Oh Capitini, mio Capitini…

Il messaggio di un insolito rivoluzionario

imagesGiusto cinquant’anni fa moriva Aldo Capitini, il maggior esponente italiano del pensiero nonviolento. Correva il 1968, un anno indimenticabile che ha lasciato una traccia indelebile nella storia di tanti di noi che il mezzo secolo lo hanno superato già da un po’.  Icastico simbolo di quella ‘rivoluzione culturale’ che sembrava preludere ad una vera e propria rivoluzione economica e politica, il Sessantotto ha rappresentato la cifra d’un cambiamento epocale, non generazionale, nel quale la figura di Capitini si era collocata in modo eccentrico, ma autenticamente rivoluzionario.

Certo, le foto in bianco e nero che lo ritraggono immerso tra i libri non ci trasmettono la sconvolgente diversità del profeta indiano della Nonviolenza oppure del carismatico leader dell’insurrezione senza violenza dei neri statunitensi. Diciamo la verità: era ed è oggettivamente difficile scorgere dietro quel distinto docente in grisaglia e cravatta, dal mite sguardo incorniciato da spessi occhiali  da miope, un pericoloso rivoluzionario. Eppure egli è stato il miglior interprete in Italia di quella dirompente azione nonviolenta che Gandhi chiamava satyagraha. Il solo che sia riuscito a coniugare lo spirito radicale del vero democratico con la profonda spiritualità d’una religiosità laica ma al tempo stesso onnicomprensiva.

« Capitini aveva formato intere generazioni di giovani all’antifascismo durante gli anni ’30 e ’40, e poi altre generazioni all’esercizio della democrazia, con i Centri di orientamento sociale, nell’immediato dopoguerra dal ’45 in poi. Era ora pronto alla formazione nonviolenta dei nuovi giovani del ’68, ma la morte prematura ha fermato il suo progetto. Capitini è stato un maestro, la sua missione principale è stata forse proprio quella educativa per le nuove generazioni. Il suo era un insegnamento critico, voleva educare alla libertà, alla consapevolezza, alla ricerca, alla lotta per un futuro migliore, voleva creare le condizioni di conoscenza perché poi ognuno potesse crearsi una coscienza liberata: la maieutica della nonviolenza. Il potere lo considerava un “cattivo maestro” perché la sua scuola sfornava discepoli critici  e non cittadini obbedienti, la scuola dell’obiezione di coscienza. Dunque era un buonissimo maestro». [i] 

Uno come me che si è avvicinato alla nonviolenza quattro anni dopo la sua morte,  proprio grazie alla scelta dell’obiezione di coscienza, ha subito percepito l’importanza dell’insegnamento di Capitini. La mia matrice cristiana e la precoce attenzione per un modello ‘aperto’ e comunitario di società, infatti, mi hanno fatto sentire fin da allora in sintonia con una visione che aveva i suoi pilastri portanti nel rifiuto della violenza, ma anche nella riconciliazione ‘religiosa’ tra politica e morale. Non è certo un caso che uno dei miei maestri sull’impervia strada dell’azione nonviolenta sia stato Antonino Drago, che di Capitini ha evidenziato la dimensione etica dell’agire politico, a partire dall’imperativo categorico del rifiuto della violenza omicida.

«La politica, non ricorrendo più all’uccidere, torna ad essere morale, e la morale torna ad essere il centro sia della vita interiore che della vita sociale di ogni persona, e così infine in ogni persona tornano a riunirsi il privato e il pubblico. In altri termini, con la nonviolenza, la fede e la politica si ricongiungono, l’operazione esattamente opposta a quella del machiavellismo politico». [ii]

E non è neanche un caso che i 45 anni in cui ho portato faticosamente avanti i miei ‘esperimenti con la nonviolenza’ mi abbiano ripetutamente messo di fronte alla difficoltà di coniugare questi due termini, perfino all’interno dei movimenti contro la guerra, in nome di una nonviolenza totalmente laica o di un pacifismo esclusivamente ideologico.  Eppure la dimensione religiosa – come giustamente ha osservato Rocco Altieri, uno dei suoi più attenti studiosi – è esattamente ciò che accomuna i profeti della nonviolenza, da Tolstoj a Gandhi, da Capitini stesso a Luther King.

«..volerla elidere porterebbe ad uno snaturamento e ad una riduzione della nonviolenza ad antimilitarismo , o a una tecnica strumentale della politica per conseguire certi risultati. L’aggiunta religiosa è nella centralità dell’atto di educare, nella consapevolezza che non ci può essere vera rivoluzione senza una conversione personale, senza un lavoro su se stessi, senza un cambiamento nei propri stili di vita, senza acquisire una capacità di gestire i conflitti in modo nonviolento». [iii]

 

La ‘persuasione’ come percorso attivo verso la verità

images (3)Il concetto stesso di ‘persuasione’ – una delle parole-chiave utilizzate da Capitini fin dagli anni Trenta – mi sembra particolarmente significativo se vogliamo comprendere la sua particolare visione ‘religiosa’. E’ infatti un termine che evidenzia un processo di lento avvicinamento alla verità più che una fede acritica ed assoluta. In tempi di totale smarrimento di ogni riferimento ideologico o, viceversa, di insidiose tendenze all’integralismo religioso, dunque, direi che l’insegnamento di Capitini riesce ancora ad indicarci una via diversa verso una visione ‘aperta’ e costruttiva dell’impegno politico. La ‘persuasione’ capitiniana, infatti, non è frutto di un indottrinamento ideologico, ma piuttosto un non facile percorso verso la ricerca attiva – non contemplativa – della verità, che fa appello alla coscienza individuale per poi portarla a diventare coscienza collettiva, la sola che può operare la trasformazione dal basso della società.

«Il profeta, in quanto volto alla realtà da liberare, è proteso verso il futuro. Anche l’utopista guarda al futuro. Ma il profeta non è l’utopista. La differenza sta in ciò: mentre l’utopista disegna una stupenda struttura di società ideale ma ne rinvia l’attuazione a tempi migliori, il profeta comincia subito, qui e ora. […] L’utopia comincia domani, e può anche non cominciare mai; la tramutazione comincia oggi e non ha mai fine».[iv]

La prassi, d’altra parte, non dovrebbe mai diventare azione fine a se stessa, pratica politica priva di un orizzonte etico, al punto da degenerale nel cinico pragmatismo della Realpolitik. La bussola – c’insegnavano sia Gandhi sia Capitini – dovrebbe essere sempre la ricerca di un’intrinseca coerenza tra fini e mezzi, elemento indispensabile perché l’azione politica possa dirsi nonviolenta e vada oltre un generico – o peggio strumentale – pacifismo.  La via della persuasione prevede  quella “educazione permanente” di cui Capitini è stato il precursore anche sul piano pedagogico, poiché gli risultava evidente che tale ‘itinerario’ necessita di formazione, d’incontri, di scambi, di apertura alla diversità, di confronti assembleari.

«In questo programma dell’educazione permanente […] l’apertura alla compresenza ed all’omnicrazia porta, direi, la spina dorsale, coordinando le occasioni e gli stimoli […] Inoltre l’apertura all’omnicrazia, che è l’esercizio continuamente costruttivo delle assemblee, spinge pressantemente all’educazione permanente, perché le assemblee affrontano problemi, e i problemi bisogna conoscerli, approfondirli, vederne i precedenti, i riferimenti, le soluzioni proposte…». [v]

La costruzione di una strategia alternativa di liberazione dalle strutture di oppressione e di violenza, quindi, passa per una formazione continua, che ci aiuta a comprendere la complessità dei problemi ma, soprattutto, a confrontarci quotidianamente e costruttivamente con gli altri. Non però nella chiave di quel sempre più  diffuso relativismo culturale ed etico che induce a ritenere che tutti abbiano ragione e che una verità effettiva non esista. La ricerca della verità – in Gandhi come in Capitini – è sì un processo graduale, che si fonda sull’esperienza di ogni giorno, ma è caratterizzata dallo sguardo profetico di chi persegue un traguardo che superi la banalità del quotidiano, purtroppo spesso degenerata nella arendtiana ‘banalità del male’ .[vi]

L’aggettivo permanente si applica peraltro anche alla ‘rivoluzione’ teorizzata da Capitini, che può essere tale proprio perché nonviolenta ed aperta al confronto. Una rivoluzione che rimette il potere al centro dell’azione politica, conferendogli una connotazione etica ed una dimensione collettiva.

«Che cosa fare? La risposta è questa: non isolarsi, non cercare di affrontare e risolvere i problemi importanti da ‘isolati’ […] Per il problema sommo che è ‘il potere’, cioè la capacità di trasformare la società e di realizzare il permanente controllo di tutti, bisogna che l’individuo non resti solo, ma cerchi instancabilmente gli altri, e con gli altri crei modi di informazione, di controllo, di intervento. Ciò non può avvenire che con il metodo nonviolento, che è dell’apertura e del dialogo, senza la distruzione degli avversari, e influendo sulla società circostante per la progressiva sostituzione di strumenti di educazione a strumenti di coercizione. La sintesi di nonviolenza e di potere di tutti dal basso diventa così un orientamento costante per le decisioni nel campo politico-sociale. Si realizza in questo modo quella ‘rivoluzione permanente’ che se fosse armata e violenta, non potrebbe essere ‘permanente’, e sboccherebbe in un duro potere autoritario, cioè nella violenza concentrata dell’oppressione». [vii]

Il ‘potere di tutti’ come antidoto a elitismi di casta e populismi

images (1)Viviamo in tempi difficili. Ancor più ostici se ci si pone una prospettiva che metta al centro la pace, la giustizia ed il dialogo. Tecnocrazia, finanziarizzarione dell’economia, cinismo politico, divaricazione crescente delle differenze socio-economiche e crescita incontrollata della violenza a tutti i livelli – dall’interpersonale all’internazionale – non lasciano davvero molto spazio alla speranza in un mondo diverso e sembrano mortificare gli sforzi di chi si ostina a cercare di cambiarlo dal basso.  Una ‘maleducazione permanente’, inoltre, sembrerebbe essersi impossessata della nostra sempre più veloce e virtuale comunicazione, ridotta a freddo scambio mediatico, aspro scontro polemico e divulgazione di menzogne spacciate per dati di fatto.   Il movimento per la pace, a sua volta, già da molto tempo si dibatte tra divisioni interne ed appare bloccato dall’oggettiva difficoltà di trasmettere – e soprattutto di testimoniare – un messaggio profondamente alternativo in un contesto caratterizzato dal pensiero unico e dalla normalizzazione della violenza, da quella personale a quella degli eserciti.  Che fare, allora? La risposta ce l’ha data lo stesso Capitini, esortandoci a non isolarci, a cercare la collaborazione degli altri, a ragionare in una prospettiva comunitaria.

«La comunità vale come intensificazione di quell’esercizio degli affetti e dei sacrifici altruistici che è la famiglia: ma non deve assolutamente perdere il vantaggio del rapporto con tutti, e quindi con i diversi. Essa è una delle forme di realizzazione tra ciò che proprio e ciò che è altrui, tra il vicino e l’altrui, tra l’affine e il diverso, tra l’omogeneo e l’eterogeneo». [viii]

Sembrerebbero parole lontane dalla nostra sensibilità, ottusa dal pervasivo ed egocentrico individualismo della cultura dominante, che ha da tempo messo da parte il ‘noi’ e che anche nella scuola tende ad esaltare l’affermazione personale, il successo formativo, perfino lo ‘spirito imprenditoriale’. Eppure non dobbiamo cedere allo sconforto ma, al contrario, dobbiamo cercare intorno a noi i segni di una realtà alternativa diffusa ma spesso slegata, dispersa e sconosciuta. Il primo passo, allora, è ricostruire la rete virtuosa delle esperienze di pratica nonviolenta a livello educativo, sanitario, culturale, economico e politico. E questo non certo per rinchiudersi in una ‘comunità’ di persone che la pensano allo stesso modo, bensì per ‘contagiare’ una realtà molto diversa e lontana da tali principi.

«La nonviolenza è generativa: può portare alla luce un’umanità più aperta, più felice, più in pace […] La nonviolenza è aperta: l’aggettivo che più qualifica Aldo Capitini […] Per lui l’educazione è lotta, è inquietudine per l’educatore che si fa profeta scomodo, dilaniato dalla consapevolezza delle storture del mondo, della sua iniquità, della violenza che affligge l’umano e si scaglia anche contro l’incolpevole non-umano. Chi educa dice no, è questa la sua parola d’elezione […] Certo, il no capitiniano alla realtà-come’essa-è è il volto inquieto del sì alla liberazione: a cosa servirebbe obiettare se non ci fosse quella tensione, quella apertura a un domani sperabile?» [ix]

Il ‘potere di tutti’, insomma, non è un’utopia teorica da vagheggiare, soprattutto in un momento storico che vede messa in crisi la democrazia rappresentativa tradizionale, senza però che si sia riusciti a creare alternative che non siano pericolosi cedimenti al populismo demagogico o alla tecnocrazia delle lobbies. Il  capitiniano potere di tutti deve tornare ad essere il fine dello sforzo collettivo per rendere le persone protagoniste della politica, in quanto individui associati da un fine comune e capaci di controllare il potere dal basso.

La democrazia diretta da lui predicata e praticata, però, non può essere confusa con un generico assemblearismo né banalizzata in un movimentismo che affida le scelte collettive solo al discutibile e parziale consenso di una ‘rete’ mediatica.  Il vero capovolgimento dell’attuale paradigma consiste nel far sentire ciascuno in grado di controllare ciò che deve essere e deve fare, recuperando i metodi caratteristici dell’alternativa libertaria e della democrazia partecipativa, riproposti in Francia negli anni ’70 dal socialismo autogestionario [x] , ma poi frettolosamente accantonati. La stessa cosa è accaduta negli anni ‘90 all’alternativa ecopacifista dei Verdi, i cui ‘pilastri’ fondanti contemplavano infatti, oltre alla prospettiva ecologista, anche la giustizia sociale, la nonviolenza e la democrazia dal basso. [xi]

Questo cinquantesimo anniversario, allora, dovrebbe farci riflettere seriamente sulle occasioni perdute, sugli errori commessi, ma soprattutto sulle prospettive di un’alternativa nonviolenta al cui centro ci siano la coerenza fra fini e mezzi, il potere di tutti ed una visione aperta e comunitaria della società. [xii]  La rivoluzione nasce anche da noi, qui e ora, diventando sempre più coscienti delle scelte che facciamo ogni giorno e riappropriandoci di quel pezzo di potere che abbiamo, ma troppo spesso rinunciamo ad esercitare.

«Bisogna prepararci tutti al potere per il bene di tutti, cioè per la loro libertà, per il loro benessere, per il loro sviluppo». [xiii]


N O T E

[i] Mao Valpiana, Editoriale in Azione Nonviolenta, 4 (2018) > https://www.azionenonviolenta.it/azione-nonviolenta-4-2018-editoriale-di-mao-valpiana/

[ii] Antonino Drago, “Le tecniche della nonviolenza nel pensiero di Aldo Capitini”, in Sindacato e società, rivista della CGIL regionale dell’Umbria, anno VI n. 5-6, Perugia, 1986, p. 21

[iii] Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta – Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Pisa, Serantini, 1998, p.9

[iv] Norberto Bobbio, introduzione a: Aldo Capitini, Il potere di tutti, Firenze, la Nuova Italia, 1969, pp. 31-32

[v]  Aldo Capitini, op. cit., pp.109-110

[vi]  Il riferimento è al celebre saggio di Hannah Arendt sulla ferocia nazista, intitolata: “Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil” (1963) > https://it.wikipedia.org/wiki/La_banalit%C3%A0_del_male

[vii]  Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza (1967),  Roma, Edizioni dell’asino, 2009 , pp.39-40

[viii] A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 108

[ix]  Gabriella Falcicchio, Profeti scomodi, cattivi maestri – Imparare a educare con e per la nonviolenza, Bari, la Meridiana, 2018, p. 11

[x]  Cfr. articolo di Wikipedia ‘Autogestion’ (https://fr.wikipedia.org/wiki/Autogestion) e, in particolare, il libro di Pierre Ronsavallon, L’Age de l’autogestion, ou la Politique au poste de commandement, collection Politique, 1976.

[xi]  Vedi: I quattro pilastri del Partito Verde (https://it.wikipedia.org/wiki/Quattro_Pilastri_del_Partito_Verde  e http://greenpolitics.wikia.com/wiki/Four_Pillars_of_the_Green_Party ).

[xii] Una sintesi del pensiero capitiniano, con utili indicazioni bibliografiche, è stata pubblicata sul numero monografico della rivista Azione Nonviolenta > https://www.azionenonviolenta.it/nel-50-anniversario-della-morte-19-ottobre-1968-2018-compresenza-di-aldo-capitini/

[xiii]  A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p 153


© 2018 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.org )

“Al cor gentil rempaira sempre amore…”

Elogio della gentilezza

images (4)

Illustrazione dell’articolo su TIME ( Jan. 15, 2018)

Circondati come siamo dagli echi di stragi, vendette, ostilità e polemiche a tutti i livelli,  può  sembrare bizzarro che si parli della gentilezza e della sua importanza. Siamo talmente abituati all’aggressività ed alla violenza  che risalta dalla realtà quotidiana che essa ci suona come una parola fuori dal tempo, una virtù ormai in desuetudine, un atteggiamento arcaico ed obsoleto.

Il titolo che ho scelto cita infatti l’incipit della nota ‘canzone’ di Guido Guinizzelli, manifesto stilnovista che ci ricorda la perduta gentilezza. Eppure lo spunto per questa mia riflessione è assai più recente, trattandosi di un articolo pubblicato sul numero del 15 gennaio di TIME magazine, il cui titolo augurale è: “One hope for the new year: a kinder culture” [i].  L’argomento sul quale l’autrice, Kristin van Ogtrop, ha voluto richiamare la nostra attenzione – presa prevedibilmente da ben altro… – è proprio la speranza che il nuovo anno ci renda più consapevoli di quanto sia importante impegnarsi, a partire dalla scuola, per sviluppare e diffondere una ‘cultura più gentile’.  Non si tratta certamente della ducentesca visione del ‘cor gentil’ in cui si rifugia l’amore, come un uccello tra le foglie di un albero, bensì dell’esperienza attuale e diretta del figlio dell’autrice, al primo anno come maestro elementare in una scuola pubblica statunitense. Egli si dichiarava sorpreso di quanto  i suoi alunni di 8-9 anni si trattassero male l’uno con l’altro ma, al tempo stesso, manifestassero il bisogno di ricevere quella gentilezza di cui essi non sono però portatori.

«Sul piano quotidiano, essi inciampano in tre ostacoli: mancanza di controllo degli impulsi, incoscienza e difficoltà a perdonare o a lasciar perdere” – osserva la Ogtrop, precisando che ciò non dipende dagli stessi bambini, ma piuttosto dal modello socio-culturale che essi assorbono dagli adulti – Nella nostra ricerca del successo, siamo diventati troppo individualisti, troppo egoisti, restii ad ammettere di essere dipendenti da qualcuno. Ma Phillips e Taylor credono che ci sia ancora speranza nei bambini, se noi adulti non li roviniamo. Essi scrivono: “Il riflesso virtuale della preoccupazione e dell’impegno che i bambini mostrano per gli altri fin troppo facilmente si perde crescendo; e tale perdita, quando si verifica su scala abbastanza ampia, è un disastro culturale”» [ii]

Giunto ormai quasi al termine della mia esperienza educativa, dopo 10 anni di lavoro socio-culturale di base ed altri 33 d’insegnamento nelle scuole medie statali, ammetto di essere stato colpito dall’articolo e dagli interrogativi che esso pone. Col passare del tempo, infatti, registro anch’io un diffuso deterioramento del rapporto interpersonale fra i ragazzi, caratterizzato da una crescente aggressività – più psicologica che fisica – e da un alto tasso di polemicità ed intolleranza reciproca. Maniere gentili,  disponibilità ed empatia – sebbene oggi nella scuola se ne parli più di prima – sembrano essere stati sostituiti sempre più spesso da atteggiamenti egocentrici, insofferenza verso i compagni e tendenza all’affermazione personale a tutti i costi. Ma che cos’è che spinge bambini, ragazzi ed adolescenti dei nostri tempi a scordarsi delle buone maniere e ad assumere comportamenti che talvolta rasentano la prevaricazione? E, soprattutto, come mai quegli stessi soggetti in altri momenti appaiono fragili, maledettamente sensibili all’aggressività altrui e bisognosi di comprensione e protezione?

Senza dubbio un grosso peso in questo logoramento dei rapporti tra pari lo ha l’atmosfera sociale in cui i nostri ragazzi vivono quotidianamente, respirando a pieni polmoni l’individualismo, l’egoismo e l’incapacità di sentirsi dipendenti dagli altri che caratterizza i rapporti fra gli adulti, come sottolineava la Ogtrop. Il fatto è che è venuta progressivamente meno la spinta alla ricerca di un bene davvero comune. Si sono estinti a poco a poco i legami parentali ed amicali che tenevano insieme le comunità di una volta. Si è, insomma, esaurita quasi del tutto la carica solidaristica derivante sia dalla ‘fraternità’ della morale cristiana, sia dall’etica laica motivata da una visione socialista. E non si può negare che i risultati sul piano relazionale – e quindi sotto il profilo psicosociale – siano sotto gli occhi di tutti.

Diffidenza, paura, aggressività, diffidenza, paura…

images (3)Il Mahatma Gandhi – della cui morte si celebra il 70° anniversario – ci invitava ad “essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. E’ una delle sue frasi più famose e citate, ma forse oggi dovremmo interrogarci preliminarmente se noi adulti siamo ancora capaci di perseguire una visione del mondo che ci porti a quel cambiamento cui dovremmo improntare i nostri comportamenti.  Non si tratta, secondo me, soltanto dell’abituale  incoerenza tra fini e mezzi – che ha sempre finito col giustificare la violenza – ma di una più sostanziale perdita di una prospettiva che ci motivi davvero al cambiamento. Sappiamo bene che ogni forma di aggressività nasce in qualche modo dalla diffidenza, dalla paura, dalla difesa del sé, dal rifiuto dell’idea stessa che gli altri c’impongano la loro volontà. In assenza di certezze sulla solidità dei legami che dovrebbero unirci, questa paura dell’altro è quindi diventata ancora maggiore, alimentata da diffidenze , egoismi e meccanismi di autodifesa, capaci di trasformarsi anche in strumenti di offesa preventiva.

Eppure  – almeno a livello mentale – dovremmo essere più consapevoli ormai che la gentilezza è un’ottima arma difensiva, nella misura in cui smonta l’aggressività altrui e disarma con la forza della mitezza chi ci voglia attaccare. Non mi riferisco ad una filosofia astratta, ma a principi che perfino i bambini imparano quando iniziano a praticare arti marziali, ad esempio il rispetto, la determinazione, la pazienza, la resistenza, la flessibilità, l’adattabilità, la fiducia e, soprattutto, l’autocontrollo. Sono tutte qualità che, viceversa,  spesso difettano ai nostri ragazzi, soprattutto il controllo degli impulsi distruttivi, che è poi il fulcro di una nonviolenza da costruire giorno dopo giorno ed a partire da se stessi. Bisogna ammettere, d’altra parte, che si tratta di un’impresa non facile in una società che sempre più frequentemente presenta come modelli da imitare persone arroganti, maleducate, urlanti, offensive e costantemente in posizione d’attacco.  Non dobbiamo però disperare, perché – anche a prescindere da insegnamenti morali e religiosi – l’umanità sta lentamente riscoprendo che, in fondo, essere gentili ci aiuta, che può essere un reale vantaggio.

« Per fortuna, come spesso avviene nelle crisi specie quando sono veramente grandi, il cambiamento passa per lo stretto sentiero dell’utilità. E così lentamente, sottotraccia, stiamo scoprendo che essere gentili conviene (tra l’altro non costa nulla) e non esserlo è uno spreco in termini di qualità della vita, sentimenti e salute compresi. Piero Ferrucci, filosofo e psicologo, in un famoso libro intitolato La forza della gentilezza (edizioni Mondadori), scrive: «La gentilezza non è un lusso, ma una necessità». Un concetto che oggi circola molto attraverso il canale di Internet, dove si stanno moltiplicando le condivisioni dei comportanti ispirati alla cortesia, le associazioni come Il “Movimento italiano per la Gentilezza” (www.gentilezza.it), e perfino i corsi sul web delle buone maniere, quelle che nella scuola reale sono state cancellate. Tempo al tempo e vedrete che la gentilezza tornerà di moda, di gran moda…» [iii]

Educare alla gentilezza, di conseguenza, dovrebbe essere una preoccupazione per ogni docente, se non altro per stemperare il clima competitivo e assai poco solidaristico che troppo spesso si avverte nelle nostre aule scolastiche. Bisogna educare alla gentilezza perché – citando ancora Guinizzelli – l’amore trova rifugio solo nei cuori gentili, per cui una seria educazione all’affettività è indispensabile alla formazione umana e civile degli studenti. Ma bisogna farlo anche perché la gentilezza non è affatto un punto di debolezza bensì di forza nello sviluppo umano dei singoli, ed inoltre contribuisce a sviluppare un clima più armonico e costruttivo nelle comunità in cui viviamo.

Gentilezza autentica, non ipocrita cortesia formale

images (1)Ovviamente quando faccio questa affermazione mi riferisco alla gentilezza autentica, che viene dal cuore e dalla mente, non alle generiche ‘buone maniere’, che ne costituiscono un’etichetta esteriore ed un po’ ipocrita, sebbene parzialmente da riscoprire in tempi di arroganza e volgarità.

« Ancora oggi, per la verità, quando parliamo di «gentilezza» cadiamo nel tranello semantico: gentile vs maleducato. E forse la Giornata Mondiale della Gentilezza (che è ricorsa ieri come ogni 13 novembre) è stata creata apposta per rivendicare un po’ di sacrosanta buona educazione. Naturalmente in un mondo essenzialmente maleducato, scorbutico, brutale come il nostro la gentilezza così intesa sarebbe già tanto, ma non è tutto. Perché, lungi dall’essere l’equivalente della cordialità zuccherosa, la gentilezza è, insieme ad altre virtù, un cardine della «grammatica dell’interiorità», come direbbe uno studioso dei sentimenti qual è Antonio Prete.» [iv]

E’ evidente che a portare avanti questa ri-educazione alle gentilezza  non basta la pur importante formazione scolastica, se la nostra vita quotidiana – e quella dei nostri figli –  resta improntata a relazioni scostanti, conflittuali, talvolta decisamente aggressive. Non serve insegnare la gentilezza reciproca dentro le aule scolastiche se tali imput educativi si scontrano regolarmente con maniere brusche, pretese egoistiche ed incapacità di esprimere sentimenti come il rispetto delle esigenze e sensibilità altrui, la consapevolezza dei nostri limiti ed il senso di gratitudine per ciò che gli altri fanno per noi.

« In pochi anni nelle nostre case, secondo una ricerca dell’associazione Gentietude che promuove uno stile di vita fondato sulle buone maniere, in quasi la metà delle famiglie italiane sono state rimosse le parole Grazie, Per favore, Posso? Cancellate. A rimetterle in campo ci ha dovuto pensare Papa Francesco che con il suo linguaggio diretto ha invocato, non solo per i cristiani, l’uso di tre parole per dare longevità alla vita matrimoniale. Grazie, Permesso e Scusa. Tre vocaboli che non siamo più abituati a pronunciare, quando chiediamo un’informazione in strada, quando spintoniamo qualcuno per la fretta di raggiungere un luogo (ma dove corriamo ogni attimo della nostra esistenza?), quando interrompiamo chi sta provando a parlarci, a comunicare oltre il muro dell’autismo dei nostri pensieri autoreferenziali ed egocentrici.» [v]

E’ la stessa autoreferenzialità che si trasforma spesso nella presunzione di poter fare a meno degli altri, o addirittura nella convinzione che gli altri siano ostacoli alla nostra autoaffermazione. Entriamo quindi in una continua collisione con i corpi e le menti di chi ci sta intorno, perché non sappiamo più dare il giusto peso alla collaborazione, all’integrazione, allo sforzo comune per conseguire obiettivi che siano collettivi e non solo personali. E’ ciò che succede in famiglia, nei rapporti di vicinato, nelle relazioni di lavoro e perfino nella sfera virtuale degli spettacoli televisivi, cinematografici e delle stesse attività ludiche e ricreative, che tanta influenza esercitano soprattutto sui minori.  Gli effetti su personalità in formazione come quelle dei nostri figli e nipoti, infatti,  sono fin troppo evidenti.

Qualche giorno fa ho chiesto a degli alunni di terza media quali significati attribuissero al termine ‘gentilezza’, facendoli esprimere in un improvvisato brainstorm. Le risposte – anche se si tratta di una classe che non si contraddistingue propriamente per questa virtù – sono state pronte e significative. Buona educazione, bontà, generosità, disponibilità, empatia, rispetto, amicizia, gratuità sono solo alcuni dei termini che quei ragazzi hanno collocato nel campo semantico della ‘gentilezza’, dimostrando chiaramente come si possano avere le idee chiare in proposito, pur senza necessariamente comportarsi nella maniera delineata da questi termini. Riabituarci e riabituare i nostri ragazzi a modi meno sbrigativi ed autoreferenziali, pertanto, è l’unica strada per cercare di essere il cambiamento di cui pur avvertiamo il bisogno.

Per una ri-educazione sentimentale

03-13-kindermiddleschool

 

N. Drew – Ch. M. Tinari, Simple Tips for a Kinder  Middle School Culture, Free Spirt Publications

 

E’ esattamente lo sforzo che c’invitava a fare, cominciando già dalle piccole cose di ogni giorno, Massimo Gramellini in uno dei suoi ironici corsivi.

«La defunta [gentilezza] non richiedeva sacrifici particolari e nemmeno eroismi. Solo un po’ di educazione e, prima ancora, di umanità. Era una forma mentale. Talvolta ipocrita, e però utile ad ammorbidire le asprezze della vita quotidiana. Grazie, prego, passi pure, mi scusi, ma si figuri, non me n’ero accorto, ha bisogno?, c’era prima il signore, non si preoccupi, disturbo? Ciascuna di queste espressioni, e dei gesti che spesso le accompagnavano, era una pennellata di grasso sugli ingranaggi esistenziali. Un balsamo che non migliorava le cose, ma consentiva di affrontarle per quel che erano, senza dovervi aggiungere lo sconforto che sempre ci assale quando abbiamo la sensazione di andare contromano […] L’idea che nelle relazioni umane sia ancora possibile mettersi nei panni degli altri è considerata bizzarra. Ma non me ne vengono in mente di migliori per uscire da una crisi che ha spolpato i portafogli solo perché da tempo aveva già corroso i cuori.» [vi]

Un mezzo indispensabile per svolgere una efficace formazione alla gentilezza è, a mio avviso, la educazione alla comunicazione nonviolenta, cioè all’utilizzo di un linguaggio costruttivo e non distruttivo, che contribuisca a costruire ponti anziché muri. E’ dalla metà degli anni ’80 che mi sono cimentato in questo percorso, ipotizzando una ‘educazione linguistica nonviolenta’ che aiuti i nostri ragazzi ad uscire dalla violenza – manifesta ma spesso subdola – di una comunicazione aggressiva, ambigua e fonte di ostilità e di divisioni. [vii]  E’ innegabile che si tratta di un lavoro didattico  molto più impegnativo di quello di trasmettere conoscenze o meglio, come si preferisce adesso, costruire competenze.  E’ però un obiettivo che non possiamo permetterci di mancare, pena la perdita di quelle doti essenziali che hanno consentito all’umanità di sopravvivere alla sua stessa strenua lotta per la sopravvivenza.  Si tratta infatti di riscoprire quella ‘humanitas’ tanto lodata dagli antichi ma che si presenta come una virtù complessa, che racchiude in sé gli ideali di attenzione, comprensione, cura reciproca e benevolenza. In una parola, si tratta di aiutare i più giovani a ricercare ciò che ci unisce e ci fa sentire fratelli e solidali.  In un contesto più vicino a noi, si tratta insomma di rendere centrale l’ammonizione di don Milani, che sulla parete della sua scuola aveva fatto apporre il cartello ‘I CARE’ «…il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E’ il contrario del motto fascista “Me ne frego”

In un momento in cui tornano ad avvertirsi, cupi e minacciosi, gli echi del nazionalismo, del razzismo e del disprezzo per chi è diverso, dunque, sarebbe opportuno ricordarci del monito del Priore di Barbiana e ridare il giusto peso a quel semplice motto. Esso certamente prefigurava una disposizione d’animo che va ben oltre la semplice gentilezza, ma di cui la vera gentilezza è un sicuro segnale. Essa va accompagnata da una più complessiva educazione al rispetto degli altri, all’autocontrollo personale, alla disposizione al perdono ed alla riconciliazione. I nostri ragazzi dovrebbero imparare in primo luogo – dagli insegnamenti ma soprattutto dal nostro esempio – l’importanza di utilizzare più spesso semplici espressioni come quelle suggerite da Papa Francesco: grazie, permesso, scusa. E non solo per apparire più educati e corretti, ma perché le lacerazioni dell’animo e le ferite psicologiche non si guariscono ferendo e lacerando anche la sensibilità degli altri. E’ l’esercizio delle virtù che il catechismo cattolico definisce ‘cardinali’, cioè: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Sembrerebbero termini fuori corso, concetti desueti, espressioni ormai prive di senso. Eppure – secondo il Vangelo – non c’è agàpe (la fondamentale virtù teologale della ‘carità’) se non si comincia ad assumere atteggiamenti e comportamenti improntati a quelle quattro qualità basilari. In particolare la fortezza  ci parla di una grande forza interiore, che è  poi l’esatto contrario della ‘debolezza’  che si attribuisce erroneamente a chi è gentile.

images (2)Si tratta di un addestramento quotidiano, attraverso il quale i ragazzi possano comprendere – praticandola –  che la gentilezza non ci sminuisce, non ci rende più fragili ed esposti, ma piuttosto ci fortifica interiormente, ci apre all’altro e ne smonta l’aggressività. La mitezza evangelica [viii] – una delle beatitudini – parte dall’amore per il prossimo e genera amore nel prossimo. Non è mai passività, rassegnazione o resa al male, bensì reazione costruttiva e non distruttiva, resistenza nonviolenta.  E allora recuperiamo questo basilare insegnamento, che troviamo anche in altre culture, a partire da quelle orientali, per le quali una pratica importante è quella del mantra, la ripetizione mentale di una frase che racchiuda un insegnamento. Anche antiche popolazioni hawaiane utilizzavano una pratica del genere, che è stata recentemente riproposta a noi occidentali di oggi.

« Ho’oponopono è un metodo di pulizia mentale e spirituale, una purificazione dalle paure e dalle preoccupazioni […] Ogni volta che qualcosa ci disturba, che percepiamo di essere in una disarmonia, che riconosciamo un conflitto o un problema, possiamo fare Ho’oponopono. 1. Preghiamo di ottenere conoscenza, coraggio, forza, intelligenza e calma. 2. Descriviamo il problema e poi cerchiamo nel nostro cuore il modo in cui abbiamo contribuito a crearlo. Il nostro contributo può essere per esempio un giudizio, un determinato comportamento o un ricordo che va guarito. 3. Perdoniamo incondizionatamente e pronunciamo le quattro frasi magiche: mi dispiace; perdonami; ti amo; grazie. 4. Ringraziamo, ci fidiamo e lasciamo andare.» [ix]

oponoCostruiamo insieme, dunque, una cultura della gentilezza, utilizzando gli insegnamenti della saggezza antica ed i precetti morali della religione, ma anche quello che c’insegna la psicologia. Ce n’è tanto bisogno e non possiamo limitarci ad aspettare che siano gli altri a prendere l’iniziativa. Ecco perché, gandhianamente,  dobbiamo sforzarci di diventare il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Facciamolo però senza sentirci superiori agli altri, anzi perdonandoci la nostra stessa debolezza, praticando in tal modo la gentilezza prima verso noi stessi.

N O T E ——————————————————————————

[i] Kristin van Ogtrop, “One hope for the new year: a kinder culture” TIME, Jan. 15,2018  > http://time.com/5087376/one-hope-for-the-new-year-a-kinder-culture/

[ii] Ibidem  ( il testo citato dall’autrice è : Adam Phillips, Barbara Taylor, On Kindness, 2009 > https://www.amazon.com/Kindness-Adam-Phillips/dp/0374226504/ref=mt_hardcover?_encoding=UTF8&me=

[iii] Antonio Galdo, “Importanza della gentilezza e dell’educazione, due valori importanti da non sprecare “ , Non sprecare.it (13.11.2017 )> http://www.nonsprecare.it/essere-educati-conviene-elogio-della-gentilezza?refresh_cens

[iv]  Paolo Di Stefano, “Elogio della gentilezza: ecco perché ne abbiamo bisogno”, Corriere della Sera, 17.11.2014 > http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_14/elogio-gentilezza-giornata-bisogno-6cb8371e-c8b0-11e7-83f4-5d7185c8c90c.shtml

[v]  A. Galdo, op. cit.

[vi] Massimo Gramellini, “Della gentilezza”, La Stampa, 27/02/2009 > http://www.lastampa.it/2009/02/27/cultura/opinioni/buongiorno/della-gentilezza-dj6Hg0JAK2i6GKXzQ1D1kO/pagina.html

[vii] Ermete Ferraro, Grammatica di Pace. Otto tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Satyagraha, 1984; vedi anche l’articolo sul mio blog: https://ermetespeacebook.com/2010/03/04/educazione-linguistica-nonviolenta/ ed il fondamentale testo di Marshall Rosemberg, Manuale pratico di comunicazione nonviolenta per lo studio individuale o di gruppo del libro «Le parole sono finestre (oppure muri)» , 2014, Esserci .

[viii]Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Mt 5, 5). Lo stesso Gesù si auto-definisce “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29), ed in entrambi i casi l’evangelista Matteo utilizza il vocabolo greco πραΰς , che significa appunto: gentile, umile, dolce.

[ix] Ulrich Emil Duprée, Che cos’è lo Ho’Oponopono? – Estratto dal libro: Ho’Oponopono – La forza del perdono > https://www.macrolibrarsi.it/speciali/che-cos-e-ho-oponopono-estratto-dal-libro-ho-oponopono-la-forza-del-perdono.php

Tanti o quali auguri ?

images-1La parola più pronunciata e scritta in questi giorni è sicuramente ‘auguri’. E’ probabile che chi la dice e ripete creda di conoscere già il senso di questo vocabolo oppure, più semplicemente, che non si preoccupi affatto di approfondirne il significato. Visto che siamo giunti all’inizio del nuovo anno, periodo in cui gli auguri si sprecano, mi sembra però il caso di capirci qualcosa in più, cercando l’origine della parola in questione, la sua etimologia. Molte persone, in particolare quelle che hanno fatto studi classici, sono convinte che il vocabolo abbia un diretto rapporto con la figura degli augures, autorevole collegio di sacerdoti che, nell’antica Roma, predicevano il futuro ispirandosi a vari segni, tra cui il volo degli uccelli, il loro modo di nutrirsi ed i loro richiami. [i] L’osservazione degli uccelli (in lat. aves) e del loro comportamento, in effetti, è stata a lungo uno dei punti fermi di coloro che, in varie civiltà antiche, affermavano di essere in grado di predire gli eventi futuri. Se così fosse, la parola latina av-gurium ci ricondurrebbe proprio alla radice di aves, costituendo di fatto un sinonimo del latino – e poi italiano – ‘auspicio’. Tale vocabolo, infatti, derivava sicuramente da aves, con l’aggiunta di “spicium”, e indicava appunto l’arte magica dell’osservazione degli uccelli a scopo vaticinatorio.

Tale suggestiva tesi etimologica è stata però superata da quella che invece riconduce la parola ‘auguri’ alla radice del verbo latino augere (e prima ancora di quello greco àuxein), col significato di: ‘aumentare’, ‘accrescere’.[ii]  Stando così le cose, formulare un augurio non significa scrutare generici segni premonitori del futuro o ‘auspicare’ qualcosa di buono, bensì attendersi un oggettivo miglioramento, principalmente sul piano quantitativo, della propria situazione e/o di quella altrui. Dalla stessa radice greco-latina aug-, peraltro, derivano parole come ‘autore’ ed ‘autorità’ (nel senso originario di persona capace di accrescere il sapere o il potere degli altri [iii]), ma anche ‘ausilio’, cioè aiuto, sostegno. Fare gli auguri a qualcuno, dunque, è più impegnativo di quanto sembri, poiché significa manifestare la speranza che essi aumentino il loro benessere. Ciò spiega perché gli auguri prevedono un’ovvia reciprocità, per cui resteremmo male se chi li riceve da noi non ce li ricambiasse prontamente. La verità, più prosaicamente, è che il vero augurio ognuno lo fa in fondo a se stesso, sperando che tale rituale formula propiziatoria possa portargli bene, aumentando la sua fortuna ed accrescendo la sua autorevolezza.

Fatto sta che, pur non volendo discutere la concezione un po’ magica, o quanto meno pagana, evocata da questo termine, tale concetto rimane essenzialmente di ordine quantitativo. E’ vero che perfino per i sentimenti e gli affetti si è prevista una formulazione del genere (penso, ad esempio, alla frase un po’ sdolcinata ma spesso citata: “Ti amo oggi più di ieri e meno di domani” [iv] ), ma mi sembra evidente che il concetto di ‘crescita’ si riferisce più opportunamente a cose più concrete e materiali. Solo esse, in effetti, possono essere misurate, ponderate e valutate con precisione. I termini paralleli all’italiano ‘augurare’, come il francese souhaiter e l’inglese to wish , invece, risalgono a radici lessicali differenti. Nel primo caso, all’antico francese ‘sohaidier’ (promettere senza troppo impegno) e nel secondo all’antico alto tedesco ‘wunschen’ (formulare un desiderio). Nella nostra lingua, il desiderio espresso dal verbo prevede una realizzazione quantizzabile in termini di ‘aumento’, ben attagliandosi ad una società che continua a identificare lo sviluppo con la ‘crescita’, ovviamente illimitata (la parola d’ordine non è infatti la formula “No limits”?), teoricamente accessibile a tutti e, comunque, di ordine materiale.

images-2Ma è davvero questo che vogliamo e possiamo ‘augurare’ a noi stessi ed al nostro prossimo? Non avvertiamo un che di falso – o quantomeno di retorico – in questo genere di auspicio? In barba alla nostra autoconsolatoria e pretestuosa visione d’una crescita illimitata ed aperta a tutti, la realtà delle cose e l’esperienza storica c’insegnano, viceversa, che la fortuna di alcuni comporta spesso la sciagura per tanti altri, come recita il cinico detto: “Mors tua vita mea”. Risorse e potere, d’altra parte, non sono affatto illimitate ed una crescita esponenziale e generalizzata non è nell’ordine delle cose. Come nel caso della classica ‘coperta stretta’, chi la tira con forza dalla propria parte non può fingere che non sta scoprendo qualcun altro. Certo, sarebbe bello credere – e quindi augurarci gli uni con gli altri – che ogni persona possa aspirare a migliorare  a dismisura la propria condizione senza compromettere neanche un poco la condizione esistenziale di tutti gli altri e, in prospettiva, delle generazioni future. Purtroppo la verità è ben altra e l’attuale modello di sviluppo ci sta portando a registrare che la sola crescita innegabile è quella della ‘forbice’ che divide una ristretta minoranza (sempre più ricca e potente) dalla stragrande maggioranza dell’umanità (sempre più indigente e priva di diritti).

Se augurare felicità e successo agli altri non costa niente e, soprattutto, se non comporta alcuna rinuncia o perdita per noi, è ovvio che gli auguri si moltiplichino. Certo, ci sono cose molto importanti, come la salute la pace e la gioia, che possiamo augurare agli altri senza che il loro aumento provochi effetti collaterali. Si tratta infatti di obiettivi al cui sviluppo tutti possono legittimamente tendere e che nulla tolgono al benessere altrui, come nel caso della celeberrima frase della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, in cui si auspica “the preservation of Life, Liberty and the pursuit of Happiness“ come ‘diritti inalienabili’ che spettano ad ogni uomo.[v]  Se però con i nostri auguri vogliamo più etimologicamente (e prosaicamente) auspicare per gli altri un ‘aumento’ di tipo materiale, cioè una crescita di genere più concreto e tangibile, dobbiamo però renderci conto che ciò ha sempre e comunque un prezzo. Superare la logica inesorabile delle c.d. “operazioni a somma zero” [vi] richiede infatti un’impostazione del tutto differente, in cui prevalgano valori alternativi a quelli correnti, come la solidarietà, la compassione e la nonviolenza. Se, viceversa, vogliamo rimanere all’interno delle logiche economiciste ed individualiste che caratterizzano la nostra società, temo che scambiarsi auguri resti solo un rituale un po’ ipocrita, o quanto meno formale.

downloadConcludo questa mia riflessione d’inizio d’anno formulando anch’io un augurio. Auguro infatti di riuscire a vedere la realtà con occhio diverso, rinunciando alla comoda illusione che tutti possano avere tutto, drammaticamente smentita dal crescente divario economico, sociale e culturale che abbiamo sotto gli occhi. Spero quindi che l’umanità la smetta di inseguire il malsano miraggio d’una crescita illimitata, causa invece di sottosviluppo per tanti esseri umani e di distruzione degli equilibri ecologici. Mi auguro poi che l’unica crescita che ci stia a cuore in questo nuovo anno sia quella del bene comune e dei beni comuni, il contrario cioè della privatizzazione e dell’accaparramento delle risorse.  A questo punto non mi resta che lasciare la parola ai famosi “auguri scomodi”, formulati circa vent’anni fa dal grande vescovo don Tonino Bello:

« Carissiminon obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. […]Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame…» [vii]

Usciamo dunque dalla rassicurante illusione che il nostro modello di sviluppo ed il nostro stile di vita siano gli unici ed i migliori possibili, cominciando a lavorare concretamente e dal basso per invertire questa tendenza, causa d’ingiustizie e di guerre. Scambiamoci allora l’augurio – scomodo ma sincero – che Colui di cui abbiamo appena celebrato la nascita ci dia la forza di cambiare e di tentare strade diverse, meno tranquille e rassicuranti ma più conformi alla Parola che ha voluto incarnare per salvarci.

N O T E ——————————————————–

[i]  Cfr. ad es.: http://www.etimo.it/?term=augure&find=Cerca

[ii] Questa tesi è riscontrabile in vari dizionari etimologici italiani, fra cui quello di Dante Olivieri (Dizionario Etimologico Italiano, Milano, Ceschina, 1961); Giacomo Devoto (Avviamento all’etimologia italiana – dizionario etimologico, Firenze, le Monnier, 1966) e Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, Zaichelli, 1999)

[iii]  Vedi, ad es., la celebre espressione che Dante rivolgeva alla sua guida Virgilio: “Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore” (Divina Commedia, Inferno, I, 85)

[iv]  Il verso è tratto dall’omonima poesia di Rosemond Gérard: “Chaque jour je t’aime davantage, aujourd’hui plus qu’hier et bien moins que demain” , http://www.linternaute.com/citation/4012/chaque-jour-je-t-aime-davantage–aujourd-hui-plus-qu-hier-et-bien–rosemonde-gerard/

[v]  Vedi: https://en.wikipedia.org/wiki/Life,_Liberty_and_the_pursuit_of_Happiness

[vi] “In teoria dei giochi un gioco a somma zero descrive una situazione in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante. Se alla somma totale dei guadagni dei partecipanti si sottrae la somma totale delle perdite, si ottiene zero” (https://it.wikipedia.org/wiki/Gioco_a_somma_zero)

[vii] Vedi il testo completo in: http://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-auguri-scomodi-di-don-tonino-bello.aspx

 

© 2017 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

 

Buon Natale. Buona Natura.

 

download (2)ei giorni che stiamo vivendo, uno degli aggettivi che si sprecano è ‘felice’. Generalmente lo si riferisce al Natale, sebbene sia a sua volta un aggettivo e non un nome, in quanto abbreviazione dell’espressione latina ‘dies natalis’: giorno della nascita. Del resto anche in ‘festa/e’ – altra parola solitamente accoppiata a ‘felice’ – si nasconde un aggettivo, poiché il ‘dies festus’ degli antichi Romani indicava una giornata di gioia pubblica, di giubilo, da un antica radice sanscrita che ci riporta ad un senso di condivisione e di accoglienza. Tornando a ‘felice’, anche la ricerca dell’origine di questo attributo ci porta ad una radice sanscrita, da cui è derivato il verbo greco ‘fyo’, il cui significato è produrre, generare, tanto che da esso derivano sia ‘fecondo’ sia ‘feto’. Augurare a qualcuno un ‘felice Natale’, pertanto, significa auspicare che a questa persona la Nascita per eccellenza (dalla quale anche nel nostro laico mondo continuiamo a calcolare gli anni) risulti feconda, apporti cose buone e produca frutti positivi.

images (6)

ugurare un ‘felice Natale’ , d’altra parte, resta un’espressione spesso generica e convenzionale, mentre è evidente che ci si prepara a celebrare questo momento-cardine dell’anno con grandi abbuffate, viaggi e crociere, regali spesso inutili quanto costosi, nonché con la consueta strage di animali, botti pericolosi e shopping compulsivo, il tutto condito da tanta confusione e smog da traffico. Non ho alcuna intenzione di ‘corrigere mores’ né ci tengo a ripetere la solita lagna sulla perdita del vero senso del Natale, a vantaggio di una festa consumistica e pagana. Sono cose dette e ridette da persone molto più autorevoli di me, anche se evidentemente con scarsi risultati. Del resto, un Natale ‘celebrato’ in questa maniera ci riporta al senso originario del verbo latino, che dal significato di ‘frequentare’, ‘rendere numeroso’, ‘affollare’, è poi passato a quello di ‘solennizzare’ ed ‘onorare’. Non c’è dubbio, infatti, che l’affollarsi delle persone e la frequentazione di certi luoghi siano una chiave di lettura antropologica di qualsiasi festa, come ci hanno spiegato studiosi come Lanternari o Lombardi Satriani. Il problema è che la dimensione quantitativa della festa, anche al di fuori di una sua lettura etnografica, ha preso il sopravvento su quella qualitativa, che dovrebbe sottolineare il contenuto della celebrazione più che la sua manifestazione formale. 

download (3) anto premesso, lasciatemi dire che un Natale inteso come ulteriore occasione per affollare strade e negozi non è il modo migliore di celebrarlo, e non lo è neppure il fatto che ad affollarsi siano chiese o mostre presepiali. Cancellare la scintillante veste scenografica, iconografica o musicale del Natale, del resto, sarebbe un’assurdità e io, da buon napoletano, non propongo nulla di simile, anche perché ridurre la ‘forma’ di una festa non equivale a valorizzarne il ‘contenuto’. Penso solo che non dovremmo lasciare che quest’ultimo, con i suoi significati e valori, sia sempre più banalizzato e strumentalizzato per vendere prodotti e gadget vari o per dare un po’ d’ossigeno al settore turistico. Il fatto che questo Natale registri temperature sensibilmente superiori alle medie stagionali parrebbe un altro motivo per affollarci nelle strade, nei magazzini, nei cinema ed in tutti gli altri luoghi in cui crediamo di doverlo ‘celebrare’. Sarebbe però da sciocchi non renderci conto che tali anomalie climatiche sono il risultato di una dissennata politica energetica e d’un modello di sviluppo consumistico e predatorio verso le risorse della Terra e l’esistenza di tanti esseri, umani e non. Ma allora che razza di Natale vogliamo festeggiare, se tradiamo il principio stesso di questa parola, che sottende l’idea di ‘nascita’ e quindi di ‘vita’?

 images (6)chi pensa di festeggiare la Vita esaltando nei fatti una cultura di morte e di sfruttamento credo che vada contrapposta una visione assai diversa del Natale. E qui viene subito alla mente la bellissima lettera di don Tonino Bello, gli “auguri scomodi” d’un vero Pastore alla sua comunità. Il nocciolo di questo messaggio alternativo è che non si può celebrare il Natale dell’Emmanuele (in ebr.: ‘Dio con noi’) fingendo di non leggervi un invito a tutelare la vita in tutte le sue forme, un’esortazione all’accoglienza fraterna del bisognoso e dello straniero, uno stimolo a rifiutare una pace che non sia frutto della giustizia, ma ipocrita accettazione dello status quo.                                        “Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate…” (1) .               Un altro nesso logico che troppo spesso scordiamo – e che finiamo quindi col tradire – è quello tra ‘Natale’ e ‘Natura’. La radice è chiaramente la stessa e ci rinvia al concetto di ‘nascita’, riconducibile all’antica radice ‘GN’ che indica la generazione. Ma ciò che è stato generato ha anche un Genitore, per cui   danneggiare o distruggere la Natura equivale a disprezzare Chi l’ha creata.

images (9)  a prima considerazione che faccio è che non possiamo ‘celebrare’ il Natale senza soffermarci sul messaggio di vita che ce ne viene. La nostra sta diventando sempre più una cultura di morte, come sottolineavo in un mio articolo su “Oiko-nomia vs Death-Economy” (2). Certo, ognuno è libero di fare le sue scelte e d’impostare come crede la propria esistenza. Credo però che non si debba fare memoria del momento in cui Dio si è fatto uomo per salvarci utilizzando modalità che tradiscano questa scelta di vita e di riconciliazione. Durante le festività natalizie si registrano eccidi di animali, stragi di persone per incidenti e per guerre, violazioni delle più elementari norme di rispetto della natura e delle sue leggi. E’ di soli due giorni fa il bombardamento di una scuola di Damasco, nel quale sono morte 49 persone e si sono registrati più di 200 feriti. All’inizio di dicembre, in California è stata compiuta un’assurda strage di disabili (14 morti e 18 feriti) che stavano preparandosi a festeggiare il Natale. Per non parlare poi delle ordinarie stragi di animali sacrificati senza scrupolo ai nostri luculliani cenoni, evitare le quali non richiede una particolare determinazione e forza di volontà, visto che la stessa L.A.V. ci ricorda che “Se ogni italiano mangiasse vegetariano una volta alla settimana per un anno risparmieremmo la vita a 12 milioni di animali. Pesci esclusi.” (3) Né le feste delle altre religioni sono molto più rispettose del mondo animale, se i giornali ci riportano di vere e proprie ‘mattanze’ che insanguinano le celebrazioni nei paesi islamici e perfino in quelli di tradizione induista. Ebbene, proviamo almeno a bandire da questo Natale ciò che richiama la morte e la distruzione, dalle armi giocattolo regalate ai piccoli agli esplosivi in miniatura che dovrebbero allietarlo, ma l’anno scorso hanno mandato in ospedale 251 persone (361 nel 2013), con gravi ferite o mutilazioni.

images (8)  poi ricordiamo che non ci può essere Natale se non proteggiamo la Natura, rispettandone i ritmi e le leggi biologiche e salvaguardando il prezioso tesoro della biodiversità. Questa parola finalmente circola di più e sta diffondendo una maggiore consapevolezza della complessa ricchezza della vita, ma anche della sua fragilità. Un autentico profeta della tutela e promozione della biodiversità naturale è stato il mio grande amico e maestro Antonio D’Acunto, la cui scomparsa – circa un anno fa – ha privato i suoi tanti amici ed estimatori di una guida insostituibile. E proprio con le profetiche ed acute parole di Antonio, raccolte in un volume appena pubblicato, concludo questa riflessione sul collegamento tra Natale e Natura. E’ una lezione di vita e di speranza in un mondo dove quest’ultima non sia distrutta né biecamente sfruttata dall’uomo, bensì ‘celebrata’ in tutta la sua sacralità. Per Francesco d’Assisi era il modo per onorare il Padre attraverso i ‘frati’ e le ‘sore’ dei quali – ci ha ricordato il Papa – siamo stati fatti dominatori ma solo amorevoli ‘custodi’. (4)
     << LA BIODIVERSITA’ E’ > La biodiversità è il sogno di Francesco, santo d’Assisi. La biodiversità è la metamorfosi del bruco in farfalla dai mille colori, il chiarore donato dalle lucciole ai campi incontaminati, il ritmo della voce della cicala al calore dell’estate, felice dell’esistenza di spazi vitali. La biodiversità è la magica veste dell’aspide e della murena, il mimetismo della lacerta lepida, la spiaggia domizia, scelta misteriosa di procreazione della tartaruga del mare.La biodiversità è la delicatezza della biosfera, il ciclo meraviglioso dell’acqua, nel suo percorso dalle sorgenti alla pioggia, la vita del mare e dei suoi infiniti ambienti, il volto della Terra, non deturpato dalle violente aggressioni dell’uomo. […] La biodiversità è il dialetto, la tradizione, l’identità locale, espressione vitale dell’essere di ogni comunità, la musica, il canto, l’arte che l’accompagnano, la città nella peculiarità della sua storia e del suo divenire, luogo di incontro e socializzazione. La biodiversità è la lezione di Toro Seduto all’uomo bianco sul futuro della Terra, il testamento di Chico Mendez a difesa della sua Amazzonia, fonte di vita dell’intero Pianeta, il pensiero e la lotta di Martin Luther King contro ogni discriminazione, la pratica della non violenza di Gandhi.La biodiversità è il volto dolcissimo di Elena, Giulia, Antonio, Ileana e Francesca, del tutto comune a tutti i bambini del mondo. La cultura della biodiversità è la cultura della pace, delle mani tese alla solidarietà, opposta al lancio di bombe, intelligenti o non…>>  (5)

Auguri a tutti/e di buona vita!

NOTE ——————————————————

[1] Don Tonino Bello, Auguri scomodi, testo ripubblicato nel 2014 da Famiglia cristiana http://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-auguri-scomodi-di-don-tonino-bello.aspx

[2] Cfr. https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/07/25/oiko-nomia-vs-death-economy/

[3] http://www.cambiamenu.it/animali –  Visita anche: http://www.lav.it/

[4] Papa Francesco, Laudato sì – lettera enciclica sulla casa comune (2015) > http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

[5] Antonio D’Acunto,  Alla ricerca di un nuovo umanesimo, Napoli, edizioni “La Citta del Sole”, 2015.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

RELIGIONI PER LA TERRA

8985654

Salvaguardare la Terra, insieme, da credenti 

Si è tenuto lo scorso mese a New York, in occasione del pretenzioso quanto inutile Vertice ONU sul Clima, anche un importante incontro inter-religioso sul tema del ruolo delle varie fedi nella salvaguardia della Terra. Ovviamente, da noi non ne è giunta notizia e solo qualche ambientalista un po’ più attento e motivato ha potuto apprendere della discussione che si è sviluppata presso il Seminario dell’Unione Teologica newyorkese, con partecipazione di ben 200 “leaders spirituali” provenienti da tutte le parti del mondo e rappresentanti tradizioni religiose molto diverse.

Scopo della conferenza era la ricerca di una piattaforma comune, capace di esprimere le preoccupazioni e gli impegni delle religioni mondiali e di suscitare un’azione fondata sulla fede.

Come si legge in un comunicato stampa diramato già il 15 luglio sull’evento:

“Quest’azione sarà a sostegno di un giusto trattato sul clima e di nuove misure, all’interno delle nazioni, religioni e culture,che saranno necessarie per supportare il trattato e proteggere i più vulnerabili tra noi, in un tempo in cui i profitti hanno la priorità sul benessere delle persone e gli effetti dell’inquinamento stanno per essere avvertiti nelle modalità climatiche estreme, in una esacerbata instabilità sociale e nel calo della qualità del cibo, dell’aria e dell’acqua.[…] “I leader religiosi che si sentono chiamati a proteggere il creato stanno avvertendo l’urgenza di questa crisi e stanno cercando i modi per essere efficaci – ha dichiarato la Rev.Dr.ssa Serene Jones, presidente del Seminario dell’Unione Teologica – Ora per noi è giunto il tempo di andare insieme, attraverso le questioni che ci dividono e le tradizioni divergenti, e di usare la nostra portata ed influenza per il bene della Terra che condividiamo”. [1]

Lo stesso concetto è stato ribadito da Karenna Gore e dalla stessa dr.ssa Jones il 19 settembre 2014 in un intervento sull’edizione online della rivista TIME, sottolineando che affrontare la crisi climatica mondiale:

“…non è solo una sfida scientifica e politica, è un urgente imperativo morale[…] Essa si riferisce profondamente al significato della vita piuttosto che limitarsi ad aggiustare i suoi meccanismi […] Ha implicazioni per l’esistenza dello stesso mondo e per il posto dell’umanità al suo interno. Si terrà una conversazione guidata dai valori, per cambiare la cultura materialista ed orientata al consumo, che assegna un valore solo alle cose quantificabili in senso finanziario. L’incontrollato modello di massima produzione, guidato dal profitto, sta divorando ciò di cui noi ci prendiamo più cura: l’aria e l’acqua  pulita ed il benessere delle famiglie più vulnerabili. Abbiamo bisogno di una nuova equazione morale…”  [2] .

Sul palco della Conferenza di sono alternati pastori battisti e rabbini ebrei, il presidente della Caritas delle Filippine ma anche un imàm e il direttore d’una fondazione islamica per l’ecologia e le scienze ambientali, insieme a molti altri esponenti di tradizioni religiose orientali, fra cui un capo pellerossa, un cappellano indù e la famosa leader ecologista Vandana Shiva. Le immagini del video che ne riprende gli interventi, intervallati da canti [3] , ci restituisce un variopinto e stimolante mondo di congregazioni ed organizzazioni che da anni s’impegnano in prima persona in difesa della pace e dell’integrità del creato e che vogliono coordinarsi per rendere più efficaci i loro sforzi.

In effetti, già da molti anni è in atto un processo di ripensamento profondo del ruolo dei credenti (e quindi delle chiese e delle organizzazioni a base religiosa) nella promozione non solo di stili di vita alternativi, rispettosi degli equilibri naturali come dell’equità sociale, ma anche di un vero e proprio movimento, che stimoli attivamente un autentico cambiamento in senso ambientalista del modello di sviluppo e delle politiche che ad esso s’ispirano. Ma c’è bisogno di più e di meglio.

“Dobbiamo approfondire ed espandere il movimento mondiale per combattere il cambiamento climatico e cogliere la sua traiettoria morale. Molti leader religiosi stanno già trasformando i loro approcci al ministero ed al servizio, determinati a raggiungere i piccoli cambiamenti che possono aggregare in un movimento globale. Questi devono essere accompagnati dal sostegno ad azioni strategiche coraggiose, per spostare il potere lontano da quelli che non prendono la terra in considerazione.” [4]

Il coraggio di passare dal dire al fare

Il fatto è che tali “azioni strategiche coraggiose” da parte delle varie chiese e congregazioni non possono però limitarsi ai discorsi o alla pubblicazione di documenti più o meno ufficiali, di lettere pastorali o di articoli su riviste specializzate in teologia e studi religiosi più in generale. Strumenti senza dubbio importanti ed utili per comunicare un pensiero che cambia e si va raffinando in materia ecologica, ma che non mi sembra che segnino momenti effettivi di trasformazione di tante comunità, che viceversa restano  troppo spesso ancorate a valori tradizionali e ad una visione della fede statica, diffidente verso ogni contaminazione.

Certo, “piccoli cambiamenti” nella visione dei problemi quotidiani (dall’alimentazione alla questione dei rifiuti; dall’uso prudente di tecnologie di cui non si conosce l’impatto ambientale all’attenzione verso i diritti degli animali non umani…) sono in atto già da parecchio tempo e molti  di essi vedono impegnati sacerdoti ed altri ministri di culto, nella veste di guide e promotori di questa progressiva crescita della consapevolezza ambientale. Questo però non basta a scuotere davvero il generale intorpidimento della coscienza dei credenti, da troppo tempo abituati a considerare la religione come un insieme di bei principi che, quando pure sono effettivamente conosciuti, restano comunque teorici e sconnessi dalle scelte quotidiane e dall’agire comune.

Basti pensare a come rapidamente si è raffreddato l’impeto che, un anno fa, aveva spinto migliaia di persone a scendere in piazza contro il “biocidio” perpetrato consapevolmente e per decenni ai danni del territorio dell’ex Campania Felix e dei suoi sventurati abitanti. Oppure si pensi a pur fondamentali questioni di etica ambientale, come quella riguardante la modificazione biologica della realtà naturale e la brevettazione dei cicli produttivi ad opera dei potenti sostenitori degli O.G.M., ai quali si contrappongono obiezioni sempre più flebili, esclusivamente sul piano “scientifico” e con pochi riferimenti alle conseguenze economico-politiche d’impostazioni promosse da chi cerca di convincerci che manipolare la stessa vita sia un vantaggio per l’umanità.

In un mio precedente intervento [5] concludevo il mio appello a sviluppare e diffondere i principi e gli obiettivi della “ecologia cristiana” citando le parole del noto teologo Jurgen Moltmann:

“Le crisi ecologiche distruggono le condizioni vitali del pianeta. Per conservarlo malgrado le forze distruttive, abbiamo bisogno (…) di un invincibile amore per la Terra. C’è forse un riconoscimento maggiore e un amore più forte della fede nella presenza di Dio nella Terra e nelle sue condizioni di vita? Abbiamo bisogno di una teologia della Terra e di una nuova spiritualità della creazione.” [6]

Ebbene, il meeting inter-religioso di New York ha sicuramente fatto un passo importante in quella direzione, ma non è un caso che i nostri media l’abbiano ignorato del tutto, impegnati com’erano a rivolgere la propria attenzione solo alle retoriche ed inutili enunciazioni al vertice dell’ONU dei c.d.“grandi della terra”, che di grande hanno soprattutto la faccia di bronzo che gli consente di fingere di proporre soluzioni ai problemi di cui in larga parte, invece, sono responsabili…

Del resto, da noi in Italia, è già difficile sentir parlare di incontri inter-religiosi, qualunque ne sia il contenuto, dal momento che permane nel sentire comune una sottile diffidenza verso ogni apertura ecumenica del mondo cattolico a messaggi “altri”, visti come un terreno scivoloso e pieno di pericoli di “contaminazione” ideologica oltre che teologica. Il fatto è che un movimento inter-religioso come quello che si è manifestato alla conferenza newyorkese non ha un corrispettivo nella nostra realtà, nella quale d’altra parte si è alzata sempre più spesso la voce di grandi Pontefici (da Paolo VI a Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI a Papa Francesco) per ribadire la centralità della questione ambientale, non solo nella tradizionale ottica dell’etica ecologica, ma anche in quella di una teologia ecologica più profonda e non antropocentrica.

Ciò nonostante, discorsi come quello sull’armonia dell’uomo con la natura e su un ruolo dell’umanità che non sia di “dominazione” sul Creato vengono molto spesso rigettati come estranei alla tradizione cattolica, come un insidioso tentativo d’introdurre in essa elementi animistici, se non addirittura paganeggianti.  Ecco allora che frasi come quella che troviamo in conclusione del comunicato stampa sulla conferenza delle Religioni per la Terra (“Abbiamo bisogno di sfruttare la potenza della fede di influenzare il cambiamento sociale . Il benessere della nostra terra dipende da esso . Cosa c’è di più sacro?”) rischiano di diventare oggetto della preconcetta critica alla “sacralizzazione della natura” che parte di movimenti cattolici tradizionalisti, ma spesso anche da alcuni vescovi e teologi allergici all’ambientalismo.

Qualcosa si muove anche in Italia 

Per fortuna, però, le cose stanno cambiando anche in Italia, anche se molto lentamente. Basti pensare al fatto che nello stesso mese di settembre, quasi in contemporanea con la Conferenza di New York, si sono tenuti due incontri pubblici molto interessanti sulla questione ambientale, uno a Lecce e l’altro a Reggio Emilia. “Religione, ambiente e salvaguardia del Creato: la Chiesa leccese in un dialogo a più voci” è il titolo che un quotidiano locale online dedica alla prima iniziativa, cui ha partecipato l’Arcivescovo metropolita di Lecce, mons. Domenico Umberto D’Ambrosio, ed il suo delegato per ecumenismo, ma anche esponenti di altre religioni, come l’imàm locale, oltre ad un rappresentante della comunità ebraica, di quella metodista e della chiesa ortodossa.“Un’occasione per condividere e potenziare, attraverso la preghiera, l’impegno di educare e responsabilizzare tutti, a una cultura di prevenzione, ispirata dalla verità delle differenti fedi. Nessuno deve restare spettatore, ma tutti protagonisti vigilando con cura e accrescendo la cultura ecologica. Aiutati dalla forza della preghiera possiamo cambiare  e rinnovare la faccia della nostra terra nel giusto scambio d’amore fra la Creazione e il Creatore” [7]

Queste parole ci fanno avvertire una sintonia con un movimento dei credenti che non può che essere globale, proprio perché i problemi ambientali sono riscontrabili su scala globale e richiedono non solo l’impegno dei singoli, ma anche decisioni chiare ed autorevoli al massimo livello.

“Salvare il creato. Tre giorni di Ecohappening, ambientalisti in missione per conto di Dio” è invece il titolo dato da un altro quotidiano locale online ad un incontro pubblico che si è svolto a Reggio Emilia dal 12 al 14 settembre 2014 e che ha impegnato mons. Paolo Rabitti (arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio) ed alcune parrocchie locali, insieme con varie istituzioni ed associazioni, in un ampio dibattito sul tema “Custodire il creato: la tutela ambientale”, ma anche in momenti seminariali, rivolti alla formazione dei giovani .[8]

Infine, dall’8 all’11 ottobre si è tenuta a Napoli un’iniziativa promossa dall’associazione cattolica Greenaccord , in collaborazione con la Caritas dell’Arcidiocesi di Napoli, dedicata allo sviluppo di una “filiera anti-fame” che aiuti ogni giorno 5000 poveri della città e, al tempo stesso, costituisca una riflessione sulle conseguenze dell’attuale modello di sviluppo sulla difficile condizione delle persone socio-economicamente più deboli e sulla grave perdita di biodiversità.

“Da qui l’idea di costruire il modello Rifiuti Zero portato avanti da Ambiente Solidale, insieme alla Caritas Diocesana partenopea, con il Programma di Contrasto alla Povertà Alimentare. L’idea è puntare sul recupero delle eccedenze alimentari della grande distribuzione organizzata e dei produttori locali, aumentando il paniere dei prodotti da distribuire alle fasce più deboli della popolazione attraverso le parrocchie e le associazioni aderenti.” [9].

Il cammino da percorrere resta ancora molto lungo e difficile e, ad esempio, la sollecitazione ad aprire un dibattito nel merito, rivolta proprio all’Arcivescovo di Napoli, Card. Crescenzio Sepe, da me e dall’amico Antonio D’Acunto, a nome della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità [10], purtroppo resta tuttora senza risposta.

Bisogna anche tener conto della persistente ostilità di sedicenti movimenti cattolici per l’ambiente, che concentrano la loro azione sull’opposizione pregiudiziale ad ogni seria riflessione in materia di eco-teologia [11]. Ma si deve anche tener conto del dibattito tuttora aperto e di alcune esperienze che, come quelle citate, lasciano sperare in un cambiamento effettivo.

Ciò che non bisogna fare invece è arrendersi, rassegnandosi tristemente all’idea che le battaglie ambientaliste per un’energia diffusa, pulita ed ecosostenibile o per un’alimentazione naturale e rispettosa degli animali debbano restare estranee al rinnovamento delle Chiese ed al loro impegno sociale e pastorale.

In tal senso l’attesa enciclica di Papa Francesco sull’impegno ecologico dei credenti sarà senz’altro un fondamentale stimolo alla diffusione di una visione alternativa. Ma ciò non sarà comunque sufficiente se non si moltiplicheranno iniziative dal basso per coniugare la fede cristiana con la cura del Creato, di cui troppo spesso dimentichiamo di essere custodi e non padroni. [12]

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

—————————————————————————————-

 NOTE: 

[1] http://ipcc.ch/report/ar5/docs/Religions_for_the_Earth.pdf

[2] http://time.com/3404006/religions-for-the-earth-redefining-the-climate-crisis/

[3] http://new.livestream.com/unionseminary/religionsfortheearth

[4]  http://ipcc.ch/report/ar5/docs/Religions_for_the_Earth.pdf, cit.

[5]  https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/10/21/unecologia-cristiana-per-unagape-cosmica/

[6]   J. Moltmann, “Il futuro ecologico della teologia cristiana” http://www.ildialogo.org/parola/Approfondimenti_1340200959.htm

[7] http://www.leccenews24.it/attualita/religione-ambiente-e-salvaguardia-del-creato-la-chiesa-leccese-affronta-un-dialogo-a-piu-voci.htm

[8] http://www.reggioreport.it/2014/09/salvare-il-creato-tre-giorni-di-ecohappening-lambientalismo-secondo-o-cattolico/

[9] http://www.greenaccord.org/press-room/la-%E2%80%9Cfiliera-anti-fame%E2%80%9D-che-aiuta-i-poveri-di-napoli#.VDl0SWd_uSp

[10] Cfr. www.laciviltadelsole.org  e, in particolare la pagina sull’etica ambientale: http://www.laciviltadelsole.org/etica-ambientale.html# /

[11] http://christusveritas.altervista.org/ambientalismo.htm

http://www.movimentoazzurro.org/sites/default/files/allegati/ambientalismo_cattolico.pdf

http://cristianesimocattolico.tumblr.com/post/96343245092/quando-i-vescovi-fanno-gli-ambientalisti

[12]  Vedi in proposito altri articoli sull’argomento: http://www.webethics.net/corsoepa/introduzione ;

http://idr.seieditrice.com/materiali-didattici/secondaria-ii-grado/ecologia-e-cristianesimo/ ;

http://www.spazioambiente.org/DOCUMENTI/2005/seminario%20RELIGIONE/relazione%20Padre%20VALENTI.pdf

PORCA MISERIA!

miseriaSono stato recentemente invitato alla presentazione di Miseria ladra’, lodevole campagna promossa da Libera e dal Gruppo Abele “per combattere la povertà e per l’inclusione sociale”, cui hanno già aderito centinaia di associazioni e diverse amministrazioni comunali. Al Dormitorio Pubblico di Napoli si sono alternati i rappresentanti di varie realtà locali impegnate in tal senso, ma il mio intervento ha richiesto una premessa. Non era così scontato, infatti, che un esponente d’una Rete associativa che si occupa di energie alternative portasse la sua adesione ad un’iniziativa del genere. A prescindere dalle mie motivazioni personali (da trent’anni mi occupo di lavoro sociale di base e sono tuttora impegnato nella Caritas della mia parrocchia) ho cercato quindi di spiegare perché un impegno ambientalista ed ecopacifista non può prescindere da quello sociale e da una visione solidaristica della società.

Dal dépliant distribuito alla conferenza apprendiamo che, secondo il rapporto ISTAT del 2012, quasi 10 milioni d‘italiani si trovano in condizione di povertà relativa e quasi 5 in stato di povertà assoluta. Un italiano su tre – per Eurostat – risulta a rischio povertà ed ancora più preoccupante è il dato secondo il quale i minori indigenti sono ormai quasi un milione, con un’impennata anche della dispersione scolastica, giunta al 18,2%. Il 63% delle famiglie è stata costretta a ridurre la spesa per alimenti ed il 40% deve vivere in condizioni definite di “deprivazione materiale”. I ‘senza fissa dimora’, infine, sono circa 50.000, ma la situazione si aggrava ogni giorno di più.

Ebbene, di fronte a questi sconfortanti dati statistici, la prima ed ovvia reazione è quella di prendercela con i “governi ladri”, cioè col mix di corruzione, cinismo e disinteresse per la condizione reale dei cittadini che da troppo tempo sembra caratterizzare la classe politica italiana, alimentando una comprensibile reazione di sfiducia e diffidenza verso chi ci amministra.    E’ innegabile che le responsabilità maggiori siano imputabili alle scelte di chi si è alternato finora al governo centrale e nelle giunte locali, ma ritengo comunque semplicistico e qualunquistico prendersela solo con chi ha direttamente gestito il denaro pubblico. Penso infatti che il vero nodo del problema non sia tanto l’individuazione dei responsabili ‘in solido’ del progressivo depauperamento delle persone e delle realtà collettive, quanto la ricerca dei meccanismi economici e sociali che caratterizzano un modello di sviluppo che genera solo ingiustizia, sfruttamento e miseria, per non parlare dei conflitti che suscita, in ambito nazionale ed internazionale .

E’ evidente che disuguaglianza e precarietà alimentano le mafie, che ne traggono evidenti e crescenti utili, esasperando il processo di degrado sociale e fomentando la corruzione politica. Sarebbe però ipocrita puntare il dito solo contro mafiosi e camorristi, facendo finta che la struttura stessa della società – quella che una volta si chiamava establishment – non sia marcia e di per sé causa di degrado morale e di devastazione ambientale, prima ancora che di devianza criminale.

Insomma, la violenza che pervade ed inquina la nostra società, acuendo disuguaglianze e rendendo incerto il futuro delle nuove generazioni, è quella sottesa ad un modello di sviluppo predatorio, iniquo ed antiecologico. L’analisi fatta da Libera non manca di ribadirlo nell’opuscolo citato, sottolineando opportunamente che: “criminalità organizzata, corruzione e distruzione ambientale si rafforzano, a scapito dei diritti, della coesione sociale e della partecipazione dei cittadini, sempre più dipendenti dalle istituzioni”.

Ciò che, a mio avviso, non emerge abbastanza chiaramente è che da una società fondata sullo sfruttamento illimitato delle risorse naturali e degli esseri umani, che violenta la natura proprio come le persone, non c’è da aspettarsi nulla di diverso. Ecco perché una scelta chiaramente e radicalmente ecologista comporta il superamento del modello di sviluppo dominante e dello stesso concetto di ‘crescita’, che si dà troppo spesso per scontato, come se si trattasse di un dato neutro. Eppure dovremmo ormai esserci resi conto quella crescita –  se non è sottoposta ai limiti posti dalla stessa natura e dalla morale umana – non è affatto indipendente dalla violenza che colpisce sia la prima sia la seconda, nella scientistica convinzione – o meglio, presunzione… – che c’è sempre un rimedio a tutti i guai che stiamo producendo sul nostro Pianeta.

La dantesca “aiuola che ci fa tanto feroci” sta subendo il peso maggiore di questa continua sfida alle leggi di natura, alla ricerca sfrenata dell’arricchimento di pochi, che porta con sé il depauperamento dei più, e del potere di alcuni su tutto e tutti, che genera dipendenza e marginalità in chi è costretto a subirlo. Ecco perché non possiamo illuderci di rendere meno ingiusta la nostra società senza una radicale svolta nel senso d’un modello economico e sociale alternativo all’attuale.

Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo,che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello“scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”[…]Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro,come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza…”  (Francesco, Evangelii gaudium, 53-54)

Quelle di Papa Francesco sono parole chiare e forti: la miseria e l’emarginazione non sono effetti collaterali dello sviluppo, ma negazione d’un autentico sviluppo. I nostri stili di vita consumistici sono la causa stessa dello sfruttamento di larga parte dell’umanità, non certamente un obiettivo da consolidare e, peggio ancora, da esportare nei c.d. ‘paesi sottosviluppati’, come si vorrebbe far credere. Se poi usciamo dall’ottica d’un etica e di una politica rigidamente antropocentriche e consideriamo con più attenzione gli immani disastri e gli squilibri ecologici che questo modello di sviluppo sta provocando, credo che la necessità di uno stretto rapporto tra impegno sociale e quello ambientale risulti ancora più evidente.

Libera e le altre realtà che hanno lanciato la campagna ‘Miseria ladra’ propongono una strada da percorrere insieme. Le indicazioni sono sostanzialmente tre: (a) uscire dalla crisi “tutti insieme”, per difendere “l’interesse generale, restituendo speranza nel futuro” ; (b) costruire un “percorso partecipato ed una rete di pari tra pari”, per lanciare una nuova proposta sul welfare; (c) porre in atto “strumenti concreti di contrasto alla povertà”, in un’ottica di confronto con le istituzioni e di partecipazione.  Questo percorso comune è stato poi concretizzato in “10 misure per rendere illegale la povertà”, che chi aderisce alla campagna dovrebbe condividere: (1) fondo sociale per la non autosufficienza; (2) moratoria sui crediti di Equitalia e banche; (3) pagamenti certi della pubblica amministrazione verso chi fornisce beni e servizi; (4) agricoltura sociale e risanamento idro-geologico, riconvertendo il sistema produttivo ed energetico; (5) sospensione degli sfratti esecutivi per i più bisognosi; (6) destinazione sociale del patrimonio immobiliare sfitto delle città; (7) residenza presso i municipi dei soggetti senza fissa dimora; (8) introduzione del reddito minimo di cittadinanza; (9) difesa dei beni comuni e ‘pubblicizzazione’ dei servizi essenziali; (10) rinegoziazione del debito pubblico.

Ebbene, si tratta di proposte concrete e condivisibili, che si possono certamente sottoscrivere. Ciò che mi sembra manchi in questo percorso, invece, è una prospettiva più chiara e netta di un’alternativa da costruire, più che di una ‘terapia’ cui sottoporre il sistema attuale. La questione centrale, a mio avviso, non è“rendere illegale la povertà”  quanto rendere illegale lo sfruttamento, che sta alla base del sistema economico che in troppi ormai considerano l’unico, in quanto sarebbe privo di alternative credibili. Sfruttare le risorse naturali è l’altra faccia di un modello che sfrutta le persone e si sostiene grazie all’imperialismo economico e militare. Può forse sembrare un’affermazione troppo netta e schematica, ma credo che sia finito il tempo dei giochi di parole e delle razionalizzazioni che cercano di conciliare cose inconciliabili.

Certo, la mia formazione cristiana e nonviolenta mi ha abituato a percorrere tutte le strade intermedie ed a perseguire tutte le soluzioni che possano mediare nei conflitti. Mi ha però insegnato anche che non si può servire Dio ed il denaro (“οὐ δύνασθε θεῷ δουλεύειν καὶ μαμμωνᾷ” Mt. 6,24) e che la logica dell’arricchimento e la corsa al potere creano solo poveri e marginali. Lo stesso peccato originale è frutto dell’arroganza umana, che non vuole riconoscere limiti e persegue l’onnipotenza a tutti i costi, con la tragica conseguenza di considerare la sottomissione degli altri e della stessa Terra come il prezzo da pagare per la propria affermazione.

Quella che il Papa chiama ‘globalizzazione dell’indifferenza’, allora, non si combatte solo con misure ‘compensative’, come fondi sociali, moratorie dei debiti, sospensione degli sfratti o revisioni del debito pubblico. Sono provvedimenti certamente necessari a rompere la nostra colpevole indifferenza, ma non sufficienti a smantellare i muri d’ingiustizia che creano esclusione e subordinazione. Più ‘strutturali’, come si diceva una volta, mi sembrano invece sia l’indicazione ad agire in direzione dell’agricoltura sociale e del risanamento ambientale, opponendosi al dissesto idrogeologico ed alle minacce alla biodiversità naturale, sia la difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici essenziali, restituendo loro la natura collettiva e sociale. Sottrarre le risorse ambientali ed i beni comuni alla logica dell’accaparramento e del controllo, infatti, è il primo passo per costruire una società in cui lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno diventi la sola e vera garanzia dello sviluppo di tutti.

La Civiltà del Sole, di cui io e tanti altri stiamo cercando di diffondere i principi, cerca appunto di affermare non solo l’importanza fondamentale d’una riconversione energetica verso le fonti pulite, rinnovabili e diffuse, ma anche un modello di società più decentrata, comunitaria ed autosufficiente. Ecco perché non possiamo disinteressarci della marginalità sociale e delle vecchie e nuove povertà, dal momento che un modello alternativo di sviluppo sarebbe la risposta più globale anche ad esse. Oltre 300 anni fa Tommaso Campanella scriveva: “Più naturale è il dominio e la comunità dove il bene è più comune a tutti: e violento è più, dove è manco comune.”, sintetizzando così il principio su cui si basava la sua utopica ‘Città del Sole’. Per passare dall’impoverimento a quello che in inglese si chiama empowerment (emancipazione, crescita di potere…) è necessario quindi fare delle scelte alternative ad un modello fondato sul dominio che non rispetta né la natura né la comunità umana.  Il vero ladro di diritti, infatti, non è la miseria ma il sistema iniquo che la genera ed al quale dobbiamo opporci, se vogliamo non solo promuovere l’inclusione sociale ma costruire davvero ‘il bene comune’.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

UN’ECOLOGIA CRISTIANA PER UN’AGAPE COSMICA

ECO-CRIST 1Etica ambientale, eco-teologia, ecologia cristiana

Se si utilizza un motore di ricerca per trovare quanto è reperibile in Internet su queste tre voci si scopre che di materiale per documentarsi ce n’è tanto. Il problema è che in alcuni casi si tratta di articoli pubblicati su blog o riviste specializzate, in altri di dotti saggi di teologia morale o pastorale o di commenti a documenti del Magistero ed in altri ancora di risoluzioni adottate da altre chiese. Un materiale abbastanza eterogeneo, in mezzo al quale è possibile trovare ispirate e profonde riflessioni sulla salvaguardia del Creato ed il suo rapporto con un Vangelo di giustizia e di pace, ma anche banalità senza tempo o acide contestazioni d’un “ambientalismo cristiano” che starebbe traviando la dottrina cattolica con influssi provenienti da culture materialiste o perfino da visioni panteiste… Anche in questo caso, nella Rete globale – soprattutto se cerchiamo anche testi in lingue diverse dall’italiano – possiamo trovare praticamente di tutto, sebbene a ragionare su questi temi – in un senso o nell’altro – si riscontra un numero piuttosto ristretto di persone e di organizzazioni.

Quanto a me, ho trascorso una quarantina d’anni a battermi con entusiasmo e dedizione per ideali che credevo e continuo a credere insiti nel Cristianesimo – la pace, la giustizia sociale e la difesa della natura. In questi decenni, però, poche volte mi sono trovato a fianco altri cristiani come me. La maggioranza dei miei ‘compagni di strada’ sono stati dei laici eticamente e/o politicamente motivati, ma spesso con venature anticlericali che certo non mi facevano piacere. La mia lunga militanza nei movimenti nonviolenti, pacifisti, ambientalisti ed eco-sociali mi ha posto quindi di fronte alla constatazione che solo un’esigua minoranza di credenti – nel caso specifico, di cattolici – erano animati dalle mie stesse motivazioni e condividevano la mia volontà di testimoniare il Vangelo di Cristo sul terreno dell’impegno ecopacifista.

E’ dunque difficile per me riflettere sulle prospettive di un’ecologia cristiana a prescindere dall’esperienza di solitudine che mi ha accompagnato in questi lungi anni di attività antimilitarista ed ambientalista, durante i quali, peraltro, ho sempre rispettato la visione morale ed ideologica altrui, evitando ogni pretesa di catechizzare chi a tali battaglie era giunto per ben altra via.

E’ però evidente che non ho mai smesso di pensare che bisognava darsi da fare affinché alcune idee ispiratrici – come quella di nonviolenza attiva, educazione alla pace, sviluppo comunitario e di ecologia cristiana – cominciassero quanto meno a circolare di più e fossero adeguatamente discusse. Anche in questo caso, però, ho trovato interlocutori attenti e ricettivi ai miei modesti contributi (saggi, articoli, pezzi pubblicati sul blog [1]) soprattutto tra persone esterne al circuito cattolico, dentro il quale ho spesso avvertito invece una velata diffidenza verso un simile approccio.

Da un laico l’invito ad “amare e salvare il Creato” 

Ciò premesso, il fatto che il mio amico e maestro Antonio D’Acunto – da laico che pur si riconosce formato in un contesto culturale cattolico – abbia pubblicato sulla rivista online dell’Associazione ambientalista V.A.S. , di cui faccio parte da tempo, un editoriale intitolato “Papa Francesco e l’attesa di una nuova enciclica: Amare e salvare il Creato[2] non poteva che farmi piacere.   Si tratta infatti d’un ottimo contributo, ben documentato ed argomentato, col quale egli ha colto nell’impronta ‘francescana’ impressa dal nuovo Papa al suo magistero un’occasione eccezionale per sviluppare alcuni spunti già positivi emersi con i suoi predecessori – da Giovanni Paolo II allo stesso Benedetto XVI – in direzione del superamento dell’impostazione antropocentrica che da secoli caratterizza la dottrina morale e sociale della Chiesa Cattolica.

D’Acunto ha ricercato ispirazione tra le fonti bibliche e quelle del magistero ecclesiale ma, pur riscontrando alcune affermazioni decisamente innovative in tal senso, non è riuscito a cogliere sufficienti segnali di cambiamento, mentre non ha potuto fare a meno di registrare le ovvie reazioni negative di movimenti cattolici tradizionalisti e strane organizzazioni catto-ambientaliste.     Col suo articolo, l’amico Antonio vuole aprire un vasto e franco dibattito all’interno del mondo cattolico sul rapporto tra la pur proclamata “salvaguardia del Creato” e delle concrete indicazioni pastorali per una profonda trasformazione. E’ quindi promotore d’un accorato appello della Chiesa, affinché stimoli nei credenti un profondo cambiamento di rotta (i teologi parlerebbero di “metànoia”) non solo negli stili di vita quotidiani – cosa peraltro buona e giusta… –  ma anche per il superamento di quelle strutture e realtà che da troppo tempo vincolano lo sviluppo umano a modelli culturali, produttivi, energetici, economici e sociali che si sono rivelati, viceversa, fonte di disuguaglianza, sfruttamento e disastri ambientali. Il risultato di questa ricerca di D’Acunto è stato in parte positivo, ma ha posto in luce anche limiti e carenze. Volendo sintetizzare, si riscontrano nell’articolo cinque elementi di critica:

(1)   dalle pur apprezzabili considerazioni che si trovano nei documenti ufficiali della Chiesa, emerge che il valore della “Comunità Umana” è svincolato da quello della Natura e della Biodiversità, per cui esso resta tuttora condizionato da una visione antropocentrica.

(2)   Il pur positivo riferimento del Magistero papale al concetto di “bene comune” ed al “principio di solidarietà” rimane comunque posto esclusivamente in relazione alla “persona umana”, senza allargarsi ad abbracciare in questo spirito di ‘fraternità’ tutte le altre creature viventi, seguendo l’antico e spesso citato esempio del Santo d’Assisi.

(3)   Questo “profondo distacco” delle Chiese cristiane verso il mondo naturale continua dunque a condizionare il loro rapporto con l’ambiente e la biodiversità naturale, impedendo che l’apprezzamento del Creato e la francescana lode per tutte le creature si trasformino in un effettivo richiamo etico ad “amarle” in sé, e non solo in quanto utili all’Uomo.

(4)   In assenza d’un esplicito “comandamento dell’amore” verso la Natura e la diversità biologica, le Chiese non riescono a condannare moralmente chi le aggredisce, in nome d’un modello di sviluppo basato sullo ‘sfruttamento’ delle risorse.

(5)   La stessa introduzione nei documenti del Magistero cattolico del concetto di “sostenibilità ambientale” parte da una pur giusta critica del sistema economico, ma non giunge ad affermare “…l’incoerenza dello sviluppo in sé – per definizione illimitato – rispetto a risorse finite, che è il cardine della insostenibilità del modello antropocentro-liberal-capitalistico…”.

“Coltiviamo e custodiamo” il creato o lo sfruttiamo e trascuriamo?

«Quando parliamo di ambiente, il mio pensiero va alle prime pagine della Bibbia, al Libro della Genesi, dove si afferma che Dio pose l’uomo e la donna sulla terra perché la coltivassero e la custodissero (cfr 2,15). E mi sorgono le domande: Che cosa vuol dire coltivare e custodire la terra? Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando?….”  [3]

Sono state queste ispirate parole di Papa Francesco – pronunciate in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente dello scorso 5 giugno – che hanno alimentato nell’amico D’Acunto la speranza che adesso qualcosa cambi davvero e che l’autorevole appello del Pontefice possa facilitare questo cambiamento, arrestando la catastrofe in atto.

“Nessuno può con certezza dire che siamo già nella fase della irreversibilità, dell’impossibile ritorno all’indietro dall’apocalisse; e non è né utile né positivo stare dentro al catastrofismo finale; ma infiniti sono i segnali e gli allarmi di un Pianeta tragicamente violentato e globalmente in crisi nella sua stessa esistenza vitale come mai dalla comparsa dell’Uomo e sulla necessità e l’urgenza di una profonda, radicale inversione del Pensiero e del Sistema che hanno incidenza su di esso. Di portata infinita sarebbe la valenza ed immensa l’attesa di una nuova Enciclica “Amare e Salvare il Creato”, a tal fine promulgata da Papa Francesco, e sicuramente milioni e milioni di persone sarebbero disponibili a contribuire con Lui alla sua scrittura e all’attuazione dei suoi contenuti.”  [4]

Con la sua sconcertante semplicità – ma anche col suo tagliente acume – il Papa ha sottolineato in quell’occasione che benché molti nella Chiesa predicano nel senso giusto,“il sistema continua come prima”. Alimentato com’è dall’avidità consumista e da quella tragica “cultura dello scarto”, sembra aver contagiato tutti, Cristiani compresi, rendendoli di fatto insensibili alla violenza sia contro gli esseri umani sia contro l’ambiente naturale. Eppure, ha scandito Papa Francesco, “ecologia umana ed ecologia ambientale camminano insieme”.  Questa netta ed apprezzabile affermazione, bisogna ammetterlo, non può però essere data per scontata. C’è infatti ancora molta strada da percorrere perché un’autentica ecologia cristiana si affermi sul serio e non resti confinata nelle illuminate pagine delle encicliche e dei documenti dell’episcopato più avanzato, in particolare tedesco, statunitense o australiano, senza raggiungere davvero la mente il cuore e le mani del popolo cristiano.

Qualche risposta ed indicazione per un’ecologia cristiana

Fatta questa premessa, vorrei ora cercare d’offrire qualche risposta ai cinque interrogativi critici sollevati da Antonio D’Acunto, naturalmente senza alcuna pretesa teologica ma col buon senso di chi crede che la Buona Notizia di Gesù è la bussola per orientare le scelte dei Cristiani.

  1. Penso che il valore della “comunità   umana” potrà difficilmente esser posto dalla dottrina cattolica  sullo stesso piano della c.s. “Natura”, pur rientrando entrambe all’interno del progetto di Dio creatore. Non si tratta solo di fronteggiare la scontata accusa di ridurre tutto a “materia” (il pensiero  cristiano rimane imbevuto di aristoteliche antinomie e di eredità neoplatoniche, fra cui quella che contrappone questa allo “spirito”), ma  anche di preservare la tradizionale “gerarchia” tra le stesse creature. I già evidenziati condizionamenti culturali derivanti dall’antropocentrismo giudaico, si sono stratificatisi nella mentalità dei Cristiani e sembrano difficilmente  rimuovibili senza sentirsi accusare di “panteismo”, di “deismo” e chissà quanti altri “ismi”. Per quanto mi riguarda, penso che limitarsi a contrapporre una visione “biocentrica” a quella “antropocentrica” riesca solo a radicalizzare il discorso, contrapponendo  di fatto l’interesse dell’ambiente a quello dell’umanità. Eviterei pertanto di fondare un dialogo su impostazioni estreme tipo “deep ecology” – tanto dirompenti  quanto oggettivamente estranee al Cristianesimo – per puntare su un approccio che ho chiamato   “teocentrico”: una saggia terza via tra un antropocentrismo miope ed un  rozzo biocentrismo.
  2. “Solidarietà” e “fraternità”, a mio avviso, sono concetti ascrivibili stricto sensu solo alla condizione umana, sebbene siano costantemente smentiti dall’irresponsabile egoismo e dalla permanente ostilità che troppo spesso caratterizzano le relazioni umane. I meccanismi di solidarietà di gruppo, riscontrabili peraltro anche nel mondo degli “altri animali”, non nascono da una libera      scelta né da una coscienza morale, ma da una istintualità che utilizza il  “mutualismo”, la “simbiosi” o il “commensalismo” come strumenti di tutela  di una o più specie animali. Ciò non significa che il solo essere umano sia capace di comportamenti  solidali verso i propri simili, ma sembra escludere che il concetto di “fraternità” (quanto meno nel senso cristiano di amore disinteressato verso il “prossimo”) possa essere esteso al mondo animale  in genere. Lo stesso insegnamento di san Francesco, d’altra parte,  faceva discendere l’atteggiamento fraterno verso ogni essere vivente e perfino verso gli elementi naturali dalla loro dignità di “creature”, la cui realtà rinvia alla sapienza del  Creatore, di cui essi rispecchiano  la grandezza. “Laudare” il  Signore “per” le sue creature, in Francesco significa glorificarLo mediante il mondo naturale. Esso è segno tangibile della Sua perfezione e – nel caso del Sole – ne “porta significatione”,  in quanto “Imago Dei”. Amare la Natura, per un Cristiano, non è dunque frutto di materialismo, ma di una visione positiva del mondo naturale, affratellato all’Uomo dalla comune paternità divina e dalla sacralità della vita.
  3. Va chiarito che il “distacco” dalla Natura tipico di una religiosità tradizionale è frutto di interpretazioni  parziali, che hanno dato spazio ad un malinteso antropocentrismo. Se pure ci fermiamo all’Antico Testamento, l’Adàm biblico è figlio di Adamàh (cioè la Terra) ed è stato posto da Dio come “custode” premuroso,  non come padrone dispotico delle altre creature. Se poi ci spostiamo nell’ottica neo-testamentaria, il  c.d. “primato” dell’Uomo va comunque inteso alla luce del Vangelo, laddove   Gesù chiarisce la sua rivoluzionaria versione della superiorità come  “servizio” (Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi   sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». [5] Evangelicamente parlando, l’indiscutibile superiorità/primazia dell’uomo sugli altri  esseri viventi – almeno in senso evolutivo… – va dunque riletta in chiave di  “servizio”, non certo di sfruttamento utilitaristico. [6]
  4. Il fatto che manchi (nelle Sacre Scritture come nel Magistero della Chiesa) un esplicito “comandamento” di amare la Natura e la Biodiversità – come rilevato da D’Acunto – non è del tutto fondato. A parte la “lode  cosmica” che promana in particolare dal Salmo 148 [7], molti altri libri dell’Antico e del Nuovo Testamento ci offrono una visione in cui il Creato non è affatto posto in secondo piano rispetto all’uomo. In questi testi, infatti, il mondo naturale non si riduce a semplice scenografia / palcoscenico sulla quale l’umanità agisce e recita la propria parte. In un mio terzo saggio intitolato appunto “Il Salmo  del Creato: dalla preghiera di lode alla riflessione sulla relazione Uomo-Creatore” [8] ho cercato di  mettere in luce la relazione triadica tra YHWH, ADAM e ADAMAH, dalla quale emerge molto più d’un semplice “equilibrio ecologico”: la sapienza mirabile della Creazione. Si tratta insomma di una vera e propria “relazione d’amore”, cui avevo già dedicato il mio secondo contributo sulla “agàpe cosmica”, ispirato dall’Inno all’Amore di S. Paolo (I Cor. , 13). [9]   Se le Chiese non hanno saputo (e in  parte non sanno ancora) esprimere con sufficiente energia e convinzione una netta condanna morale verso chi aggredisce, depreda, mette a rischio e  sfrutta senza limiti la Madre Terra, la colpa non è delle Sacre  Scritture né dell’assenza di una dottrina etica sulla responsabilità      ambientale dell’umanità. A prescindere dall’illuminato Magistero di  tanti Pontefici (da Giovanni XXIII a Paolo VI; da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI), ricordo che c’è comunque un ben preciso articolo del Catechismo della Chiesa Cattolica che è dedicato al  “rispetto dell’integrità della Creazione”:  “2415  –  Il settimo comandamento esige il rispetto dell’integrità della creazione. Gli animali, come anche le piante e gli esseri inanimati, sono naturalmente destinati al bene comune  dell’umanità passata, presente e futura. 290 L’uso delle risorse minerali, vegetali e animali dell’universo non può essere separato   dal rispetto delle esigenze morali. La signoria sugli esseri inanimati e sugli altri viventi accordata dal Creatore all’uomo non è assoluta; deve  misurarsi con la sollecitudine per la qualità della vita del prossimo, compresa quella delle generazioni future; esige un religioso rispetto dell’integrità della creazione.”  [10]
  5. L’ambiguità semantica del concetto stesso di “sostenibilità” non mi sembra ascrivibile alla morale cattolica, ma piuttosto ad una cultura umanistico-illuminista che si affida ciecamente alla ragione umana ed alla capacità della scienza e della tecnologia di ovviare ai guasti che la  stessa umanità provoca quando si contrappone alla Natura, anziché assecondarla. Si tratta di discutibili premesse sulle quale si sono basate e si basano mistificazioni ideologiche e strumentali deformazioni d’un autentico ambientalismo. Il difetto delle Chiese, semmai, è quello di aver di fatto recepito tali teorie, coniugandole al tradizionale antropocentrismo di chi pone ogni cosa solo in rapporto alle esigenze umane. Lo stesso marxismo, pur esercitando una critica spietata d’un sistema economico basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non ha sufficientemente contrastato la concezione di  dominio dell’umanità sulla natura né la pretesa che lo sviluppo fosse illimitato. La ‘sostenibilità” d’una società, d’un’economia e dello stesso sviluppo “, sia in chiave illuministico-liberale sia in quella marxista – resta così condizionata da una visione sostanzialmente antropocentrica, cui la prospettiva etico-religiosa potrebbe viceversa offrire una nuova chiave di lettura.  Sebbene il termine “sostenibilità “ tragga origine proprio dall’ecologia (indicando la capacità di un ecosistema di mantenere processi ecologici, preservando biodiversità e produttività nel futuro), esso:    “… è abitualmente utilizzato per analizzare processi economici.  Il concetto di sostenibilità economica è alla base delle riflessioni che studiano la possibilità futura che un processo  economico “duri” nel tempo.” [11]   Però uno sviluppo “durevole” non è necessariamente uno sviluppo eticamente equo ed ecologicamente corretto. Perché ciò si realizzi, occorre una “riconciliazione tra equità ambientale, sociale ed economica” che svincoli il concetto stesso di sostenibilità dalla solita logica utilitarista e centrata solo sull’interesse umano. Una visione religiosa – e quella cristiana in particolare – potrebbe quindi conferire un senso nuovo a questa parola un po’ abusata, restituendole il senso di “rispetto” ed “amore” verso l’incaica “Pacha Mama”, ma soprattutto verso Chi è l’autore delle meraviglie del Creato.

Ecco perché penso che l’esortazione di D’Acunto non debba essere lasciata cadere nel vuoto e che – per citare il teologo J. Moltmann –  ci sia spazio per una comprensione ecologica più profonda della creazione, che veda la realtà naturale permeata da Dio e degna di amore:

 “Le crisi ecologiche distruggono le condizioni vitali del pianeta. Per conservarlo malgrado le forze distruttive, abbiamo bisogno (…) di un invincibile amore per la Terra. C’è forse un riconoscimento maggiore e un amore più forte della fede nella presenza di Dio nella Terra e nelle sue condizioni di vita? Abbiamo bisogno di una teologia della Terra e di una nuova spiritualità della creazione.” [12]              

© Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )           


[1]  Ermete Ferraro (2005), LAUDE DELLA BIODIVERSITA’ – Riflessioni sul messaggio di San Francesco per una ecologia cristiana, Napoli, VAS, (pp.24); Idem (2008), ADAM-ADAMAH: UN’AGAPE COSMICA –
Lettura eco-teologica dell’Inno alla Carità (I Cor 13), (pp. 15) pubblicato sulla rivista online “Filosofia ambientale”; Idem (2009) , IL SALMO DEL CREATO, dalla preghiera di lode alla riflessione sulla relazione Uomo-Creatore, pp.20, pubblicato online sulla rivista “Filosofia ambientale”/.

[2] Antonio D’Acunto,  PAPA FRANCESCO E L’ATTESA PER UNA NUOVA ENCLICLICA: ‘AMARE E SALVARE IL CREATO”, pubblicato il 14 ottobre sul sito nazionale di V.A.S. (www.vasonlus.it )

[3] Papa Francesco,  Udienza Generale del 5 giugno 2013, pubbl. in documenti sul sito www.vatican.va

[4] D’Acunto, op. cit.

[6] In greco, “diàkonos è chi serve attivamente, rendendosi utile, non chi è di condizione servile (schiavo = “doùlos”).

[8] E. Ferraro, IL SALMO DEL CREATO, cit.

[9] Idem, ADAM-ADAMAH: UN’AGAPE COSMICA – Lettura eco-teologica dell’Inno alla Carità (I Cor 13), cit.

[10] CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA,  parte III – art. 7 – n. 2135

[11] Cfr. voci: “Sostenibilità” e soprattutto quella inglese “Sustainability” in: Wikipedia.org

[12] Jűrgen Moltmann, IL FUTURO ECOLOGICO DELLA TEOLOGIA CRISTIANA, in “ADISTA Documenti n. 24 del 2012, ripreso da Il Dialogo

La BiodiverCittà di Barcellona

pla del vert barcelonaIl precedente articolo che ho dedicato ai programmi dell’ICLEI sulla promozione della biodiversità urbana (vedi: progetto BiodiverCity) mi ha spinto ad approfondire l’argomento con una ricerca nel Web su questo tema. La prima grande città che ho ‘visitato’ virtualmente è stata Barcellona, la capitale di quella Catalogna che appare una delle regioni più vitali e innovative della nostra Europa.

Navigando sul sito istituzionale dell’Ajuntament de Barcelona (www.bcn.cat ),  la mia attenzione si è quindi focalizzata sulla sezione  “Medi Ambient”, cioè le pagine dedicate alle questioni ambientali che la città considera prioritarie, fra cui la politica energetica e quella del verde pubblico e della tutela della biodiversità urbana.  Tralasciando la prima – cui dedicherò in seguito uno specifico approfondimento – vorrei ora soffermarmi sulle scelte che l’amministrazione di Barcellona ha fatto verso una pianificazione urbana che non solo non trascuri i valori ambientali (e la biodiversità in particolare), ma sappia considerarli come un punto fondamentale per qualificare la vivibilità dei cittadini e per cominciare a raddrizzare il malsano rapporto fra città e risorse naturali, tipico della nostra civiltà.

Le informazioni che riporto di seguito sono tratte dal “Pla del Verd i de la Biodiversitat de Barcelona”, la cui sintesi (il “resum” in catalano) ho cercato di ridurre ulteriormente, traducendola in italiano.

Definizione

La Biodiversità è definita come la variabilità degli organismi viventi in tutti gli ecosistemi  terrestri, marini ed acquatici, come anche i complessi ecologici di cui essi fanno parte. Essa comprende la diversità all’interno di ogni specie, fra specie e degli ecosistemi.  

Biodiversità: un valore globale

La biodiversità è importante per molti motivi, di natura ambientale, economica, culturale emozionale ed etica. Essa offre un insieme di utili servizi e funzioni , che comprendono la fornitura di cibo, combustibile, suolo fertile, aria pulita, acqua fresca e materie prime. Essa contribuisce anche al benessere fisico ed emozionale degli esseri umani e costituisce parte del patrimonio naturale e culturale di ciascun territorio. Ecco perché l’umanità ha il dovere morale di preservare i suoi beni e benefici, affinché possano goderne la generazione attuale e quelle future.

Una biodiversità urbana è parte del patrimonio naturale globale

La perdita di specie viventi in uno specifico territorio è un danno che depaupera la diversità biologica dell’intero Pianeta. La flora e la fauna indigene di ogni località, pertanto, costituiscono un unico patrimonio, che deve essere valorizzato e protetto, così come gli habitat e gli ambienti occupati dalle varie specie.

Politiche ambientali

Agenda 21 è stata la guida per progredire nelle politiche a favore della biodiversità, con particolare riferimento all’obiettivo 1 dell’Impegno delle Città per la Sostenibilità (2002-2012): “Proteggere gli spazi aperti e la biodiversità ed espandere le aree verdi urbane” , che comprende due linee d’azione. In questo modo, la biodiversità diventa una parte dell’agenda politica municipale.

Barcellona è stata attivamente coinvolta:

ü      Partecipando alla rete internazionale delle città del programma “Azione Locale per la Biodiversità” (ICLEI) e nella Rete dei Governi Locali + Biodiversità 2010

ü      Ospitando a Barcellona la Conferenza 2008 dello IUCN

ü      Firmando l’Impegno del Sindaco per il “2010 IUCN Countdown”

ü      L’Anno Internazionale della Biodiversità: sono state portate avanti iniziative come l’abbozzo del ‘Piano della Biodiversità’Il Piano per la Biodiversità è il documento strategico che sottolinea le sfide strategiche dell’amministrazione comunale, gli obiettivi e gli impegni relativamente alla conservazione della diversità biologica ed agli habitat a livello cittadino e planetario, ed in relazione alla conoscenza che ne hanno le persone, a come ne fruiscono ed a come se ne prendono cura.  Il Piano è un impegno per il PAM 2008-2011. “Noi saremo la forza trainante dietro il Master Plan per la Biodiversità Urbana, promovendo una strategia urbana basata sulla conoscenza, la diffusione e la gestione della flora e della fauna cittadine.”  Esso stabilisce un approccio lungimirante per la città: una città dove la biodiversità è preservata, arricchita ed apprezzata come parte del patrimonio naturale della Terra, e come un beneficio per l’attuale generazione e quelle future.

ü      Dichiarazione per la riunione del Consiglio Plenario, in occasione dell’Anno Internazionale della Biodiversità.

CARATTERISTICHE E VALORI

Caratteristiche ecologiche

ü      Naturalità     ü      Biodiversità      ü      Complessità    ü      Connettività

Valori socio-culturali

ü      Salute           ü      Bellezza             ü      Cultura         ü      Benessere                    ü      Relazione           ü      Paesaggio

ATTRIBUTI

Qualità dell’habitat

ü      Superficie    ü      Qualità del suolo     ü      Diversità topografica

ü      Permeabilità    ü      Presenza d’acqua

Qualità biologica

ü      Ricchezza di specie    ü      Ricchezza di habitat  ü      Indice autoctoni/alloctoni

ü      Densità   ü      Stratificazione  ü      Salute della vegetazione e della fauna

ü      Rappresentatività     ü      Singolarità

Qualità ambientale

ü      Comfort acustico   ü      Comfort climatico     ü      Qualità dell’aria

Qualità sensoriale

ü      Qualità olfattiva    ü         “  sonora     ü         “  cromatica     ü         “  visiva

ü      Variabilità stagionale e temporale

Capacità di accoglienza

ü      Vicinanza     ü      Accessibilità      ü      Riduzione della mobilità

ü      Diversità d’uso    ü      Capacità di socializzazione

Interesse culturale

ü      Identità     ü      Interesse storico      ü      Interesse artistico

ü      Interesse educativo

FUNZIONI DELLA BIODIVERSITA’

ü      Garantisce la presenza della natura in città   ü      Preserva il patrimonio naturale   ü      Conserva i suoli    ü      Produce materia organica ed alimenti      ü      Riduce l’inquinamento atmosferico  ü      Cattura e immagazzina carbonio ü      Attenua l’inquinamento acustico   ü      Regola il corso dell’acqua                   ü      Apporta umidità     ü      Mitiga le temperature     ü      Favorisce il contatto e l’interazione con la natura    ü      Favorisce la climatizzazione    ü      Migliora l’abitabilità urbana  ü      Genera benessere fisico e psichico   ü      Crea ambienti vitali e sensoriali   ü      Crea ambienti per le relazioni sociali    ü      Agevola il tempo libero, la ricreazione e l’attività fisica     ü      Fornisce opportunità per l’attività culturale, l’educazione e la ricerca   ü      Crea paesaggio    ü      Genera attrazione turistica   ü      Genera plusvalore   ü      Genera attività economica

OBIETTIVI DEL PIANO DEL VERDE E DELLA BIODIVERSITA’

ü      Conservare e migliorare il patrimonio naturale della città, evitando la perdita di specie e di habitat

ü      Ottenere la massima dotazione di verde urbano e la sua connettività

ü      Ottenere i massimi servizi ambientali e sociali relativi al verde ed alla biodiversità

ü      Avanzare nel valore che la società assegna al verde ed alla biodiversità

ü      Rendere la città più resiliente di fronte  alle nuove sfide, come il cambiamento climatico.

Il Piano del Verde e della Biodiversità pianifica la Barcellona del 2050 come una città in cui natura e abitato urbano interagiscono e si potenziano, usando come mezzo la connettività del verde. In altri termini, una città in cui l’infrastruttura ecologica urbana sarà connessa col territorio periferico ed apporterà più servizi ambientali e sociali. Una città in cui si apprezzerà la biodiversità come il patrimonio collettivo che è in effetti e, in definitiva, dove si sfrutteranno tutte le opportunità per adattarvi la natura e per favorire il contatto delle persone con gli elementi naturali, nella convinzione che una città più verde è una città più salubre.  Questo Piano, dunque, non solo stabilisce delle linee strategiche per sviluppare il patrimonio verde come un sistema integrale, ma propone anche un modello di città nel quale il verde s’incorpora come una struttura ecologica fondamentale. Ciò si concretizza in due concetti-chiave: la connettività del verde e la rinaturalizzazione della città.  

Leggendo questa versione ridottissima del Piano di Barcellona viene spontaneo chiedersi come mai, anche in questo campo, noi italiani (e noi napoletani in particolare) restiamo ancora così indietro rispetto a concetti di larga circolazione, come quelli di pianificazione urbana eco-sostenibile e di biodiversità cittadina. Intendiamoci, qualcosa si sta muovendo anche dalle nostre parti, ma si tratta di progressi molto limitati e, spesso, in contraddizione con scelte strategiche di sviluppo che continuano a considerare il “verde” come un mero abbellimento estetico delle città, se non addirittura un impaccio alla loro ‘modernizzazione’.

Se invece – come ha fatto l’amministrazione di Barcellona- si considera la biodiversità un “valore globale” – ispirato alla volontà di tutelare gli ambienti naturali dall’invasiva presenza della realtà antropizzata,  ma anche di assicurare a chi vive in città una migliore qualità della vita – l’artificioso e pernicioso conflitto uomo-natura potrebbe almeno attenuarsi in una visione, appunto, più ‘globale’ ed armonica degli esseri umani con l’ambiente di cui in effetti sono parte.

Pure sul rapporto fra città, periferie e campagna, come su quello tra pianificazione urbana e visione planetaria, il Plà di Barcellona mostra di voler invertire la rotta, anche se non mancano elementi che riconducono fatalmente alla solita visione antropocentrica delle questioni ecologiche.

Ispirarsi a criteri di “responsabilità ambientale” in chiave etica, infatti, è l’approccio più comune e va incoraggiato per quanto può comunque apportare alla causa della conservazione della biodiversità. Pur se lodevole, non basta l’appello al “dovere morale di preservare i beni e benefici [della biodiversità], affinché possano goderne la generazione attuale e quelle future”, se non si prende coscienza anche dell’imperativo morale che dovrebbe indurci a “salvaguardare” quella natura (che, in termini religiosi, potremmo chiamare “il Creato”) come qualcosa che ha un enorme valore in sé, non solo quindi in funzione della sopravvivenza della specie umana.

Le caratteristiche ed i valori della biodiversità, elencati sopra, sono la dimostrazione che non si tratta solo di aspetti relativi all’ecuméne (cioè alla parte della nostra Terra conosciuta, esplorata ed abitata da noi uomini), ma anche di quelli che riguardano l’insieme della biosfera ed i suoi delicati equilibri ecologici.

Certo, sarebbe strano che una pianificazione urbana non si soffermasse in primo luogo sui valori ambientali più consoni ad una migliore vivibilità da parte degli esseri umani (bellezza, relazione, qualità abitativa, comfort, salute etc.). Ritengo però apprezzabile che:

  • ·         nel redazione del Piano barcellonese si è tenuto conto anche di fattori prettamente naturalistici, come la ricchezza di habitat, l’identità ecologica d’un territorio e della sua flora e fauna, la regolazione del ciclo dell’acqua e la conservazione delle caratteristiche dei suoli;
  • ·         c’è una caratterizzazione del territorio come “patrimonio collettivo” (noi parleremmo di “bene comune”…), la cui preservazione e valorizzazione non è soltanto un modo per rendere più “salubri” e verdi le nostre città, ma anche per invertire la tendenza alla “snaturalizzazione” degli ambienti urbani, riconciliando l’uomo con la sua “struttura ecologica fondamentale;
  • si collega l’azione territoriale, locale, per difendere la biodiversità ad una dimensione più globale, ribadendo che: “La perdita di specie viventi in uno specifico territorio è un danno che depaupera la diversità biologica dell’intero Pianeta“;
  • ·         s’impegna il governo cittadino a basare la propria azione su due pilastri fondamentali: la connettività delle aree verdi urbane (ossia il collegamento di queste ‘cinture’ in una rete ecologica effettiva) e la rinaturalizzazione delle aree urbanizzate, escludendo non solo ulteriori cementificazioni del territorio ma progettando un vero recupero ambientale delle aree disponibili.

Ebbene, questo della BiodiverCittà di Barcellona è un primo esempio di pratiche virtuose da seguire. Nei prossimi articoli cercherò di esplorare la situazione di altre grandi città europee e d’oltreoceano, nella convinzione che valorizzare la biodiversità è possibile solo se – come è scritto nel Plà – ci si basa sulla “conoscenza che ne hanno le persone e sul modo in cui ne fruiscono e come se ne prendono cura”. Ecco perché non bisogna mai trascurare l’importanza di un approccio educativo-culturale a questa problematica.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )


 

DAL P.I.L. ALLA F.I.L.: LA FELICITA’ COME INDICE DI SVILUPPO

Ho letto di recente un interessante articolo sul TIME Magazine (The Pursuit of Happiness, by Jyoli Thottam
(http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2126639,00.html#ixzz2BesKl0pY) che ripropone una questione non nuova, ma poco trattata nel nostro Paese. E’ possibile – o addirittura necessario – mandare in pensione il vecchio e scricchiolante criterio economicista del P.I.L.  (prodotto interno lordo), tuttora impiegato come principale indice di progresso di uno stato?   E’ dagli anni ’60, a dire il vero, che viene posto il problema di un modello di sviluppo alternativo a
quello attuale. Un esempio di come questo interrogativo fosse riuscito a contagiare perfino un candidato alla presidenza degli USA è il memorabile discorso che Robert Kennedy tenne nel 1968 all’Università del Kansas, affermando tra l’altro:
“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.”
http://www.terranauta.it/video/41/robert_kennedy_discorso_sul_pil.html
Penso che sia difficile esprimere più efficacemente quanto risulti inutile – se non dannoso – ancorare le speranze di progresso di una comunità ad uno strumento ingannevole e parziale come il PIL. Il guaio è che nei decenni trascorsi dal discorso di Bob Kennedy e dalle proposte di tanti studiosi di uno sviluppo alternativo – più equo ed ecologico ma anche più decentrato e partecipato
– la situazione non è affatto cambiata. Al contrario, archiviati bruscamente gli entusiasmi e la speranza di costruire dal basso un mondo più giusto, pacifico, solidale e attento agli equilibri ambientali, ci siamo trovati sempre più prigionieri d’un modello ultraliberista di sviluppo. Una volta che sono stati messi sbrigativamente da parte i profeti dell’ecologismo e del pacifismo, così come i
teorici di una società socialista ed autogestionaria, si è quindi imposta in modo ancor più pervasivo e totalizzante la logica del PIL come indice unico del successo e dell’affermazione collettivi.
Ritengo che un merito della cultura americana, nel confronto con quella europea, risiede nella chiarezza talvolta brutale ed apparentemente semplicistica del suo modo di argomentare. Mentre noi troppo spesso ci incartiamo in discorsi bizantinamente fumosi e contorti, gli analisti statunitensi sono solitamente più espliciti nelle loro affermazioni, ad esempio quando dividono il mondo in
‘vincenti’ e ‘perdenti’ oppure non esitano a porre l’accumulazione dei beni materiali come scopo dell’esistenza umana. Eppure anch’essi non intendono rinunciare ai valori basilari sui quali sono stati costruiti gli States, per cui devono comunque fare i conti con il moralismo calvinista dei loro Founding Fathers. A loro, infatti, si deve l’inserimento nella Dichiarazione d’Indipendenza dei 13
Stati Uniti d’America (1776) della nota affermazione:«Noi riteniamo che sono per sé stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti ci sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità
L’autrice dell’articolo del che ho citato all’inizio (un’indiana trapiantata nel Texas, capo corrispondente di TIME dall’Asia meridionale) memore di questo assioma dell’american way of life ma consapevole anche dell’esponenziale crescita di persone infelici, insicure e frustrate negli USA e negli altri paesi cosiddetti “sviluppati”, guarda con un certo interesse alla diffusione d’un indice di
valutazione del progresso umano diverso dal solito PIL. Il modello in esame, seppur distante in tutti i sensi, è quello del piccolo stato asiatico del Bhutan, un “idilliaco regno buddista” dove da molto tempo è stato ufficializzato il GNH (Gross National Happiness, ovvero la “Felicità Interna Lorda”) come alternativa al pressante materialismo occidentale.
Il Buthan ha cominciato ad usare la F.I.L. come una più larga e sfumata unità di misura del progresso nazionale piuttosto che del prodotto interno lordo – scrive la Thottam – […] Esso, in altre parole, sta sperimentando il Paradosso di Easterlin, così chiamato in riferimento all’economista americano Richard Easterlin, il quale ha stabilito per primo che oltre una certa soglia, la crescita
dei redditi non genera felicità.”  L’audace soluzione sperimentata dal Bhutan, aggiunge la giornalista, consiste nella sua decisione di costruire “dalla base” l’edificio di una convivenza civile mirata alla felicità, i cui “4 pilastri” portanti sono: uno sviluppo economico sostenibile, la conservazione dell’ambiente naturale, la salvaguardia della cultura ed il buon governo. La prima cosa che viene spontanea alla mente è che non si tratta certamente di principi nuovi, visto che di equità economico-sociale, di tutela ecologica, di difesa dei valori culturali e d’onestà amministrativa si parla già da un bel po’. La seconda cosa che viene da pensare è che la “civiltà” di cui sembriamo tanto fieri – al punto da imporla anche agli altri – è la dimostrazione evidente di quanto questi quattro principi etici possano essere calpestati proprio in nome del controllo delle risorse e dell’esercizio del potere.
Per valutare il livello di felicità degli abitanti del Bhutan sono state poste, fra l’altro, domande del tipo di: Sull’aiuto di quante persone potete contare nel caso che vi ammaliate?  Con quale frequenza parlate di spiritualità coi vostri ragazzi? Quando è stato che avete trascorso del tempo socializzando coi vostri vicini? Quanto vi sentite a vostro agio col vostro livello d’indebitamento familiare?  In base a domande del genere, il punteggio della FIL di quella lontana popolazione asiatica ha raggiunto due terzi di quello massimo. Ma dove penseremmo di collocarci noi europei, e più specificamente noi italiani, se ci toccasse rispondere a questo genere di sondaggio? Che punteggio potrebbe aggiudicarsi una comunità nella quale la solidarietà sta perdendo sempre più
il proprio ruolo di cemento sociale, dei valori spirituali ormai ci si vergogna quasi di parlare e sicurezza e stabilità familiare stanno diventando dei miti?  Lo statunitense Joseph Stiglitz, vincitore di un Premio Nobel per l’economia, è citato nell’articolo come uno dei più convinti critici della validità del PIL per valutare lo sviluppo di uno stato. Egli ha affermato infatti che la crisi attuale ci ha costretti a renderci conto di quanto ingannevole sia stato quest’indice sullo stesso terreno
economico. E’ proprio essa, quindi, che ci ha resi più consapevoli del fatto che il PIL non solo, per citare ancora Kennedy, misura tutto meno ciò che rende la vita degna di essere vissuta, ma anche che questo indice non riesce a spiegarci neppure la stessa crisi economica, frutto di una ricchezza virtuale come un “fantasma”.
Esiste però da oltre 50 anni una realtà internazionale, l’O.E.C.D. (Organization for  Economic Co-operation and Development ), che si autodefinisce un organismo: obiettivo, aperto, solido, coraggioso, pionieristico ed etico, con la quale collabora anche Stglitz. E’ proprio l’OECD, c’informa l’articolo di TIME, che ha provato a mettere insieme, a livello mondiale, i dati statistici relativi ad indici non solo economici, per formulare un indicatore alternativo del benessere. “Your Better Life Index( cioè: “il vostro indice di miglior vita”) utilizza un sito web dotato di uno strumento accattivante, che consente a ciascuno di fare una personale graduatoria degli elementi cui dare valore, elaborando poi i dati di questa scelta e ricavandone un’indicazione di gradimento rispetto ai
vari stati. Gli 11 “topics” presi in considerazione sono naturalmente anche di natura materiale (casa, reddito, lavoro), ma puntano soprattutto al benessere personale e collettivo (comunità, educazione, ambiente, impegno sociale, salute, soddisfazione rispetto alla propria vita, sicurezza ed equilibrio tra vita e lavoro). Dalla loro combinazione, grazie al programma del sito citato, è possibile confrontare le proprie priorità con le caratteristiche della  realtà in cui si vive ed ipotizzare in quale posto potremmo vivere meglio.
Sono convinto però che queste interessanti ingegnerie statistiche non rappresentino una vera alternativa alla cultura pervasiva ed assillante del consumismo e dell’individualismo estremo, caratteristici di una società tardo capitalista come la nostra. Ci vuole ben altro che un fantasioso indice di felicità, pur apprezzabile, per cambiare davvero le nostre vite sempre più grigie,
omologate e precarie. Non sono sufficienti le innovative inchieste di cui parla l’articolo del TIME, attraverso le quali i governi del Canada, del Regno Unito o degli USA tentano di sondare il livello di soddisfazione e di benessere dei loro cittadini. Non bastano non perché non hanno una validità statistica, ma perché c’è bisogno di un reale cambiamento, un’autentica “metànoia” evangelica, per
liberarci dalla schiavitù di valori che non valgono nulla e dall’accettazione d’un modello che non ci lascia nessuna vera scelta. Formule come quella del GPI (Genuine Progress Indicator ) – adottata da alcuni degli States fra cui il Maryland ed il Vermont – non sono certo l’alternativa, anche se meritoriamente si preoccupano di misurare “se il progresso economico produca o meno una
prosperità sostenibile”.
Una delle affermazioni principali dell’alternativa nonviolenta gandhiana riguarda in rapporto tra economia ed etica ed il Mahatma si è espresso molto chiaramente in proposito: “L’economia che ignori o non consideri i valori morali è menzognera. L’estensione della legge della nonviolenza all’ambito dell’economia non significa nulla di meno che l’introduzione di valori morali, da prendere in considerazione nel regolare le attività economiche” (Young India, 1924, p.421). Se è vero che, per citare ancora Gandhi, la felicità si realizza “…quando ciò che si pensa, si dice e si fa sono in armonia”, la prima cosa da fare è uscire dal circolo vizioso di una cultura che ha spezzato l’unità della persona e quella tra l’uomo ed il suo ambiente, sia fisico sia sociale. L’economia liberista e
quella di condivisione sono due categorie opposte, come ha spiegato Joseph C. Kumarappa, uno dei principali collaboratori di Gandhi in campo economico:      “Lo spirito di condivisione porterà alla pace, alla soddisfazione e alla fratellanza, mentre l’attuale economia porta alla violenza […] l’economia dell’impresa sviluppata in Occidente si considera puramente scienza della ricchezza e dell’efficienza, malgrado alcuni filosofi abbiano cercato d’inserirvi valori umani […] Caratteristico dell’economia capitalista è l’orgoglio di possedere, mentre l’unicità del ‘sarvodaya’ risiede nel raddoppiare la gioia grazie alla condivisione delle cose con gli altri e nel dimezzare le ragioni del dolore grazie all’empatia del nostro prossimo”. (J. C. Kumarappa, Economia di condivisione, Pisa, Centro Gandhi, 2011, p. 37).
Qualcuno forse dirà che sono impostazioni ingenue e moralistiche e che non c’è nulla d’inconciliabile tra la ricerca del benessere materiale ed il perseguimento della felicità. La verità è che secoli di “progresso” individualistico e di “sviluppo” produttivistico hanno reso l’umanità sempre più egoista e conflittuale e, conseguentemente, sempre più infelice. Non basta quindi un semplice
“raddrizzamento “ di un modello ritenuto indiscutibile, ma bisogna davvero voltare pagina, facendo scelte inequivocabili fra il mondo del “ben-avere” e quello del “benessere”, cercando soprattutto di raggiungere quella coerenza tra pensieri parole ed azioni senza la quale, come diceva il Mahatma, non esiste felicità.
© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

IL PECCATO DELLE ARMI

« Cosa possiamo fare contro la guerra? Naturalmente sempre difendere il messaggio della pace, coscienti che la violenza non risolve mai un problema, e rafforzare le forze della pace. […] Direi anche che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare, invece dell’importazione delle armi che è un peccato grave si dovrebbe importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni da accettare ognuno nella sua alterità e dobbiamo quindi nel mondo rendere visibili il rispetto delle religioni, gli uni degli altri, rispetto dell’uomo come creatura di Dio, l’amore del prossimo come fondamentale per tutte le religioni». http://www.korazym.org/index.php/attivita-del-papa/2-il-papa/2998-la-conferenza-stampa-di-benedetto-xvi-durante-il-volo-per-beirut-testo-integrale.html   

   Questa netta e coraggiosa dichiarazione di Benedetto XVI, pronunciata giorni fa nella conferenza stampa in occasione della sua partenza per il Libano, è stata riportata da molti quotidiani e notiziari radiotelevisivi, però pochi sono stati i commenti su queste inequivocabili parole del Papa. Evidentemente è meglio glissare su quest’affermazione, tanto più autorevole in quanto il suo autore non è un semplice missionario o un attivista nonviolento, ma il massimo esponente del Cattolicesimo. La frase estrapolata dall’intervista rispondeva ad una domanda relativa al conflitto siriano: non si trattava quindi d’un generico monito sul piano etico contro il commercio d’armi, bensì d’un chiaro riferimento al nuovo bagno di sangue alimentato dalla dittatura di Assad, ma anche da quelli che lucrano su quel conflitto, piazzando cinicamente armi ad entrambi i contendenti. Senza vendita di armamenti la guerra non potrebbe continuare, ha argomentato il Pontefice, e perciò l’export di armi è un oggettivo e grave peccato. Direi che, mai come in questo caso, il termine “peccato mortale” suona particolarmente appropriato, visto che non si tratta solo di un’azione spregevole sul piano morale e religioso, ma d’un vero e proprio attentato alla stessa vita. Il primo imperativo morale per un cristiano di fronte a questa strage di vite umane, quindi, dovrebbe essere rifuggire da questo peccato e farsi portatore di idee di pace. Le uniche proposte per un credente nel Vangelo di Cristo, ha ribadito Benedetto XVI,  non possono mai essere distruttive, ma creative, rispettose e fondate sull’amore.

Da pacifista, devo dire che ho particolarmente apprezzato questa dichiarazione, che suona come condanna senza se e senza ma della più disastrosa delle attività economiche mondiali, purtroppo tutt’altro che in crisi in questo pur travagliato periodo. Non si tratta infatti di un’argomentazione sottile e sopra le righe né di un’affermazione rivestita di veli diplomatici. Il Capo della Chiesa Cattolica ha affermato  – stavo per dire “papale papale”…- che chi importa (ed esporta) strumenti di guerra commette un grave peccato. Che non si tratti di un concetto neutro mi pare evidente, soprattutto se ci fermiamo un attimo a riflettere  sulla mostruosità dell’attuale corsa agli armamenti e sulla devastante diffusione di focolai di guerra ovunque. La classifica mondiale dei “peccatori” contro la vita e la pace resta tuttora guidata dagli Stati Uniti, i cui verdi bigliettoni recano da sempre impresso il blasfemo motto “In God we trust” (Noi crediamo in Dio).  Da recenti dati del SIPRI (http://www.sipri.org/yearbook/2012/files/SIPRIYB12Summary.pdf ) emerge con evidenza che le esportazioni di armi degli USA (che per il 2011 sono stati in testa anche alla classifica delle spese militari, con l’incredibile cifra di 711 miliardi di dollari…) rappresentano addirittura il 30% del totale di questo dannato traffico. Segue a ruota la Federazione Russa col 24%, ma poi si scende (si fa per dire…) al 9% di Germani a ed all’8% della Francia. Secondo l’autorevole istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma, la cattolica Italia si piazza comunque nona in questa peccaminosa “top 10” di mercanti d’armi, esibendo per di più con deprecabile fierezza anche il suo ottavo posto nella classifica mondiale delle aziende produttrici di strumenti di morte. Esso è stato infatti detenuto nel 2010 dall’azzurra Finmeccanica, con 14.410 milioni di dollari di fatturato in vendita di armamenti ed un profitto netto di 738 milioni di dollari (solo un quarto di quello portato a casa dalla statunitense Lockeed Martin).

Quasi quarant’anni fa Alberto Sordi fu protagonista e regista del film “Finché c’è guerra c’è speranza”, nel quale interpretava magistralmente il ruolo di Pietro Chiocca, un commerciante di pompe idrauliche ‘convertitosi’ al molto più lucroso mestiere di mercante d’armi, col quale manteneva nel lusso la sua esosa famigliola. Eppure proprio dalla moglie e dai figli gli arriverà una reazione di sdegnato disprezzo, quando un noto quotidiano ne sbatterà la foto sulle sue pagine, accanto allo sferzante titolo “Ho incontrato un mercante di morte”. Ma Pietro Chiocca non ci sta e reagisce duramente e smaschera la loro ipocrita ed egoistica reazione,concludendo con queste parole: « Perché vedete… le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono. Ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra che vogliono vogliono vogliono e non si accontentano mai! Le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano! …Costano molto, e per procurarsele qualcuno bisogna depredare!  Ecco perché si fanno le guerre!…».

Ebbene, in questo squallido mondo di mercanti d’armi e di tanti che su di quest’odioso traffico hanno fondato e fondano la loro prosperità, ben venga la chiarezza di chi, semplicemente e senza giri di parole, ha dichiarato dall’alto della propria autorevolezza che tutto ciò è un “grave peccato”, che va quindi condannato. Ancor più apprezzabile mi è parso che il Pontefice non si sia limitato a deprecare l’esportazione di armamenti, ma abbia auspicato che i cristiani diventino finalmente esportatori di idee di pace, di rispetto delle diversità, di slancio creativo. Certo, questo significa che da parte della Chiesa Cattolica ci si aspetterebbe la stessa, lodevole, chiarezza e coerenza anche in altre circostanze. Ad esempio, nel caso dell’Italia, respingendo l’untuosa protezione da parte di politici che ostentano la loro bigotteria solo quando si tratta di aborto o d’eutanasia, senza però minimamente preoccuparsi di proporre e votare atti di aggressione armata e di esaltare la nostra industria bellica. Certo, la guerra ed il commercio di armi sono un peccato. Peccato però che, a quanto pare, nessuno sembra essersene accorto…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )