L’Obiezione non va in pensione…

314cd209cbfdb73c432928129db7d098_LRicorre oggi il 45° anniversario dell’approvazione della legge n. 772 del 15.12.1972 [i] che introdusse in Italia il diritto di obiezione di coscienza, o meglio la possibilità di rifiutare il servizio militare e di prestare un servizio civile ‘sostitutivo’.  Allora io avevo 20 anni, frequentavo il secondo anno di ‘lettere moderne’ alla Federico II di Napoli e non avevo ancora fatto esperienze di militanza politica, anche se nutrivo una profonda repulsione per il militarismo e mi ero già avvicinato alle idee nonviolente, grazie a letture ed approfondimenti personali. L’approvazione della ‘Legge Marcora’ – come fu a lungo chiamata dal nome del suo ispiratore e primo firmatario, ex partigiano cattolico e parlamentare democristiano – costituì per me una svolta epocale. Finalmente potevo manifestare il mio totale dissenso nei confronti della guerra e del servizio di leva che serviva ad addestrarsi ad essa. Finalmente la mia istintiva repulsione verso la formazione alla pratica bellica e la perversa logica militarista poteva essere dichiarata apertamente. Finalmente, da cattolico, potevo rispondere “No, grazie!” a chi, al termine degli studi universitari, mi avrebbe nuovamente intimato con la classica cartolina rosa di andare a ‘servire la patria’ in armi, senza però finire processato per renitenza alla leva. Finalmente potevo ripetere con don Milani che bisogna:

 “…avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.” [ii]

La mia Never Ending Story di antimilitarista ed ecopacifista iniziò a Napoli quando, dopo varie ricerche, scoprii che era attivo un gruppo di attivisti di matrice nonviolenta e, da quell’anno, entrai a farne parte, spedendo al Ministero della Difesa la mia domanda di obiezione di coscienza. Poi due anni di ‘militanza’ nonviolenta seguiti da altrettanti di servizio civile alternativo presso la storica Casa dello Scugnizzo [iii] fondata da Mario Borrelli, diventando così primo obiettore

servizio civile 1975

Ermete, al centro, al primo corso per obiettori di coscienza presso la Casa dello Scugnizzo (1975)

nonviolento napoletano e formatore di altri obiettori.  Da quel 1972, giusto quarantacinque anni di presenza in questo variegato movimento, nel corso dei quali sono stato attivista di base – ma anche responsabile a livello locale, regionale e nazionale, della Lega degli Obiettori di Coscienza (L.O.C.) [iv], del Movimento Nonviolento (M.N.) [v] , del Movimento Internazionale della Riconciliazione (M.I.R.) [vi] , nonché collaboratore dell’ Istituto Italiano per la Ricerca sulla Pace (I.P.R.I.) [vii], referente nazionale per l’ecopacifismo di Verdi Ambiente e Società (V.A.S.) [viii] ed attivista del Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione della Campania (C.P.D.S.C.) [ix] . Quasi mezzo secolo di convinta, testarda, appassionata testimonianza dei valori della pace come fine e come mezzo, dell’azione nonviolenta  come metodo politico e della difesa civile nonviolenta come alternativa concreta ed efficace agli orrori della guerra e al complesso militare-industriale che la promuove.

Già cinque anni fa ho cercato di sintetizzare questa lunga esperienza in un articolo [x], per cui eviterò di ripetere ricordi e considerazioni presenti in quel mio scritto di allora, cui rinvio chi avesse voglia di leggerlo. Quel che vorrei riprendere oggi, in occasione del 45° anniversario della legge che ha segnato così a lungo e profondamente la mia vita, è una breve riflessione sulla deriva militarista e

20171215_180302

Ermete distribuisce volantini ai soldati davanti al Distretto Militare di Napoli (1973) e durante una Marcia della Pace Perugia-Assisi (1978)

bellicista alla quale siamo costretti ad assistere; una degenerazione di cui i giovani d’oggi non sembrano affatto consapevoli, narcotizzati dal pensiero unico che ha cancellato le idee insieme con le ideologie, ma anche asserviti ad una nuova pericolosa logica. Non si tratta più solo della deprecabile accettazione acritica del principio della ‘obbedienza cieca, pronta, assoluta’ – contro cui si scagliava don Milani [xi] – ma la più subdola convinzione che, ormai, alternative vere non ci siano e che, tutto sommato, il nostro sia ‘il migliore dei mondi possibili’.  Essere obiettori non può limitarsi al rifiuto di un servizio militare obbligatorio che già da 12 anni è stato eliminato (in realtà solo sospeso…), col doppio effetto di promuovere l’esercito di mestiere e di affossare o.d.c. e servizio civile alternativo. Si tratta infatti d’un atteggiamento mentale più generale e complessivo, che antepone la valutazione etica e socio-politica dei fini e dei mezzi a qualsiasi altro criterio di scelta. Parlarne 45 anni dopo significa inevitabilmente  essere diventati più vecchi e brontoloni, ma sfido chiunque a contraddire la mia affermazione come frutto di pessimismo senile o di abituale sfiducia nei riguardi delle nuove generazioni.

La colpa dello smarrimento della capacità – e della voglia – di obiettare in base alla propria coscienza e di opporre il proprio ‘signornò’ alle tante, troppe, brutture e storture che caratterizzano la nostra società, piuttosto, mi sembra ascrivibile alla diffusione d’una più generale mentalità conformista ed acritica, che privilegia l’adattamento all’esistente alla lotta per il possibile. Al ricorso ad un pensiero sempre-più-debole, che induce a svalutare o smarrire del tutto i valori essenziali e fondanti e ad accontentarsi di rincorrere l’affermazione personale o, tutt’al più, familiare. Soprattutto, ad una mancanza di proposte profondamente, ma anche concretamente, alternative ad un ‘sistema’ irremovibile ed irrinunciabile. Ricordo che parole come il verbo obiettare ed il sostantivo obiezione derivano etimologicamente:

 “…dal lat. obiectāre gettare incontro, opporre, deriv. di obiĕctus, part. pass. di obicĕre, comp. di ŏb ‘contro’ e iacĕre ‘scagliare’.” [xii] .

E’ utile precisare che il prefisso latino ‘ob-’ denota semanticamente non solo opposizione a qualcosa (contro), ma anche anticipazione (verso, in vista di ) di qualcosa di antitetico a ciò che si rifiuta. A distanza di 45 anni, purtroppo, ho la sconfortante sensazione che alla maggioranza dei nostri ragazzi non sia chiaro né il primo dato (a che cosa opporsi, perché opporsi e come farlo efficacemente) né il secondo (quali obiettivi perseguire in alternativa e quali mezzi impiegare per raggiungerli coerentemente). Se questa mia sensazione rispondesse a verità, sarebbe comunque ingiusto imputarne la colpa esclusivamente ai giovani, senza assumerci le nostre pesanti, innegabili, responsabilità.

LOCIn 45 anni, mi sembra che lo stesso movimento italiano per la pace – pur tenendo conto dei suoi oggettivi limiti, dovuti ad evidenti diversità ideologiche di fondo e a differenti storie –  non sia stato capace di uscire dall’alternativa paralizzante tra testimonianza personale ed impegno politico attivo, continuando ad oscillare tra iniziative di diffusione di idee e principi generali e mobilitazioni contro specifici eventi bellici. Un secondo peccato originale, a mio giudizio, è stato quello di essere raramente riusciti a coniugare i tre elementi fondamentali per una cultura alternativa (ricerca sulla pace, educazione alla pace ed azione per la pace). Il terzo grosso limite, infine, credo sia stato quello di contrapporre in modo schematico una nonviolenza solo ideologica, di stampo laico e libertario, a quella di natura etico-religiosa. Si è così perpetuata una frattura originaria a tutto vantaggio di chi, in questi anni, sovente si è opportunisticamente appropriato del pacifismo per  propri fini ed in modo strumentale. Il risultato, 45 anni dopo, è sotto gli occhi di tutti: aumento delle spese militari, professionalizzazione delle forze armate, permanenza e potenziamento della NATO nel nostro Paese, sviluppo dell’industria bellica e militarizzazione del territorio. I ‘pacifisti’, ancora frammentati ed ultimamente tendenti ad accontentarsi di obiettivi minimali e simbolici in materia di difesa civile, non costituiscono da tempo un polo di attrazione per i giovani, trasformandosi in un mesto aggregato di ex-combattenti per la pace e di reduci delle campagne nonviolente.

Che fare? Come uscire da questa penosa sensazione d’ineluttabile declino di una realtà che avrebbe potuto fare la differenza nella nostra politica ed imprimerle una svolta autenticamente alternativa? Ovviamente non dispongo di soluzioni ideali né di formule magiche per recuperare tempo e spazio perduti in questi ultimi decenni. Sono però convinto – come ho detto e scritto in altre occasioni – che il rilancio del movimento pacifista in Italia debba coinvolgere altre componenti, a partire dalle organizzazioni ecologiste e dalle realtà che fanno politica dal basso, sperimentando modalità di azione diverse  e più creative. L’ecopacifismo – sul quale mi sono in particolare soffermato [xiii]  è a mio avviso il terreno che maggiormente consente di unire le forze il un progetto comune. Ci sono poi le battaglie portate avanti da associazioni e centri sociali ed altre esperienze di autogestione e di opposizione collettiva a violenze e soprusi, che potrebbero utilmente contribuire a risvegliare la coscienza di tanti giovani dalla rassegnazione e dall’adattamento in cui li si vorrebbe far sprofondare. Essere obiettori, infatti, significa rifiutarsi di collaborare con qualsiasi realtà di violenza, d’ingiustizia e di oppressione, opponendosi attivamente ma anche contrapponendo ad esse un programma costruttivo che delinei e progetti l’alternativa a ciò che si rifiuta. La globalizzazione e la possibilità di acquisire consapevolezza di tutte le problematiche che ci circondano avrebbero potuto contribuire alla maturazione della coscienza personale ed alla mobilitazione collettiva. Fatto sta che le fin troppe informazioni che si accavallano nel nostro cervello grazie a TV e social media hanno purtroppo conseguito l’effetto opposto, facendoci sentire insignificanti ed impotenti, affievolendo il nostro senso di responsabilità e neutralizzando così volontà e capacità di reagire.

images (1)Anche in questo caso ritengo che si bisogna tornare all’ammaestramento di don Milani, quando ci ammoniva:  

“Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.” [xiv]  

Oggi, ovviamente, si tratta in primo luogo di obiettare e far obiettare alla guerra e a chi ce la impone, contrabbandandola come legittima difesa ed infischiandosene del suo ripudio costituzionale sia come “offesa alla libertà degli altri popoli”, sia come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. [xv]  Ma si tratta anche di opporre i nostri decisi NO a tante altre scelte politiche, da quelle di devastazione ambientale a quelle di speculazione finanziaria; dalle decisioni che aggravano il divario sociale e le ingiustizie alle quelle che privano sempre più le persone della loro libertà di scegliere e di contare come cittadini responsabili. Ecco perché l’obiezione di coscienza resta tuttora un fondamentale strumento di lotta nonviolenta, insieme alle altre tecniche quali la non-collaborazione, il boicottaggio, lo sciopero e la creazione di organi paralleli di gestione popolare. Ecco perché non dobbiamo permettere che il senso d’impotenza  ci pervada, rendendoci complici o comunque spettatori passivi. Mai come oggi, quindi, è tempo di obiettare, opponendo però ai nostri NO scelte alternative e costruttive. Quanto a me, tra un anno dovrò anch’io andare, come si suol dire, in quiescenza.   Certo è che per me l’obiezione…non andrà mai in pensione!

N O T E —————————————————————————————–

[i] Legge n. 772 del 15 dicembre 1972 “Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza” > http://www.serviziocivile.gov.it/menutop/normativa/legge/legge-15-dicembre-1972-n-772-norme-per-il-riconoscimento-dellobiezione-di-coscienzaabrogata-dallart-23-della-legge-8-luglio-1998,-n-230/

[ii] Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici  (1965) > https://www2.units.it/cusrp/presentazioni/milani_giudici.html

[iii] Vedi: http://www.casadelloscugnizzo.it/casa-dello-scugnizzo/ . Leggi anche: Ermete Ferraro, “L’epopea di don Vesuvio” in: Luciano SCATENI- Ermete  FERRARO, SCUGNIZZI. Dalla strada alla  dignità di persone nelle esperienze della nave scuola ‘Caracciolo’ e della ‘Casa  dello Scugnizzo,  (pp. 47-81), Napoli: Intra Moenia

[iv] Vedi : https://it.wikipedia.org/wiki/Obiezione_di_coscienza_in_Italia

[v]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_nonviolento ed anche http://nonviolenti.org/cms/

[vi]  Vedi: https://www.miritalia.org/storia/

[vii] Vedi: https://uia.org/s/or/en/1100054944  Vedi anche: https://wikivisually.com/wiki/Mario_Borrelli e https://www2.units.it/cusrp/presentazioni/UniPax/UniPax_08.pdf

[viii]  Vedi: http://www.vasonlus.it/?page_id=45634

[ix]  Vedi: http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/indices/index_39.html

[x]  Ermete Ferraro, Oggi e sempre obiezione! (16.12.2012)  >    https://ermetespeacebook.com/2012/12/16/oggi-e-sempre-obiezione/

[xi]  Don L. Milani, op. cit

[xii] Vedi: https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=obiettare

[xiii] Vedi: Ermete Ferraro, L’ulivo e il girasole, manuale per un coordinamento delle iniziative ecopacifiste, Napoli, VAS, 2014 > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

[xiv] Don L. Milani, op. cit.

[xv]  Costituzione Repubblica Italiana, art. 11 > https://www.senato.it/1025?sezione=118&articolo_numero_articolo=11

Libertà di non dover più scegliere?

IMG01664-20160213-1223Navigando in Internet ho verificato di non essere il solo che è rimasto colpito dalla chiusa dello spot della TV on demand della TIM , affidato al breve monologo di un estasiato Pif. Il conduttore e filmaker siciliano esalta infatti le straordinarie novità della ‘sconfinata galassia’ di contenuti offerti da quel nuovo tipo di televisione, concludendo con questa significativa frase: “Le nuove tecnologie ci stanno dando la libertà di non dover più scegliere. Non è fantastico?”

Naturalmente si tratta di uno slogan pubblicitario, ma credo che saremmo ingenui a non cogliere il messaggio che esso veicola, che è culturale sociale e politico. E’ vero, si tratta di una frase buttata lì senza apparenti finalità ideologiche, però bisogna essere superficiali o distratti per non afferrarne il senso meno esplicito, che va ben oltre la pubblicità di una rete televisiva. La campagna è stata ideata e realizzata dalla sezione italiana della prestigiosa agenzia Leagas Delaney , il cui motto è: “Il pensiero che trasforma. Il cambiamento che ispira“.

Ma su quale genere di ‘pensiero’ ispiri espressioni come quella pronunciata da Pif credo che valga la pena di riflettere almeno un po’, a partire proprio dal contesto dello spot. Il cuore del messaggio, infatti, è che la TIM offre un servizio capace di accontentare milioni di passioni” degli Italiani. “Grazie alle connessioni  -ci si spiega –  possiamo entrare in un universo televisivo senza limiti. Oggi c’è una tv che unisce tutte le tv”. La grossa novità è che questa ‘galassia sconfinata’ di contenuti può essere fruita “ovunque e quando vuoi”Le parole evidenziate sottolineano fondamentalmente due concetti: il primo è la dimensione smisurata delle richieste degli utenti di quel servizio (che è ‘sconfinata’ proprio perché ‘senza limiti’); il secondo è che la soluzione a ciò è l’offerta di una rete di ‘connessioni’, grazie all’utilizzo di una tecnologia che supera le differenze e le distanze, ‘unendo’ in sé  non solo tutte le modalità televisive, ma in fondo tutte le persone.

E’ da notare sia l’utilizzo della metafora astronomica (universo, galassia…), rafforzata da immagini coerenti con tale contesto, sia l’affermazione che tale provvidenziale invenzione sta adesso concretizzando una prospettiva finora solo futuribile (“oggi….oggi…”). Le altre parole-chiave dello spot pongono in risalto anche la ‘velocità’ della connessione e la sua utilizzazione ‘ovunque’ ci faccia comodo.

Non mi sembra casuale che la somma di queste tre caratteristiche (rapidità, totalità, fruibilità) combaci perfettamente col concetto standardizzato di ‘progresso’, inteso come obiettivo di sviluppo ottenuto soprattutto mediante una continua evoluzione tecnologica. Non è casuale neppure che dallo spot emerga una prospettiva universalistica, ispirata, più alla perfezione del cosmo, alla sintesi forzata del pensiero unico, al modello di economia globalizzata ed alla eliminazione delle diversità come sbrigativa soluzione ad ogni conflitto.

Del resto i grandi maestri della fantapolitica – dall’Huxley del Brave New World all’Orwell di 1984 –  ci avevano profetizzato con incredibile intuizione quello che sarebbe diventato il nostro “nuovo mondo”, governato dalla dittatura della tecnologia e da un ‘Bispensiero’ che mistifica la realtà, presentandoci la schiavitù come libertà e la guerra come pace. Basta poi usare un motore di ricerca su Internet per scoprire che, quanto meno nel mondo anglosassone, espressioni come “Freedom not to Choose” non sono affatto nuove.  Per non parlare dei grandi pensatori che hanno spesso sottolineato che la libertà è un rischio che oggi molti preferirebbero non correre. Un esempio classico è quello di Erich Fromm, il quale oltre settant’anni fa osservava che: L’uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni, e le decisioni comportano rischi […]  L’uomo moderno, liberato dalle costrizioni della società  pre-individualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere: cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali emotive e sensuali. Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà lo ha reso isolato e, pertanto, ansioso e impotente”  (Erich Fromm, Fuga dalla Libertà, 1942).

Eppure ci hanno insegnato che scegliere è l’unico verbo in grado di coniugarsi all’idea stessa di libertà. Pur senza scomodare il principio religioso del ‘libero arbitrio’, sembra  evidente che avere un’opzione, disporre di un’alternativa, sia il solo modo per affermare il nostro diritto alla scelta, nel quale è incluso il diritto di sbagliare. Il guaio è che scegliere è anche un peso, una responsabilità che discende dall’originaria condanna biblica, che identificava la conoscenza con la necessità di comportarsi secondo coscienza  (Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male…”   – Gen. 3,22). Scegliere vuol dire riflettere, analizzare le varie possibilità, esercitare il discernimento ed infine decidere, assumendosi la responsabilità delle proprie responsabilità. Decisamente troppo per l’homo tecnologicus del nostro ‘Brave New World’ , dove non c’è mai abbastanza tempo perché tutto procede a velocità sempre più elevata. Un  mondo dove resta anche poco spazio per la spontaneità e per il confronto razionale con chi la pensa diversamente.

I meccanismi individuati da Fromm come caratteristici di questa “Escape from Freedom” sono sostanzialmente tre: l’autoritarismo, la distruttività ed il conformismo. Il primo ci fa rinunciare alla nostra autonomia ed individualità per rifugiarci sotto l’ala protettiva di qualcosa di più grande, importante e generale: un’autorità esterna appunto. Il secondo meccanismo, fondato sulla paura, ci porta ad eliminare preventivamente ciò che potrebbe minacciarci, sfuggendo alla sensazione d’impotenza e di fragilità per mezzo della aggressività.  Il conformismo, infine, ci rende praticamente degli automi, per cui l’individuo smette di essere se stesso ed assume acriticamente il modello culturale che gli viene proposto, mimetizzandosi fra gli altri, in una società sempre più grigiamente uniforme.

Insomma, forse partire da una frase pubblicitaria per giungere a conclusioni di ordine filosofico e politico è un po’ troppo e, in fondo, attribuisce fin troppa importanza ad uno slogan del genere. Però dovremmo smetterla anche di cercare grandi messaggi solo nei discorsi ufficiali o nei testi universitari. La verità è che determinati contenuti ‘passano’ ogni giorno attraverso i media in modo assai meno ufficiale, ma più subdolo, soprattutto quando si rivolgono ad un pubblico estremamente permeabile come quello giovanile.

Trasmettere ad un ragazzo l’idea che le tecnologie attuali ci stanno regalando la libertà “di non dover più scegliere”, infatti, mi sembra un’operazione estremamente pericolosa. Lasciargli intendere che ci si possa liberare dal peso della scelta padroneggiando tutti i possibili contenuti attraverso un unico strumento, se da un lato ne solletica il già ipertrofico senso di onnipotenza e di realizzazione senza alcun limite, dall’altro lo inchioda ad un destino di uniformità controllata dall’alto, e quindi di autoritarismo.

imagesCiò che si propone ai giovani, e non solo a loro, è una società globalizzata dove tutto è connesso in rete, tutto è monitorabile da lontano, tutto si può fare ovunque e in qualunque momento, magari contemporaneamente… “Non è fantastico?”, ci chiede un ammiccante Pif dallo spot della TIM, lasciando intendere che è solo una domanda retorica. Ebbene no. Io, ad esempio, non trovo affatto ‘fantastico’ che il massimo della libertà che ci viene concessa sia quella di non scegliere, e quindi di fare a meno di decidere con la nostra testa e la nostra coscienza.  Non mi sembra per niente una prospettiva esaltante quella di raggiungere la pace dei sensi – e dell’intelletto – alla luce degli onnipresenti schermi di un qualsiasi Big Brother. Non riesco proprio ad appassionarmi né all’idea che lasciar scegliere agli altri per noi sia la soluzione migliore né a quella, altrettanto delirante, che non dobbiamo più prenderci il disturbo di scegliere, dal momento che ormai possiamo avere ogni cosa. Avere tutto – ci avrebbe ammonito Fromm – equivale ad accettare di non essere più nulla. E questo non è per niente ‘fantastico’, anche se sta diventando terribilmente reale…..

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

SOL PERCHE’…

Come trasformare il Sole da nemico in alleato

di ERMETE FERRARO (*)

downloadSOL PERCHÉ l’attenzione globale resta focalizzata sul terrorismo più che sui terribili scenari che si prospettano a livello ambientale, non possiamo accettare che l’opinione pubblica non  sia cosciente che alla Conferenza di Parigi sul Clima ci stiamo giocando  gran parte del nostro futuro.  Del resto, non sembra esserci sufficiente coscienza neppure del fatto che lo stesso terrorismo ha origine in fenomeni per nulla estranei al modello di sviluppo attuale ed al disastro che sta provocando sugli ecosistemi, comportando cambiamenti climatici a livello planetario. I Grandi della Terra (che come USA e CINA del nostro pianeta sono soprattutto i più grandi inquinatori) hanno pochi giorni per raggiungere un’intesa sui provvedimenti da adottare per contrastare i cambiamenti climatici globali.  Ma è in gioco la Terra e l’intera umanità, non la supremazia di uno Stato o di una federazione rispetto agli altri, per cui una tal partita deve coinvolgere tutti noi, che non possiamo restarne spettatori. Anche se i media insistono sugli accordi di vertice raggiungibili in quella sede, dobbiamo quindi far sentire la nostra voce, possibilmente anche a nome di tanti altri esseri non umani, che non hanno alcuno strumento per far valere il loro diritto alla vita. Ecco perché agli appelli  a far presto e bene – fra cui quello, accorato, di Papa Francesco sulla ‘cura della casa comune’  – dovrebbero seguire scelte inequivocabili, non compromessi pasticciati o mere promesse.

SOL PERCHÉ tali promesse sono presentate come  vere e proprie rivoluzioni, non illudiamoci che siano sufficienti a fronteggiare  i disastri ambientali di cui siamo già testimoni. Gli impegni prospettati finora dai 180 stati partecipanti a COP21, infatti, non assicurano affatto il contenimento a 1,5-2 gradi del riscaldamento globale, ma rischiano di portarlo, entro il secolo, a +2,7 gradi. Non possiamo assistere impotenti a questo assurdo mercanteggiare sulla possibilità di distruggere gli equilibri sul nostro pianeta, soprattutto se le soluzioni ci sono da decenni e manca solo la volontà politica di praticarle. La biosfera è un bene comune dell’umanità e nessuno ha il diritto di accaparrarsi le risorse naturali e di mettere in forse la sopravvivenza di milioni di esseri umani, oltre che di animali e di piante. La realtà, però, è che c’è ancora chi pretende di monopolizzarle, se sulla nostra Terra si registrano ben 79 conflitti determinati da cause ambientali, di cui 19 valutati di intensità altissima (4/4).  Il legame tra una politica energetica predatoria e la ricerca di un’egemonia economica e politica attraverso una guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni – per citare il Pontefice – è ormai evidente ed oggettivamente scandaloso. E’ indispensabile far crescere la coscienza collettiva di questo perverso rapporto e bisogna mobilitarsi contro un modello di sviluppo che persegue una crescita illimitata, incompatibile con gli equilibri ecologici, imponendosi con le armi ma anche col falso mito del progresso tecnologico che risolve ogni problema e col modello di vita globalizzato delle ‘monoculture della mente’.

86855548_gettyimages-494954212SOL PERCHÉ ci mostrano il Sole come la causa del riscaldamento globale e dei suoi guasti ambientali, non dobbiamo vederlo come un nemico. Esso, al contrario,  è la fonte stessa della vita del nostro pianeta e la nostra più grande risorsa energetica. Questa verità è di per sé evidente e, del resto, perfino gli stati più inquinatori – fra cui USA  e Cina – stanno facendo grandi progressi in direzione di una valorizzazione di questa immensa risorsa energetica. Ma mentre i ‘grandi’ possono permettersi di premere contemporaneamente sul pedale sia delle fonti fossili sia di quelle rinnovabili,  a partire proprio dal solare, agli stati minori non è facile seguirne l’esempio. Svanita bruscamente l’illusione dell’energia nucleare,  troppo spesso si sta ripiegando sulla folle politica delle trivellazioni, per raschiare il fondo del ‘barile’ delle risorse fossili. Però la stessa rivoluzione del Solare non può essere confusa con la pura e semplice diffusione della tecnologia fotovoltaica, se la costruzione di centrali solari ed il fiorire selvaggio d’impianti del genere non tengono conto del loro impatto ambientale o non modificano le modalità di produzione e distribuzione dell’energia elettrica.  Sebbene realtà geopolitiche enormi come il Brasile o la stessa Cina si dichiarino pronte a ricavare sempre più energia dal Sole, non è detto che si realizzi una vera rivoluzione ‘elio-centrica’, se il modello produttivo e distributivo resterà centralizzato e porterà l’ambiguo marchio delle majors dell’inquinamento globale. Il rischio d’un nuovo colonialismo energetico – sfruttando il sole con megacentrali  nei deserti del nord-Africa per esportare elettricità magari in Germania – potrebbe in effetti avere conseguenze negative, confermando un modello predatorio causa di danni e conflitti.

SOL PERCHÉ ci fanno sapere che in  Italia l’energia da fonti rinnovabili copre il 20% della richiesta e rappresenta addirittura la prima fonte di generazione elettrica (43% della produzione nazionale lorda), questo incoraggiante dato non rappresenta ancora l’affermazione d’un nuovo modello energetico. Resta il grave problema dei trasporti e della produzione di calore (il settore termico impiega il 50% del fabbisogno energetico) ed il solare in senso stretto non supera il 20% delle fonti rinnovabili impiegate (contro il quasi 48% dell’idroelettrico). Insomma, al di là dei trionfalismi,  la realtà è che il nostro ‘Paese del Sole’ si limita ad utilizzare tale risorsa in una percentuale inferiore all’8% (dati Terna 2014). D’altronde, perché il Sole non resti una risorsa energetica tra le altre ma rappresenti un’alternativa reale ed effettiva, bisogna cambiare in primo luogo la stessa idea di ‘sviluppo’. In caso contrario, sarà difficile far accettare ai paesi del c.d. Terzo Mondo (le developing countries) che ci si accorda per ridurre le emissioni proprio quando essi cominciano a produrre ed a consumare come noi abbiamo fatto finora, senza troppi scrupoli. Se invece con ‘sviluppo’ si continuerà ad indicare un indefinito progresso tecnologico ed una crescita esponenziale dei consumi, sarà impensabile invertire la marcia e scongiurare l’incombente catastrofe ecologica.

PERCHÉ IL SOLE diventi il punto centrale della ‘Civiltà’ auspicata da Antonio D’Acunto, cui è ispirata la proposta popolare di legge regionale che due anni fa è diventata legge in Campania, non ci si può accontentare di un puro e semplice incremento della percentuale di elettricità ricavata da quella fonte. Occorre ripensare collettivamente e responsabilmente un modello alternativo di sviluppo, fondato sul controllo democratico e decentrato delle risorse e sulla scelta prioritaria delle fonti rinnovabili, non solo perché ecologiche, ma anche diffuse, non monopolizzabili e gestibili dalle comunità locali. Ebbene, in Campania eravamo riusciti a far approvare all’unanimità dal Consiglio Regionale una legge rivoluzionaria in materia energetica, per aprire il capitolo di uno sviluppo alternativo ed eco-compatibile. Purtroppo il colpevole immobilismo della Giunta –dopo l’iniziale tentativo di boicottare la  L.R. n.1/2013 (Cultura e diffusione dell’energia solare il Campania), le hanno impedito di produrre almeno in parte i suoi effetti.  Eppure la Campania avrebbe potuto essere la regione-leader d’una pianificazione energetica decentrata, contrastando non solo assurdità come trivellazioni in mare e geotermia selvaggia, ma anche un uso del fotovoltaico e dell’eolico spesso irrispettoso delle risorse agricole e degli equilibri ambientali, in quanto improntato a mera speculazione o ad operazioni di dubbia trasparenza.

PERCHÉ IL SOLE diventi davvero il simbolo di quella ‘civiltà’ più equa, pacifica ed ecologica che tanti di noi auspicano, dobbiamo quindi fare molti passi avanti. La Conferenza di Parigi è l’ultima spiaggia per portare a casa almeno dei risultati parziali per un contrasto dei cambiamenti climatici. Non è pensabile, però, che il futuro dell’intera umanità –e del nostro stesso pianeta – dipendano solo dalle mediazioni in corso e dal dosaggio delle parole che sanciranno i protocolli che dovrebbero impegnare gli stati partecipanti. Deve aumentare il livello di consapevolezza ambientale dei cittadini e si devono praticare tutte le possibili soluzioni per ridurre le emissioni, partendo dal risparmio energetico ed usando modelli di produzione e di consumo a basso impatto energetico. Perché il sole non è certo il nemico da battere, ma il nostro più grande alleato nella lotta al surriscaldamento globale. La “Civiltà del Sole” che noi proponiamo consente a tutti di affermarsi, come persone e come comunità, utilizzando un bene comune a vantaggio di tutti. Perché  ‘messor lo frate Sole’  di san Francesco –  bellu e radiante cum grande splendore” – è il simbolo stesso della vita; una sorgente inesauribile di energia che non ha padroni ma solo fruitori. Perché il Sole è il nostro futuro e non vogliamo che la compromissione degli equilibri ecologici scippi tale futuro a noi ed ai nostri figli e nipoti.

 (*) Ermete Ferraro, ecopacifista, è il Presidente della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità   (http://www.laciviltadelsole.org  ) .                                                                                               ————————————————————

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

“VIVA NAPOLI E PARI’! GUI’ GUI’ GUI’ !”

Ô 1902 , Guarino e Gambardella šcrivettero ‘na canzona assaje špassosa, c’aggio vuluto mettere comme titulo ‘e ‘stu piezzo.  L’occasione pe’ cantà pur’io “Viva Napoli e Parì” è stata ‘na telefonata ca me passaje figliema ‘nu ppoco ‘e juorne fa: “Papà, ‘nce sta ’na signora d’ ‘a televisione frangese!”.  E chi s’’o ppenzava ca ‘o labboratorio ‘e Napulitano ca stongo purtanno annanze â šcola mia puteva arrivà nientemeno dint’’ô teleggiurnale ‘e France 2 ?…Nun saccio ancora comme, ma chello ch’è certo è ca ‘sta  curtese ggiurnalista vulette venì  ‘a Roma ‘nzì  ‘ncopp’ô Vòmmero pe’ ffà ‘nu servizio p’’o siconno canale d’’a televisione frangese.

IMG01008-20150418-1421L’avimmo saputo sulo doje juorne primma, però ‘e guagliune/one ca ‘o pràttecano – e ca se songo sentute assaje ‘mpurtante pe’ ‘sta nuvità – se so’ compurtate bbuono assaje ‘nnanze â telecammera ‘e l’operatore e ô microfono ‘e l’intervistatrice, ca vuleva capì chello ca stammo facenno e comme.

Certamente nun è stato semprice a ffa’ finta ‘e niente, facenno lezzione comme si nun ce stesse nisciuno annanze, però ‘e guagliune/one so’ state overo brave e nun haveno fatto ‘nu poco ‘e casino. Passanno ‘mmiezo ‘e bbancarielle  – c’’o microfono appuntato â giacchetta –  aggio cercato ‘e fa’ tutto comme sempe: spiecà, fa’ ‘e ddumanne,  fa’ leggere e šcrivere, perzì cantà ‘nzieme ê guagliune (e senza ‘a museca…) ‘a canzona d’’o gruppo: “Vraccialiette nuoste”

il_piccolo_principe_163Avimmo liggiuto pure ‘nu miezo capitulo d’’a traduzzione napulitana d’’o “Petit Prince” ‘e Saint Exupery, ca m’ha dato pure ‘o canzo ‘e spiecà chello c’aunisce ‘a lengua napulitana ô ffrangèse e pecché aggio scegliuto propeto ‘stu libbro.


‘A ggiurnalista ogne tanto faceva quacche dumanna a me e pure ê guagliune/one, comunque tuttuquanto è ghiuto annanze ‘e na manera naturale. Accussì me pare ca ‘e ffrangìse ca vedarranno ‘stu servizio pe’ televisione se farranno n’idea bastantemente chiara ‘e chello ca facimmo e d’’o ppecché ‘o stammo facenno.

‘A cosa cchiù bella è stata ca se senteva ca ‘sta šperienza nova sta piacenno overamente  ê guagliune/one d’’o gruppo, ca se stanno  ‘mparanno ‘nu sacco ‘e cose.  Nun créro ca se tratta sulo ’e rišposte pe’ cunvenienza o pe’ curtesia. Me pare ca ‘stu gruppo sta accummincianno a capì ca facimmo quaccosa ‘e bbuono e ca ‘nu sacco ‘e ggente ce stanno ‘a guardà, pure ‘a fore d’’a šcola.

Sarrà ‘na ‘mpressione d’’a mia, però me pare pure ca, attuorno a ‘stu labboratorio ‘e Napulitano, chianu chiano, sta criscenno ‘nu muvimento assaje cchiù gruosso, can nun tocca sulo ‘sta lengua nosta, ma pure tutt’’e llengue ca veneno chiammate ‘reggionale’.
‘Nfatte, pe’ ttramente ca nuje âmmo riggistrato ‘stu servizzio p’’a televisione frangese, a Maussane-les-Alpilles (‘na cetà d’’a Pruvenza) stanno appriparanno ‘na grossa Assembrèia ‘e tutte l’associazzione ca vônno addefennere ‘e llengue lloro e lle vônno dà ‘a degnità d’esse parlate, šcritte e pure ‘mparate rint’’e šcole.

alleanza lingue regionaliE’ chesta l’Europa ca ce piace. Chella ca vô mettere ‘nzieme ‘a ggente pecché tenimme assaje cose cummune, però senza šcancellà l’identità ‘e ogne pupulazzione, comme si fosse ‘na cosa malamente. ‘A globbalizzazzione ce vô fa’ addeventà tuttuquante eguale, però sulo pecché ce vede comme ggente c’hann’a accattà sempre cchiù robba, no comme perzone ca teneno ‘o deritto ‘e rummané lloro stesse.  ‘A diverzetà culturale è ‘nu deritto, no ‘nu guajo ‘a šcanzà. E’ pe’ cchesto ca s’ha dda jì annanze pe’ ‘sta via, mettennoce ‘nzieme e facenno tutto chello ca putimmo p’addefennere ‘nu patremmonio ca, pure si nun ce sta rint’’o calculo d’’o P.I.L.,  è ‘a vera recchezza nosta.

E pirciò cantammo pure “Viva Napoli e Parì”, però nun ce šcurdammo maje ca simmo napulitane.

P.S. – Si vulite veré ‘o servizzio d”a televisione frangese – ca è stato trasmisso ‘o 15 ‘e abbrile – špremmìte ‘ncopp”o cullegamento >> http://www.france2.fr/emissions/telematin/videos/replay_-_telematin_15-04-2015_766785?onglet=tous&page=1 d”o min. 49,10 ‘nzì a 53,30

QUALI COMPETENZE CI CHIEDE L’EUROPA?

core competencies

  1. Una sperimentazione tardiva, però immediata

Chi ha partecipato ad uno dei tanti Collegi dei Docenti tenuti nelle scuole italiane in questo periodo si sarà sicuramente trovato, tra i punti all’ordine del giorno, l’adozione ‘sperimentale’ di un nuovo modello di certificazione delle competenze, al termine del primo ciclo d’istruzione. Inutile chiedersi il motivo di tale sincronismo. Il governo Renzi, impegnato a diffondere il verbo della “buona scuola” ed a “cambiar verso” anche in materia d’istruzione, non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione della riforma scolastica per entrare nel merito.

Ecco che il 13 febbraio 2015 il MIUR ha emanato la C.M n.3 [1] nella quale si propone la “Adozione sperimentale dei nuovi modelli nazionali di certificazione delle competenze nelle scuole del primo ciclo di istruzione”, così motivando l’opportunità di tale scelta:

<< – ancoraggio delle certificazioni al profilo delle competenze definito nelle Indicazioni Nazionali vigenti (DM n. 254/2012); – riferimento esplicito alle competenze chiave individuate dall’Unione Europea, così come recepite nell’ordinamento italiano; – presentazione di indicatori di competenza in ottica trasversale, con due livelli di sviluppo (classe quinta primaria, classe terza secondaria I grado); – connessione con tutte le discipline del curricolo, evidenziando però l’apporto specifico di più discipline alla costruzione di ogni competenza; – definizione di 4 livelli, di cui quello “iniziale” predisposto per favorire una adeguata conoscenza e valorizzazione di ogni allievo, anche nei suoi progressi iniziali e guidati (principio di individualizzazione); – mancanza di un livello negativo, attesa la funzione pro-attiva di una certificazione in progress delle competenze che, nell’arco dell’obbligo, sono in fase di acquisizione; – presenza di uno o due spazi aperti per la descrizione di competenze ad hoc per ogni allievo (principio di personalizzazione); – sottoscrizione e validazione del documento da parte dei docenti e del dirigente scolastico, con procedimento separato rispetto alla conclusione dell’esame di Stato; – presenza di un consiglio orientativo, affidato alla responsabile attenzione dei genitori.>>

A questo punto viene da chiedersi: come mai a quasi tre anni dalle ‘nuove’ Indicazioni Nazionali per il curricolo [2] ed a più di otto dalle Raccomandazioni in merito del Parlamento Europeo [3] questa nuova modalità di certificazione è diventata all’improvviso così urgente?  Ma allora le certificazioni prodotte al termine della scuola media in questi anni erano poco ‘ancorate’ al profilo indicato dal Ministero a livello nazionale? Per quale motivo finora hanno fatto certificare ai docenti competenze che non avevano i necessari requisiti della trasversalità e della interdisciplinarità ? E inoltre, come mai questo nuovo modello deve essere sottoscritto dai docenti e dal dirigente scolastico “con procedimento separato” rispetto agli adempimenti degli esami di stato? Per non parlare della confermata farsa che richiede agli insegnanti di esprimere nel certificato un “consiglio orientativo” quando già gli alunni si sono iscritti da qualche mese alla scuola superiore…

Purtroppo il MIUR non offre risposte a tali domande, però lascia intendere che aderire a sua proposta è una scelta di qualità. Nel consueto burocratese, inoltre, ci comunica che: <<…si attende che la scelta del format proposto possa retroagire positivamente con le pratiche didattiche in atto nella scuola, ispirandole maggiormente a quanto previsto dalle Indicazioni/2012 >>, fornendo una modalità che dovrebbe evitare che tale operazione si riduca ad un“adempimento amministrativo”, così da “arricchire le pratiche valutative correnti”.

Sorvoliamo su espressioni come format, che fanno pensare più ai reality televisivi che all’ambito dell’istruzione, e lasciamo correre l’anglicismo mascherato dietro il verbo retroagire, che rinvia ad un linguaggio sospeso tra psicologismo comportamentale e lessico da marketing.

Il nocciolo è che la circolare ministeriale chiede alle scuole italiane è di adottare ‘sperimentalmente’ il proposto modello di certificazione già dalla prossima sessione degli esami. Al tempo stesso ci notifica che dal prossimo anno scolastico, in ogni caso,  esso sarà impiegato in tutte le istituzioni scolastiche, dopo averlo “validato ed eventualmente integrato” grazie a tale ‘sperimentazione’, di cui si dà per scontato l’esito positivo. Come dire: la minestra è questa, se proprio volete, potete aggiungerci un po’ di aromi… Di fronte alla ventilata ineluttabilità di tale scelta (che mi ricorda un po’ la celeberrima frase tratta da ‘Il padrino’: “Ci faccio un’offerta che non può rifiutare…” [4] ), suppongo che la stragrande maggioranza dei Collegi dei Docenti abbia spontaneamente risposto in modo positivo all’appello. Non ci resta, a questo punto, che sforzarci di capirci qualcosa di più.

  1. Quali competenze in una società competitiva?

Parlavo in classe con i miei alunni/e di terza degli obiettivi formativi che gli si chiede di raggiungere alla fine della scuola media e uno di loro, intuitivamente, mi ha chiesto se ci fosse un rapporto tra le parole competenza e competizione. In effetti, etimologicamente parlando, l’origine è la stessa, visto che entrambi derivano dal latino “cum-petere”. Nel primo caso però di sottolinea l’affinità e l’unità nel procedere (dirigersi insieme – cum -verso un obiettivo, cioè convenire) mentre nel secondo si sottolinea il concetto di ‘gareggiare con gli altri’). Lasciando stare le etimologie, però, conviene partire dalla definizione stessa di “Competenze”, riportata in un utile glossario allegato alla citata circolare:

competenze 2“Le competenze sono una combinazione di conoscenze, abilità e atteggiamenti appropriati al contesto” (Fonte: Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006); “Comprovata capacità di utilizzare, in situazioni di lavoro, di studio o nello sviluppo professionale e personale, un insieme strutturato di conoscenze e di abilità acquisite nei contesti di apprendimento formale, non formale o informale(Fonte: DLgs 13/13, art. 2, c. 1).

Così illuminati, i docenti dovrebbero però leggersi attentamente anche le tredici pagine delle “Linee Guida per la certificazione delle competenze nel primo ciclo d’istruzione” [5] – oltre alle cinque della C.M. 3/2015 – per giungere adeguatamente consapevoli e preparati all’adempimento collegiale che li attende a breve, nel caso in cui facciano parte di una commissione per gli esami di licenza media.

Dopo ben “quindici anni di gestazione’ – di cui parla un articolo sul Corriere della Sera [6] – pare dunque che tale procedimento sia diventato indifferibile ed indispensabile. Ancora una volta, a quanto pare, “ce lo chiede l’Europa” e noi come sempre, sia pur con ritardo, ci adeguiamo.

Ma, di preciso, che cosa richiede ai docenti il nostro Ministero, in nome e per conto dell’Europa?

<< Dall’ampia citazione riportata si desume chiaramente che:

  • la maturazione delle competenze costituisce la finalità essenziale di tutto il curricolo;

  • le competenze da certificare sono quelle contenute nel Profilo dello studente;

  • le competenze devono essere promosse, rilevate e valutate in base ai traguardi di sviluppo disciplinari e trasversali riportati nelle Indicazioni;

  • le competenze sono un costrutto complesso che si compone di conoscenze, abilità, atteggiamenti, emozioni, potenzialità e attitudini personali;

  • le competenze devono essere oggetto di osservazione, documentazione e valutazione;

  • solo al termine di tale processo si può giungere alla certificazione delle competenze, che nel corso del primo ciclo va fatta due volte, al termine della scuola primaria e al termine della scuola secondaria di primo grado.>> [7]

Come dire: i prof non credano di cavarsela limitandosi a cambiare modulo di certificazione e livelli relativi. Adeguarsi al nuovo modello, infatti, comporta un percorso più lungo e complesso, che va dalla programmazione “per competenze” alla loro certificazione al termine del ciclo didattico.

Bene, bravi! Peccato che, in questi otto anni dalla pubblicazione delle cit. “Raccomandazioni del Parlamento e del Consiglio della U.E.”,  non mi sembra che le ‘teste d’uovo’ del MIUR si siano particolarmente impegnate nel modulare quella proposta, adattandola al nostro sistema educativo.  Si sono infatti limitati a ricopiarla sic et simpliciter nella circolare ministeriale che istituisce il ‘nuovo’ modello di certificazioni, dalla quale, comunque, si ricavano alcuni principi basilari:

  1. Ai fini della prosecuzione degli studi e del successivo inserimento nel mondo del lavoro, agli studenti si richiede il conseguimento di alcune “competenze chiave”. Sembra pertanto di poterne dedurre che quelle non comprese nello schema – secondo “l’Europa” ma anche il nostro governo – presentino invece una scarsa rilevanza educativa.
  2. Le competenze così elencate devono essere comunque declinate in base ad un determinato profilo e rilevando in esso quattro possibili livelli (iniziale – base – intermedio – avanzato), uniformando in tal modo le certificazioni scolastiche a livello nazionale e comunitario. Sembra di capire che, per le istituzioni europee, gli obiettivi formativi siano gli stessi ovunque, a prescindere dalle differenze nei modelli di scolarizzazione, educativi e culturali, tuttora riscontrabili tra stato e stato.
  3. Le competenze chiave così sancite hanno una caratterizzazione prevalentemente interdisciplinare, cosa sulla quale è difficile non essere d’accordo, ma che si rivela meno ovvia se andiamo a cogliere le priorità che, viceversa, emergono dal documento. Direi, infatti, che si conferisce comunque una prevalenza alle competenze comunicative, matematiche e tecnologico-scientifiche, insistendo in quest’ultimo caso soprattutto su quelle digitali. Certo, si prevede anche la rilevazione delle “espressioni culturali” e delle “competenze sociali e civiche” ed al punto 9 ci si spinge a parlare perfino di “spirito di iniziativa e imprenditorialità”. In questi ultimi casi, però, gli indicatori del relativo ‘profilo’ appaiono piuttosto vaghi.
  4. Il superamento della logica del conseguimento di conoscenze, abilità e competenze esclusivamente disciplinari costituisce senza dubbio un passo avanti verso un modello formativo più globale e meno frammentato in vari e distinti E’ però legittimo chiedersi se in realtà non si stia perseguendo, più di un’effettiva interdisciplinarità, un ben preciso modello di studente, il cui ‘profilo’, peraltro, era stato tracciato già nelle Indicazioni Nazionali del 2012, che attingevano a piene mani dalle “raccomandazioni” europee di sei anni prima.

Come già facevo in un articolo del 2012 [8], mi viene allora spontaneo chiedermi: ma a quale visione e modello pedagogico rinvia questo ‘profilo’ dello studente?

  1. Skill l’ha visto?

Se certificare le competenze in uscita dal primo ciclo scolastico significa valutare quanto il singolo studente si sia accostato a quel modello ideale, credo valga la pena di soffermarsi un po’ su quest’ultimo. Ebbene, dal citato profilo risulta che il/la ragazzo/a ideale che esce dalla scuola media dovrebbe essere:

  1. autonomo e responsabile, nonché capace di esprimere “la propria personalità in tutte le sue dimensioni”;
  2. consapevole dei propri limiti e potenzialità, agendo in un’ottica di dialogo e rispetto con le altre componenti della società;
  3. rispettoso delle regole comuni e collaborativo;
  4. padrone delle varie funzioni della propria lingua;
  5. capace di comunicare in altre due lingue, sia pure ‘a livello elementare’, ma comunque abile nell’utilizzo dell’inglese in ambito tecnologico e comunicativo;
  6. dotato di pensiero razionale e di conoscenze, sia matematiche sia scientifico-tecnologiche, necessarie per “risolvere problemi e situazioni”;
  7. capace di orientamento spazio-temporale e di sensibilità artistica;
  8. competente in ambito digitale, “per interagire con soggetti diversi nel mondo”;
  9. adattabile e capace di ‘imparare ad imparare’;
  10. rispettoso, della propria salute e delle regole di convivenza civile, nonché partecipativo;
  11. originale ed intraprendente;
  12. attivamente impegnato e disposto ad affrontare gli imprevisti.

A dire il vero, mi sembra che ad uno studente che risulti dotato di tutte queste qualità andrebbe conferito un premio al valore più che un semplice diploma di scuola media… In effetti, questa elencazione di requisiti mi appare retorica e sovradimensionata, soprattutto se si tiene conto che sempre più spesso a fare gli esami di terza media sono ragazzini/e di 13 anni e che la società in cui vivono gli inculca valori e modelli ben diversi, se non opposti.

Il clima individualistico e competitivo che essi respirano fin da piccoli – come sa bene chi vive in ambiente scolastico – non produce affatto atteggiamenti e comportamenti collaborativi né particolarmente rispettosi.  La tendenza all’omologazione culturale e sociali, inoltre, non mi sembra il terreno migliore per farvi crescere l’autonomia, il senso di responsabilità , l’originalità e l’intraprendenza. Semmai, vista la precarietà occupazionale ed economica dei tempi attuali, si rivelano indubbiamente utili requisiti pratici come la competenza nelle lingue straniere e nell’informatica e l’adattabilità agli imprevisti…

Insomma, andando un po’ più a fondo, mi sembra d’intravedere in questo studente ideale più che altro i connotati tipici di quella cultura anglo-americana che, grazie ad una buona dose di retorica ed alla pervasività dei mezzi di comunicazione di massa, ha già da tempo modellato retroterra socio-culturali molto diversi, come quello italiano.

Navigando in Internet, ad esempio, mi sono imbattuto un’interessante ricerca – svolta in Scozia nel 2003 [9]– nella quale si confrontavano le cosiddette “competenze-chiave” a livello internazionale, evidenziando un modello di riferimento comune a vari contesti. E’ però nel mondo anglosassone – ed in particolare negli USA – che questa impostazione pragmatico-utilitarista è da sempre radicata, come si riscontra esaminando, ad esempio, i “foundation skills” espressi dalla SCANS, acronimo per Secretary’s Commission on Achieving Necessary Skills, un organismo creato nel 1990 dal Ministero del Lavoro degli USA per promuovere il successo dei giovani nel mondo del lavoro.[10]

Da questa fonte emerge chiaramente che le competenze richieste agli studenti sono quelle necessarie ad un loro proficuo inserimento occupazionale più che a radicati valori etici e culturali.

Alle “abilità di base, sia linguistiche (ascoltare, parlare, leggere e scrivere) sia matematiche, si aggiungono infatti i “thinking skills” (capacità logiche, creative, di problem solving) ed i  “requisiti personali” (responsabilità personale, autostima, autocontrollo, socievolezza, integrità).

Per carità, tutte cose ottime, ma che non credo possano esaurire le finalità di un processo educativo primario, orientate come sono all’efficienza produttiva ed all’affermazione individuale, tipiche del mito dell’American Dream.

Certo, alcuni principi – come quello dell’apprendimento collaborativo, dell’adattabilità creativa e della promozione dell’autostima – mi sembrano ampiamente condivisibili. Altri, come quello che misura la bontà di una proposta solo in base alla sua efficacia o che classifica la validità delle persone in base al loro grado leadership a mio avviso lo sono assai meno.

E’ innegabile, però, che la nostra scuola stia diventando sempre più forzosamente omologata a parametri formativi europei che, a loro volta, rinviano all’American Way of Life, ed all’etica calvinista che l’ispirava, piuttosto che a quei principi etici e pedagogici che hanno improntato per secoli la nostra cultura cattolica ed umanistica. La parola latina “schola” , ad esempio, rimanda a quella greca “scholé”, il cui senso era “luogo di riposo”, ma anche tempo liberato dagli impegni lavorativi.[11]

Per una cultura classica come la nostra, attribuire alla scuola esclusive finalità di formazione al mondo del lavoro equivale pertanto a rinnegare l’educazione ‘liberalis’ , per conformarsi all’utilitarismo di stampo anglosassone ed alla logica del mercato, in cui l’otium è un peccato ed il negotium è l’unico fine da perseguire.

  1. Tre riflessioni finali 

competency-elementsQuanto emerge dalle considerazioni fatte finora lascia trasparire, ancora una volta, la volontà di imporre ovunque e comunque un ‘pensiero unico’, di chiaro stampo economicista, cancellando visioni ed impostazioni culturali differenti in nome della globalizzazione e della conseguente necessità di omologare procedure e percorsi formativi. Di fronte a questa forzatura, di stampo vagamente coloniale, si può reagire in modo istericamente nazionalista – rifiutando a priori ogni modello straniero – oppure decidere autonomamente che cosa far proprio e cosa rifiutare del patrimonio ideale e pratico altrui. Personalmente, ritengo che la seconda sia la strada da preferire, per dimostrare noi per primi di saper essere al tempo stesso intellettualmente “autonomi”, ma anche “adattabili” ai nuovi contesti.

La precipitazione con la quale, dopo un decennio di esitazione, si pretende ora d’imporre questo modello standardizzato di competenze è sintomo di una più complessiva volontà politica di cambiare radicalmente l’Italia, a partire dalla progressiva cancellazione dei principi e delle modalità organizzative che caratterizzano la nostra Costituzione. Sulla bontà o meno di questa operazione, ovviamente, ci possono essere valutazioni differenti. Credo però che ai docenti – componente essenziale di un comparto finalizzato alla formazione delle nuove generazioni – spetti di esercitare il necessario discernimento nei confronti dei cambiamenti proposti, proprio in nome di quello spirito critico che essi dovrebbero sviluppare nei loro studenti.[12]

A prescindere dal fatto che il prossimo anno il modello ministeriale sia o meno adottato in tutte le scuole italiane, esso richiede comunque ai docenti la capacità di confrontarsi e di esprimersi in modo collegiale nel merito delle competenze così delineate. Proprio per questo ritengo che i consigli di classe – al di là dell’elegante formula delle ‘èquipe educative’  – debbano finalmente riscoprire il loro fondamentale ruolo di programmazione e valutazione, senza lasciarsi tentare da semplificazioni burocratiche (pratiche standardizzate) e da principi estranei alla deontologia professionale del docente, mutuati dalla logica aziendalista dominante.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

—————————————————————————————————————

[1]  Cfr. http://www.istruzione.it/allegati/2015/CM_certificazione_comp_primo_ciclo0001.pdf

[2]  Cfr. “Profilo dello studente alla fine del primo ciclo” in http://media.pearsonitalia.it/0.483695_1363011940.pdf  – in Nuove Indicazioni Nazionali (D.M. n. 254/2012) > http://2.flcgil.stgy.it/files/pdf/20130207/decreto-ministeriale-254-del-16-novembre-2012-indicazioni-nazionali-curricolo-scuola-infanzia-e-primo-ciclo.pdf

[3]  Cfr. http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:394:0010:0018:it:PDF

[4]  “I’m going to make him an offer he can’t refuse”  (F. F. Coppola & M. Puzo, The Godfather)

[5]  “Linee Guida per la certificazione delle competenze nel primo ciclo d’istruzione : Si tratta di un documento in word, cui non può fornire il link.

[6]  A. De Gregorio, “Dalla A alla D: ecco i nuovi voti per valutare le competenze” , Corriere della Sera  del 17.02.2015  ( http://www.corriere.it/scuola/primaria/15_febbraio_17/dalla-a-d-ecco-nuovi-voti-che-valutano-competenze-929c4b82-b6bb-11e4-a17f-176fb2d476c2.shtml )

[7]  “Linee Guida” cit. , p.3

[8]  E. Ferraro (2012) , Lo studente…di profilo (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/10/lo-studente-di-profilo/ )

[9]  Scottish Qualification Authority (SQA),  “Key competencies – some international comparison”, in: SQA Policy and research Bulletin, no. 2 /2003 (http://www.sqa.org.uk/files_ccc/Key_Competencies.pdf )

[10] <<Foundation skills: Competent workers in the high-performance workplace need: ♦ basic skills — reading, writing, arithmetic and mathematics, speaking and listening ♦ thinking skills — the ability to learn, to reason, to think creatively, to make decisions and to solve problems ♦ personal queries — individual responsibility, self-esteem and self-management, sociability, and integrity>> (source: SCANS 1992)

[11] “Quod, ceteris rebus omissis, vacare liberalibus studiis pueri debent” (S. P. Festo, De verborum significatu)

[12] Vedi punto 3 del profilo delle competenze allegato alla cit. Circ. 3/2015: “affrontare problemi e situazioni sulla base di elementi certi e di avere consapevolezza dei limiti delle affermazioni che riguardano questioni complesse che non si prestano a spiegazioni univoche.”