La ‘Cattiva Scuola’ di Guerra

  1. “Preparo alla vita e alle armi”

LACATTIVASCUOLAlogoE’ appena terminato l’anno scolastico e docenti e studenti, un po’ preoccupati, si chiedono già cos’altro li aspetti dopo le vacanze estive. Il nuovo governo lega-stellato confermerà la linea della c.d. Buona Scuola’ renziana o si cambierà musica? In attesa di risposte a questo dilemma, comunque, c’è chi da almeno tre anni è in attesa di altro e sgomita per assicurare all’Italia la sede per la ‘scuola militare europea’. Il colmo dell’onore, per lorsignori, sarebbe se questa scelta ricadesse su Napoli, che già da due secoli ospita la storica ‘Reale Accademia Militare’ della Nunziatella, fondata da Ferdinando IV di Borbone nel 1787,  il cui motto è appunto: “Preparo alla vita e alle armi”. In effetti nessuno dei media ne sta parlando, sia perché su tali argomenti è sempre difficile avere notizie, sia anche perché è un bel po’ che dall’Europa non giungono notizie nel merito. Le ultime dichiarazioni ufficiali del governo italiano risalgono a marzo dello scorso anno, quando l’allora Ministra della Difesa Pinotti, al termine della riunione di Bruxelles del Consiglio difesa ed esteri della U.E., dichiarò fra l’altro:

«Sul tema della formazione pensiamo che per andare avanti nella Difesa europea bisogna immaginare una scuola, noi pensiamo alla Nunziatella”, che diventi centro di formazione “non solo per i giovani e le giovani italiane, ma che possa diventare di ambito europeo». [i]

Si tratterebbe, per la precisione, di istituire una scuola di alta formazione per gli ufficiali delle forze armate della U.E., ha precisato a Napoli la Pinotti, affiancata dal Presidente della Repubblica, proprio in occasione del giuramento dei cadetti in Piazza del Plebiscito.

«Stiamo pensando per la grande Nunziatella un futuro che parla d’Europa: 23 Paesi hanno deciso di dare vita a una collaborazione rafforzata, e nei progetti per una difesa comune, tra le proposte dall’Italia, c’è un polo per la formazione per gli ufficiali provenienti dalle forze armate dei Paesi europei che abbia sede presso la scuola militare della Nunziatella». [ii]

Al citato vertice europeo dei ministri della difesa si era raggiunto l’accordo che prevedeva interventi per una comune difesa militare, individuando Napoli – già sede dei Comandi NATO e della U.S. Navy per il Sud Europa e l’Africa –  anche come ‘hub’ dei Comandi integrati per controllare il bacino del Mediterraneo.  Un mese dopo, l’11 dicembre 2017, al Consiglio europeo era stato siglato dai 25 paesi membri l’atto che istituiva la ‘cooperazione  strutturata permanente’  in materia di sicurezza e di difesa (PESCO).

« Art. 1 – E’ qui stabilita una Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), nell’ambito dell’Unione, tra quegli Stati membri le cui capacità militari adempiano i più elevati criteri dell’Art. 1 del Protocollo n. 10, e che si sono impegnati reciprocamente in questo settore, come riferito all’Art. 2 di tale Protocollo, in vista delle missioni più impegnative, e che contribuiscano al raggiungimento del livello di ambizione dell’Unione. […] Art. 4 punto 2 – Agendo in accordo con l’art. 46(6) del T.E.U., il Consiglio adotterà decisioni e raccomandazioni per: (a) fornire direzioni strategiche e guida per la PESCO; (f)  stabilire un insieme comune di regole di governance per i progetti, cui gli aderenti Stati membri, che partecipano ad un progetto individuale, potrebbero adattarsi in quanto necessario a tale progetto…». [iii]

Da allora, in apparenza, nulla si è mosso. Ma è davvero così ?

  1. Una scuola di guerra in una Città di Pace?

 Foto_Ufficiale_Capo_di_SMD_10x15_GenNotizie vere e proprie non ci sono (o quanto meno non sono state diffuse), ma alla storica Scuola Militare napoletana che da 230 anni domina l’altura di Pizzofalcone si continua strenuamente a sperare in un futuro europeo. Qualche segnale positivo per i vertici militari italiani c’era comunque  stato, sia pure indirettamente, visto che il 7 novembre 2017 il generale Claudio Graziano, il nostro attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa, era stato nominato Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea (E.U.M.C.).

«Il Chairman of the European Union Military Committee, incarico che il generale Graziano assumerà dal mese di novembre del 2018, è la più alta autorità militare della UE e, come tale, è il consulente militare dell’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, ma ha anche il compito di presentare i pareri e le decisioni di natura militare, assunte dal Comitato militare, presso il Comitato politico e di sicurezza (PSC), nonché di fornire direttive e linee guida al Direttore generale dello European Union Military Staff (EUMS)». [iv]

In effetti il gen. Graziano ricoprirà la massima carica militare dell’U.E. solo a partire dal novembre 2018, cioè fra quattro mesi, ma non è difficile immaginare che questa ‘novità’ contribuirà non poco a sciogliere le immaginabili resistenze degli altri Paesi dell’Unione ad un progetto ‘formativo’ partito proprio dall’Italia e con destinazione finale Napoli.

Ma come – potrebbe prevedibilmente chiedersi qualcuno – vogliono piazzare una scuola di alti studi militari proprio nella città guidata da un Sindaco palesemente pacifista come Luigi de Magistris?  Quella Napoli nel cui Statuto, per sua iniziativa, è stata inserita la denominazione di “città di Pace e Giustizia” in quanto “convinta che il disarmo, lo sviluppo umano e la cooperazione internazionale sono indispensabili per il rispetto dei principi della giustizia sociale  e dell’interdipendenza e indivisibilità di tutti i diritti umani: economici, sociali, civili, politici, culturali” ? [v]   Una scuola di guerra proprio nella Città la cui Giunta nel 2015  ha dichiarato il suo porto “Area denuclearizzata” ? [vi]  Un’accademia per formare alti ufficiali europei giusto nel Comune sulla cui sede istituzionale di piazza Municipio spicca un vistoso drappo arcobaleno della pace?

Ebbene sì. A dispetto di tutte queste lodevoli iniziative, va detto che la decisione di far di Napoli la sede della scuola militare europea prossima ventura non si è affatto abbattuta a tradimento sul capo di Luigi de Magistris e della sua Amministrazione, a causa di oscuri maneggi dei vertici di governo, ma è stata piuttosto accettata – e perfino caldeggiata – dal multiforme  Sindaco della rivoluzione arancione.  Risale infatti a tre anni fa la delibera di Giunta n. 461 del 13 luglio 2015, con la quale si proponeva al Consiglio Comunale di approvare un atto il cui oggetto era apparentemente un altro, molto più insignificante. Si trattava infatti di autorizzare quella che era banalmente definita una ‘permuta’ tra un immobile di proprietà comunale (la Caserma ‘Nino Bixio’ in via Monte di Dio 31, sede del IV reparto mobile della Polizia di Stato, un bene storico tutelato dal punto di vista ambientale e monumentale)  con un immobile di proprietà statale, sito nella non lontana via Egiziaca a Pizzofalcone n. 35. In buona sostanza, uno ‘scambio alla pari’ tra Comune e Stato, dichiaratamente “finalizzato all’ampliamento e potenziamento infrastrutturale della Scuola Militare ‘Nunziatella’ “, in riferimento al protocollo d’intesa già sottoscritto il 15 novembre 2014 dallo stesso Sindaco de Magistris e dai responsabili di Agenzia del Demanio, Ministero dell’Interno e Ministero della Difesa. Ma si trattava davvero di uno scambio ‘alla pari’ come più volte ribadito nell’atto deliberativo?

  1. Uno scambio alla pari? Ma ci faccia il piacere !…

 cd3cde9dNella parte narrativa della delibera di Giunta 461/2015 si precisava a tal proposito:

«In esito ai lavori del tavolo tecnico di cui al Protocollo di Intesa, la competente commissione per la verifica di congruità delle valutazioni tecniche-economiche-estimative […] ha effettuato la congruità del valore dei due immobili sopra individuati […] per un importo pari ad euro 22.900.000,00 (in cifra tonda); la permuta immobiliare tra gli immobili suddetti si chiude pertanto alla pari, senza esborso da parte del Comune, ovvero dello Stato di ulteriori corrispettivi in denaro a pareggiare le eventuali differenze di valore dei due beni e, pertanto, si configura come una ‘permuta pura’ ossia una diversa allocazione delle poste patrimoniali afferenti i beni immobili e perciò come operazioneneutra’ in termini economici». [vii]

Al di là del solito burocratese, si percepisce l’insistenza dell’A.C. nel dichiarare  che trattasi di mero scambio, supportato peraltro da una verifica di ‘congruità’ del valore dei due immobili, e quindi che si era di fronte ad una pura e semplice ‘permuta’, chiusa ‘alla pari’ ed in modo del tutto ‘neutro’.  Giaà allora, però, non era dello stesso parere il Segretario Generale del Comune di Napoli che – inascoltato – aveva allora espresso abbastanza chiaramente le sue perplessità nel merito.

«Le motivazioni che supportano la permuta alla pari, da una parte la cessione dall’altra l’acquisizione, appaiono non completamente simmetriche. Invero, riguardo all’acquisizione dell’immobile di via Egiziaca a Pizzofalcone – inserito al punto 4 della deliberato nel piano delle dismissioni immobiliari, senza esplicitare se in compensazione con il bene in cessione – gli elementi motivazionali appaiono desumibili solo di riflesso[…] La permuta, vale qui ricordarlo, è definita dall’art. 1552 del codice civile quale ‘ contratto che ha per oggetto il reciproco trasferimento della proprietà di cose, o di altri diritti, da un contraente all’altro’. […] Si tratta quindi di un contratto a titolo oneroso che, laddove vi sia un’equivalenza qualitativa e quantitativa dei beni scambiati, può essere strutturato in modo da non comportare movimentazioni finanziarie, se non limitatamente agli oneri accessori. Tuttavia si sottolinea che tra i principi o postulati di cui all’art. 162 c. 1 del TUEL c’è quello di integrità, per il quale nel bilancio di previsione e nel conto del bilancio non devono esserci compensazioni di partite, anche in riferimento ai valori economici ed alle grandezze patrimoniali». [viii]

Le osservazioni, sebbene un po’ criptiche per i non addetti ai lavori, fanno presente  che un’attenta valutazione avrebbe dovuto tener conto di vari elementi utili alla valorizzazione dei bene, fra cui “la loro piena disponibilità, la loro condizione di fatto, la loro redditività, l’assenza di abusi edilizi, ovvero la loro condonabilità, ecc.)” [ix]  Certo, non si dubita esplicitamente della valutazione addotta dall’A.C., ma si avverte la preoccupazione per un’operazione che, sia pur degradata a semplice permuta immobiliare, presentava comunque molte insidie di natura giuridica e finanziaria. Nel suo “parere di regolarità contabile” della delibera di Giunta, anche il Direttore dei Servizi Finanziari, pur dando in conclusione parere favorevole, esprimeva perplessità sull’atto deliberativo. Al di là della congruità della  valutazione dei due immobili (circa 23 milioni di euro), si faceva presente che dalla proprietà della caserma Bixio il Comune aveva finora introitato un canone annuo di circa 450 mila euro,  “mentre alcun importo viene riportato in merito alla locazione delle 80 unità immobiliari costituenti l’edificio in via Egiziaca a Pizzofalcone di proprietà del Ministero”. [x] Bell’affare davvero,  visto che lo stabile deve essere ancora ristrutturato e, a quanto pare, è già stato occupato abusivamente da alcune famiglie!

  1. Operazione “Bastardi di Pizzofalcone”

Nel mese di marzo 2017 il quotidiano napoletano IL MATTINO diede in modo trionfalistico la notizia del progetto ‘grande Nunziatella’ e della Scuola militare che si ipotizzava di ospitare al suo interno.

«Ancora da definire i dettagli del centro di formazione militare europeo. Molto probabilmente di tratterà di una scuola interforze […] e potrebbe formare in un’ottica comune giovani ufficiali che solitamente frequentano quelle che un tempo si chiamavano ‘scuole di guerra’ nei singoli stati. Oppure potrebbe aprire alla formazione di ufficiali di grado intermedio o elevato con attività simili a quelle, già aperte agli stranieri, che si tengono al Centro Alti Sudi della Difesa a Roma nell’ambito dei corsi ISMI e IADD. Le opzioni da valutare certo non mancano e trasformerebbero Napoli, già punto di riferimento nevralgico in ambito NATO, nella capitale della formazione militare di un’Europa che appare sempre più orientata a darsi finalmente concretezza in termini di difesa e sicurezza». [xi]

nunzia-veduta-aereaOra, pur considerando che l’autore del pezzo, Gianandrea Gaiani, dirige il periodico ‘Analisi difesa’ e collabora con vari istituti di formazione militare, queste considerazioni lasciano trapelare una soddisfazione che va ben oltre la semplice cronaca. Ma bisogna ammettere che su questa subdola operazione (non a caso da me intitolata ‘Bastardi di Pizzofalcone’…) non si è ancora sentita una voce critica o, comunque, un commento che manifestasse dubbi sia sulla sua discutibile legittimità, sia sulla sua preoccupante valenza politica. Unica eccezione è stato un articolo apparso il 20 novembre 2017 su ‘Contropiano’ , nel quale si stigmatizzava il comportamento ambiguo dell’Amministrazione Comunale, manifestando anche una legittima ansietà per le prevedibili conseguenze dell’escalation militarista della città di Napoli.

«Preoccupante è…l’atteggiamento dell’amministrazione comunale di Napoli. Non solo non si è opposta a questa operazione di natura bellica ma addirittura nei mesi scorsi presentava questa come una vittoria. Rivendicava insomma di avere contribuito con la sua mediazione a questo ”importante risultato”. Provincialismo d’accatto che mal si sposa con la reale natura di una accademia militare e che fa a pugni con il concetto di Napoli città di pace tanto cara al sindaco e alla sua giunta. Dalle notizie che trapelano dall’accordo di Bruxelles sembra che nello specifico l’hub formativo di Napoli si specializzerà sugli attacchi a distanza ovvero la guerra coi droni. Wargames . E’ evidente che ciò esporrà la città di Napoli a pericoli finora sconosciuti. Se la base Nato è ubicata presso il lago Patria e lontana da centri abitati, l’accademia della Nunziatella ha sede invece a Pizzofalcone ovvero nel cuore di Napoli». [xii]

Fatto sta, però, che non soltanto i fedelissimi dei Sindaco, ma anche le forze della sedicente sinistra presente nell’Assise Comunale,  non hanno fatto una piega di fronte all’ipotesi che Napoli, Città di Pace, si ritrovi così ad ospitare una vera e propria scuola di guerra. Basti pensare che la delibera di giunta fu adottata su proposta dell’allora Assessore al Patrimonio Alessandro Fucito (già consigliere di Rifondazione Comunista, rieletto poi con la lista ‘Napoli in Comune a Sinistra’ ed attuale Presidente del Consiglio Comunale) e che la successiva delibera consiliare n. 46 del 6 agosto 2015, di cui era relatore lo stesso Fucito, è stata plebiscitariamente approvata all’unanimità.

Tutto bene dunque? Non direi proprio. Non sappiamo se e quando questo progetto troverà attuazione, ma non è giusto tacere di fronte all’enormità di un’operazione che, oltre che economicamente svantaggiosa per un Comune in pre-dissesto, ha manifestato un cinismo politico che nessun drappo arcobaleno su Palazzo S. Giacomo può tacitare. Non bastano certo i toni rivoluzionari ed anticonformisti per rendere davvero alternativa un’amministrazione comunale. La triste verità è che Napoli – intesa anche come Città Metropolitana, di cui lo stesso de Magistris è Presidente – è da decenni una delle città più militarizzate del mondo, grazie al degradante rapporto di vassallaggio che dal dopoguerra ha reso l’Italia una colonia assoggettata a servitù militare da parte dei nostri  c.d.‘Alleati’, sottraendo sovranità sia allo Stato centrale sia agli Enti locali e mettendo a serio rischio la pace, la sicurezza e la salute dei cittadini della Campania.

  1. A Napoli per imparare le ‘arti oscure’ della guerra

CoA_mil_ITA_nunziatella.svg  Appare evidente che  ‘ospitare’ già il Comando euro-africano della NATO e quello della VI Flotta statunitense non è sembrato sufficiente a chi ci (s)governa. Già in un mio articolo del 2013 mi ero soffermato sulla pesante coltre grigioverde calata su tutta la Campania, ed in particolare sull’area compresa fra Napoli e Caserta.

«La“Campania Felix” dei Romani ha subito una mostruosa mutazione genetica, trasformandosi in un vero e proprio “pentagono della guerra”,  una delle succursali ‘globali’ del Pentagono di Washington[…] Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale». [xiii]

Ciononondimeno – o forse proprio per questo… – qualcuno ha pensato che Napoli sarebbe stata la sede ideale per ospitare anche il quartier-generale dei ‘wargames’  di una difesa integrata europea e perfino un prestigiosa accademia tipo Hogwarts, dove gli ufficiali europei imparino a padroneggiare le ‘arti oscure’ della guerra. Immagino che i nostri vertici militari avranno gonfiato il petto per l’orgoglio di poter contare quanto prima sulla creazione d’una struttura ‘formativa’ del genere. Forse qualcuno di loro vede già sventolare sul “Rosso Maniero” di Pizzofalcone  [xiv] lo stendardo della nuova “Nunziatelworts School of Warmongery”, dove s’impartiscano insegnamenti e si promuovano ‘competenze’ che non sono esattamente quelle della già discutibile ‘Buona Scuola’, ma attengono piuttosto alle tecniche belliche più avanzate. Basti pensare alla guerra psicologica [xv], al cyber-controllo, all’antiterrorismo, alle operazioni con uso di armi nucleari ed a tante altre istruttive ‘materie’, come quelle studiate nei corsi intensivi alla NATO School che ha sede nella cittadina tedesca di Oberammergau [xvi] oppure, in modo più sistematico, nelle 10 più prestigiose accademie militari del mondo [xvii].  Il generale Claudio Graziano – dal prossimo novembre nuovo Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea [xviii]– si è già espresso entusiasticamente nei confronti del progetto e, con la sua autorità, non mancherà di adoperarsi perché esso diventi realtà.s-l300

« E’ un’iniziativa – ha spiegato il generale Graziano – che la Difesa sta perseguendo con forte determinazione e che porrebbe le Forze Armate all’avanguardia nel campo della formazione necessaria all’Europa per consolidare il suo crescente ruolo di global provider di difesa e sicurezza sugli scenari euro-atlantici […] La cooperazione internazionale è sempre più necessaria per affrontare in modo unitario e sinergico le sfide alla sicurezza. Ma per poter cooperare un Paese deve essere credibile a livello internazionale e deve essere competitivo in tutti i settori e non ultimo in quello della formazione». [xix]

Che dire? Non ci resta che attendere per vedere come andrà a finire questa inquietante (ma assai poco conosciuta) vicenda, che trasformerebbe di fatto la Napoli delle Quattro Giornate, la Città della Pace che guarda con apertura costruttiva ed interculturale al bacino del Mediterraneo, nella capitale del Warfare, gestito a mezzadria dai vertici della NATO e da quelli della EU. Davvero una bella prospettiva!

© 2018 Ermete Ferraro

N O T E ———————————————————————————————–

[i] Alfonso Bianchi, “L’Italia vuole a Napoli la scuola militare europea”,  Eunews , 06.03.2017 > http://www.eunews.it/2017/03/06/litalia-vuole-napoli-la-scuola-militare-europea/79458

[ii] “Nunziatella, c’è il giuramento degli allievi: a Napoli Mattarella e Pinotti”,  ildenaro.it , 17.11.2017 > https://www.ildenaro.it/nunziatella-ce-giuramento-degli-allievi-napoli-mattarella-pinotti/

[iii] Council of European Union, COUNCIL DECISION (CFSP) 2017/of establishing Permanent Structured Cooperation (PESCO) and determining the list of Participating Member States  (08.12.2017) > http://www.consilium.europa.eu/media/32000/st14866en17.pdf

[iv] “Il generale Graziano nominato presidente Comitato militare dell’Unione europea”, Il Sole24ore (07.11.2017) > http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-11-07/il-gen-graziano-nominato-presidente-comitato-militare-dell-unione-europea-175017.shtml?uuid=AEkIQ35C&refresh_ce=1

[v] Statuto del Comune di Napoli, art. 3, comma 4 > www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeAttachment.php/L/IT/D/…/P/…/pdf

[vi] Comune di Napoli, Deliberazione della Giunta Comunale n. 609 del 15.09.2015 ad oggetto: “Dichiarazione di Area Denuclearizzata del Porto di Napoli” > http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/docs/143.pdf

[vii] Comune di Napoli, Deliberazione della Giunta Comunale n. 461 del 13.07.2015 ad oggetto: “Approvazione ed autorizzazione della permuta dell’immobile di proprietà statale sito in via Egiziaca a Pizzofalcone con l’immobile….”  ( il documento non è disponibile su Internet).

[viii] “Osservazioni del Segretario Generali” alla D.G.C. 461/2015, ibidem

[ix] Ibidem

[x]  Ibidem

[xi] Gianandrea Gaiani, “Nasce il primo comando, la Nunziatella formerà gli ufficiali europei”, Il Mattino (07.03.2017) , pp. 1-3

[xii]  Redazione Napoli, “Dalla Nunziatella spirano venti di guerra su Napoli” (20.11.2017) , Contropiano > http://contropiano.org/news/politica-news/2017/11/20/dalla-nunziatella-spirano-venti-guerra-napoli-097908

[xiii] Ermete Ferraro, “Campania Bellatrix” (24.03.2013), Contropiano > http://contropiano.org/interventi/2013/03/24/campania-bellatrix-015404

[xiv]  “Rosso Maniero” , oltre ad essere il ‘soprannome’ dell’accademia militare sorta nel XVIII secolo sull’area conventuale di Pizzofalcone per volontà di Ferdinando IV di Borbone, è anche il titolo dell’organo ufficiale della Associazione Nazionale Ex Allievi della Nunziatella > http://www.nunziatella.it/rosso-maniero/

[xv] Su tale aspetto mi sono già soffermato sei anni fa in un articolo per il mio blog:  Ermete Ferraro, “SPY…OPS! Quando la guerra si fa con le parole” (04.02.2012), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/

[xvi] Visita il sito: https://www.natoschool.nato.int/Academics/Resident-Courses/Course-Catalogue

[xvii] Cfr. A. Abuwala, “10 Best Military Academies From Around the World” (25.04.2017),  WorldAtlas >  https://www.worldatlas.com/articles/10-best-military-academies-from-around-the-world.html  e: Lee Standberry,  “Top 10 International Military Schools” (08.10.2012), Toptenz.net > https://www.toptenz.net/top-10-international-military-schools.php

[xviii] Visita il sito dell’ E.U.M.C. > https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/5428/european-union-military-committee-eumc_en

[xix] “Il generale Graziano: ‘La Nunziatella diventerà polo formativo europeo” (18.11.2017), la Repubblica , ed. Napoli > http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/11/18/news/il_generale_graziano_la_nunziatella_diventera_polo_formativo_europeo_-181428074/

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A Gaza: oggi come 2000 anni fa

Leggevo –  sui pochi quotidiani che se ne occupano…[i] – della feroce repressione a Gaza della protesta palestinese da parte dell’esercito israeliano. Diciassette morti (fra cui un ragazzo) e millecinquecento feriti sono stato il tragico bilancio di questo impari scontro fra giovani armati di pietre e molotov e soldati con la stella di Davide. Una violenza sproporzionata contro chi continua a combattere una battaglia disperata, a distanza di 70 anni da Al-Nakba, la ‘catastrofe’ della sconfitta araba del 1948 e dell’esodo palestinese, che vide oltre 700.000 residenti espulsi dalla propria terra. Un dramma cupo, senza fine, che ha avvelenato per decenni un clima che non è mai stato disteso, ma che ora sta subendo una pericolosa escalation verso un sempre più violento conflitto armato.

Ma mentre seguivo la cronaca dei sanguinosi scontri a Gaza alla vigilia della Pasqua non ho potuto fare a meno d’immaginare quella tormentata striscia di terra ai tempi di Gesù di Nazareth, che, 2018 anni fa, moriva inchiodato sulla croce a Yerushalaym. La città santa della fondazione della pace – come paradossalmente recita in lingua ebraica il suo nome – dista circa 77 km da Gazza/ Azzah, allora la principale delle città dei Filistei, quei Palestinesi che da sempre avevano opposto una fiera resistenza all’espansionismo dei Giudei, riuscendo a resistere perfino a Giosuè. [ii]

«Gaza divenne la metropoli delle cinque satrapie che formavano il territorio dei Filistei e, come le altre quattro città (Ascalon, Accaron, Azotus – sempre che non si tratti della stessa Gaza – e Gat) ebbe un re il cui potere si estendeva a tutte le città e i villaggi della regione. Sansone, per fuggire dalle mani dei filistei, trasportò sulle sue spalle le porte della città durante la notte fino alle montagne circostanti (Giudici 16:3); fu a Gaza che, cieco e prigioniero dei filistei, fece crollare il tempio di Dagon su se stesso e i suoi nemici.»  [iii]

Una sessantina di anni di anni a.C., Pompeo aveva messo fine alla dominazione seleucide, occupando Gerusalemme e liberando quanto restava di Gaza e delle altre città della Pentapoli, annesse al regno di Giuda, dal 140 a.C.  Il fatto è che Gaza aveva un’indubbia importanza strategica, trovandosi proprio sulla c.d. ‘via dell’incenso’, mediante la quale si controllava questo importante traffico commerciale. Non a caso lo stesso nome della città, con quella radice verbale –zz , evochi in ebraico proprio l’idea della forza, della potenza.

una-moneta-di-alessandro-ianneo-clara-amit-israel-antiquities-authority« ….Il re asmoneo Alessandro Ianneo non solo conquistò Gaza spingendosi poco più a Sud, ma prese anche il deserto del Negev e per decenni impedì ai nabatei di usarne la Via dell’incenso. Uno dei siti esaminati è Horvat Ma’agurah, situato in un punto strategico che dà sul Nahal Besor – un wadi nel Sud d’Israele -. Qui passava la Via dell’incenso che collegava Petra e Gaza. I nabatei vi trasportavano beni preziosi, come mirra e franchincenso, dall’entroterra verso i porti del Mediterraneo e in Egitto (…) I ritrovamenti a Horvat Ma’agurah indicano che dopo la conquista di Gaza nel 99 a.C., Alessandro Ianneo costruì una fortezza con quattro torri dentro un precedente caravanserraglio nabateo[iv]

Venendo ai tempi di Gesù, una testimonianza neotestamentaria su Gaza, nel periodo seguente la sua condanna a morte ed la sua Risurrezione, ci viene fornita da un passo degli Atti degli Apostoli, dove troviamo un singolare episodio che ha come protagonista Filippo, uno dei primi sette diaconi.

« Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: «Alzati, e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti, e raggiungi quel carro».[v]

A questo ‘evangelista’ della prima ora era stato chiesto d’incamminarsi proprio sulla strada che conduce a Sud, verso Gazza/Azzah, ma non è chiaro se l’aggettivo deserto (ἔρημος > éremos)  usato nel brano si riferisca alla città o alla via. Qualcuno ha fatto osservare inoltre che Luca – l’autore degli Atti, scritti in greco – aggiunga alla narrazione una sorta di gioco di parole. Il ‘tesoro’ della regina Candace cui egli sovrintende, infatti, viene designato dall’evangelista utilizzando una rara parola persiana: γάζα. Ne deriva quindi che l’eunuco si reca a Gaza portando con sé la gaza della sua regina…[vi]

SAN FILIPPO BATTEZZO EUNUCOFatto sta che proprio su quella via Filippo incontra quell’autorevole ministro, un africano e per di più un eunuco. Questi, di ritorno dal tempio di Gerusalemme, è intento nella lettura del libro di Isaia ed in particolare di quel passo (il c.d. IV canto, da 52:13 a 53:12) in cui si parla del servo sofferente (עֶבֶד ) di Jahvé.  Si tratta di una figura misteriosa che l’etiope non è in grado d’interpretare, almeno da solo, per cui ricorre volentieri al diacono per riceverne le necessarie spiegazioni. Ricco e importante com’è, egli avverte comunque la mancanza nella sua vita di qualcosa o di Qualcuno che le dia senso. Quindi Filippo gli spiega che quella di Isaia era esattamente la profezia ci ciò che era accaduto da poco a Gerusalemme, quando Gesù il Nazareno era stato ucciso, proprio come un “agnello senza voce” condotto al macello per la salvezza di tutti, compresi gli stranieri e gli eunuchi. Ed è proprio lungo quella strada, in un’oasi nel deserto, che Filippo non si limita a trasmettergli la ‘buona novella’, ma lo battezza – su sua richiesta – confermando che Dio non fa differenze né tanto meno “preferenze di persone”, come proclama anche Simon Pietro in un passo successivo.[vii]

Questo episodio degli Atti degli Apostoli, in questi giorni di Pasqua, dovrebbe farci riflettere sul messaggio religioso di questo passo neotestamentario, ma anche sulla triste realtà attuale della Palestina e sul perdurare dei conflitti etnici e religiosi in quella sventurata terra e nell’intero Vicino Oriente. Stiamo parlando infatti di una regione che ci è abbastanza prossima e che per noi Cristiani dovrebbe significare molto di più, ma verso la quale restiamo troppo distratti e lontani. La cronaca dei fatti connessi alla repressione israeliana della protesta palestinese a Gaza ci costringe adesso a focalizzare la nostra attenzione su quella tragedia senza fine.

«La striscia di Gaza confina con l’Egitto: guardandola sulla cartina geografica è quasi nulla; salvo errori, è circa la metà della provincia di Lodi, poco più di Monza-Brianza. Qui vengono ora uccise decine di persone al giorno, centinaia di migliaia affamate, ferite, lasciate senza casa. I bambini giocano nei cimiteri. I morti per la guerra in questi anni si contano a decine di migliaia. Provate a immaginarvi Lodi o la Brianza distrutte da due contendenti che vogliano entrambi una soluzione finale…» [viii]

Il fatto è che immaginare l’assurdità di questo conflitto infinito ci è sicuramente utile ma non ci aiuta necessariamente a risolverlo. O almeno non ci offre soluzioni convenzionali, quelle tradizionali di tutte le guerre, in cui c’è chi vince e c’è chi perde. L’unica via nel deserto dell’incomprensione e dell’ostilità reciproca è quella della nonviolenza evangelica, predicata da Colui che in questi giorni celebriamo, troppo spesso senza capirne la forza profondamente rivoluzionaria. Proprio nel deserto dello spirito, allora, dovremmo finalmente avvertire – come l’eunuco etiope – il bisogno di qualcosa di diverso,  di un’alternativa alla cieca e folle alternanza di violenze e vendette. E’ su quella difficile strada che porta da Gerusalemme a Gaza che dobbiamo sperare d’incontrare chi, finalmente, ci faccia comprendere quello che leggiamo da oltre duemila anni senza capirlo a fondo.

cartina-palestinaAnche lo studio della storia può aiutarci a comprendere il dramma del popolo filisteo/palestinese, che da ancor più tempo sembra condannato ad essere sottomesso e disperso. Uno sforzo, infine, dovrebbe essere fatto per mettere in luce tutto quanto è già stato fatto per valorizzare – nella legittima lotta del popolo palestinese –  l’azione nonviolenta, la resistenza non armata e l’utilizzo di tutte le possibili tecniche di opposizione alternativa.  In tal senso ci sono già stati molti contributi e approfondimenti, fra cui quello di Giulia Valentini, al quale rimando, limitandomi a citarne la conclusione:

« La resistenza nonviolenta è il miglior mezzo per combattere l’occupazione israeliana ed assicurare che i diritti dei palestinesi vengano rispettati. […] Per far sì che questo accada, però, è necessario che anche la comunità internazionale faccia la sua parte; la continua crescita del movimento nonviolento palestinese non può essere mantenuta se percepita dai suoi membri come inutile. E’ necessario che la resistenza nonviolenta palestinese venga riconosciuta come tale ed apprezzata dal mondo, che le venga data più attenzione dalla stampa internazionale ed infine che la società civile internazionale le offra il suo sostegno e cooperazione.» [ix]

Qualcuno potrebbe pensare che in questo aspro conflitto l’unico nostro ruolo sia quello di spettatori, ma non è e non deve essere così. Certo, occorre in primo luogo schierarsi con chiarezza dalla parte di chi subisce da decenni l’occupazione israeliana, ma non basta. Ci sono anche altri modi per agire, mettendo in pratica l’ I CARE di cui parlava don Milani, poiché non c’è niente che non ci riguardi e che, in qualche misura, non dipenda anche da noi. In questo senso è opportuno ricordare che il boicottaggio è una delle tecniche classiche dell’azione nonviolenta. Boicottare chi non accetta nessuna legge internazionale, come Israele, non è infatti un atto di ‘antisemitismo’ (come se i Palestinesi non fossero altrettanto Semiti…) bensì di giustizia e d’impegno civile per la pace. Ecco perché appoggio le campagne di B.D.S. Italia, aderire alle quali può essere un modo per non restare passivi alla finestra, mentre si consumano ingiustizie e violenze nell’indifferenza dei più.  Anche per coerenza col messaggio di Colui che abbiamo ricordato a Pasqua, la cui salvezza è stata destinata a tutti indistintamente, proprio perché “Dio non fa preferenze di persone“.

 — N O T E —————————————————————–

[i]   V. ad es. l’articolo su  Il Fatto quotidiano > https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/31/gaza-17-palestinesi-uccisi-e-oltre-2mila-feriti-negli-scontri-lonu-indagine-indipendente-sui-fatti-annunciate-altre-proteste/4264211/

[ii]   Cfr. i passi biblici : Genesi 15:18; Giosuè 15:47; Amos 1:7

[iii]  https://it.wikipedia.org/wiki/Gaza#cite_note-5

[iv]  Cfr. “Gli Asmonei nel Negev”, Il fatto storico (Dic. 2009) > https://ilfattostorico.com/2009/12/10/gli-asmonei-nel-negev/

[v]  Cfr. Atti, 8: 26-40

[vi] “Filippo battezza l’eunuco etiope sulla strada di Gaza (At 8,26-40): un’immagine del catechista e della catechesi. Una meditazione della prof.ssa Bruna Costacurta” ,  Gli scritti (22.07.2009) > http://www.gliscritti.it/blog/entry/278

[vii] Atti, 10:34 – Nel testo greco:  ” Ἐπ ἀληθείας καταλαμβάνομαι ὅτι οὐκ ἔστιν προσωπολήπτης  θεός ” .  Tale espressione ricalca quella ebraica “panim nasa”, che indicava il gesto di ‘sollevare il viso’ come segno di favore/preferenza verso qualcuno piuttosto che verso altri (cfr.  https://www.libreriauniversitaria.it/nuovo-testamento-paoline-editoriale-libri/libro/9788831519625, p. 452)

[viii] Mario Pancera, “Nella agitata Palestina di duemila anni fa, Pietro battezzava anche i nemici”, Criticamente,31.07.2014 > http://www.criticamente.it/2014/07/31/gaza-e-tel-aviv-ai-tempi-turbolenti-di-gesu/

[ix] Giulia  Valentini, La resistenza nonviolenta palestinese > http://www.archiviodisarmo.it/index.php/en/publications/magazine/magazine/finish/87/912

L’Obiezione non va in pensione…

314cd209cbfdb73c432928129db7d098_LRicorre oggi il 45° anniversario dell’approvazione della legge n. 772 del 15.12.1972 [i] che introdusse in Italia il diritto di obiezione di coscienza, o meglio la possibilità di rifiutare il servizio militare e di prestare un servizio civile ‘sostitutivo’.  Allora io avevo 20 anni, frequentavo il secondo anno di ‘lettere moderne’ alla Federico II di Napoli e non avevo ancora fatto esperienze di militanza politica, anche se nutrivo una profonda repulsione per il militarismo e mi ero già avvicinato alle idee nonviolente, grazie a letture ed approfondimenti personali. L’approvazione della ‘Legge Marcora’ – come fu a lungo chiamata dal nome del suo ispiratore e primo firmatario, ex partigiano cattolico e parlamentare democristiano – costituì per me una svolta epocale. Finalmente potevo manifestare il mio totale dissenso nei confronti della guerra e del servizio di leva che serviva ad addestrarsi ad essa. Finalmente la mia istintiva repulsione verso la formazione alla pratica bellica e la perversa logica militarista poteva essere dichiarata apertamente. Finalmente, da cattolico, potevo rispondere “No, grazie!” a chi, al termine degli studi universitari, mi avrebbe nuovamente intimato con la classica cartolina rosa di andare a ‘servire la patria’ in armi, senza però finire processato per renitenza alla leva. Finalmente potevo ripetere con don Milani che bisogna:

 “…avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.” [ii]

La mia Never Ending Story di antimilitarista ed ecopacifista iniziò a Napoli quando, dopo varie ricerche, scoprii che era attivo un gruppo di attivisti di matrice nonviolenta e, da quell’anno, entrai a farne parte, spedendo al Ministero della Difesa la mia domanda di obiezione di coscienza. Poi due anni di ‘militanza’ nonviolenta seguiti da altrettanti di servizio civile alternativo presso la storica Casa dello Scugnizzo [iii] fondata da Mario Borrelli, diventando così primo obiettore

servizio civile 1975

Ermete, al centro, al primo corso per obiettori di coscienza presso la Casa dello Scugnizzo (1975)

nonviolento napoletano e formatore di altri obiettori.  Da quel 1972, giusto quarantacinque anni di presenza in questo variegato movimento, nel corso dei quali sono stato attivista di base – ma anche responsabile a livello locale, regionale e nazionale, della Lega degli Obiettori di Coscienza (L.O.C.) [iv], del Movimento Nonviolento (M.N.) [v] , del Movimento Internazionale della Riconciliazione (M.I.R.) [vi] , nonché collaboratore dell’ Istituto Italiano per la Ricerca sulla Pace (I.P.R.I.) [vii], referente nazionale per l’ecopacifismo di Verdi Ambiente e Società (V.A.S.) [viii] ed attivista del Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione della Campania (C.P.D.S.C.) [ix] . Quasi mezzo secolo di convinta, testarda, appassionata testimonianza dei valori della pace come fine e come mezzo, dell’azione nonviolenta  come metodo politico e della difesa civile nonviolenta come alternativa concreta ed efficace agli orrori della guerra e al complesso militare-industriale che la promuove.

Già cinque anni fa ho cercato di sintetizzare questa lunga esperienza in un articolo [x], per cui eviterò di ripetere ricordi e considerazioni presenti in quel mio scritto di allora, cui rinvio chi avesse voglia di leggerlo. Quel che vorrei riprendere oggi, in occasione del 45° anniversario della legge che ha segnato così a lungo e profondamente la mia vita, è una breve riflessione sulla deriva militarista e

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Ermete distribuisce volantini ai soldati davanti al Distretto Militare di Napoli (1973) e durante una Marcia della Pace Perugia-Assisi (1978)

bellicista alla quale siamo costretti ad assistere; una degenerazione di cui i giovani d’oggi non sembrano affatto consapevoli, narcotizzati dal pensiero unico che ha cancellato le idee insieme con le ideologie, ma anche asserviti ad una nuova pericolosa logica. Non si tratta più solo della deprecabile accettazione acritica del principio della ‘obbedienza cieca, pronta, assoluta’ – contro cui si scagliava don Milani [xi] – ma la più subdola convinzione che, ormai, alternative vere non ci siano e che, tutto sommato, il nostro sia ‘il migliore dei mondi possibili’.  Essere obiettori non può limitarsi al rifiuto di un servizio militare obbligatorio che già da 12 anni è stato eliminato (in realtà solo sospeso…), col doppio effetto di promuovere l’esercito di mestiere e di affossare o.d.c. e servizio civile alternativo. Si tratta infatti d’un atteggiamento mentale più generale e complessivo, che antepone la valutazione etica e socio-politica dei fini e dei mezzi a qualsiasi altro criterio di scelta. Parlarne 45 anni dopo significa inevitabilmente  essere diventati più vecchi e brontoloni, ma sfido chiunque a contraddire la mia affermazione come frutto di pessimismo senile o di abituale sfiducia nei riguardi delle nuove generazioni.

La colpa dello smarrimento della capacità – e della voglia – di obiettare in base alla propria coscienza e di opporre il proprio ‘signornò’ alle tante, troppe, brutture e storture che caratterizzano la nostra società, piuttosto, mi sembra ascrivibile alla diffusione d’una più generale mentalità conformista ed acritica, che privilegia l’adattamento all’esistente alla lotta per il possibile. Al ricorso ad un pensiero sempre-più-debole, che induce a svalutare o smarrire del tutto i valori essenziali e fondanti e ad accontentarsi di rincorrere l’affermazione personale o, tutt’al più, familiare. Soprattutto, ad una mancanza di proposte profondamente, ma anche concretamente, alternative ad un ‘sistema’ irremovibile ed irrinunciabile. Ricordo che parole come il verbo obiettare ed il sostantivo obiezione derivano etimologicamente:

 “…dal lat. obiectāre gettare incontro, opporre, deriv. di obiĕctus, part. pass. di obicĕre, comp. di ŏb ‘contro’ e iacĕre ‘scagliare’.” [xii] .

E’ utile precisare che il prefisso latino ‘ob-’ denota semanticamente non solo opposizione a qualcosa (contro), ma anche anticipazione (verso, in vista di ) di qualcosa di antitetico a ciò che si rifiuta. A distanza di 45 anni, purtroppo, ho la sconfortante sensazione che alla maggioranza dei nostri ragazzi non sia chiaro né il primo dato (a che cosa opporsi, perché opporsi e come farlo efficacemente) né il secondo (quali obiettivi perseguire in alternativa e quali mezzi impiegare per raggiungerli coerentemente). Se questa mia sensazione rispondesse a verità, sarebbe comunque ingiusto imputarne la colpa esclusivamente ai giovani, senza assumerci le nostre pesanti, innegabili, responsabilità.

LOCIn 45 anni, mi sembra che lo stesso movimento italiano per la pace – pur tenendo conto dei suoi oggettivi limiti, dovuti ad evidenti diversità ideologiche di fondo e a differenti storie –  non sia stato capace di uscire dall’alternativa paralizzante tra testimonianza personale ed impegno politico attivo, continuando ad oscillare tra iniziative di diffusione di idee e principi generali e mobilitazioni contro specifici eventi bellici. Un secondo peccato originale, a mio giudizio, è stato quello di essere raramente riusciti a coniugare i tre elementi fondamentali per una cultura alternativa (ricerca sulla pace, educazione alla pace ed azione per la pace). Il terzo grosso limite, infine, credo sia stato quello di contrapporre in modo schematico una nonviolenza solo ideologica, di stampo laico e libertario, a quella di natura etico-religiosa. Si è così perpetuata una frattura originaria a tutto vantaggio di chi, in questi anni, sovente si è opportunisticamente appropriato del pacifismo per  propri fini ed in modo strumentale. Il risultato, 45 anni dopo, è sotto gli occhi di tutti: aumento delle spese militari, professionalizzazione delle forze armate, permanenza e potenziamento della NATO nel nostro Paese, sviluppo dell’industria bellica e militarizzazione del territorio. I ‘pacifisti’, ancora frammentati ed ultimamente tendenti ad accontentarsi di obiettivi minimali e simbolici in materia di difesa civile, non costituiscono da tempo un polo di attrazione per i giovani, trasformandosi in un mesto aggregato di ex-combattenti per la pace e di reduci delle campagne nonviolente.

Che fare? Come uscire da questa penosa sensazione d’ineluttabile declino di una realtà che avrebbe potuto fare la differenza nella nostra politica ed imprimerle una svolta autenticamente alternativa? Ovviamente non dispongo di soluzioni ideali né di formule magiche per recuperare tempo e spazio perduti in questi ultimi decenni. Sono però convinto – come ho detto e scritto in altre occasioni – che il rilancio del movimento pacifista in Italia debba coinvolgere altre componenti, a partire dalle organizzazioni ecologiste e dalle realtà che fanno politica dal basso, sperimentando modalità di azione diverse  e più creative. L’ecopacifismo – sul quale mi sono in particolare soffermato [xiii]  è a mio avviso il terreno che maggiormente consente di unire le forze il un progetto comune. Ci sono poi le battaglie portate avanti da associazioni e centri sociali ed altre esperienze di autogestione e di opposizione collettiva a violenze e soprusi, che potrebbero utilmente contribuire a risvegliare la coscienza di tanti giovani dalla rassegnazione e dall’adattamento in cui li si vorrebbe far sprofondare. Essere obiettori, infatti, significa rifiutarsi di collaborare con qualsiasi realtà di violenza, d’ingiustizia e di oppressione, opponendosi attivamente ma anche contrapponendo ad esse un programma costruttivo che delinei e progetti l’alternativa a ciò che si rifiuta. La globalizzazione e la possibilità di acquisire consapevolezza di tutte le problematiche che ci circondano avrebbero potuto contribuire alla maturazione della coscienza personale ed alla mobilitazione collettiva. Fatto sta che le fin troppe informazioni che si accavallano nel nostro cervello grazie a TV e social media hanno purtroppo conseguito l’effetto opposto, facendoci sentire insignificanti ed impotenti, affievolendo il nostro senso di responsabilità e neutralizzando così volontà e capacità di reagire.

images (1)Anche in questo caso ritengo che si bisogna tornare all’ammaestramento di don Milani, quando ci ammoniva:  

“Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.” [xiv]  

Oggi, ovviamente, si tratta in primo luogo di obiettare e far obiettare alla guerra e a chi ce la impone, contrabbandandola come legittima difesa ed infischiandosene del suo ripudio costituzionale sia come “offesa alla libertà degli altri popoli”, sia come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. [xv]  Ma si tratta anche di opporre i nostri decisi NO a tante altre scelte politiche, da quelle di devastazione ambientale a quelle di speculazione finanziaria; dalle decisioni che aggravano il divario sociale e le ingiustizie alle quelle che privano sempre più le persone della loro libertà di scegliere e di contare come cittadini responsabili. Ecco perché l’obiezione di coscienza resta tuttora un fondamentale strumento di lotta nonviolenta, insieme alle altre tecniche quali la non-collaborazione, il boicottaggio, lo sciopero e la creazione di organi paralleli di gestione popolare. Ecco perché non dobbiamo permettere che il senso d’impotenza  ci pervada, rendendoci complici o comunque spettatori passivi. Mai come oggi, quindi, è tempo di obiettare, opponendo però ai nostri NO scelte alternative e costruttive. Quanto a me, tra un anno dovrò anch’io andare, come si suol dire, in quiescenza.   Certo è che per me l’obiezione…non andrà mai in pensione!

N O T E —————————————————————————————–

[i] Legge n. 772 del 15 dicembre 1972 “Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza” > http://www.serviziocivile.gov.it/menutop/normativa/legge/legge-15-dicembre-1972-n-772-norme-per-il-riconoscimento-dellobiezione-di-coscienzaabrogata-dallart-23-della-legge-8-luglio-1998,-n-230/

[ii] Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici  (1965) > https://www2.units.it/cusrp/presentazioni/milani_giudici.html

[iii] Vedi: http://www.casadelloscugnizzo.it/casa-dello-scugnizzo/ . Leggi anche: Ermete Ferraro, “L’epopea di don Vesuvio” in: Luciano SCATENI- Ermete  FERRARO, SCUGNIZZI. Dalla strada alla  dignità di persone nelle esperienze della nave scuola ‘Caracciolo’ e della ‘Casa  dello Scugnizzo,  (pp. 47-81), Napoli: Intra Moenia

[iv] Vedi : https://it.wikipedia.org/wiki/Obiezione_di_coscienza_in_Italia

[v]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_nonviolento ed anche http://nonviolenti.org/cms/

[vi]  Vedi: https://www.miritalia.org/storia/

[vii] Vedi: https://uia.org/s/or/en/1100054944  Vedi anche: https://wikivisually.com/wiki/Mario_Borrelli e https://www2.units.it/cusrp/presentazioni/UniPax/UniPax_08.pdf

[viii]  Vedi: http://www.vasonlus.it/?page_id=45634

[ix]  Vedi: http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/indices/index_39.html

[x]  Ermete Ferraro, Oggi e sempre obiezione! (16.12.2012)  >    https://ermetespeacebook.com/2012/12/16/oggi-e-sempre-obiezione/

[xi]  Don L. Milani, op. cit

[xii] Vedi: https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=obiettare

[xiii] Vedi: Ermete Ferraro, L’ulivo e il girasole, manuale per un coordinamento delle iniziative ecopacifiste, Napoli, VAS, 2014 > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

[xiv] Don L. Milani, op. cit.

[xv]  Costituzione Repubblica Italiana, art. 11 > https://www.senato.it/1025?sezione=118&articolo_numero_articolo=11

“RIARMISTI ESIGENTI” ?

  1. Dal Nobel per la Pace al primato delle armi ?

imagesE’ dagli anni ’70 del secolo scorso che mi occupo di antimilitarismo, resistenza alla guerra, azione nonviolenta per la pace e difesa alternativa, ma devo confessare che sono più che mai preoccupato per la nuova escalation nella corsa agli armamenti e per l’atmosfera guerrafondaia nella quale ci troviamo sempre più immersi. Quarant’anni dopo, infatti, mi trovo ancora a scendere in piazza contro la guerra prossima ventura ed a lanciare iniziative contro il disarmo nucleare, come se le lancette dell’orologio della storia fossero state assurdamente riportate indietro, ai tempi  dell’equilibrio del terrore. Eppure c’è qualcuno che storce il naso di fronte a tali mobilitazioni, la cui validità e urgenza hanno peraltro ricevuto l’onore di un riconoscimento ufficiale e prestigioso col conferimento del Premio Nobel per la Pace 2017 all’I.C.A.N. [i] (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons). C’è chi sostiene, infatti, che un vero movimento contro la guerra non dovrebbe lasciarsi ingenuamente irretire dall’inganno del pretestuoso conflitto U.S.A.-Corea del Nord sugli armamenti nucleari, perdendo così di vista le quotidiane e sanguinose guerre combattute convenzionalmente – e sanguinosamente – in tutto il resto del mondo.

Certo, lo stesso Papa Francesco ci ha ripetutamente richiamato alla tragica realtà di una ‘guerra mondiale combattuta a pezzi’, cui tristemente rischiamo di assuefarci, come se fossimo i passivi spettatori di un orribile, ma in qualche modo virtuale, wargame. E’ evidente che sull’esasperazione della crisi coreana si sia molto puntato, per distogliere l’attenzione da altri scenari geopolitici e per criminalizzare ‘regimi’ dalla cui minaccia i soliti ‘liberatori’ dovrebbero ancora una volta salvarci. E non meno vero, però, che l’impennata nuclearista e militarista che stiamo registrando in questi anni desta una legittima preoccupazione in chi, pur convinto da sempre che “la guerra è follia” [ii] per citare ancora il Papa – si augurava almeno che alla pazzia distruttiva ed al delirio di onnipotenza fosse stato posto quanto meno un limite. Anche i ragazzi della scuola media, del resto, sanno che una guerra nucleare non potrebbe mai avere vincitori (come peraltro hanno ricordato alcuni giorni fa i vescovi della conferenza episcopale coreana in un loro accorato appello) [iii] .  Nondimeno ci tocca assistere ogni giorno ad allucinanti dichiarazioni ed a grottesche esibizioni muscolari proprio in materia di armamenti nucleari, in un incredibile gioco al massacro che sfida il buon senso e lascia perplessi gli stessi professionisti della guerra, quella casta militare che si trova scavalcata in rodomondate dall’ignorante arroganza dei propri leader politici.

Intendiamoci, dietro ogni conflitto armato c’è sempre e comunque lo zampino dell’onnipotente complesso militare-industriale. Da un po’ di tempo, tuttavia, si direbbe che qualcuno abbia preso troppo sul serio la sarcastica frase di Georges Clemenceau, secondo il quale “la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari” [iv]  al punto da ipotizzare che essa possa essere affidata, non meno incoscientemente, in quelle assai meno esperte dei sedicenti ‘grandi della Terra’ ed alla loro mania – maschilista prima ancora che bellicista – di esibire … ordigni più potenti degli altri.  Ci troviamo quindi spettatori d’un incredibile teatrino mediatico, che rinforza esalta e diffonde le allucinanti dichiarazioni dei protagonisti di questa assurda sfida all’ultimo missile ed alla testata nucleare più distruttiva. Il rischio, ancora una volta, è quello di assuefarci lentamente a questa logica perversa, sentendoci ancor più impotenti di fronte ad una catastrofe atomica prossima ventura. Si tratta di una guerra psicologica, che rischia però di aprire la strada a quella vera, agitando continuamente lo spauracchio di un pericolo da cui dovremmo difenderci, come se il vero pericolo non fosse proprio questo modo di difendersi.

  1. Disarmisti esigenti, per contrastare i venti di guerra nucleare

Negli ultimi anni si sono sviluppati, all’interno della galassia pacifista, diversi movimenti specificamente antinuclearisti e, un po’ ovunque, si sono svolte numerose manifestazioni al fine di richiamare l’opinione pubblica dei vari Paesi ad un atteggiamento più responsabile e proattivo nei confronti dei rispettivi governi, anche ricordando loro che esiste un’autorità sovranazionale che dovrebbe disciplinare questioni così centrali per la stessa sopravvivenza del Pianeta. In Italia, ad esempio, è nato nel 2014 il movimento dei Disarmisti Esigenti [v], formato da attivisti nonviolenti che si adoperano per la pace ed il disarmo,  in risposta all’appello di Stéphane Hessel ed Albert Jacquard ad “esigere un disarmo nucleare totale”. Anche a Napoli, in occasione dell’assemblea nazionale d’uno storico movimento nonviolento di matrice spirituale come il M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione)[vi], branca italiana dell’ I.F.O.R. [vii], si è svolto recentemente un incontro pubblico sul tema “Bandire le armi nucleari” [viii], da me coordinato, cui hanno partecipato autorevoli esponenti di tali organizzazioni ed al quale è intervenuto anche il vice-sindaco della Città, al quale è stata consegnata una proposta di deliberazione proprio sul disarmo nucleare.FOTO MODIFICATA

Ebbene, anche se l’attribuzione del Nobel per la pace alla già citata I.C.A.N. costituisce un evidente riconoscimento a questo movimento internazionale rigorosamente disarmista ed alla sua campagna per l’abolizione degli armamenti nucleari, temo che nel mondo si stia sviluppando a ritmo ancor più incalzante il movimento che mi viene da chiamare dei “riarmisti esigenti”. Si tratta in primo luogo dell’allarmante e diffusa tendenza dei governi ad investire sempre più risorse del proprio bilancio nella cosiddetta ‘difesa’, ma anche della molto più comune e popolare tendenza ad armarsi per tutelare se stessi ed i propri beni, secondo una logica che negli USA ha radici popolari, molto antiche e profonde. A nulla serve dimostrare razionalmente che i massacri bellici hanno provocato indicibili stragi ed enormi danni, assolutamente non commisurabili a qualsiasi vantaggio ricavabile dagli stessi ‘vincitori’. Altrettanto inutile, a quanto pare, è anche dare dimostrazione tangibile che nei Paesi dove circolano liberamente le c.d. ‘armi da difesa’  per uso personale il tasso d’insicurezza e di mortalità è nei fatti assai più elevato di quelli in cui la loro detenzione è rigorosamente regolamentata.

Questi ‘riarmisti esigenti’ – dopo decenni in cui credevamo di aver definitivamente messo da parte l’orrore del militarismo e le deliranti ideologie che inneggiavano alla guerra come ‘sola igiene del mondo’ – sembrano aver ritrovato la loro arrogante vitalità, che li porta a chiedere sempre più uomini, mezzi e risorse finanziarie per nuove e pesanti azioni belliche. La stessa ‘arms race’ o ‘corsa agli armamenti’ – espressione che speravamo cancellata – sta conseguentemente ritornando una sorta di disciplina olimpionica, nella quale un numero crescente di stati intendono esercitarsi, sottraendo al proprio benessere interno i miliardi da destinare all’acquisto e gestione di ordigni bellici con effetti sempre più devastanti per la vita degli esseri umani e per gli stessi equilibri ecologici del Pianeta. L’antropologo culturale Franz Boas ebbe a studiare alcuni fenomeni apparentemente inspiegabili, come il rito del ‘potlatch’ [ix], praticato in passato da aborigeni della costa nord-occidentale del Pacifico degli Stati Uniti e del Canada, in base al quale: “individui dello stesso status sociale distribuiscono o fanno a gara a distruggere beni considerevoli per affermare pubblicamente il proprio rango o per riacquistarlo nel caso lo abbiano perso”. Molte interpretazioni sono state date a questo sorprendente cerimoniale:  alcune positive, come la teoria del dono gratuito e del riequilibrio dei rapporti economici e di potere; altre radicalmente opposte, come quella che viceversa ne mostrava il carattere di assurda ed esasperata competizione,  finalizzata solo ad affermare il proprio peso ed autorità a danno degli altri. Un arguto interprete di questo apparentemente ‘selvaggio’ rito è stato il grande linguista e saggista Umberto Eco che, in un articolo del suo “Secondo diario minimo” [x], parlò argutamente dell’istituzione del “potlatch bellico” : un ‘gioco della guerra’ che consentirebbe ai generali di autosostenere le proprie forze armate  “secondo la luminosa teoria del ‘giro a vuoto istituzionalizzato”. Il guaio è che questo genere di ‘war-game’ rischia di costarci molto caro, mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa dell’umanità su quella che Dante chiamava “l’aiuola che ci fa tanto feroci” (Paradiso, XXII, 151).

Sventare l’uragano bellicista con la forza della nonviolenza attiva

images (1)Abbiamo appreso recentemente da un articolo di Manlio Dinucci [xi]  che il Senato U.S.A. ha approvato – con voto bipartisan e perfino con emendamenti peggiorativi dell’opposizione democraticaun ulteriore aumento del bilancio del Pentagono, portandolo nei fatti a circa 1.000 miliardi di dollari: un quarto dell’intero bilancio federale. I circa 37 miliardi spesi dalla fin troppo militarizzata Corea del Nord nel 2016 [xii]  rappresentano in effetti solo il 3,7 % dell’incredibile montagna di denaro sperperata per le spese militari statunitensi, eppure costituiscono quasi il 16% del P.I.L. di quello stato e lo portano in cima della classifica dei guerrafondai. Tornando agli U.S.A., non è certo privo di significato il fatto che nel solo numero del 23 ottobre di TIME Magazine troviamo ben due articoli in cui si sottolinea la tendenza di Donald Trump a trattare lo stesso stato maggiore della Difesa come dei subordinati cui dare ordini sempre più azzardati e bellicosi. Nel primo si riferisce che il potente senatore repubblicano Bob Corker, presidente della Commissione relazioni estere, ha dichiarato in un’intervista che il presidente Trump sta portando gli U.S.A. “…sulla strada della III guerra mondiale e trattando il suo ufficio come un reality show” [xiii]. Nel secondo articolo, il cui autore è James Stavridis (ex ammiraglio della U.S. Navy, già Comandante Supremo N.A.T.O. per l’Europa) si chiarisce il contenuto fin dal titolo: “Quando il Comandante in Capo non rispetta i suoi Comandanti”. Da una parte, argomenta Stavridis, Trump ha selezionato alti ufficiali per nominarli ai più alti livelli della Casa Bianca. “Sembra però che egli abbia bisogno di dominarli pubblicamente e che stia cercando di spingerli dentro dibattiti politici pubblici con modi che saranno sempre più spiacevoli per loro. Egli continua a tuittare in modo nazionalista e militarista, sbruffoneggiando effettivamente sulla scena globale e  nazionale col randello del valore militare degli Stati Uniti – infiammando situazioni già tese e mettendosi in conflitto coi costanti consigli dei suoi generali, la cui competenza operativa, lealtà alla nazione ed approccio apolitico sono fuori discussione. […] Trump è una sorta di uragano: imprevedibile, potenzialmente distruttivo e dotato di un’enorme potenza…” [xiv] .

Altro che “War is over” ! [xv] L’augurale canzone di John lennon e Yoko Ono continuerà ad accompagnare simbolicamente le nostre battaglie antimilitariste, disarmiste e nonviolente, ma è innegabile che il clima politico che respiriamo quotidianamente non alimenta la speranza. Se è vero che il warmongering è stata una costante che ha tristemente accompagnato l’umanità da oltre un secolo, attizzando il fuoco dei conflitti armati e provocando immani tragedie, non si può certo affermare che lo spirito guerrafondaio ormai sia  ‘over’, cioè alle nostre spalle. Quello tradizionale della casta militare, anzi, rischia addirittura di essere scavalcato dai furori interventisti dei capi politici e dal perfido cinismo dei mercanti di morte, convinti da sempre che – per citare un significativo film di Alberto Sordi: “finché c’è guerra c’è speranza[xvi].  I “riarmisti esigenti” della N.A.T.O. , ad esempio, sono diventati sempre più aggressivi e pretendono l’aumento delle spese militari da quegli stati che non si sono ancora allineati alle loro pressanti richieste. L’intero scenario globale è infestato da questi pericolosi esemplari del genere umano, capaci solo di seminare veleno nei rapporti internazionali, alimentando vecchi e nuovi conflitti e sognando un mondo ‘igienizzato’ dalla guerra. “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” [xvii], scriveva 19 secoli fa il grande storico P. Cornelio Tacito, riferendo la terribile accusa del capo calèdone Calgaco nei confronti dell’imperialismo militarista dei Romani. Ebbene, se vogliamo evitare che i moderni imperialismi trasformino definitivamente la nostra terra in un deserto, chiamandolo sacrilegamente ‘pace’, tocca a noi tutti diventare ‘disarmisti esigenti’, affrontando con determinazione e contrastando la deriva militarista che sta travolgendo il dibattito politico e sconvolgendo la stessa razionalità delle relazioni umane, in nome di un assurdo ‘potlatch bellico’.

NOTE ——————————————————————————————

[i]   http://www.icanw.org/

[ii] http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/religione/papa-francesco-la-guerra-%C3%A8-follia-31759#.WeyMgo-0MnR

[iii] http://www.difesapopolo.it/Mondo/Ritorna-l-incubo-dell-atomica.-I-vescovi-coreani-Fermiamoci.-Sarebbe-una-guerra-senza-vincitori

[iv] https://it.wikiquote.org/wiki/Georges_Clemenceau

[v]  http://www.disarmistiesigenti.org/

[vi] http://www.miritalia.org/

[vii]  http://www.ifor.org/#mission

[viii] https://www.miritalia.org/2017/09/25/bandire-le-armi-nucleari-incontro-pubblico-a-napoli-organizzato-dal-mir/

[ix]  F. Boas, L’organizzazione sociale e le società segrete degli indiani Kwakiutl (1897) > https://it.wikipedia.org/wiki/Franz_Boas

[x]   U. Eco, Secondo Diario Minimo, (1992)  > https://books.google.it/books?id=OqCgDQAAQBAJ&pg=PT16&lpg=PT16&dq=Umberto+Eco+%2B+potlatch&source=bl&ots=dk8fLqvP_q&sig=esTvZREDIyEFcg2qJun8yiVCnyg&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjSgvGGmITXAhWCUhQKHc8eDRMQ6AEIJzAA#v=onepage&q=Umberto%20Eco%20%2B%20potlatch&f=false

[xi] https://ilmanifesto.it/bipartisan-il-riarmo-usa-anti-russia/

[xii] V.  rapporto del SIPRI 2016 : “Trends in World Military Expenditure” >  https://www.sipri.org/sites/default/files/Trends-world-military-expenditure-2016.pdf . Vedi anche l’articolo italiano: http://www.lastampa.it/2017/07/07/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/un-mondo-di-armi-chi-le-fa-chi-le-vende-chi-le-compra-C98kr6EFYxm4q39gsfMahK/pagina.html

[xiii] “A war of words with Senator Bob Corker endangers the President’s agenda” by Ph. Elliott, TIME (Oct. 23, 2017), p.8 (trad. mia)

[xiv]  “When the Commander in Chief disrespects his Commanders” by J. Stavridis, TIME (Oct. 23, 2017), p. 13 (trad. mia)

[xv]  J. Lennon, War is Over > https://www.youtube.com/watch?v=z8Vfp48laS8

[xvi]  http://www.filmtv.it/film/2756/finche-c-e-guerra-c-e-speranza/

[xvii]  P. C. Tacitus, De vita et morbus Iulii Agricolae, XXX

Da Giano a san Gennaro: chiudere le porte alla guerra.

San-GennaroIn questi giorni Napoli si prepara a festeggiare ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato.   San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto un’importanza centrale rispetto alla sua stessa azione pastorale, di cui si sa ben poco.

Il sangue del Gennaro (vescovo di Benevento e decapitato a Pozzuoli) è diventato il simbolo stesso di una religione sacrificale, i cui profeti e testimoni (in greco: martyres) sono coloro che attestano la loro fede e la loro fedeltà al Vangelo anche a costo della propria vita, nella certezza che “chi avrà perduto la vita per cagion mia la troverà” (Mt 10:39) e che “il sangue dei martiri è il seme dei Cristiani [i]. La centralità simbolica del sangue – come sottolineava l’antropologo Marino Niola nella presentazione ad un libro su questo argomento [ii] – è ben nota in tutto il Mezzogiorno e soprattutto a Napoli. Un territorio ed una città che di sangue ne hanno versato in gran quantità, soggetti come sono stati per troppi secoli a invasioni e dominazioni. Una terra dove il lavoro per guadagnarsi il pane non a caso è stato sempre chiamato fatica  ricalcando il termine latino labor (fatica, sofferenza) ed echeggiando quelli francese e spagnolo travaille e trabajo. Una fatica che, citando una colorita espressione proverbiale, faceva (e spesso fa ancora) “jettà ‘o sanghe” , cosa ben diversa dal versarlo come sacrificio volontario.

Comprendiamo bene, quindi, l’innata simpatia che un popolo abituato a ‘gettare il sangue’ sul lavoro e per il lavoro, ma anche per colpa delle guerre, ha sempre provato nei confronti di un santo come Gennaro, il cui sangue è diventato segno tangibile di un’auspicata protezione ultraterrena contro le violenze quotidiane, i disastri bellici e perfino le sciagure naturali, come terremoti, eruzioni ed epidemie. Comprendiamo quindi perché i Napoletani – ed i Campani in genere – invochino da sempre il nome del loro patrono e difensore, però andrebbe precisato che Gennaro non era il nome proprio del santo martire beneventano, bensì quello di famiglia. Il vero appellativo personale in effetti non ci è noto (qualcuno ipotizza che fosse Procolo) mentre il cognome , con cui lo conosciamo, lo indicava come appartenente alla Gens Ianuaria. L’etimologia di questa denominazione si collega  quello del primo mese dell’anno, cioè Gennaio (Ianuarius), a sua volta così chiamato perché dedicato a Ianus/Giano, considerato dagli antichi Romani ‘Divum Deus/Pater’, ossia Dio e Padre degli altri Dei, divinità iniziale e principale del loro Pantheon.

giano-1Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianus, caratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (il lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, ie perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:

“Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l’altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l’atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all’uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell’Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni…” [iii]

La sacralità di questo simbolismo – che vedeva aperte le porte del tempio di Giano solo in occasione dei conflitti bellici, mentre la loro chiusura sanciva lo stato di pax – era e resta molto interessante e ci invita ad una seria riflessione di fronte ai nuovi bellici che agitano i nostri tempi. Oggi, come allora, lo folle logica distruttrice della guerra va bloccata con fermezza, chiudendo a chiave le porte all’aggressività che diventa minaccia armata o, peggio, terrore nucleare. Un’esigenza già proclamata da Virgilio,che aveva definito ‘empio’ (cioè in contrasto con lo spirito religioso): il ‘furore’ di chi crede di risolvere le cose con la crudeltà della guerra: “…dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus saeva sedens super arma”  cioé: “con duri chiavistelli di ferro saranno chiuse le porte della Guerra; l’empio Furore all’interno, seduto sulle armi crudeli …”  [iv]. Eppure noi continuiamo ad assistere impotenti alla sacrilega commistione tra ideologie di guerra e motivazioni pseudo-religiose, ma anche all’ottusa visione di chi continua a blaterare di ‘guerre giuste’ e, soprattutto, della necessità di difendere la pace con le armi. La nefasta dottrina romana del “si vis pacem para bellum” a quanto pare è dura a morire ed a poco sono serviti secoli di autorevoli appelli di pontefici e capi religiosi sull’inconciliabilità della guerra con qualsiasi fede che affermi la sacralità della vita e predichi la fratellanza.

Eppure, esattamente due anni fa, ci fu qualcuno che tentò d’inserire nelle celebrazioni in occasione della Festa di san Gennaro un concerto della banda della US Navy. Quel tentativo per fortuna fu vivacemente contrastato dal movimento napoletano per la pace ed opportunamente si decise di cancellare questo spettacolo. Come scrissi sarcasticamente sul blog in quell’occasione:

“Ma da quando il patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della marina militare americana, una specie di San GenNavy? E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a versare altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?” [v]

tempio_di_gianoPerò, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Tra le celebrazioni che precedono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, infatti, mi è capitato di leggere che l’Arcivescovo di Napoli ha presieduto questo 17 settembre una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy. [vi]   E ancora una volta mi sono chiesto ‘che ci azzecca’  il nostro venerato Patrono con fanfare stellette e fucili; soprattutto, perché si consenta non solo l’evidente commercializzazione della tradizionale festa religiosa (trasformata all’americana nel San Gennaro Day [vii]), ma perfino la sua militarizzazione. Due giorni dopo il ricordo di san Gennaro, il 21 settembre, ricorre la Giornata Internazionale della Pace [viii] – proclamata dall’ONU negli anni ’80 – ed in quello successivo è previsto a Napoli, nella sala Valeriano della Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli [ix], un incontro sul disarmo nucleare organizzato dal M.I.R.(movimento Internazionale della Riconciliazione), che in questa città si riunisce dopo molti anni per la sua assemblea nazionale 2017.

E’ un’occasione di più per ribadire che bisogna chiudere le porte in faccia a tutte le guerre e sigillarle definitivamente per quelle nucleari, ma anche che non sono accettabili confusioni tra il sangue dei martiri per la fede e quello versato ‘per la patria’, ma di cui si sono cinicamente nutriti gli interessi dell’imperialismo e del sistema militare-industriale. La pace non è solo assenza di guerre, ma quel che è certo è che l’affermazione della nonviolenza passa per la cancellazione della logica bellica e la ricerca di metodi alternativi di difesa e di sviluppo. Ecco perché, citando Gianni Rodari in una sua candida ma efficace filastrocca: “Sarebbe una festa per tutta la terra / fare la pace prima della guerra!”[x]

NOTE —————————————————————————

[i]  Q.S.F Tertulliano, Apologeticum, 50,13

[ii] L. Malafronte, C. Maturo (a cura di), Urbs sanguinum, Napoli, Intra Moenia, 2008 >  http://www.urbs-sanguinum.freeservers.com/presentazione.html)

[iii] T. Livio, Storia di Roma. Libro I cap. 19  >  http://www.deltacomweb.it/storiaromana/titolivio_storia_di_roma.pdf  – sott. mie

[iv]  Virgilio, Eneide, libro I, vv. 294-96 >  http://web.ltt.it/www-latino/virgilio/index-virgilio.htm

[v]  Ermete Ferraro, “Operazione San GenNato” (16.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/16/operazione-san-gennato/

[vi] https://www.pressreader.com/italy/il-mattino-caserta/20170917/282668982527991

[vii]  http://www.napolitime.it/101447-san-gennaro-day-sul-sagrato-del-duomo-napoli.html

[viii] http://www.un.org/en/events/peaceday/

[ix]  https://www.facebook.com/events/1744099985892166/?active_tab=discussion

[x] Stefano Panzarasa (a cura di), L’orecchio verde di Gianni Rodari – L’ecopacifismo, la visionarietà, la pratica della fantasia e le canzoni ecologiste, Viterbo, Stampa Alternativa, 2011

Il libro grigioverde della difesa

809d13cb-93fc-47d5-b27b-39090ef4836d01medium1 –  Un governo sulla difensiva

Da uno scarno comunicato stampa [i] gli Italiani hanno appreso che, nella riunione del 10 febbraio scorso:

“… il Consiglio dei ministri, su proposta della Ministra della difesa Roberta Pinotti, ha approvato un disegno di legge di delega al Governo per la riorganizzazione dei vertici del Ministero della difesa e delle relative strutture, la revisione del modello operativo delle Forze Armate, la rimodulazione del modello professionale e in materia di personale delle Forze Armate e la riorganizzazione del sistema della formazione.”

Così sintetizzato, il contenuto di questa deliberazione appare poco più che un provvedimento burocratico, destinato ad una migliore organizzazione e gestione della Difesa. La realtà è però ben diversa, dal momento che questo atto del Governo segna il punto d’arrivo di una strategia che parte da molto lontano. Sul sito del Ministero della Difesa – in data 10 febbraio 2017 – il titolo ed il relativo occhiello sono un pochino più espliciti: “Libro Bianco, approvato il DDL.  Il CdM ha approvato oggi il Disegno di Legge che consentirà l’implementazione del Libro Bianco per la Sicurezza Internazionale e la Difesa”. [ii] Ciò significa che, mentre noi Italiani eravamo più o meno ipnotizzati dal Festival di Sanremo (che, fra l’altro, non ha perso l’occasione per fare un retorico spot alle Forze Armate, impegnate come protezione civile antidisastri), il governo Gentiloni stava chiudendo il cerchio di una vicenda iniziata quasi tre anni fa.

In effetti il Libro bianco per la sicurezza nazionale e la difesa porta la data del luglio 2015, ma le sue  pagine (nella prima versione sono 130, ma poi diventano 66) nascono da una decisione del Consiglio Supremo  di difesa del marzo 2014 e dalle ‘Linee Guida’ approvate nel giugno seguente. Lo stesso organo ne ha approvato il testo nell’aprile 2015, passandolo alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato.

L’attuale DDL approvato in CdM, quindi, assume significato solo se visto nel contesto di questo processo di profonda riforma della macchina militare italiana, i cui pilastri sono in quel documento-quadro, del quale riporto alcuni stralci:

  1. « 54. Il fine ultimo della politica nazionale di sicurezza internazionale e difesa è la protezione degli interessi vitali e strategici dell’Italia. Tale obiettivo richiede che sia assicurata la difesa dello Stato e della sua sovranità, che sia perseguita la costruzione di una stabile cornice di sicurezza regionale e che si operi per facilitare la creazione di un ambiente internazionale favorevole. […]

  2. Come enunciato nelle Linee Guida a questo documento, il ruolo dell’Italia nel mondo è determinato dai nostri interessi vitali e strategici come Nazione e come membro di rilievo della comunità internazionale. In realtà, tali due fattori sono intimamente legati, poiché gli interessi nazionali hanno una dimensione necessariamente internazionale. […]

  3. Non trascurando la difesa del territorio nazionale, degli spazi marittimi e aerei sovrani, la nostra libertà, la sicurezza dei nostri cittadini e il futuro benessere del nostro Paese, sono dunque dipendenti da una diffusa stabilità mondiale, dall’esistenza di un sistema internazionale che tuteli il rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali delle persone e dallo sviluppo economico globale. Tali condizioni non possono essere disgiunte dalla volontà e dalla capacità nazionale di sapersi collocare all’interno di tale sistema con credibilità e autorevolezza, e dalla partecipazione attiva alla sua preservazione e rafforzamento. […]

  4. […]  la nuova struttura di sicurezza e difesa nazionale poggerà su tre pilastri: L’integrazione europea. La compenetrazione della difesa nazionale con quella di altri Paesi sarà ricercata in primis con i partner dell’Unione europea. Pur comportando una progressiva e accentuata interdipendenza e una condivisione di sovranità, rappresentano una scelta razionale e una priorità politica sia una maggiore integrazione nel settore della sicurezza e difesa, sia lo sviluppo di cooperazioni più strutturate e profonde, sebbene non esclusive, con i Paesi a noi più vicini per interessi, legami storico-culturali e valori di riferimento. La coesione transatlantica. La comunità transatlantica costituisce il secondo e più ampio cerchio di garanzia della difesa del Paese; la NATO, che ha garantito la pace nella regione Euro-atlantica per quasi sessanta anni, rimane l’organizzazione di riferimento per questa comunità. Nel tempo la NATO è evoluta, assumendo un ruolo più ampio e diverso, ma è nella dimensione della difesa collettiva che essa trova la sua perdurante centralità. Ad oggi, solo l’Alleanza fra nordamericani e europei è in grado di esercitare la dissuasione, la deterrenza e la difesa militare contro qualunque genere di minaccia. ‐ Le relazioni globali. L’Italia, è parte attiva della comunità internazionale e partecipa alle dinamiche d’interrelazione che in tale ambito si sviluppano sia a livello bilaterale sia multilaterale. Riconosce nell’ONU il riferimento principale e ineludibile di legittimazione, in particolare per ciò che attiene alle questioni di sicurezza internazionale.

  5. La dimensione della sicurezza euro-atlantica è vitale per la difesa del Paese e la tutela degli interessi nazionali. Solo l’Alleanza atlantica può assicurare una sufficiente capacità di deterrenza e difesa del territorio euro-atlantico da un’eventuale minaccia di tipo militare convenzionale che, sebbene non sia al momento giudicata probabile, non è neppure escludibile. L’unica strategia in grado di massimizzare la cornice di sicurezza e di mitigare i rischi relativi è quella di un’attiva partecipazione alla NATO. » [iii]

Credo che a nessuno sfugga che  il linguaggio adoperato nel Libro bianco – con la sua insistenza martellante sull’esigenza di tutelare non ben definiti  interessi vitali e strategici dell’Italia”abbia poco a che vedere con l’art 11. della Costituzione della Repubblica Italiana [iv], nel quale si dichiara solennemente che “…l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.  Peraltro, lo stesso art. 52 della Costituzionenel quale si parla della “difesa della Patria come sacro dovere del cittadino”  – non sembra proprio combaciare con questo nuovo concetto di difesa come garanzia della “sicurezza internazionale” o quanto meno “euro-atlantica”.

 

modificato32 – Il “libro giallo” della Difesa

Fatto sta che le uniche notizie sul DDL sono quelle riportate dai media – sulla base della citata nota della Presidenza del Consiglio e del comunicato stampa diramato dal Min.Dif, nel quale si legge:

«Il ddl è costituito da 11 articoli e  introduce una serie di indicazioni contenute nel Libro Bianco per avviare il progetto di riforma dello strumento militare  in una prospettiva di medio termine. Lo scopo è quello di realizzare un’organizzazione che possa meglio assolvere ai compiti istituzionali  e rispondere a moderni criteri di efficacia , efficienza ed economicità. L’intervento normativo prevede disposizioni diretta applicazione inerenti alla “governance”, all’alta formazione, alla sanità, all’avanzamento dei dirigenti militari; conferisce delega al Governo per la revisione del modello operativo delle Forze armate, la rimodulazione di quello professionale nonché del sistema di formazione. E’ inoltre prevista l’introduzione di modelli organizzativi per assicurare la collaborazione tra la Difesa, l’industria, il mondo universitario e della ricerca.» [v]

Dal burocratese dei militari trasparirebbe solo una semplice riorganizzazione delle forze armate italiane in chiave aziendalista, eppure basta pensare al tempo trascorso dalla pubblicazione del Libro bianco per capire che la portata della decisione del governo italiano è ben altra. Strano che i cosiddetti  organi d’informazione mostrino di non esserne accorti, limitandosi ad una superficiale lettura di tale provvedimento.  Ancor più strano ed anomalo è che il testo approvato solo una settimana fa dal Consiglio dei Ministri sia ‘scomparso’ dal sito ministeriale.

«Pare che la decisione di farlo sparire sia venuta direttamente dalla ministra Roberta Pinotti, d’intesa con il “Generalissimo” Claudio Graziano. Sarebbero, infatti, in corso modifiche editoriali al testo, composto da 11 articoli, nei quali sono contenute le linee guida della riforma delle Forze Armate (riforma che verrà completata nel medio periodo). Se l’indiscrezione venisse confermata sarebbe un fatto gravissimo che richiederebbe, in ogni caso, un nuovo passaggio in Consiglio dei Ministri con le debite giustificazioni per motivare una procedura così sconcertante. » [vi]

I dubbi avanzati, a dire il vero, riguardano ulteriori possibili stravolgimenti di un decreto che, a quanto pare, non sarebbe ben visto dagli stessi militari, in quanto tende a razionalizzare la spesa della difesa, tagliando sul personale e creando un organico meno di carriera e più ‘misto’. Come spiega un’altra fonte giornalistica, insomma, gli Stati Maggiori saranno un po’ ‘prosciugati’ ed ogni arma dovrebbe cedere qualcosa “per evitare sprechi e sovrapposizioni.”  [vii]

Ma attenzione: ciò non comporterà affatto una riduzione delle spese militari, ma solo una loro rimodulazione efficientistica, togliendo un po’ di risorse al personale solo per assicurare introiti più sicuri e stabili al complesso militare-industriale. Basta sbirciare nelle pagine di un giornale come ‘Milano finanza’, infatti, per trovare dichiarazioni della stessa Ministra che confermano tale impostazione:

« …”E’ un provvedimento molto importante a cui stiamo lavorando da tre anni”, ha detto in conferenza stampa la ministra della Difesa Roberta Pinotti,  […] Ci sono cose attese che vengono introdotte nel documento sulla strategia industriale e tecnologica. La legge di finanziamento della difesa che diventa sessennale e che sarà approvata però dal Parlamento”, ha detto Pinotti, spiegando che si è cercato di supplire alla “mancanza di orizzonte certo” penalizzante per le aziende che investono sui progetti.» [viii]

La verità è che, come ci relaziona con grande precisione il rapporto annuale ‘MILEX 2017’  [ix] – presentato in questi giorni dall’Osservatorio sulle spese militari italiane il bilancio della Difesa è in aumento. Si sono raggiunti infatti i 23,3 miliardi, pari all’1,4% del PIL , con un incremento del 21% rispetto a quella stanziata nel 2006, con la sola spesa per gli armamenti aumentata del 10%  e con uno stanziamento per le missioni italiane all’estero pari a 1,28 miliardi (il 7% in più rispetto al 2016).   Data l’entità delle cifre, al di fuori di quelle familiari ai comuni cittadini, bene fa il settimanale VITA a sbriciolarne la drammatica entità in termini più quotidiani e comprensibili, spiegandoci che, in altri termini: “Per l’anno 2017 l’Italia destina circa 23,3 miliardi di euro alle spese militari, pari a oltre 64 milioni di euro al giorno, 2,7 milioni di euro all’ora, 45 mila euro al minuto…” [x]

 

3 –  Dalla guerra a pezzi alla pace intera

Un attento studioso che ha cercato di svelare l’enigma del ‘libro giallo della Difesa’ è Manlio Dinucci, che così ne commenta il significato in un articolo su il manifesto:

«Alle Forze armate vengono assegnate quattro missioni, che stravolgono completamente la Costituzione. La difesa della Patria stabilita dall’Art. 52 viene riformulata, nella prima missione, quale difesa degli «interessi vitali del Paese». Da qui la seconda missione: «contributo alla difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica e al mantenimento della stabilità nelle aree incidenti sul Mare Mediterraneo, al fine della tutela degli interessi vitali o strategici del Paese». Il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, stabilito dall’Art. 11, viene sostituito nella terza missione dalla «gestione delle crisi al di fuori delle aree di prioritario intervento, al fine di garantire la pace e la legalità internazionale». Il Libro Bianco demolisce in tal modo i pilastri costituzionali della Repubblica italiana, che viene riconfigurata quale potenza che si arroga il diritto di intervenire militarmente nelle aree prospicienti il Mediterraneo — Nordafrica, Medioriente, Balcani — a sostegno dei propri interessi economici e strategici, e , al di fuori di tali aree, ovunque nel mondo siano in gioco gli interessi dell’Occidente rappresentati dalla Nato sotto comando Usa. » [xi]

download-paceIl guaio è che, di fronte a quest’assurda strategia militarista riarmista e bellicista, non si avverte nel Paese una reazione minimamente adeguata. E’ vero che siamo da decenni rassegnati a politiche che non tengono alcun conto delle vere priorità economiche e sociali e che sono gestite fuori e comunque oltre la dialettica parlamentare. E’ vero anche che l’italiano medio ha sempre capito poco delle politiche della difesa e che, a loro volta, i suoi rappresentanti istituzionali hanno sempre fatto di tutto per mantenerlo in questa pericolosa ignoranza. Mi sembra però che sia giunto il momento di aprire gli occhi e di smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia. La situazione internazionale diventa sempre più incandescente e l’Italia – lo Stato che dichiara statutariamente di ‘ripudiare la guerra’ – contribuisce da tempo al diffondersi della guerra a pezzi’ denunciata con forza da Papa Francesco.  Il problema è che il movimento per la pace italiano è ancora più spezzettato ed organizzativamente fragile, privo di una bussola chiara ed unitaria, che non può essere rappresentata solo da un pacifismo generico e minimalista, ma deve ritrovare lo slancio del progetto che solo la nonviolenza attiva ed una visione alternativa della difesa può animare. Non ci può essere reazione alle politiche aggressive a livello internazionale, ad esempio, se non cominciamo a batterci, qui e ora, per la smilitarizzazione dei nostri territori e delle nostre città. Se non ci rendiamo conto che i nostri risparmi, depositati in banca, troppo spesso vanno a finanziare il mercato della morte. Se continuiamo a credere nella favola del buon soldato che difende la sicurezza delle strade [xii], ci protegge dagli attacchi terroristici e, per di più, corre ad aiutare eroicamente la protezione civile in caso di disastri e calamità naturali. Se non ci ribelliamo alla presenza invadente della propaganda militare nelle scuole, rivendicando viceversa una corretta educazione alla pace.

Un severo monito ci viene dalle parole dell’ex-presidente russo Mikhail Gorbaciov, da oltre 20 anni attivamente impegnato sulle questioni della pace e dell’ambiente – il quale ha scritto per TIME un commento, di cui riporto un breve ma significativo stralcio.

«Mentre i bilanci statali si sforzano di finanziare i bisogni essenziali delle persone, la spesa militare è crescente. […] Politici e capi militari appaiono sempre più belligeranti e le dottrine della difesa più pericolose. Commentatori e personaggi televisivi si stanno unendo al bellicoso coro. Tutto questo dà l’impressione che il mondo si stia preparando alla guerra. […] Nel mondo moderno le guerre devono essere messe fuori legge, perché nessuno dei problemi globali che stiamo fronteggiando può essere risolto dalla guerra – non la povertà, l’ambiente, le migrazioni, la crescita demografica o la riduzione delle risorse. » [xiii]

Insomma, alla ‘guerra a pezzi’ dobbiamo contrapporre – a tutti i livelli della vita civile – una pace intera, senza scindere il pacifismo dall’antimitarismo, la difesa della pace da quella dell’ambiente,  il rifiuto della logica gerarchica del ‘signorsì’  dal quotidiano ripudio di logiche antidemocratiche che spesso nascono dalla nostra delega a ‘chi sa’ ed a ‘chi può’. La nonviolenza non è solo un’alternativa al modello difensivo armato e militarizzato, ma è una scelta che ognuno può fare, al proprio livello, per dire no a chi ci vuole ignoranti, allineati e coperti ed incapaci di reagire. E’ per questo che bisogna fare un appello forte a chi ci rappresenta in Parlamento affinché questo ulteriore snaturamento della nostra Costituzione sia sventato. Ma questo non può bastare, se dal Paese non giungono segnali di una vera riscossa civile, frutto di un’accresciuta consapevolezza e di una rinnovata volontà di resistere.

downloadP.S. – Negli 8 minuti ca. che hai impiegato a leggere questo articolo lo Stato italiano ha speso 360.000 (trecentosessantamila) euro in spese per la difesa.

 

N O T E ——————————————-

[i]  http://www.governo.it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-12/6727

[ii]  Min. Difesa, Libro Bianco, approvato il ddl > http://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Libro-bianco-approvato-il-ddl.aspx

[iii]  Ministero della Difesa, Libro bianco per la sicurezza nazionale e la difesa http://www.formiche.net/files/2015/04/LB_2015.pdf

[iv]  Cfr. https://www.senato.it/documenti/repository/istituzione/costituzione.pdf

[v]   Min. Difesa, Libro Bianco, approvato il ddl, cit.

[vi]  G. Paglia, Il ‘Libro Bianco’ della difesa si tinge di giallo > http://www.lultimaribattuta.it/60786_libro-bianco-giallo

[vii] S. Vespa, Come cambieranno le Forze armate secondo Gentiloni e Pinotti > http://formiche.net/2017/02/11/come-cambieranno-le-forze-armate-secondo-gentiloni-e-pinotti/

[viii]  Difesa, ok del Cdm a ddl; pià garanzie temporali all’industria > http://www.milanofinanza.it/news/difesa-ok-cdm-a-ddl-piu-garanzie-temporali-a-industria-201702101554264504

[ix]  Il testo del Rapporto MILEX 2017 è scaricabile (come pdf)  sul sito milex.org > https://www.dropbox.com/s/r9692pnie81lkfb/MIL%E2%82%ACX2017.pdf?dl=0

[x]  L. M. Alvaro, “Ogni giorno spendiamo 64 milioni di euro in armi “, VITA (15.02.2017), cfr. http://milex.org/2017/02/16/ogni-giorno-spendiamo-64-milioni-di-euro-in-armi/

[xi] M. Dinucci, “Il libro [del golpe] bianco” , il manifesto (14.02.2017) >  https://ilmanifesto.it/il-libro-del-golpe-bianco/

[xii] Sulla c.d. “operazione strade sicure” e sui relativi stanziamenti in bilancio cfr. https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/950875/index.html?part=dossier_dossier1-sezione_sezione5-h2_h2102&parse=si&spart=si

[xiii]  M. Gorbachev, “It looks as if the world is preparing for war”, TIME , Feb. 13, 2017, p. 22

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© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com/ )

Ma che ‘Bellica Scuola’ !

  1. Una scuola ‘buona’ a che cosa?

la-bellica-scuola-xxxIn questi ultimi anni abbiamo sentito parlare continuamente della “Buona Scuola”, l’autocelebrativa etichetta che il governo Renzi ha voluto apporre sulla sua riforma dell’istruzione in Italia. Ovviamente non tutti fra i docenti e gli stessi dirigenti scolastici hanno condiviso questa enfatica definizione e, soprattutto, una volta passata la sbronza delle slide e della propaganda, tale ‘rivoluzione’ educativa sta ormai mostrando i propri limiti. A cambiare la scuola italiana ci avevano già provato in tanti, con risultati generalmente poco apprezzabili, ma è evidente che l’attuale Premier ha voluto imprimere un’impronta più decisa e decisionista sulla sua riforma, utilizzando l’aggettivo “buona” come segnale d’un cambiamento epocale. In proposito, infatti, le frasi retoriche si sprecavano, a partire dall’introduzione al documento [i] , dove si parlava di: “soluzione strutturale alla disoccupazione”; “meccanismo permanente d’innovazione, sviluppo e qualità della democrazia”; “investimento di tutto il paese su se stesso”; “Un Paese intero… deciso a mettersi in cammino”. La proposta proseguiva con altre affermazioni fiere e combattive, tipo: “Il rischio più grande, oggi, è continuare a pensare in piccolo, a restare sui sentieri battuti degli ultimi decenni”; “Ci serve il coraggio di ripensare come motivare e rendere orgogliosi coloro che, ogni giorno, dentro una scuola, aiutano i nostri ragazzi a crescere”; “Siamo pronti a scommettere su di voi. A farvi entrare nella partita a pieno titolo, e a farvi entrare subito. Ma a un patto: che da domani ci aiutiate a trasformare la scuola, con coraggio. Insieme alle famiglie, insieme ai ragazzi, insieme ai colleghi e ai dirigenti scolastici”; “Possibilità di schierare la “squadra” con cui giocare la partita dell’istruzione”.  Si avverte in sottofondo una tonalità del linguaggio impostata alla sfida, che adopera parole come “coraggio” e “scommessa” per lanciare un appello ad una “trasformazione” che richiede un ‘gioco di squadra’, lasciando intendere fra le righe che forze oscure, retrograde e conservatrici congiurino invece per lasciare la scuola così com’è.

La riforma renziana, insomma, si è posta come una mobilitazione generale per fare della scuola “l’avanguardia, non la retrovia del Paese”, sostenendo che essa “ deve diventare poi la vera risposta strutturale alla disoccupazione giovanile, e l’avamposto del rilancio del Made in Italy.”  Avanguardia, retrovia, avamposto: un orecchio attento non può fare a meno di cogliere dietro tali parole il tono vagamente marziale di chi ha inteso lanciare una vera e propria ‘campagna’ contro immobilismo e burocrazia, facendo della scuola il terreno d’un cambiamento epocale. A distanza di due anni, però, di questa sedicente rivoluzione educativa non sembra sia rimasto molto. L’enfasi sulla ‘autonomia’ scolastica, semmai, si è paradossalmente trasformata in un ulteriore stimolo al conformismo ed all’appiattimento della didattica, grazie ad un’omologazione delle priorità formative, ad esempio attraverso la pedissequa adesione a format educativi d’importazione. Penso, ad esempio, alla stucchevole retorica sulla “scuola digitale” – sulla quale mi sono soffermato in un precedente articolo [ii] – ma anche all’insistenza su concetti come qualità, valutazione e merito, cui finora non mi pare che sia corrisposto altro che un indecoroso inseguimento delle direttive di vertice, aumentando il già fin troppo ampio progettificio scolastico anziché qualificare la didattica curricolare e valorizzare l’impegno ordinario dei docenti. Penso anche alla speciosa retorica sull’aggiornamento degli insegnanti – chiamato pomposamente ‘formazione continua obbligatoria’ – puntando ancora una volta sulla parola magica ‘innovazione’, resa sinonimo delle c.d. “nuove alfabetizzazioni”, sintetizzabili in una dose massiccia di impronunciabili “competenze digitali”, nell’impulso allo studio dei principi dell’economia nelle scuole secondarie ed in un’ulteriore enfasi sull’apprendimento delle lingue straniere (leggi: inglese).[iii]  In filigrana, dalla epocale riforma renziana sembrerebbe dunque affiorare più che altro l’immagine di una scuola-azienda, resa sempre più conforme ad un ben preciso modello di sviluppo e di cambiamento sociale ed alla cultura dominante, fondata sulla legge del mercato, sulla globalizzazione e su pericolose ‘monoculture della mente’.

  1. “E ritornammo a riveder…le stellette”

downloadVa anche considerato un altro insidioso aspetto – meno affrontato e discusso – della “buona scuola” propugnata dall’attuale governo: l’introduzione nel percorso educativo del modello militare. In effetti non è una caratterizzazione del tutto nuova, visto che anche esecutivi precedenti hanno cercato d’inserire, più o meno surrettiziamente, la ‘cultura’ militare all’interno della programmazione didattica. Fatto sta che nel 2014 questo processo è culminato nel Protocollo d’Intesa sottoscritto da MIUR e Min. Difesa, nel quale si sancisce il discutibile principio secondo il quale nella scuola c’è bisogno di attivare:

 “…un focus sulla funzione centrale che Ia ‘Cultura della Difesa’ ha svolto, e continua a svolgere, a favore della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese”, per cui si propone la: “…ricerca [di] soluzioni comunicative interattive espressamente rivolte alle nuove generazioni, per affermare Ia conoscenza e il ruolo della Difesa al servizio della collettività e divulgare le opportunità professionali e di studio riservate alle fasce giovanili di riferimento [iv]

Questa rinnovata intesa tra “libro e moschetto” – paradossalmente presentata come attuazione dei nostri principi costituzionali e di quelli ispiratori dell’ONU – ha così ufficializzato una collaborazione ‘formativa’ interministeriale, sulle cui reali motivazioni mi sembra giusto ed opportuno interrogarsi.

« Lezioni di Costituzione affidate a generali e ammiragli, concorsi spaziali con tanto di premi offerti dalle aziende produttrici di sistemi di morte, seminari e conferenze sulle missioni “umanitarie” delle forze armate italiane in Afghanistan, Iraq, Somalia, Libano e nei Balcani. La buona scuola dell’era Renzi sarà sempre più militare e militarizzata, riserva di caccia del complesso militare-industriale-finanziario e megafono dei pedagogisti-strateghi della guerra globale. Dopo il Protocollo d’Intesa sottoscritto nel settembre 2014 dalle ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica (MIUR) e quello della Difesa varano una serie di iniziative “didattiche e formative” per gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, con lo scopo di “favorire l’approfondimento della Costituzione italiana e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani per educare gli alunni all’esercizio della democrazia e favorire l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo delle competenze relative per l’esercizio di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale ». [v]

In una recente circolare del MIUR si rilanciano infatti le iniziative sponsorizzate dal Ministero della Difesa, consigliando alle istituzioni scolastiche di:

trarre stimoli e risorse utili per la loro progettazione didattica. Questi progetti ci permettono di costruire relazioni positive con i ragazzi  […] contribuendo ad arricchirne la crescita personale e a far conoscere loro l’importanza della memoria storica”. [vi]  

Di cosa si tratta? Basta consultare l’apposita sezione del sito del MIUR [vii], come consiglia la circolare, per prendere conoscenza di concorsi e conferenze che fanno parte di questo ‘pacchetto’ grigio-verde.  Si va dalla classica proposta pseudo-storica su “Caporetto: oltre la sconfitta” a quella meno spiegabile sullo “Articolo 9 della Costituzione” dedicato allo “sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e alla “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Si lanciano poi conferenze nelle scuole – svolte da personale militare affiancato da non meglio identificati ‘testimonial’ – sulla Costituzione e la cittadinanza attiva, precisando poi:

con particolare attenzione al ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese. Quest’anno il focus sarà sulla Grande Guerra e sull’anniversario della sconfitta di Caporetto, con particolare riguardo all’attività sportiva militare e al settore paralimpico.” .

I nostri beneamati formatori militari, però, non rinunciano ad avventurarsi in altri campi, non proprio di loro competenza, come quello dell’educazione stradale (“La buona strada della sicurezza”) e perfino in quello aero-spaziale, in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (“Scuola: spazio al tuo futuro”).  Insomma, le martellante proposta inter-ministeriale  – megafonata attraverso i vari Uffici Scolastici Regionali alle singole scuole presenti nei rispettivi territori – ufficializza de facto una nuova figura, quella del militare-formatore, che dovrebbe venire a darci lezioni di storia contemporanea, ad esaltare i valori costituzionali, a richiamarci al rispetto del codice della strada e perfino a farci sognare avveniristiche esplorazioni spaziali… E c’è perfino un divertente (si fa per dire) concorso in cui il Ministero della Difesa esalta il ruolo delle Nazioni Unite nella salvaguardia della pace nel mondo…

  1. Pure questo ce lo chiede l’Europa?

no-war3In effetti, leggendo il protocollo stipulato da MIUR e MinDif non si ha la sensazione che si tratti di una campagna d’indottrinamento militare, ma d’una normale collaborazione fra istituzioni nella formazione alla cittadinanza civile dei nostri ragazzi. Bisogna allora cominciare a porsi qualche domanda. Perché mai ad insegnare i principi-base della Costituzione repubblicana dovrebbero essere proprio dei militari? Che cavolo c’entra il Ministero della Difesa con l’educazione stradale? Per quale strano motivo a sensibilizzare gli studenti alla tutela del patrimonio paesaggistico, storico ed artistico sono reclutati degli istruttori con le stellette? Siamo sicuri che i nostri militari non abbiano niente di meglio da fare che giri di ‘conferenze’ sul rispetto dei limiti di velocità e dell’ambiente naturale del nostro Paese?  Ovviamente si tratta solo di dare una legittimazione ufficiale, di facciata, ad un’operazione propagandistica molto più subdola e pericolosa, che da anni ospita le ‘mimetiche’ dentro le scuole e le scuole dentro caserme, basi militari e industrie belliche.

«Un tassello importante di questa campagna per la creazione di consenso verso l’apparato militare è la scuola. La ‘buona scuola’ non ha solo ‘riformato’ la scuola in senso ancora più autoritario e repressivo […] Essa sta via via trasformando la scuola nella fabbrica del consenso alla politica di aggressione dell’Italia nel bacino privilegiato in cui attingere le indispensabili nuove e professionali leve per la struttura militare sempre più impegnata sui fronti di guerra. […] Con il Protocollo d’Intesa del settembre 2014 tra le ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti e la circolare del 15 dicembre 2015, sono state avviate iniziative “didattiche e formative” per “diffondere la cultura della Difesa” e sponsorizzare il “ruolo delle Forze Armate italiane in missioni di pace nelle aree di crisi, nella promozione e salvaguardia della stabilità e della pacifica convivenza internazionale” tra gli studenti di ogni ordine e grado, statali e paritarie. […] Secondo i dati forniti dal ministero della Difesa, sino all’inizio di quest’anno sono stati realizzati negli istituti italiani oltre 3.100 dibattiti con la partecipazione di circa 254.000 studenti. Nel frattempo si sono moltiplicate in tutta Italia le visite guidate di intere scolaresche a caserme, aeroporti e porti militari, installazioni radar, poligoni e industrie belliche, durante le quali gli studenti (persino bambini dell’elementari come accaduto nella caserma De Gennaro di Forlì) possono provare “l’entusiamante” esperienza di sparare con un fucile o effettuare un’attività di familiarizzazione al volo su velivoli come l’Atlantic del 41° Stormo di Sigonella». [viii]

Più che alla ‘buona scuola’ si direbbe che siamo di fronte ad una ‘bellica scuola’, che coglie ogni occasione (anche la più contraddittoria come quella della promozione della pace nel mondo o del rispetto dei valori dell’unica repubblica che ‘ripudia la guerra’ …) per far irrompere le ‘teste di cuoio’ della Difesa all’interno non solo dei nostri istituti secondari, ma perfino fra le scolaresche delle classi elementari. Non si tratta certamente delle campagne militariste svolte nelle scuole statunitensi dall’onnipotente Pentagono – che fra l’altro che gestisce anche numerose scuole proprie, rivolte ai figli dei propri ‘dipendenti’ all’estero [ix] . Fortunatamente non si tratta neanche del programma di istruzione stile militare promossa dal governo britannico, improntato al principio che la disciplina da caserma faccia particolarmente bene agli scolari del Regno Unito.

« Resistenza alla fatica, capacità di reagire alle difficoltà, gestione dello stress. Tre requisiti fondamentali per ogni soldato che voglia sopravvivere, ma forse anche tre elementi essenziali per ogni bambino destinato ad affrontare le sfide della crescita e dell’età adulta. Tanto che in Gran Bretagna il governo ha deciso di assegnare a programmi di stile militare un terzo dei fondi stanziati all’interno del piano nazionale promosso a favore del rafforzamento del carattere degli studenti. Per il nuovo anno saranno due milioni di sterline su sei, destinati a rendere realtà progetti che dovrebbero sviluppare nei giovani resilienza, ordine, disciplina e capacità di lavorare in gruppo negli alunni tra i 6 e i 18 anni. […] Come quello chiamato Commando Joe, promosso da ex militari, che vanno nelle scuole determinati ad «inquadrare» i bambini e i ragazzi, in modo da prepararli ad un futuro di efficienza. Durante le lezioni i docenti, che arrivano in classe in tuta mimetica, invitano i ragazzi a condividere scelte strategiche, li sottopongono ad allenamenti fisici tra corsa e flessioni, li invitano a smussare le tensioni in modo da ritrovare uno spirito di gruppo. Nelle scuole che hanno abbracciato questa filosofia militaresca sono stati raggiunti risultati interessanti, tanto che appunto il ministero per i bambini e le famiglie, guidato da Edward Timpson, ha deciso di assegnare un terzo dei fondi a sua disposizioni alle proposte che ricordano l’approccio della Raf e dei soldati al fronte. Anche se qualche voce si oppone a questa tendenza….» [x]   

Niente a che fare, per fortuna, con l’addestramento vistosamente paramilitare promosso nelle scuole della Federazione Russa dal premier Putin, come apprendiamo da una corrispondente del TIME che:

 «…ha trovato una classe di studenti – alcuni undicenni – che imparavano ad assemblare e caricare fucili d’assalto Kalashnikov. Fuori, nel cortile scolastico, una lezione sulla sicurezza si focalizzava sull’uso idoneo delle tute contro i rischi biologici, in caso di disastro nucleare o chimico […] Vladimir Putin ha recentemente fatto di questo curriculum una norma per l’intera nazione, offrendo agli adolescenti una gamma d’istruzione in ideologia, religione e preparazione alla guerra» [xi]

  1. Difendere le scuole…dalla Difesa

proxyNiente del genere, almeno fino ad ora… Quel che è certo, comunque, è che la nuova ondata di educazione in stile “Libro e moschetto” (o, se preferite, “E-book e Kalashnikov”…) sta rapidamente diffondendosi nelle altre istituzioni educative europee. In Francia, ad esempio, il Ministero dell’Educazione Nazionale, dell’Insegnamento Superiore e della Ricerca  ha avviato da tempo programmi di esplicita educazione alla difesa”, a partire dal protocollo Educazione-Difesa siglato nel 2007.

«La cultura della difesa e della sicurezza nazionale è inserita nel fondamento comune delle conoscenze e delle competenze che gli allievi devono conseguire  nel loro percorso nella scuola primaria ed in quella secondaria di primo e secondo grado […] L’insegnamento della difesa e della sicurezza nazionale si articola intorno a diverse questioni trasversali: la difesa militare, la difesa globale, i rischi e le nuove minacce, i progressi della difesa europea, la sicurezza nazionale. Non si tratta di una disciplina a sé stante. Essa è inserita nei programmi di più insegnamenti: educazione morale e civica, storia, geografia ecc.» [xii]

In Italia i nostri governanti l’hanno presa più alla lontana, ma l’indirizzo sembra sempre lo stesso: introdurre l’educazione alla difesa nel curricolo scolastico, affiancandola a discipline – come la storia o l’educazione alla convivenza civile – che , se ben svolte, dovrebbero viceversa costituire il miglior antidoto ad ogni forma di militarismo e bellicismo. Ecco perché da un’organizzazione pacifista di matrice cattolica come Pax Christi, già da alcuni anni è stato lanciato un programma di ‘smilitarizzazione delle scuole’, i cui principi sono esplicitati nel Manifesto dal significativo titolo “La Scuola ripudia la guerra”. In basa a questo documento, le scuole che lo hanno sottoscritto e che lo sottoscriveranno, s’impegnano a:

« 1. Rafforzare l’impegno nell’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti; 2. Sottolineare e valorizzare l’educazione alla pace tra le finalità educative dei POF, nelle discipline educative e didattiche e nella programmazione. 3. Proporre uno spazio di confronto tra docenti per evidenziare l’incidenza dell’educazione alla pace nella formazione degli studenti; 4. Prevedere un intervento educativo per gli studenti al fine di rendere più esplicita la scelta di non educare alla violenza e alla guerra; 5. Escludere dalle propria proposta formativa le attività proposte dalle Forze Armate, in contrasto con gli orientamenti fondamentali educativi e didattici della scuola; 6. Non esporre manifesti pubblicitari delle FFAA né accogliere iniziative finalizzate a propagandare l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare. 7. Non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di “missione di pace”. 8. Non accogliere progetti in partenariato con strutture militari o aziende coinvolte nella produzione di materiali bellici. 9. Prevedere la possibilità di arricchire la biblioteca di nuovi strumenti didattici per l’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. 10. Affiggere all’ingresso dell’Istituto il logo della campagna, affinché sia pubblicamente manifesta la scelta di lavorare in una scuola che educa alla nonviolenza e non alla guerra.» [xiii]

Ebbene sì: dobbiamo difendere il sistema scolastico italiano dall’ingerenza di un sistema militare-industriale che è lo stesso che alimenta la “guerra mondiale a pezzi” denunciata dal Papa e che minaccia la stessa convivenza civile e democratica. Ci siamo purtroppo già abituanti ai soldati in mimetica e mitra fuori ai tribunali ed alle autoblindo nelle piazze, come ho denunciato nel precedente articolo “Cittadini sotto assedio” [xiv]. Il rischio è che ora ci abituiamo passivamente anche alla presenza di militari in uniforme nelle scuole ed a bambini in grembiule nelle caserme. E’ arrivato il momento di reagire e di contrapporre valori alternativi e programmi di educazione alla pace e per la pace. [xv]

N O T E ——————————————————-

[i] Cfr. pp. 5-8 del documento del MIUR > https://labuonascuola.gov.it/documenti/La%20Buona%20Scuola.pdf

[ii]  Ermete Ferraro, Un’impronta digitale sulla scuola?  (15.11.2016) > http://www.agoravox.it/Un-impronta-digitale-sulla-scuola.html

[iii] Queste indicazioni sono contenute nell’ultima parte del documento citato sulla ‘Buona Scuola’ (la sintesi a pag. 131)

[iv]  Cfr. http://www.difesa.it/Content/ProtocolloIntesa_MIUR_Difesa/Documents/Protocollo_MIUR_DIFESA.pdf , pag. 4

[v]  Antonio Mazzeo, Elmetti e moschetti per la Buona Scuola di Renzi & Co., in “1914-2014  Cento anni di guerre” > http://www.centoannidiguerre.org/wordpress/?p=1199

[vi] Circolare MIUR dell’8 novembre 2016 > http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/cs081116

[vii]  I brani citati sono tratti da: http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/dg-ordinamenti/protocollo_difesa

[viii] Canto Libre, La Buona Scuola prepara i giovani alla guerra  (6 ott. 2016) > http://www.cantolibre.it/la-buona-scuola-prepara-i-giovani-alla-guerra/

[ix]  V. il sito del Dept. of Defense Educational Activity (DoDEA) >  http://www.dodea.edu/Partnership/grants.cfm

[x] Cfr. l’articolo sul Corriere della Sera del 4 luglio 2016 (http://www.corriere.it/scuola/primaria/16_luglio_01/ex-militari-mimetica-scuole-commando-joe-regno-unito-inglesi-fa3b8806-3f64-11e6-83d3-27b43c152609.shtml )

[xi] Simon Shuster, Inside Russia’s Military Training Schools for Teens, TIME (Oct.19,2016) > http://time.com/4516808/inside-russias-military-training-schools-for-teens/  (trad. mia)

[xii] M.E.N.E.S.R., “De la maternelle au baccalauréat: L’éducation à la défense”  (juin 2016) > http://www.education.gouv.fr/cid4507/l-education-a-la-defense.html (trad. mia)

[xiii] Pax Christi Italia, Manifesto di una scuola smilitarizzata  (2014) >

 http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/3_Manifesto-di-una-Scuola-Smilitarizzata.pdf

[xiv]  Ermete Ferraro, Cittadini sotto assedio  (15 giu. 2016) > https://ermetespeacebook.com/2016/06/15/cittadini-sotto-assedio/

[xv]  Per approfondire la complessa tematica relativa alle proposte per una E.P. autentica e non falsata, cfr.: Ermete Ferraro Educazione vs. maleducazione alla pace  (Dic. 2008) > http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf


© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

 

I nostri 11 settembre…

nomb000“ Quella giornata ha cambiato le nostre vite, non siamo ancora riusciti a vederne il tramonto”: è questo l’enfatico titolo dell’articolo di Mario Calabresi su la Repubblica. [i] Gli fanno eco altre frasi sullo stesso tono o ancor più retoricamente reboanti, come quella del Quotidiano: “11 settembre 2001: il giorno che sconvolse il mondo”  [ii]. Perfino la Gazzetta dello Sport ha titolato: “15 anni dall’11.9.2001: l’orrore che scosse il mondo” [iii] , mentre su la Stampa i redattori s’interrogano angosciati: “Come siamo cambiati dopo l’11 settembre. Quali sono le nuove sfide a 15 anni dagli attentati che hanno cambiato le nostre vite” . [iv]

Per carità: ognuno è libero di dare l’enfasi che preferisce a ciò che scrive, ma mi sembra che un po’ di moderazione non guasterebbe. Ciò che più colpisce in queste titolazioni, infatti, è l’evidente identificazione tra gli USA e “il mondo”, unita all’affermazione piuttosto azzardata che i tragici eventi di 15 anni fa “ci” avrebbero cambiati tutti, segnando di fatto una svolta radicale nella storia dell’umanità, né più né meno della scoperta dell’America o della Rivoluzione Francese. Ripeto: ognuno ha la libertà di vivere (o di descrivere) certi avvenimenti come importanti o addirittura fondamentali, a patto però di non ci si lasci prendere dalla retorica un po’ perversa di chi vuol convincere gli altri che le proprie convinzioni sono  verità incontrovertibili, assiomi indiscutibili alla cui luce tutto va ovviamente interpretato.

Il fatto che siano trascorsi 15 anni dall’incredibile attentato alle Twin Towers newyorkesi, anziché spingere alla riflessione meno viscerale su ciò che da quell’evento luttuoso è stato generato e che tuttora ci affligge, sembra piuttosto fornire l’ennesimo alibi ad una narrazione tutta in bianco e nero in cui – come nelle fiabe – qualcosa di grave ed improvviso sia venuto a turbare la pace e la serenità dei ‘buoni’, dando origine ad una strenua lotta di questi ‘eroi’ con le forze del male che li minacciano. L’affermazione che di quella triste giornata, come scrive Calabresi, non abbiamo ancora visto il tramonto suona in effetti come un grido d’allarme, un appello alla mobilitazione generale contro la ‘barbarie’. E’ un grido che vorrebbe convincerci che tutto è ormai profondamente cambiato da allora, spingendoci così a cancellare il ricordo degli eventi passati, dei bagni di sangue delle tante guerre precedenti, per orientare la lettura dell’attualità nell’unica direzione dell’attacco globale dell’estremismo islamico all’intero mondo ‘occidentale’.

A questa retorica non si sottrae neppure uno storico teoricamente di sinistra come Biagio De Giovanni, il quale così argomenta su Il Mattino: “ Tutto il bello della storia restava, dopo l’11 settembre, non era certo abolito di colpo, ma di fronte ad esso si disegnava una minaccia, tanto più incombente quanto più oscura, e l’America, capofila dell’Occidente, era l’obiettivo da colpire, il “satana” da abbattere. Tutti sapevamo che questo non sarebbe stato possibile, che in questione non era la vittoria di questo nemico oscuro, ma sapevamo che da allora la storia del mondo sarebbe cambiata. E così è stato, quella data fa da spartiacque. […] Quel segnale dell’11 settembre, e le reazioni che seguirono, indicava che tutto il Medio Oriente iniziava a fibrillare, che il terrore, la guerra avrebbero rimesso in movimento masse sterminate in cerca di salvezza. Uno dei grandi calvari dell’umanità cui oggi più che mai assistiamo.[v]

Opperbacco!”,  – avrebbe esclamato Totò. A quanto pare l’intero Occidente sarebbe stato indirettamente colpito dall’attacco a suo capofila, l’America (ovviamente nel senso di USA). La sanguinosa minaccia di quel “nemico oscuro” (lord Woldemort?) che, sebbene sappia non poter mai vincere (“non praevalebunt”…), continuerebbe ad incombere su di noi, provocando la “fibrillazione” del Medio Oriente, la divisione del mondo occidentale e perfino “la crisi dell’Europa”. L’11 settembre, insomma, andrebbe quindi considerato un evento epocale come quello che ha fatto scomparire dalla Terra i dinosauri, rischiando di cancellare “tutto il bello del storia”. Ebbene, non so a cosa si riferisca Di Giovanni con questa espressione, ma mi auguro sinceramente che in questa “bellezza” da salvare non comprenda il colonialismo, l’imperialismo, il nazionalismo e le assurde guerre che hanno insanguinato il secolo scorso. Certo, è innegabile che la deflagrazione del Medio Oriente, col terrore e le nuove guerre che ne sono seguite, abbia “rimesso in movimento masse sterminate in cerca di salvezza”. Il fatto è, però, che simili masse di disperati sono state già provocate dai precedenti conflitti armati, dallo sfruttamento coloniale e dalle discriminazioni razziali di cui si sono resi responsabili proprio questo ed altri maldestri “capifila” di quell’Occidente.

La miopia dei dominatori – dai conquistatori romani agli yankees che continuano ad ‘occupare’ i nostri paesi considerandosene ‘liberatori’ sempre e comunque – li ha sempre portati a pensare che essi possano scatenare l’inferno contro gli altri, restando però immuni da ogni reazione, del tutto sicuri e beati nel loro mondo, l’isola felice inarrivabile ed intangibile dei rulers. Eppure la storia ha dimostrato che ogni impero è destinato a cedere sotto il suo stesso peso e che nessun potente della Terra può sentirsi davvero al sicuro dalle conseguenze delle proprie azioni. Il saccheggio di Roma da parte dei Visigoti nel V secolo d.C. , ad esempio, fu indubbiamente uno “spartiacque” molto più significativo di quegli aerei che 15 anni fa, per la prima volta, violarono la nuova “caput mundi”. Eppure l’11 settembre viene strumentalmente presentato come un evento dalla ricaduta globale, come se quei velivoli non avessero trafitto due pur simbolici grattacieli della ‘grande mela’, ma il cuore stesso del nostro mondo.

“L’impressione dunque che tutti avemmo –  argomenta ancora Biagio De Giovanni – fu che gli equilibri della storia finivano, gli equilibri pensati, misurati sulla forza dell’economia, sull’altezza delle idee, sulla capacità di progresso dell’umanità, sull’espansione della civiltà sempre più una….”. [vi]  Anche qui non mi risulta chiaro di quali prodigiosi “equilibri” egli vada tessendo l’elogio, dal momento che sembrerebbe piuttosto evocare il mito illuministico di una “civiltà” unica e indiscutibile, l’immagine di un’economia ‘forte’ che domina la politica e la suggestione di una intellettualistica “altezza delle idee”. Sarebbero questi i magici “equilibri” che l’11 settembre ha sconvolto? Non direi proprio, considerando il fatto che la globalizzazione ha diffuso ovunque il pensiero unico che su tali stereotipi di civiltà si fonda, eliminando tutte le differenze, omogeneizzandoci il linguaggio e facendoci tutti servili sudditi di un mediatico Big Brother. L’assenza di un nemico da battere, il crollo del comunismo e del bipolarismo, hanno creato l’esigenza che l’Occidente si trovasse nuovi nemici contro cui lottare, e quella fatidica data ha effettivamente segnato non tanto la fine di astratti “equilibri della storia”, ma solo l’inizio di una nuova, pericolosa, battaglia contro chi possa minacciare la perfezione del “brave new world” di cui tutti siamo tenuti a far parte, egregiamente tratteggiato già negli anni ’30 dal romanzo di A. Huxley. [vii], ed il cui motto era, non a caso: Comunità, Identità e Stabilità.

bomb4Eppure noi Italiani – ed in particolare noi Napoletani – dovremmo ricordare che siamo stati sottoposti a ben altro trattamento da parte dei nostri ‘liberatori’ tra agosto e settembre di 73 anni fa. Non si è trattato solo di alcuni velivoli che hanno sconvolto all’improvviso la vita quotidiana degli abitanti di una grande città, ma di un pesante, incessante, martellamento dall’alto che ha provocato decine di migliaia di morti, in prevalenza civili, distruzioni d’interi quartieri ed interruzione di ogni attività ordinaria. Ben 200 raid aerei anglo-americani hanno raso al suolo Napoli tra il 1940 ed il 1944, lasciando ben poco altro da distruggere alla furia feroce della Wehrmacht in fuga. Si trattava, soprattutto negli ultimi anni, di ‘bombardamenti a tappeto’ che costrinsero la solare popolazione di Napoli ad inventarsi un’oscura vita sotterranea, fatta di allarmi lancinanti e di angosciose e lunghe attese per rivedere la luce, scoprendo magari che il proprio palazzo era intanto stato ridotto ad un cumulo di macerie. Che non si trattasse solo di un’offensiva per sbaragliare e far fuggire gli occupanti tedeschi è stato da tempo appurato, trattandosi di una ben precisa strategia di guerra psicologica per ‘convincerci’ a ribellarci ai nazisti.

La convinzione che gli italiani stessero solo aspettando la pace era tanto forte che l’intelligence britannica continuò ad essere dell’idea che, subendo bombardamenti sempre più numerosi e pesanti, gli italiani si sarebbero ribellati anche contro Badoglio, lasciandolo senza altra scelta che non fosse chiedere un armistizio…” – osserva a tal proposito una studiosa, commentando questa strana “liberazione con le bombe”. [viii]  Ella, infatti, ricorda che: “Arthur Tedder, comandante delle forze aeree alleate nel Mediterraneo, ricordò in seguito che la caduta di Mussolini aveva “fatto sperare che l’Italia potesse venire buttata fuori dalla guerra” e aggiunse: “per fornire agli italiani un buon incentivo per un armistizio in brevi termini, iniziammo a bombardare Napoli ed altre città della penisola il primo di agosto”. [ix]

Un’altra ricercatrice, Lucia Monda, rende ancor meglio l’idea del terrore seminato dai bombardamenti anglo-americani su Napoli, scivendo: “ Gli attacchi, se possibile, divennero ancora più terribili il 4 agosto, data fatidica della più grande incursione aerea subita dai napoletani, durata un’ora ed un quarto ma destinata ad essere ricordata per sempre. Quattrocento aerei della Mediterranean Bomber Command sganciarono centinaia di bombe incendiarie, scendendo poi a bassa quota per mitragliare la popolazione inerme che fuggiva. Il centro fu oggetto di un accanimento senza pari e la Chiesa di Santa Chiara venne rasa al suolo,anticipando la sorte dell’Abbazia di Montecassino. Ciò che colpisce è l’accanimento verso un luogo sacro, specie a guerra ormai vinta…” [x]

bomb00Roberto Ciuni ci ha poi raccontato uno dei più disastrosi attacchi aerei su Napoli, a soli due giorni dall’armistizio dell’8 settembre: Il 6 settembre 1943 le poche sirene ancora in funzione iniziano a suonare l’allarme numero 384 dall’inizio della guerra, dieci minuti dopo la mezzanotte. I napoletani le udranno di nuovo, stavolta per dare il cessato allarme, dodici ore dopo. Durante la giornata la città sopporta le bombe di 300 «Fortezze volanti» divise in sei ondate: ogni incursione dura tre quarti d’ora; la più grave è quella delle 13,45. Alla fine, si contano 72 morti…” [xi].  Ebbene, mentre ci commuoviamo davanti alle immagini di quel tragico 11 settembre, non dovremmo però mai dimenticare che la liberazione di Napoli dalla ferocia nazista – per la prima volta voluta e realizzata dalla gente di questa città e non da vertici militari  [xii]– è stata preceduta da un allucinante e deliberato martellamento di bombardamenti aerei su una città affamata e semidistrutta. Il fatto che si trattasse dei nostri sedicenti “liberatori” non rese certo meno disastrose le conseguenze di quelle migliaia di bombe sganciate sulla popolazione civile, di cui le rovine di Santa Chiara o il disastro totale nel porto restano un’icona certo non meno significativa di quella delle torri gemelle di New York.

Oggi come allora i nostri telegiornali ci riportano in casa immagini simili, sia pur provenienti da città lontane – si chiamino Bagdad oppure Aleppo – a testimonianza che l’orrore delle guerre non è mai finito e che a farle cessare non sarà certo chi le ha di fatto scatenate. Oggi come allora bambini, donne e vecchi che si aggirano insanguinati e storditi tra le macerie di mercati, ospedali e luoghi di culto ci ricordano che le guerre attuali hanno ormai reso insignificanti le perdite di militari, mentre distruggono quotidianamente l’esistenza della gente comune ed innocente. E’ a questo terrorismo bellico – oltre che a quello degli uomini neri di Daesh – che siamo chiamati a dare risposte nuove, costruttive e nonviolente, rifiutandoci di esserne complici con la nostra inerzia rassegnata.

© 2016 Ermete Ferraro ( http://www.ermetespeacebook.com )

[i]  http://www.repubblica.it/esteri/2016/09/11/news/11_settembre_15_anni_dopo-147541156/

[ii]  http://www.quotidiano.net/esteri/11-settembre-2001-1.2499011

[iii]  http://video.gazzetta.it/11-settembre-immagini-che-quindici-anni-fa-sconvolsero-mondo/00805ba4-777a-11e6-84a1-6b82eaf62b9d

[iv]  http://www.lastampa.it/2016/09/11/esteri/come-siamo-cambiati-dopo-l-settembre-n7jKUg9aPmXvxex1jjb7XK/pagina.html

[v]  http://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/11_settembre_il_lato_oscuro_della_storia-1958956.html

[vi]  Ibidem

[vii] Aldous Huxley, Il mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo, traduzione di Lorenzo Gigli,  Arnoldo Mondadori Editore, 1991 > Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Il_mondo_nuovo

[viii]  Claudia Baldoli, I bombardamenti sull’Italia nella Seconda Guerra Mondiale. Strategia anglo-americana e propaganda rivolta alla popolazione civile*  , pp. 46-47 >  http://www.unive.it/media/allegato/dep/n13-14-2010/Ricerche/casi/2_Baldoli.pdf

[ix]  Ibidem

[x] Lucia Monda, Napoli durante la II guerra mondiale ovvero: i 100 bombardamenti di Napoli. > http://www.isses.it/Convegno050305/Monda.pdf

[xi]  R. Ciuni, “Quante vittime sotto le bombe degli Alleati”, 1 settembre 2003 > http://ilmattino.caltanet.it/hermes/20030901/CANADA/11/MAMA.htm

[xx] Cfr. anche: Ermete Ferraro,  La  resistenza napoletana e le Quattro Giornate: un caso storico di difesa civile e  popolare”, in: AA.VV., Una  strategia di pace: la difesa civile nonviolenta(pp.89-95), Bologna:  FuoriTHEMA – ripubblicato (2015) su  ACADEMIAA. EDU >  https://www.academia.edu/10726765/LA_RESISTENZA_NAPOLETANA_E_LE_QUATTRO_GIORNATE_UN_CASO_STORICO_DI_DIFESA_CIVILE_E_POPOLARE 
e E. Ferraro,  “Le trenta  giornate di Napoli”, in: AA.VV., La lotta non-armata  nella Resistenza, Roma: Centro Studi Difesa Civile (Quaderno n.1)

Neolinguistica applicata

Temo che, almeno a Napoli, non ci siano piazze con spazi adeguati per sistemarla e, d’altra parte, non ci sarebbero forse neppure i soldi per realizzarla, eppure mi convinco sempre più che da qualche parte dovremmo erigere una statua allo scrittore inglese George Orwell. Basta seguire con un minimo di attenzione e spirito critico la cronaca politica, infatti, per rendersi conto che nessuno più di lui può essere considerato il vero profeta del nostro tempo, il vate del nostro assurdo mondo. Orwell è stato l’annunciatore di un’era in cui la logica ed il puro e semplice buon senso sembrano proprio aver  subito un colpo mortale. Un classico di fantapolitica come il suo “Nineteen Eighty Four” , allora, diventa sempre più la chiave di lettura della realtà capovolta e contraddittoria che abbiamo sotto gli occhi, normalizzata da un subdolo “Bispensiero” (Doublethinking), che cancella l’assurdità di alcuni enunciati anche grazie ad un’artificiale “Neolingua” (Newspeak), riportandoli entro i canoni di un lessico semplificato, standardizzato ed anemotivo, rendendo quasi impossibile ogni dubbio ed opposizione. Lo slogan più noto dell’IngSoc/Socing guidato dall’imperscrutabile Grande Fratello orwelliano, non a caso, è la frase: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”, spesso citata come esempio di paradosso, ma che purtroppo sembra diventata  rappresentativa della nostra attuale condizione.

premio pace PinottiE’ stato il primo pensiero che mi è venuto, ad esempio, leggendo la notizia che la nostra Ministra della difesa, Roberta Pinotti, è stata pomposamente insignita del premio “Napoli Città di Pace”, frutto di una sconcertante sinergia tra l’Unione Cattolica della Stampa Italiana (UCSI) della Campania, l’Ordine dei Giornalisti della stessa regione, l’Università “Suor Orsola Benincasa” e l’Arcidiocesi di Napoli.  Questa la motivazione del premio: «Per il suo ruolo strategico e riformatore in materia di difesa nazionale e internazionale, declinato al femminile in piena coerenza con un impegno di servizio della politica come forma più alta di amore, che mette al centro la tutela e la dignità della vita umana». Ebbene, è difficile negare che premiare la Ministra Pinotti come “donna di pace” – in particolare dopo la sua manifestata propensione per un intervento militare dell’Italia in Libia e l’appoggio all’invio di nuovi contingenti armati in altre aree calde come l’Iraq e l’Afghanistan – risulti un’evidente applicazione del citato principio ossimorico che equipara la guerra alla pace. Lo stesso principio, peraltro, che è da anni alla base del concetto di “guerra preventiva” su cui si regge la NATO e che ha portato all’assegnazione del premio Nobel per la Pace al presidente dello stato che più di ogni altro interviene militarmente in ogni conflitto bellico, spesso dopo averlo suscitato o comunque incoraggiato.

Che la libertà sia stata resa equivalente a quella schiavitù di cui teoricamente dovrebbe essere l’antitesi, inoltre, è qualcosa che siamo costretti a sperimentare ogni giorno, di fronte alle politiche sicuritarie che dichiarano di usare tutti i mezzi di controllo polizieschi proprio per tutelare la nostra condizione di liberi cittadini. Ecco allora che il diritto di circolare liberamente e senza pericoli viene salvaguardato proprio privandocene almeno in parte, militarizzando le città e generalizzando pratiche che fanno a pugni con l’autonomia personale e con la cosiddetta privacy. Ad esempio, un gongolante Ministro Alfano, non più tardi di qualche giorno fa, dopo un vertice sulla sicurezza alla Prefettura di Napoli ha dichiarato: «Entro maggio contiamo di avere attivi 616 tra telecamere e lettori di targhe». Se queste 600 e più telecamere si sommano alle centinaia già attive nei vari esercizi pubblici e negli uffici, abbiamo effettivamente dimostrato ancora una volta, se ce n’era bisogno, che il prezzo da pagare per essere liberi è essere controllati sempre e dovunque. Venire continuamente spiati dall’obiettivo onnipresente del grande fratello – oltre che dal ‘grande orecchio’ intercettatorio della magistratura, dalle non richieste indagini commerciali e dai controlli incrociati di tutti i dati possibili immagazzinati nelle nostre tessere magnetiche – secondo qualcuno dovrebbe farci sentire più sicuri, sebbene costretti a subire nei fatti un asfissiante assedio mediatico ed informatico.

Quanto all’ultima parte del motto citato, come negare che “l’ignoranza è forza” sta diventando quasi un emblema del nostro assurdo mondo? Sia che s’intenda questo slogan nel senso di uno scoraggiamento di ogni conoscenza troppo approfondita, in quanto possibile fonte di infelicità se non di disgrazia, sia che lo s’interpreti piuttosto nel senso di elogio dell’ignoranza e della rozzezza come caratteristiche di una classe dirigente arrogante quanto forte del proprio non sapere, la frase orwelliana sembra calzare a pennello sulla nostra realtà quotidiana. Una realtà dove tutti siamo immersi in una nuvola informativa globale e totalizzante, ma spesso non ci accorgiamo neppure di quanto sta capitando accanto a noi. Una società in cui il pensiero unico ci sta omogeneizzando e spappolando il cervello, trasformandoci in cloni di modelli di vita e di consumo sempre più globalizzati. Un mondo dove tutti credono di sapere tutto di tutti, mentre in realtà riescono a stento ad interpretare la propria esperienza e ad affermare la propria identità. Crediamo di sapere e di capire, ma in realtà ci vengono consegnati solo frammenti della realtà in cui viviamo, in alcuni casi in dosi massicce, sì da farci annegare in tante informazioni, avendoci fatto smarrire nel frattempo la capacità d’interpretarle criticamente e di andare a fondo.

war is peace immagineA forza di assistere a situazioni assurde e paradossali, infatti, ci abbiamo fatto l’abitudine e, come si dice, ce ne siamo fatti una ragione. Al punto che quasi ci stupiremmo se le cose andassero diversamente, se la gente chiamasse le cose col proprio nome, se la burocrazia non ricoprisse più le regole di convivenza con la sua patina distorta e farisaica, se l’interesse comune avesse il sopravvento sull’utilitarismo individuale. Ci farebbe quasi impressione, poi, se all’improvviso il solito linguaggio ‘politicamente corretto’ non addolcisse più la pillola amara di un vuoto d’idee e d’ideali, mostrandoci con evidenza non solo quanto il ‘Re’ sia nudo, ma anche quanto sia violento, opprimente e rozzo un certo modo di governarci. Uno stato dove in nome della democrazia si minano le sue stesse fondamenta costituzionali, dove il ‘progresso’ viene  garantito dal ritorno nostalgico alle fonti energetiche fossili e dove l’affermazione del diritto dei popoli alla libertà si persegue andando a fargli guerra e a calpestarne l’autonomia, insomma, non è affatto lontano dalla realtà capovolta e mistificata del SocIng orwelliano. Chi crede che la pace è pace, che la libertà è la negazione della schiavitù e che l’ignoranza serve solo a mantenere il potere di chi ci comanda, dunque, non può e non deve far finta che tutto vada bene e deve ribellarsi al dominio dell’assurdo assurto a logica. Del protagonista Winston Smith, solitario oppositore del regime del Big Brother si scrive che:

Era un solitario fantasma che proclamava una verità che nessuno avrebbe mai udita. Ma per tutto il tempo impiegato a proclamarla, in un qualche misterioso modo la continuità non sarebbe stata interrotta. Non era col farsi udire, ma col resistere alla stupidità che si sarebbe potuto portare innanzi la propria eredità d’uomo.” (G. Orwell, 1984).

Ebbene, credo che sia giunto il momento di unire le voci di questi ‘fantasmi’, per renderle meno solitarie ed intraprendere la nuova resistenza, che è quella alla stupidità.

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

GUERRA DI…LIBIERAZIONE?

Emanuele Filiberto Duca d'AostaFino ad un paio di giorni fa, sulle pagine dei nostri quotidiani regnava il silenzio sulla ‘missione’ militare in Libia che l’Italia si appresta non solo a svolgere con grande zelo, ma addirittura a dirigere sul piano operativo. Solo alcuni giornali, come Secolo XIX e Corriere della Sera, ci hanno informato in merito a questa operazione – segreta ma non troppo – raccogliendo più che altro le indiscrezioni trapelate grazie ad un articolo del Wall Street Journal. Un generale americano, comandante delle forze speciali in Africa, infatti, sosteneva in un’intervista che “…è già operativo a Roma un Coalition Coordination Center, in sigla CCC, un comitato di coordinamento della coalizione che combatte l’Isis. Il CCC è una «war room» in piena regola dove si pianifica l’intervento, dove si fanno simulazioni, e da dove, in futuro, si guideranno le azioni.[i]   Naturalmente i vertici politici si sono affrettati a smentire che si aspetta solo l’ok dell’ONU, dopo che il governo libico (quale?) avrà formalizzato una richiesta di aiuto militare alla coalizione, di fatto già presente da tempo sul territorio libico e comprendente anche francesi, inglesi americani e, forse, olandesi. Lo stesso Ministro degli esteri Gentiloni, d’altra parte, confermava che: «Il livello di pianificazione e di coordinamento è a un livello molto avanzato e va avanti da parecchie settimane» [ii], così come risulta chiaro il senso del recente accordo fra Italia ed USA sull’utilizzo dei droni armati di stanza alla base aerea siciliana di Sigonella.

Qualcuno, sicuramente, si sarà chiesto come diavolo è possibile che ci stiamo di fatto preparando ad intervenire militarmente in Libia senza uno straccio di ratifica da parte del Parlamento, custode della sovranità popolare? E’ vero che in questi ultimi tempi è stato molto occupato a discutere di unioni di fatto ed adozioni non di diritto, ma come mai nessuno ha ritenuto ancora che esso avesse qualcosa di dire anche sulle pericolose unioni militari di fatto e sulle nostre illegittime ‘adozioni’ degli equilibri politici d’un altro stato? La risposta è nelle precisazioni di Fiorenza Sarzanini che, in un articolo di qualche giorno fa sul ‘Corriere’, ci spiegava che il nocciolo della questione sono i c.d.”decreti missione”, grazie ai quali l’Italia si tiene le mani libere da fastidiosi passaggi parlamentari.   “Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, lo ha ribadito ieri nel corso del Consiglio supremo di difesa, sollecitando anche la rapida approvazione del decreto che ogni anno finanzia e fornisce copertura giuridica alle missioni all’estero. Le norme già varate consentono infatti di evitare il voto delle Camere, prevedendo esclusivamente un’informativa del governo alle commissioni Esteri e Difesa. Il tempo stringe, gli alleati sono già sul campo, Roma ha assicurato che «farà la propria parte» nella guerra ai terroristi dell’Isis. E dunque schiererà le navi già in attività di perlustrazione del Mediterraneo, un aereo cisterna, i Tornado di stanza a Trapani, anche due sommergibili. E potrà contare sulle basi militari del Sud, compresa Pantelleria dove da tempo sono insediati numerosi militari statunitensi”. [iii]

E chi se ne frega se la Costituzione della nostra Repubblica, all’art. 11, recita che: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…” , sancendo poi, all’art. 52, che: “L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica…” ? L’escamotage è stato facilmente trovato, per cui la sovranità del Parlamento è ancora una volta aggirabile coi giochi di parole in Neolingua di chi sembra propenso a ripudiare la Costituzione più che la guerra. Le operazioni in Libia, conseguentemente, sono state coperte dal segreto militare e dietro il centro di coordinamento italiano della coalizione è più volte spuntata la sigla dell’A.I.S.E (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), quella ‘intelligence de Noantri’ su cui mi sono già soffermato a proposito della fiction televisiva che ne rivelava ai più l’esistenza.[iv]  Il Sole 24 Ore – ripreso dal quotidiano britannico The Guardian , peraltro, aveva già rivelato che ormai da settimane erano stati inviati in Libia 40 agenti segreti ed una cinquantina di ‘forze speciali operative’. Sta di fatto, comunque, che il piano di smantellamento della Costituzione avviato da Renzi aveva già previsto – per ridurre fastidiosi intralci alle decisioni governative – che anche l’art. 78 (“Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari” ) fosse modificato dalla previsione che tale dichiarazione spetti esclusivamente alla Camera dei Deputati Dal 3 marzo, però, sugli organi d’informazione si è ricominciato a parlare dell’intervento militare italiano in Libia, complice un’intervista all’ambasciatore USA che lodava il governo Renzi e lo esortava ad investire di più su questa ‘missione’, riconoscendo all’Italia la richiesta leadership ma, al tempo stesso, accollandogliene gli oneri che ne derivano. Questa esternazione ha molto infastidito il nostro premier , che – pur fiero dell’ investitura a condottiero d’un intervento armato in nord Africa senza precedenti – si è sentito tirare palesemente per la giacca, per cui si è affrettato a gettare acqua sul fuoco.

Ma intanto quotidiani come la Repubblica avevano già rotto l’imbarazzato silenzio mediatico, rivelando la portata straordinaria di questa sconcertante avventura bellica del nostro Paese.  In un articolo di Gianluca Di Feo, infatti, si squadernavano i dati relativi a piani segreti ma non troppo, informandoci che: “Di sicuro, si prepara un’operazione massiccia, la più grande mai realizzata dal 1943. Da mesi gli stati maggiori stanno elaborando piani su piani, ipotizzando un vertice italiano che gestirà uno schieramento di forze europee. La previsione minima è di 3mila militari, la massima supera i 7 mila. I due terzi saranno forniti dal nostro Paese. L’allestimento richiede circa un mese. Ma un primo contingente potrebbe muoversi nel giro di dieci giorni per prendere il controllo di un aeroporto. In ogni caso, la fase iniziale sul campo sarà interamente affidata a truppe italiane.[v]   Altro che operazione di polizia internazionale! Non sembra, del resto, che gli stessi servizi segreti siano riusciti a mantenere segreta quest’ ingombrante spedizione che, a distanza di 105 anni, ci riporta tristemente all’Italietta colonialista di Giolitti, schierata contro l’Impero Ottomano. Ed infatti è difficile nascondere operazioni che prevedono l’invio di portaelicotteri coi marò del San Marco, con al seguito altre navi per rifornimenti . E’ difficile anche negare che gli aeroporti meridionali siano da tempo stati allertati per la partenza di cacciabombardieri e che la base di Pantelleria, come conferma l’articolo di Repubblica : “servirà come scalo per il ponte aereo di elicotteri e cargo.” [vi] . Sarà pur vero che noi Italiani ci siamo abituati a tutto, compresi i blindati coi militari in assetto di guerra nelle nostre piazze. Ma far passare l’invio in Libia di 5.000 soldati come una normale operazione  è poco credibile, né può passare inosservato lo schieramento di mezzi aeronavali che poco hanno a che fare con l’ipotesi di un semplice ‘presidio’ di quei territori.  Ecco perché uno stizzito Renzi – di fronte alle notizie riportate dai giornali – ha dichiarato che: Su questo terreno ci vuole prudenza. Nessuna fuga in avanti. La situazione è troppo delicata perché ci si lasci prendere da accelerazioni “ [vii]

Certo, ci vuole prudenza. Peccato però che lo stesso Renzi stia scalpitando da mesi per ottenere la guida italiana di questa spedizione bellica, cercando di sottrarsi ad un confronto con un Parlamento peraltro fin troppo disattento in proposito. Peccato poi che l’Italia risulti palesemente preoccupata del futuro dei propri affari in Libia più di quanto lo sia di andarsi a cacciare nell’ennesima, pericolosissima, avventura militare, in barba alla Costituzione e ad un secolo di storia che a quanto pare non ci ha insegnato nulla. Non bisogna fare ‘fughe in avanti’, d’accordo. Ma questo non significa che il governo debba proseguire indisturbato a giocare alla guerra o al ‘piccolo 007’, mentre i media non devono fare troppo rumore su tali operazioni, solo per non disturbare il manovratore. Sulla stessa ‘Stampa’, fra l’altro,  è stato pubblicato un articolo che “fa i conti” sull’intervento italiano in Libica, con l’aiuto di ‘analisti militari indipendenti’ , che appaiono piuttosto perplessi nel merito. Infatti l’autore, Luigi Grassia, si chiede prudentemente: “Se l’Italia dovesse fare la guerra in Libia, o per dirla in modo più accettabile: mandare un corpo di stabilizzazione che rischia anche di dover combattere contro l’Isis, quante forze potrebbe mettere in campo? “ [viii]. La risposta è che questa eufemistica ‘stabilizzazione’  ci costerebbe cara, anche se uomini e mezzi ci sarebbero pure. Per cui l’articolista, con una punta di scetticismo, conclude: “… qui si tratta solo di numeri, di potenzialità. Che poi questi numeri possano tradursi in un intervento militare in Libia è tutta un’altra questione”. [ix]  Ebbene, fra clangori di guerra e dichiarazioni più o meno diplomatiche e prudenti di politici ed ‘analisti’, cosa dicono e cosa fanno i pacifisti di fronte a quest’ultima minaccia del complesso militare-industriale che rischia di coinvolgerci in prima persona in un conflitto bellico senza precedenti? E, soprattutto, come reagiscono gli Italiani, di fronte ai quali si è agitato a lungo lo spettro della minaccia ISIS unita a quella della pretesa ‘invasione’ da parte dei profughi? In questo campo, in particolare, la mistificazione è stata massiccia, visto che – come ci ricorda un articolo de ‘il Manifesto’, nel 2015 l’Italia ha speso 800 milioni di euro per accogliere i rifugiati, a fronte di 1 miliardo e mezzo spesi per inutili e dannose ‘missioni’ all’estero.[x]

La verità è che per reagire efficacemente – al di là di comunicati e prese di posizione –  il movimento per la pace italiano deve ritrovare la forza per superare antiche divisioni che ne frammentano l’azione. Ciò non significa affatto chiudere gli occhi davanti alle differenze nelle analisi o nelle strategie di azione. Dico soltanto che è arrivato il momento di andare oltre la politologia teorica – che ci fa sentire appagati dalla comprensione delle dinamiche in corso – per manifestare in piazza e gridare chiaro e forte non solo il nostro dissenso, ma anche la nostra proposta antimilitarista e nonviolenta. Da un secolo le alternative alla guerra esistono e sono senz’altro più efficaci, come dimostrano vari studi accademici in proposito. Bisogna però far capire alla gente che pacifismo non è passività, bensì resistenza nonviolenta, accompagnata da educazione alla pace e concreta azione per la pace, in tutte le sue dimensioni. Ecco perché condivido ciò che scrive Mao Valpiana sull’urgenza di offrire risposte alternative a quest’assurda avventura militare in Libia: Bisogna intervenire, ma con obiettivi, strategia e mezzi giusti. Esistono altre strade. Il caos libico non accetta scorciatoie. Occorre agire per mettere in sicurezza vite umane, spegnere il fuoco, ma senza produrre ulteriori vittime. Sono tante le cose da fare: la ricostruzione dell’assetto statuale libico, sostenendo con la diplomazia e la politica l’iniziativa per un accordo tra le parti e per un’azione internazionale sotto egida Onu di contrasto all’Is; la valorizzazione e la partecipazione della società civile; il coinvolgimento della Lega araba e dell’Organizzazione degli stati africani, anche al fine di mettere alle strette Qatar e Arabia saudita che finanziano le guerre in corso; bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi, lo sfruttamento dei disperati; garantire da parte dell’Europa assistenza umanitaria ai profughi; mettere in campo un’operazione di salvataggio”. [xi]  L’Italia ripudia la guerra e francamente credo che pochi Italiani – nonostante il martellamento mediatico sul pericolo ISIS – credano davvero che quella che si sta preparando sia una guerra di… libierazione. Ma ripudiare la guerra non può significare starsene con le mani in mano seguendo alla televisione l’evolversi degli eventi. Bisogna quindi obiettare con forza al militarismo che invade le nostre strade e penetra fin nelle scuole dei nostri figli e proclamare che la forza collettiva e diffusa della nonviolenza è l’unica via per uscirne.

NOTE _____________________________________________

[i]  F. Grignetti, “A Roma la war room anti-Isis che guiderà le azioni alleate in Libia” , Il Secolo XIX 02.03.2016) http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2016/03/02/ASqQmFoB-guidera_azioni_alleate.shtml

[ii]  Ivi

[iii] Fiorenza Sarzanini, “Intervento il Libia: ok a missioni segrete dei corpi speciali” , Corriere della Sera 16.02.2016) http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_25/intervento-libia-ok-missioni-segrete-nostri-corpi-speciali-ccd07350-dc03-11e5-b9ca-09e1837d908b.shtml

[iv]  Ermete Ferraro, Ragion di Stato…Maggiore, https://ermetespeacebook.com/2015/01/16/ragion-di-stato-maggiore/

[v]  Gianluca Di Feo, “Libia, nuclei d’assalto e sostegno dal mare: Italia pronta all’intervento”, la Repubblica 04.03.2016  http://www.repubblica.it/esteri/2016/03/04/news/il_dossier_il_primo_contingente_potrebbe_muoversi_entro_10_giorni_ma_restano_i_dubbi_sul_quadro_legale_e_sugli_obiettivi-134727115/

[vi]  Ivi

[vii] Fabio Martini, “Renzi sceglie la prudenza: ‘Il Libia niente fughe in avanti”, La Stampa 04.03.2015 https://www.lastampa.it/2016/03/04/italia/politica/renzi-sceglie-la-prudenza-in-libia-niente-fughe-in-avanti-yz4nLVtxDSmrIuGy9Xue0H/pagina.html

[viii] Luigi Grassia, “Intervento in Libia: gli analisti fanno i conti” , La Stampa, 04.03.2015 https://www.lastampa.it/2016/03/04/esteri/intervento-in-libia-gli-analisti-fanno-i-conti-dOXIk5FNBsAbGKfuwtvV9L/pagina.html

[ix]  ivi

[x]  Ignazio Masulli, “Le due guerre dell’Europa”, il Manifesto 03.03.2016, p. 5 (cfr. http://ilmanifesto.info/edizione/il-manifesto-del-03-03-2016/ )

[xi]  Mao Valpiana, “Il Libia la storia si ripete ma un’altra difesa è possibile”, Huffington Post 04.03.2016  http://www.huffingtonpost.it/mao-valpiana/in-libia-la-storia-si-ripete-ma-unaltra-difesa-e-possibile_b_9381754.html

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© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com  )