Ma che ‘Bellica Scuola’ !

  1. Una scuola ‘buona’ a che cosa?

la-bellica-scuola-xxxIn questi ultimi anni abbiamo sentito parlare continuamente della “Buona Scuola”, l’autocelebrativa etichetta che il governo Renzi ha voluto apporre sulla sua riforma dell’istruzione in Italia. Ovviamente non tutti fra i docenti e gli stessi dirigenti scolastici hanno condiviso questa enfatica definizione e, soprattutto, una volta passata la sbronza delle slide e della propaganda, tale ‘rivoluzione’ educativa sta ormai mostrando i propri limiti. A cambiare la scuola italiana ci avevano già provato in tanti, con risultati generalmente poco apprezzabili, ma è evidente che l’attuale Premier ha voluto imprimere un’impronta più decisa e decisionista sulla sua riforma, utilizzando l’aggettivo “buona” come segnale d’un cambiamento epocale. In proposito, infatti, le frasi retoriche si sprecavano, a partire dall’introduzione al documento [i] , dove si parlava di: “soluzione strutturale alla disoccupazione”; “meccanismo permanente d’innovazione, sviluppo e qualità della democrazia”; “investimento di tutto il paese su se stesso”; “Un Paese intero… deciso a mettersi in cammino”. La proposta proseguiva con altre affermazioni fiere e combattive, tipo: “Il rischio più grande, oggi, è continuare a pensare in piccolo, a restare sui sentieri battuti degli ultimi decenni”; “Ci serve il coraggio di ripensare come motivare e rendere orgogliosi coloro che, ogni giorno, dentro una scuola, aiutano i nostri ragazzi a crescere”; “Siamo pronti a scommettere su di voi. A farvi entrare nella partita a pieno titolo, e a farvi entrare subito. Ma a un patto: che da domani ci aiutiate a trasformare la scuola, con coraggio. Insieme alle famiglie, insieme ai ragazzi, insieme ai colleghi e ai dirigenti scolastici”; “Possibilità di schierare la “squadra” con cui giocare la partita dell’istruzione”.  Si avverte in sottofondo una tonalità del linguaggio impostata alla sfida, che adopera parole come “coraggio” e “scommessa” per lanciare un appello ad una “trasformazione” che richiede un ‘gioco di squadra’, lasciando intendere fra le righe che forze oscure, retrograde e conservatrici congiurino invece per lasciare la scuola così com’è.

La riforma renziana, insomma, si è posta come una mobilitazione generale per fare della scuola “l’avanguardia, non la retrovia del Paese”, sostenendo che essa “ deve diventare poi la vera risposta strutturale alla disoccupazione giovanile, e l’avamposto del rilancio del Made in Italy.”  Avanguardia, retrovia, avamposto: un orecchio attento non può fare a meno di cogliere dietro tali parole il tono vagamente marziale di chi ha inteso lanciare una vera e propria ‘campagna’ contro immobilismo e burocrazia, facendo della scuola il terreno d’un cambiamento epocale. A distanza di due anni, però, di questa sedicente rivoluzione educativa non sembra sia rimasto molto. L’enfasi sulla ‘autonomia’ scolastica, semmai, si è paradossalmente trasformata in un ulteriore stimolo al conformismo ed all’appiattimento della didattica, grazie ad un’omologazione delle priorità formative, ad esempio attraverso la pedissequa adesione a format educativi d’importazione. Penso, ad esempio, alla stucchevole retorica sulla “scuola digitale” – sulla quale mi sono soffermato in un precedente articolo [ii] – ma anche all’insistenza su concetti come qualità, valutazione e merito, cui finora non mi pare che sia corrisposto altro che un indecoroso inseguimento delle direttive di vertice, aumentando il già fin troppo ampio progettificio scolastico anziché qualificare la didattica curricolare e valorizzare l’impegno ordinario dei docenti. Penso anche alla speciosa retorica sull’aggiornamento degli insegnanti – chiamato pomposamente ‘formazione continua obbligatoria’ – puntando ancora una volta sulla parola magica ‘innovazione’, resa sinonimo delle c.d. “nuove alfabetizzazioni”, sintetizzabili in una dose massiccia di impronunciabili “competenze digitali”, nell’impulso allo studio dei principi dell’economia nelle scuole secondarie ed in un’ulteriore enfasi sull’apprendimento delle lingue straniere (leggi: inglese).[iii]  In filigrana, dalla epocale riforma renziana sembrerebbe dunque affiorare più che altro l’immagine di una scuola-azienda, resa sempre più conforme ad un ben preciso modello di sviluppo e di cambiamento sociale ed alla cultura dominante, fondata sulla legge del mercato, sulla globalizzazione e su pericolose ‘monoculture della mente’.

  1. “E ritornammo a riveder…le stellette”

downloadVa anche considerato un altro insidioso aspetto – meno affrontato e discusso – della “buona scuola” propugnata dall’attuale governo: l’introduzione nel percorso educativo del modello militare. In effetti non è una caratterizzazione del tutto nuova, visto che anche esecutivi precedenti hanno cercato d’inserire, più o meno surrettiziamente, la ‘cultura’ militare all’interno della programmazione didattica. Fatto sta che nel 2014 questo processo è culminato nel Protocollo d’Intesa sottoscritto da MIUR e Min. Difesa, nel quale si sancisce il discutibile principio secondo il quale nella scuola c’è bisogno di attivare:

 “…un focus sulla funzione centrale che Ia ‘Cultura della Difesa’ ha svolto, e continua a svolgere, a favore della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese”, per cui si propone la: “…ricerca [di] soluzioni comunicative interattive espressamente rivolte alle nuove generazioni, per affermare Ia conoscenza e il ruolo della Difesa al servizio della collettività e divulgare le opportunità professionali e di studio riservate alle fasce giovanili di riferimento [iv]

Questa rinnovata intesa tra “libro e moschetto” – paradossalmente presentata come attuazione dei nostri principi costituzionali e di quelli ispiratori dell’ONU – ha così ufficializzato una collaborazione ‘formativa’ interministeriale, sulle cui reali motivazioni mi sembra giusto ed opportuno interrogarsi.

« Lezioni di Costituzione affidate a generali e ammiragli, concorsi spaziali con tanto di premi offerti dalle aziende produttrici di sistemi di morte, seminari e conferenze sulle missioni “umanitarie” delle forze armate italiane in Afghanistan, Iraq, Somalia, Libano e nei Balcani. La buona scuola dell’era Renzi sarà sempre più militare e militarizzata, riserva di caccia del complesso militare-industriale-finanziario e megafono dei pedagogisti-strateghi della guerra globale. Dopo il Protocollo d’Intesa sottoscritto nel settembre 2014 dalle ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica (MIUR) e quello della Difesa varano una serie di iniziative “didattiche e formative” per gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, con lo scopo di “favorire l’approfondimento della Costituzione italiana e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani per educare gli alunni all’esercizio della democrazia e favorire l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo delle competenze relative per l’esercizio di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale ». [v]

In una recente circolare del MIUR si rilanciano infatti le iniziative sponsorizzate dal Ministero della Difesa, consigliando alle istituzioni scolastiche di:

trarre stimoli e risorse utili per la loro progettazione didattica. Questi progetti ci permettono di costruire relazioni positive con i ragazzi  […] contribuendo ad arricchirne la crescita personale e a far conoscere loro l’importanza della memoria storica”. [vi]  

Di cosa si tratta? Basta consultare l’apposita sezione del sito del MIUR [vii], come consiglia la circolare, per prendere conoscenza di concorsi e conferenze che fanno parte di questo ‘pacchetto’ grigio-verde.  Si va dalla classica proposta pseudo-storica su “Caporetto: oltre la sconfitta” a quella meno spiegabile sullo “Articolo 9 della Costituzione” dedicato allo “sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e alla “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Si lanciano poi conferenze nelle scuole – svolte da personale militare affiancato da non meglio identificati ‘testimonial’ – sulla Costituzione e la cittadinanza attiva, precisando poi:

con particolare attenzione al ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese. Quest’anno il focus sarà sulla Grande Guerra e sull’anniversario della sconfitta di Caporetto, con particolare riguardo all’attività sportiva militare e al settore paralimpico.” .

I nostri beneamati formatori militari, però, non rinunciano ad avventurarsi in altri campi, non proprio di loro competenza, come quello dell’educazione stradale (“La buona strada della sicurezza”) e perfino in quello aero-spaziale, in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (“Scuola: spazio al tuo futuro”).  Insomma, le martellante proposta inter-ministeriale  – megafonata attraverso i vari Uffici Scolastici Regionali alle singole scuole presenti nei rispettivi territori – ufficializza de facto una nuova figura, quella del militare-formatore, che dovrebbe venire a darci lezioni di storia contemporanea, ad esaltare i valori costituzionali, a richiamarci al rispetto del codice della strada e perfino a farci sognare avveniristiche esplorazioni spaziali… E c’è perfino un divertente (si fa per dire) concorso in cui il Ministero della Difesa esalta il ruolo delle Nazioni Unite nella salvaguardia della pace nel mondo…

  1. Pure questo ce lo chiede l’Europa?

no-war3In effetti, leggendo il protocollo stipulato da MIUR e MinDif non si ha la sensazione che si tratti di una campagna d’indottrinamento militare, ma d’una normale collaborazione fra istituzioni nella formazione alla cittadinanza civile dei nostri ragazzi. Bisogna allora cominciare a porsi qualche domanda. Perché mai ad insegnare i principi-base della Costituzione repubblicana dovrebbero essere proprio dei militari? Che cavolo c’entra il Ministero della Difesa con l’educazione stradale? Per quale strano motivo a sensibilizzare gli studenti alla tutela del patrimonio paesaggistico, storico ed artistico sono reclutati degli istruttori con le stellette? Siamo sicuri che i nostri militari non abbiano niente di meglio da fare che giri di ‘conferenze’ sul rispetto dei limiti di velocità e dell’ambiente naturale del nostro Paese?  Ovviamente si tratta solo di dare una legittimazione ufficiale, di facciata, ad un’operazione propagandistica molto più subdola e pericolosa, che da anni ospita le ‘mimetiche’ dentro le scuole e le scuole dentro caserme, basi militari e industrie belliche.

«Un tassello importante di questa campagna per la creazione di consenso verso l’apparato militare è la scuola. La ‘buona scuola’ non ha solo ‘riformato’ la scuola in senso ancora più autoritario e repressivo […] Essa sta via via trasformando la scuola nella fabbrica del consenso alla politica di aggressione dell’Italia nel bacino privilegiato in cui attingere le indispensabili nuove e professionali leve per la struttura militare sempre più impegnata sui fronti di guerra. […] Con il Protocollo d’Intesa del settembre 2014 tra le ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti e la circolare del 15 dicembre 2015, sono state avviate iniziative “didattiche e formative” per “diffondere la cultura della Difesa” e sponsorizzare il “ruolo delle Forze Armate italiane in missioni di pace nelle aree di crisi, nella promozione e salvaguardia della stabilità e della pacifica convivenza internazionale” tra gli studenti di ogni ordine e grado, statali e paritarie. […] Secondo i dati forniti dal ministero della Difesa, sino all’inizio di quest’anno sono stati realizzati negli istituti italiani oltre 3.100 dibattiti con la partecipazione di circa 254.000 studenti. Nel frattempo si sono moltiplicate in tutta Italia le visite guidate di intere scolaresche a caserme, aeroporti e porti militari, installazioni radar, poligoni e industrie belliche, durante le quali gli studenti (persino bambini dell’elementari come accaduto nella caserma De Gennaro di Forlì) possono provare “l’entusiamante” esperienza di sparare con un fucile o effettuare un’attività di familiarizzazione al volo su velivoli come l’Atlantic del 41° Stormo di Sigonella». [viii]

Più che alla ‘buona scuola’ si direbbe che siamo di fronte ad una ‘bellica scuola’, che coglie ogni occasione (anche la più contraddittoria come quella della promozione della pace nel mondo o del rispetto dei valori dell’unica repubblica che ‘ripudia la guerra’ …) per far irrompere le ‘teste di cuoio’ della Difesa all’interno non solo dei nostri istituti secondari, ma perfino fra le scolaresche delle classi elementari. Non si tratta certamente delle campagne militariste svolte nelle scuole statunitensi dall’onnipotente Pentagono – che fra l’altro che gestisce anche numerose scuole proprie, rivolte ai figli dei propri ‘dipendenti’ all’estero [ix] . Fortunatamente non si tratta neanche del programma di istruzione stile militare promossa dal governo britannico, improntato al principio che la disciplina da caserma faccia particolarmente bene agli scolari del Regno Unito.

« Resistenza alla fatica, capacità di reagire alle difficoltà, gestione dello stress. Tre requisiti fondamentali per ogni soldato che voglia sopravvivere, ma forse anche tre elementi essenziali per ogni bambino destinato ad affrontare le sfide della crescita e dell’età adulta. Tanto che in Gran Bretagna il governo ha deciso di assegnare a programmi di stile militare un terzo dei fondi stanziati all’interno del piano nazionale promosso a favore del rafforzamento del carattere degli studenti. Per il nuovo anno saranno due milioni di sterline su sei, destinati a rendere realtà progetti che dovrebbero sviluppare nei giovani resilienza, ordine, disciplina e capacità di lavorare in gruppo negli alunni tra i 6 e i 18 anni. […] Come quello chiamato Commando Joe, promosso da ex militari, che vanno nelle scuole determinati ad «inquadrare» i bambini e i ragazzi, in modo da prepararli ad un futuro di efficienza. Durante le lezioni i docenti, che arrivano in classe in tuta mimetica, invitano i ragazzi a condividere scelte strategiche, li sottopongono ad allenamenti fisici tra corsa e flessioni, li invitano a smussare le tensioni in modo da ritrovare uno spirito di gruppo. Nelle scuole che hanno abbracciato questa filosofia militaresca sono stati raggiunti risultati interessanti, tanto che appunto il ministero per i bambini e le famiglie, guidato da Edward Timpson, ha deciso di assegnare un terzo dei fondi a sua disposizioni alle proposte che ricordano l’approccio della Raf e dei soldati al fronte. Anche se qualche voce si oppone a questa tendenza….» [x]   

Niente a che fare, per fortuna, con l’addestramento vistosamente paramilitare promosso nelle scuole della Federazione Russa dal premier Putin, come apprendiamo da una corrispondente del TIME che:

 «…ha trovato una classe di studenti – alcuni undicenni – che imparavano ad assemblare e caricare fucili d’assalto Kalashnikov. Fuori, nel cortile scolastico, una lezione sulla sicurezza si focalizzava sull’uso idoneo delle tute contro i rischi biologici, in caso di disastro nucleare o chimico […] Vladimir Putin ha recentemente fatto di questo curriculum una norma per l’intera nazione, offrendo agli adolescenti una gamma d’istruzione in ideologia, religione e preparazione alla guerra» [xi]

  1. Difendere le scuole…dalla Difesa

proxyNiente del genere, almeno fino ad ora… Quel che è certo, comunque, è che la nuova ondata di educazione in stile “Libro e moschetto” (o, se preferite, “E-book e Kalashnikov”…) sta rapidamente diffondendosi nelle altre istituzioni educative europee. In Francia, ad esempio, il Ministero dell’Educazione Nazionale, dell’Insegnamento Superiore e della Ricerca  ha avviato da tempo programmi di esplicita educazione alla difesa”, a partire dal protocollo Educazione-Difesa siglato nel 2007.

«La cultura della difesa e della sicurezza nazionale è inserita nel fondamento comune delle conoscenze e delle competenze che gli allievi devono conseguire  nel loro percorso nella scuola primaria ed in quella secondaria di primo e secondo grado […] L’insegnamento della difesa e della sicurezza nazionale si articola intorno a diverse questioni trasversali: la difesa militare, la difesa globale, i rischi e le nuove minacce, i progressi della difesa europea, la sicurezza nazionale. Non si tratta di una disciplina a sé stante. Essa è inserita nei programmi di più insegnamenti: educazione morale e civica, storia, geografia ecc.» [xii]

In Italia i nostri governanti l’hanno presa più alla lontana, ma l’indirizzo sembra sempre lo stesso: introdurre l’educazione alla difesa nel curricolo scolastico, affiancandola a discipline – come la storia o l’educazione alla convivenza civile – che , se ben svolte, dovrebbero viceversa costituire il miglior antidoto ad ogni forma di militarismo e bellicismo. Ecco perché da un’organizzazione pacifista di matrice cattolica come Pax Christi, già da alcuni anni è stato lanciato un programma di ‘smilitarizzazione delle scuole’, i cui principi sono esplicitati nel Manifesto dal significativo titolo “La Scuola ripudia la guerra”. In basa a questo documento, le scuole che lo hanno sottoscritto e che lo sottoscriveranno, s’impegnano a:

« 1. Rafforzare l’impegno nell’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti; 2. Sottolineare e valorizzare l’educazione alla pace tra le finalità educative dei POF, nelle discipline educative e didattiche e nella programmazione. 3. Proporre uno spazio di confronto tra docenti per evidenziare l’incidenza dell’educazione alla pace nella formazione degli studenti; 4. Prevedere un intervento educativo per gli studenti al fine di rendere più esplicita la scelta di non educare alla violenza e alla guerra; 5. Escludere dalle propria proposta formativa le attività proposte dalle Forze Armate, in contrasto con gli orientamenti fondamentali educativi e didattici della scuola; 6. Non esporre manifesti pubblicitari delle FFAA né accogliere iniziative finalizzate a propagandare l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare. 7. Non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di “missione di pace”. 8. Non accogliere progetti in partenariato con strutture militari o aziende coinvolte nella produzione di materiali bellici. 9. Prevedere la possibilità di arricchire la biblioteca di nuovi strumenti didattici per l’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. 10. Affiggere all’ingresso dell’Istituto il logo della campagna, affinché sia pubblicamente manifesta la scelta di lavorare in una scuola che educa alla nonviolenza e non alla guerra.» [xiii]

Ebbene sì: dobbiamo difendere il sistema scolastico italiano dall’ingerenza di un sistema militare-industriale che è lo stesso che alimenta la “guerra mondiale a pezzi” denunciata dal Papa e che minaccia la stessa convivenza civile e democratica. Ci siamo purtroppo già abituanti ai soldati in mimetica e mitra fuori ai tribunali ed alle autoblindo nelle piazze, come ho denunciato nel precedente articolo “Cittadini sotto assedio” [xiv]. Il rischio è che ora ci abituiamo passivamente anche alla presenza di militari in uniforme nelle scuole ed a bambini in grembiule nelle caserme. E’ arrivato il momento di reagire e di contrapporre valori alternativi e programmi di educazione alla pace e per la pace. [xv]

N O T E ——————————————————-

[i] Cfr. pp. 5-8 del documento del MIUR > https://labuonascuola.gov.it/documenti/La%20Buona%20Scuola.pdf

[ii]  Ermete Ferraro, Un’impronta digitale sulla scuola?  (15.11.2016) > http://www.agoravox.it/Un-impronta-digitale-sulla-scuola.html

[iii] Queste indicazioni sono contenute nell’ultima parte del documento citato sulla ‘Buona Scuola’ (la sintesi a pag. 131)

[iv]  Cfr. http://www.difesa.it/Content/ProtocolloIntesa_MIUR_Difesa/Documents/Protocollo_MIUR_DIFESA.pdf , pag. 4

[v]  Antonio Mazzeo, Elmetti e moschetti per la Buona Scuola di Renzi & Co., in “1914-2014  Cento anni di guerre” > http://www.centoannidiguerre.org/wordpress/?p=1199

[vi] Circolare MIUR dell’8 novembre 2016 > http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/cs081116

[vii]  I brani citati sono tratti da: http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/dg-ordinamenti/protocollo_difesa

[viii] Canto Libre, La Buona Scuola prepara i giovani alla guerra  (6 ott. 2016) > http://www.cantolibre.it/la-buona-scuola-prepara-i-giovani-alla-guerra/

[ix]  V. il sito del Dept. of Defense Educational Activity (DoDEA) >  http://www.dodea.edu/Partnership/grants.cfm

[x] Cfr. l’articolo sul Corriere della Sera del 4 luglio 2016 (http://www.corriere.it/scuola/primaria/16_luglio_01/ex-militari-mimetica-scuole-commando-joe-regno-unito-inglesi-fa3b8806-3f64-11e6-83d3-27b43c152609.shtml )

[xi] Simon Shuster, Inside Russia’s Military Training Schools for Teens, TIME (Oct.19,2016) > http://time.com/4516808/inside-russias-military-training-schools-for-teens/  (trad. mia)

[xii] M.E.N.E.S.R., “De la maternelle au baccalauréat: L’éducation à la défense”  (juin 2016) > http://www.education.gouv.fr/cid4507/l-education-a-la-defense.html (trad. mia)

[xiii] Pax Christi Italia, Manifesto di una scuola smilitarizzata  (2014) >

 http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/3_Manifesto-di-una-Scuola-Smilitarizzata.pdf

[xiv]  Ermete Ferraro, Cittadini sotto assedio  (15 giu. 2016) > https://ermetespeacebook.com/2016/06/15/cittadini-sotto-assedio/

[xv]  Per approfondire la complessa tematica relativa alle proposte per una E.P. autentica e non falsata, cfr.: Ermete Ferraro Educazione vs. maleducazione alla pace  (Dic. 2008) > http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf


© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

 

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RAGION DI STATO…MAGGIORE

Stemma_AISEIl 12 e 13 gennaio RaiUno ha trasmesso, in due serate, la miniserie “Ragion di stato”, una  coproduzione cinematografica Rai Fiction – Cattleya, il cui soggetto e sceneggiatura sono di Laura Ippoliti e Andrea Purgatori, con la regia di Marco Pontecorvo.

Non si può fare a meno di notare che si tratta di un genere nuovo per la televisione italiana, un’inedita spy-fiction ambientata negli anni ’90 tra Italia, Libano e Afghanistan, che vede come protagonisti Luca Argentero e Anna Foglietta. Essi, nei panni di due 007 dell’AISE, i nostri servizi segreti militari, trattano per una tregua che costerà ad uno degli uomini in divisa la cattura in un’imboscata, contrastati dalle trame dei bad guys della CIA e dello stesso AISE.

Nella conferenza stampa di presentazione della miniserie, visto il periodo infuocato in cui essa si è trovata ad uscire sugli schermi italiani, sceneggiatore e regista hanno subito precisato che non c’è alcuna attinenza con le attuali vicende del terrorismo islamico e che, viceversa, il film intende mostrare un aspetto positivo del nostro spionaggio, che spesso è riuscito a salvare la vita di ostaggi italiani.

 “Qui si parla di come agisce un Paese in missioni di pace. Non ci sono attinenze con i fatti di Parigi, se non che da quei paesi provengono i terroristi. I servizi hanno accettato di giocare lo stesso ruolo che giocano con le fiction che si fanno in altri Paesi. […]I nostri servizi negli ultimi 10 anni hanno portato a casa decine e decine di ostaggi, non solo italiani e mai a pagamento, sia chiaro, come qualcuno vuole far credere. I nostri servizi oggi funzionano, non hanno più l’elemento di deviazione del passato”. (https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/tv/2015/01/09/argentero-007-tra-italia-e-afghanistan_1ba7da54-d290-4da1-adbf-645e2f67249e.html ).

Bene, visto che non mi occupo di critica cinematografica ma del processo di progressiva militarizzazione del nostro Paese, vorrei partire proprio da quest’ultima dichiarazione, che mi suona come la classica excusatio non petita. L’intento dello sceneggiato, infatti, è quello di farci mettere l’occhio nella serratura della nostra Intelligence, ma solo per mostrarci come deviazioni e doppi giochi siano l’eccezione alla regola nei Servizi segreti, come peraltro succederebbe nei paesi in cui classicamente sono ambientate le spy stories , ad esempio gli USA, ragion per cui si conferma che “i Buoni” sono comunque destinati a prevalere, come è giusto che sia.

Certo: si trama, ci si spia reciprocamente, si organizzano complotti e depistaggi, si flirta con terroristi e mercanti di morte, si eliminano senza tanti scrupoli le pedine scomode del gioco ma, alla fine, chi vince è la componente sana, democratica, leale e corretta dei Servizi , quella fedele allo Stato ed ai suoi valori. E qui la musica sale, le bandiere sventolano ed i cittadini, commossi, dovrebbero avvertire l’orgoglio di essere “Italiani: brava gente”, che non rinuncia ai sentimenti e che difende la pace…

Credo però che“Ragion di stato”, pur partendo da questo propagandistico assunto, suo malgrado, abbia il merito di aprirci gli occhi su una realtà intricata e feroce, che è poi quella che alimenta tutte le guerre e ne consente la continuazione. Basta solo non lasciarsi distrarre dalla love story tra il Capitano Rosso e Rania, moglie di uno dei tanti feroci ‘signori della guerra’ libanesi, che l’AISE impiega come mediatore per ottenere la liberazione di uno dei suoi uomini presi in ostaggio.

E sufficiente non lasciarsi coinvolgere dall’ambigua relazione fra lo stesso Rosso e la sua amica e superiore Stella, ‘analista’ degli stessi servizi, che vive una sua disinvolta relazione omosessuale. Oppure ancora dalla condizione di ‘schiava’ di lusso che Rania è costretta a vivere fin da ragazza col marito Rashid, per cui l’intervento di Rosso diventa per lei un’occasione di liberazione personale, ma anche di guarigione per la figlioletta sordomuta.

Se spazziamo via dalla fiction questi ed altri elementi diciamo così sentimentali e ci concentriamo invece sulla sua trama di fondo, mi sa che il mondo dei servizi segreti italiani che ne affiora risulta tutt’altro che rassicurante. E non solo perché emergono al suo interno rivalità, camarillas e complotti  – come quello tra il buon ammiraglio Massa ed il cattivo generale Ranieri, che sembrano riflettere specularmente i contrasti tra il buon capo della CIA Charlie ed il suo infido rappresentante in Italia Bundy. La verità che lo sceneggiato ci schiude, pur con grande prudenza, è assai più dura ed inconfessabile: i servizi segreti non hanno mai smesso di foraggiare mercanti d’armi e terroristi, proprio per consentire ai nostri cari ‘liberatori’ di lottare contro estremisti, dittatori e terroristi.

La “ragion di stato” , espressione che compare solo alla fine della seconda puntata, è appunto quella che – alla faccia dell’apparente vittoria all’interno dell’AISE della componente sentimentale, democratica ed indipendente contro quella dei cinici spioni filoamericani – porterà a rilasciare il mercante d’armi e di terrore libanese Rashid, già trionfalmente catturato e quindi neutralizzato, in modo che possa continuare a fungere da ambiguo ‘mediatore’ tra gli stati e le bande armate dei terroristi che egli stesso rifornisce.

Chi ha guardato fino in fondo il film, infine, ha avvertito forse come me che la storia ha tutt’altro che il classico happy end, visto che ci lascia quanto meno in dubbio il sogghigno finale del ‘buon’ ammiraglio Massa, reintegrato saldamente nel suo incarico, mentre spia la coppia Rosso-Rania, nascosti nella casa al mare del capitano…

Ma che cos’è in realtà l’AISE, di cui milioni di italiani ignoravano finora anche l’esistenza? Se visitiamo il sito web della nostra ‘sicurezza nazionale’, apprendiamo che:

“L’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE) ha il compito di ricercare ed elaborare tutte le informazioni utili alla difesa dell’indipendenza, dell’integrità e della sicurezza della Repubblica dalle minacce provenienti dall’estero. In particolare sono di competenza dell’AISE:

le attività di informazione per la sicurezza che si svolgono al di fuori del territorio nazionale, a protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia; l’individuazione e il contrasto al di fuori del territorio nazionale delle attività di spionaggio dirette contro l’Italia e le attività volte a danneggiare gli interessi nazionali; le attività di contro- proliferazione di materiali strategici.

L’AISE risponde al Presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il Ministro della difesa, il Ministro degli affari esteri e il Ministro dell’interno per le materie di rispettiva competenza.”( http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/chi-siamo/organizzazione/aise.html ).

L’attuale Direttore dell’AISE è Alberto Manenti, ufficiale dell’Esercito Italiano, già vice del precedente capo, il gen. Adriano Santini. La sua nomina, voluta dal presidente del consiglio Renzi, risale al 24 aprile del 2014 e varie fonti sottolineano che egli è considerato un esperto analista ed uno dei più maggiori conoscitori del Servizio che è stato chiamato a guidare. Sul suo conto, però, circolano anche indiscrezioni sulla sua presunta implicazione in vari affaires, come riferisce un articolo sul quotidiano “Europa”:

“Il nome di Manenti è comparso molte volte nei retroscena che hanno riguardato i servizi segreti negli ultimi vent’anni (Telekom Serbia, Nigergate). Recentemente è spuntato nelle carte relative all’inchiesta Finmeccanica, citato da Lorenzo Borgogni, ex capo delle relazioni esterne della multinazionale” (http://www.europaquotidiano.it/2014/04/18/chi-e-alberto-manenti-nuovo-direttore-dellaise-il-servizio-segreto-esterno/ ).

Beh, nessuno pensa che il capo di un servizio di spionaggio e contro-spionaggio debba essere un ingenuo idealista (anche se lo sceneggiato tenderebbe ad accreditare tale versione buonista), ma probabilmente il nostro premier avrebbe potuto evitare di nominarne direttore un sospettato di relazioni ‘ufficiose’ con la nostra chiacchierata multinazionale degli armamenti.

Il vero problema, ancora una volta, non sono i nomi ma la funzione di questi servizi e, come abbiamo visto, l’AISE, pur con la dovuta discrezione,  riconosce il suo ruolo spionistico, sia pure – ovviamente- in difesa dei supremi interessi dello Stato…

Il motto latino “Intellego et tueor” (“Capisco e proteggo”) che si legge nel cartiglio sotto lo stemma dell’AISE è la sintesi della sua attività di “intelligence”, il cui fine sarebbe la sicurezza nazionale, ossia la protezione di noi cittadini da minacce da cui altrimenti non potremmo difenderci.

Il fatto è che la stessa fiction di RaiUno ci svela, anche se un po’ in filigrana, che molte di queste minacce sono alimentate proprio da chi dalle guerre trae la sua principale fonte di arricchimento e di potere. I vari ‘warlords’, certamente, i tanti dittatori e le solite organizzazioni terroristiche, ma in primo luogo quel complesso militare-industriale che da sempre alimenta i conflitti e li fa dilagare a macchia d’olio, per avere l’opportunità di vendere armi e d’inviare eserciti in difesa della pace e della libertà.

Il centro operativo dell’AISE si trova nel romano Forte Braschi, che ha già ospitato i precedenti servizi segreti italiani, i cui soli nomi (SIM, SIFAR, SID, SISMI) evocano vicende assai poco chiare, complotti e deviazioni. Guardandolo dall’alto, questo ‘Pentagono de’ Noantri’ (http://progettoforti.wix.com/progettoforti#!forte-braschi/c5wc ) ha un aspetto meno regolare e militare di quanto ci aspetteremmo, ma all’interno di quella cittadella dell’intelligence militare italiana si celano sicuramente molte cose che non solo i cittadini normali ignorano (altrimenti che razza di servizi segreti sarebbero…?), ma che forse è meglio che nessuno venga mai a sapere.

Insomma, questa CIA all’amatriciana che esce dallo sceneggiato convince poco, ma bisogna ammettere che  ‘Ragion di stato’ – non so quanto deliberatamente – è riuscita ad aprire un po’ gli occhi degli Italiani su chi davvero è nella cabina di regia dei principali conflitti mediorientali.  Guardiamoci dunque da dittatori sanguinari e da feroci califfi nerovestiti, ma soprattutto guardiamoci meglio attorno, perché, in nome di quella maledetta ‘ragion di stato’ si sono consumati e si continuano a consumare i peggiori misfatti ed i più insidiosi attacchi alla pace.

Non si tratta delle ‘paranoie complottiste’ ridicolizzate dai media, ma della semplice constatazione di come non ci sia bisogno di nuovi provvedimenti d’emergenza per ridurre la nostra già limitatissima libertà di pensiero, di parole e di azione dall’intromissione del Big Brother orwelliano.

Milioni di telecamere, complessi sistemi d’intercettazione di massa delle telecomunicazioni, cyber-spionaggio ed altre subdole forme di ‘monitoraggio’ ci hanno ormai assoggettati ad un controllo pervasivo, alla faccia della tanto sbandierata privacy. Bande magnetiche delle cards, sofisticati servizi informatici ed altri intrecci di dati sensibili consentono a chi ci sorveglia di spiare vita morte e miracoli di ciascuno di noi. Ma questo non è il vero e solo problema. Militari in assetto di guerra perlustrano le strade e sorvegliano impianti e perfino discariche di rifiuti. La militarizzazione del territorio, dei mari e del cielo è un dato di fatto impressionante, al quale però ci stiamo pian piano abituando…

Quanto al rapporto fra la classe politica e queste forze esterne, esso è quanto meno opaco, se non compromesso e viziato da decenni di deviazioni e corruzioni. Il complesso militare, del resto, è per sua natura impermeabile ai controlli, allergico alla democrazia e sfuggente ad ogni monitoraggio.

Ma se i custodi della nostra democrazia devono essere questo tipo di servizi segreti, credo allora che sia legittimo chiederci con i nostri progenitori latini: “Quis custodiet custodes?”.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

IL SISTEMA DI (SOTTO)VALUTAZIONE DEI DOCENTI

la buona scuola di renziFra le sue priorità programmatiche, il governo Renzi ha inserito la riforma della scuola. Non è certo un’affermazione originale, visto che quasi tutti i governi succedutisi nel nostro Bel Paese hanno ritenuto indispensabile quanto meno una ritoccatina all’assetto della scuola italiana, regolarmente accusata di conservarsi immobile ed insensibile alle grandi trasformazioni della società.

Il risultato di questo rituale politico non è stato esaltante, anzi ha sottoposto il già compromesso equilibrio dell’istituzione scolastica italiana a continue scosse ondulatorie e sussultorie, in nome dell’innovazione, ovviamente imposta per decreto. Le scosse maggiori hanno colpito il sistema nervoso e l’equilibrio psichico di una classe docente molto stagionata e poco incline a rimettersi continuamente in discussione, che ha reagito spesso a tali cambiamenti in modo con un adeguamento passivo e poco convinto ai nuovi dettami ministeriali.

Dopo anni e anni di riforme della scuola italiana (ma forse sarebbe meglio chiamarle ‘de-forme’…), è però apparso evidente che non si trattava più tanto di ridisegnare i cicli scolastici e loro durata, di proporre indicazioni programmatiche flessibili al posto di rigidi programmi uguali per tutti e neppure di esaltare il mito dell’autonomia scolastica, mentre la si mortificava con tagli ai finanziamenti e con normative che puntavano all’adeguamento più che all’innovazione ed alla sperimentazione.  Il ‘bersaglio’ della smania riformistica di chi ci ha governato e ci governa si è poi spostato sui docenti in quanto tali, o meglio sulla loro qualificazione professionalità e carriera, in nome di un altro mito dell’efficientismo aziendalista: la valutazione.

Per carità, niente da eccepire al concetto in sé di valutazione dell’attività lavorativa – in questo caso professionale – di un pubblico dipendente, che non è certo un lavoratore di serie A cui tutto sia dovuto e nulla si debba chiedere. Il fatto è che questa improvvisa smania valutativa non sembra essere affiorata per questioni di equità, di tutela degli utenti del servizio pubblico scuola o per rendere l’insegnamento sempre più qualificato ed efficace. La principale preoccupazione di chi ci governa – peraltro incapace di garantire a coloro che si avviano alla docenza una formazione realmente valida sul piano non solo teorico ma anche pratico – da alcuni anni è quella di trovare un modo per “selezionare” coloro che già insegnano, valutandone le prestazioni professionali e consentendo in tal modo livelli e carriere diversificate.

Dietro il moralistico martellamento sulla necessità che i riluttanti docenti si facciano finalmente valutare affiora la volontà di aumentarne i carichi di lavoro e di ridurne quantitativamente la presenza nelle scuole, avviando in parallelo pratiche didattiche parzialmente sostitutive dell’insegnamento classico, in favore di tecnologie didattiche e di strumentazioni informatiche.

Non dovrebbe sfuggire a nessuno – ma purtroppo succede abbastanza spesso – che se chi ci governa fosse animato da una genuina preoccupazione per i destinatari finali del processo educativo-didattico, ossia gli studenti, tale lodevole proposito mal si concilierebbe col tentativo di ‘spremere’ dai docenti una maggiore quantità di prestazioni, anziché una migliore qualità del servizio offerto.

Una scuola…avanguardista? 

Il documento diffuso dal governo Renzi su tale materia è stato significativamente intitolato: “La buona scuola” (http://www.governo.it/backoffice/allegati/76600-9649.pdf ) ed ha come significativo sottotitolo: “Facciamo crescere il Paese”, lasciando intuire che l’Italia “crescerà” (qualunque cosa voglia significare questo ambiguo verbo…) se, e solo se, il suo sistema scolastico diventerà più “buono” di quanto è attualmente. Nell’introduzione, infatti, si affermano subito tre teoremi fondamentali, la cui validità è ovviamente data per scontata: 1) “l’istruzione è l’unica soluzione strutturale alla disoccupazione” (sic!); 2) “Dare al Paese una buona scuola significa dotarlo di un meccanismo permanente d’innovazione, sviluppo e qualità della democrazia” e 3)”…dobbiamo tornare a vivere l’istruzione […] come la leva più efficace per tornare a crescere. La scuola italiana ha tutte le potenzialità per guidare questa rivoluzione. Per essere l’avanguardia, non la retrovia del Paese”.

Mettendo da parte la sintassi ed il lessico un po’ traballanti del testo citato, questo proclama iniziale mi sembra ispirato da una retorica vagamente “futurista”. L’esaltazione acritica dell’innovazione permanente, della crescita (considerata sinonimo di ‘sviluppo’) e perfino di concetti bellicosi ed un po’ datati come quello di avanguardia – pur se filtrata attraverso l’eloquio colorito e scoppiettante del nostro premier- lascia comunque perplessi e fa presagire che questa sedicente “rivoluzione” sta per abbattersi con effetti particolarmente dirompenti sulla nostra scuola.

Quest’ultima è severamente richiamata a smetterla di rappresentare la “retrovia” del nostro Paese, per diventarne invece: faro d’innovazione, leva della crescita e segno evidente (come si afferma poco dopo) “…di un Paese intero che ha deciso di rimettersi in cammino”.

Non credo di essere il solo a cogliere la retorica quasi profetica di tali espressioni che però, a ben guardare, sembrerebbero rinviare più al passato che al futuro. Si parla infatti di “tornare a vivere l’istruzione” in un certo modo, di “rimettersi in cammino”, di “ripartire da chi insegna”. Dietro il prospettato roseo futuro, insomma, sembrerebbe di cogliere un vago – direi quasi nostalgico –  riferimento a tempi migliori, contrassegnati da parole come “orgoglio”, “coraggio” e “crescita”.

Basta con l’Italietta di chi vorrebbe continuare a “pensare in piccolo” e si basa sul “si è sempre fatto così” “Il mestiere più nobile e bello” – prosegue il proclama renziano – è quello di “aiutare a crescere le nuove generazioni”. Per questo serve una scuola fondata sulla “stabilità” degli organici dei docenti e sulla vera “autonomia” delle singole scuole, chiamate in termini calcistici a “schierare la squadra con cui giocare la partita dell’istruzione”.

L’immagine della scuola preconizzata da questo documenti pare improntata ad una visione neo-futurista di progresso (fatto di innovazione, crescita, sviluppo, competizione, coraggio etc.) e va a  delineare un modello che sappia “sbarazzarsi della burocrazia scolastica” e punti invece all’innovazione tecnologica (la “connettività alla Rete”) ed all’efficienza: “attraverso un sistema in cui la retribuzione valorizzi l’impegno di ogni insegnante e il contributo al miglioramento della propria scuola, perché non più concepibile una carriera scolastica in cui si cresce solo perché s’invecchia”.

Ecco che la montagna della retorica rivoluzione scolastica ha partorito il misero topolino della vera molla della riforma: commisurare la retribuzione dei docenti al loro effettivo “contributo”, spazzando il vecchio modello di carriera fondata sugli anni di esperienza e premiando invece il merito e l’impegno innovativo. Se qualcuno avesse dei dubbi su cosa significhi “innovazione”, il concetto viene chiarito un po’ più avanti, quando si precisa che: “…la scuola deve diventare l’avamposto del rilancio del ‘Made in Italy’ […] raccordando più strettamente scopi e metodi della scuola con il mondo del lavoro e dell’impresa” .

Beh, che queste cose le dicesse a suo tempo l’ex premier Berlusconi, riassumendole nel noto trinomio “Inglese, Internet e Impresa”, non mi meravigliava più di tanto. Ma che uno slogan altrettanto semplicistico ed aziendalista possa diventare la bussola della riforma renziana della scuola è un dato che sconcerta molto di più.

Come riempire…il portfolio

Il paragrafo 2.3 del vangelo della “Buona Scuola” è intitolato significativamente: “Premiare l’impegno. Come cambia la carriera dei docenti”. Nel capitolo seguente troviamo il  paragrafo 3.1 dal titolo:”Valutazione per migliorare la scuola”.  Anche qui, pur prescindendo da giudizi stilistici sulla prosa del documento, credo che valga la pena di soffermarsi su alcune espressioni in particolare, per coglierne non solo il senso palese ma anche quello latente.  La prima affermazione è che bisogna “far uscire i docenti dal ‘grigiore’ dei trattamenti indifferenziati”. Il vero problema, si chiarisce, è il dovere di “liberarci da quella standardizzazione che, negli ultimi decenni, inevitabilmente ha significato competizione al ribasso e frustrazione di riflesso”, col solo risultato di “accontentarsi delle prospettive di carriere fondate sul mero dato dell’anzianità”. Come si dovrebbe realizzare allora questa mirabile rivoluzione? E’ semplice: non ci si deve limitare a computare gli anni di lavoro didattico, ma c’è bisogno di “… introdurre elementi di differenziazione basati sul riconoscimento di impegno e meriti”. Semmai qualcuno s’illudesse che essi potranno essere valutati solo in base a certificazioni ed autocertificazioni, viene subito e minacciosamente avvisato che: “non sarà un sistema fatto di sole procedure formali e certificati. Perché ci sarà spazio per una valutazione anche qualitativa interna alla singola scuola”.  Come dire: noi sì che facciamo sul serio, cari insegnanti; per cui, oltre a valutare gli anni di carriere ed i soliti crediti formativi, verremo a stanarvi fin dentro la vostra aula, per verificare quanto valete davvero!

Il sistema prospettato resta ancora costituito dall’insieme di crediti formativi che ogni docente riesce a cumulare negli anni, ma si precisa che essi saranno legati al suo impegno su tre precisi terreni: (1) “il miglioramento della didattica”; (2) “la propria qualificazione professionale” e (3) “la partecipazione al progetto di miglioramento della scuola” .

Tali crediti individuali andranno ad arricchire il ‘portfolio’ di ciascun docente e diventeranno pubblici e consultabili da parte dei dirigenti scolastici, che in tal modo potranno finalmente “…scegliere le migliori professionalità per potenziare la propria scuola”. Tutto chiaro, no? Le scuole, sempre più simili ad aziende private, potranno selezionare il personale da assumere, nel sano spirito capitalista della libera concorrenza, della premialità e delle logiche di mercato. Manco a dirlo, nell’esclusivo interesse degli studenti e della qualità del servizio offerto….

Ancora perplessi? Niente paura: il manuale della buona scuola offre altri ragguagli in merito, rispondendo in anticipo alla prevedibile domanda: “Come il docente potrà dimostrare quanto vale?” (sic).  Infatti, si argomenta, ci sono crediti e crediti. Quelli ‘didattici’ si riferiscono alla qualità dell’insegnamento, mentre quelli ‘formativi’ rinviano a percorsi di formazione ed aggiornamento in servizio documentabili e valutabili. Infine, quelli definiti ‘professionali’ “sono assunti all’interno della scuola per promuovere e sostenerne l’organizzazione ed il miglioramento,sia nella sua attività ordinaria (coordinatori di classe) sia nella sua attività progettuale”. Sembrerebbe una risposta abbastanza chiara ed esaustiva, se non fosse per il fatto che si tratta di affermazioni comunque vaghe e, soprattutto, non rapportabili a criteri ben precisi che consentano ai docenti, per citare l’infelice espressione del titolo, di dimostrare quanto davvero valgono. Si dice solo che tale non facile compito sarà affidato a fantomatici “Nuclei di Valutazione”, interni ad ogni scuola ma comprendenti anche un membro esterno.

“Valutandi te salutant !”

“Scansiamo il campo dagli equivoci:il sistema di valutazione della scuola che intendiamo costruire non è fatto di competizione e classifiche. E non mira,semplicisticamente, a “premiare la scuola migliore”, quanto piuttosto a “sostenere la scuola che si impegna di più per migliorare”. C’è una bella differenza: non abbiamo bisogno di gare tra istituti, ma di incoraggiare tutti gli istituti, in tutto il territorio, al miglioramento continuo di quello che offrono agli studenti”.

Queste nobili parole fanno da proemio al paragrafo 3.1 del documento ministeriale e vorrebbero rassicurarci, ma suonano come la classica “excusatio non petita”. Non c’è nessuna “gara” per qualificarsi come “la scuola migliore” – si afferma solennemente – ma solo la volontà di stimolare ogni scuola a dare il meglio di sé. L’obiettivo dichiarato poco più avanti è quello di “rendere giustizia” al percorso che ogni istituto intraprende per migliorarsi, non certo quello di stilare classifiche tra scuole. Ottimo! Peccato che nei Paesi dove questo sistema di valutazione è operativo da molti anni (come ad esempio negli U.S.A.) il risultato evidente è stato, sul piano didattico, la standardizzazione forzata dell’insegnamento e, su quello gestionale, la messa in mora o addirittura la chiusura d’intere scuole i cui punteggi erano risultati inferiori a quelli attesi…

“Il Sistema Nazionale di Valutazione (SNV), previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 80 del 2013, sarà reso operativo dal prossimo anno scolastico per tutte le scuole pubbliche, statali e paritarie.” – si avverte nel documento, precisando inoltre che “non sarà un ulteriore adempimento amministrativo” bensì qualcosa di serio e qualificato. Ma su quali basi?

“Dentro allo strumento di autovalutazione si troveranno indicatori su contesto e risorse, esiti e processi della scuola: ambienti di apprendimento, apertura verso il territorio, pratiche educative e didattiche, livello e qualità di quello che gli studenti avranno imparato,elementi socio-economici di contesto, ma anche informazioni utili per capire, ad esempio,se gli apprendimenti degli studenti incidono sulla loro scelta di proseguire gli studi o sulle loro chance di trovare un lavoro. Si verificherà se i risultati di apprendimento fra le classi e dentro le classi siano equi o meno all’interno della stessa scuola o se mostrano invece delle distorsioni da correggere affinché nessuna classe – e nessun ragazzo in nessuna classe – sia abbandonato a se stesso”.

Credo che nessuno di noi avrebbe saputo dire meglio… Il fatto è che a queste vibranti dichiarazioni d’intenti non sembrano però corrispondere precisi modelli di riferimento, tassonomie educative né chiari indicatori che ci spieghino su quali basi e come questi dati dovrebbero essere raccolti, ponderati e valutati.  Potete scorrere le restanti 60 pagine del documento ministeriale, ma non troverete nulla di più in proposito. Viceversa, un sistema scolastico come quello statunitense, per tornare al caso già citato di un’esperienza attuata da parecchio tempo, dei parametri di valutazione dell’insegnamento se li è dati. Anzi, ha stabilito un set di obiettivi in quasi ogni Stato della federazione, offrendo almeno un elemento di riferimento ai docenti interessati. Lo Stato di New York (cfr. http://www.teachscape.com/frameworkforteaching/home ), ad esempio, si è dato da anni uno strumento valutativo ben preciso, che può anche piacere o meno ma che comunque specifica su quali livelli e parametri sarà valutata la prestazione professionale di un docente, precisando perfino i ‘descrittori’ di ogni giudizio formulato. Si tratta, nel caso specifico, di quattro ambiti (“domains”): il primo si riferisce alla pianificazione e preparazione delle attività didattiche (ad es.: conoscenza degli studenti e conoscenza delle risorse disponibili); il secondo a quello che viene chiamato “ambiente della classe”(gestione dei comportamenti, delle procedure e degli spazi fisici); il terzo attiene specificamente al processo d’istruzione ed alle tecniche educativo didattiche impiegate (nel campo della comunicazione, del coinvolgimenti degli allievi, della discussione etc.); il quarto ed ultimo, infine, si sofferma sulle responsabilità del docente (fra cui la registrazione del proprio lavoro, il mantenimento dei rapporti con le famiglie o l’aggiornamento e lo sviluppo della propria professionalità).

Disporre di un documento che specifica i 4 ambiti (con 22 componenti e relativi 76 elementi) sui quali si deve essere valutati non rende questa valutazione necessariamente più scientifica né tanto meno oggettiva, ma quanto meno offre parametri di riferimento meno generici e vaghi.

Quello che è certo è che nella scuola italiana sta per mettersi in moto una macchina che rischia di andare avanti senza indirizzi precisi, ma iniziando comunque a suscitare in ogni scuola un clima competitivo ed un impeto aziendalista e carrierista che ritengo devastanti e che , ovviamente, smentiscono le tranquillizzanti premesse di cui sopra.

Basti pensare alla brillante trovata ministeriale del c.d. “docente mentor” che, si spiega: “ segue per la scuola la valutazione, coordina le attività di formazione degli altri docenti, compresa la formazione tra pari, sovrintende alla formazione dei colleghi, accompagna il percorso dei tirocinanti […] e in generale aiuta il preside e la scuola nei compiti più delicati legati alla valorizzazione delle risorse umane nell’ambito della didattica” (pag, 57).       Si tratta di un sottile espediente per rilanciare la corsa all’autoaffermazione di alcuni docenti più intraprendenti, col miraggio di ‘indennità di posizione’, crediti professionali aggiuntivi e, perché no, scatti stipendiali per merito. Naturalmente tutti gli insegnanti ricordano che fine ha fatto la proposta di nominare in ogni scuola dei docenti “tutor” di livello superiore, affidandogli compiti di coordinamento didattico e di gestione del c.d. “portfolio” didattico dei singoli studenti….

La verità è che il solo portfolio di cui il MIUR non sembra affatto preoccuparsi è quello dei lavoratori della scuola, docenti o meno che siano, dai quali si pretende un impegno sempre più intenso, complesso e quantitativamente oneroso, in cambio di “un pugno di dollari” e di qualche medaglietta professionale da esibire, e davanti ai quali si agita anche lo spauracchio della “mobilità”, sia geografica sia professionale.  Ma siamo proprio sicuri che questa che ci stannio trionfalisticamente prospettando sia davvero “la buona scuola” di cui l’Italia ha bisogno?

Il punto finale della sintesi del documento così recita:  “12. LA SCUOLA PER TUTTI, TUTTI PER LA SCUOLA >Stabilizzare il Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa (MOF), renderne trasparente l’utilizzo e legarlo agli obiettivi di miglioramento delle scuole. Attrarre risorse private (singoli cittadini, fondazioni, imprese), attraverso incentivi fiscali e semplificazioni burocratiche”.

La “buona scuola”, in definitiva, sarebbe allora quella che punta sull’innovazione tecnologica e digitale, sul “pensare in grande”, sull’obiettivo della “crescita” produttiva e sulla prospettiva di finanziamenti provenienti dalle imprese?  A questo punto una domanda sorge spontanea: ma questa scuola è “buona” per cosa e soprattutto per chi?  Poniamoci questo quesito, diamoci una risposta e poi – come ci chiede il MIUR – esprimiamo liberamente la nostra opinione a chi ci chiede retoricamente di pronunciarci. D’altra parte, in fondo sarebbe ben strano se l’unica a non dover essere valutata fosse proprio la riforma della scuola !

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

#sereniunaccidente!

cielo serenoL’etimologia dell’aggettivo “sereno” risale all’antica radice sanscrita svar-, indicante il cielo luminoso e quindi lo stesso sole (greco: seír; seírios = splendente). Si è così passati dal significato letterale (cielo privo di nuvole) a quello metaforico, che caratterizza in una persona l’assenza di preoccupazioni, la tranquillità di spirito.

In questi ultimi tempi l’aggettivo sereno più che alla condizione del cielo, ci fa pensare all’ormai proverbiale frase di Matteo Renzi,, che invitò il suo predecessore, ancora in carica, appunto a “stare sereno”. Ormai tutti sappiamo quanto il povero Enrico Letta potesse fidarsi di simili rassicurazioni, provenienti da chi si stava preparando a succedergli, per cui si sono poi sprecate nei commenti politici le citazioni ironiche della famigerata frase renziana. D’altra parte, tutto ciò che il nostro giovane premier fa e dice suona come una continua esortazione agli Italiani a stare sereni, a non preoccuparsi, a fidarsi di chi li sta così abilmente e celermente guidando verso le auspicate riforme. Il precedente citato, però, non ci tranquillizza affatto. Ci sia consentito allora di nutrire qualche dubbio sulle “magnifiche sorti e progressive” che ci attenderebbero e di preoccuparci per ciò che il carro armato dell’ottimismo della volontà del governo Renzi sta calpestando sotto i suoi cingoli, in quanto ostacolo alla marcia trionfale di chi ha deciso – a tutti i costi – di “cambiare verso”. Per carità: cambiamento e volontà di decidere non sono di per sé delle brutte parole, anzi. Però la storia c’insegna che c’è da diffidare quando un leader si autoproclama salvatore della patria e comincia a scambiare il proprio progetto politico con l’obiettivo del Paese e la propria tabella di marcia con le tappe della palingenesi dello Stato.

Eppure basta visitare sul sito web di Matteo Renzi la pagina dedicata agli slogan scelti alle primarie del PD dello scorso dicembre per rendersi conto dell’indubbia forza mediatica che scaturisce dalla semplificazione concettuale tra fautori del cambiamento e quelli che rappresenterebbero il vecchio modo di fare politica. I manifesti della sua fortunata campagna “Cambia verso” rappresentano icasticamente questa contrapposizione, rozza ma efficace, tra un mondo vetusto e marcio – caratterizzato da: raccomandazioni, lamentele, paura, conservazione, burocrazia, arroccamento nel palazzo. chiusura e tendenza a perdere bene…-  ed il Brave New World di cui egli si fa profeta e paladino. Un mondo positivamente connotato da termini come: bravura, cambiamento, coraggio, futuro, semplicità, strada, apertura e vittoria…

Si capisce allora che, proprio grazie alla semplificazione logica e terminologica tipica dell’orwelliana Neolingua, diventa difficile opporsi a tale scoppiettante programma di cambiamento senza sentirsi etichettare come persone che cercano biecamente di mettere i bastoni tra le ruote del carro del progresso. Se le riforme renziane sono l’incarnazione di questa svolta epocale, la manifestazione concreta dell’apertura al cambiamento ed al futuro, chi mai potrebbe opporsi ad esse senza passare per fautore di una politica timorosa e conservatrice, schierata in difesa degli interessi consolidati della casta politica, di quella burocratica o di entrambi?

Ecco perché sull’allegorico carro del carnevale renziano, a poco alla volta, ci stanno salendo in tanti, cedendo alle sirene del suo indubbio successo – mediatico ed elettorale – ma anche alla paura di restare isolati nella contestazione di una svolta che appare al tempo stesso decisa e rapida.

Il guaio è che non bastano gli inviti a stare sereni per dissipare la sgradevole sensazione che la irresistibile ascesa dell’astro renziano stia spazzando via non soltanto le resistenze di pavidi e conservatori, ma anche le regole del gioco democratico ed il concetto stesso di riforma.

Cambiare non significa di per sé migliorare. Innovare vuol dire far cose nuove, non necessariamente cose giuste. Svoltare è un verbo altrettanto neutro, limitandosi ad indicare un cambio di direzione, senza offrire garanzie sul fatto che quella nuova sia auspicabile.

Il brillante entusiasmo e l’attivismo scoutistico del nostro presidente del consiglio – che non a caso in testa alla sua biografia cita una frase di Baden Powell – sono senz’altro lodevoli, soprattutto se vanno a sconvolgere una realtà politica innegabilmente stagnante e deludente. Non possono però sostituire la chiara indicazione di dove si vuole andare, del perché e del modo in cui s’intende farlo, cioè del reale orientamento di una svolta che è necessaria, ma non sufficiente.

Ecco perché io – e con me tanti amici e compagni – non ci sentiamo affatto sereni né, d’altra parte,  vogliamo lasciarci rasserenare, metaforicamente parlando, dall’assunzione dei tipici farmaci tranquillanti della propaganda. E’ sereno un cielo sgombro da nuvole, mentre noi non riusciamo a capire perché dovremmo restare buoni e tranquilli mentre un governo non eletto, frutto di una maggioranza bastarda, possa sentirsi autorizzato a mettere pesantemente le mani sull’assetto costituzionale della nostra repubblica, sconvolgendo composizione e compiti del parlamento, scippando alle regioni le competenze loro affidate e profilando un modello di stato in cui il potere risulterebbe sempre più accentrato e tendente al presidenzialismo.

Non riusciamo a comprendere neppure perché mai dovremmo restare sereni quando si varano disinvoltamente decreti che snaturano profondamente il concetto di ‘reato ambientale’ o che alzano il tiro dell’opposizione alle energie rinnovabili, proprio mentre aumentano gli scempi contro l’ambiente e, in altri paesi, si scommette invece sul solare.

Non ci sentiamo per niente tranquilli, nonostante le esortazioni renziane, mentre in Italia la politica continua ad inseguire il mito di una crescita che, a nostro parere, non solo non sarebbe una cura della crisi, ma rischierebbe di trasformarsi in proliferazione tumorale nel già compromesso tessuto sociale di un paese profondamente spaccato in due.

Ancor meno ci lascia sereni la strisciante militarizzazione del territorio e della società civile, che si riflette anche in folli scelte di riarmo (vedi capitolo F 35) e nelle preoccupanti conferme della posizione leader della nostra Italia che “ripudia la guerra” proprio nel campo della produzione ed esportazione di micidiali sistemi d’arma.

Non capiamo, infine, per qual motivo dovremmo accettare tranquillamente, nel nome delle cosiddette riforme, lo smantellamento progressivo dell’organizzazione dello stato, le privatizzazioni in ogni campo, le liberalizzazioni selvagge, la solita politica delle grandi opere, la riduzione delle garanzie sindacali, la codificazione del lavoro precario e la pericolosa tendenza alla deregulation.

Con queste grosse nuvole che si addensano sulle nostre teste, caro Renzi, non puoi proprio aspettarti che restiamo serenamente a guardare mentre la tua gioiosa macchina da guerra passa come un rullo compressore sulle prevedibili resistenze di chi non vuol cambiare affatto, ma anche sulle legittime aspettative di chi chiede rispetto per le garanzie costituzionali e giusta attenzione per i temi sensibili di una sinistra degna di questo nome.

Le nubi oscure del centralismo, del decisionismo presidenzialista, dell’intolleranza sprezzante per le critiche non ci consentono una serenità che, comunque, sarebbe pericolosa per qualsiasi cittadino che non voglia affidare acriticamente una delega in bianco a chi lo governa o amministra, smettendo di sentirsi un soggetto attivo e responsabile.  La foschia di una visione europeista che – austerità a parte – accetta tutto del modello attuale e cerca solo di cavalcarlo, inoltre, non ci fa scorgere nessuna prospettiva nuova nella nostra partecipazione ad un’Unione Europea che conferma la sua vocazione mercantile e burocratica, anziché aprirsi alle esigenze delle persone e delle comunità.

I cirro-cumuli di una politica estera italiana che resta schiacciata sull’indiscutibile leadership USA e sulla sovranità limitata riservata ai paesi membri della NATO, infine, ci rendono assai poco sereni anche sulle prospettive di coesistenza pacifica nel bacino del Mediterraneo, in Medio Oriente ed ora anche nell’Europa orientale.

Più che continuare a chiedere agli Italiani di “cambiare verso”, Matteo Renzi dovrebbe finalmente spiegarci verso cosa va il suo cambiamento. Ce lo faccia capire, magari smettendo l’aria tra arrogante e supponente che lo caratterizza e stando a sentire un po’ di più i suoi interlocutori. Se non altro quelli che non si sentono ormai talmente sereni da aver smesso di ragionare, di farsi domande e di proporre alternative.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )