A Gaza: oggi come 2000 anni fa

Leggevo –  sui pochi quotidiani che se ne occupano…[i] – della feroce repressione a Gaza della protesta palestinese da parte dell’esercito israeliano. Diciassette morti (fra cui un ragazzo) e millecinquecento feriti sono stato il tragico bilancio di questo impari scontro fra giovani armati di pietre e molotov e soldati con la stella di Davide. Una violenza sproporzionata contro chi continua a combattere una battaglia disperata, a distanza di 70 anni da Al-Nakba, la ‘catastrofe’ della sconfitta araba del 1948 e dell’esodo palestinese, che vide oltre 700.000 residenti espulsi dalla propria terra. Un dramma cupo, senza fine, che ha avvelenato per decenni un clima che non è mai stato disteso, ma che ora sta subendo una pericolosa escalation verso un sempre più violento conflitto armato.

Ma mentre seguivo la cronaca dei sanguinosi scontri a Gaza alla vigilia della Pasqua non ho potuto fare a meno d’immaginare quella tormentata striscia di terra ai tempi di Gesù di Nazareth, che, 2018 anni fa, moriva inchiodato sulla croce a Yerushalaym. La città santa della fondazione della pace – come paradossalmente recita in lingua ebraica il suo nome – dista circa 77 km da Gazza/ Azzah, allora la principale delle città dei Filistei, quei Palestinesi che da sempre avevano opposto una fiera resistenza all’espansionismo dei Giudei, riuscendo a resistere perfino a Giosuè. [ii]

«Gaza divenne la metropoli delle cinque satrapie che formavano il territorio dei Filistei e, come le altre quattro città (Ascalon, Accaron, Azotus – sempre che non si tratti della stessa Gaza – e Gat) ebbe un re il cui potere si estendeva a tutte le città e i villaggi della regione. Sansone, per fuggire dalle mani dei filistei, trasportò sulle sue spalle le porte della città durante la notte fino alle montagne circostanti (Giudici 16:3); fu a Gaza che, cieco e prigioniero dei filistei, fece crollare il tempio di Dagon su se stesso e i suoi nemici.»  [iii]

Una sessantina di anni di anni a.C., Pompeo aveva messo fine alla dominazione seleucide, occupando Gerusalemme e liberando quanto restava di Gaza e delle altre città della Pentapoli, annesse al regno di Giuda, dal 140 a.C.  Il fatto è che Gaza aveva un’indubbia importanza strategica, trovandosi proprio sulla c.d. ‘via dell’incenso’, mediante la quale si controllava questo importante traffico commerciale. Non a caso lo stesso nome della città, con quella radice verbale –zz , evochi in ebraico proprio l’idea della forza, della potenza.

una-moneta-di-alessandro-ianneo-clara-amit-israel-antiquities-authority« ….Il re asmoneo Alessandro Ianneo non solo conquistò Gaza spingendosi poco più a Sud, ma prese anche il deserto del Negev e per decenni impedì ai nabatei di usarne la Via dell’incenso. Uno dei siti esaminati è Horvat Ma’agurah, situato in un punto strategico che dà sul Nahal Besor – un wadi nel Sud d’Israele -. Qui passava la Via dell’incenso che collegava Petra e Gaza. I nabatei vi trasportavano beni preziosi, come mirra e franchincenso, dall’entroterra verso i porti del Mediterraneo e in Egitto (…) I ritrovamenti a Horvat Ma’agurah indicano che dopo la conquista di Gaza nel 99 a.C., Alessandro Ianneo costruì una fortezza con quattro torri dentro un precedente caravanserraglio nabateo[iv]

Venendo ai tempi di Gesù, una testimonianza neotestamentaria su Gaza, nel periodo seguente la sua condanna a morte ed la sua Risurrezione, ci viene fornita da un passo degli Atti degli Apostoli, dove troviamo un singolare episodio che ha come protagonista Filippo, uno dei primi sette diaconi.

« Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: «Alzati, e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti, e raggiungi quel carro».[v]

A questo ‘evangelista’ della prima ora era stato chiesto d’incamminarsi proprio sulla strada che conduce a Sud, verso Gazza/Azzah, ma non è chiaro se l’aggettivo deserto (ἔρημος > éremos)  usato nel brano si riferisca alla città o alla via. Qualcuno ha fatto osservare inoltre che Luca – l’autore degli Atti, scritti in greco – aggiunga alla narrazione una sorta di gioco di parole. Il ‘tesoro’ della regina Candace cui egli sovrintende, infatti, viene designato dall’evangelista utilizzando una rara parola persiana: γάζα. Ne deriva quindi che l’eunuco si reca a Gaza portando con sé la gaza della sua regina…[vi]

SAN FILIPPO BATTEZZO EUNUCOFatto sta che proprio su quella via Filippo incontra quell’autorevole ministro, un africano e per di più un eunuco. Questi, di ritorno dal tempio di Gerusalemme, è intento nella lettura del libro di Isaia ed in particolare di quel passo (il c.d. IV canto, da 52:13 a 53:12) in cui si parla del servo sofferente (עֶבֶד ) di Jahvé.  Si tratta di una figura misteriosa che l’etiope non è in grado d’interpretare, almeno da solo, per cui ricorre volentieri al diacono per riceverne le necessarie spiegazioni. Ricco e importante com’è, egli avverte comunque la mancanza nella sua vita di qualcosa o di Qualcuno che le dia senso. Quindi Filippo gli spiega che quella di Isaia era esattamente la profezia ci ciò che era accaduto da poco a Gerusalemme, quando Gesù il Nazareno era stato ucciso, proprio come un “agnello senza voce” condotto al macello per la salvezza di tutti, compresi gli stranieri e gli eunuchi. Ed è proprio lungo quella strada, in un’oasi nel deserto, che Filippo non si limita a trasmettergli la ‘buona novella’, ma lo battezza – su sua richiesta – confermando che Dio non fa differenze né tanto meno “preferenze di persone”, come proclama anche Simon Pietro in un passo successivo.[vii]

Questo episodio degli Atti degli Apostoli, in questi giorni di Pasqua, dovrebbe farci riflettere sul messaggio religioso di questo passo neotestamentario, ma anche sulla triste realtà attuale della Palestina e sul perdurare dei conflitti etnici e religiosi in quella sventurata terra e nell’intero Vicino Oriente. Stiamo parlando infatti di una regione che ci è abbastanza prossima e che per noi Cristiani dovrebbe significare molto di più, ma verso la quale restiamo troppo distratti e lontani. La cronaca dei fatti connessi alla repressione israeliana della protesta palestinese a Gaza ci costringe adesso a focalizzare la nostra attenzione su quella tragedia senza fine.

«La striscia di Gaza confina con l’Egitto: guardandola sulla cartina geografica è quasi nulla; salvo errori, è circa la metà della provincia di Lodi, poco più di Monza-Brianza. Qui vengono ora uccise decine di persone al giorno, centinaia di migliaia affamate, ferite, lasciate senza casa. I bambini giocano nei cimiteri. I morti per la guerra in questi anni si contano a decine di migliaia. Provate a immaginarvi Lodi o la Brianza distrutte da due contendenti che vogliano entrambi una soluzione finale…» [viii]

Il fatto è che immaginare l’assurdità di questo conflitto infinito ci è sicuramente utile ma non ci aiuta necessariamente a risolverlo. O almeno non ci offre soluzioni convenzionali, quelle tradizionali di tutte le guerre, in cui c’è chi vince e c’è chi perde. L’unica via nel deserto dell’incomprensione e dell’ostilità reciproca è quella della nonviolenza evangelica, predicata da Colui che in questi giorni celebriamo, troppo spesso senza capirne la forza profondamente rivoluzionaria. Proprio nel deserto dello spirito, allora, dovremmo finalmente avvertire – come l’eunuco etiope – il bisogno di qualcosa di diverso,  di un’alternativa alla cieca e folle alternanza di violenze e vendette. E’ su quella difficile strada che porta da Gerusalemme a Gaza che dobbiamo sperare d’incontrare chi, finalmente, ci faccia comprendere quello che leggiamo da oltre duemila anni senza capirlo a fondo.

cartina-palestinaAnche lo studio della storia può aiutarci a comprendere il dramma del popolo filisteo/palestinese, che da ancor più tempo sembra condannato ad essere sottomesso e disperso. Uno sforzo, infine, dovrebbe essere fatto per mettere in luce tutto quanto è già stato fatto per valorizzare – nella legittima lotta del popolo palestinese –  l’azione nonviolenta, la resistenza non armata e l’utilizzo di tutte le possibili tecniche di opposizione alternativa.  In tal senso ci sono già stati molti contributi e approfondimenti, fra cui quello di Giulia Valentini, al quale rimando, limitandomi a citarne la conclusione:

« La resistenza nonviolenta è il miglior mezzo per combattere l’occupazione israeliana ed assicurare che i diritti dei palestinesi vengano rispettati. […] Per far sì che questo accada, però, è necessario che anche la comunità internazionale faccia la sua parte; la continua crescita del movimento nonviolento palestinese non può essere mantenuta se percepita dai suoi membri come inutile. E’ necessario che la resistenza nonviolenta palestinese venga riconosciuta come tale ed apprezzata dal mondo, che le venga data più attenzione dalla stampa internazionale ed infine che la società civile internazionale le offra il suo sostegno e cooperazione.» [ix]

Qualcuno potrebbe pensare che in questo aspro conflitto l’unico nostro ruolo sia quello di spettatori, ma non è e non deve essere così. Certo, occorre in primo luogo schierarsi con chiarezza dalla parte di chi subisce da decenni l’occupazione israeliana, ma non basta. Ci sono anche altri modi per agire, mettendo in pratica l’ I CARE di cui parlava don Milani, poiché non c’è niente che non ci riguardi e che, in qualche misura, non dipenda anche da noi. In questo senso è opportuno ricordare che il boicottaggio è una delle tecniche classiche dell’azione nonviolenta. Boicottare chi non accetta nessuna legge internazionale, come Israele, non è infatti un atto di ‘antisemitismo’ (come se i Palestinesi non fossero altrettanto Semiti…) bensì di giustizia e d’impegno civile per la pace. Ecco perché appoggio le campagne di B.D.S. Italia, aderire alle quali può essere un modo per non restare passivi alla finestra, mentre si consumano ingiustizie e violenze nell’indifferenza dei più.  Anche per coerenza col messaggio di Colui che abbiamo ricordato a Pasqua, la cui salvezza è stata destinata a tutti indistintamente, proprio perché “Dio non fa preferenze di persone“.

 — N O T E —————————————————————–

[i]   V. ad es. l’articolo su  Il Fatto quotidiano > https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/31/gaza-17-palestinesi-uccisi-e-oltre-2mila-feriti-negli-scontri-lonu-indagine-indipendente-sui-fatti-annunciate-altre-proteste/4264211/

[ii]   Cfr. i passi biblici : Genesi 15:18; Giosuè 15:47; Amos 1:7

[iii]  https://it.wikipedia.org/wiki/Gaza#cite_note-5

[iv]  Cfr. “Gli Asmonei nel Negev”, Il fatto storico (Dic. 2009) > https://ilfattostorico.com/2009/12/10/gli-asmonei-nel-negev/

[v]  Cfr. Atti, 8: 26-40

[vi] “Filippo battezza l’eunuco etiope sulla strada di Gaza (At 8,26-40): un’immagine del catechista e della catechesi. Una meditazione della prof.ssa Bruna Costacurta” ,  Gli scritti (22.07.2009) > http://www.gliscritti.it/blog/entry/278

[vii] Atti, 10:34 – Nel testo greco:  ” Ἐπ ἀληθείας καταλαμβάνομαι ὅτι οὐκ ἔστιν προσωπολήπτης  θεός ” .  Tale espressione ricalca quella ebraica “panim nasa”, che indicava il gesto di ‘sollevare il viso’ come segno di favore/preferenza verso qualcuno piuttosto che verso altri (cfr.  https://www.libreriauniversitaria.it/nuovo-testamento-paoline-editoriale-libri/libro/9788831519625, p. 452)

[viii] Mario Pancera, “Nella agitata Palestina di duemila anni fa, Pietro battezzava anche i nemici”, Criticamente,31.07.2014 > http://www.criticamente.it/2014/07/31/gaza-e-tel-aviv-ai-tempi-turbolenti-di-gesu/

[ix] Giulia  Valentini, La resistenza nonviolenta palestinese > http://www.archiviodisarmo.it/index.php/en/publications/magazine/magazine/finish/87/912

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“Al cor gentil rempaira sempre amore…”

Elogio della gentilezza

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Illustrazione dell’articolo su TIME ( Jan. 15, 2018)

Circondati come siamo dagli echi di stragi, vendette, ostilità e polemiche a tutti i livelli,  può  sembrare bizzarro che si parli della gentilezza e della sua importanza. Siamo talmente abituati all’aggressività ed alla violenza  che risalta dalla realtà quotidiana che essa ci suona come una parola fuori dal tempo, una virtù ormai in desuetudine, un atteggiamento arcaico ed obsoleto.

Il titolo che ho scelto cita infatti l’incipit della nota ‘canzone’ di Guido Guinizzelli, manifesto stilnovista che ci ricorda la perduta gentilezza. Eppure lo spunto per questa mia riflessione è assai più recente, trattandosi di un articolo pubblicato sul numero del 15 gennaio di TIME magazine, il cui titolo augurale è: “One hope for the new year: a kinder culture” [i].  L’argomento sul quale l’autrice, Kristin van Ogtrop, ha voluto richiamare la nostra attenzione – presa prevedibilmente da ben altro… – è proprio la speranza che il nuovo anno ci renda più consapevoli di quanto sia importante impegnarsi, a partire dalla scuola, per sviluppare e diffondere una ‘cultura più gentile’.  Non si tratta certamente della ducentesca visione del ‘cor gentil’ in cui si rifugia l’amore, come un uccello tra le foglie di un albero, bensì dell’esperienza attuale e diretta del figlio dell’autrice, al primo anno come maestro elementare in una scuola pubblica statunitense. Egli si dichiarava sorpreso di quanto  i suoi alunni di 8-9 anni si trattassero male l’uno con l’altro ma, al tempo stesso, manifestassero il bisogno di ricevere quella gentilezza di cui essi non sono però portatori.

«Sul piano quotidiano, essi inciampano in tre ostacoli: mancanza di controllo degli impulsi, incoscienza e difficoltà a perdonare o a lasciar perdere” – osserva la Ogtrop, precisando che ciò non dipende dagli stessi bambini, ma piuttosto dal modello socio-culturale che essi assorbono dagli adulti – Nella nostra ricerca del successo, siamo diventati troppo individualisti, troppo egoisti, restii ad ammettere di essere dipendenti da qualcuno. Ma Phillips e Taylor credono che ci sia ancora speranza nei bambini, se noi adulti non li roviniamo. Essi scrivono: “Il riflesso virtuale della preoccupazione e dell’impegno che i bambini mostrano per gli altri fin troppo facilmente si perde crescendo; e tale perdita, quando si verifica su scala abbastanza ampia, è un disastro culturale”» [ii]

Giunto ormai quasi al termine della mia esperienza educativa, dopo 10 anni di lavoro socio-culturale di base ed altri 33 d’insegnamento nelle scuole medie statali, ammetto di essere stato colpito dall’articolo e dagli interrogativi che esso pone. Col passare del tempo, infatti, registro anch’io un diffuso deterioramento del rapporto interpersonale fra i ragazzi, caratterizzato da una crescente aggressività – più psicologica che fisica – e da un alto tasso di polemicità ed intolleranza reciproca. Maniere gentili,  disponibilità ed empatia – sebbene oggi nella scuola se ne parli più di prima – sembrano essere stati sostituiti sempre più spesso da atteggiamenti egocentrici, insofferenza verso i compagni e tendenza all’affermazione personale a tutti i costi. Ma che cos’è che spinge bambini, ragazzi ed adolescenti dei nostri tempi a scordarsi delle buone maniere e ad assumere comportamenti che talvolta rasentano la prevaricazione? E, soprattutto, come mai quegli stessi soggetti in altri momenti appaiono fragili, maledettamente sensibili all’aggressività altrui e bisognosi di comprensione e protezione?

Senza dubbio un grosso peso in questo logoramento dei rapporti tra pari lo ha l’atmosfera sociale in cui i nostri ragazzi vivono quotidianamente, respirando a pieni polmoni l’individualismo, l’egoismo e l’incapacità di sentirsi dipendenti dagli altri che caratterizza i rapporti fra gli adulti, come sottolineava la Ogtrop. Il fatto è che è venuta progressivamente meno la spinta alla ricerca di un bene davvero comune. Si sono estinti a poco a poco i legami parentali ed amicali che tenevano insieme le comunità di una volta. Si è, insomma, esaurita quasi del tutto la carica solidaristica derivante sia dalla ‘fraternità’ della morale cristiana, sia dall’etica laica motivata da una visione socialista. E non si può negare che i risultati sul piano relazionale – e quindi sotto il profilo psicosociale – siano sotto gli occhi di tutti.

Diffidenza, paura, aggressività, diffidenza, paura…

images (3)Il Mahatma Gandhi – della cui morte si celebra il 70° anniversario – ci invitava ad “essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. E’ una delle sue frasi più famose e citate, ma forse oggi dovremmo interrogarci preliminarmente se noi adulti siamo ancora capaci di perseguire una visione del mondo che ci porti a quel cambiamento cui dovremmo improntare i nostri comportamenti.  Non si tratta, secondo me, soltanto dell’abituale  incoerenza tra fini e mezzi – che ha sempre finito col giustificare la violenza – ma di una più sostanziale perdita di una prospettiva che ci motivi davvero al cambiamento. Sappiamo bene che ogni forma di aggressività nasce in qualche modo dalla diffidenza, dalla paura, dalla difesa del sé, dal rifiuto dell’idea stessa che gli altri c’impongano la loro volontà. In assenza di certezze sulla solidità dei legami che dovrebbero unirci, questa paura dell’altro è quindi diventata ancora maggiore, alimentata da diffidenze , egoismi e meccanismi di autodifesa, capaci di trasformarsi anche in strumenti di offesa preventiva.

Eppure  – almeno a livello mentale – dovremmo essere più consapevoli ormai che la gentilezza è un’ottima arma difensiva, nella misura in cui smonta l’aggressività altrui e disarma con la forza della mitezza chi ci voglia attaccare. Non mi riferisco ad una filosofia astratta, ma a principi che perfino i bambini imparano quando iniziano a praticare arti marziali, ad esempio il rispetto, la determinazione, la pazienza, la resistenza, la flessibilità, l’adattabilità, la fiducia e, soprattutto, l’autocontrollo. Sono tutte qualità che, viceversa,  spesso difettano ai nostri ragazzi, soprattutto il controllo degli impulsi distruttivi, che è poi il fulcro di una nonviolenza da costruire giorno dopo giorno ed a partire da se stessi. Bisogna ammettere, d’altra parte, che si tratta di un’impresa non facile in una società che sempre più frequentemente presenta come modelli da imitare persone arroganti, maleducate, urlanti, offensive e costantemente in posizione d’attacco.  Non dobbiamo però disperare, perché – anche a prescindere da insegnamenti morali e religiosi – l’umanità sta lentamente riscoprendo che, in fondo, essere gentili ci aiuta, che può essere un reale vantaggio.

« Per fortuna, come spesso avviene nelle crisi specie quando sono veramente grandi, il cambiamento passa per lo stretto sentiero dell’utilità. E così lentamente, sottotraccia, stiamo scoprendo che essere gentili conviene (tra l’altro non costa nulla) e non esserlo è uno spreco in termini di qualità della vita, sentimenti e salute compresi. Piero Ferrucci, filosofo e psicologo, in un famoso libro intitolato La forza della gentilezza (edizioni Mondadori), scrive: «La gentilezza non è un lusso, ma una necessità». Un concetto che oggi circola molto attraverso il canale di Internet, dove si stanno moltiplicando le condivisioni dei comportanti ispirati alla cortesia, le associazioni come Il “Movimento italiano per la Gentilezza” (www.gentilezza.it), e perfino i corsi sul web delle buone maniere, quelle che nella scuola reale sono state cancellate. Tempo al tempo e vedrete che la gentilezza tornerà di moda, di gran moda…» [iii]

Educare alla gentilezza, di conseguenza, dovrebbe essere una preoccupazione per ogni docente, se non altro per stemperare il clima competitivo e assai poco solidaristico che troppo spesso si avverte nelle nostre aule scolastiche. Bisogna educare alla gentilezza perché – citando ancora Guinizzelli – l’amore trova rifugio solo nei cuori gentili, per cui una seria educazione all’affettività è indispensabile alla formazione umana e civile degli studenti. Ma bisogna farlo anche perché la gentilezza non è affatto un punto di debolezza bensì di forza nello sviluppo umano dei singoli, ed inoltre contribuisce a sviluppare un clima più armonico e costruttivo nelle comunità in cui viviamo.

Gentilezza autentica, non ipocrita cortesia formale

images (1)Ovviamente quando faccio questa affermazione mi riferisco alla gentilezza autentica, che viene dal cuore e dalla mente, non alle generiche ‘buone maniere’, che ne costituiscono un’etichetta esteriore ed un po’ ipocrita, sebbene parzialmente da riscoprire in tempi di arroganza e volgarità.

« Ancora oggi, per la verità, quando parliamo di «gentilezza» cadiamo nel tranello semantico: gentile vs maleducato. E forse la Giornata Mondiale della Gentilezza (che è ricorsa ieri come ogni 13 novembre) è stata creata apposta per rivendicare un po’ di sacrosanta buona educazione. Naturalmente in un mondo essenzialmente maleducato, scorbutico, brutale come il nostro la gentilezza così intesa sarebbe già tanto, ma non è tutto. Perché, lungi dall’essere l’equivalente della cordialità zuccherosa, la gentilezza è, insieme ad altre virtù, un cardine della «grammatica dell’interiorità», come direbbe uno studioso dei sentimenti qual è Antonio Prete.» [iv]

E’ evidente che a portare avanti questa ri-educazione alle gentilezza  non basta la pur importante formazione scolastica, se la nostra vita quotidiana – e quella dei nostri figli –  resta improntata a relazioni scostanti, conflittuali, talvolta decisamente aggressive. Non serve insegnare la gentilezza reciproca dentro le aule scolastiche se tali imput educativi si scontrano regolarmente con maniere brusche, pretese egoistiche ed incapacità di esprimere sentimenti come il rispetto delle esigenze e sensibilità altrui, la consapevolezza dei nostri limiti ed il senso di gratitudine per ciò che gli altri fanno per noi.

« In pochi anni nelle nostre case, secondo una ricerca dell’associazione Gentietude che promuove uno stile di vita fondato sulle buone maniere, in quasi la metà delle famiglie italiane sono state rimosse le parole Grazie, Per favore, Posso? Cancellate. A rimetterle in campo ci ha dovuto pensare Papa Francesco che con il suo linguaggio diretto ha invocato, non solo per i cristiani, l’uso di tre parole per dare longevità alla vita matrimoniale. Grazie, Permesso e Scusa. Tre vocaboli che non siamo più abituati a pronunciare, quando chiediamo un’informazione in strada, quando spintoniamo qualcuno per la fretta di raggiungere un luogo (ma dove corriamo ogni attimo della nostra esistenza?), quando interrompiamo chi sta provando a parlarci, a comunicare oltre il muro dell’autismo dei nostri pensieri autoreferenziali ed egocentrici.» [v]

E’ la stessa autoreferenzialità che si trasforma spesso nella presunzione di poter fare a meno degli altri, o addirittura nella convinzione che gli altri siano ostacoli alla nostra autoaffermazione. Entriamo quindi in una continua collisione con i corpi e le menti di chi ci sta intorno, perché non sappiamo più dare il giusto peso alla collaborazione, all’integrazione, allo sforzo comune per conseguire obiettivi che siano collettivi e non solo personali. E’ ciò che succede in famiglia, nei rapporti di vicinato, nelle relazioni di lavoro e perfino nella sfera virtuale degli spettacoli televisivi, cinematografici e delle stesse attività ludiche e ricreative, che tanta influenza esercitano soprattutto sui minori.  Gli effetti su personalità in formazione come quelle dei nostri figli e nipoti, infatti,  sono fin troppo evidenti.

Qualche giorno fa ho chiesto a degli alunni di terza media quali significati attribuissero al termine ‘gentilezza’, facendoli esprimere in un improvvisato brainstorm. Le risposte – anche se si tratta di una classe che non si contraddistingue propriamente per questa virtù – sono state pronte e significative. Buona educazione, bontà, generosità, disponibilità, empatia, rispetto, amicizia, gratuità sono solo alcuni dei termini che quei ragazzi hanno collocato nel campo semantico della ‘gentilezza’, dimostrando chiaramente come si possano avere le idee chiare in proposito, pur senza necessariamente comportarsi nella maniera delineata da questi termini. Riabituarci e riabituare i nostri ragazzi a modi meno sbrigativi ed autoreferenziali, pertanto, è l’unica strada per cercare di essere il cambiamento di cui pur avvertiamo il bisogno.

Per una ri-educazione sentimentale

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N. Drew – Ch. M. Tinari, Simple Tips for a Kinder  Middle School Culture, Free Spirt Publications

 

E’ esattamente lo sforzo che c’invitava a fare, cominciando già dalle piccole cose di ogni giorno, Massimo Gramellini in uno dei suoi ironici corsivi.

«La defunta [gentilezza] non richiedeva sacrifici particolari e nemmeno eroismi. Solo un po’ di educazione e, prima ancora, di umanità. Era una forma mentale. Talvolta ipocrita, e però utile ad ammorbidire le asprezze della vita quotidiana. Grazie, prego, passi pure, mi scusi, ma si figuri, non me n’ero accorto, ha bisogno?, c’era prima il signore, non si preoccupi, disturbo? Ciascuna di queste espressioni, e dei gesti che spesso le accompagnavano, era una pennellata di grasso sugli ingranaggi esistenziali. Un balsamo che non migliorava le cose, ma consentiva di affrontarle per quel che erano, senza dovervi aggiungere lo sconforto che sempre ci assale quando abbiamo la sensazione di andare contromano […] L’idea che nelle relazioni umane sia ancora possibile mettersi nei panni degli altri è considerata bizzarra. Ma non me ne vengono in mente di migliori per uscire da una crisi che ha spolpato i portafogli solo perché da tempo aveva già corroso i cuori.» [vi]

Un mezzo indispensabile per svolgere una efficace formazione alla gentilezza è, a mio avviso, la educazione alla comunicazione nonviolenta, cioè all’utilizzo di un linguaggio costruttivo e non distruttivo, che contribuisca a costruire ponti anziché muri. E’ dalla metà degli anni ’80 che mi sono cimentato in questo percorso, ipotizzando una ‘educazione linguistica nonviolenta’ che aiuti i nostri ragazzi ad uscire dalla violenza – manifesta ma spesso subdola – di una comunicazione aggressiva, ambigua e fonte di ostilità e di divisioni. [vii]  E’ innegabile che si tratta di un lavoro didattico  molto più impegnativo di quello di trasmettere conoscenze o meglio, come si preferisce adesso, costruire competenze.  E’ però un obiettivo che non possiamo permetterci di mancare, pena la perdita di quelle doti essenziali che hanno consentito all’umanità di sopravvivere alla sua stessa strenua lotta per la sopravvivenza.  Si tratta infatti di riscoprire quella ‘humanitas’ tanto lodata dagli antichi ma che si presenta come una virtù complessa, che racchiude in sé gli ideali di attenzione, comprensione, cura reciproca e benevolenza. In una parola, si tratta di aiutare i più giovani a ricercare ciò che ci unisce e ci fa sentire fratelli e solidali.  In un contesto più vicino a noi, si tratta insomma di rendere centrale l’ammonizione di don Milani, che sulla parete della sua scuola aveva fatto apporre il cartello ‘I CARE’ «…il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E’ il contrario del motto fascista “Me ne frego”

In un momento in cui tornano ad avvertirsi, cupi e minacciosi, gli echi del nazionalismo, del razzismo e del disprezzo per chi è diverso, dunque, sarebbe opportuno ricordarci del monito del Priore di Barbiana e ridare il giusto peso a quel semplice motto. Esso certamente prefigurava una disposizione d’animo che va ben oltre la semplice gentilezza, ma di cui la vera gentilezza è un sicuro segnale. Essa va accompagnata da una più complessiva educazione al rispetto degli altri, all’autocontrollo personale, alla disposizione al perdono ed alla riconciliazione. I nostri ragazzi dovrebbero imparare in primo luogo – dagli insegnamenti ma soprattutto dal nostro esempio – l’importanza di utilizzare più spesso semplici espressioni come quelle suggerite da Papa Francesco: grazie, permesso, scusa. E non solo per apparire più educati e corretti, ma perché le lacerazioni dell’animo e le ferite psicologiche non si guariscono ferendo e lacerando anche la sensibilità degli altri. E’ l’esercizio delle virtù che il catechismo cattolico definisce ‘cardinali’, cioè: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Sembrerebbero termini fuori corso, concetti desueti, espressioni ormai prive di senso. Eppure – secondo il Vangelo – non c’è agàpe (la fondamentale virtù teologale della ‘carità’) se non si comincia ad assumere atteggiamenti e comportamenti improntati a quelle quattro qualità basilari. In particolare la fortezza  ci parla di una grande forza interiore, che è  poi l’esatto contrario della ‘debolezza’  che si attribuisce erroneamente a chi è gentile.

images (2)Si tratta di un addestramento quotidiano, attraverso il quale i ragazzi possano comprendere – praticandola –  che la gentilezza non ci sminuisce, non ci rende più fragili ed esposti, ma piuttosto ci fortifica interiormente, ci apre all’altro e ne smonta l’aggressività. La mitezza evangelica [viii] – una delle beatitudini – parte dall’amore per il prossimo e genera amore nel prossimo. Non è mai passività, rassegnazione o resa al male, bensì reazione costruttiva e non distruttiva, resistenza nonviolenta.  E allora recuperiamo questo basilare insegnamento, che troviamo anche in altre culture, a partire da quelle orientali, per le quali una pratica importante è quella del mantra, la ripetizione mentale di una frase che racchiuda un insegnamento. Anche antiche popolazioni hawaiane utilizzavano una pratica del genere, che è stata recentemente riproposta a noi occidentali di oggi.

« Ho’oponopono è un metodo di pulizia mentale e spirituale, una purificazione dalle paure e dalle preoccupazioni […] Ogni volta che qualcosa ci disturba, che percepiamo di essere in una disarmonia, che riconosciamo un conflitto o un problema, possiamo fare Ho’oponopono. 1. Preghiamo di ottenere conoscenza, coraggio, forza, intelligenza e calma. 2. Descriviamo il problema e poi cerchiamo nel nostro cuore il modo in cui abbiamo contribuito a crearlo. Il nostro contributo può essere per esempio un giudizio, un determinato comportamento o un ricordo che va guarito. 3. Perdoniamo incondizionatamente e pronunciamo le quattro frasi magiche: mi dispiace; perdonami; ti amo; grazie. 4. Ringraziamo, ci fidiamo e lasciamo andare.» [ix]

oponoCostruiamo insieme, dunque, una cultura della gentilezza, utilizzando gli insegnamenti della saggezza antica ed i precetti morali della religione, ma anche quello che c’insegna la psicologia. Ce n’è tanto bisogno e non possiamo limitarci ad aspettare che siano gli altri a prendere l’iniziativa. Ecco perché, gandhianamente,  dobbiamo sforzarci di diventare il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Facciamolo però senza sentirci superiori agli altri, anzi perdonandoci la nostra stessa debolezza, praticando in tal modo la gentilezza prima verso noi stessi.

N O T E ——————————————————————————

[i] Kristin van Ogtrop, “One hope for the new year: a kinder culture” TIME, Jan. 15,2018  > http://time.com/5087376/one-hope-for-the-new-year-a-kinder-culture/

[ii] Ibidem  ( il testo citato dall’autrice è : Adam Phillips, Barbara Taylor, On Kindness, 2009 > https://www.amazon.com/Kindness-Adam-Phillips/dp/0374226504/ref=mt_hardcover?_encoding=UTF8&me=

[iii] Antonio Galdo, “Importanza della gentilezza e dell’educazione, due valori importanti da non sprecare “ , Non sprecare.it (13.11.2017 )> http://www.nonsprecare.it/essere-educati-conviene-elogio-della-gentilezza?refresh_cens

[iv]  Paolo Di Stefano, “Elogio della gentilezza: ecco perché ne abbiamo bisogno”, Corriere della Sera, 17.11.2014 > http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_14/elogio-gentilezza-giornata-bisogno-6cb8371e-c8b0-11e7-83f4-5d7185c8c90c.shtml

[v]  A. Galdo, op. cit.

[vi] Massimo Gramellini, “Della gentilezza”, La Stampa, 27/02/2009 > http://www.lastampa.it/2009/02/27/cultura/opinioni/buongiorno/della-gentilezza-dj6Hg0JAK2i6GKXzQ1D1kO/pagina.html

[vii] Ermete Ferraro, Grammatica di Pace. Otto tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Satyagraha, 1984; vedi anche l’articolo sul mio blog: https://ermetespeacebook.com/2010/03/04/educazione-linguistica-nonviolenta/ ed il fondamentale testo di Marshall Rosemberg, Manuale pratico di comunicazione nonviolenta per lo studio individuale o di gruppo del libro «Le parole sono finestre (oppure muri)» , 2014, Esserci .

[viii]Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Mt 5, 5). Lo stesso Gesù si auto-definisce “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29), ed in entrambi i casi l’evangelista Matteo utilizza il vocabolo greco πραΰς , che significa appunto: gentile, umile, dolce.

[ix] Ulrich Emil Duprée, Che cos’è lo Ho’Oponopono? – Estratto dal libro: Ho’Oponopono – La forza del perdono > https://www.macrolibrarsi.it/speciali/che-cos-e-ho-oponopono-estratto-dal-libro-ho-oponopono-la-forza-del-perdono.php

Ri-auguri scomodi…

images (1)Cari amici ed amiche,

come don Tonino Bello oltre venti anni fa, avverto anche io il bisogno di non rivolgervi i soliti “auguri innocui, formali, imposti dalla routine del calendario”. Il santo Vescovo allora chiarì che gli risultava davvero impossibile dire a qualcuno ‘Buon Natale’ senza al tempo stesso arrecargli disturbo, senza infastidirlo con degli auguri che, venendo da un cristiano, non possono che essere scomodi.  Il fatto è che abbiamo da tempo smarrito il vero senso del Natale ed il senso rivoluzionario della nascita del ‘Dio con noi’. Preferiamo intenerirci davanti al Bemmeniello del presepe – o peggio incantarci davanti agli stupidi simboli del Christ-massa, fatto di babbinatale renne, pupazzi di neve e befane – anziché cogliere il vero senso della Natività. Ebbene, don Tonino allora ci augurò che essa riuscisse a darci “…la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali” . Sferzò la “coscienza ipocrita” di quei finti cristiani, augurandogli:

“ …di sentirsi dei vermi ogni volta che la (loro) carriera diventa idolo della (loro) vita, il sorpasso il progetto dei (loro) giorni, la schiena del prossimo strumento delle (loro) scalate.”

Venti anni dopo, purtroppo, constato che ci sono ancor meno persone disposte ad accettare il suo provocatorio augurio, preferendo piuttosto “respingerlo al mittente come indesiderato”.  Sempre di meno, infatti, mi sembrano coloro che riescono a cogliere l’attualità delle sue parole:

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame”.

Oggi più che mai, alla “sonnolenta tranquillità” della maggioranza continua ad aggiungersi il “complice silenzio” di tanti che non vogliono vedere né capire ciò che succede intorno a loro, anche se ignorarlo è ormai davvero difficile in un mondo sempre più globalizzato e dominata dai media. Non mi riferisco del resto solo ai grandi problemi mondiali (dal riscaldamento globale alla desertificazione di sempre maggiori aree; dalla cinica speculazione finanziaria alla crescita del divario tra ricchi e poveri; dalla minaccia nucleare alla più generale corsa agli armamenti) ma anche a quelli che ognuno di noi vive spesso in prima persona. Parlo delle piccole e grandi ingiustizie quotidiane, delle violenze palesi e sottili, delle discriminazioni di un razzismo montante, dei cambiamenti imposti dall’alto come le uniche soluzioni possibili, del conformismo che porta le persone ad omologarsi acriticamente al pensiero dominante. Si direbbe che tutto ci scivoli addosso senza suscitarci una sana (e santa) reazione di indignazione, di riscossa, di resistenza. Sembra, insomma, che ci abbiano vaccinato anche contro le reazioni allergiche alle falsità, alle ingiustizie ed alle disuguaglianze…

imagesSia che si tratti di problemi ambientali che ci riguardano da vicino, oppure di malasanità vissuta in prima persona, di modelli pseudo-educativi spacciati per ‘buona scuola’, della mercificazione del lavoro e perfino del tempo libero o anche della cancellazione di ogni diversità ed originalità in nome della libertà, le reazioni che si notano sono sempre meno significative e decise. Quelli ai quali, come a me, capita spesso di opporsi, denunciare, protestare, rivendicare e fare resistenza, restano quindi sempre più isolati, visto che tanti altri preferiscono distrarsi, girare la testa da un’altra parte, far finta di non comprendere o, peggio ancora, hanno già scelto di conformarsi supinamente allo status quo. Ecco perché anche io – da cristiano ma anche da ecologista e da pacifista – vorrei indirizzare a tutti/e voi i miei scomodi e fastidiosi auguri. Voglio farvi perciò gli auguri per un Natale che non compiaccia il perbenismo ipocrita di chi si ostina a non capire che il Cristo che festeggiamo è sì venuto a liberarci dal male, ma che la risposta ai troppi mali che ci circondano dobbiamo sforzarci di darla noi, in prima persona, con l’esempio e con la lotta nonviolenta, se non vogliamo diventarne complici.

Auguriamoci dunque anche noi che “gli angeli che annunciano la pace portino guerra alla sonnolenta tranquillità”, svegliando dal torpore e dall’inerzia chi ha dimenticato (e fatto dimenticare) che non c’è Natale senza un’autentica rinascita della coscienza.

 

Da Giano a san Gennaro: chiudere le porte alla guerra.

San-GennaroIn questi giorni Napoli si prepara a festeggiare ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato.   San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto un’importanza centrale rispetto alla sua stessa azione pastorale, di cui si sa ben poco.

Il sangue del Gennaro (vescovo di Benevento e decapitato a Pozzuoli) è diventato il simbolo stesso di una religione sacrificale, i cui profeti e testimoni (in greco: martyres) sono coloro che attestano la loro fede e la loro fedeltà al Vangelo anche a costo della propria vita, nella certezza che “chi avrà perduto la vita per cagion mia la troverà” (Mt 10:39) e che “il sangue dei martiri è il seme dei Cristiani [i]. La centralità simbolica del sangue – come sottolineava l’antropologo Marino Niola nella presentazione ad un libro su questo argomento [ii] – è ben nota in tutto il Mezzogiorno e soprattutto a Napoli. Un territorio ed una città che di sangue ne hanno versato in gran quantità, soggetti come sono stati per troppi secoli a invasioni e dominazioni. Una terra dove il lavoro per guadagnarsi il pane non a caso è stato sempre chiamato fatica  ricalcando il termine latino labor (fatica, sofferenza) ed echeggiando quelli francese e spagnolo travaille e trabajo. Una fatica che, citando una colorita espressione proverbiale, faceva (e spesso fa ancora) “jettà ‘o sanghe” , cosa ben diversa dal versarlo come sacrificio volontario.

Comprendiamo bene, quindi, l’innata simpatia che un popolo abituato a ‘gettare il sangue’ sul lavoro e per il lavoro, ma anche per colpa delle guerre, ha sempre provato nei confronti di un santo come Gennaro, il cui sangue è diventato segno tangibile di un’auspicata protezione ultraterrena contro le violenze quotidiane, i disastri bellici e perfino le sciagure naturali, come terremoti, eruzioni ed epidemie. Comprendiamo quindi perché i Napoletani – ed i Campani in genere – invochino da sempre il nome del loro patrono e difensore, però andrebbe precisato che Gennaro non era il nome proprio del santo martire beneventano, bensì quello di famiglia. Il vero appellativo personale in effetti non ci è noto (qualcuno ipotizza che fosse Procolo) mentre il cognome , con cui lo conosciamo, lo indicava come appartenente alla Gens Ianuaria. L’etimologia di questa denominazione si collega  quello del primo mese dell’anno, cioè Gennaio (Ianuarius), a sua volta così chiamato perché dedicato a Ianus/Giano, considerato dagli antichi Romani ‘Divum Deus/Pater’, ossia Dio e Padre degli altri Dei, divinità iniziale e principale del loro Pantheon.

giano-1Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianus, caratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (il lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, ie perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:

“Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l’altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l’atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all’uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell’Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni…” [iii]

La sacralità di questo simbolismo – che vedeva aperte le porte del tempio di Giano solo in occasione dei conflitti bellici, mentre la loro chiusura sanciva lo stato di pax – era e resta molto interessante e ci invita ad una seria riflessione di fronte ai nuovi bellici che agitano i nostri tempi. Oggi, come allora, lo folle logica distruttrice della guerra va bloccata con fermezza, chiudendo a chiave le porte all’aggressività che diventa minaccia armata o, peggio, terrore nucleare. Un’esigenza già proclamata da Virgilio,che aveva definito ‘empio’ (cioè in contrasto con lo spirito religioso): il ‘furore’ di chi crede di risolvere le cose con la crudeltà della guerra: “…dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus saeva sedens super arma”  cioé: “con duri chiavistelli di ferro saranno chiuse le porte della Guerra; l’empio Furore all’interno, seduto sulle armi crudeli …”  [iv]. Eppure noi continuiamo ad assistere impotenti alla sacrilega commistione tra ideologie di guerra e motivazioni pseudo-religiose, ma anche all’ottusa visione di chi continua a blaterare di ‘guerre giuste’ e, soprattutto, della necessità di difendere la pace con le armi. La nefasta dottrina romana del “si vis pacem para bellum” a quanto pare è dura a morire ed a poco sono serviti secoli di autorevoli appelli di pontefici e capi religiosi sull’inconciliabilità della guerra con qualsiasi fede che affermi la sacralità della vita e predichi la fratellanza.

Eppure, esattamente due anni fa, ci fu qualcuno che tentò d’inserire nelle celebrazioni in occasione della Festa di san Gennaro un concerto della banda della US Navy. Quel tentativo per fortuna fu vivacemente contrastato dal movimento napoletano per la pace ed opportunamente si decise di cancellare questo spettacolo. Come scrissi sarcasticamente sul blog in quell’occasione:

“Ma da quando il patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della marina militare americana, una specie di San GenNavy? E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a versare altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?” [v]

tempio_di_gianoPerò, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Tra le celebrazioni che precedono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, infatti, mi è capitato di leggere che l’Arcivescovo di Napoli ha presieduto questo 17 settembre una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy. [vi]   E ancora una volta mi sono chiesto ‘che ci azzecca’  il nostro venerato Patrono con fanfare stellette e fucili; soprattutto, perché si consenta non solo l’evidente commercializzazione della tradizionale festa religiosa (trasformata all’americana nel San Gennaro Day [vii]), ma perfino la sua militarizzazione. Due giorni dopo il ricordo di san Gennaro, il 21 settembre, ricorre la Giornata Internazionale della Pace [viii] – proclamata dall’ONU negli anni ’80 – ed in quello successivo è previsto a Napoli, nella sala Valeriano della Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli [ix], un incontro sul disarmo nucleare organizzato dal M.I.R.(movimento Internazionale della Riconciliazione), che in questa città si riunisce dopo molti anni per la sua assemblea nazionale 2017.

E’ un’occasione di più per ribadire che bisogna chiudere le porte in faccia a tutte le guerre e sigillarle definitivamente per quelle nucleari, ma anche che non sono accettabili confusioni tra il sangue dei martiri per la fede e quello versato ‘per la patria’, ma di cui si sono cinicamente nutriti gli interessi dell’imperialismo e del sistema militare-industriale. La pace non è solo assenza di guerre, ma quel che è certo è che l’affermazione della nonviolenza passa per la cancellazione della logica bellica e la ricerca di metodi alternativi di difesa e di sviluppo. Ecco perché, citando Gianni Rodari in una sua candida ma efficace filastrocca: “Sarebbe una festa per tutta la terra / fare la pace prima della guerra!”[x]

NOTE —————————————————————————

[i]  Q.S.F Tertulliano, Apologeticum, 50,13

[ii] L. Malafronte, C. Maturo (a cura di), Urbs sanguinum, Napoli, Intra Moenia, 2008 >  http://www.urbs-sanguinum.freeservers.com/presentazione.html)

[iii] T. Livio, Storia di Roma. Libro I cap. 19  >  http://www.deltacomweb.it/storiaromana/titolivio_storia_di_roma.pdf  – sott. mie

[iv]  Virgilio, Eneide, libro I, vv. 294-96 >  http://web.ltt.it/www-latino/virgilio/index-virgilio.htm

[v]  Ermete Ferraro, “Operazione San GenNato” (16.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/16/operazione-san-gennato/

[vi] https://www.pressreader.com/italy/il-mattino-caserta/20170917/282668982527991

[vii]  http://www.napolitime.it/101447-san-gennaro-day-sul-sagrato-del-duomo-napoli.html

[viii] http://www.un.org/en/events/peaceday/

[ix]  https://www.facebook.com/events/1744099985892166/?active_tab=discussion

[x] Stefano Panzarasa (a cura di), L’orecchio verde di Gianni Rodari – L’ecopacifismo, la visionarietà, la pratica della fantasia e le canzoni ecologiste, Viterbo, Stampa Alternativa, 2011

Tanti o quali auguri ?

images-1La parola più pronunciata e scritta in questi giorni è sicuramente ‘auguri’. E’ probabile che chi la dice e ripete creda di conoscere già il senso di questo vocabolo oppure, più semplicemente, che non si preoccupi affatto di approfondirne il significato. Visto che siamo giunti all’inizio del nuovo anno, periodo in cui gli auguri si sprecano, mi sembra però il caso di capirci qualcosa in più, cercando l’origine della parola in questione, la sua etimologia. Molte persone, in particolare quelle che hanno fatto studi classici, sono convinte che il vocabolo abbia un diretto rapporto con la figura degli augures, autorevole collegio di sacerdoti che, nell’antica Roma, predicevano il futuro ispirandosi a vari segni, tra cui il volo degli uccelli, il loro modo di nutrirsi ed i loro richiami. [i] L’osservazione degli uccelli (in lat. aves) e del loro comportamento, in effetti, è stata a lungo uno dei punti fermi di coloro che, in varie civiltà antiche, affermavano di essere in grado di predire gli eventi futuri. Se così fosse, la parola latina av-gurium ci ricondurrebbe proprio alla radice di aves, costituendo di fatto un sinonimo del latino – e poi italiano – ‘auspicio’. Tale vocabolo, infatti, derivava sicuramente da aves, con l’aggiunta di “spicium”, e indicava appunto l’arte magica dell’osservazione degli uccelli a scopo vaticinatorio.

Tale suggestiva tesi etimologica è stata però superata da quella che invece riconduce la parola ‘auguri’ alla radice del verbo latino augere (e prima ancora di quello greco àuxein), col significato di: ‘aumentare’, ‘accrescere’.[ii]  Stando così le cose, formulare un augurio non significa scrutare generici segni premonitori del futuro o ‘auspicare’ qualcosa di buono, bensì attendersi un oggettivo miglioramento, principalmente sul piano quantitativo, della propria situazione e/o di quella altrui. Dalla stessa radice greco-latina aug-, peraltro, derivano parole come ‘autore’ ed ‘autorità’ (nel senso originario di persona capace di accrescere il sapere o il potere degli altri [iii]), ma anche ‘ausilio’, cioè aiuto, sostegno. Fare gli auguri a qualcuno, dunque, è più impegnativo di quanto sembri, poiché significa manifestare la speranza che essi aumentino il loro benessere. Ciò spiega perché gli auguri prevedono un’ovvia reciprocità, per cui resteremmo male se chi li riceve da noi non ce li ricambiasse prontamente. La verità, più prosaicamente, è che il vero augurio ognuno lo fa in fondo a se stesso, sperando che tale rituale formula propiziatoria possa portargli bene, aumentando la sua fortuna ed accrescendo la sua autorevolezza.

Fatto sta che, pur non volendo discutere la concezione un po’ magica, o quanto meno pagana, evocata da questo termine, tale concetto rimane essenzialmente di ordine quantitativo. E’ vero che perfino per i sentimenti e gli affetti si è prevista una formulazione del genere (penso, ad esempio, alla frase un po’ sdolcinata ma spesso citata: “Ti amo oggi più di ieri e meno di domani” [iv] ), ma mi sembra evidente che il concetto di ‘crescita’ si riferisce più opportunamente a cose più concrete e materiali. Solo esse, in effetti, possono essere misurate, ponderate e valutate con precisione. I termini paralleli all’italiano ‘augurare’, come il francese souhaiter e l’inglese to wish , invece, risalgono a radici lessicali differenti. Nel primo caso, all’antico francese ‘sohaidier’ (promettere senza troppo impegno) e nel secondo all’antico alto tedesco ‘wunschen’ (formulare un desiderio). Nella nostra lingua, il desiderio espresso dal verbo prevede una realizzazione quantizzabile in termini di ‘aumento’, ben attagliandosi ad una società che continua a identificare lo sviluppo con la ‘crescita’, ovviamente illimitata (la parola d’ordine non è infatti la formula “No limits”?), teoricamente accessibile a tutti e, comunque, di ordine materiale.

images-2Ma è davvero questo che vogliamo e possiamo ‘augurare’ a noi stessi ed al nostro prossimo? Non avvertiamo un che di falso – o quantomeno di retorico – in questo genere di auspicio? In barba alla nostra autoconsolatoria e pretestuosa visione d’una crescita illimitata ed aperta a tutti, la realtà delle cose e l’esperienza storica c’insegnano, viceversa, che la fortuna di alcuni comporta spesso la sciagura per tanti altri, come recita il cinico detto: “Mors tua vita mea”. Risorse e potere, d’altra parte, non sono affatto illimitate ed una crescita esponenziale e generalizzata non è nell’ordine delle cose. Come nel caso della classica ‘coperta stretta’, chi la tira con forza dalla propria parte non può fingere che non sta scoprendo qualcun altro. Certo, sarebbe bello credere – e quindi augurarci gli uni con gli altri – che ogni persona possa aspirare a migliorare  a dismisura la propria condizione senza compromettere neanche un poco la condizione esistenziale di tutti gli altri e, in prospettiva, delle generazioni future. Purtroppo la verità è ben altra e l’attuale modello di sviluppo ci sta portando a registrare che la sola crescita innegabile è quella della ‘forbice’ che divide una ristretta minoranza (sempre più ricca e potente) dalla stragrande maggioranza dell’umanità (sempre più indigente e priva di diritti).

Se augurare felicità e successo agli altri non costa niente e, soprattutto, se non comporta alcuna rinuncia o perdita per noi, è ovvio che gli auguri si moltiplichino. Certo, ci sono cose molto importanti, come la salute la pace e la gioia, che possiamo augurare agli altri senza che il loro aumento provochi effetti collaterali. Si tratta infatti di obiettivi al cui sviluppo tutti possono legittimamente tendere e che nulla tolgono al benessere altrui, come nel caso della celeberrima frase della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, in cui si auspica “the preservation of Life, Liberty and the pursuit of Happiness“ come ‘diritti inalienabili’ che spettano ad ogni uomo.[v]  Se però con i nostri auguri vogliamo più etimologicamente (e prosaicamente) auspicare per gli altri un ‘aumento’ di tipo materiale, cioè una crescita di genere più concreto e tangibile, dobbiamo però renderci conto che ciò ha sempre e comunque un prezzo. Superare la logica inesorabile delle c.d. “operazioni a somma zero” [vi] richiede infatti un’impostazione del tutto differente, in cui prevalgano valori alternativi a quelli correnti, come la solidarietà, la compassione e la nonviolenza. Se, viceversa, vogliamo rimanere all’interno delle logiche economiciste ed individualiste che caratterizzano la nostra società, temo che scambiarsi auguri resti solo un rituale un po’ ipocrita, o quanto meno formale.

downloadConcludo questa mia riflessione d’inizio d’anno formulando anch’io un augurio. Auguro infatti di riuscire a vedere la realtà con occhio diverso, rinunciando alla comoda illusione che tutti possano avere tutto, drammaticamente smentita dal crescente divario economico, sociale e culturale che abbiamo sotto gli occhi. Spero quindi che l’umanità la smetta di inseguire il malsano miraggio d’una crescita illimitata, causa invece di sottosviluppo per tanti esseri umani e di distruzione degli equilibri ecologici. Mi auguro poi che l’unica crescita che ci stia a cuore in questo nuovo anno sia quella del bene comune e dei beni comuni, il contrario cioè della privatizzazione e dell’accaparramento delle risorse.  A questo punto non mi resta che lasciare la parola ai famosi “auguri scomodi”, formulati circa vent’anni fa dal grande vescovo don Tonino Bello:

« Carissiminon obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. […]Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame…» [vii]

Usciamo dunque dalla rassicurante illusione che il nostro modello di sviluppo ed il nostro stile di vita siano gli unici ed i migliori possibili, cominciando a lavorare concretamente e dal basso per invertire questa tendenza, causa d’ingiustizie e di guerre. Scambiamoci allora l’augurio – scomodo ma sincero – che Colui di cui abbiamo appena celebrato la nascita ci dia la forza di cambiare e di tentare strade diverse, meno tranquille e rassicuranti ma più conformi alla Parola che ha voluto incarnare per salvarci.

N O T E ——————————————————–

[i]  Cfr. ad es.: http://www.etimo.it/?term=augure&find=Cerca

[ii] Questa tesi è riscontrabile in vari dizionari etimologici italiani, fra cui quello di Dante Olivieri (Dizionario Etimologico Italiano, Milano, Ceschina, 1961); Giacomo Devoto (Avviamento all’etimologia italiana – dizionario etimologico, Firenze, le Monnier, 1966) e Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, Zaichelli, 1999)

[iii]  Vedi, ad es., la celebre espressione che Dante rivolgeva alla sua guida Virgilio: “Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore” (Divina Commedia, Inferno, I, 85)

[iv]  Il verso è tratto dall’omonima poesia di Rosemond Gérard: “Chaque jour je t’aime davantage, aujourd’hui plus qu’hier et bien moins que demain” , http://www.linternaute.com/citation/4012/chaque-jour-je-t-aime-davantage–aujourd-hui-plus-qu-hier-et-bien–rosemonde-gerard/

[v]  Vedi: https://en.wikipedia.org/wiki/Life,_Liberty_and_the_pursuit_of_Happiness

[vi] “In teoria dei giochi un gioco a somma zero descrive una situazione in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante. Se alla somma totale dei guadagni dei partecipanti si sottrae la somma totale delle perdite, si ottiene zero” (https://it.wikipedia.org/wiki/Gioco_a_somma_zero)

[vii] Vedi il testo completo in: http://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-auguri-scomodi-di-don-tonino-bello.aspx

 

© 2017 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

 

AVANTI IL PROSSIMO…

 

Ci sono parole che usiamo spesso, ma del cui peso semantico non sempre siamo consapevoli. Una di queste è prossimo, nata come aggettivo di grado superlativo (dal lat: prope) per indicare qualcuno o qualcosa che si trova molto vicino – in senso temporale o spaziale – a chi parla o a chi è rivolto il messaggio. Quando ci si riferisce a persona, prossimo – preceduto da un articolo –  diventa spesso un aggettivo sostantivato, ad esempio quando si parla dell’amore per il prossimo.[i]

Ebbene, mentre ascoltavo le letture della liturgia di domenica scorsa proprio la parola “prossimo” mi ha incuriosito. Sia il primo brano, tratto dal Deuteronomio, sia il testo del Vangelo di Luca insistevano, infatti, insistevano sul concetto di ‘vicinanza’. Nella prima lettura [ii] si affermava che i precetti del Signore sono attuabili perché alla portata degli esseri umani. Come talvolta mi capita di fare, ho provato a rileggere il brano veterotestamentario nella versione originale, aiutato da un ottimo sussidio quale la Blue Letter Bible [iii] , per coglierne le sfumature di significato. Il senso è che la parola divina (in ebr.: dabàr ), proprio perché non si trova né “troppo in alto”“troppo lontano” rispetto alle persone cui è destinata, è di fatto “molto vicina” a ciascuna di loro. Essa in pratica fa quasi parte di loro  (“è nella tua bocca e nel tuo cuore” ) e ciò ne facilita l’attuazione, la “messa in pratica” . Ebbene, in questo passo del Deuteronomio il vocabolo ebraico utilizzato per indicare tale vicinanza è  קָרוֹ (qârav ) ed indica ciò che ci sta accanto, che è vicino, a portata di mano, ed è quindi prossimo (ma nella Vulgata latina non troviamo “prope”, bensì “iuxta te”). In questo caso si parla d’una effettiva vicinanza spaziale, per cui la parola-comandamento di Dio non va cercata chissà dove, nell’alto dei cieli oppure oltre i mari, ma piuttosto dentro se stessi.

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Vincent Van Gogh, Il buon Samaritano

Il successivo brano del Vangelo di Luca, noto come la parabola del ‘buon Samaritano [iv], è un’efficacissima sintesi del precetto dell’amore per il prossimo, in quanto nasce dalla sagace risposta di Gesù ad un ‘dottore della legge’ che voleva tendergli un tranello, chiedendogli di chiarire a chi mai si riferisse il comandamento da lui stesso citato [v] quando, oltre a comandare l’amore per Dio, prescriveva: “(amerai) il tuo prossimo come te stesso”. Potrebbe sembrare una banale disputa fra rabbini, eppure la replica di Gesù fu capace di spiazzare il dottore della legge, spostando l’attenzione dalla sua tendenziosa domanda “chi è il mio prossimo?” su un quesito molto più profondo e sostanziale: “come mi faccio prossimo dell’altro?”. Sappiamo bene che il nocciolo della buona notizia di Cristo è in gran parte racchiuso proprio in questo concetto rivoluzionario, che spezza il legame veterotestamentario che stabiliva un rapporto causa-effetto fra relazioni dirette e consolidate (parentela, amicizia, prossimità, contiguità, vicinato) e sentimenti positivi correlati (affetto, amore, bontà, benevolenza, solidarietà).  Nella nuova parola-comandamento del rabbi nazareno questo binomio, apparentemente indissolubile, si dissolve, lasciando spazio a sentimenti amorevoli e solidali verso chi non ha con noi alcun legame o rapporto di sangue.

Nel caso del testo evangelico, però, la mia curiosità si riferiva al termine italiano che usiamo normalmente. Infatti mi sorgeva il dubbio che l’aggettivo sostantivato prossimo – con le sue connotazioni legate alla vicinanza spazio-temporale – non rendesse esattamente il corrispondente vocabolo ebraico del citato passo del Levitico. Grazie all’aiuto del sussidio già menzionato, infatti,  ho verificato che la frase originale suonava: “… ma tu amerai il tuo fratello/compagno/amico come te stesso”. La parola ebraica utilizzata, infatti,è  רֵעַ (re’ah o rea’ ), che indica appunto un rapporto di parentela, amicizia, intimità o condivisione, non solo di ‘prossimità’ in senso stretto. La prima trasformazione è avvenuta nella traduzione greca della Bibbia (detta dei LXX), dove il passo suona, come nella pericope evangelica: καὶ ἀγαπήσεις τὸν πλησίον σου ὡς σεαυτόν”. In questo caso, il termine greco plésios indica un’effettiva vicinanza, e può essere quindi reso in italiano con prossimo. La Vulgata latina, invece, traduce il passo del Levitico: “…diliges amicum tuum sicut temet ipsum”, mentre nel brano lucano lo stesso S. Girolamo – traduttore latino dell’intera Bibbia – preferisce ricorrere alla formula “ et (dilige) proximum tuum sicut te impsum”, per essere più fedele al testo greco dell’evangelista.

Ciò premesso, cambia qualcosa di sostanziale? Direi proprio di no, visto che il senso generale del precetto cristiano, con la sua apertura all’altro,  resta comunque immutato Mi sembra però opportuno sottolineare che il più restrittivo comandamento veterotestamentario è stato dalla traduzione successiva un po’ forzato, evocando soprattutto relazioni basate sulla contiguità fisica (plésios /proximus) piuttosto che sul rapporto affettivo (rea’/amicus). La domanda posta a Gesù dal malizioso rabbino, quindi, richiamava la parola ebraica, col suo significato più vasto, come chiariva un vero giudeo, spiegando che:

In origine il rea’ era il vicino di pascolo, e in quanto tale può trattarsi anche di un egiziano (Es. 11,2), colui che un tempo era il tiranno. Dunque non è affatto solo «il prossimo», «il più vicino», superlativo che esprime un’estrema vicinanza spirituale, confessionale o etnica, ma – rispetto alle sue caratteristiche personali – può essere anche il più lontano, che però adesso sta di fronte a te come tuo fratello.” [vi]

Nel fatto che il rabbi di Nazareth avesse risposto alla domanda del dottore della legge “Chi è il mio rea’?” con un’altra domanda – precisa Lapide – non c’è nulla di strano, perché era un’usanza tipica del giudaismo. Quello che conta davvero, a mio avviso, è che Gesù capovolge la logica restrittiva dell’Antico Testamento, chiarendo che Dio chiede agli uomini di amare non solo chi gli è parente, compagno, vicino di casa o connazionale, ma di farsi “prossimo” anche nei confronti di chi non rientri in queste rassicuranti categorie. Lo stesso Luca aveva già riportato in precedenza le esplicite parole del Maestro:

Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.[vii] .

Amare chi ci ama non conferisce alcun merito e non richiede alcuna gratitudine. Il vero amore cristiano (agapé-caritas) risulta davvero rivoluzionario proprio perché è del tutto gratuito e non necessariamente ‘meritato’, dal momento che l’ottica evangelica è quella del “farsi prossimo” agli altri, non del classificarli in base al rapporto che hanno con noi.

Il fatto è che oggi,  una volta abbattute dallo sviluppo tecnologico le barriere spaziali in nome di un universalismo teorico, divenuto nei fatti ciò che chiamiamo globalizzazione – la stessa prossimità in senso stretto non è più una categoria chiaramente definibile. In tempo di comunicazione globalizzata,informatica e virtualizzata, infatti, paradossalmente rischiamo di saperne molto più dei ‘lontani’ rispetto a quanto conosciamo davvero dei nostri ‘vicini’ o degli stessi parenti. Non ci sarebbe nulla di male in tutto ciò se non ci accadesse troppo spesso di commuoverci fino alle lacrime per le disgrazie e le sofferenze di persone e popoli distanti da noi molte migliaia di chilometri, mentre restiamo molto distratti ed inoperosi nei riguardi di chi ci passa vicino ogni giorno, col suo carico di guai e di dolori. Forse perché commiserare i ‘poveretti’ che – lontano da noi – muoiono di fame o sono afflitti da guerre, epidemie o condizioni di vita disumane è in fondo più facile (e meno impegnativo…) che lasciarsi coinvolgere dal male che abbiamo sotto gli occhi, e che richiederebbe un nostro intervento concreto, un’empatia reale, forse anche un piccolo sacrificio personale. Prova ne è il fatto che non appena i miserabili del mondo si affacciano alle nostre frontiere o alle nostre porte la nostra solidarietà sfuma di colpo o, peggio, si trasforma talvolta in atteggiamenti di sospetto, paura ed insofferenza.

Oggi alla domanda “Chi è il mio prossimo?” noi forse risponderemmo istintivamente parlando dei migranti, dei bambini-soldato o precoci lavoratori, delle donne i cui diritti sono negati del tutto, delle minoranze etniche e razziali o dei poveracci sfruttati in tante realtà di degrado e di oppressione. I nostri occhi ed i nostri cervelli sono talmente imbottiti d’informazioni del genere che però rischiamo di scordarci dei diseredati di casa nostra, dei senzatetto che vagabondano per le nostre strade, dei minori a rischio, di chi si spacca la schiena nei nostri campi in cambio di pochi centesimi, delle donne che subiscono continue violenze. Forse, allora, dovremmo riscoprire come prossimo chiunque abbia bisogno del nostro aiuto fraterno e solidale hic et nunc, per usare un’espressione latina, cioè esattamente dove e quando siamo in grado d’intervenire in modo concreto, non virtuale o sentimentale. Non importa se si tratta di un immigrato siriano o di un disoccupato del nostro quartiere, di una straniera sottoposta a mutilazioni rituali o della vicina di casa maltrattata dal marito. Da 2000 anni il parametro non è più – o meglio, non dovrebbe ormai essere più – chi è lui/lei per me, ma che cosa riesco ad essere ed a fare io per lui/lei.

Non si tratta di una semplice differenza lessicale, ma del profondo e sostanziale cambiamento di mentalità che ci viene richiesto. Non è del resto un precetto che ci piove dall’alto dei cieli – ci ammoniscono le Scritture –  ma qualcosa che dovremmo avvertire dentro di noi, se solo ci sforzassimo di uscire dal guscio dell’individualismo egoistico che permea la nostra società. Un secondo, ma non meno importante problema, è quello di prestare attenzione al precetto divino, laddove chiede al credente di amare gli altri “come te stesso” (ebr.: kemow – gr.: òs seautòn – lat.: sicut temet iprsum). Non è , per caso, che non riusciamo ad amare gli altri anche perché non sappiamo amare neanche noi stessi? Se l’amore comporta l’accettazione dell’altro, siamo davvero capaci di accettarci per primi, con tutti i nostri limiti e difetti? Il discorso sarebbe piuttosto lungo e delicato, ma me ne occuperò un’altra volta …

—–Note ————————-

[i]  Cfr. il Dizionario Treccani online: http://www.treccani.it/vocabolario/prossimo/

[ii]  Si tratta di Dt 30, 10-14

[iii]  Consultare il sito in lingua inglese: https://www.blueletterbible.org/ per cercare brani della S. Scrittura nelle varie versioni e con testo originale (ebraico o greco) interlineare e relativi riferimenti lessicografici.

[iv] Si tratta di un noto passo del Vangelo secondo S. Luca: Lc 10, 25-37

[v]  Tale precetto è inserito in un brano più ampio, tratto dal libro veterotestamentario del Levitico : Lv 19, 18

[vi]  Pinchas Lapide, Il discorso della Montagna: utopia o programma, Paideia, 2003>  http://www.nostreradici.it/Lapide-Gesù.htm

[vii]  Cfr. Bibbia CEI 2008 > Lc 6, 32-36

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