delle ‘sacre regole’. Per quanto mi riguarda, infatti, non mi sento per niente un conservatore (tranne in materia ambientale…) e le posizioni che ho assunto nei miei quasi 65 anni di vita dimostrano che, quando è necessario, ho saputo essere anche molto trasgressivo.

Il vero problema – come ho avuto modo di spiegare pubblicamente anche ai novatori di “Song ‘e Napl” [iii]non risiede dunque nel fatto che un qualsiasi Napoletano voglia ‘scrivere come parla’, falciando senza pietà le vocali che crede mute (mentre sono solo indistinte) e confezionando messaggi che assomigliano vagamente a codici fiscali. Il risultato di questa pretesa semplificazione può piacere o meno, ma credo che ognuno sia libero di esprimersi come meglio crede e/o sa fare. Ritengo però altrettanto legittima la reazione di disappunto – e in alcuni casi d’indignazione – di chi da decenni sta buttando il sangue – per di più volontariamente – per migliorare la consapevolezza linguistica dei Napoletani e per ridare dignità ad un’espressione linguistica degradata a idioma di serie B o C.  Indignazione, si badi bene, non tanto nei confronti di chi sta involontariamente infierendo su un già malconcio ed imbastardito Napoletano, credendo di attualizzarlo e di renderlo più vivace. Il bersaglio di questa naturale reazione sono piuttosto coloro che, sventolando la bandiera della spontaneità e dell’orgoglio popolare, puntano in effetti ad obiettivi più prosaici e concreti. Temo infatti che si tratti ancora una volta dell’ennesima operazione commerciale per promuovere una falsa immagine di Napoli, un ‘marchio’ certamente diverso da quello stereotipato della pizza e del mandolino, ma non per questo meno negativamente folkloristico.

Il nostro grande antropologo Lombardi Satriani, in ‘Folklore e profitto’  [iv], già alla metà degli anni ’70 aveva denunciato l’insidiosa operazione di mistificazione della cultura popolare, trasformandone la naturale e genuina alterità in una pseudo-alternatività da utilizzare a scopi speculativi.

«La dialettica rilevante, nell’osservazione critica di Lombardi Satriani, tra familiarizzazione e de-familiarizzazione del folklore a uso e consumo di una sua migliore commercializzazione e di una ottimizzazione dei profitti suggerisce un meccanismo fondamentale del marketing dei territori che ancora oggi è al cuore delle riflessioni e degli interventi di progettazione economica istituzionale e privata nei diversi contesti locali. Non è un caso che proprio in quel testo Lombardi Satriani si rifacesse a quella nozione di “folkmarket” che già allora egli estrapolava da studi classici di sociologia dei consumi [Veblen 1899; Le Play 1855] e si chiedeva “se la cultura dei consumi e la cultura folklorica fossero solo zone antitetiche e se il loro rapporto non fosse, oltre che di negazione, di reciproca implicazione” [Lombardi Satriani 1973: 84], ad esempio, per quegli aspetti di uso consapevole da parte dei meccanismi pubblicitari di categorie come genuino, naturale, “pittoresco”, con esplicito riferimento al Gramsci di Letteratura e vita nazionale.»[v]

 Penso però che i Napoletani – dopo secoli di dominazioni e parecchie spregiudicate strumentalizzazioni – siano già naturalmente vaccinati contro tali tentativi e quindi attenti e non farsi infinocchiare da chi lusinga l’orgoglio napoletano solo per piazzare prodotti commerciali o per appiccicare a Napoli un ‘marchio’ qualsiasi, pur di venderla meglio sul mercato turistico. I giovani che provano ad esprimersi napoletanamente anche per iscritto – come nel caso di chi compone testi per canzoni o rappresentazioni teatrali – hanno forse solo bisogno di leggere di più e meglio la letteratura napoletana e d’imparare alcune semplici regolette ortografiche. Chi li incoraggia a sbagliare, coccolandoli e fornendo loro pretestuosi argomenti per continuare a volgarizzare e rendere brutto, illeggibile e talvolta ridicolo il Napoletano, non li sta certo aiutando né tanto meno liberando da inesistenti persecuzioni puristiche. Chi addirittura pretende di accendere in loro l’orgoglio del linguaggio sgrammaticato e scorretto – per citare una nota locuzione popolare – temo che stia solo cercando di trasformare degli incolpevoli ‘ciucci’ in ‘ciucci presuntuosi’.[vi]

NapulenguaNon credo proprio che l’articolato e vivace universo giovanile della nostra città –   quello sottoproletario come quello movimentista ed underground –  sia davvero intenzionato a mettere il proprio spontaneismo espressivo al servizio d’una simile speculazione. In caso contrario, dovrei solo concludere, usando paradossalmente anch’io il pittoresco idioma napolese, che: “ A lavà a cap o ciucc s perd l’acqua e o sapon “ .

N O T E —————————————————-

[i] Francesco Durante, “Il congiuntivo speriamo che se la cava”, Il Mattino (13.12.2016) > http://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/il_congiuntivo_speriamo_che_se_la_cava-2136925.html

[ii] Ibidem

[iii] Visita la pagina FB: https://www.facebook.com/songenaploriginal/?ref=ts&fref=ts ed il sito web: http://sito.omninapoli.com/

[iv] Luigi  M. Lombardi Satriani,  Folklore e profitto. Tecniche di distruzione di una cultura, Firenze, Guaraldi, 1973

[v] Letizia Bindi, “Rileggendo Folklore e profitto. Patrimoni immateriali, mercati e turismo”,  EtnoAntropologia, Vol. 2 (2014) > http://rivisteclueb.it/riviste/index.php/etnoantropologia/article/view/97/142

[vi] Raffaele Bracale, “Ciuccio e presuntuoso” (2012) > http://lellobrak.blogspot.it/2012/06/ciuccio-e-prosuntuosolo-si-dice.html

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© 2016  Ermete Ferraro (http://ermetespeacebook.com )

Ma che ‘Bellica Scuola’ !

  1. Una scuola ‘buona’ a che cosa?

la-bellica-scuola-xxxIn questi ultimi anni abbiamo sentito parlare continuamente della “Buona Scuola”, l’autocelebrativa etichetta che il governo Renzi ha voluto apporre sulla sua riforma dell’istruzione in Italia. Ovviamente non tutti fra i docenti e gli stessi dirigenti scolastici hanno condiviso questa enfatica definizione e, soprattutto, una volta passata la sbronza delle slide e della propaganda, tale ‘rivoluzione’ educativa sta ormai mostrando i propri limiti. A cambiare la scuola italiana ci avevano già provato in tanti, con risultati generalmente poco apprezzabili, ma è evidente che l’attuale Premier ha voluto imprimere un’impronta più decisa e decisionista sulla sua riforma, utilizzando l’aggettivo “buona” come segnale d’un cambiamento epocale. In proposito, infatti, le frasi retoriche si sprecavano, a partire dall’introduzione al documento [i] , dove si parlava di: “soluzione strutturale alla disoccupazione”; “meccanismo permanente d’innovazione, sviluppo e qualità della democrazia”; “investimento di tutto il paese su se stesso”; “Un Paese intero… deciso a mettersi in cammino”. La proposta proseguiva con altre affermazioni fiere e combattive, tipo: “Il rischio più grande, oggi, è continuare a pensare in piccolo, a restare sui sentieri battuti degli ultimi decenni”; “Ci serve il coraggio di ripensare come motivare e rendere orgogliosi coloro che, ogni giorno, dentro una scuola, aiutano i nostri ragazzi a crescere”; “Siamo pronti a scommettere su di voi. A farvi entrare nella partita a pieno titolo, e a farvi entrare subito. Ma a un patto: che da domani ci aiutiate a trasformare la scuola, con coraggio. Insieme alle famiglie, insieme ai ragazzi, insieme ai colleghi e ai dirigenti scolastici”; “Possibilità di schierare la “squadra” con cui giocare la partita dell’istruzione”.  Si avverte in sottofondo una tonalità del linguaggio impostata alla sfida, che adopera parole come “coraggio” e “scommessa” per lanciare un appello ad una “trasformazione” che richiede un ‘gioco di squadra’, lasciando intendere fra le righe che forze oscure, retrograde e conservatrici congiurino invece per lasciare la scuola così com’è.

La riforma renziana, insomma, si è posta come una mobilitazione generale per fare della scuola “l’avanguardia, non la retrovia del Paese”, sostenendo che essa “ deve diventare poi la vera risposta strutturale alla disoccupazione giovanile, e l’avamposto del rilancio del Made in Italy.”  Avanguardia, retrovia, avamposto: un orecchio attento non può fare a meno di cogliere dietro tali parole il tono vagamente marziale di chi ha inteso lanciare una vera e propria ‘campagna’ contro immobilismo e burocrazia, facendo della scuola il terreno d’un cambiamento epocale. A distanza di due anni, però, di questa sedicente rivoluzione educativa non sembra sia rimasto molto. L’enfasi sulla ‘autonomia’ scolastica, semmai, si è paradossalmente trasformata in un ulteriore stimolo al conformismo ed all’appiattimento della didattica, grazie ad un’omologazione delle priorità formative, ad esempio attraverso la pedissequa adesione a format educativi d’importazione. Penso, ad esempio, alla stucchevole retorica sulla “scuola digitale” – sulla quale mi sono soffermato in un precedente articolo [ii] – ma anche all’insistenza su concetti come qualità, valutazione e merito, cui finora non mi pare che sia corrisposto altro che un indecoroso inseguimento delle direttive di vertice, aumentando il già fin troppo ampio progettificio scolastico anziché qualificare la didattica curricolare e valorizzare l’impegno ordinario dei docenti. Penso anche alla speciosa retorica sull’aggiornamento degli insegnanti – chiamato pomposamente ‘formazione continua obbligatoria’ – puntando ancora una volta sulla parola magica ‘innovazione’, resa sinonimo delle c.d. “nuove alfabetizzazioni”, sintetizzabili in una dose massiccia di impronunciabili “competenze digitali”, nell’impulso allo studio dei principi dell’economia nelle scuole secondarie ed in un’ulteriore enfasi sull’apprendimento delle lingue straniere (leggi: inglese).[iii]  In filigrana, dalla epocale riforma renziana sembrerebbe dunque affiorare più che altro l’immagine di una scuola-azienda, resa sempre più conforme ad un ben preciso modello di sviluppo e di cambiamento sociale ed alla cultura dominante, fondata sulla legge del mercato, sulla globalizzazione e su pericolose ‘monoculture della mente’.

  1. “E ritornammo a riveder…le stellette”

downloadVa anche considerato un altro insidioso aspetto – meno affrontato e discusso – della “buona scuola” propugnata dall’attuale governo: l’introduzione nel percorso educativo del modello militare. In effetti non è una caratterizzazione del tutto nuova, visto che anche esecutivi precedenti hanno cercato d’inserire, più o meno surrettiziamente, la ‘cultura’ militare all’interno della programmazione didattica. Fatto sta che nel 2014 questo processo è culminato nel Protocollo d’Intesa sottoscritto da MIUR e Min. Difesa, nel quale si sancisce il discutibile principio secondo il quale nella scuola c’è bisogno di attivare:

 “…un focus sulla funzione centrale che Ia ‘Cultura della Difesa’ ha svolto, e continua a svolgere, a favore della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese”, per cui si propone la: “…ricerca [di] soluzioni comunicative interattive espressamente rivolte alle nuove generazioni, per affermare Ia conoscenza e il ruolo della Difesa al servizio della collettività e divulgare le opportunità professionali e di studio riservate alle fasce giovanili di riferimento [iv]

Questa rinnovata intesa tra “libro e moschetto” – paradossalmente presentata come attuazione dei nostri principi costituzionali e di quelli ispiratori dell’ONU – ha così ufficializzato una collaborazione ‘formativa’ interministeriale, sulle cui reali motivazioni mi sembra giusto ed opportuno interrogarsi.

« Lezioni di Costituzione affidate a generali e ammiragli, concorsi spaziali con tanto di premi offerti dalle aziende produttrici di sistemi di morte, seminari e conferenze sulle missioni “umanitarie” delle forze armate italiane in Afghanistan, Iraq, Somalia, Libano e nei Balcani. La buona scuola dell’era Renzi sarà sempre più militare e militarizzata, riserva di caccia del complesso militare-industriale-finanziario e megafono dei pedagogisti-strateghi della guerra globale. Dopo il Protocollo d’Intesa sottoscritto nel settembre 2014 dalle ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica (MIUR) e quello della Difesa varano una serie di iniziative “didattiche e formative” per gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, con lo scopo di “favorire l’approfondimento della Costituzione italiana e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani per educare gli alunni all’esercizio della democrazia e favorire l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo delle competenze relative per l’esercizio di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale ». [v]

In una recente circolare del MIUR si rilanciano infatti le iniziative sponsorizzate dal Ministero della Difesa, consigliando alle istituzioni scolastiche di:

trarre stimoli e risorse utili per la loro progettazione didattica. Questi progetti ci permettono di costruire relazioni positive con i ragazzi  […] contribuendo ad arricchirne la crescita personale e a far conoscere loro l’importanza della memoria storica”. [vi]  

Di cosa si tratta? Basta consultare l’apposita sezione del sito del MIUR [vii], come consiglia la circolare, per prendere conoscenza di concorsi e conferenze che fanno parte di questo ‘pacchetto’ grigio-verde.  Si va dalla classica proposta pseudo-storica su “Caporetto: oltre la sconfitta” a quella meno spiegabile sullo “Articolo 9 della Costituzione” dedicato allo “sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e alla “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Si lanciano poi conferenze nelle scuole – svolte da personale militare affiancato da non meglio identificati ‘testimonial’ – sulla Costituzione e la cittadinanza attiva, precisando poi:

con particolare attenzione al ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese. Quest’anno il focus sarà sulla Grande Guerra e sull’anniversario della sconfitta di Caporetto, con particolare riguardo all’attività sportiva militare e al settore paralimpico.” .

I nostri beneamati formatori militari, però, non rinunciano ad avventurarsi in altri campi, non proprio di loro competenza, come quello dell’educazione stradale (“La buona strada della sicurezza”) e perfino in quello aero-spaziale, in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (“Scuola: spazio al tuo futuro”).  Insomma, le martellante proposta inter-ministeriale  – megafonata attraverso i vari Uffici Scolastici Regionali alle singole scuole presenti nei rispettivi territori – ufficializza de facto una nuova figura, quella del militare-formatore, che dovrebbe venire a darci lezioni di storia contemporanea, ad esaltare i valori costituzionali, a richiamarci al rispetto del codice della strada e perfino a farci sognare avveniristiche esplorazioni spaziali… E c’è perfino un divertente (si fa per dire) concorso in cui il Ministero della Difesa esalta il ruolo delle Nazioni Unite nella salvaguardia della pace nel mondo…

  1. Pure questo ce lo chiede l’Europa?

no-war3In effetti, leggendo il protocollo stipulato da MIUR e MinDif non si ha la sensazione che si tratti di una campagna d’indottrinamento militare, ma d’una normale collaborazione fra istituzioni nella formazione alla cittadinanza civile dei nostri ragazzi. Bisogna allora cominciare a porsi qualche domanda. Perché mai ad insegnare i principi-base della Costituzione repubblicana dovrebbero essere proprio dei militari? Che cavolo c’entra il Ministero della Difesa con l’educazione stradale? Per quale strano motivo a sensibilizzare gli studenti alla tutela del patrimonio paesaggistico, storico ed artistico sono reclutati degli istruttori con le stellette? Siamo sicuri che i nostri militari non abbiano niente di meglio da fare che giri di ‘conferenze’ sul rispetto dei limiti di velocità e dell’ambiente naturale del nostro Paese?  Ovviamente si tratta solo di dare una legittimazione ufficiale, di facciata, ad un’operazione propagandistica molto più subdola e pericolosa, che da anni ospita le ‘mimetiche’ dentro le scuole e le scuole dentro caserme, basi militari e industrie belliche.

«Un tassello importante di questa campagna per la creazione di consenso verso l’apparato militare è la scuola. La ‘buona scuola’ non ha solo ‘riformato’ la scuola in senso ancora più autoritario e repressivo […] Essa sta via via trasformando la scuola nella fabbrica del consenso alla politica di aggressione dell’Italia nel bacino privilegiato in cui attingere le indispensabili nuove e professionali leve per la struttura militare sempre più impegnata sui fronti di guerra. […] Con il Protocollo d’Intesa del settembre 2014 tra le ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti e la circolare del 15 dicembre 2015, sono state avviate iniziative “didattiche e formative” per “diffondere la cultura della Difesa” e sponsorizzare il “ruolo delle Forze Armate italiane in missioni di pace nelle aree di crisi, nella promozione e salvaguardia della stabilità e della pacifica convivenza internazionale” tra gli studenti di ogni ordine e grado, statali e paritarie. […] Secondo i dati forniti dal ministero della Difesa, sino all’inizio di quest’anno sono stati realizzati negli istituti italiani oltre 3.100 dibattiti con la partecipazione di circa 254.000 studenti. Nel frattempo si sono moltiplicate in tutta Italia le visite guidate di intere scolaresche a caserme, aeroporti e porti militari, installazioni radar, poligoni e industrie belliche, durante le quali gli studenti (persino bambini dell’elementari come accaduto nella caserma De Gennaro di Forlì) possono provare “l’entusiamante” esperienza di sparare con un fucile o effettuare un’attività di familiarizzazione al volo su velivoli come l’Atlantic del 41° Stormo di Sigonella». [viii]

Più che alla ‘buona scuola’ si direbbe che siamo di fronte ad una ‘bellica scuola’, che coglie ogni occasione (anche la più contraddittoria come quella della promozione della pace nel mondo o del rispetto dei valori dell’unica repubblica che ‘ripudia la guerra’ …) per far irrompere le ‘teste di cuoio’ della Difesa all’interno non solo dei nostri istituti secondari, ma perfino fra le scolaresche delle classi elementari. Non si tratta certamente delle campagne militariste svolte nelle scuole statunitensi dall’onnipotente Pentagono – che fra l’altro che gestisce anche numerose scuole proprie, rivolte ai figli dei propri ‘dipendenti’ all’estero [ix] . Fortunatamente non si tratta neanche del programma di istruzione stile militare promossa dal governo britannico, improntato al principio che la disciplina da caserma faccia particolarmente bene agli scolari del Regno Unito.

« Resistenza alla fatica, capacità di reagire alle difficoltà, gestione dello stress. Tre requisiti fondamentali per ogni soldato che voglia sopravvivere, ma forse anche tre elementi essenziali per ogni bambino destinato ad affrontare le sfide della crescita e dell’età adulta. Tanto che in Gran Bretagna il governo ha deciso di assegnare a programmi di stile militare un terzo dei fondi stanziati all’interno del piano nazionale promosso a favore del rafforzamento del carattere degli studenti. Per il nuovo anno saranno due milioni di sterline su sei, destinati a rendere realtà progetti che dovrebbero sviluppare nei giovani resilienza, ordine, disciplina e capacità di lavorare in gruppo negli alunni tra i 6 e i 18 anni. […] Come quello chiamato Commando Joe, promosso da ex militari, che vanno nelle scuole determinati ad «inquadrare» i bambini e i ragazzi, in modo da prepararli ad un futuro di efficienza. Durante le lezioni i docenti, che arrivano in classe in tuta mimetica, invitano i ragazzi a condividere scelte strategiche, li sottopongono ad allenamenti fisici tra corsa e flessioni, li invitano a smussare le tensioni in modo da ritrovare uno spirito di gruppo. Nelle scuole che hanno abbracciato questa filosofia militaresca sono stati raggiunti risultati interessanti, tanto che appunto il ministero per i bambini e le famiglie, guidato da Edward Timpson, ha deciso di assegnare un terzo dei fondi a sua disposizioni alle proposte che ricordano l’approccio della Raf e dei soldati al fronte. Anche se qualche voce si oppone a questa tendenza….» [x]   

Niente a che fare, per fortuna, con l’addestramento vistosamente paramilitare promosso nelle scuole della Federazione Russa dal premier Putin, come apprendiamo da una corrispondente del TIME che:

 «…ha trovato una classe di studenti – alcuni undicenni – che imparavano ad assemblare e caricare fucili d’assalto Kalashnikov. Fuori, nel cortile scolastico, una lezione sulla sicurezza si focalizzava sull’uso idoneo delle tute contro i rischi biologici, in caso di disastro nucleare o chimico […] Vladimir Putin ha recentemente fatto di questo curriculum una norma per l’intera nazione, offrendo agli adolescenti una gamma d’istruzione in ideologia, religione e preparazione alla guerra» [xi]

  1. Difendere le scuole…dalla Difesa

proxyNiente del genere, almeno fino ad ora… Quel che è certo, comunque, è che la nuova ondata di educazione in stile “Libro e moschetto” (o, se preferite, “E-book e Kalashnikov”…) sta rapidamente diffondendosi nelle altre istituzioni educative europee. In Francia, ad esempio, il Ministero dell’Educazione Nazionale, dell’Insegnamento Superiore e della Ricerca  ha avviato da tempo programmi di esplicita educazione alla difesa”, a partire dal protocollo Educazione-Difesa siglato nel 2007.

«La cultura della difesa e della sicurezza nazionale è inserita nel fondamento comune delle conoscenze e delle competenze che gli allievi devono conseguire  nel loro percorso nella scuola primaria ed in quella secondaria di primo e secondo grado […] L’insegnamento della difesa e della sicurezza nazionale si articola intorno a diverse questioni trasversali: la difesa militare, la difesa globale, i rischi e le nuove minacce, i progressi della difesa europea, la sicurezza nazionale. Non si tratta di una disciplina a sé stante. Essa è inserita nei programmi di più insegnamenti: educazione morale e civica, storia, geografia ecc.» [xii]

In Italia i nostri governanti l’hanno presa più alla lontana, ma l’indirizzo sembra sempre lo stesso: introdurre l’educazione alla difesa nel curricolo scolastico, affiancandola a discipline – come la storia o l’educazione alla convivenza civile – che , se ben svolte, dovrebbero viceversa costituire il miglior antidoto ad ogni forma di militarismo e bellicismo. Ecco perché da un’organizzazione pacifista di matrice cattolica come Pax Christi, già da alcuni anni è stato lanciato un programma di ‘smilitarizzazione delle scuole’, i cui principi sono esplicitati nel Manifesto dal significativo titolo “La Scuola ripudia la guerra”. In basa a questo documento, le scuole che lo hanno sottoscritto e che lo sottoscriveranno, s’impegnano a:

« 1. Rafforzare l’impegno nell’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti; 2. Sottolineare e valorizzare l’educazione alla pace tra le finalità educative dei POF, nelle discipline educative e didattiche e nella programmazione. 3. Proporre uno spazio di confronto tra docenti per evidenziare l’incidenza dell’educazione alla pace nella formazione degli studenti; 4. Prevedere un intervento educativo per gli studenti al fine di rendere più esplicita la scelta di non educare alla violenza e alla guerra; 5. Escludere dalle propria proposta formativa le attività proposte dalle Forze Armate, in contrasto con gli orientamenti fondamentali educativi e didattici della scuola; 6. Non esporre manifesti pubblicitari delle FFAA né accogliere iniziative finalizzate a propagandare l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare. 7. Non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di “missione di pace”. 8. Non accogliere progetti in partenariato con strutture militari o aziende coinvolte nella produzione di materiali bellici. 9. Prevedere la possibilità di arricchire la biblioteca di nuovi strumenti didattici per l’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. 10. Affiggere all’ingresso dell’Istituto il logo della campagna, affinché sia pubblicamente manifesta la scelta di lavorare in una scuola che educa alla nonviolenza e non alla guerra.» [xiii]

Ebbene sì: dobbiamo difendere il sistema scolastico italiano dall’ingerenza di un sistema militare-industriale che è lo stesso che alimenta la “guerra mondiale a pezzi” denunciata dal Papa e che minaccia la stessa convivenza civile e democratica. Ci siamo purtroppo già abituanti ai soldati in mimetica e mitra fuori ai tribunali ed alle autoblindo nelle piazze, come ho denunciato nel precedente articolo “Cittadini sotto assedio” [xiv]. Il rischio è che ora ci abituiamo passivamente anche alla presenza di militari in uniforme nelle scuole ed a bambini in grembiule nelle caserme. E’ arrivato il momento di reagire e di contrapporre valori alternativi e programmi di educazione alla pace e per la pace. [xv]

N O T E ——————————————————-

[i] Cfr. pp. 5-8 del documento del MIUR > https://labuonascuola.gov.it/documenti/La%20Buona%20Scuola.pdf

[ii]  Ermete Ferraro, Un’impronta digitale sulla scuola?  (15.11.2016) > http://www.agoravox.it/Un-impronta-digitale-sulla-scuola.html

[iii] Queste indicazioni sono contenute nell’ultima parte del documento citato sulla ‘Buona Scuola’ (la sintesi a pag. 131)

[iv]  Cfr. http://www.difesa.it/Content/ProtocolloIntesa_MIUR_Difesa/Documents/Protocollo_MIUR_DIFESA.pdf , pag. 4

[v]  Antonio Mazzeo, Elmetti e moschetti per la Buona Scuola di Renzi & Co., in “1914-2014  Cento anni di guerre” > http://www.centoannidiguerre.org/wordpress/?p=1199

[vi] Circolare MIUR dell’8 novembre 2016 > http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/cs081116

[vii]  I brani citati sono tratti da: http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/dg-ordinamenti/protocollo_difesa

[viii] Canto Libre, La Buona Scuola prepara i giovani alla guerra  (6 ott. 2016) > http://www.cantolibre.it/la-buona-scuola-prepara-i-giovani-alla-guerra/

[ix]  V. il sito del Dept. of Defense Educational Activity (DoDEA) >  http://www.dodea.edu/Partnership/grants.cfm

[x] Cfr. l’articolo sul Corriere della Sera del 4 luglio 2016 (http://www.corriere.it/scuola/primaria/16_luglio_01/ex-militari-mimetica-scuole-commando-joe-regno-unito-inglesi-fa3b8806-3f64-11e6-83d3-27b43c152609.shtml )

[xi] Simon Shuster, Inside Russia’s Military Training Schools for Teens, TIME (Oct.19,2016) > http://time.com/4516808/inside-russias-military-training-schools-for-teens/  (trad. mia)

[xii] M.E.N.E.S.R., “De la maternelle au baccalauréat: L’éducation à la défense”  (juin 2016) > http://www.education.gouv.fr/cid4507/l-education-a-la-defense.html (trad. mia)

[xiii] Pax Christi Italia, Manifesto di una scuola smilitarizzata  (2014) >

 http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/3_Manifesto-di-una-Scuola-Smilitarizzata.pdf

[xiv]  Ermete Ferraro, Cittadini sotto assedio  (15 giu. 2016) > https://ermetespeacebook.com/2016/06/15/cittadini-sotto-assedio/

[xv]  Per approfondire la complessa tematica relativa alle proposte per una E.P. autentica e non falsata, cfr.: Ermete Ferraro Educazione vs. maleducazione alla pace  (Dic. 2008) > http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf


© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

 

Un’impronta digitale sulla scuola?

 

  1. Un piano… che va avanti veloce

impronta-digitaleE’ probabile che non siano tante le cose che noi insegnanti di lungo corso abbiamo capito della nuova scuola voluta dalla riforma, autodefinitasi ‘buona’ col tacito sottinteso che quella precedente andasse cestinata, in quanto antiquata e, in qualche modo, ‘cattiva’.  Tra le poche cose capite, però, c’è senz’altro il concetto (o meglio l’assioma) secondo il quale l’obiettivo principe da perseguire è la c.d. ‘scuola digitale’. Non c’è infatti Collegio dei docenti – ad Enna come a Rovereto o a Nuoro – nel corso del quale, in modo diretto o indiretto, non sia affiorata questa conclamata priorità, intorno alla quale il MIUR sta da tempo costruendo quasi un codice etico, concretizzatosi recentemente nel PNSD, cioè il “Piano Nazionale Scuola Digitale .

 «Questo non è un libro di buone intenzioni. Il Piano Nazionale Scuola Digitale è lo strumento con cui il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca attua una parte strategica de “La Buona Scuola” (Legge 107/2015). Per ripensare la didattica, gli ambienti di apprendimento, le competenze degli studenti, la formazione dei docenti, il Piano fissa priorità e azioni, stabilisce investimenti, assegna risorse, crea opportunità per collaborazioni istituzionali tra Ministero, Regioni, ed enti locali, promuove un’alleanza per l’innovazione della scuola. Soprattutto, il Piano ambisce a generare una trasformazione culturale che – partendo dalla scuola – raggiunga tutte le famiglie, nei centri maggiormente urbanizzati così come nelle periferie più isolate. La buona scuola digitale esiste già, in tutta Italia. Ma lo Stato deve adesso fare in modo che questo patrimonio diventi sempre più diffuso e ordinario. Per far sì che nessuno studente resti indietro. Per far sì che, nell’era digitale, la scuola diventi il più potente moltiplicatore di domanda di innovazione e cambiamento del Paese.»  [i]

Effettivamente non si tratta di un puro e semplice ‘libro di buone intenzioni’, visto che ormai nelle scuole italiane  ormai si parla quasi solo della loro irrinunciabile ‘digitalizzazione’, senza la quale sembrerebbero aprirsi scenari di decadenza e di oscurantismo medievale.  Per citare il titolo del programma televisivo centrato sul talento del M° Stefano Bollani, pare che anche al MIUR siano convinti che “l’importante è avere un piano”. Ecco perché questa “parte strategica de ‘La Buona Scuola’ “ è diventata nientemeno che un progetto di “trasformazione culturale” del nostro Paese, per adattarlo a quella ‘era digitale’ che c’impone “innovazione e cambiamento”.  Insomma,  non soltanto come al solito ‘ce lo chiede l’Europa’, ma addirittura in questo caso sarebbe addirittura in gioco l’evoluzione stessa della nostra civiltà.

Di fronte a sì altisonante appello è difficile opporre dubbi o resistenze senza rischiare di essere considerati dei passatisti inguaribili, conservatori e nemici del nuovo che avanza. Prova ne è il fatto che ben poche voci critiche – o quanto meno scettiche – sono giunte dal mondo dei docenti, dei sindacati, della cultura e della stessa politica. [ii] Eppure si sono registrate alcune qualificate voci fuori dal coro –  o meglio, dell’ assordante silenzio – sul Piano ministeriale che vuol imprimere sulla scuola italiana una netta… impronta digitale.  Ad esempio quella del prof. Roberto Casati, filosofo del linguaggio e ricercatore presso il C.N.R.S. di Parigi, autore del libro “Contro il colonialismo digitale” [iii] , il quale si è appellato ad un sano ‘principio di precauzione’ nei confronti di questa ‘epocale’ svolta nella didattica.

«Non sono contrario alle tecnologia nella scuola, ma sono contro la logica di sostituzione che oggi sembra prevalere.  Il mio è un invito alla prudenza: strumenti low tech devono continuare a coesistere con i nuovi, valutando a che cosa possano meglio servire gli uni e gli altri. […] Ma se la pedagogia deve essere innovata, si parta prima da lì, e solo dopo dagli strumenti. Invece vedo prevalere la logica di “dare un tablet a ogni studente, poi si vedrà.[…] E’ sbagliato pensare che il tablet sia un po’ come «un coltellino svizzero, uno strumento che permette di fare tutto».[iv]

  1. Insidie e contraddizioni nella digitalizzazione della scuola

scuola-digitale-4Perfino fra i fautori della scuola digitale, del resto, sembrano affiorare perplessità sulla serietà ed affidabilità di questo genere di Piano, se non altro dal punto di vista della sua reale attuazione. Mentre gli investimenti su tale capitolo già in base a quello precedente sono stati rilevanti, del tutto ‘virtuale’ , invece, sembrerebbe l’effettiva ricaduta sulla didattica di tale innovazione tecnologica, come sottolineava già due anni fa Ettore Guarnaccia:

«Un programma [il PNSD]che assomiglia moltissimo nei contenuti al precedente progetto “Scuola Digitale” presentato dal MIUR nel 2007 e in parte attuato dal 2009 ad oggi. In esso si parla già di riduzioni dei costi editoriali per le famiglie, di diffusione delle connessioni a banda larga, di dotazione di dispositivi informatici per la didattica e di formazione dei docenti. Nell’ambito di questo progetto sono state installate oltre 70.000 LIM (Lavagne interattive multimediali) negli istituti scolastici della penisola (circa l’82% del totale) ed è stata erogata la necessaria formazione ai pochissimi docenti selezionati di ciascuna scuola. Da allora l’80% delle LIM giace inutilizzata, mentre il nuovo programma ministeriale ritiene che le LIM siano “troppo pesanti” da utilizzare per la didattica…» [v] 

Difficile dare torto ad un autorevole esperto di ‘information technology, information security e risk management’ come lui, soprattutto di fronte alla situazione effettiva di tante scuole dove l’acquisto massiccio delle lavagne interattive si è rivelato prioritario rispetto all’obiettivo di un loro effettivo ed innovativo utilizzo, grazie ad un’adeguata formazione dei docenti. Adesso si parla apertamente della loro obsolescenza (mi riferisco ovviamente alle LIM…) e la nuova priorità sembra essere diventata, appunto, quella di dotare tutti gli alunni del proprio tablet,  miracolosa soluzione a tutti i problemi di apprendimento …  Peccato che una discreta parte di queste criticità nel profitto scolastico (come la perdita progressiva della memoria, la tendenza alla distrazione, il calo dell’attenzione agli stimoli che non siano visivi e cinetici) sia forse da attribuire proprio alle massicce dosi di digitalizzazione cui sono già sottoposti i millennials. Molti genitori, a quanto pare, non sembrano affatto preoccupati dal fatto che i loro bambini e ragazzi vivano praticamente in simbiosi con i loro onnipresenti aggeggi tecnologici, in pratica trasformando gli smartphone  in un’appendice delle loro estremità superiori e le cuffiette in prolungamenti delle loro orecchie.

Quando si tratta di tempo davanti allo schermo per i ragazzi, meno è più. E’ quello che l’Accademia Americana di Pediatria ha sostenuto per anni, avvertendo che esporre dei bambini ad ogni genere di piattaforma digitale, dalla TV-spazzatura alle applicazioni educative, potrebbe condurre ad uno sviluppo ritardato o stentato del linguaggio e ad più povere abilità di lettura. [..] Adesso, tuttavia, l’A.A.P. sta cambiando impostazione. Mentre le vecchie linee-guida offrivano dei limiti ben precisi – ad esempio, nessun tempo-schermo di qualsiasi genere prima dei 2 anni d’età – quelle nuove, emanate il 21 ottobre, sono molto più sfumate…” [vi] 

La scuola, con le sue sorpassate richieste di attenzione e di ascolto, costituiva finora l’ultimo baluardo contro la formidabile (in senso etimologico) modificazione genetica della specie umana. Ecco perché qualcuno in alto ha pensato che andava modificata l’essenza stessa della scuola, che è fatta di relazioni personali, di apprendimento basato prevalentemente su scambi verbali, d’interessi spesso non spendibili professionalmente o comunque sul piano economico. Evidentemente anche a parecchi genitori le cinque-sei ore trascorse in aula dai loro piccoli, lontani dai loro irrinunciabili apparecchietti mediatici, devono essere sembrate una sorta di deprivazione sensoriale, di astinenza forzata, di spreco di tempo più utilmente spendibile in videogiochi, pettegolezzi in chat e video a gogo.  Si è realizzata così – soprattutto negli ambienti altoborghesi – una santa alleanza fra genitori e vertici della pubblica istruzione, tesa a rivendicare l’utilizzo generalizzato nella scuola dei tablet e, ovviamente,  minor rigore nell’interdizione dei cellulari e delle loro infinite apps.

  1. I rischi socio-educativi di un’educazione digitalizzata

digischoolPochi, anche tra i docenti, sembrano aver preso coscienza che l’accelerazione impressa dal MIUR alla ‘digitalizzazione’ della scuola italiana nasconde molte insidie proprio sul piano formativo, oltre che su quello sociale e politico.  Un attento critico di questo processo è  invece il prof. Adolfo Scotto di Luzio, docente di storia delle istituzioni scolastiche all’Università di Bergamo, autore di un libro che ci apre gli occhi proprio su “i rischi della scuola 2.0” [vii].

«Uno scritto a tesi, che prende di petto la politica di digitalizzazione dell’istruzione seguita dal Governo partendo da un assunto: che quando funzionano le scuole è, essenzialmente, perché ci sono professori in gamba e che la tecnologia, se non è ben utilizzata, può essere dannosa e fonte di diseguaglianze. Sullo sfondo, ma neanche troppo, vi è l’idea che ci sia in ballo un colossale raggiro; che le grandi imprese tecnologiche, insomma, abbiano creato una domanda per i loro prodotti diffondendo il mito della “buona istruzione”. E questo senza che sia mai stata testata l’effettività della scelta tecnologica e con il pericolo di creare una “dipendenza” economica in quelle scuole che si avviano su una strada – quella dei Tablet e delle LIM – che è senza ritorno. […] C’è un altro punto che lo studioso…pone in rilievo, ed è la mistica della qualificazione intellettuale legata all’uso della tecnologia ed il suo incamminarsi verso un “modello educativo a bassa intensità intellettuale”, direttamente funzionale al modello economico. Un punto d’arrivo molto distante, quindi, da quella che secondo l’autore è la vera finalità dell’istruzione: “dotare l’individuo di un linguaggio culturale che gli permetta di stare in maniera competente nella sfera pubblica”.» [viii]

Il dubbio, insomma, è che l’istruzione pubblica sottoposta alla c.d. rivoluzione digitale  sia invece figlia della controrivoluzione di chi mira solo a formare generazioni di giovani omologati nel pensiero e nel linguaggio, che seguano passivamente la corrente dominante senza porsi imbarazzanti domande sul modello di sviluppo e di società che viene loro presentato come indiscutibile e, naturalmente, ‘smart’. [ix]   Qualcuno forse eccepirà che è un dubbio esagerato, una dietrologia da sessantottini  ‘apocalittici’ che non vogliono integrarsi.  Eppure penso che finché ci saranno cittadini che avranno la capacità di dubitare di ciò che il ‘sistema’ racconta loro, le cose andranno sicuramente meglio.  D’altronde gli scettici nei confronti della sedicente “scuola 2.0”  non sono pochi, come si può vedere scorrendo le pagine dell’analisi critica di Neil Selwin – docente alla facoltà di Educazione della London University – sul tema del rapporto che intercorre fra ”tecnologia digitale e privatizzazione della scuola”:

«Molnar (2015) identifica tre tipi di ‘commercialismo’ nelle scuole: il processo di vendita di istruzione, il processo di vendita alla istruzione ed il processo di vendita nelle istituzioni educative. Come hanno illustrato gli esempi appena forniti in questo capitolo, le tecnologie digitali sono implicate in tutti e tre gli aspetti. […] Come sarà argomentato, nonostante le loro apparenti diversità questi attori [del processo di digitalizzazione] possono essere visti come se stessero perseguendo degli obiettivi latamente simili, basati su due specifiche versioni del fare scuola digitale – una che cerca di trasformare pratiche e processi educativi lungo linee socio-costruttiviste e l’altra che cerca di mantenere forme educative tradizionali e strutture di potere.[…] Soprattutto, molti di questi attori esercitano una considerevole influenza sull’agenda della tecnologia scolastica, ben oltre i livelli che ci si potrebbe aspettare in altre aree dell’istruzione.» [x]

Un altro docente dell’Università di Bergamo, Marco Lazzari, ci aiuta ad analizzare il complesso mondo della cultura digitale come orientamento delle politiche educative, soffermandosi sui rischi per gli adolescenti di una massiccia dose di Internet in assenza di un’adeguata formazione del loro spirito critico e delle loro competenze civiche e sociali. La diffusione della ‘alfabetizzazione digitale’  propugnata dal PNSD , infatti, è insufficiente se si riduce a semplice disseminazione dei rudimenti tecnici dell’informatica, come dimostrava un’indagine svolta a Bergamo nel 2012.

« Come da sempre sosteniamo, un approccio riduzionistico che punti a sviluppare le abilità digitali non porta lontano [Lazzari, 2013]: le agenzie educative devono accompagnare la promozione dell’abilità d’uso degli strumenti informatici negli adolescenti a quella della conoscenza del mondo dei media e allo sviluppo del senso critico nei confronti dell’informazione che circola in Rete. Tutto ciò deve essere supportato olisticamente dalla cura per le competenze trasversali di interazione sociale (compresa l’educazione all’affettività), di comunicazione efficace e di risoluzione dei conflitti, e dall’attenzione allo sviluppo dell’intelligenza emotiva dei ragazzi. V’è da chiedersi se la scuola italiana sia consapevole di tutto ciò e sia pronta a lavorare per costruire competenze coordinate digitali, etiche e sociali.» [xi]

  1. Rischi per la salute di una scuola massicciamente digitalizzata

wifi-a-scuolaUn ultimo aspetto che merita attenzione è quello connesso a rischi sanitari per gli ambienti scolastici che siano sottoposti ad una digitalizzazione intensiva e sconsiderata. Anche in questo caso si corre il rischio di fare la parte dei gufi che ostacolano l’innovazione tecnologica, dei profeti di sventura che sanno solo creare allarme di fronte ad un modello progressista di scuola.  La verità è che di certi argomenti è davvero difficile parlare, in quanto si nuota controcorrente e si toccano interessi consolidati forti  e diffusi.  Di ‘inquinamento elettromagnetico’  [xii] , peraltro, si parla ormai da molti anni, ma le voci di chi mette in discussione la sicurezza della tecnologia che fa uso di onde elettromagnetiche (in particolare quella della telefonia mobile e delle reti informatiche) sono state ovviamente sommerse da chi cavalca questo lucroso affare oltre che, naturalmente, dalle potenti multinazionali che producono a getto continuo smartphone  e I-Pad.  A partire dal 2013, l’allarme elettrosmog ha cominciato a diffondersi anche nel mondo della scuola, dove la febbre del Wi-Fi impazza proprio grazie ai due Piani (2007 e 2015) lanciati dal MIUR.

«Ora il wireless colonizza anche le scuole, poiché dal 2011 si sta dando corso, con l’avvio delle forniture, al protocollo1 siglato nel 2008 dagli allora ministri Brunetta e Gelmini per una «scuola digitale» e per dotare anche tutti gli istituti scolastici di reti di connessione senza fili.[…] È d’obbligo chiedersi, vista la letteratura scientifica ormai prodotta sull’argomento, se sia stato osservato il principio di precauzione. È opportuno permettere che anche a scuola, per ore e ore, i bambini fin dalla più tenera età siano esposti a campi elettromagnetici che, come dimostrano gli studi, rischiano di provocare danni alla salute? Si può legittimamente affermare che no, non è opportuno. Eppure sono in tanti a non conoscere ancora bene i rischi connessi all’utilizzo di queste tecnologie.[…] L’allarme è stato lanciato nel 2011 anche dal Consiglio d’Europa, e ripreso dall’Inail, che afferma come «telefonini e dispositivi wi-fi dovrebbero essere proibiti nelle scuole per i potenziali rischi per la salute dei bambini». Secondo il rapporto del Consiglio d’Europa, queste tecnologie costituiscono un potenziale pericolo per la salute umana e il loro uso andrebbe limitato: gli stati membri dovrebbero adottare limiti alle esposizioni alle radiazioni emesse dai dispositivi, allertando gli utenti con avvisi sulla pericolosità simili a quelli dei pacchetti di sigarette.» [xiii]

Più di recente, è giunta notizia del caso di una scuola di Merano (in provincia di Bolzano), dove gli alunni hanno fatto una ricerca ‘sul campo’ (un esperimento sulla nocività delle onde elettromagnetiche sulla crescita di alcune piante), seguita da una rilevazione dell’elettromagnetismo presente nel loro edificio scolastico.

« La classe, munita di strumenti appositi, ha mappato tutto l’edificio, scoprendo che era pervaso da segnali elettromagnetici fino ad un livello massimo di 3.000 microwatt per metro quadro. Hanno saputo dalla preside che servivano all’organizzazione della comunicazione con il personale non docente, per gestire la presenza dei ragazzi nella mensa o rispondere alle varie necessità logistiche all’interno della scuola. Il plesso è completamente cablato, dunque non serve ad ogni costo un sistema di comunicazione senza fili. Così, è stata inoltrata una richiesta al Comune di Merano per ottenere la disattivazione dei ripetitori distribuiti all’interno della scuola. Il personale ha abbandonato i cordless e ricominciato ad utilizzare i normali telefoni interni. Una volte ripetute le misurazioni, sono stati ottenuti risultati sorprendenti: da 3 mila microwatt si era scesi ad appena 5. Il mentre il governo italiano cerca di alzare le soglie per facilitare la comunicazione 4G e promuove il Wi-Fi nelle scuole, nonostante una lettera firmata da 70 scienziati che chiede di evitare uno tsunami di onde elettromagnetiche nei luoghi di vita quotidiana.» [xiv]

Va tenuta presente, infine, la presenza contemporanea e concomitante negli istituti scolastici di centinaia di cellulari e smartphone, le cui emissioni elettromagnetiche  – secondo un articolo pubblicato recentemente  – sarebbero addirittura 10 volte superiori a quelle prodotte da un access point della rete wireless scolastica. [xv]  Il risultato è una spaventosa sommatoria di onde elettromagnetiche, che minaccia la sicurezza e la salute degli studenti dei docenti e di tutto il personale della scuola, in nome del trionfo della ‘scuola digitale’ ma, soprattutto, di una visione aridamente tecnicista e produttivista dell’educazione. Ecco perché le raccomandazioni che ci giungono dal Ministero dell’Istruzione vanno accolte con molta prudenza e con quel necessario spirito critico che può evitare un accodamento passivo a tesi che meritano una più ampia ed approfondita discussione.

«La visione di Educazione nell’era digitale che abbiamo descritto nel Capitolo 1 è il cuore del Piano Nazionale Scuola Digitale: un percorso condiviso di innovazione culturale, organizzativa, sociale e istituzionale che vuole dare nuova energia, nuove connessioni, nuove capacità alla scuola italiana. In questa visione, il “digitale” è strumento abilitante, connettore e volano di cambiamento.» [xvi]

Questo è quanto si scrive nel PMSD,  ma ritengo che dovremmo evitare di dare per scontato che tale percorso sia effettivamente ‘condiviso’  , per cui chiediamoci se siamo davvero tutti d’accordo sul fatto che il vero e solo ‘volano di cambiamento’ della scuola sia la sua digitalizzazione.  Se non altro per evitare che questa pesante impronta digitale s’imprima acriticamente anche sul modello educativo della nostra scuola.

NOTE————————————————

[i] MIUR, Piano Nazionale Scuola Digitale , p. 140 > http://www.istruzione.it/scuola_digitale/allegati/Materiali/pnsd-layout-30.10-WEB.pdf

[ii]  Per avere una panoramica delle posizioni critiche, a livello internazionale, cfr. l’ampia rassegna di Otto Peters (Against the Tide – Critics of Digitalization, Oldemburg, Bis Verlag, 2013, scaricabile anche come pdf all’indirizzo: https://www.uni-oldenburg.de/fileadmin/user_upload/c3l/master/mde/download/asfvolume15_ebook.pdf

[iii]  Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale, Bari, Laterza, 2013 > http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858107317

[iv] R. Casati, cit. nell’articolo: “Cl@sse 2.0? No, grazie. – Gli scettici del digitale” , Corriere della Sera, 28.01.2014 > http://www.corriere.it/scuola/14_gennaio_27/scuola-digitale-perche-nocorriere-web-nazionale-57f24f4c-8807-11e3-bbc9-00f424b3d399.shtml  .

[v]  Ettore Guarnaccia, La buona scuola: connessione e digitalizzazione, ma la sicurezza?, (26.09.2014) > http://www.ettoreguarnaccia.com/archives/3108

[vi]  Markham Heid, “Inside the new standards for kids and screen time”,  TIME , Nov. 7, 2016, p. 15 (trad. mia)

[vii] Aldo Scotto di Luzio, Senza Educazione. I rischi della scuola 2.0,  Bologna, il Mulino, 2015 >    https://www.ibs.it/senza-educazione-rischi-della-scuola-libro-adolfo-scotto-di-luzio/e/9788815260284#

[viii]  Recensione di Gian Paolo Manzella al libro di A. Scotto di Luzio > https://gianpaolomanzella.com/2015/12/02/i-rischi-della-scuola-2-0-nel-libro-di-scotto-di-luzio/

[ix] Cfr. il mio articolo precedente sul blog: https://ermetespeacebook.com/2016/10/16/dagli-smarties-alle-smart-cities/

[x]  Neil Selwin, Schools and Schooling in the Digital Age. A Critical Analysis, Routledge, 2010, p. 79 (trad. mia)  > https://www.amazon.com/Schools-Schooling-Digital-Age-Foundations/dp/0415589304

[xi] Marco Lazzari, Adolescenti ed uso di Internet: la competenza digitale non basta > Università di Udine, 2016 http://didamatica2016.uniud.it/proceedings/dati/articoli/paper_79.pdf

[xii] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Inquinamento_elettromagnetico

[xiii] Cfr. “Wi -Fi a scuola: allarme elettrosmog”, Terra Nuova.it (30.01.2013) > http://www.terranuova.it/Il-Mensile/Wi-Fi-a-scuola-allarme-elettrosmog

[xiv]  “In Alto Adige una scuola azzera l’elettrosmog”, Rinnovabili.it, 16.07.2016 > http://www.rinnovabili.it/ambiente/alto-adige-scuola-elettrosmog-333/

[xv] Aldo Domenico Ficara, “Il maggiore inquinamento elettromagnetico nelle scuole deriva dagli smartpghone”, Tecnica della Scuola (17.10.2016) > http://www.tecnicadellascuola.it/tecnica-della-scuola/item/24572-il-maggiore-inquinamento-elettromagnetico-nelle-scuole-arriva-dagli-smartphone.html

[xvi]  MIUR, Piano Nazionale Scuola Digitale, cit. , p. 26

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Libertà di non dover più scegliere?

IMG01664-20160213-1223Navigando in Internet ho verificato di non essere il solo che è rimasto colpito dalla chiusa dello spot della TV on demand della TIM , affidato al breve monologo di un estasiato Pif. Il conduttore e filmaker siciliano esalta infatti le straordinarie novità della ‘sconfinata galassia’ di contenuti offerti da quel nuovo tipo di televisione, concludendo con questa significativa frase: “Le nuove tecnologie ci stanno dando la libertà di non dover più scegliere. Non è fantastico?”

Naturalmente si tratta di uno slogan pubblicitario, ma credo che saremmo ingenui a non cogliere il messaggio che esso veicola, che è culturale sociale e politico. E’ vero, si tratta di una frase buttata lì senza apparenti finalità ideologiche, però bisogna essere superficiali o distratti per non afferrarne il senso meno esplicito, che va ben oltre la pubblicità di una rete televisiva. La campagna è stata ideata e realizzata dalla sezione italiana della prestigiosa agenzia Leagas Delaney , il cui motto è: “Il pensiero che trasforma. Il cambiamento che ispira“.

Ma su quale genere di ‘pensiero’ ispiri espressioni come quella pronunciata da Pif credo che valga la pena di riflettere almeno un po’, a partire proprio dal contesto dello spot. Il cuore del messaggio, infatti, è che la TIM offre un servizio capace di accontentare milioni di passioni” degli Italiani. “Grazie alle connessioni  -ci si spiega –  possiamo entrare in un universo televisivo senza limiti. Oggi c’è una tv che unisce tutte le tv”. La grossa novità è che questa ‘galassia sconfinata’ di contenuti può essere fruita “ovunque e quando vuoi”Le parole evidenziate sottolineano fondamentalmente due concetti: il primo è la dimensione smisurata delle richieste degli utenti di quel servizio (che è ‘sconfinata’ proprio perché ‘senza limiti’); il secondo è che la soluzione a ciò è l’offerta di una rete di ‘connessioni’, grazie all’utilizzo di una tecnologia che supera le differenze e le distanze, ‘unendo’ in sé  non solo tutte le modalità televisive, ma in fondo tutte le persone.

E’ da notare sia l’utilizzo della metafora astronomica (universo, galassia…), rafforzata da immagini coerenti con tale contesto, sia l’affermazione che tale provvidenziale invenzione sta adesso concretizzando una prospettiva finora solo futuribile (“oggi….oggi…”). Le altre parole-chiave dello spot pongono in risalto anche la ‘velocità’ della connessione e la sua utilizzazione ‘ovunque’ ci faccia comodo.

Non mi sembra casuale che la somma di queste tre caratteristiche (rapidità, totalità, fruibilità) combaci perfettamente col concetto standardizzato di ‘progresso’, inteso come obiettivo di sviluppo ottenuto soprattutto mediante una continua evoluzione tecnologica. Non è casuale neppure che dallo spot emerga una prospettiva universalistica, ispirata, più alla perfezione del cosmo, alla sintesi forzata del pensiero unico, al modello di economia globalizzata ed alla eliminazione delle diversità come sbrigativa soluzione ad ogni conflitto.

Del resto i grandi maestri della fantapolitica – dall’Huxley del Brave New World all’Orwell di 1984 –  ci avevano profetizzato con incredibile intuizione quello che sarebbe diventato il nostro “nuovo mondo”, governato dalla dittatura della tecnologia e da un ‘Bispensiero’ che mistifica la realtà, presentandoci la schiavitù come libertà e la guerra come pace. Basta poi usare un motore di ricerca su Internet per scoprire che, quanto meno nel mondo anglosassone, espressioni come “Freedom not to Choose” non sono affatto nuove.  Per non parlare dei grandi pensatori che hanno spesso sottolineato che la libertà è un rischio che oggi molti preferirebbero non correre. Un esempio classico è quello di Erich Fromm, il quale oltre settant’anni fa osservava che: L’uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni, e le decisioni comportano rischi […]  L’uomo moderno, liberato dalle costrizioni della società  pre-individualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere: cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali emotive e sensuali. Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà lo ha reso isolato e, pertanto, ansioso e impotente”  (Erich Fromm, Fuga dalla Libertà, 1942).

Eppure ci hanno insegnato che scegliere è l’unico verbo in grado di coniugarsi all’idea stessa di libertà. Pur senza scomodare il principio religioso del ‘libero arbitrio’, sembra  evidente che avere un’opzione, disporre di un’alternativa, sia il solo modo per affermare il nostro diritto alla scelta, nel quale è incluso il diritto di sbagliare. Il guaio è che scegliere è anche un peso, una responsabilità che discende dall’originaria condanna biblica, che identificava la conoscenza con la necessità di comportarsi secondo coscienza  (Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male…”   – Gen. 3,22). Scegliere vuol dire riflettere, analizzare le varie possibilità, esercitare il discernimento ed infine decidere, assumendosi la responsabilità delle proprie responsabilità. Decisamente troppo per l’homo tecnologicus del nostro ‘Brave New World’ , dove non c’è mai abbastanza tempo perché tutto procede a velocità sempre più elevata. Un  mondo dove resta anche poco spazio per la spontaneità e per il confronto razionale con chi la pensa diversamente.

I meccanismi individuati da Fromm come caratteristici di questa “Escape from Freedom” sono sostanzialmente tre: l’autoritarismo, la distruttività ed il conformismo. Il primo ci fa rinunciare alla nostra autonomia ed individualità per rifugiarci sotto l’ala protettiva di qualcosa di più grande, importante e generale: un’autorità esterna appunto. Il secondo meccanismo, fondato sulla paura, ci porta ad eliminare preventivamente ciò che potrebbe minacciarci, sfuggendo alla sensazione d’impotenza e di fragilità per mezzo della aggressività.  Il conformismo, infine, ci rende praticamente degli automi, per cui l’individuo smette di essere se stesso ed assume acriticamente il modello culturale che gli viene proposto, mimetizzandosi fra gli altri, in una società sempre più grigiamente uniforme.

Insomma, forse partire da una frase pubblicitaria per giungere a conclusioni di ordine filosofico e politico è un po’ troppo e, in fondo, attribuisce fin troppa importanza ad uno slogan del genere. Però dovremmo smetterla anche di cercare grandi messaggi solo nei discorsi ufficiali o nei testi universitari. La verità è che determinati contenuti ‘passano’ ogni giorno attraverso i media in modo assai meno ufficiale, ma più subdolo, soprattutto quando si rivolgono ad un pubblico estremamente permeabile come quello giovanile.

Trasmettere ad un ragazzo l’idea che le tecnologie attuali ci stanno regalando la libertà “di non dover più scegliere”, infatti, mi sembra un’operazione estremamente pericolosa. Lasciargli intendere che ci si possa liberare dal peso della scelta padroneggiando tutti i possibili contenuti attraverso un unico strumento, se da un lato ne solletica il già ipertrofico senso di onnipotenza e di realizzazione senza alcun limite, dall’altro lo inchioda ad un destino di uniformità controllata dall’alto, e quindi di autoritarismo.

imagesCiò che si propone ai giovani, e non solo a loro, è una società globalizzata dove tutto è connesso in rete, tutto è monitorabile da lontano, tutto si può fare ovunque e in qualunque momento, magari contemporaneamente… “Non è fantastico?”, ci chiede un ammiccante Pif dallo spot della TIM, lasciando intendere che è solo una domanda retorica. Ebbene no. Io, ad esempio, non trovo affatto ‘fantastico’ che il massimo della libertà che ci viene concessa sia quella di non scegliere, e quindi di fare a meno di decidere con la nostra testa e la nostra coscienza.  Non mi sembra per niente una prospettiva esaltante quella di raggiungere la pace dei sensi – e dell’intelletto – alla luce degli onnipresenti schermi di un qualsiasi Big Brother. Non riesco proprio ad appassionarmi né all’idea che lasciar scegliere agli altri per noi sia la soluzione migliore né a quella, altrettanto delirante, che non dobbiamo più prenderci il disturbo di scegliere, dal momento che ormai possiamo avere ogni cosa. Avere tutto – ci avrebbe ammonito Fromm – equivale ad accettare di non essere più nulla. E questo non è per niente ‘fantastico’, anche se sta diventando terribilmente reale…..

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

‘Napolitudine’: due segnali positivi

totò megafonoNon sempre capita di poter raccontare episodi che lasciano ben sperare. Ad esempio, per uno come me che da decenni s’impegna su alcune questioni fondamentali come quelle riguardanti la pace e l’ambiente, pur con tutto l’ottimismo della volontà è davvero dura continuare a spendersi per certe battaglie quando tutto sembra andare in direzione opposta. L’impressione è che non basta sforzarsi di mantenere la coerenza ed essere capatosta: i fatti sembrano continuamente smentire le nostre convinzioni, confinandoci nel mondo dei sognatori utopisti, che s’illudono di poter cambiare le cose senza farsene modificare geneticamente, accettandole col solito rassegnato ‘realismo’.

Anche il mio impegno in campo educativo e culturale per la difesa e la valorizzazione della lingua e cultura napoletana, pur con qualche riscontro positivo, deve fare i conti con la sostanziale sordità delle istituzioni e con l’apparentemente insormontabile tendenza alla frammentazione del fronte ‘napoletanista’, appena appena si parla di stabilire regole linguistiche certe, superando l’abituale scoglio dell’individualismo e della carenza di spirito cooperativo.

Sono però convinto che – anche su questo piano – indugiare sui punti di debolezza e sulle criticità presenti non ci porti da nessuna parte. Bisogna invece scorgere i segnali positivi che non mancano, ponendoli in risalto e condividendo tale scoperta con chi sta percorrendo la nostra stessa via. Mi riferisco alle tante iniziative di rivalutazione della ‘napoletanità’ fiorenti un po’ dovunque e con varie matrici, da quella riconducibile al rilancio della vocazione turistica della nostra città e regione a quella più marcatamente ‘identitaria’, legata ad un crescente movimento per il riscatto economico e sociale della nostra gente in chiave meridionalista. Vanno poi sottolineate e lodate le numerose iniziative di confronto e coordinamento fra linguisti ed operatori culturali amanti della lingua napoletana, allo scopo di stabilire per essa basi fonetiche e grammaticali precise e condivise, rilanciando il Napoletano anche con nuove ricerche, pubblicazioni e traduzioni.

Mi riferisco poi anche ai segnali che colgo in prima persona, a partire dalla mia personale esperienza. Già nel 2015 infatti avevo registrato positivi riscontri al mio progetto sull’insegnamento della nostra madrelingua nella scuola pubblica, peraltro inaugurata un decennio prima e poi interrotta. Il mio Corso pomeridiano di lingua e cultura napoletana alla scuola media statale ‘Viale delle Acacie’ aveva già riscontrato interesse e lusinghieri consensi sia da parte degli ‘esperti’ e cultori della materia, sia dagli organi d’informazione locali e nazionali e perfino dalla televisione francese. Quest’anno il progetto ‘Napulitanamente’ è appena ripartito nella stessa scuola vomerese e ciò m’induce a sperare nella diffusione di questa fondamentale pratica didattica, coinvolgendo altri docenti anche delle scuole superiori ed avviando un più sereno confronto col mondo universitario, finora scettico ed arroccato sulle proprie prerogative accademiche.

Però i ‘segnali positivi’ preannunciati dal titolo si riferiscono ad altro: si tratta di due episodi che aprono il cuore alla speranza che qualcosa stia finalmente cambiando. Il primo è quello che mi ha spinto a collaborare – ovviamente a titolo volontario – con un’azienda casearia cilentana che stava preparando una campagna pubblicitaria che voleva utilizzare frasi proverbiali in Napoletano. La gentile signora che mi aveva interpellato telefonicamente (ed alla quale un po’ sbrigativamente avevo risposto di non aver bisogno di acquistare di latticini per quella via …) mi ha infatti proposto di svolgere una consulenza linguistica sugli slogan selezionati dall’azienda. E’ nata così una densa corrispondenza via mail tra di noi, grazie alla quale alcune dizioni e grafie discutibili sono state da me emendate e riformulate, contribuendo così ad evitare una nuova campagna pubblicitaria impostata su un uso improprio, sciatto e scorretto della nostra lingua. L’idea che tra poco appariranno su dei maxi-cartelloni gli slogan in napoletano scelti insieme per pubblicizzare le loro mozzarelle mi fa senz’altro piacere, ma è prima di tutto un bell’esempio di cambiamento, nel rispetto di un’identità culturale autentica e non usata strumentalmente.

Il secondo ‘segnale positivo’ mi è giunto, inopinatamente, attraverso una telefonata proveniente da Bergamo. Ero a scuola, in un’ora di spacco, quando mi ha chiamato una signora di origini napoletane ma residente da molto tempo in quella città della Lombardia. Si è complimentata con me per il progetto ‘Napulitanamente’ – di cui aveva appreso via internet – e mi ha raccontato di quanto la nostra Città e la sua lingua mancassero non solo a lei, ma anche al più piccolo dei suoi ragazzi. Se per la madre la nostalgia era facilmente comprensibile, mi ha sorpreso quella del figlio minore, letteralmente innamorato di Napoli e desideroso di farvi ritorno. La scoperta casuale del progetto che svolgo nella mia scuola media (la famiglia è originaria del Vomero) aveva infatti suscitato l’entusiasmo del ragazzo. La signora mi ha quindi spiegato di pensare seriamente a tornare a Napoli, dove tuttora vive suo padre, e d’iscriverlo in quell’istituto, dandogli la possibilità di rituffarsi in quella ‘napolitudine’ che lo rende inquieto nella non troppo accogliente Bergamo. Beh, confesso che questa vicenda mi ha notevolmente colpito, lasciandomi al tempo stesso soddisfatto per questo imprevedibile sviluppo della mia proposta progettuale. Con tutto il rispetto per Bergamo, il ritorno a Napoli di una famiglia che se ne era allontanata da decenni, e con queste motivazioni, suscita in me un po’ di sano orgoglio e mi spinge ad impegnarmi ancor di più in difesa d’un patrimonio culturale che, con o senza UNESCO,  merita di essere salvaguardato e valorizzato.

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#NapuLengua: insegnare il Napoletano a scuola per valorizzarlo

NapulenguaDopo la positiva esperienza dello scorso anno, anche per il 2015-16 ho deciso di riproporre nella scuola dove insegno Lettere un’attività extracurricolare consistente in un Corso di lingua e cultura napoletana. Una volta approvato dal Collegio dei docenti, il progetto “Napulitanamente” si avvia quindi a ripartire, con la previsione di 18 ore di laboratorio teorico-pratico, con certificazione finale delle competenze raggiunte da ciascuno dei partecipanti a questa innovativa esperienza. Il fatto che ne abbiano diffusamente parlato sia media radio-televisivi (fra cui addirittura il secondo canale della televisione francese France2 e la rete cattolica nazionale TV 2000), sia quotidiani e periodici a stampa ed online (ad es. Il Mattino, La Repubblica, Roma, Italia Oggi, Orizzonte Scuola etc.), ovviamente mi fa molto piacere. Mi avrebbe però fatto ancora più piacere se il mio esempio fosse stato seguito da altri docenti (di Lettere come me ma anche di altre discipline), così da allargare la cerchia degli studenti coinvolti in tale azione di salvaguardia e valorizzazione del Napoletano. Purtroppo a battersi per una sua regolamentazione grammaticale ed ortografica e per il riconoscimento della sua piena dignità di lingua si direbbe che siano rimasti solo gli appassionati della cultura napoletana, a partire da coloro che non hanno mai smesso di scrivere in Napoletano le loro poesie, i loro testi teatrali o quelli legati alle composizioni musicali.

Il mio progetto, però, non vuol essere un’eccezione lodevole che conferma la regola del colpevole disinteresse delle istituzioni per la tutela e la valorizzazione del patrimonio linguistico e letterario del Napoletano e dell’identità culturale di Napoli. Al contrario,  fin dall’inizio negli anni ’90, io mi sono proposto di stimolare altri insegnanti appassionati di questa lingua affinché utilizzassero tutti gli spazi possibili – fra cui le attività aggiuntive d’insegnamento – per portare avanti sempre nuove esperienze didattiche in tal senso. Sta di fatto che l’interesse crescente di tante persone per l’apprendimento di un modo corretto per esprimersi in Napoletano non riesce ancora a trovare una risposta adeguata. Dobbiamo naturalmente essere grati a chi – come il poeta Nazario Bruno o lo scrittore Gianni Polverino – stanno facendo tanto per divulgare i principi di un’ortografia napoletana accettabile e di un lessico partenopeo adeguato ai nostri tempi ma rispettoso della tradizione. Altrettanto riconoscenti dobbiamo essere nei confronti di tutti coloro – fra cui linguisti e cultori della materia – che non si sono mai rassegnati a lasciar andare in malora un patrimonio culturale plurisecolare e che giustamente, invece, difendono l’identità collettiva che da esso deriva. Ma questo, dobbiamo riconoscerlo, non basta ad invertire la tendenza a trasformare progressivamente il Napoletano in un ‘volgare’ di serie B ed a cancellare – in nome dell’omologazione forzata al pensiero unico ed alla ‘Neolingua’ corrente – quelle preziose diversità linguistiche che rendono unica l’Italia.

Certo, nel 2015 si è registrata una reviviscenza di questa proposta, culturale prima che politica. Ci sono state in città ,infatti, varie iniziative tese a valorizzare il Napoletano, dagli incontri periodici presso il circolo “50 e più” a Via Toledo a convegni su alcuni suoi aspetti particolari, fra cui ricordo quelli sugli ‘arabismi’, sulla ‘geografia delle lingue’ presso l’Università l’Orientale e su vari aspetti connessi alla ‘Festa d’’a Lengua Nosta’, organizzata dall’associazione ‘G.B. Basile’. Ma a fronte di questi positivi contributi non si può fare a meno di registrare anche un generale scadimento nell’uso del parlato napoletano fra i giovani e la loro diffusa tendenza a ricorrere ad un’improponibile grafia sia nei testi delle canzoni, sia nei messaggi diffusi via cellulare, sui social media e, ahimè!, spesso anche sui muri della nostra città.  Un’altra novità apparentemente positiva è il fiorire di slogan pubblicitari in Napoletano, utilizzati da piccole e grandi aziende, fra cui perfino alcune multinazionali. Pur a prescindere dall’uso palesemente opportunistico di una lingua così popolare per veicolare messaggi consumistici, il problema è che gran parte di essi risultano comunque sgrammaticati, disortografici e talora lessicalmente poco corretti.

Che fare allora? C’è chi continua a sperare in improbabili provvedimenti normativi regionali, incurante del fatto che finora tutte le proposte di legge – provenienti sia dal consiglio provinciale di Napoli sia da quello regionale della Campania – si sono da tempo arenate sulle secche del disinteresse di chi ci amministra per questa battaglia di civiltà. C’è poi chi si ostina a perseguire una dubbia via ‘identitaria’ per ridare dignità alla lingua napoletana, finendo col far coincidere la legittima rivendicazione di rispetto e tutela di questo regional language con una più complessiva battaglia ‘meridionalista’ o, peggio ancora, con un antistorico revanscismo venato di nostalgie neoborboniche. Una terza ‘corrente’, infine, è quella di chi pensa che sia sufficiente chiudersi nella turris eburnea degli studi accademici, approfondendo scientificamente  la storia ed il patrimonio linguistico del Napoletano, al punto tale da dare l’impressione di volerne quasi dissezionare il cadavere o di volerlo mummificare sul solo piano ‘dotto’.

La verità è che, per fortuna, la lingua napoletana è ancora viva e vegeta e non si lascia rinchiudere nelle aule universitarie né volgarizzare come ‘lengua vascia’ da utilizzare solo per battute spinte o per la seriale produzione nazional-popolare di canzoni neomelodiche. E’ vero anche, però, che il napoletano italianizzato –  così come l’italiano dialettale – non possono garantire a lungo la sopravvivenza e la vitalità lessicale di questa lingua. Lasciamo quindi da parte l’ipercorrettismo fuori luogo di alcuni rigidi ‘puristi’ del Napoletano letterario, ma evitiamo soprattutto la trascuratezza e la sciatteria che traspare da un uso scorretto ed anomalo di questa lingua. Nessuno pretende che si continui a parlare o a scrivere come Basile o come Di Giacomo. Una lingua viva è quella che si sa adattare a nuovi contesti e che suona attuale e corrente ai parlanti di oggi. Questo però non autorizza a sottoporla ad artificiali mutazioni genetiche o a meticciamenti non necessari. Qualcuno ha detto argutamente che quelli che parlano il Napoletano non lo sanno scrivere e che quelli che lo scrivono si vergognano di parlarlo. Ebbene, credo proprio che sia giunto il momento di smetterla con quest’ ambiguità socio-linguistica e di riprenderci integralmente la nostra ‘madrelingua’.

Buon Natale. Buona Natura.

 

download (2)ei giorni che stiamo vivendo, uno degli aggettivi che si sprecano è ‘felice’. Generalmente lo si riferisce al Natale, sebbene sia a sua volta un aggettivo e non un nome, in quanto abbreviazione dell’espressione latina ‘dies natalis’: giorno della nascita. Del resto anche in ‘festa/e’ – altra parola solitamente accoppiata a ‘felice’ – si nasconde un aggettivo, poiché il ‘dies festus’ degli antichi Romani indicava una giornata di gioia pubblica, di giubilo, da un antica radice sanscrita che ci riporta ad un senso di condivisione e di accoglienza. Tornando a ‘felice’, anche la ricerca dell’origine di questo attributo ci porta ad una radice sanscrita, da cui è derivato il verbo greco ‘fyo’, il cui significato è produrre, generare, tanto che da esso derivano sia ‘fecondo’ sia ‘feto’. Augurare a qualcuno un ‘felice Natale’, pertanto, significa auspicare che a questa persona la Nascita per eccellenza (dalla quale anche nel nostro laico mondo continuiamo a calcolare gli anni) risulti feconda, apporti cose buone e produca frutti positivi.

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ugurare un ‘felice Natale’ , d’altra parte, resta un’espressione spesso generica e convenzionale, mentre è evidente che ci si prepara a celebrare questo momento-cardine dell’anno con grandi abbuffate, viaggi e crociere, regali spesso inutili quanto costosi, nonché con la consueta strage di animali, botti pericolosi e shopping compulsivo, il tutto condito da tanta confusione e smog da traffico. Non ho alcuna intenzione di ‘corrigere mores’ né ci tengo a ripetere la solita lagna sulla perdita del vero senso del Natale, a vantaggio di una festa consumistica e pagana. Sono cose dette e ridette da persone molto più autorevoli di me, anche se evidentemente con scarsi risultati. Del resto, un Natale ‘celebrato’ in questa maniera ci riporta al senso originario del verbo latino, che dal significato di ‘frequentare’, ‘rendere numeroso’, ‘affollare’, è poi passato a quello di ‘solennizzare’ ed ‘onorare’. Non c’è dubbio, infatti, che l’affollarsi delle persone e la frequentazione di certi luoghi siano una chiave di lettura antropologica di qualsiasi festa, come ci hanno spiegato studiosi come Lanternari o Lombardi Satriani. Il problema è che la dimensione quantitativa della festa, anche al di fuori di una sua lettura etnografica, ha preso il sopravvento su quella qualitativa, che dovrebbe sottolineare il contenuto della celebrazione più che la sua manifestazione formale. 

download (3) anto premesso, lasciatemi dire che un Natale inteso come ulteriore occasione per affollare strade e negozi non è il modo migliore di celebrarlo, e non lo è neppure il fatto che ad affollarsi siano chiese o mostre presepiali. Cancellare la scintillante veste scenografica, iconografica o musicale del Natale, del resto, sarebbe un’assurdità e io, da buon napoletano, non propongo nulla di simile, anche perché ridurre la ‘forma’ di una festa non equivale a valorizzarne il ‘contenuto’. Penso solo che non dovremmo lasciare che quest’ultimo, con i suoi significati e valori, sia sempre più banalizzato e strumentalizzato per vendere prodotti e gadget vari o per dare un po’ d’ossigeno al settore turistico. Il fatto che questo Natale registri temperature sensibilmente superiori alle medie stagionali parrebbe un altro motivo per affollarci nelle strade, nei magazzini, nei cinema ed in tutti gli altri luoghi in cui crediamo di doverlo ‘celebrare’. Sarebbe però da sciocchi non renderci conto che tali anomalie climatiche sono il risultato di una dissennata politica energetica e d’un modello di sviluppo consumistico e predatorio verso le risorse della Terra e l’esistenza di tanti esseri, umani e non. Ma allora che razza di Natale vogliamo festeggiare, se tradiamo il principio stesso di questa parola, che sottende l’idea di ‘nascita’ e quindi di ‘vita’?

 images (6)chi pensa di festeggiare la Vita esaltando nei fatti una cultura di morte e di sfruttamento credo che vada contrapposta una visione assai diversa del Natale. E qui viene subito alla mente la bellissima lettera di don Tonino Bello, gli “auguri scomodi” d’un vero Pastore alla sua comunità. Il nocciolo di questo messaggio alternativo è che non si può celebrare il Natale dell’Emmanuele (in ebr.: ‘Dio con noi’) fingendo di non leggervi un invito a tutelare la vita in tutte le sue forme, un’esortazione all’accoglienza fraterna del bisognoso e dello straniero, uno stimolo a rifiutare una pace che non sia frutto della giustizia, ma ipocrita accettazione dello status quo.                                        “Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate…” (1) .               Un altro nesso logico che troppo spesso scordiamo – e che finiamo quindi col tradire – è quello tra ‘Natale’ e ‘Natura’. La radice è chiaramente la stessa e ci rinvia al concetto di ‘nascita’, riconducibile all’antica radice ‘GN’ che indica la generazione. Ma ciò che è stato generato ha anche un Genitore, per cui   danneggiare o distruggere la Natura equivale a disprezzare Chi l’ha creata.

images (9)  a prima considerazione che faccio è che non possiamo ‘celebrare’ il Natale senza soffermarci sul messaggio di vita che ce ne viene. La nostra sta diventando sempre più una cultura di morte, come sottolineavo in un mio articolo su “Oiko-nomia vs Death-Economy” (2). Certo, ognuno è libero di fare le sue scelte e d’impostare come crede la propria esistenza. Credo però che non si debba fare memoria del momento in cui Dio si è fatto uomo per salvarci utilizzando modalità che tradiscano questa scelta di vita e di riconciliazione. Durante le festività natalizie si registrano eccidi di animali, stragi di persone per incidenti e per guerre, violazioni delle più elementari norme di rispetto della natura e delle sue leggi. E’ di soli due giorni fa il bombardamento di una scuola di Damasco, nel quale sono morte 49 persone e si sono registrati più di 200 feriti. All’inizio di dicembre, in California è stata compiuta un’assurda strage di disabili (14 morti e 18 feriti) che stavano preparandosi a festeggiare il Natale. Per non parlare poi delle ordinarie stragi di animali sacrificati senza scrupolo ai nostri luculliani cenoni, evitare le quali non richiede una particolare determinazione e forza di volontà, visto che la stessa L.A.V. ci ricorda che “Se ogni italiano mangiasse vegetariano una volta alla settimana per un anno risparmieremmo la vita a 12 milioni di animali. Pesci esclusi.” (3) Né le feste delle altre religioni sono molto più rispettose del mondo animale, se i giornali ci riportano di vere e proprie ‘mattanze’ che insanguinano le celebrazioni nei paesi islamici e perfino in quelli di tradizione induista. Ebbene, proviamo almeno a bandire da questo Natale ciò che richiama la morte e la distruzione, dalle armi giocattolo regalate ai piccoli agli esplosivi in miniatura che dovrebbero allietarlo, ma l’anno scorso hanno mandato in ospedale 251 persone (361 nel 2013), con gravi ferite o mutilazioni.

images (8)  poi ricordiamo che non ci può essere Natale se non proteggiamo la Natura, rispettandone i ritmi e le leggi biologiche e salvaguardando il prezioso tesoro della biodiversità. Questa parola finalmente circola di più e sta diffondendo una maggiore consapevolezza della complessa ricchezza della vita, ma anche della sua fragilità. Un autentico profeta della tutela e promozione della biodiversità naturale è stato il mio grande amico e maestro Antonio D’Acunto, la cui scomparsa – circa un anno fa – ha privato i suoi tanti amici ed estimatori di una guida insostituibile. E proprio con le profetiche ed acute parole di Antonio, raccolte in un volume appena pubblicato, concludo questa riflessione sul collegamento tra Natale e Natura. E’ una lezione di vita e di speranza in un mondo dove quest’ultima non sia distrutta né biecamente sfruttata dall’uomo, bensì ‘celebrata’ in tutta la sua sacralità. Per Francesco d’Assisi era il modo per onorare il Padre attraverso i ‘frati’ e le ‘sore’ dei quali – ci ha ricordato il Papa – siamo stati fatti dominatori ma solo amorevoli ‘custodi’. (4)
     << LA BIODIVERSITA’ E’ > La biodiversità è il sogno di Francesco, santo d’Assisi. La biodiversità è la metamorfosi del bruco in farfalla dai mille colori, il chiarore donato dalle lucciole ai campi incontaminati, il ritmo della voce della cicala al calore dell’estate, felice dell’esistenza di spazi vitali. La biodiversità è la magica veste dell’aspide e della murena, il mimetismo della lacerta lepida, la spiaggia domizia, scelta misteriosa di procreazione della tartaruga del mare.La biodiversità è la delicatezza della biosfera, il ciclo meraviglioso dell’acqua, nel suo percorso dalle sorgenti alla pioggia, la vita del mare e dei suoi infiniti ambienti, il volto della Terra, non deturpato dalle violente aggressioni dell’uomo. […] La biodiversità è il dialetto, la tradizione, l’identità locale, espressione vitale dell’essere di ogni comunità, la musica, il canto, l’arte che l’accompagnano, la città nella peculiarità della sua storia e del suo divenire, luogo di incontro e socializzazione. La biodiversità è la lezione di Toro Seduto all’uomo bianco sul futuro della Terra, il testamento di Chico Mendez a difesa della sua Amazzonia, fonte di vita dell’intero Pianeta, il pensiero e la lotta di Martin Luther King contro ogni discriminazione, la pratica della non violenza di Gandhi.La biodiversità è il volto dolcissimo di Elena, Giulia, Antonio, Ileana e Francesca, del tutto comune a tutti i bambini del mondo. La cultura della biodiversità è la cultura della pace, delle mani tese alla solidarietà, opposta al lancio di bombe, intelligenti o non…>>  (5)

Auguri a tutti/e di buona vita!

NOTE ——————————————————

[1] Don Tonino Bello, Auguri scomodi, testo ripubblicato nel 2014 da Famiglia cristiana http://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-auguri-scomodi-di-don-tonino-bello.aspx

[2] Cfr. https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/07/25/oiko-nomia-vs-death-economy/

[3] http://www.cambiamenu.it/animali –  Visita anche: http://www.lav.it/

[4] Papa Francesco, Laudato sì – lettera enciclica sulla casa comune (2015) > http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

[5] Antonio D’Acunto,  Alla ricerca di un nuovo umanesimo, Napoli, edizioni “La Citta del Sole”, 2015.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )