Profeti e professori

Iwannis o Prodromos“…E allora il maestro deve essere per quanto può, profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso…”                      (DON LORENZO MILANI)

Il 24 giugno ricorreva la festività di S. Giovanni Battista: il precursore, l’annunciatore, il profeta per eccellenza, chiamato in greco Πρόδρομος (prodromos), colui che apre la strada, che inizia un percorso nuovo, anticipando ciò che dovrà venire dopo di lui.  Questo mi ha dato uno spunto per una breve riflessione sul senso stesso della funzione profetica, che rinvia non solo all’anticipazione nello spazio e nel tempo (pro-dromos /pre-cursor), ma soprattutto all’annuncio, alla parola proclamata, come si capisce dall’etimologia greca del termine  προφήτης (profetes), cioè colui che parla prima/avanti agli altri. Nel mondo semitico, la parola ebraica נְבִיא nevì/nabì è comune anche all’arabo ( نبي‎ = nabi) e corrisponde proprio al nostro ‘profeta’ [i], anche se va detto che gli islamici fanno una differenza tra i tanti Anbiya (plurale di nabi) ed i pochi Rusul (plurale di رَسُول rasul ), visti invece come veri e propri messaggeri di Allah. [ii]  Da quel che ho capito, essere ‘profeti’ implicherebbe perciò tre elementi fondamentali: (a) avere qualcosa d’importante da rivelare agli altri; (b) decidere di annunciare loro qualcosa che si sa ancora estranea al proprio tempo e spazio, anticipando un messaggio difficile da comprendere; (c) non limitarsi a preannunciare una parola particolarmente impegnativa, ma avviarsi per primi su quella strada, pre-correre quel cammino. In altri termini, essere ‘profeti’ significa: ascoltare (non si annuncia ciò che non si sa), rivelare pubblicamente ed anticipare nei fatti ciò che si annuncia.

E’ pur vero che la parola professore non ha origine molto dissimile da profeta. Deriva infatti dal participio passato del verbo latino profiteri (pro+fateor ), trattandosi di professare, di dichiarare apertamente e pubblicamente, e quindi d’insegnare. Non ho affatto intenzione di equiparare la funzione profetica a quella professorale, ma mi sembra che questo parallelo sia particolarmente… rivelatore. Mi sono spesso chiesto, ad esempio, quale fosse il senso dell’impegno che da 45 anni mi ha portato a svolgere un ruolo sia educativo-didattico, sia socio-culturale, sia di attivismo ecopacifista. C’era forse qualcosa di ‘profetico’ che mi ha spinto a percorrere questa strada, oppure sono state solo delle mie scelte personali, maturate in un determinato momento e contesto? Non è facile rispondere a questi interrogativi, però escluderei la casualità dei percorsi che ho intrapreso nel tempo, pur non sentendomi investito di nessuna particolare ‘missione’.  Non ho infatti la presunzione di credere che ciò che ho detto o fatto in questi anni potesse essere per qualcuno una rivelazione né  ritengo di aver precorso alcunché.  Certo, ci sono state alcune decisioni (ad esempio l’obiezione di coscienza e ciò che essa ha comportato) che mi hanno visto anticipare scelte impegnative e poco popolari. Ci sono state esperienze – come quella svolta alla metà degli anni ’70 presso la storica Casa dello Scugnizzo [iii]– che indubbiamente mi hanno molto segnato, aprendo al tempo stesso la strada ad altri compagni. Ci sono poi stati incontri per me particolarmente ‘rivelatori’ (come quello con Antonino Drago [iv], Mario Borrelli [v] ed Antonio D’Acunto [vi]) che hanno impresso una svolta alla mia vita, offrendomi al tempo stesso gli strumenti per condividere con gli altri le mie scelte e per fungere loro da riferimento. Lo stesso ruolo di ‘professore’ me lo sono scelto io, ma sapendo bene che non si sarebbe trattato di un lavoro come gli altri e che in-segnare vuol dire fare in modo da lasciare un qualche segno e non solo trasmettere conoscenze.  Aver incontrato sul mio cammino dei veri ‘profeti’, come quelli che ho appena nominato, dunque, mi ha indirizzato verso un impegno più da educatore che da docente, nella convinzione che certe idee forti debbano sì essere professate, ma in primo luogo testimoniate.

hqdefaultHo scritto prima che essere profeti significa saper ascoltare, rivelare a parole ed anticipare con i fatti. Sono convinto peraltro che essere professori – al di là dell’indispensabile formazione di base e della giusta preparazione professionale – richieda competenze non dissimili. Siamo stati per troppo tempo abituati all’idea che fare il docente significasse imparare bene qualcosa per poi trasmetterlo ai propri alunni. Questa tradizionale semplificazione prefigura però un rapporto formativo unidirezionale, nel quale gli unici ad ascoltare dovrebbero essere i discenti, mentre è ormai evidente che chi insegna non può e non deve sottrarsi all’impegno di ascoltare per primo, sia esigenze interessi ed idee dei propri studenti, sia ispirazioni metodologiche innovative che vangano dall’esterno del proprio contesto. Quando uso questo verbo, inoltre, non mi riferisco solo ad una funzione puramente recettiva e sensoriale (stare a sentire con attenzione qualcuno o qualcosa), bensì ad una percezione molto più profonda ed empatica di ciò che gli allievi si aspettano da noi. Anche se la capacità di rivelare non sembrerebbe far parte dei requisiti di un docente, io sono convinto che l’efficacia dell’insegnamento sia in buona parte dovuta ad un suo atteggiamento non  ‘addestrativo’,  ma piuttosto di scoperta condivisa. Senza scomodare vecchie teorie pedagogiche, per cui e-ducere vuol dire soprattutto ‘tirare fuori’ ciò che è già parzialmente dentro il discente, ciò che voglio dire è che, a mio avviso, l’unico modo di far apprendere qualcosa a qualcuno è aiutarlo a scoprire questa cosa da solo, a svelare  la realtà, facendogli trovare gli strumenti giusti per riuscirci. Quanto poi all’anticipare, ritengo che un insegnante che si limiti a predicare bene svolga solo la metà del proprio dovere. Con questo verbo, infatti, mi riferisco non solo alla sua capacità di mettere in pratica concretamente e coerentemente ciò che insegna, ma soprattutto alla auspicabile caratteristica di ‘precursore’. E’ fin troppo facile ripetere saperi consolidati e ripercorrere strade metodologiche tradizionali. Un vero professore, secondo me, dovrebbe saper guardare molto più lontano e, al tempo stesso, dovrebbe riuscire a trasmettere tale atteggiamento aperto e propositivo anche agli allievi.

Un anno scolastico si è appena concluso ed è ovviamente tempo di bilanci, non solo per questi ultimi ma anche per noi docenti. Ebbene, negli ultimi tempi si è parlato molto meno di Buona Scuola  e la discussione nel merito si è smorzata fino al punto da lasciare il posto ad una rassegnata, e spesso approssimativa, gestione del nuovo corso didattico. La maggioranza degli insegnanti, infatti, si sono limitati a conformarvisi  (secondo la nota frase di Maurizio Ferrini “Non capisco, ma mi adeguo”), però non si può negare che la svolta tecnologico-efficientistica-aziendalista impressa alla funzione docente abbia già prodotto i suoi frutti. I nostri ragazzi sono stati indirizzati verso un apprendimento fondato più sugli strumenti comunicativi audiovisivi che sull’ascolto attivo e sul confronto empatico e diretto. Più che aiutarli a svelare in prima persona la realtà che li circonda li si sta convincendo che le uniche certezze sono quelle scientifiche e tecnologiche e che perfino l’apprendimento delle lingue funziona solo se standardizzato.  Anziché spingerli a guardare con spirito critico al loro contesto esistenziale, provando a sperimentare qualcosa di nuovo e d’inesplorato, ossia il cambiamento, si tende a rafforzare in loro l’idea che questo è l’unico mondo possibile,  o quanto meno il migliore dei mondi milanipossibili.  A questo punto, ricordare a me ed ai colleghi docenti che non si è professori se non si sa essere anche un po’ profeti forse può essere un modo per smuoverci da questo rassegnato torpore. Non si tratta né di predicare nel deserto né tanto meno di affrontare il martirio, ma semplicemente di sforzarsi di uscire dal mestiere d’insegnanti, per scoprire le sue enormi potenzialità creative e trasformative dell’essere veri professori. Ogni volta che i ragazzi ci chiamano ‘prof’ ricordiamoci allora che questa abbreviazione potrebbe essere più impegnativa di quello che sembra. E che San Giovanni ci aiuti…!

N O T E ————————————————————————————————–

[i]  “In funzione dell’attribuzione di una diatesi attiva oppure passiva alla forma participiale, le etimologie correnti che ricorrono alla semantica del verbo accadico nabû (m), attribuiscono al nome ebraico per “profeta” i significati opposti di “colui che chiama, colui che invoca” o di “colui che è chiamato”  …”  >

https://www.academia.edu/1103682/Considerazioni_etimologiche_su_ebraico_nabi (p.2)

[ii] Vedi in: https://islam.stackexchange.com/questions/6/what-is-the-difference-between-nabi-and-rasul

[iii] Cfr. :  http://www.casadelloscugnizzo.it/casa-dello-scugnizzo/  e anche : http://www.webalice.it/ermeteferraro/COMUNITARIA_MENTE.html

[iv]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Antonino_Drago_(pacifista)

[v]  Vedi:  https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Borrelli  . Leggi anche : http://www.mondadoristore.it/Scugnizzi-Dalla-strada-Ermete-Ferraro-Luciano-Scateni/eai978887421039/

[vi] Leggi articoli in:  http://www.vasonlus.it/?p=10193  . Vedi anche la mia introduzione biografica (“Lo cunto di D’Acunto) in: A. D’Acunto, Alla ricerca di un nuovo umanesimo, Napoli, Città del Sole, 2015 http://www.unilibro.it/libri/f/autore/d_acunto_antonio

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© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com )

Ma che ‘Bellica Scuola’ !

  1. Una scuola ‘buona’ a che cosa?

la-bellica-scuola-xxxIn questi ultimi anni abbiamo sentito parlare continuamente della “Buona Scuola”, l’autocelebrativa etichetta che il governo Renzi ha voluto apporre sulla sua riforma dell’istruzione in Italia. Ovviamente non tutti fra i docenti e gli stessi dirigenti scolastici hanno condiviso questa enfatica definizione e, soprattutto, una volta passata la sbronza delle slide e della propaganda, tale ‘rivoluzione’ educativa sta ormai mostrando i propri limiti. A cambiare la scuola italiana ci avevano già provato in tanti, con risultati generalmente poco apprezzabili, ma è evidente che l’attuale Premier ha voluto imprimere un’impronta più decisa e decisionista sulla sua riforma, utilizzando l’aggettivo “buona” come segnale d’un cambiamento epocale. In proposito, infatti, le frasi retoriche si sprecavano, a partire dall’introduzione al documento [i] , dove si parlava di: “soluzione strutturale alla disoccupazione”; “meccanismo permanente d’innovazione, sviluppo e qualità della democrazia”; “investimento di tutto il paese su se stesso”; “Un Paese intero… deciso a mettersi in cammino”. La proposta proseguiva con altre affermazioni fiere e combattive, tipo: “Il rischio più grande, oggi, è continuare a pensare in piccolo, a restare sui sentieri battuti degli ultimi decenni”; “Ci serve il coraggio di ripensare come motivare e rendere orgogliosi coloro che, ogni giorno, dentro una scuola, aiutano i nostri ragazzi a crescere”; “Siamo pronti a scommettere su di voi. A farvi entrare nella partita a pieno titolo, e a farvi entrare subito. Ma a un patto: che da domani ci aiutiate a trasformare la scuola, con coraggio. Insieme alle famiglie, insieme ai ragazzi, insieme ai colleghi e ai dirigenti scolastici”; “Possibilità di schierare la “squadra” con cui giocare la partita dell’istruzione”.  Si avverte in sottofondo una tonalità del linguaggio impostata alla sfida, che adopera parole come “coraggio” e “scommessa” per lanciare un appello ad una “trasformazione” che richiede un ‘gioco di squadra’, lasciando intendere fra le righe che forze oscure, retrograde e conservatrici congiurino invece per lasciare la scuola così com’è.

La riforma renziana, insomma, si è posta come una mobilitazione generale per fare della scuola “l’avanguardia, non la retrovia del Paese”, sostenendo che essa “ deve diventare poi la vera risposta strutturale alla disoccupazione giovanile, e l’avamposto del rilancio del Made in Italy.”  Avanguardia, retrovia, avamposto: un orecchio attento non può fare a meno di cogliere dietro tali parole il tono vagamente marziale di chi ha inteso lanciare una vera e propria ‘campagna’ contro immobilismo e burocrazia, facendo della scuola il terreno d’un cambiamento epocale. A distanza di due anni, però, di questa sedicente rivoluzione educativa non sembra sia rimasto molto. L’enfasi sulla ‘autonomia’ scolastica, semmai, si è paradossalmente trasformata in un ulteriore stimolo al conformismo ed all’appiattimento della didattica, grazie ad un’omologazione delle priorità formative, ad esempio attraverso la pedissequa adesione a format educativi d’importazione. Penso, ad esempio, alla stucchevole retorica sulla “scuola digitale” – sulla quale mi sono soffermato in un precedente articolo [ii] – ma anche all’insistenza su concetti come qualità, valutazione e merito, cui finora non mi pare che sia corrisposto altro che un indecoroso inseguimento delle direttive di vertice, aumentando il già fin troppo ampio progettificio scolastico anziché qualificare la didattica curricolare e valorizzare l’impegno ordinario dei docenti. Penso anche alla speciosa retorica sull’aggiornamento degli insegnanti – chiamato pomposamente ‘formazione continua obbligatoria’ – puntando ancora una volta sulla parola magica ‘innovazione’, resa sinonimo delle c.d. “nuove alfabetizzazioni”, sintetizzabili in una dose massiccia di impronunciabili “competenze digitali”, nell’impulso allo studio dei principi dell’economia nelle scuole secondarie ed in un’ulteriore enfasi sull’apprendimento delle lingue straniere (leggi: inglese).[iii]  In filigrana, dalla epocale riforma renziana sembrerebbe dunque affiorare più che altro l’immagine di una scuola-azienda, resa sempre più conforme ad un ben preciso modello di sviluppo e di cambiamento sociale ed alla cultura dominante, fondata sulla legge del mercato, sulla globalizzazione e su pericolose ‘monoculture della mente’.

  1. “E ritornammo a riveder…le stellette”

downloadVa anche considerato un altro insidioso aspetto – meno affrontato e discusso – della “buona scuola” propugnata dall’attuale governo: l’introduzione nel percorso educativo del modello militare. In effetti non è una caratterizzazione del tutto nuova, visto che anche esecutivi precedenti hanno cercato d’inserire, più o meno surrettiziamente, la ‘cultura’ militare all’interno della programmazione didattica. Fatto sta che nel 2014 questo processo è culminato nel Protocollo d’Intesa sottoscritto da MIUR e Min. Difesa, nel quale si sancisce il discutibile principio secondo il quale nella scuola c’è bisogno di attivare:

 “…un focus sulla funzione centrale che Ia ‘Cultura della Difesa’ ha svolto, e continua a svolgere, a favore della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese”, per cui si propone la: “…ricerca [di] soluzioni comunicative interattive espressamente rivolte alle nuove generazioni, per affermare Ia conoscenza e il ruolo della Difesa al servizio della collettività e divulgare le opportunità professionali e di studio riservate alle fasce giovanili di riferimento [iv]

Questa rinnovata intesa tra “libro e moschetto” – paradossalmente presentata come attuazione dei nostri principi costituzionali e di quelli ispiratori dell’ONU – ha così ufficializzato una collaborazione ‘formativa’ interministeriale, sulle cui reali motivazioni mi sembra giusto ed opportuno interrogarsi.

« Lezioni di Costituzione affidate a generali e ammiragli, concorsi spaziali con tanto di premi offerti dalle aziende produttrici di sistemi di morte, seminari e conferenze sulle missioni “umanitarie” delle forze armate italiane in Afghanistan, Iraq, Somalia, Libano e nei Balcani. La buona scuola dell’era Renzi sarà sempre più militare e militarizzata, riserva di caccia del complesso militare-industriale-finanziario e megafono dei pedagogisti-strateghi della guerra globale. Dopo il Protocollo d’Intesa sottoscritto nel settembre 2014 dalle ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica (MIUR) e quello della Difesa varano una serie di iniziative “didattiche e formative” per gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, con lo scopo di “favorire l’approfondimento della Costituzione italiana e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani per educare gli alunni all’esercizio della democrazia e favorire l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo delle competenze relative per l’esercizio di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale ». [v]

In una recente circolare del MIUR si rilanciano infatti le iniziative sponsorizzate dal Ministero della Difesa, consigliando alle istituzioni scolastiche di:

trarre stimoli e risorse utili per la loro progettazione didattica. Questi progetti ci permettono di costruire relazioni positive con i ragazzi  […] contribuendo ad arricchirne la crescita personale e a far conoscere loro l’importanza della memoria storica”. [vi]  

Di cosa si tratta? Basta consultare l’apposita sezione del sito del MIUR [vii], come consiglia la circolare, per prendere conoscenza di concorsi e conferenze che fanno parte di questo ‘pacchetto’ grigio-verde.  Si va dalla classica proposta pseudo-storica su “Caporetto: oltre la sconfitta” a quella meno spiegabile sullo “Articolo 9 della Costituzione” dedicato allo “sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e alla “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Si lanciano poi conferenze nelle scuole – svolte da personale militare affiancato da non meglio identificati ‘testimonial’ – sulla Costituzione e la cittadinanza attiva, precisando poi:

con particolare attenzione al ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese. Quest’anno il focus sarà sulla Grande Guerra e sull’anniversario della sconfitta di Caporetto, con particolare riguardo all’attività sportiva militare e al settore paralimpico.” .

I nostri beneamati formatori militari, però, non rinunciano ad avventurarsi in altri campi, non proprio di loro competenza, come quello dell’educazione stradale (“La buona strada della sicurezza”) e perfino in quello aero-spaziale, in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (“Scuola: spazio al tuo futuro”).  Insomma, le martellante proposta inter-ministeriale  – megafonata attraverso i vari Uffici Scolastici Regionali alle singole scuole presenti nei rispettivi territori – ufficializza de facto una nuova figura, quella del militare-formatore, che dovrebbe venire a darci lezioni di storia contemporanea, ad esaltare i valori costituzionali, a richiamarci al rispetto del codice della strada e perfino a farci sognare avveniristiche esplorazioni spaziali… E c’è perfino un divertente (si fa per dire) concorso in cui il Ministero della Difesa esalta il ruolo delle Nazioni Unite nella salvaguardia della pace nel mondo…

  1. Pure questo ce lo chiede l’Europa?

no-war3In effetti, leggendo il protocollo stipulato da MIUR e MinDif non si ha la sensazione che si tratti di una campagna d’indottrinamento militare, ma d’una normale collaborazione fra istituzioni nella formazione alla cittadinanza civile dei nostri ragazzi. Bisogna allora cominciare a porsi qualche domanda. Perché mai ad insegnare i principi-base della Costituzione repubblicana dovrebbero essere proprio dei militari? Che cavolo c’entra il Ministero della Difesa con l’educazione stradale? Per quale strano motivo a sensibilizzare gli studenti alla tutela del patrimonio paesaggistico, storico ed artistico sono reclutati degli istruttori con le stellette? Siamo sicuri che i nostri militari non abbiano niente di meglio da fare che giri di ‘conferenze’ sul rispetto dei limiti di velocità e dell’ambiente naturale del nostro Paese?  Ovviamente si tratta solo di dare una legittimazione ufficiale, di facciata, ad un’operazione propagandistica molto più subdola e pericolosa, che da anni ospita le ‘mimetiche’ dentro le scuole e le scuole dentro caserme, basi militari e industrie belliche.

«Un tassello importante di questa campagna per la creazione di consenso verso l’apparato militare è la scuola. La ‘buona scuola’ non ha solo ‘riformato’ la scuola in senso ancora più autoritario e repressivo […] Essa sta via via trasformando la scuola nella fabbrica del consenso alla politica di aggressione dell’Italia nel bacino privilegiato in cui attingere le indispensabili nuove e professionali leve per la struttura militare sempre più impegnata sui fronti di guerra. […] Con il Protocollo d’Intesa del settembre 2014 tra le ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti e la circolare del 15 dicembre 2015, sono state avviate iniziative “didattiche e formative” per “diffondere la cultura della Difesa” e sponsorizzare il “ruolo delle Forze Armate italiane in missioni di pace nelle aree di crisi, nella promozione e salvaguardia della stabilità e della pacifica convivenza internazionale” tra gli studenti di ogni ordine e grado, statali e paritarie. […] Secondo i dati forniti dal ministero della Difesa, sino all’inizio di quest’anno sono stati realizzati negli istituti italiani oltre 3.100 dibattiti con la partecipazione di circa 254.000 studenti. Nel frattempo si sono moltiplicate in tutta Italia le visite guidate di intere scolaresche a caserme, aeroporti e porti militari, installazioni radar, poligoni e industrie belliche, durante le quali gli studenti (persino bambini dell’elementari come accaduto nella caserma De Gennaro di Forlì) possono provare “l’entusiamante” esperienza di sparare con un fucile o effettuare un’attività di familiarizzazione al volo su velivoli come l’Atlantic del 41° Stormo di Sigonella». [viii]

Più che alla ‘buona scuola’ si direbbe che siamo di fronte ad una ‘bellica scuola’, che coglie ogni occasione (anche la più contraddittoria come quella della promozione della pace nel mondo o del rispetto dei valori dell’unica repubblica che ‘ripudia la guerra’ …) per far irrompere le ‘teste di cuoio’ della Difesa all’interno non solo dei nostri istituti secondari, ma perfino fra le scolaresche delle classi elementari. Non si tratta certamente delle campagne militariste svolte nelle scuole statunitensi dall’onnipotente Pentagono – che fra l’altro che gestisce anche numerose scuole proprie, rivolte ai figli dei propri ‘dipendenti’ all’estero [ix] . Fortunatamente non si tratta neanche del programma di istruzione stile militare promossa dal governo britannico, improntato al principio che la disciplina da caserma faccia particolarmente bene agli scolari del Regno Unito.

« Resistenza alla fatica, capacità di reagire alle difficoltà, gestione dello stress. Tre requisiti fondamentali per ogni soldato che voglia sopravvivere, ma forse anche tre elementi essenziali per ogni bambino destinato ad affrontare le sfide della crescita e dell’età adulta. Tanto che in Gran Bretagna il governo ha deciso di assegnare a programmi di stile militare un terzo dei fondi stanziati all’interno del piano nazionale promosso a favore del rafforzamento del carattere degli studenti. Per il nuovo anno saranno due milioni di sterline su sei, destinati a rendere realtà progetti che dovrebbero sviluppare nei giovani resilienza, ordine, disciplina e capacità di lavorare in gruppo negli alunni tra i 6 e i 18 anni. […] Come quello chiamato Commando Joe, promosso da ex militari, che vanno nelle scuole determinati ad «inquadrare» i bambini e i ragazzi, in modo da prepararli ad un futuro di efficienza. Durante le lezioni i docenti, che arrivano in classe in tuta mimetica, invitano i ragazzi a condividere scelte strategiche, li sottopongono ad allenamenti fisici tra corsa e flessioni, li invitano a smussare le tensioni in modo da ritrovare uno spirito di gruppo. Nelle scuole che hanno abbracciato questa filosofia militaresca sono stati raggiunti risultati interessanti, tanto che appunto il ministero per i bambini e le famiglie, guidato da Edward Timpson, ha deciso di assegnare un terzo dei fondi a sua disposizioni alle proposte che ricordano l’approccio della Raf e dei soldati al fronte. Anche se qualche voce si oppone a questa tendenza….» [x]   

Niente a che fare, per fortuna, con l’addestramento vistosamente paramilitare promosso nelle scuole della Federazione Russa dal premier Putin, come apprendiamo da una corrispondente del TIME che:

 «…ha trovato una classe di studenti – alcuni undicenni – che imparavano ad assemblare e caricare fucili d’assalto Kalashnikov. Fuori, nel cortile scolastico, una lezione sulla sicurezza si focalizzava sull’uso idoneo delle tute contro i rischi biologici, in caso di disastro nucleare o chimico […] Vladimir Putin ha recentemente fatto di questo curriculum una norma per l’intera nazione, offrendo agli adolescenti una gamma d’istruzione in ideologia, religione e preparazione alla guerra» [xi]

  1. Difendere le scuole…dalla Difesa

proxyNiente del genere, almeno fino ad ora… Quel che è certo, comunque, è che la nuova ondata di educazione in stile “Libro e moschetto” (o, se preferite, “E-book e Kalashnikov”…) sta rapidamente diffondendosi nelle altre istituzioni educative europee. In Francia, ad esempio, il Ministero dell’Educazione Nazionale, dell’Insegnamento Superiore e della Ricerca  ha avviato da tempo programmi di esplicita educazione alla difesa”, a partire dal protocollo Educazione-Difesa siglato nel 2007.

«La cultura della difesa e della sicurezza nazionale è inserita nel fondamento comune delle conoscenze e delle competenze che gli allievi devono conseguire  nel loro percorso nella scuola primaria ed in quella secondaria di primo e secondo grado […] L’insegnamento della difesa e della sicurezza nazionale si articola intorno a diverse questioni trasversali: la difesa militare, la difesa globale, i rischi e le nuove minacce, i progressi della difesa europea, la sicurezza nazionale. Non si tratta di una disciplina a sé stante. Essa è inserita nei programmi di più insegnamenti: educazione morale e civica, storia, geografia ecc.» [xii]

In Italia i nostri governanti l’hanno presa più alla lontana, ma l’indirizzo sembra sempre lo stesso: introdurre l’educazione alla difesa nel curricolo scolastico, affiancandola a discipline – come la storia o l’educazione alla convivenza civile – che , se ben svolte, dovrebbero viceversa costituire il miglior antidoto ad ogni forma di militarismo e bellicismo. Ecco perché da un’organizzazione pacifista di matrice cattolica come Pax Christi, già da alcuni anni è stato lanciato un programma di ‘smilitarizzazione delle scuole’, i cui principi sono esplicitati nel Manifesto dal significativo titolo “La Scuola ripudia la guerra”. In basa a questo documento, le scuole che lo hanno sottoscritto e che lo sottoscriveranno, s’impegnano a:

« 1. Rafforzare l’impegno nell’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti; 2. Sottolineare e valorizzare l’educazione alla pace tra le finalità educative dei POF, nelle discipline educative e didattiche e nella programmazione. 3. Proporre uno spazio di confronto tra docenti per evidenziare l’incidenza dell’educazione alla pace nella formazione degli studenti; 4. Prevedere un intervento educativo per gli studenti al fine di rendere più esplicita la scelta di non educare alla violenza e alla guerra; 5. Escludere dalle propria proposta formativa le attività proposte dalle Forze Armate, in contrasto con gli orientamenti fondamentali educativi e didattici della scuola; 6. Non esporre manifesti pubblicitari delle FFAA né accogliere iniziative finalizzate a propagandare l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare. 7. Non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di “missione di pace”. 8. Non accogliere progetti in partenariato con strutture militari o aziende coinvolte nella produzione di materiali bellici. 9. Prevedere la possibilità di arricchire la biblioteca di nuovi strumenti didattici per l’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. 10. Affiggere all’ingresso dell’Istituto il logo della campagna, affinché sia pubblicamente manifesta la scelta di lavorare in una scuola che educa alla nonviolenza e non alla guerra.» [xiii]

Ebbene sì: dobbiamo difendere il sistema scolastico italiano dall’ingerenza di un sistema militare-industriale che è lo stesso che alimenta la “guerra mondiale a pezzi” denunciata dal Papa e che minaccia la stessa convivenza civile e democratica. Ci siamo purtroppo già abituanti ai soldati in mimetica e mitra fuori ai tribunali ed alle autoblindo nelle piazze, come ho denunciato nel precedente articolo “Cittadini sotto assedio” [xiv]. Il rischio è che ora ci abituiamo passivamente anche alla presenza di militari in uniforme nelle scuole ed a bambini in grembiule nelle caserme. E’ arrivato il momento di reagire e di contrapporre valori alternativi e programmi di educazione alla pace e per la pace. [xv]

N O T E ——————————————————-

[i] Cfr. pp. 5-8 del documento del MIUR > https://labuonascuola.gov.it/documenti/La%20Buona%20Scuola.pdf

[ii]  Ermete Ferraro, Un’impronta digitale sulla scuola?  (15.11.2016) > http://www.agoravox.it/Un-impronta-digitale-sulla-scuola.html

[iii] Queste indicazioni sono contenute nell’ultima parte del documento citato sulla ‘Buona Scuola’ (la sintesi a pag. 131)

[iv]  Cfr. http://www.difesa.it/Content/ProtocolloIntesa_MIUR_Difesa/Documents/Protocollo_MIUR_DIFESA.pdf , pag. 4

[v]  Antonio Mazzeo, Elmetti e moschetti per la Buona Scuola di Renzi & Co., in “1914-2014  Cento anni di guerre” > http://www.centoannidiguerre.org/wordpress/?p=1199

[vi] Circolare MIUR dell’8 novembre 2016 > http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/cs081116

[vii]  I brani citati sono tratti da: http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/dg-ordinamenti/protocollo_difesa

[viii] Canto Libre, La Buona Scuola prepara i giovani alla guerra  (6 ott. 2016) > http://www.cantolibre.it/la-buona-scuola-prepara-i-giovani-alla-guerra/

[ix]  V. il sito del Dept. of Defense Educational Activity (DoDEA) >  http://www.dodea.edu/Partnership/grants.cfm

[x] Cfr. l’articolo sul Corriere della Sera del 4 luglio 2016 (http://www.corriere.it/scuola/primaria/16_luglio_01/ex-militari-mimetica-scuole-commando-joe-regno-unito-inglesi-fa3b8806-3f64-11e6-83d3-27b43c152609.shtml )

[xi] Simon Shuster, Inside Russia’s Military Training Schools for Teens, TIME (Oct.19,2016) > http://time.com/4516808/inside-russias-military-training-schools-for-teens/  (trad. mia)

[xii] M.E.N.E.S.R., “De la maternelle au baccalauréat: L’éducation à la défense”  (juin 2016) > http://www.education.gouv.fr/cid4507/l-education-a-la-defense.html (trad. mia)

[xiii] Pax Christi Italia, Manifesto di una scuola smilitarizzata  (2014) >

 http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/3_Manifesto-di-una-Scuola-Smilitarizzata.pdf

[xiv]  Ermete Ferraro, Cittadini sotto assedio  (15 giu. 2016) > https://ermetespeacebook.com/2016/06/15/cittadini-sotto-assedio/

[xv]  Per approfondire la complessa tematica relativa alle proposte per una E.P. autentica e non falsata, cfr.: Ermete Ferraro Educazione vs. maleducazione alla pace  (Dic. 2008) > http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf


© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

 

Un’impronta digitale sulla scuola?

 

  1. Un piano… che va avanti veloce

impronta-digitaleE’ probabile che non siano tante le cose che noi insegnanti di lungo corso abbiamo capito della nuova scuola voluta dalla riforma, autodefinitasi ‘buona’ col tacito sottinteso che quella precedente andasse cestinata, in quanto antiquata e, in qualche modo, ‘cattiva’.  Tra le poche cose capite, però, c’è senz’altro il concetto (o meglio l’assioma) secondo il quale l’obiettivo principe da perseguire è la c.d. ‘scuola digitale’. Non c’è infatti Collegio dei docenti – ad Enna come a Rovereto o a Nuoro – nel corso del quale, in modo diretto o indiretto, non sia affiorata questa conclamata priorità, intorno alla quale il MIUR sta da tempo costruendo quasi un codice etico, concretizzatosi recentemente nel PNSD, cioè il “Piano Nazionale Scuola Digitale .

 «Questo non è un libro di buone intenzioni. Il Piano Nazionale Scuola Digitale è lo strumento con cui il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca attua una parte strategica de “La Buona Scuola” (Legge 107/2015). Per ripensare la didattica, gli ambienti di apprendimento, le competenze degli studenti, la formazione dei docenti, il Piano fissa priorità e azioni, stabilisce investimenti, assegna risorse, crea opportunità per collaborazioni istituzionali tra Ministero, Regioni, ed enti locali, promuove un’alleanza per l’innovazione della scuola. Soprattutto, il Piano ambisce a generare una trasformazione culturale che – partendo dalla scuola – raggiunga tutte le famiglie, nei centri maggiormente urbanizzati così come nelle periferie più isolate. La buona scuola digitale esiste già, in tutta Italia. Ma lo Stato deve adesso fare in modo che questo patrimonio diventi sempre più diffuso e ordinario. Per far sì che nessuno studente resti indietro. Per far sì che, nell’era digitale, la scuola diventi il più potente moltiplicatore di domanda di innovazione e cambiamento del Paese.»  [i]

Effettivamente non si tratta di un puro e semplice ‘libro di buone intenzioni’, visto che ormai nelle scuole italiane  ormai si parla quasi solo della loro irrinunciabile ‘digitalizzazione’, senza la quale sembrerebbero aprirsi scenari di decadenza e di oscurantismo medievale.  Per citare il titolo del programma televisivo centrato sul talento del M° Stefano Bollani, pare che anche al MIUR siano convinti che “l’importante è avere un piano”. Ecco perché questa “parte strategica de ‘La Buona Scuola’ “ è diventata nientemeno che un progetto di “trasformazione culturale” del nostro Paese, per adattarlo a quella ‘era digitale’ che c’impone “innovazione e cambiamento”.  Insomma,  non soltanto come al solito ‘ce lo chiede l’Europa’, ma addirittura in questo caso sarebbe addirittura in gioco l’evoluzione stessa della nostra civiltà.

Di fronte a sì altisonante appello è difficile opporre dubbi o resistenze senza rischiare di essere considerati dei passatisti inguaribili, conservatori e nemici del nuovo che avanza. Prova ne è il fatto che ben poche voci critiche – o quanto meno scettiche – sono giunte dal mondo dei docenti, dei sindacati, della cultura e della stessa politica. [ii] Eppure si sono registrate alcune qualificate voci fuori dal coro –  o meglio, dell’ assordante silenzio – sul Piano ministeriale che vuol imprimere sulla scuola italiana una netta… impronta digitale.  Ad esempio quella del prof. Roberto Casati, filosofo del linguaggio e ricercatore presso il C.N.R.S. di Parigi, autore del libro “Contro il colonialismo digitale” [iii] , il quale si è appellato ad un sano ‘principio di precauzione’ nei confronti di questa ‘epocale’ svolta nella didattica.

«Non sono contrario alle tecnologia nella scuola, ma sono contro la logica di sostituzione che oggi sembra prevalere.  Il mio è un invito alla prudenza: strumenti low tech devono continuare a coesistere con i nuovi, valutando a che cosa possano meglio servire gli uni e gli altri. […] Ma se la pedagogia deve essere innovata, si parta prima da lì, e solo dopo dagli strumenti. Invece vedo prevalere la logica di “dare un tablet a ogni studente, poi si vedrà.[…] E’ sbagliato pensare che il tablet sia un po’ come «un coltellino svizzero, uno strumento che permette di fare tutto».[iv]

  1. Insidie e contraddizioni nella digitalizzazione della scuola

scuola-digitale-4Perfino fra i fautori della scuola digitale, del resto, sembrano affiorare perplessità sulla serietà ed affidabilità di questo genere di Piano, se non altro dal punto di vista della sua reale attuazione. Mentre gli investimenti su tale capitolo già in base a quello precedente sono stati rilevanti, del tutto ‘virtuale’ , invece, sembrerebbe l’effettiva ricaduta sulla didattica di tale innovazione tecnologica, come sottolineava già due anni fa Ettore Guarnaccia:

«Un programma [il PNSD]che assomiglia moltissimo nei contenuti al precedente progetto “Scuola Digitale” presentato dal MIUR nel 2007 e in parte attuato dal 2009 ad oggi. In esso si parla già di riduzioni dei costi editoriali per le famiglie, di diffusione delle connessioni a banda larga, di dotazione di dispositivi informatici per la didattica e di formazione dei docenti. Nell’ambito di questo progetto sono state installate oltre 70.000 LIM (Lavagne interattive multimediali) negli istituti scolastici della penisola (circa l’82% del totale) ed è stata erogata la necessaria formazione ai pochissimi docenti selezionati di ciascuna scuola. Da allora l’80% delle LIM giace inutilizzata, mentre il nuovo programma ministeriale ritiene che le LIM siano “troppo pesanti” da utilizzare per la didattica…» [v] 

Difficile dare torto ad un autorevole esperto di ‘information technology, information security e risk management’ come lui, soprattutto di fronte alla situazione effettiva di tante scuole dove l’acquisto massiccio delle lavagne interattive si è rivelato prioritario rispetto all’obiettivo di un loro effettivo ed innovativo utilizzo, grazie ad un’adeguata formazione dei docenti. Adesso si parla apertamente della loro obsolescenza (mi riferisco ovviamente alle LIM…) e la nuova priorità sembra essere diventata, appunto, quella di dotare tutti gli alunni del proprio tablet,  miracolosa soluzione a tutti i problemi di apprendimento …  Peccato che una discreta parte di queste criticità nel profitto scolastico (come la perdita progressiva della memoria, la tendenza alla distrazione, il calo dell’attenzione agli stimoli che non siano visivi e cinetici) sia forse da attribuire proprio alle massicce dosi di digitalizzazione cui sono già sottoposti i millennials. Molti genitori, a quanto pare, non sembrano affatto preoccupati dal fatto che i loro bambini e ragazzi vivano praticamente in simbiosi con i loro onnipresenti aggeggi tecnologici, in pratica trasformando gli smartphone  in un’appendice delle loro estremità superiori e le cuffiette in prolungamenti delle loro orecchie.

Quando si tratta di tempo davanti allo schermo per i ragazzi, meno è più. E’ quello che l’Accademia Americana di Pediatria ha sostenuto per anni, avvertendo che esporre dei bambini ad ogni genere di piattaforma digitale, dalla TV-spazzatura alle applicazioni educative, potrebbe condurre ad uno sviluppo ritardato o stentato del linguaggio e ad più povere abilità di lettura. [..] Adesso, tuttavia, l’A.A.P. sta cambiando impostazione. Mentre le vecchie linee-guida offrivano dei limiti ben precisi – ad esempio, nessun tempo-schermo di qualsiasi genere prima dei 2 anni d’età – quelle nuove, emanate il 21 ottobre, sono molto più sfumate…” [vi] 

La scuola, con le sue sorpassate richieste di attenzione e di ascolto, costituiva finora l’ultimo baluardo contro la formidabile (in senso etimologico) modificazione genetica della specie umana. Ecco perché qualcuno in alto ha pensato che andava modificata l’essenza stessa della scuola, che è fatta di relazioni personali, di apprendimento basato prevalentemente su scambi verbali, d’interessi spesso non spendibili professionalmente o comunque sul piano economico. Evidentemente anche a parecchi genitori le cinque-sei ore trascorse in aula dai loro piccoli, lontani dai loro irrinunciabili apparecchietti mediatici, devono essere sembrate una sorta di deprivazione sensoriale, di astinenza forzata, di spreco di tempo più utilmente spendibile in videogiochi, pettegolezzi in chat e video a gogo.  Si è realizzata così – soprattutto negli ambienti altoborghesi – una santa alleanza fra genitori e vertici della pubblica istruzione, tesa a rivendicare l’utilizzo generalizzato nella scuola dei tablet e, ovviamente,  minor rigore nell’interdizione dei cellulari e delle loro infinite apps.

  1. I rischi socio-educativi di un’educazione digitalizzata

digischoolPochi, anche tra i docenti, sembrano aver preso coscienza che l’accelerazione impressa dal MIUR alla ‘digitalizzazione’ della scuola italiana nasconde molte insidie proprio sul piano formativo, oltre che su quello sociale e politico.  Un attento critico di questo processo è  invece il prof. Adolfo Scotto di Luzio, docente di storia delle istituzioni scolastiche all’Università di Bergamo, autore di un libro che ci apre gli occhi proprio su “i rischi della scuola 2.0” [vii].

«Uno scritto a tesi, che prende di petto la politica di digitalizzazione dell’istruzione seguita dal Governo partendo da un assunto: che quando funzionano le scuole è, essenzialmente, perché ci sono professori in gamba e che la tecnologia, se non è ben utilizzata, può essere dannosa e fonte di diseguaglianze. Sullo sfondo, ma neanche troppo, vi è l’idea che ci sia in ballo un colossale raggiro; che le grandi imprese tecnologiche, insomma, abbiano creato una domanda per i loro prodotti diffondendo il mito della “buona istruzione”. E questo senza che sia mai stata testata l’effettività della scelta tecnologica e con il pericolo di creare una “dipendenza” economica in quelle scuole che si avviano su una strada – quella dei Tablet e delle LIM – che è senza ritorno. […] C’è un altro punto che lo studioso…pone in rilievo, ed è la mistica della qualificazione intellettuale legata all’uso della tecnologia ed il suo incamminarsi verso un “modello educativo a bassa intensità intellettuale”, direttamente funzionale al modello economico. Un punto d’arrivo molto distante, quindi, da quella che secondo l’autore è la vera finalità dell’istruzione: “dotare l’individuo di un linguaggio culturale che gli permetta di stare in maniera competente nella sfera pubblica”.» [viii]

Il dubbio, insomma, è che l’istruzione pubblica sottoposta alla c.d. rivoluzione digitale  sia invece figlia della controrivoluzione di chi mira solo a formare generazioni di giovani omologati nel pensiero e nel linguaggio, che seguano passivamente la corrente dominante senza porsi imbarazzanti domande sul modello di sviluppo e di società che viene loro presentato come indiscutibile e, naturalmente, ‘smart’. [ix]   Qualcuno forse eccepirà che è un dubbio esagerato, una dietrologia da sessantottini  ‘apocalittici’ che non vogliono integrarsi.  Eppure penso che finché ci saranno cittadini che avranno la capacità di dubitare di ciò che il ‘sistema’ racconta loro, le cose andranno sicuramente meglio.  D’altronde gli scettici nei confronti della sedicente “scuola 2.0”  non sono pochi, come si può vedere scorrendo le pagine dell’analisi critica di Neil Selwin – docente alla facoltà di Educazione della London University – sul tema del rapporto che intercorre fra ”tecnologia digitale e privatizzazione della scuola”:

«Molnar (2015) identifica tre tipi di ‘commercialismo’ nelle scuole: il processo di vendita di istruzione, il processo di vendita alla istruzione ed il processo di vendita nelle istituzioni educative. Come hanno illustrato gli esempi appena forniti in questo capitolo, le tecnologie digitali sono implicate in tutti e tre gli aspetti. […] Come sarà argomentato, nonostante le loro apparenti diversità questi attori [del processo di digitalizzazione] possono essere visti come se stessero perseguendo degli obiettivi latamente simili, basati su due specifiche versioni del fare scuola digitale – una che cerca di trasformare pratiche e processi educativi lungo linee socio-costruttiviste e l’altra che cerca di mantenere forme educative tradizionali e strutture di potere.[…] Soprattutto, molti di questi attori esercitano una considerevole influenza sull’agenda della tecnologia scolastica, ben oltre i livelli che ci si potrebbe aspettare in altre aree dell’istruzione.» [x]

Un altro docente dell’Università di Bergamo, Marco Lazzari, ci aiuta ad analizzare il complesso mondo della cultura digitale come orientamento delle politiche educative, soffermandosi sui rischi per gli adolescenti di una massiccia dose di Internet in assenza di un’adeguata formazione del loro spirito critico e delle loro competenze civiche e sociali. La diffusione della ‘alfabetizzazione digitale’  propugnata dal PNSD , infatti, è insufficiente se si riduce a semplice disseminazione dei rudimenti tecnici dell’informatica, come dimostrava un’indagine svolta a Bergamo nel 2012.

« Come da sempre sosteniamo, un approccio riduzionistico che punti a sviluppare le abilità digitali non porta lontano [Lazzari, 2013]: le agenzie educative devono accompagnare la promozione dell’abilità d’uso degli strumenti informatici negli adolescenti a quella della conoscenza del mondo dei media e allo sviluppo del senso critico nei confronti dell’informazione che circola in Rete. Tutto ciò deve essere supportato olisticamente dalla cura per le competenze trasversali di interazione sociale (compresa l’educazione all’affettività), di comunicazione efficace e di risoluzione dei conflitti, e dall’attenzione allo sviluppo dell’intelligenza emotiva dei ragazzi. V’è da chiedersi se la scuola italiana sia consapevole di tutto ciò e sia pronta a lavorare per costruire competenze coordinate digitali, etiche e sociali.» [xi]

  1. Rischi per la salute di una scuola massicciamente digitalizzata

wifi-a-scuolaUn ultimo aspetto che merita attenzione è quello connesso a rischi sanitari per gli ambienti scolastici che siano sottoposti ad una digitalizzazione intensiva e sconsiderata. Anche in questo caso si corre il rischio di fare la parte dei gufi che ostacolano l’innovazione tecnologica, dei profeti di sventura che sanno solo creare allarme di fronte ad un modello progressista di scuola.  La verità è che di certi argomenti è davvero difficile parlare, in quanto si nuota controcorrente e si toccano interessi consolidati forti  e diffusi.  Di ‘inquinamento elettromagnetico’  [xii] , peraltro, si parla ormai da molti anni, ma le voci di chi mette in discussione la sicurezza della tecnologia che fa uso di onde elettromagnetiche (in particolare quella della telefonia mobile e delle reti informatiche) sono state ovviamente sommerse da chi cavalca questo lucroso affare oltre che, naturalmente, dalle potenti multinazionali che producono a getto continuo smartphone  e I-Pad.  A partire dal 2013, l’allarme elettrosmog ha cominciato a diffondersi anche nel mondo della scuola, dove la febbre del Wi-Fi impazza proprio grazie ai due Piani (2007 e 2015) lanciati dal MIUR.

«Ora il wireless colonizza anche le scuole, poiché dal 2011 si sta dando corso, con l’avvio delle forniture, al protocollo1 siglato nel 2008 dagli allora ministri Brunetta e Gelmini per una «scuola digitale» e per dotare anche tutti gli istituti scolastici di reti di connessione senza fili.[…] È d’obbligo chiedersi, vista la letteratura scientifica ormai prodotta sull’argomento, se sia stato osservato il principio di precauzione. È opportuno permettere che anche a scuola, per ore e ore, i bambini fin dalla più tenera età siano esposti a campi elettromagnetici che, come dimostrano gli studi, rischiano di provocare danni alla salute? Si può legittimamente affermare che no, non è opportuno. Eppure sono in tanti a non conoscere ancora bene i rischi connessi all’utilizzo di queste tecnologie.[…] L’allarme è stato lanciato nel 2011 anche dal Consiglio d’Europa, e ripreso dall’Inail, che afferma come «telefonini e dispositivi wi-fi dovrebbero essere proibiti nelle scuole per i potenziali rischi per la salute dei bambini». Secondo il rapporto del Consiglio d’Europa, queste tecnologie costituiscono un potenziale pericolo per la salute umana e il loro uso andrebbe limitato: gli stati membri dovrebbero adottare limiti alle esposizioni alle radiazioni emesse dai dispositivi, allertando gli utenti con avvisi sulla pericolosità simili a quelli dei pacchetti di sigarette.» [xiii]

Più di recente, è giunta notizia del caso di una scuola di Merano (in provincia di Bolzano), dove gli alunni hanno fatto una ricerca ‘sul campo’ (un esperimento sulla nocività delle onde elettromagnetiche sulla crescita di alcune piante), seguita da una rilevazione dell’elettromagnetismo presente nel loro edificio scolastico.

« La classe, munita di strumenti appositi, ha mappato tutto l’edificio, scoprendo che era pervaso da segnali elettromagnetici fino ad un livello massimo di 3.000 microwatt per metro quadro. Hanno saputo dalla preside che servivano all’organizzazione della comunicazione con il personale non docente, per gestire la presenza dei ragazzi nella mensa o rispondere alle varie necessità logistiche all’interno della scuola. Il plesso è completamente cablato, dunque non serve ad ogni costo un sistema di comunicazione senza fili. Così, è stata inoltrata una richiesta al Comune di Merano per ottenere la disattivazione dei ripetitori distribuiti all’interno della scuola. Il personale ha abbandonato i cordless e ricominciato ad utilizzare i normali telefoni interni. Una volte ripetute le misurazioni, sono stati ottenuti risultati sorprendenti: da 3 mila microwatt si era scesi ad appena 5. Il mentre il governo italiano cerca di alzare le soglie per facilitare la comunicazione 4G e promuove il Wi-Fi nelle scuole, nonostante una lettera firmata da 70 scienziati che chiede di evitare uno tsunami di onde elettromagnetiche nei luoghi di vita quotidiana.» [xiv]

Va tenuta presente, infine, la presenza contemporanea e concomitante negli istituti scolastici di centinaia di cellulari e smartphone, le cui emissioni elettromagnetiche  – secondo un articolo pubblicato recentemente  – sarebbero addirittura 10 volte superiori a quelle prodotte da un access point della rete wireless scolastica. [xv]  Il risultato è una spaventosa sommatoria di onde elettromagnetiche, che minaccia la sicurezza e la salute degli studenti dei docenti e di tutto il personale della scuola, in nome del trionfo della ‘scuola digitale’ ma, soprattutto, di una visione aridamente tecnicista e produttivista dell’educazione. Ecco perché le raccomandazioni che ci giungono dal Ministero dell’Istruzione vanno accolte con molta prudenza e con quel necessario spirito critico che può evitare un accodamento passivo a tesi che meritano una più ampia ed approfondita discussione.

«La visione di Educazione nell’era digitale che abbiamo descritto nel Capitolo 1 è il cuore del Piano Nazionale Scuola Digitale: un percorso condiviso di innovazione culturale, organizzativa, sociale e istituzionale che vuole dare nuova energia, nuove connessioni, nuove capacità alla scuola italiana. In questa visione, il “digitale” è strumento abilitante, connettore e volano di cambiamento.» [xvi]

Questo è quanto si scrive nel PMSD,  ma ritengo che dovremmo evitare di dare per scontato che tale percorso sia effettivamente ‘condiviso’  , per cui chiediamoci se siamo davvero tutti d’accordo sul fatto che il vero e solo ‘volano di cambiamento’ della scuola sia la sua digitalizzazione.  Se non altro per evitare che questa pesante impronta digitale s’imprima acriticamente anche sul modello educativo della nostra scuola.

NOTE————————————————

[i] MIUR, Piano Nazionale Scuola Digitale , p. 140 > http://www.istruzione.it/scuola_digitale/allegati/Materiali/pnsd-layout-30.10-WEB.pdf

[ii]  Per avere una panoramica delle posizioni critiche, a livello internazionale, cfr. l’ampia rassegna di Otto Peters (Against the Tide – Critics of Digitalization, Oldemburg, Bis Verlag, 2013, scaricabile anche come pdf all’indirizzo: https://www.uni-oldenburg.de/fileadmin/user_upload/c3l/master/mde/download/asfvolume15_ebook.pdf

[iii]  Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale, Bari, Laterza, 2013 > http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858107317

[iv] R. Casati, cit. nell’articolo: “Cl@sse 2.0? No, grazie. – Gli scettici del digitale” , Corriere della Sera, 28.01.2014 > http://www.corriere.it/scuola/14_gennaio_27/scuola-digitale-perche-nocorriere-web-nazionale-57f24f4c-8807-11e3-bbc9-00f424b3d399.shtml  .

[v]  Ettore Guarnaccia, La buona scuola: connessione e digitalizzazione, ma la sicurezza?, (26.09.2014) > http://www.ettoreguarnaccia.com/archives/3108

[vi]  Markham Heid, “Inside the new standards for kids and screen time”,  TIME , Nov. 7, 2016, p. 15 (trad. mia)

[vii] Aldo Scotto di Luzio, Senza Educazione. I rischi della scuola 2.0,  Bologna, il Mulino, 2015 >    https://www.ibs.it/senza-educazione-rischi-della-scuola-libro-adolfo-scotto-di-luzio/e/9788815260284#

[viii]  Recensione di Gian Paolo Manzella al libro di A. Scotto di Luzio > https://gianpaolomanzella.com/2015/12/02/i-rischi-della-scuola-2-0-nel-libro-di-scotto-di-luzio/

[ix] Cfr. il mio articolo precedente sul blog: https://ermetespeacebook.com/2016/10/16/dagli-smarties-alle-smart-cities/

[x]  Neil Selwin, Schools and Schooling in the Digital Age. A Critical Analysis, Routledge, 2010, p. 79 (trad. mia)  > https://www.amazon.com/Schools-Schooling-Digital-Age-Foundations/dp/0415589304

[xi] Marco Lazzari, Adolescenti ed uso di Internet: la competenza digitale non basta > Università di Udine, 2016 http://didamatica2016.uniud.it/proceedings/dati/articoli/paper_79.pdf

[xii] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Inquinamento_elettromagnetico

[xiii] Cfr. “Wi -Fi a scuola: allarme elettrosmog”, Terra Nuova.it (30.01.2013) > http://www.terranuova.it/Il-Mensile/Wi-Fi-a-scuola-allarme-elettrosmog

[xiv]  “In Alto Adige una scuola azzera l’elettrosmog”, Rinnovabili.it, 16.07.2016 > http://www.rinnovabili.it/ambiente/alto-adige-scuola-elettrosmog-333/

[xv] Aldo Domenico Ficara, “Il maggiore inquinamento elettromagnetico nelle scuole deriva dagli smartpghone”, Tecnica della Scuola (17.10.2016) > http://www.tecnicadellascuola.it/tecnica-della-scuola/item/24572-il-maggiore-inquinamento-elettromagnetico-nelle-scuole-arriva-dagli-smartphone.html

[xvi]  MIUR, Piano Nazionale Scuola Digitale, cit. , p. 26

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© 2016 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com/ )

QUALI COMPETENZE CI CHIEDE L’EUROPA?

core competencies

  1. Una sperimentazione tardiva, però immediata

Chi ha partecipato ad uno dei tanti Collegi dei Docenti tenuti nelle scuole italiane in questo periodo si sarà sicuramente trovato, tra i punti all’ordine del giorno, l’adozione ‘sperimentale’ di un nuovo modello di certificazione delle competenze, al termine del primo ciclo d’istruzione. Inutile chiedersi il motivo di tale sincronismo. Il governo Renzi, impegnato a diffondere il verbo della “buona scuola” ed a “cambiar verso” anche in materia d’istruzione, non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione della riforma scolastica per entrare nel merito.

Ecco che il 13 febbraio 2015 il MIUR ha emanato la C.M n.3 [1] nella quale si propone la “Adozione sperimentale dei nuovi modelli nazionali di certificazione delle competenze nelle scuole del primo ciclo di istruzione”, così motivando l’opportunità di tale scelta:

<< – ancoraggio delle certificazioni al profilo delle competenze definito nelle Indicazioni Nazionali vigenti (DM n. 254/2012); – riferimento esplicito alle competenze chiave individuate dall’Unione Europea, così come recepite nell’ordinamento italiano; – presentazione di indicatori di competenza in ottica trasversale, con due livelli di sviluppo (classe quinta primaria, classe terza secondaria I grado); – connessione con tutte le discipline del curricolo, evidenziando però l’apporto specifico di più discipline alla costruzione di ogni competenza; – definizione di 4 livelli, di cui quello “iniziale” predisposto per favorire una adeguata conoscenza e valorizzazione di ogni allievo, anche nei suoi progressi iniziali e guidati (principio di individualizzazione); – mancanza di un livello negativo, attesa la funzione pro-attiva di una certificazione in progress delle competenze che, nell’arco dell’obbligo, sono in fase di acquisizione; – presenza di uno o due spazi aperti per la descrizione di competenze ad hoc per ogni allievo (principio di personalizzazione); – sottoscrizione e validazione del documento da parte dei docenti e del dirigente scolastico, con procedimento separato rispetto alla conclusione dell’esame di Stato; – presenza di un consiglio orientativo, affidato alla responsabile attenzione dei genitori.>>

A questo punto viene da chiedersi: come mai a quasi tre anni dalle ‘nuove’ Indicazioni Nazionali per il curricolo [2] ed a più di otto dalle Raccomandazioni in merito del Parlamento Europeo [3] questa nuova modalità di certificazione è diventata all’improvviso così urgente?  Ma allora le certificazioni prodotte al termine della scuola media in questi anni erano poco ‘ancorate’ al profilo indicato dal Ministero a livello nazionale? Per quale motivo finora hanno fatto certificare ai docenti competenze che non avevano i necessari requisiti della trasversalità e della interdisciplinarità ? E inoltre, come mai questo nuovo modello deve essere sottoscritto dai docenti e dal dirigente scolastico “con procedimento separato” rispetto agli adempimenti degli esami di stato? Per non parlare della confermata farsa che richiede agli insegnanti di esprimere nel certificato un “consiglio orientativo” quando già gli alunni si sono iscritti da qualche mese alla scuola superiore…

Purtroppo il MIUR non offre risposte a tali domande, però lascia intendere che aderire a sua proposta è una scelta di qualità. Nel consueto burocratese, inoltre, ci comunica che: <<…si attende che la scelta del format proposto possa retroagire positivamente con le pratiche didattiche in atto nella scuola, ispirandole maggiormente a quanto previsto dalle Indicazioni/2012 >>, fornendo una modalità che dovrebbe evitare che tale operazione si riduca ad un“adempimento amministrativo”, così da “arricchire le pratiche valutative correnti”.

Sorvoliamo su espressioni come format, che fanno pensare più ai reality televisivi che all’ambito dell’istruzione, e lasciamo correre l’anglicismo mascherato dietro il verbo retroagire, che rinvia ad un linguaggio sospeso tra psicologismo comportamentale e lessico da marketing.

Il nocciolo è che la circolare ministeriale chiede alle scuole italiane è di adottare ‘sperimentalmente’ il proposto modello di certificazione già dalla prossima sessione degli esami. Al tempo stesso ci notifica che dal prossimo anno scolastico, in ogni caso,  esso sarà impiegato in tutte le istituzioni scolastiche, dopo averlo “validato ed eventualmente integrato” grazie a tale ‘sperimentazione’, di cui si dà per scontato l’esito positivo. Come dire: la minestra è questa, se proprio volete, potete aggiungerci un po’ di aromi… Di fronte alla ventilata ineluttabilità di tale scelta (che mi ricorda un po’ la celeberrima frase tratta da ‘Il padrino’: “Ci faccio un’offerta che non può rifiutare…” [4] ), suppongo che la stragrande maggioranza dei Collegi dei Docenti abbia spontaneamente risposto in modo positivo all’appello. Non ci resta, a questo punto, che sforzarci di capirci qualcosa di più.

  1. Quali competenze in una società competitiva?

Parlavo in classe con i miei alunni/e di terza degli obiettivi formativi che gli si chiede di raggiungere alla fine della scuola media e uno di loro, intuitivamente, mi ha chiesto se ci fosse un rapporto tra le parole competenza e competizione. In effetti, etimologicamente parlando, l’origine è la stessa, visto che entrambi derivano dal latino “cum-petere”. Nel primo caso però di sottolinea l’affinità e l’unità nel procedere (dirigersi insieme – cum -verso un obiettivo, cioè convenire) mentre nel secondo si sottolinea il concetto di ‘gareggiare con gli altri’). Lasciando stare le etimologie, però, conviene partire dalla definizione stessa di “Competenze”, riportata in un utile glossario allegato alla citata circolare:

competenze 2“Le competenze sono una combinazione di conoscenze, abilità e atteggiamenti appropriati al contesto” (Fonte: Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006); “Comprovata capacità di utilizzare, in situazioni di lavoro, di studio o nello sviluppo professionale e personale, un insieme strutturato di conoscenze e di abilità acquisite nei contesti di apprendimento formale, non formale o informale(Fonte: DLgs 13/13, art. 2, c. 1).

Così illuminati, i docenti dovrebbero però leggersi attentamente anche le tredici pagine delle “Linee Guida per la certificazione delle competenze nel primo ciclo d’istruzione” [5] – oltre alle cinque della C.M. 3/2015 – per giungere adeguatamente consapevoli e preparati all’adempimento collegiale che li attende a breve, nel caso in cui facciano parte di una commissione per gli esami di licenza media.

Dopo ben “quindici anni di gestazione’ – di cui parla un articolo sul Corriere della Sera [6] – pare dunque che tale procedimento sia diventato indifferibile ed indispensabile. Ancora una volta, a quanto pare, “ce lo chiede l’Europa” e noi come sempre, sia pur con ritardo, ci adeguiamo.

Ma, di preciso, che cosa richiede ai docenti il nostro Ministero, in nome e per conto dell’Europa?

<< Dall’ampia citazione riportata si desume chiaramente che:

  • la maturazione delle competenze costituisce la finalità essenziale di tutto il curricolo;

  • le competenze da certificare sono quelle contenute nel Profilo dello studente;

  • le competenze devono essere promosse, rilevate e valutate in base ai traguardi di sviluppo disciplinari e trasversali riportati nelle Indicazioni;

  • le competenze sono un costrutto complesso che si compone di conoscenze, abilità, atteggiamenti, emozioni, potenzialità e attitudini personali;

  • le competenze devono essere oggetto di osservazione, documentazione e valutazione;

  • solo al termine di tale processo si può giungere alla certificazione delle competenze, che nel corso del primo ciclo va fatta due volte, al termine della scuola primaria e al termine della scuola secondaria di primo grado.>> [7]

Come dire: i prof non credano di cavarsela limitandosi a cambiare modulo di certificazione e livelli relativi. Adeguarsi al nuovo modello, infatti, comporta un percorso più lungo e complesso, che va dalla programmazione “per competenze” alla loro certificazione al termine del ciclo didattico.

Bene, bravi! Peccato che, in questi otto anni dalla pubblicazione delle cit. “Raccomandazioni del Parlamento e del Consiglio della U.E.”,  non mi sembra che le ‘teste d’uovo’ del MIUR si siano particolarmente impegnate nel modulare quella proposta, adattandola al nostro sistema educativo.  Si sono infatti limitati a ricopiarla sic et simpliciter nella circolare ministeriale che istituisce il ‘nuovo’ modello di certificazioni, dalla quale, comunque, si ricavano alcuni principi basilari:

  1. Ai fini della prosecuzione degli studi e del successivo inserimento nel mondo del lavoro, agli studenti si richiede il conseguimento di alcune “competenze chiave”. Sembra pertanto di poterne dedurre che quelle non comprese nello schema – secondo “l’Europa” ma anche il nostro governo – presentino invece una scarsa rilevanza educativa.
  2. Le competenze così elencate devono essere comunque declinate in base ad un determinato profilo e rilevando in esso quattro possibili livelli (iniziale – base – intermedio – avanzato), uniformando in tal modo le certificazioni scolastiche a livello nazionale e comunitario. Sembra di capire che, per le istituzioni europee, gli obiettivi formativi siano gli stessi ovunque, a prescindere dalle differenze nei modelli di scolarizzazione, educativi e culturali, tuttora riscontrabili tra stato e stato.
  3. Le competenze chiave così sancite hanno una caratterizzazione prevalentemente interdisciplinare, cosa sulla quale è difficile non essere d’accordo, ma che si rivela meno ovvia se andiamo a cogliere le priorità che, viceversa, emergono dal documento. Direi, infatti, che si conferisce comunque una prevalenza alle competenze comunicative, matematiche e tecnologico-scientifiche, insistendo in quest’ultimo caso soprattutto su quelle digitali. Certo, si prevede anche la rilevazione delle “espressioni culturali” e delle “competenze sociali e civiche” ed al punto 9 ci si spinge a parlare perfino di “spirito di iniziativa e imprenditorialità”. In questi ultimi casi, però, gli indicatori del relativo ‘profilo’ appaiono piuttosto vaghi.
  4. Il superamento della logica del conseguimento di conoscenze, abilità e competenze esclusivamente disciplinari costituisce senza dubbio un passo avanti verso un modello formativo più globale e meno frammentato in vari e distinti E’ però legittimo chiedersi se in realtà non si stia perseguendo, più di un’effettiva interdisciplinarità, un ben preciso modello di studente, il cui ‘profilo’, peraltro, era stato tracciato già nelle Indicazioni Nazionali del 2012, che attingevano a piene mani dalle “raccomandazioni” europee di sei anni prima.

Come già facevo in un articolo del 2012 [8], mi viene allora spontaneo chiedermi: ma a quale visione e modello pedagogico rinvia questo ‘profilo’ dello studente?

  1. Skill l’ha visto?

Se certificare le competenze in uscita dal primo ciclo scolastico significa valutare quanto il singolo studente si sia accostato a quel modello ideale, credo valga la pena di soffermarsi un po’ su quest’ultimo. Ebbene, dal citato profilo risulta che il/la ragazzo/a ideale che esce dalla scuola media dovrebbe essere:

  1. autonomo e responsabile, nonché capace di esprimere “la propria personalità in tutte le sue dimensioni”;
  2. consapevole dei propri limiti e potenzialità, agendo in un’ottica di dialogo e rispetto con le altre componenti della società;
  3. rispettoso delle regole comuni e collaborativo;
  4. padrone delle varie funzioni della propria lingua;
  5. capace di comunicare in altre due lingue, sia pure ‘a livello elementare’, ma comunque abile nell’utilizzo dell’inglese in ambito tecnologico e comunicativo;
  6. dotato di pensiero razionale e di conoscenze, sia matematiche sia scientifico-tecnologiche, necessarie per “risolvere problemi e situazioni”;
  7. capace di orientamento spazio-temporale e di sensibilità artistica;
  8. competente in ambito digitale, “per interagire con soggetti diversi nel mondo”;
  9. adattabile e capace di ‘imparare ad imparare’;
  10. rispettoso, della propria salute e delle regole di convivenza civile, nonché partecipativo;
  11. originale ed intraprendente;
  12. attivamente impegnato e disposto ad affrontare gli imprevisti.

A dire il vero, mi sembra che ad uno studente che risulti dotato di tutte queste qualità andrebbe conferito un premio al valore più che un semplice diploma di scuola media… In effetti, questa elencazione di requisiti mi appare retorica e sovradimensionata, soprattutto se si tiene conto che sempre più spesso a fare gli esami di terza media sono ragazzini/e di 13 anni e che la società in cui vivono gli inculca valori e modelli ben diversi, se non opposti.

Il clima individualistico e competitivo che essi respirano fin da piccoli – come sa bene chi vive in ambiente scolastico – non produce affatto atteggiamenti e comportamenti collaborativi né particolarmente rispettosi.  La tendenza all’omologazione culturale e sociali, inoltre, non mi sembra il terreno migliore per farvi crescere l’autonomia, il senso di responsabilità , l’originalità e l’intraprendenza. Semmai, vista la precarietà occupazionale ed economica dei tempi attuali, si rivelano indubbiamente utili requisiti pratici come la competenza nelle lingue straniere e nell’informatica e l’adattabilità agli imprevisti…

Insomma, andando un po’ più a fondo, mi sembra d’intravedere in questo studente ideale più che altro i connotati tipici di quella cultura anglo-americana che, grazie ad una buona dose di retorica ed alla pervasività dei mezzi di comunicazione di massa, ha già da tempo modellato retroterra socio-culturali molto diversi, come quello italiano.

Navigando in Internet, ad esempio, mi sono imbattuto un’interessante ricerca – svolta in Scozia nel 2003 [9]– nella quale si confrontavano le cosiddette “competenze-chiave” a livello internazionale, evidenziando un modello di riferimento comune a vari contesti. E’ però nel mondo anglosassone – ed in particolare negli USA – che questa impostazione pragmatico-utilitarista è da sempre radicata, come si riscontra esaminando, ad esempio, i “foundation skills” espressi dalla SCANS, acronimo per Secretary’s Commission on Achieving Necessary Skills, un organismo creato nel 1990 dal Ministero del Lavoro degli USA per promuovere il successo dei giovani nel mondo del lavoro.[10]

Da questa fonte emerge chiaramente che le competenze richieste agli studenti sono quelle necessarie ad un loro proficuo inserimento occupazionale più che a radicati valori etici e culturali.

Alle “abilità di base, sia linguistiche (ascoltare, parlare, leggere e scrivere) sia matematiche, si aggiungono infatti i “thinking skills” (capacità logiche, creative, di problem solving) ed i  “requisiti personali” (responsabilità personale, autostima, autocontrollo, socievolezza, integrità).

Per carità, tutte cose ottime, ma che non credo possano esaurire le finalità di un processo educativo primario, orientate come sono all’efficienza produttiva ed all’affermazione individuale, tipiche del mito dell’American Dream.

Certo, alcuni principi – come quello dell’apprendimento collaborativo, dell’adattabilità creativa e della promozione dell’autostima – mi sembrano ampiamente condivisibili. Altri, come quello che misura la bontà di una proposta solo in base alla sua efficacia o che classifica la validità delle persone in base al loro grado leadership a mio avviso lo sono assai meno.

E’ innegabile, però, che la nostra scuola stia diventando sempre più forzosamente omologata a parametri formativi europei che, a loro volta, rinviano all’American Way of Life, ed all’etica calvinista che l’ispirava, piuttosto che a quei principi etici e pedagogici che hanno improntato per secoli la nostra cultura cattolica ed umanistica. La parola latina “schola” , ad esempio, rimanda a quella greca “scholé”, il cui senso era “luogo di riposo”, ma anche tempo liberato dagli impegni lavorativi.[11]

Per una cultura classica come la nostra, attribuire alla scuola esclusive finalità di formazione al mondo del lavoro equivale pertanto a rinnegare l’educazione ‘liberalis’ , per conformarsi all’utilitarismo di stampo anglosassone ed alla logica del mercato, in cui l’otium è un peccato ed il negotium è l’unico fine da perseguire.

  1. Tre riflessioni finali 

competency-elementsQuanto emerge dalle considerazioni fatte finora lascia trasparire, ancora una volta, la volontà di imporre ovunque e comunque un ‘pensiero unico’, di chiaro stampo economicista, cancellando visioni ed impostazioni culturali differenti in nome della globalizzazione e della conseguente necessità di omologare procedure e percorsi formativi. Di fronte a questa forzatura, di stampo vagamente coloniale, si può reagire in modo istericamente nazionalista – rifiutando a priori ogni modello straniero – oppure decidere autonomamente che cosa far proprio e cosa rifiutare del patrimonio ideale e pratico altrui. Personalmente, ritengo che la seconda sia la strada da preferire, per dimostrare noi per primi di saper essere al tempo stesso intellettualmente “autonomi”, ma anche “adattabili” ai nuovi contesti.

La precipitazione con la quale, dopo un decennio di esitazione, si pretende ora d’imporre questo modello standardizzato di competenze è sintomo di una più complessiva volontà politica di cambiare radicalmente l’Italia, a partire dalla progressiva cancellazione dei principi e delle modalità organizzative che caratterizzano la nostra Costituzione. Sulla bontà o meno di questa operazione, ovviamente, ci possono essere valutazioni differenti. Credo però che ai docenti – componente essenziale di un comparto finalizzato alla formazione delle nuove generazioni – spetti di esercitare il necessario discernimento nei confronti dei cambiamenti proposti, proprio in nome di quello spirito critico che essi dovrebbero sviluppare nei loro studenti.[12]

A prescindere dal fatto che il prossimo anno il modello ministeriale sia o meno adottato in tutte le scuole italiane, esso richiede comunque ai docenti la capacità di confrontarsi e di esprimersi in modo collegiale nel merito delle competenze così delineate. Proprio per questo ritengo che i consigli di classe – al di là dell’elegante formula delle ‘èquipe educative’  – debbano finalmente riscoprire il loro fondamentale ruolo di programmazione e valutazione, senza lasciarsi tentare da semplificazioni burocratiche (pratiche standardizzate) e da principi estranei alla deontologia professionale del docente, mutuati dalla logica aziendalista dominante.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

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[1]  Cfr. http://www.istruzione.it/allegati/2015/CM_certificazione_comp_primo_ciclo0001.pdf

[2]  Cfr. “Profilo dello studente alla fine del primo ciclo” in http://media.pearsonitalia.it/0.483695_1363011940.pdf  – in Nuove Indicazioni Nazionali (D.M. n. 254/2012) > http://2.flcgil.stgy.it/files/pdf/20130207/decreto-ministeriale-254-del-16-novembre-2012-indicazioni-nazionali-curricolo-scuola-infanzia-e-primo-ciclo.pdf

[3]  Cfr. http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:394:0010:0018:it:PDF

[4]  “I’m going to make him an offer he can’t refuse”  (F. F. Coppola & M. Puzo, The Godfather)

[5]  “Linee Guida per la certificazione delle competenze nel primo ciclo d’istruzione : Si tratta di un documento in word, cui non può fornire il link.

[6]  A. De Gregorio, “Dalla A alla D: ecco i nuovi voti per valutare le competenze” , Corriere della Sera  del 17.02.2015  ( http://www.corriere.it/scuola/primaria/15_febbraio_17/dalla-a-d-ecco-nuovi-voti-che-valutano-competenze-929c4b82-b6bb-11e4-a17f-176fb2d476c2.shtml )

[7]  “Linee Guida” cit. , p.3

[8]  E. Ferraro (2012) , Lo studente…di profilo (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/10/lo-studente-di-profilo/ )

[9]  Scottish Qualification Authority (SQA),  “Key competencies – some international comparison”, in: SQA Policy and research Bulletin, no. 2 /2003 (http://www.sqa.org.uk/files_ccc/Key_Competencies.pdf )

[10] <<Foundation skills: Competent workers in the high-performance workplace need: ♦ basic skills — reading, writing, arithmetic and mathematics, speaking and listening ♦ thinking skills — the ability to learn, to reason, to think creatively, to make decisions and to solve problems ♦ personal queries — individual responsibility, self-esteem and self-management, sociability, and integrity>> (source: SCANS 1992)

[11] “Quod, ceteris rebus omissis, vacare liberalibus studiis pueri debent” (S. P. Festo, De verborum significatu)

[12] Vedi punto 3 del profilo delle competenze allegato alla cit. Circ. 3/2015: “affrontare problemi e situazioni sulla base di elementi certi e di avere consapevolezza dei limiti delle affermazioni che riguardano questioni complesse che non si prestano a spiegazioni univoche.”