La ‘cattiva scuola’ di guerra (2)

Mobilitare la Napoli che ‘ripudia la guerra’

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Logo pacifista ideato da Pax Christi Napoli

Lo scorso luglio ho pubblicato un articolo riguardante l’ipotizzata istituzione a Napoli di una “scuola di alta formazione per gli ufficiali delle forze armate della U.E.” , per utilizzare la pomposa quanto eufemistica dizione utilizzata dall’allora Ministra delle Difesa Pinotti.[i]  A distanza di quattro mesi, devo segnalare che  qualcosa si sta finalmente muovendo dopo la denuncia di questa incredibile vicenda, che riguardava non solo le politiche del Governo Gentiloni e di quello attuale in materia di difesa, ma in primo luogo la decisione assunta dalla Amministrazione comunale di Napoli, guidata da Luigi de Magistris, passivamente avallata dal Consiglio Comunale.

Dal mese di ottobre, infatti, è stata attivata su facebook una pagina – dal promettente titolo NAPOLI CITTÀ DI PACE [ii] – nella quale è trattata regolarmente proprio tale questione, a partire dall’appello NO ALLA SCUOLA DI GUERRA A NAPOLI!, divenuto oggetto di una petizione, che in pochi giorni ha raccolto più di 500 firme. [iii] Il documento sottoscritto riepiloga i punti essenziali della sconcertante vicenda, puntualizzando la discutibile operazione amministrativa che ha portato all’accordo tra Comune di Napoli, Ministero della Difesa e Ministero degli Interni, ma soprattutto la clamorosa contraddizione politica fra i proclami pacifisti di Luigi de Magistris ed una scelta che i fatto prelude all’istituzione di una ‘scuola di guerra’ in un Comune dichiaratosi Città di Pace.

«Le cittadine e i cittadini della Napoli simbolo della resistenza al nazi-fascismo e che ripudia la guerra chiedono, in via tanto più urgente, al sindaco De Magistris e ai consiglieri comunali delle due ultime due consiliature di fare chiarezza, documenti alla mano, sul cambio di destinazione d’uso della Caserma ‘Nino Bixio’. Nel 2014 viene firmato il progetto Unesco, affinché la ‘Nino Bixio’ (di proprietà comunale ed inizialmente destinata ad attività sociali, sanitarie, educative, turistiche e di pace) diventi la prima scuola di guerra europea per la formazione di ufficiali. Si nasconde dietro il nome della ‘Nunziatella’, l’istituzione scolastica dove si “educano” all’arte militare i ragazzi italiani, ma in realtà è un’altra cosa: nella ‘Nino Bixio’ verranno “specializzati” militari adulti di tutta Europa, già formati al conflitto armato. Il Comune di Napoli ha permutato lo storico edificio di via Monte di Dio (la Nino Bixio) con una palazzina della zona, rinunciando di fatto a un canone di fitto di quasi mezzo milione di euro. L’operazione si è chiusa nel febbraio del 2017 e un mese dopo il sindaco ha portato in Consiglio Comunale la proposta di delibera “Napoli città di pace”, affermando principi contraddetti dai tre anni di lavoro intenso speso su finalità belliche.»

Questa pagina monotematica – promossa da attivisti di varie organizzazioni ma rivolta a tutti i cittadini/e napoletani che ‘ripudiano la guerra’ – è divenuta in breve tempo non solo una risorsa informativa su questioni difficilmente affrontate dai c.d. mainstream media, come quelle inerenti l’incessante militarizzazione della società o il prospero commercio delle armi, ma anche un polo di aggregazione del dissenso nei confronti di decisioni scellerate e pericolose per la pace e la sicurezza degli abitanti. Non a caso, i contributi postati su questa pagina riguardano soprattutto il “pasticciaccio brutto” dell’accordo trilaterale per allargare la ‘Nunziatella’ nella storica area di Pizzofalcone e per dar vita ad una scuola militare della U.E., ma cercano anche di far luce su ciò che sta accadendo intorno a noi – troppo spesso a nostra insaputa – per attuare politiche difensive comuni a livello comunitario. Tutto senza intaccare la cappa militarista derivante dalla nostra supina adesione alla N.A.T.O., ma piuttosto affiancandole ulteriori strutture ‘difensive’ europee.  Una nuova fase sembrerebbe essersi aperta dal 6 novembre 2018,  con l’entrata in carica del gen. Claudio Graziano come nuovo presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea (C.M.U.E. – E.U.M.C.) [iv] Quella che sembrava solo un’ipotesi remota, quindi, potrebbe diventare per Napoli una preoccupante realtà.

 

Vertici tricolori della Difesa Europea, Mogherini consule

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Il Gen. Claudio Graziano

L’Amministrazione comunale della nostra Città non è in buona salute e lo si riscontra ogni giorno. Le carenze finanziarie e le scelte amministrative sbagliate sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, ma ancora più grave è l’assenza di punti fermi che rinviino a decisioni strategiche sul futuro di Napoli. Si riceve, invece, l’impressione di una continua, schizofrenica, oscillazione tra la sensazione d’onnipotenza dei vertici politico-amministrativi comunali e la loro tangibile impotenza nel risolvere problematiche ordinarie ma d’importanza fondamentale per i cittadini, come trasporti, gestione del verde pubblico e del ciclo dei rifiuti, manutenzione di strade e impianti pubblici etc.

In tale desolante contesto, potrebbe sembrare poco urgente – o comunque poco ‘popolare’ – affrontare questioni come quella dell’accordo Comune-Difesa-Interni per assicurare alla nostra Città una ‘prestigiosa’ scuola militare europea. A qualcuno, infatti, potrebbe apparire una concessione all’antimilitarismo di principio, un inutile andare a cercare il pelo in un uovo già deteriorato o, peggio, solo una paranoia pacifista.  Eppure chi ha seguito la nostra pagina sa bene che non è così. Il ricordato insediamento dell’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, gen. Claudio Graziano, al vertice del Comitato Militare della U.E. rappresenta infatti un segnale molto chiaro in direzione della creazione  d’un apparato difensivo comunitario che, senza mettere minimamente in discussione l’Alleanza Atlantica, rafforzerà e potenzierà l’interventismo armato dell’Italia nei vari scenari conflittuali, garantendo ottimi affari alle industrie belliche. Per citare un articolo pubblicato dal sito web del Ministero della difesa:

«I militari italiani garantiscono infatti un contributo fondamentale per l’Unione Europea, non solo in termini di partecipazione numerica, ma anche per la qualità professionale dimostrata in decenni di partecipazione alle operazioni della UE. Parimenti, la nomina del Generale Graziano è anche un riconoscimento del ruolo politico-strategico giocato dal nostro Paese, che crede profondamente nella necessità della creazione di un sistema di Difesa europea».[v]

Si direbbe allora che la ‘scuola di guerra’ evocata dal nostro appello-petizione non sia più solo una vaga ipotesi, se si tiene conto anche di un’altra mossa effettuata di recente sulla scacchiera della difesa europea: la nomina del Vice Comandante generale dell’arma dei Carabinieri al vertice europeo del C.G.C.C., ossia il Comando Civile della Gestione delle Crisi. Il generale Coppola – napoletano ed ex allievo della ‘Nunziatella’ – a Bruxelles è andato infatti a dirigere un organismo che coordina le dieci ‘missioni’ dell’U.E. nelle aree di crisi sullo scenario euro-mediorientale.

«Il Generale di C.A. dei Carabinieri Vincenzo Coppola, già vice Comandante generale dell’Arma, gestirà il Civilian Planning Conduct Capability (Cpcc) all’interno del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (Seae) alle dirette dipendenze dell’Alto Rappresentante della Politica Estera Ue – Federica Mogherini. Sarà il Comandante Operativo di tutte le Missioni civili dell’Unione Europea di Polizia, di assistenza giudiziaria, protezione civile e di monitoraggio elettorale».[vi]

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Il Gen. Vincenzo Coppola

Non lasciamoci ingannare dal fatto che si faccia riferimento ad ‘operazioni di polizia internazionale’, oppure che l’aggettivo ‘civile’ caratterizzi tali ‘missioni’.  Il gen. Coppola vanta in effetti una notevole carriera militare anche come capo del team della N.A.T.O. nello scenario della guerra che ha lacerato l’ex Jugoslavia – e adesso è stato incaricato di affrontare nuovi aspri conflitti, fra cui quello che sta attualmente dilaniando la Libia, coinvolgendo molto da vicino l’Italia ed i flussi migratori che si dirigono verso le nostre coste.

«Le attenzioni di Coppola saranno concentrate soprattutto, in questa fase iniziale del suo mandato, sulla questione libica dove sarà necessario fare arrivare stabilmente una missione che ora fa base a Tunisi, spostandosi nel territorio dell’ex Tripolitania due volta a settimana. Ancora troppo poco per fare la differenza. Ma la partita degli equilibri internazionali si gioca anche a Rafah, Striscia di Gaza dove si registrano tensioni». [vii]

La coincidenza di due alti ufficiali italiani ai vertici militari europei, insomma, gioca a favore della candidatura del nostro Paese ad ospitare la scuola di alta formazione per gli ufficiali delle forze armate della U.E., tanto auspicata dall’allora Ministra Pinotti e probabilmente non sgradita a chi attualmente guida dopo di lei il dicastero italiano della Difesa.

La Capitana Elisabetta Trenta. specializzata professionalmente nel settore della sicurezza militare internazionale, ha infatti operato in Iraq, Libano e Libia, in particolare come consigliere politico della Difesa a Nassiriya nell’ambito della ‘missione’ Antica Babilonia 9, ed è stata Vicedirettore del Master in Intelligence e Sicurezza della Link Campus University, nonché ricercatrice e dirigente di consorzi che si occupano di questi settori. [viii]  Insomma, è una che se ne intende e che, prima di assumere l’incarico, aveva dichiarato che, da ministra, avrebbe puntato a «…investire nel personale e nella tecnologia per assicurare al paese forze armate più moderne e più capaci di fronteggiare le nuove minacce». [ix]  E’ poi la stessa che, pochi giorni fa, ha dichiarato di voler inviare in Campania altri 200 militari a presidiare i siti di stoccaggio dei rifiuti [x] e che si dice abbia  “fortemente voluto” il bellicoso spot ministeriale ‘Combat’, in occasione delle celebrazioni per il 4 Novembre. [xi]

Un assurdo gioco delle tre carte

In attesa di segnali più chiari, cerchiamo intanto di capire che cosa si è mosso da agosto 2015 in direzione dell’attuazione del Protocollo siglato nel 2014 da Pinotti Alfano e de Magistris [xii] e delle successive delibere – di giunta e poi consiliare – con la quali si “approvava ed autorizzava” la c.d. ‘permuta’ della Caserma della P.S. ‘Nino Bixio’ a Monte di Dio, di proprietà comunale, con un immobile di proprietà statale non lontano, l’ex convento di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone.  Qual è stato il seguito di quella molto discutibile decisione dell’Amministrazione Comunale, assunta quattro anni fa e che il Sindaco ebbe retoricamente a definire “Una giornata storica per la città di Napoli” ? [xiii]  Ebbene, a parte la formalizzazione e pubblicizzazione del dettagliato progetto La grande Nunziatella Europea”, col quale l’associazione nazionale Ex Allievi della Nunziatella ha promosso l’istituzione napoletana come «prima Scuola Militare europea» [xiv], non è successo praticamente nulla. Anzi, a prima vista si direbbe che ciò che si è verificato negli ultimi anni vada in tutt’altra direzione.

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Il ‘Gran Quartiere di Pizzofalcone’

  • Il ‘Gran Quartiere di Pizzofalcone’ [xv] dove è ubicata la Caserma ‘Nino Bixio’ – ossia il rinascimentale palazzo Carafa di Santa Severina, già sede dell’Ufficio Topografico del Regno borbonico e tuttora dell’Archivio Militare di Stato – continua tranquillamente ad ospitare il IV Reparto mobile della Polizia di Stato di Napoli. Nelle previsioni, questa struttura della P.S. avrebbe invece dovuto trasferirsi nella Caserma ‘Boscariello’ di Miano, uno degli immobili oggetto dello scambio trilaterale tra Comune, Difesa ed Interni.
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    Demolizione di parte della Caserma ‘Boscariello’ di Miano

    Il problema è che tale immobile, nel frattempo, è stato destinato alla demolizione, in modo da poter ospitare la nuova ‘Cittadella dello Sport’, nell’ambito del c.d. ‘Progetto Scampia’ ed in vista delle Universiadi. Lo testimonia un articolo de Il Mattino di poco più di un anno fa, nel quale si riferisce della cerimonia inaugurale dei lavori cui partecipò, oltre all’allora Ministro dello Sport Luca Lotti, anche il Sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, che era stato presente alla firma dell’accordo che destinava la ‘Boscariello’ alla Polizia di Stato. [xvi] Va ricordato, poi, che solo un mese prima di tale cerimonia il sindaco de Magistris aveva deciso di trasferire ‘temporaneamente’ in quella struttura i Rom di Scampia, dopo l’incendio del campo di Cupa Perillo.[xvii]

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    Ex Convento di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone

    L’ex convento delle suore agostiniane di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone – il terzo immobile dell’accordo, di proprietà statale e scambiato ‘alla pari’ col suddetto Palazzo Carafa – un edificio cinquecentesco annesso all’omonima chiesa, ormai piuttosto degradato – frazionato in ben 80 unità immobiliari, è stato da lungo tempo adibito ad uso residenziale.

Ne deriva che l’indebitato Comune di Napoli, avendo incoscientemente rinunciato agli oltre 450 milioni annui che prima introitava per il fitto alla Difesa della ‘Nino Bixio’, si trova ora proprietario di un palazzo dal quale può ricavare molto di meno. Sembrerebbe allora che l’unico soggetto che tragga profitto da questo gaddiano ‘pasticciaccio brutto’  sia il Ministero degli Interni, che non deve più pagare al Comune il canone di locazione per la Caserma della P.S.. Viceversa, anche il dicastero della Difesa appare in difficoltà, non potendo – almeno per ora – attuare il progetto della scuola militare europea, al tempo stesso ampliando la ‘Nunziatella’ ed accrescendone il prestigio internazionale.

A questo punto nasce spontanea una domanda: è mai possibile che fino a qualche mese fa non si sia levata nessuna voce di dissenso, o quanto meno di dubbio, su questo incredibile pasticciaccio politico-amministrativo? A giudicare dai documenti ufficiali, non solo non c’è stata opposizione alcuna alla ‘bastardata di Pizzofalcone‘, ma addirittura si direbbe che su questo strano affaire si sia registrato un inspiegabile consenso trasversale. Basti pensare che la delibera di giunta n. 29 dell’8 luglio 2015 – presentata a firma del Sindaco de Magistris e dell’Assessore al Patrimonio Fucito  – fu approvata a voti unanimi dagli otto amministratori presenti e, soprattutto, che la conseguenziale deliberazione del Consiglio Comunale (n° 46 del 6 agosto 2015) fu adottata altrettanto all’unanimità dai 27 consiglieri presenti, compresi diversi rappresentanti dell’opposizione.

Per sentirsi levare una voce di dissenso nel merito, dunque, bisogna giungere all’agosto 2017, quando la professoressa Francesca Menna (appartenente al Gruppo Consiliare del Movimento Cinque Stelle) ha finalmente denunciato la sconcertante vicenda di ciò che ha esplicitamente chiamato ‘scuola di guerra’, con un intervento molto duro, testimoniato da un video. [xviii]  Peccato che la stessa rappresentante dei Cinque Stelle nel giugno 2018 abbia dato le dimissioni, in dissenso con le scelte politiche del Movimento e, si suppone, della sua bellicosa Ministra…

Che fare? Controinformazione, opposizione e resistenza.

città di paceDi fronte al muro di gomma che ha finora smorzato ogni critica o distinguo, l’unica soluzione praticabile ci è sembrata quella di fare appello direttamente ai cittadini di quel Comune che, con la modifica al proprio Statuto nel marzo 2017, si è autoproclamato “Città di Pace e di Giustizia”. [xix]

Il documento alla base della petizione lanciata dalla pagina facebook “Napoli Città di Pace” ha già raccolto un migliaio di firme ed ancor di più solo coloro che la seguono ed interagiscono con i contributi in essa pubblicati. La petizione – la cui sottoscrizione prosegue su vari canali di raccolta delle firme – si chiude con una richiesta: «…al sindaco de Magistris e ai consiglieri delle due ultime consiliature comunali di fare chiarezza su tale questione (ovviamente documenti alla mano) in occasione di un’assemblea pubblica che si terrà a Napoli a dicembre».  Il primo passo, infatti, è fare luce sul senso di tale scelta e sulle prospettive alle quali essa era stata finalizzata.  E’ comunque evidente che l’unica soluzione per uscire da quest’assurda situazione sarebbe la revoca dell’accordo sottoscritto dal Comune di Napoli coi due ministeri della Difesa e degli Interni, dal quale l’amministrazione cittadina risulta chiaramente penalizzata in termini economici, oltre a far emergere stridenti (seppur soffocate) contraddizioni politiche all’interno della stessa maggioranza.

Tutto questo, fra l’altro, non può non tener conto dei preoccupanti scenari internazionali, che vedono l’Italia stretta tra la morsa dell’arroganza con cui il Presidente degli Stati Uniti esige un aumento del contributo finanziario da parte dei Paesi europei aderenti alla N.A.T.O. e l’incalzante  tendenza a consolidare sempre più i legami di cooperazione e coordinamento della difesa fra gli stessi membri della U.E., ivi compresa la formazione dei quadri militari. E’  istruttivo, a tal proposito, leggere i documenti ufficiali dell’European Security and Defence College (E.S.D.C.), la cui ‘mission’ è così esplicitata:

« Il Collegio Europeo per la Sicurezza e la Difesa (ESDC) è stato istituito nel 2005, con la finalità di provvedere un’educazione di livello strategico nella Politica Europea di Sicurezza e Difesa, ora chiamata Politica Comune di Sicurezza e Difesa (CSDP).[…] I destinatari della formazione comprendono pubblici ufficiali, diplomatici, appartenenti alle forze dell’ordine e personale militare proveniente dagli Stati membri della U.E. e da istituzioni coinvolte nel CSDP…» [xx].

Scorrendo le pagine del sito web ci s’imbatte in una pluralità di tematiche ‘civili’ che sarebbero oggetto di formazione a livello europeo, fra cui la protezione dei rifugiati e dei migranti, la risposta alle emergenze umanitarie, lo sviluppo della cooperazione, i diritti umani, le relazioni multilaterali e perfino le questioni concernenti il clima, l’ambiente e l’energia, la cultura e l’innovazione e le relazioni economiche. Ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze: l’allargamento del concetto di ‘difesa’ e di ‘sicurezza’ serve solo a nascondere le vere finalità delle forze armate, che hanno assai poco a che vedere con l’assistenza umanitaria o le sedicenti ‘missioni di pace’. Un segnale evidente, per quanto ci riguarda come cittadini italiani, è stata la brusca ‘svolta’ del Ministero della difesa che, dopo le proteste dei generali per gli spot che presentavano i militari come volenterosi e paciocconi boy scout, in occasione delle celebrazioni per il 4 novembre 2018 ha infine deciso di mostrare il “volto guerriero dei soldati italiani, sempre nascosto dietro la retorica delle ‘missioni di pace’ “, per riprendere le parole del citato commento di Di Feo su la Repubblica. [xxi]

maxresdefaultDel resto, che le nostre forze armate non si occupino solo di presidiare strade e discariche o di soccorrere terremotati ed alluvionati è dimostrato dal fatto che i nostri militari sono impegnati attualmente in 50 ‘missioni’ attive in 21 paesi esteri, con l’impiego di 6.000 soldati ed una spesa di 900 milioni di euro (gen – set. 2018), come sintetizza un recente articolo su lenius.it [xxii]

E che gli scenari di guerra che ci si preparano siano sempre più inquietanti è testimoniato anche dalle imponenti manovre militari congiunte della NATO denominate ‘Trident Juncture 2018’, svolte lo scorso Ottobre in Norvegia sotto il comando dell’Amm. James Foggo, il numero uno del J.F.C. di Napoli-Lago Patria. [xxiii]    Per non parlare, poi, delle esercitazioni pan-europee per fronteggiare spaventosi (e palesemente illegali) attacchi bellici del tipo C.B.R.N. (chimici, batteriologici, radiologici e nucleari) che, sempre nel mese di Ottobre, sono state ospitate dalla ‘Scuola Interforze per la difesa N.B.C.’, che – come pochi sanno – opera invece stabilmente presso la Caserma ‘Verdirosi’ di Rieti. [xxiv]

Insomma, i nostri pseudo-boy scout sembrerebbero aver finalmente gettato la maschera buonista e ci mostrano con chiarezza quale futuro ci aspetta in un mondo dominato dalle logiche militari e dagli interessi delle industrie belliche.  Vogliamo fornire loro, a casa nostra e a spese nostre, anche una ‘prestigiosa’ accademia dove possano giocare alla guerra ed esercitarsi nelle loro ‘arti oscure’ ?

Le cittadine e i cittadini  della Napoli che ripudia la guerra esprimono con forza il loro NO e faranno tutto quanto è possibile per bloccare questo ennesimo, subdolo, tentativo di asservire Napoli, Città di Pace, agli interessi del complesso militare-industriale.

© 2018 Ermete Ferraro


[i]  Ermete Ferraro, La ‘Cattiva Scuola ‘ di guerra (10.07.2018) > https://ermetespeacebook.com/2018/07/10/la-cattiva-scuola-di-guerra/

[ii] Visita la pagina facebook  del Gruppo > https://www.facebook.com/napolicittadipace/

[iii]  Visita il sito di ‘Change.org’ che ha diffuso la petizione e raccolto le adesioni ad essa >  https://www.change.org/p/amministrazione-comunale-di-napoli-no-alla-scuola-di-guerra-dell-ue-a-napoli?recruiter=31022423&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition&fbclid=IwAR19HAvNnMvI9a5OvHFPMoj20vsuC_460IOs-j4yO7oQu0Q9I3vpqQqemfw

[iv] “UE: il Generale Graziano nominato Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea”  07.11.2018) > https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Generale-Graziano-nominato-Presidente-del-Comitato-Militare-Unione-Europea.aspx

[v] Ibidem

[vi] Giuseppe Fiore, “Le novità al vertice europeo del Comando civile della Gestione delle Crisi” , Start Magazine > https://www.startmag.it/mondo/le-novita-al-vertice-europeo-del-comando-civile-della-gestione-delle-crisi-cpcc/?fbclid=IwAR3Y6PshN0px21Xuibp_kNJf4PHO6fheuGvq9fZhbuRS2N2vy1nPR0If7hI

[vii] “Il gen. Vincenzo Coppola vola a Bruxelles: guiderà le missioni civili europee” (19.09.2018), TGCom24 > https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/ll-generale-vincenzo-coppola-vola-a-bruxelles-guidera-le-missioni-civili-europee_3164054-201802a.shtml

[viii]  Vedi:  “Elisabetta Trenta: chi è, curriculum del ministro della difesa M5S” (01.07.2018) , Termometro Politico > https://www.termometropolitico.it/1305595_elisabetta-trenta-chi-e-curriculum-ministro-difesa-m5s.html

[ix] Piera Matteucci, “Elisabetta Trenta ministro della difesa: un’esperta di sicurezza con l’ombra del reclutamento dei mercenari in Libia” (31.05.2018) la Repubblica > https://www.repubblica.it/politica/2018/05/31/news/elisabetta_trenta_difesa_governo_conte-197374627/

[x] Valentino Di Giacomo, “Il ministro Trenta: ’Duecento soldati in Campania per presidiare gli impianti dei rifiuti” (nov. 2018  ) Il Mattino > https://ilmattino.it/primopiano/cronaca/rifiuti_isis_intervista_ministro_difesa_elisabetta_trenta-4090325.html

[xi] Cfr. Gianluca Di Feo, “Difesa: arrivano gli spot ’guerrieri’ voluti dalla ministra Trenta per il 4 novembre” (22.10.2018), la Repubblica > https://www.repubblica.it/politica/2018/10/22/news/difesa_arrivano_gli_spot_combat_per_il_4_novembre-209687116/

[xii] Cfr. articolo del 15.11.2014 sul sito web del Ministero della Difesa > https://www.difesa.it/Il_Ministro/sottosegretari/Gioacchino_Alfano/Eventi/Pagine/ProtocolloIntesaDifesaInternoComuneNapolieDemanio.aspx?fbclid=IwAR2MCBesKgQgbnvF7bbNCs8alDh9rpAQqeozkcyvhwD-1WHAADnCwbrM__w

[xiii]  Guardare l’istruttivo video di Pupia.tv che mostra la cerimonia della Nunziatella e la firma dello ‘storico’ protocollo d’intesa > https://www.youtube.com/watch?v=W-eT7ZgPAz0&feature=youtu.be&fbclid=IwAR1pMO3ypYlvypfFztW9M-j2OiG_uMvt-764pyh75LFbcyyopY_9j1b01rA

[xiv] https://nunziatella1787.eu/wp/wp-content/uploads/2016/04/www.nunziatella.it_public_Rosso%20Maniero_Progetto_Europa.pdf?fbclid=IwAR2wTpcwp170RzTrguYBUCyC5WF5MyHigYx8oZe8vhTJXT3cidnbT9zMB_4

[xv]https://it.wikipedia.org/wiki/Gran_Quartiere_di_Pizzofalcone?fbclid=IwAR1ZsiyuDLwPAzmzITWgFdzAJTI6WKSd8fpmvWmJDNzKjgKwB6QUe4DEi28

[xvi] Dario del Porto, “Va giù la caserma Boscariello, qui nascerà la cittadella dello sport” (26.10.2017), Il Mattino > [xvi] https://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/10/26/news/va_giu_la_caserma_boscariello_qui_nascera_la_cittadella_dello_sport-179393856/

[xvii] Davide Schiavon, “Rom in caserma, Moschetti: ‘Si aggiunge degrado a degrado. Daremo battaglia’ “ (02.09.2017), Napoli Today > http://www.napolitoday.it/cronaca/rom-scampia-cupa-perillo-caserma-boscariello-miano.html

[xviii] Vedi intervento della Cons. Francesca Menna (M5S) nel corso della seduta consiliare del 1° agosto 2017) > https://www.youtube.com/watch?v=EcSNVbXgpP0&feature=youtu.be&fbclid=IwAR1Q8LTURCuBDBJlofsIcBEUoIAa00S6yFWkIhY8iR5vYVJ7e-4EAtk75F4

[xix] “Consiglio, nello Statuto c’è ‘Napoli Città di Pace e Giustizia” (20.03.2017) Ex Partibus , con video della Web Tv del Comune di Napoli > https://www.expartibus.it/consiglio-nello-statuto-ce-napoli-citta-pace-giustizia/

[xx] “E.S.D.C. Mission” > https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage_it/4369/European%20Security%20and%20Defence%20College%20(ESDC)  (traduzione mia)

[xxi]  V.  https://www.repubblica.it/politica/2018/10/22/news/difesa_arrivano_gli_spot_combat_per_il_4_novembre-209687116/

[xxii] Fabrizio Ciocca, “ Missioni militari italiane nel mondo:dove sono, cosa fanno, quanto costano “ (17.09.2018) > https://www.lenius.it/missioni-militari-italiane-nel-mondo/

[xxiii] Manlio Dinucci, “Tridente NATO da Napoli al Nord Atlantico” (23.201018), Il Manifesto > video su: https://youtu.be/2Qhqw0_Lwgc

[xxiv] Visita: https://www.difesa.it/SMD_/EntiMI/ScuolaNBC/Pagine/default.aspx

 

 

Nonviolenza alla pizzaiola

gandhi napoliGandhi si è fermato a Napoli?

Quando ho letto il titolo del libro di cui su Facebook si annunciava la presentazione, mi sono sentito incuriosito e provocato. Non capita spesso d’imbattersi in un romanzo intitolato in modo così intrigante da suscitare una sensazione al tempo stesso di piacere e di perplessità. Sono sicuro peraltro che “Gandhi si è fermato a Napoli” [i] –  il romanzo di Anna Maria Montesano di cui si discute lunedì 8 ottobre alla libreria ‘Iocisto’ [ii] – abbia ricevuto deliberatamente un titolo così provocatorio. Nel mio caso, poi, sentivo interpellata la mia storia personale in primo luogo come ecopacifista, che all’insegnamento di Gandhi sulla nonviolenza attiva si è abbeverato 46 anni fa, cominciando a frequentare, da obiettore di coscienza, il  gruppo storico dei ‘discepoli’ del professor Antonino Drago, che allora si riunivano nello storico palazzo Marigliano a S. Biagio dei Librai. [iii]Un secondo richiamo sollecitava anche la mia trentennale esperienza di napolitanologo, facendo riaffiorare nella mia mente – oltre ai dieci anni di esperienza come animatore sociale alla Casa dello Scugnizzo di Materdei, il ricordo d’un ancor precedente tentativo di traduzione napolitana d’un volantino sull’obiezione di coscienza, nonché l’indimenticabile filastrocca da me provocatoriamente composta in stile vivianesco nell’anniversario della presenza NATO a Napoli, recitata magistralmente durante quel corteo dal compianto Felice Pignataro.  Il terzo aspetto evocato dal libro, poi,  era la mia passione  per la letteratura umoristica, che mi ha consentito di guardare alle vicende più serie e gravi della vita con spirito un po’ distaccato, riuscendo a cogliere gli aspetti paradossali e ridicoli della realtà.

Ecco perché, appena mi sono imbattuto in un libro nel cui titolo s’intrecciava il ricordo del Mahatma Gandhi col riferimento geografico a Napoli ed ai suoi abitanti, evocando tra le righe anche il capolavoro di Carlo Levi, l’ho immediatamente acquistato e vi ho dedicato una lettura intensiva,  per soddisfare una naturale curiosità, ma anche per dissolvere l’iniziale diffidenza verso una lettura caricaturale o ‘macchiettistica’ di un tale personaggio. E a questo punto posso affermare che il non facile esperimento della Montesano è riuscito perfettamente. Mi sembra infatti che lo spericolato incontro ravvicinato del terzo tipo [iv] tra la gente della Napoli degli anni ‘30 e la complessa personalità del profeta della nonviolenza, col suo bagaglio di spiritualità indù e la sua spiazzante carica alternativa  – pur con qualche comprensibile semplificazione e cedimento alla leggerezza del divertissement – abbia messo chi legge in grado di comprendere che perfino una visione eticamente rigorosa e politicamente rivoluzionaria come quella gandhiana possa toccare nel profondo le corde emotive e la razionalità d’un popolo terragno beffardo ed anarchico come quello napolitano. E non mi riferisco solo al palese contrasto tra il suo “temperamento sanguigno” ed epicureo e la profonda spiritualità e stoica disponibilità al sacrificio che stanno a fondamento dell’Ahimsa di cui si la ’grande anima’ era espressione. Nel romanzo, tale ipotetico ‘corto circuito’ contrappone con esiti paradossali e perfino comici due visioni del mondo profondamente diverse che Inopinatamente, riescono comunque a comunicare e perfino ad empatizzare. Il mio riferimento al film di Spielberg, peraltro, non è casuale. Anche il saggio ‘santone’ indiano seminudo e sdentato, capitato fortunosamente a Napoli in compagnia d’un interprete e di una capretta, è  di fatto un ‘alieno’ per la povera gente della Sanità, che pur non manca di accoglierlo con rispetto e perfino con affetto.  Colpisce che ciò accade anche se quei popolani, pur sforzandosi, in quell’ometto strano non riescono a riconoscere nulla del politico arrogante sprezzante ed autoritario di cui stava facendo esperienza nell’era mussoliniana, ed ancor meno del classico ‘santo’, che la loro religiosità tradizionale legava inscindibilmente allo stupore magico per il potere di operare miracoli, certificandone le qualità taumaturgiche e garantendone anche la soprannaturale ‘protezione’. 

Santi, santoni e santarelle

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Una rara foto del viaggio di Gandhi a Roma (1931)

Non era casuale, del resto, neppure l’allusione dell’autrice al famoso romanzo autobiografico di Levi. Infatti anche il noto medico e pittore torinese – in quegli stessi anni ’30 confinato dal regime fascista in uno sperduto villaggio lucano per le sue idee comuniste – appariva un ‘alieno’ alla gente che vi abitava, imprigionata da una cultura magica e pagana senza tempo e la cui atavica e fatalistica rassegnazione è sempre stata sfruttata dai dominatori per assicurarsene il controllo.  Pur con le ovvie e profonde differenze, si può allora stabilire un raffronto tra il mondo chiuso e immobile del paesino della Basilicata in cui fu esiliato Levi, coi suoi irrisolti ed antichi problemi, e la realtà di un mortificata ex capitale come Napoli, in cui per qualche tempo si sarebbe trovato a soggiornare la figura simbolo dell’indipendenza dell’India. Plurisecolari dominazioni hanno per troppo tempo bloccato anche le potenzialità della sua gente, suscitandone però lo spirito ribelle, diffidente e beffardo con cui ogni Napoletano sa affrontare il potere.  Allo sforzo del colto medico ed artista piemontese per cercare di comprendere, con discrezione e rispetto, una realtà e mentalità profondamente differenti come quelle del profondo Sud, mi sembra che possa corrispondere la profonda curiosità ed apertura mentale del Mahatma per un mondo assai diverso da quello indiano, in cui si trova immerso perbreve tempo ma del quale riesce a cogliere lo spirito ospitale e l’innatagenerosità.

Certo, come confessa la stessa autrice nelle note finali del libro, Gandhi si è fermato a Napoli è nato un po’ per scommessa, come un’esercitazione letteraria, un divertissement. Mi sembra però che il risultato sia andato oltre queste premesse, sviluppando una storia che riesce a divertirci ma anche a farci riflettere sul potere creativo di ciò che la Montesano chiama ‘concordia’. Lei la chiama anche ‘umanità’, evocando la radice comune che dovrebbe spingerci a superare le ‘diversità’, soprattutto ora che una stagione politica perversa cerca di enfatizzarle sempre più, alimentando diffidenze, odi e rivalità. Direi che il senso del romanzo va oltre questo lodevole e condivisibile invito all’apertura del cuore e della mente, da non confondere con un generico appello al ‘volemose bene’.   La storia narrata dalla scrittrice, infatti, lascia intravedere la difficoltà della comunicazione non soltanto rispetto all’ovvia contrapposizione tra potenti e poveracci, dominatori e sudditi. Il distacco e l’imbarazzo provato dal Gandhi accolto trionfalmente a Roma da non meno imbarazzati esponenti del regime mussoliniano nel 1931 è facilmente immaginabile. I documenti fotografici e cinematografici che hanno registrato quella storica visita [v] rendono con evidenza lo sconcertante contrasto visivo tra le schiere degli impettiti gerarchi nerovestiti e l’esile figura del profeta della nonviolenza, avvolto nel suo dhoti bianco.   Il fatto è che il distacco emerge anche fra il ‘popolo’ che Gandhi conosceva ed a cui rivolgeva la sua autorità morale e quello che, pur incuriosito e disponibile, lo accoglie nei vicoli di Napoli. Il senso di disagio e di spaesamento sembra impadronirsi infatti sia del ‘santone’ che alla Sanità decide di fermarsi per stare fra gli ultimi, “povero i poveri”, sia degli abitanti di quel vivace rione, nei quali il reverente rispetto e l’innato senso dell’ospitalità si mescolano ad altrettanto disagio e spaesamento di fronte alla rigorosa visione etica e religiosa di quel ‘santo’ uomo…

L’umorismo sgorga proprio dalla contrapposizione tra la vitalistica e paganeggiante filosofia esistenziale della gente di Napoli e la rigoristica nonviolenza di quel vecchietto con gli occhiali che sfida i potenti, non mangia carne, non beve vino e per di più si porta a spasso un capretta….. I casigliani di via S. Teresa – ci spiega l’autrice – sono brave persone, gente semplice, sospesa tra religiosità tradizionale e cauta apertura alle dottrine comuniste. Fatto sta che essi non hanno perso  i loro naturali ‘sani appetiti’ e perciò ascoltano con istintiva diffidenza i precetti spirituali e morali della Grande anima, pur tentando rispettosamente – quanto maldestramente – di assecondarli.

Così parlò il Mahatma Gandhi…

71j4gONrCWL._SY445_La reazione spontanea dei novelli seguaci di Bapu, al di là dell’ammirazione per la rivoluzione che quel vecchietto testardo quanto sorridente è riuscito a scatenare in India, credo sia efficacemente riassumibile nell’ingenua quanto irriverente domanda che il più colto fra loro gli pone:

«Maestro, ma com’è che, solo con i vostri metodi pacifici, state per ottenere l’indipendenza dalla potente Inghilterra? Cosa gliene importa agli Inglesi del vostro digiuno e della rinuncia al sesso? Fossi al posto loro vi direi: – Non volete mangiare? Non vi piacciono le femmine? Embè, a noi invece piacciono assai e mangiamo alla faccia vostra! – Anche se, caro Bapu, Gustavo ci ha detto che la cucina inglese fa talmente schifo che, se fossi un soldato del re, farei pure io il digiunatore insieme con gli Indiani!». [vi]

La spassosa commedia degli equivoci – grazie all’abile conduzione narrativa della Montesano – continua in tante altre pagine, in cui alle nobili affermazioni di Gandhi, ad esempio sulla protesta nonviolenta attraverso l’astensione dal lavoro, fanno seguito le scombinate ed azzardate azioni di sciopero, inscenate in modo improvvisato da alcuni lavoratori del condominio. E qualche donna, inviperita di fronte alle ‘fesserie’ che mettono a serio rischio la certezza della ‘mesata’, per richiamare il coniuge alla ragione ricorrerà a sua volta alla ‘disobbedienza civile’, in una inconsapevole versione partenopea dell’aristofanesco ‘sciopero delle mogli’. [vii]   Lo stesso Mahatma, che aveva deciso di scoprire la zona di Capodimonte passeggiando da solo nel suo stravagante abbigliamento, finirà con l’essere ricoverato in una clinica psichiatrica. Sarà perfino rapito da un gruppo di salumieri e macellai, seriamente preoccupati per la diffusione nel rione delle sue esotiche idee vegetariane. La sparizione misteriosa di quello che i gerarchi fascisti ritengono un bizzarro rompiscatole con qualche rotella in meno, a sua volta, darà lo spunto per altri divertenti equivoci, sullo sfondo di una Napoli natalizia. Il suo clima festaiolo e gaudente viene infatti funestato dalle brusche indagini tra i condomini delle ‘camicie nere’ e degli sgherri dell’OVRA, ma anche dall’insostenibile clima di ‘quaresima’ che la presenza del santone ha involontariamente suscitato fra quella povera gente.

I divertenti dialoghi e la sequenza rocambolesca degli eventi riportano alla mente l’umorismo del romanzo ‘filosofico’ di Luciano De Crescenzo, ma anche la vivace scrittura di Pino Imperatore, seguendo la scia d’un umorismo sanguigno che ben si adatta al temperamento dei Napolitani, con la loro innata tendenza a sacralizzare ciò che è profano ed a profanare ciò che è sacro. Ecco allora che, ad esempio, per gli improvvisati discepoli di Gandhi l’emulazione della storica ed eroica ‘marcia del sale’ [viii] si ridurrà a una scalcagnata marcia su Mergellina, con immancabile ‘partitella’ a pallone.  Il bello è che lo sforzo dei popolani del quartiere Stella per assimilare in qualche modo l’antica saggezza e la moderna lezione rivoluzionaria dell’insegnamento di Gandhi è parallelamente ricambiato dallo sforzo del Mahatma per comprendere la sanguigna ed epicurea natura dei suoi ospiti.

De nobis fabula narratur

«Il popolo partenopeo ha una natura felice, è generoso, pacifico, ospitale; dunque, perché volerlo snaturare assimilandolo a una cultura che non è la sua? […] La loro è una natura invincibile che, per quanto possa deviare per un tratto, ritorna sempre a se stessa. E i coinquilini se ne sono accorti, tant’è che il loro rapporto con il grande uomo è più affettuoso che mai, scevro da soggezione e incomprensioni, com’è stato nei primi giorni della loro conoscenza». [ix]

E’ forse questa la ‘morale della favola’ che l’autrice ci propone, intrecciando con la sua fantasia la biografia di Gandhi con la quotidianità di bidelli e muratori, pescatori e casalinghe. Una morale che è tale nel più profondo significato del termine, come insegnamento etico del ‘piccolo grande uomo’ indiano a tutti noi.

«Perciò – scriveva effettivamente il Mahatma più di 70 anni fa – dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola d’oro della nostra condotta è la tolleranza reciproca. La coscienza non è la stessa per tutti. Quindi, mentre essa rappresenta una buona guida per la condotta individuale, l’imposizione di questa condotta a tutti sarebbe un’insopportabile interferenza nella libertà di coscienza di ciascuno». [x] 

20180428_190417Ebbene, di fronte al suo saggio invito alla tolleranza, che pur partiva da premesse rigorose e testimoniate con coerenza eroica fino alla morte, credo che non ci resti che comportarci di conseguenza. Quelli che Gandhi chiamava ‘esperimenti con la verità’  possono e devono contagiarci qui e ora, spingendoci a cercare insieme la strada più idonea per sconfiggere la distruttività della lotta armata e delle guerre con la forza costruttiva di una resistenza che sa fare a meno della violenza, senza essere mai viltà o rassegnazione passiva all’ingiustizia.

La nonviolenza non dovrebbe mai diventare l’altarino teorico sul quale bruciare l’incenso della nostra ammirata emulazione per un modello lontano, ma piuttosto il banco di prova della nostra coerenza, quotidiana e concreta, di servitori e testimoni della verità.  Da molti anni a Napoli – come nel resto d’Italia – ci sono tanti uomini e donne di buona volontà che non hanno mai smesso di mettere in pratica questa lezione, mantenendo vivo, pur tra mille difficoltà, l’insegnamento gandhiano e, più in generale, la proposta di una risoluzione nonviolenta e creativa dei conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali.  Basti pensare ai movimenti pacifisti storici, agli educatori alla pace, a chi lotta contro la militarizzazione del territorio e a chi continua a studiare ed a proporre la teoria e la pratica della difesa civile nonviolenta, come alternativa concreta – e vincente – alla guerra.   Ma se a ricordarci questo profondo insegnamento è valsa anche la leggerezza di un romanzo come quello della Montesano, credo che bisogna rendergliene merito,  ringraziandola per averci ricordato, sia pur in modo scherzoso, una lezione di vita  “antica come le montagne”.

N O T E ————————————————————————————————–

[i] Anna Maria Montesano, Gandhi si è fermato a Napoli, Napoli, ed. Homo Scrivens, 2018 > https://www.ibs.it/gandhi-si-fermato-a-napoli-libro-anna-maria-montesano/e/9788832780543

[ii] V. la pagina facebook della libreria ‘Iocisto’ dedicata all’evento > https://www.facebook.com/events/270965787092344/

[iii] Cfr. un mio post di sei anni fa: Ermete Ferraro, “Oggi e sempre obiezione!” (2012), Ermete’s Peacebook >https://ermetespeacebook.com/2012/12/16/oggi-e-sempre-obiezione/

[iv] Il riferimento è ovviamente al celeberrimo film di Steven Spielberg, del 1977: Close Encounters of the Third Kind > https://it.wikipedia.org/wiki/Incontri_ravvicinati_del_terzo_tipo

[v]  Vedi, in particolare, il documento filmato dell’Istituto Luce > https://www.youtube.com/watch?v=GdzxTJojLz0

[vi] A. M. Montesano, op. cit., p. 27

[vii]  Il riferimento è alla commedia di Aristofane Lisistrata, che racconta di una singolare quanto efficace protesta delle donne greche contro la guerra, ricorrendo allo sciopero del sesso > https://it.wikipedia.org/wiki/Lisistrata

[viii] Uno dei classici episodi di disobbedienza civile degli Indiani, guidati da Gandhi in questa protesta nonviolenta contro il colonialismo inglese > https://it.wikipedia.org/wiki/Marcia_del_sale

[ix]  Montesano, op. cit., pp. 157-158

[x]  M. K. Gandhi, Antiche come le montagne (1958), Milano, Mondadori, 1987, p. 193 (ripubblicato  nel 2009 negli Oscar Mondadori)  > https://www.ibs.it/antiche-come-montagne-libro-mohandas-karamchand-gandhi/e/9788804586517

Che si dice in Dacia?

Diario minimo di un viaggio in Romania

Una settimana affacciati ai Balcani…

40487972_269986853826162_137723499350327296_nQuesto scritto è il seguito ideale del precedente post, in quanto sintesi della settimana che ho trascorso in Romania con mia moglie Anna e la minore delle tre figlie, Chiara. Infatti la mia scherzosa esplorazione delle affinità elettive – quanto meno sul piano linguistico – tra Napolitani e Romeni si chiudeva così: “Comunque, quando tornerò dal mio viaggetto in Romania, vi farò sapere se questa somiglianza ha funzionato anche per me e per la mia famiglia.” [i] Non intendo venir meno a tale impegno e cerco quindi di tratteggiare la nostra scoperta della Dacia degli antichi Romani, sottolineando gli aspetti che più mi hanno colpito di questo paese, caratterizzato dall’originale compresenza di elementi culturali ed espressivi che rinviano alla tradizione latina, ma anche greco-bizantina, ottomana e germanica. [ii] A proposito di lingua romena, devo ammettere che la mia ricerca, oltre che per la brevità del soggiorno, è stata in gran parte vanificata dalla generale tendenza degli abitanti di questo paese a rivolgersi ai turisti direttamente in inglese, in spagnolo e talvolta anche in italiano. La mia più significativa fonte di conoscenza del Romeno, pertanto, è stato l’ascolto in albergo d’interminabili notiziari televisivi, intervallati da lunghi dibattiti e da estenuanti pause pubblicitarie, in massima parte dedicate a propagandare articoli farmaceutici di ogni tipo. Ne ho ricavato la conferma che la comprensione di questa originale lingua neolatina è abbastanza agevole, anche se la sua sonorità ha più a che fare con il ligure o il veneto che col mio Napolitano. [iii]  E’ innegabile, inoltre, che il Romeno ricordi molto l’Esperanto. La commistione di elementi linguistici eterogenei tipica della limba română [iv], infatti, richiama alla mente la voluta mescolanza di matrici glottologiche che caratterizza la lingua artificiale e transnazionale ideata, come auspicio di unità dei popoli, dal polacco Zamenhof alla fine del XIX secolo, da tempo accantonata e surclassata dall’onnipresente Inglese, ma ora rilanciata con varie iniziative. [v]

Lasciando da parte le considerazioni di natura linguistica, vorrei sottolineare alcune somiglianze e differenze che ho riscontrato nel corso di questa săptămâna română di metà agosto, che ci ha visti atterrare all’enorme aeroporto di Otopeni e percorrere per la prima volta la periferia e l’intera città  su un taxi guidato da un esuberante e chiassoso autista ispano-parlante. A parte la sensazione d’incredibile vastità e dilatazione urbanistica che la pianeggiante București lascia nel visitatore – ben diversa dalla forzosa concentrazione territoriale di Napoli – la prima sensazione è stata quella di muoverci in una vera capitale europea con ambizioni metropolitane, caratterizzata da lunghi e larghi boulevard alberati in stile parigino, enormi piazze, numerosi monumenti ed imponenti palazzi dallo stile ibrido ma sempre magniloquente. Come scriveva recentemente in un commento una giornalista de la Repubblica:

«Tra chiese mozzafiato simbolo di resilienza ed edifici maestosi di triste memoria, tra scorci eleganti e terme spettacolari, la capitale romena è uno scrigno zeppo di sorprese […] Di storia e di storie, passeggiando per Bucarest, ne incontrerete tante, e verrete letteralmente conquistati dalla sua atmosfera elegante – non a caso la città è stata ribattezzata “la piccola Parigi” – e dal suo fascino decadente, un po’ dark e un po’ tamarro, un po’ est e un po’ ovest, un po’ fuga dal passato e un po’ nostalgia del futuro.» [vi]

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Bucarest – Piazza della Rivoluzione

Questa ambiziosa megalopoli, che fa distretto a sé ed è divisa in affollati ‘sestieri’, ospita quotidianamente fino a 3 milioni di persone, con un numero di effettivi abitanti comunque pari al 10% dell’intera Romania. Eppure – complice probabilmente la festività ferragostana della Madonna Assunta, molto onorata anche dagli Ortodossi – noi abbiamo trascorso tre giorni e mezzo girando a piedi ed in metropolitana per Bucarest in un silenzio innaturale, circondati da ben pochi residenti e da non molti turisti, che erano prevalentemente intruppati su bus bipiani tipo city sightseeing.

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Camminare per i lunghissimi viali e per le strade interne – stanchezza e sudate a parte… – è un ottimo modo per conoscere più intimamente una città come Bucarest. Il toponimo risalirebbe al suo leggendario fondatore, il pastore Bucur, ma in ogni caso l’etimologia rinvia alla radice lessicale romena bucurie, traducibile con ‘gioia’, ‘felicità’.[vii] Eppure il clima che abbiamo respirato in quei giorni non ci è sembrato particolarmente gioioso, sicuramente a causa dello spopolamento ferragostano, ma anche per i fermenti di rivolta che covavano sotto la cenere a tre giorni dai gravi scontri scoppiati nella centrale e grandiosa piaţa Victoriei, che hanno visto contrapposte decine di migliaia di manifestanti contro la corruzione e le complicità governative che la proteggono e nugoli di spicciative e violente forze dell’ordine, in seguito ai quali si sono registrati moltissimi arresti, centinaia di feriti ed interminabili polemiche politiche. [viii] La devastante piaga della corruzione, infatti, sembra particolarmente avvertita dai Romeni ma, nonostante gli attacchi dell’opposizione e la riprovazione espressa dallo stesso presidente della repubblica, il governo si direbbe intenzionato a continuare sulla sua discutibile strada, incurante delle mobilitazioni dal basso, ma anche delle critiche che gli stanno piovendo addosso perfino dall’amministrazione statunitense. [ix]

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Bucarest – L’Ateneo romeno

Tafferugli e rivolte a parte, comunque, a Bucarest si avvertiva una netta separazione tra i non moltissimi giovani che abbiamo incontrato – concentrati prevalentemente nel quartiere universitario e nella limitata area dello shopping e degli esercizi pubblici più attrattivi – ed una popolazione composta da persone mediamente anziane e d’impronta economicamente più modesta, frammista ad una diffusa ma discreta comunità di Rom romeni (ma guai a chiamarli con questo ambiguo nome anziché col termine di țigan, cioè ‘zigani’…!).

Qui si comincia ad intravedere alcune affinità con una città assai diversa come Napoli, dove fino a non molti anni fa i palazzoni umbertini del ‘risanamento’ post-unitario e gli edifici moderni e le alte ‘torri’ direzionali convivevano con i ruderi prodotti dai disastrosi bombardamenti della guerra e dove sopravvivevano miserabili rioni popolari con i loro ‘bassi’. Anche Bucarest, coi suoi modernissimi grattacieli ed i tronfi palazzoni edificati dal dispotico regime di Ceauşescu, non è riuscita a nascondere del tutto le rovine causate dal disastroso terremoto di 40 anni fa, il terribile Cutremurul din 1977, a causa del quale vennero giù più di trenta vecchi edifici. Questi ruderi convivono tuttora con la pomposa nuova Bucarest pianificata dalla megalomania del dittatore ed al loro interno sono state realizzate spesso abitazioni di fortuna, dove vivono i ceti più marginali come, appunto, gli zigani. L’aspetto generale della capitale romena resta comunque molto dignitoso, pulito, ordinato e caratterizzato da molti parchi urbani, ben curati ed attrezzati, dove però si vedono giocare ben pochi bambini, forse anche loro in vacanza…Non vi starò certo a raccontare nei dettagli il nostro vorticoso tour bucarestiano, agevolato provvidenzialmente dalla moderna ed efficiente rete metropolitana. I tre giorni trascorsi ci hanno consentito di visitare gran parte delle attrazioni turistiche offerte da questa metropoli, dall’affascinante ‘Museo di storia naturale G. Antipa’ al ricco ‘Museo nazionale di arte romena’, sito nel vecchio Palazzo Reale; dal neoclassico ‘Ateneo’, simbolo dell’attuale Università, alle originali architetture delle cattedrali ortodosse; dal tronfio Palazzo del Parlamento fortemente voluto da Ceauşescu  (il più vasto dopo il Pentagono) al mussoliniano Palazzo dei governo, avvolto in un enorme bandiera tricolore romena proprio di fronte al quale si sono svolti gli scontri tra dimostranti e polizia; dallo splendido Parco Tineretului (ben 200 ettari con laghetti e spazi attrezzati per i più piccoli) al chilometrico percorso verde, con laghetti e fontane danzanti, del boulevardul Uniri, che collega Piazza Alba Julia con quella della Costituzione.

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Bucarest – Piazza della Vittoria

Sono stati tre giorni in cui abbiamo scoperto le bellezze di questa capitale ma anche le sue stridenti contraddizioni, la sua vocazione internazionale ma anche la sua evidente impreparazione a far fronte ad un  turismo di massa, a cominciare dalla scarsità di ristoranti degni di questo nome, di bar e di altri locali e perfino di esercizi commerciali, che non fossero concentrati in alcune specifiche aree, sotto forma di enormi shopping centres multipiano o delle solite catene di fast food di massa alla Mc Donald, KFC, Pizza Hut e compagnia bella.

La strana coppia: istituti bancari e strutture di sanità privata

Ciò che ci ha lasciati sorpresi, però, è stata la scarsità di normalissimi e quotidiani negozi, come tabaccai, giornalai, salumieri etc., soprattutto in contrasto con la pervasiva presenza nel centro di Bucarest di centinaia di filiali bancarie di ogni provenienza (tedesche, greche, italiane, spagnole, oltre che, naturalmente, romene) e di altrettante mega-strutture appartenenti allo spropositato settore della sanità privata, come megafarmacie, cliniche per tutte le specializzazioni e sofisticati ambulatori dentistici. Si direbbe che gran parte del flusso di stranieri in Romania sia richiamato da questo strano ‘turismo sanitario low cost’ , mentre l’anomalo proliferare d’istituti di credito lascerebbe pensare piuttosto ad un’intensa attività finanziaria, alimentata dal boom delle agevolate delocalizzazioni industriali e da un giro di affari più o meno legittimi. Il primo fenomeno era peraltro confermato dall’innaturale tasso di spot pubblicitari dedicati – in radio e televisione – ai più svariati prodotti farmaceutici. Il secondo aspetto è ribadito invece dal fatto che, per mutuare il commento di un articolo apparso su osservatoriodiritti.it, in Romania:povertà2-2

«…l’economia cresce tra baracche e bambini di strada […] Nel 2016 il Pil è cresciuto del 4,8% superando le aspettative della Commissione europea, che per il 2017 stima una crescita del 4,4% e del 3,7% nel 2018 (il governo romeno ha stimato un incremento pari al 5,2%).» [x]

L’analisi di questo preoccupante paradosso socio-economico è confermata da un articolo del quotidiano cattolico Avvenire, in cui leggiamo che:

«Di certo la Romania ha ancora da fare molta strada[…] : sviluppare le infrastrutture, modernizzare scuole e ospedali, dotare la sanità di strumenti e farmaci adeguati, sviluppare le zone rurali in cui mancano persino le fognature. Bucarest dovrebbe inoltre investire di più sull’infanzia, in un Paese dove – secondo i dati Eurostat – quasi la metà dei minori sono a rischio povertà. Dati confermati di recente dal Collegio nazionale degli Assistenti sociali, secondo i quali ogni sera in Romania 200mila bambini vanno a dormire senza aver mangiato. In base statistiche europee aggiornate a ottobre 2017, il 38,8% dalla popolazione è a rischio povertà ed esclusione sociale, con particolare disagio tra i pensionati. È così che si presenta la Romania: assieme al primato di crescita economica, in Europa ha paradossalmente anche quello, negativo, di diseguaglianze sociali.» [xi]

Ovviamente queste acute disparità colpiscono soprattutto le fasce deboli della società romena (comunità rom, anziani, minori, piccola borghesia urbana, contadini…), proprio mentre si assiste ad un vistoso quanto artificioso ‘miracolo economico’, sostenuto da transazioni commerciali, nuovi insediamenti industriali, rilancio dell’edilizia ed intensa attività finanziaria, il cui biglietto da visita più evidente sono appunto le tante banche che costellano il centro della capitale.

Quando si lascia Bucarest per raggiungere la sassone Transilvania in treno – come abbiamo fatto noi tre ‘turisti per caso’ – il contrasto risulta ancor più stridente. Agli enormi insediamenti industriali ed agli impianti petroliferi della periferia della capitale si avvicendano ampie aree pianeggianti agricole (in prevalenza coltivazioni cerealicole), larghi spazi incolti e, infine, territori affascinanti sul piano paesaggistico, ricchi di fiumi e boschi, ma apparentemente improduttivi e scarsamente abitati, fatta eccezione per le grandi città come Sibiu, Cluj e Brașov, dove abbiamo trascorso due intense giornate. In realtà la situazione sarebbe migliore, in quanto:

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Veduta della Transilvania.

«La Transilvania è ricca di risorse minerarie come ferro, piombo, lignite, manganese, oro, rame, sale, gas naturale e zolfo. Esistono poi grandi stabilimenti industriali chimici, acciaierie e industrie tessili. Altre risorse economiche sono nell’ambito dell’agricoltura, con frutteti e vigne, e nella trasformazione del legname[xii]

Prìncipi sassoni, feroci impalatori e tenebrosi castelli

Eppure lo spettacolo che si è presentato ai nostri occhi, attraverso i finestrini del treno che ci ha condotti in due ore alla bellissima Brașov, sembrava piuttosto testimoniare una certa povertà e marginalità, caratterizzata dalla presenza sporadica fra i boschi di mini-villaggi di catapecchie – abitate probabilmente da zigani – a ridosso della ferrovia o di scoscesi terreni in prossimità dei corsi d’acqua. Tutt’altra storia, invece, quando siamo giunti in quell’antica e nobile città di origine sassone, estremamente bella, perfettamente curata e letteralmente invasa da turisti, locali e stranieri. Uno splendido borgo mercantile rinascimentale, con la sua originale piazza circondata da edifici civili, basiliche ortodosse, chiese gotiche e palazzi nobiliari di stile teutonico. Oltre alla sua originale architettura austro-ungarica, la cosa che più ci ha colpito di Brașov – la latina Corona e la germanica Kronstadt – sono stati i meravigliosi giardini che l’attraversano tutta, con molte aiuole fiorite ed ampi spazi per i giochi dei bambini.  La sua visita ci ha condotto dall’antica cittadella fortificata di Brassovia, che le ha dato nome, al suo incantevole ed animato centro antico, dove abbiamo potuto ammirare la luterana cattedrale denominata Biserica Neagră (con l’originale contrasto tra le severe e svettanti linee gotiche e le centinaia di colorati tappeti ottomani esposti) ed il Palazzo del Consiglio civico, che ospita un interessante e moderno museo storico-etnografico. Diversamente dalla capitale, questa città è dotata di ogni negozio e piena di ristoranti, birrerie ed ogni tipo di locale pubblico ed anche la gente che si incontra per strada ha un aspetto decisamente benestante.

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Brașov – Piazza del Consiglio

Stazioni termali, sciovie ed altri impianti di turismo invernale esercitano infatti un indubbio richiamo sia per i locali sia per i forestieri, attirati specialmente dallo scontato e farlocco mito del vicino castello di Dracula.[xiii]  In effetti la fortezza medievale di Bran, di origine angioina, non ha mai ospitato né l’immaginario ‘principe delle tenebre’ (frutto della fervida fantasia dello scrittore irlandese Bram Stoker), né l’autentico Vlad III, principe di Valacchia ed eroe nazionale rumeno, soprannominato Dracul (il diavolo) in quanto figlio di un appartenente al germanico ordine del drago. Costui è però passato alla storia col poco lusinghiero titolo di Țepeș (cioè ‘l’impalatore’) per la sua poco simpatica tendenza a trattare i nemici nel corso della sua feroce lotta contro gli Ottomani, dai quali però aveva preso in prestito tale feroce modalità di tortura dei prigionieri. Non dimentichiamo poi, a proposito di affinità, che la fervida fantasia dei Napolitani ha localizzato il sepolcro del principe Vlad III addirittura nel chiostro della celebre chiesa rinascimentale di S. Maria la  Nova. [xiv]

Ma se il fantastico conte Dracula serve a vendere la paccotiglia di ricordini per i turisti che visitano la Transilvania, nel nostro caso ha rappresentato solo un insignificante particolare nella scoperta di un paese affascinante e pieno di contraddizioni, che abbiamo cercato di scoprire senza pregiudizi e con apertura mentale verso questo unicum storico-culturale dell’area balcanica. Basti pensare che solo a Brașov nello stesso parco si affacciano cattedrali gotiche, basiliche ortodosse, fortezze angioine e perfino un monumento alla lupa capitolina…

Insomma, forse non abbiamo trovato le attese somiglianze tra la lingua romena e quella napolitana, ma certamente questo viaggio ci ha fatto avvertire una profonda affinità tra le vicende romene e l’intricata storia di Napoli, con le sue molteplici dominazioni straniere, sulle quali però ha sempre prevalso lo spirito beffardo e sfottente della nostra gente, capace di saggia resilienza ma anche di autentica e determinata resistenza.

© 2018 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.org )

N O T E ———————————————————————

[i] Ermete Ferraro, “Ci stava un romeno, un napoletano e un italiano”, ermetespeacebook.com (13.08.2018) > https://ermetespeacebook.com/2018/08/13/ci-stavano-un-romeno-un-napoletano-e-un-italiano/

[ii] Vedi: “Romanìa” in Sapere.it > http://www.sapere.it/enciclopedia/Roman%C3%ACa.html

[iii] Se ne avete voglia e siete un po’ curiosi, potete collegarvi in live streaming con una delle principali televisioni romene, Romania.tv, seguendo questo link > http://www.romaniatv.net/live

[iv] Vedi la voce sulla lingua romena in wikipedia.it >: https://ro.wikipedia.org/wiki/Limba_rom%C3%A2n%C4%83

[v] Vedi la voce “Lingua esperanto” in wikipedia.it > https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_esperanto . Interessante anche l’articolo di Viviana Pellegatta, “L’esperanto, lingua dell’umanità”, blastingews.com > https://it.blastingnews.com/cronaca/2017/11/lesperanto-la-lingua-dellumanita-002182271.html

[vi] Sara Ficocelli, “Bucarest: la ‘piccola Parigi’ tutta da scoprire”, la Repubblica (26.02.2018) > http://www.repubblica.it/viaggi/2018/02/21/news/bucarest_la_piccola_parigi_tutta_da_scoprire-189410529/?refresh_ce

[vii] Nel nostro viaggio ci è stata molto utile l’accurata ‘guida verde’ della Romania, curata dal Touring editore > https://www.amazon.it/Romania-0/dp/8836553451/ref=sr_1_5?ie=UTF8&qid=1535793209&sr=8-5&keywords=guida+touring+romania . Vedi anche la voce “Bucarest” in wikipedia.it > https://it.wikipedia.org/wiki/Bucarest

[viii] Cfr.: “Bucarest, romeni all’estero in piazza contro corruzione: oltre 440 feriti”, Affari italiani (11.08.2018) > http://www.affaritaliani.it/esteri/bucarest-migliaia-di-romeni-estero-in-piazza-contro-corruzione-555354.html?refresh_ce  e: Marco Ansaldo,  “A migliaia in piazza a Bucarest, la diaspora romena contro la corruzione”, la Repubblica (10.08.2018) > http://www.repubblica.it/esteri/2018/08/10/news/a_migliaia_in_piazza_a_bucarest_la_diaspora_romena_contro_la_corruzione-203850273/

[ix] s.a., “Stati Uniti-Romania: Casa Bianca prende le distanze da lettera di Giuliani a governo romeno”, Agenzia Nova (28.08.2018) > https://www.agenzianova.com/a/5b85c77929c615.73320608/2046131/2018-08-28/stati-uniti-romania-casa-bianca-prende-le-distanze-da-lettera-di-giuliani-a-governo-romeno

[x] Felicia Buonomo, “Romania, dove l’economia cresce tra baracche e bambini di strada”, Osservatorio Diritti.it (01.03.2018) > https://www.osservatoriodiritti.it/2018/03/01/romania-economia-cresce-baracche-bambini-di-strada/

[xi] Mihaela Iordache, “Povertà e corruzione. I due volti della Romania che richiama i suoi emigrati”, Avvenire.it (04.01.2018) > https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/romania-pil-disparita-economiche

[xii] Vedi la voce “Transilvania” in Wikipedia.it > https://it.wikipedia.org/wiki/Transilvania#Economia

[xiii] Vedi: https://www.romaniaturismo.it/transilvania/il-castello-di-dracula/

[xiv]  Cfr.: “Vlad Tsepes di Valacchia: l’impalatore, il demonio, il vampiro Dracula”, Latelanera.com > http://www.latelanera.com/vite-estreme/personaggio.asp?id=261  ed anche:  “Da Vlad Tepes a Conte Dracula”, Ciaoromania.com > http://www.ciaoromania.com/vladtepes_ital.html

Viaggio numerologico sulla Route 66

“Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare.” Jack Kerouac, On the Road

imagesAlla fine il momento è arrivato. Questo 9 marzo ho compiuto 66 anni, approssimandomi al giro di boa costituito del termine della mia carriera lavorativa. Permettetemi allora di divagare un po’ a partire da questo 66 che, oltre ad evocare la citazione di Kerouac, è un numero palindromo particolarmente significativo e simbolico, che coi due 6 che occhieggiano appaiati mi trasmette un senso di stabilità e al tempo stesso di dinamismo.  In effetti si tratta di una divagazione piuttosto strana ed insolita per uno come me, che ha sempre avuto problemi con la matematica e non è neanche appassionato di ‘numerologia’ e dottrine cabalistiche. Eppure mi sembra sia innegabile che esista una certa ‘magia’ dei e nei numeri, per cui essi…contano davvero. Preso dalla curiosità, quindi, mi sono un po’ documentato in materia,  attingendo da internet alcuni spunti.

  • Gli anni da me compiuti sono la ripetizione di un numero particolarmente significativo, il 6, che parlerebbe di ‘armonia’ e di ‘scelta’. Esso corrisponde nella Qabbalah alla sesta lettera dell’alfabeto ebraico, il ‘vav’, che significa ‘estensione’ ma anche ‘connessione’, rinviando a relazioni durevoli e a progetti fondati sulla collaborazione. Numerologicamente, 6 indica anche il concetto di ‘scelta’, e perciò stesso di decisioni da assumere. [i]
  • Va precisato che il numero 66, nella stessa Cabala ebraica, evocherebbe però l’incompletezza, il peccato, il disordine, essendo di un’unità inferiore al 67, indicante invece stabilità, sicurezza e tranquillità. [ii]
  • Nella tradizione islamica, invece, il 66 è un numero sacro, in quanto rinvia direttamente al nome della Divinità. “Allah significa Iddio. Esso è composto da quattro lettere dell’alfabeto arabo la cui somma è pari a 66. Alif=1 Lam=30 Lam=30 Ha=5 quindi 1+30+30+5=66” […] Poco conosciuto è che il numero di Allah, possiede un proprio quadrato magico. La somma verticale, orizzontale o diagonale dei suoi addendi ci dà sempre 66. Analizzandolo e meditandolo è possibile individuare la direzione consona al proprio processo di purificazione. Il quadrato magico di Allah è di ordine 3 e comprende i nove numeri in sequenza compresi tra il 18 e il 26.”  [iii]
  • Un’altra interpretazione simbolica che viene data di questo numero ‘doppio’ (o ‘maestro’) è la seguente: “66 = Adempiere alle nostre responsabilità in maniera creativa e gioiosa.” [iv] .

Ebbene, al di là della suggestività – ma anche dell’indubbia irrazionalità – di tali visioni numerologiche della vita, devo ammettere che da queste due cifre appaiate mi deriva comunque una sensazione positiva. Tutti i significati citati, infatti, sembrano rinviare a concetti che ritengo fondamentali, come connessione e collaborazione, decisionalità, senso di responsabilità. Perfino il senso cabalistico di ‘mancanza’ ed ‘incompletezza’ sembrerebbe alludere all’anno che ancora mi manca dal pensionamento… Adesso però continuo questo ‘gioco’ numerologico utilizzandolo come spunto semiserio per qualche rapido flash-back sui 66 anni che mi sono appena lasciato alle spalle.

  • DIVISIONE

1200px-Napoli_-_Antignano_Dazio_100_4668Dividendo 6 per se stesso si ottiene naturalmente 1, numero che mi fa tornare indietro al mio primo anno di vita, nel 1953, quando una foto dell’epoca mi ritrae con dei riccetti biondi in testa ed un sorriso beato sulla faccia. Allora la mia famiglia abitava a via Luca Giordano, in un palazzotto adiacente la storica villa ottocentesca che ricorda quella con parco, di quattro secoli precedente, dove dimorava l’umanista Gioviano Pontano, che si affacciava sull’antico borgo di Antignano. Di quel remoto periodo naturalmente non ricordo quasi nulla. Dei miei primi anni mi restano soltanto vaghe memorie dei suoni e degli odori che promanavano dal vivace e rumoroso mercatino ortofrutticolo sottostante, cuore popolare di un quartiere borghese sorto in epoca umbertina dove una volta dominavano le coltivazioni di broccoli e dove cantavano, strofinando i panni, le ‘lavandaie’ del Vomero immortalate in una delle più antiche testimonianze canore napolitane. Mi tornano alla mente solo le pittoresche ‘voci’ dei venditori di allora, l’odore penetrante di una vicina torrefazione di caffè ed il profumo delle broches appena sfornate da una vicina pasticceria. Era l’anno in cui Totò portava sugli schermi il suo spassoso ‘Un Turco napoletano’ [v], mentre era al suo esordio Virna Lisi, nell’ingenuo musical partenopeo ‘…e Napoli canta’ [vi]. Ma era ancora troppo presto perché il piccolo Ermete potesse appassionarsi al cinema ed apprezzare la rutilante comicità del Principe della risata…

  • RADICE QUADRATA

180713506-b79abaaa-f8c7-4729-95f5-cc35cbec7d96La radice quadrata di 66 è 8,124…Semplificando a 8, questo numero mi fa risalire al mio ottavo anno di età, nel 1960. Era il periodo della scuola elementare e, più precisamente, del penultimo anno in cui ho frequentato l’austero edificio della ‘Luigi Vanvitelli’, con le sue aule alte e solenni ed i banchi neri di legno, per poi trasferirmi alla luminosa ed allora modernissima scuola ‘ Quarati’, più vicina alla mia nuova abitazione di via Francesco Cilea, dove la mia famiglia si trasferì nel ‘62. Di quel biennio delle elementari ovviamente ricordo assai poco, a parte il primo impegno per sostenere l’esame d’idoneità, allora previsto per passare alla terza classe. L’Ermete di allora, più alto della media e rigorosamente rivestito del classico grembiule nero con fiocco colorato a seconda della classe frequentata, era sicuramente molto studioso e piuttosto timido, ma amichevole con tutti. Uno degli ultimi ricordi che ho della ‘Vanvitelli’ è un concerto di fine d’anno durante il quale, non sapendo quale strumento farmi suonare, mi consegnarono un bel triangolo ed una bacchetta con cui percuoterlo, possibilmente a tempo con la musica…Purtroppo quella fu la prima ed ultima mia esibizione come suonatore di strumento, il che è piuttosto paradossale se si considera che da anni insegno lettere proprio in una sezione musicale…

  • ADDIZIONE

Escludendo da queste operazioni la sottrazione delle due cifre gemelle (che mi porterebbe ovviamente ante Ermetem natum…), passo quindi all’addizione.  Poiché 6 più 6 fa 12, questo numero mi riporta al 1964, quando ho compiuto il mio dodicesimo anno. Allora ero un ragazzino bruno, alto e magro che frequentava con buoni risultati la seconda media proprio nella scuola vomerese dove attualmente sto svolgendo il mio penultimo anno d’insegnamento. In una vecchia foto di classe mi rivedo in giacca e cravatta, piuttosto ‘serio’ ed un po’ distaccato dal gruppo dei coetanei, coi quali in verità condividevo ben poco, a partire dalle partite di pallone e dalla loro vivacità un po’ caciarona. Ricordo che già allora i numeri non erano proprio il mio forte, mentre mi piaceva molto leggere, scrivere e disegnare. Da ragazzo ero piuttosto introverso, sebbene mai asociale, e questo mi portava ad essere (ma non a sentirmi) piuttosto solo, sebbene attraversassi una fase della vita in cui dovrebbe prevalere lo spirito di gruppo. E’ stato allora, forse, che ho iniziato a sviluppare il mio senso di autonomia, che non voleva essere autosufficienza spocchiosa bensì capacità di stare bene in compagnia di me stesso, pur senza rinunciare all’amicizia. Questa foto in bianco e nero di me dodicenne mi riporta quindi ad un’età di transizione precoce ad una maturità più adulta e consapevole, sebbene carente di altri aspetti positivi, come la spensieratezza, la spinta al gioco ed alla collaborazione con i coetanei. Due anni dopo, nel 1966 appunto, ero invece impegnato aimages (1) concludere il biennio ginnasiale al prestigioso Liceo Classico ‘Jacopo Sannazaro’, esibendo una capigliatura più folta ed un’ombra di baffetti, ma restando sempre piuttosto schivo. Sono stati gli anni dell’approccio con il latino e greco, dominati per un terzo delle ore di scuola dalla figura della mia esigente docente di lettere, che però riuscì a farmi amare i ‘Promessi sposi’. Lo stesso successo non arrise però all’ironica e spicciativa professoressa di matematica. Ricordo invece con una certa simpatia l’anziano e bizzarro prof di francese, con le sue inesorabili ‘tre frasi alla lavagna’ e con la pretesa di farci sciroppare intere tragedie di Corneille e Racine. Era quello l’anno della tragica alluvione di Firenze, la cui cronaca fu uno dei primi esempi di diretta televisiva che colpì centinaia di migliaia d’Italiani, spingendo molti giovani a diventare volontari a fianco della traballante protezione civile del tempo. Era anche un anno culminante della rivoluzione culturale in Cina e, venendo al cinema, quello del celebre western all’italiana di Sergio Leon e  ‘Il Buono, il Brutto e il Cattivo’ , ma anche del raffinato  “Uccellacci e uccellini” di Pasolini. [vii]   

  • MOLTIPLICAZIONE

Se si moltiplicano i due 6 della mia età si ottiene 36, per cui questo viaggio a ritroso fa tappa nel 1988. A quel tempo ero al mio secondo anno d’insegnamento presso la scuola media ‘ Maglione’ di Casoria, in provincia di Napoli, dopo aver vinto il concorso a cattedre. Avevo già prestato due anni di servizio civile come obiettore di coscienza alla ‘Casa dello scugnizzo’ di Materdei, dove avevo poi svolto altri  otto anni di lavoro come volontario, animatore di gruppo e poi assistente sociale. Ricordo con piacere quel primo biennio d’impegno da docente in un istituto scolastico in cui si respirava una positiva atmosfera di collaborazione e di confronto e dove ho insegnato lettere anche in una sezione a tempo prolungato, svolgendo con un suolo gruppo-classe l’intero orario di 18 ore. E’ stato un periodo molto vivace e creativo, dove ho sperimentato vari approcci educativo-didattici ed ho  fatto interessanti esperienze interdisciplinari con i colleghi di corso. L’atmosfera che si respirava soprattutto nella parte vecchia di Casoria mi torna ancora piacevolmente alla mente, insieme al ricordo dei miei primi allievi e delle loro famiglie, con le quali la mia precedente esperienza di operatore sociale mi spingeva a mantenere rapporti abbastanza diretti e regolari, anche con visite domiciliari. candidoIn quegli stessi anni, infatti, sono stato poi referente d’istituto per l’educazione alla legalità e successivamente ‘funzione-obiettivo’ per l’area del c.d. ‘disagio’, cercando di mettere a frutto gli anni di lavoro e ricerca sociale anche nella mia attività di docente. Nel 1988 stavo approssimandomi anche al matrimonio con Anna, conosciuta un anno e mezzo prima in occasione della formazione della prima Lista Verde a Napoli, che mi permise di diventare il primo consigliere circoscrizionale ambientalista al Vomero e d’iniziare un nuovo percorso, che non è ancora finito.

A questo punto però devo fermarmi, sia perché sono finite le operazioni aritmetiche, sia perché non vorrei dare l’impressione che compiere 66 anni mi abbia portato a…dare i numeri. Concludo dunque con un aforisma che sento di poter fare mio, una volta giunto a questa età, ad un anno dalla fine del mio lungo viaggio sulla ‘route’ della scuola. Si tratta di una bella citazione tratta da un libro di Primo Levi:

«Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono. » [viii]

Felice viaggio a tutti/e !

—- N O T E ——————————————————————————————————
[i] Cfr. “Il significato numerologico del numero 6” > http://numerologica.it/project/significato-numerologico-del-numero-6/
[ii] Cfr. https://www.camelott.it/Varie/numeri.htm#66 sessantasei
[iii]  “Il numero di Allah, il suo quadrato magico e la purificazione” > http://www.tradizionesacra.it/il_numero_di_Allah_il_suo_quadrato_magico_e_la_purificazione.htm
[iv]  “Qual è il significato dei numeri doppi? Ecco cosa sono i numeri angelici di Doreen Virtue  >  https://www.panecirco.com/significato-numeri-doppi-angelici-doreen-virtue/
[v]  “ Un Turco napoletano” , regia di Mario Mattoli  (1953) > https://www.youtube.com/watch?v=YtyDq6lj0uA
[vi]…e Napoli canta” , regia di Armando Grottini (1953) > https://www.youtube.com/watch?v=Jk6RonZF4MI
[vii]Uccellacci e uccellini”, regia di Pier Paolo Pasolini (1966) > http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=26072
[viii] La citazione è tratta da: Primo Levi, La chiave a stella (1978)

Da Giano a san Gennaro: chiudere le porte alla guerra.

San-GennaroIn questi giorni Napoli si prepara a festeggiare ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato.   San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto un’importanza centrale rispetto alla sua stessa azione pastorale, di cui si sa ben poco.

Il sangue del Gennaro (vescovo di Benevento e decapitato a Pozzuoli) è diventato il simbolo stesso di una religione sacrificale, i cui profeti e testimoni (in greco: martyres) sono coloro che attestano la loro fede e la loro fedeltà al Vangelo anche a costo della propria vita, nella certezza che “chi avrà perduto la vita per cagion mia la troverà” (Mt 10:39) e che “il sangue dei martiri è il seme dei Cristiani [i]. La centralità simbolica del sangue – come sottolineava l’antropologo Marino Niola nella presentazione ad un libro su questo argomento [ii] – è ben nota in tutto il Mezzogiorno e soprattutto a Napoli. Un territorio ed una città che di sangue ne hanno versato in gran quantità, soggetti come sono stati per troppi secoli a invasioni e dominazioni. Una terra dove il lavoro per guadagnarsi il pane non a caso è stato sempre chiamato fatica  ricalcando il termine latino labor (fatica, sofferenza) ed echeggiando quelli francese e spagnolo travaille e trabajo. Una fatica che, citando una colorita espressione proverbiale, faceva (e spesso fa ancora) “jettà ‘o sanghe” , cosa ben diversa dal versarlo come sacrificio volontario.

Comprendiamo bene, quindi, l’innata simpatia che un popolo abituato a ‘gettare il sangue’ sul lavoro e per il lavoro, ma anche per colpa delle guerre, ha sempre provato nei confronti di un santo come Gennaro, il cui sangue è diventato segno tangibile di un’auspicata protezione ultraterrena contro le violenze quotidiane, i disastri bellici e perfino le sciagure naturali, come terremoti, eruzioni ed epidemie. Comprendiamo quindi perché i Napoletani – ed i Campani in genere – invochino da sempre il nome del loro patrono e difensore, però andrebbe precisato che Gennaro non era il nome proprio del santo martire beneventano, bensì quello di famiglia. Il vero appellativo personale in effetti non ci è noto (qualcuno ipotizza che fosse Procolo) mentre il cognome , con cui lo conosciamo, lo indicava come appartenente alla Gens Ianuaria. L’etimologia di questa denominazione si collega  quello del primo mese dell’anno, cioè Gennaio (Ianuarius), a sua volta così chiamato perché dedicato a Ianus/Giano, considerato dagli antichi Romani ‘Divum Deus/Pater’, ossia Dio e Padre degli altri Dei, divinità iniziale e principale del loro Pantheon.

giano-1Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianus, caratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (il lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, ie perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:

“Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l’altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l’atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all’uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell’Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni…” [iii]

La sacralità di questo simbolismo – che vedeva aperte le porte del tempio di Giano solo in occasione dei conflitti bellici, mentre la loro chiusura sanciva lo stato di pax – era e resta molto interessante e ci invita ad una seria riflessione di fronte ai nuovi bellici che agitano i nostri tempi. Oggi, come allora, lo folle logica distruttrice della guerra va bloccata con fermezza, chiudendo a chiave le porte all’aggressività che diventa minaccia armata o, peggio, terrore nucleare. Un’esigenza già proclamata da Virgilio,che aveva definito ‘empio’ (cioè in contrasto con lo spirito religioso): il ‘furore’ di chi crede di risolvere le cose con la crudeltà della guerra: “…dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus saeva sedens super arma”  cioé: “con duri chiavistelli di ferro saranno chiuse le porte della Guerra; l’empio Furore all’interno, seduto sulle armi crudeli …”  [iv]. Eppure noi continuiamo ad assistere impotenti alla sacrilega commistione tra ideologie di guerra e motivazioni pseudo-religiose, ma anche all’ottusa visione di chi continua a blaterare di ‘guerre giuste’ e, soprattutto, della necessità di difendere la pace con le armi. La nefasta dottrina romana del “si vis pacem para bellum” a quanto pare è dura a morire ed a poco sono serviti secoli di autorevoli appelli di pontefici e capi religiosi sull’inconciliabilità della guerra con qualsiasi fede che affermi la sacralità della vita e predichi la fratellanza.

Eppure, esattamente due anni fa, ci fu qualcuno che tentò d’inserire nelle celebrazioni in occasione della Festa di san Gennaro un concerto della banda della US Navy. Quel tentativo per fortuna fu vivacemente contrastato dal movimento napoletano per la pace ed opportunamente si decise di cancellare questo spettacolo. Come scrissi sarcasticamente sul blog in quell’occasione:

“Ma da quando il patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della marina militare americana, una specie di San GenNavy? E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a versare altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?” [v]

tempio_di_gianoPerò, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Tra le celebrazioni che precedono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, infatti, mi è capitato di leggere che l’Arcivescovo di Napoli ha presieduto questo 17 settembre una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy. [vi]   E ancora una volta mi sono chiesto ‘che ci azzecca’  il nostro venerato Patrono con fanfare stellette e fucili; soprattutto, perché si consenta non solo l’evidente commercializzazione della tradizionale festa religiosa (trasformata all’americana nel San Gennaro Day [vii]), ma perfino la sua militarizzazione. Due giorni dopo il ricordo di san Gennaro, il 21 settembre, ricorre la Giornata Internazionale della Pace [viii] – proclamata dall’ONU negli anni ’80 – ed in quello successivo è previsto a Napoli, nella sala Valeriano della Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli [ix], un incontro sul disarmo nucleare organizzato dal M.I.R.(movimento Internazionale della Riconciliazione), che in questa città si riunisce dopo molti anni per la sua assemblea nazionale 2017.

E’ un’occasione di più per ribadire che bisogna chiudere le porte in faccia a tutte le guerre e sigillarle definitivamente per quelle nucleari, ma anche che non sono accettabili confusioni tra il sangue dei martiri per la fede e quello versato ‘per la patria’, ma di cui si sono cinicamente nutriti gli interessi dell’imperialismo e del sistema militare-industriale. La pace non è solo assenza di guerre, ma quel che è certo è che l’affermazione della nonviolenza passa per la cancellazione della logica bellica e la ricerca di metodi alternativi di difesa e di sviluppo. Ecco perché, citando Gianni Rodari in una sua candida ma efficace filastrocca: “Sarebbe una festa per tutta la terra / fare la pace prima della guerra!”[x]

NOTE —————————————————————————

[i]  Q.S.F Tertulliano, Apologeticum, 50,13

[ii] L. Malafronte, C. Maturo (a cura di), Urbs sanguinum, Napoli, Intra Moenia, 2008 >  http://www.urbs-sanguinum.freeservers.com/presentazione.html)

[iii] T. Livio, Storia di Roma. Libro I cap. 19  >  http://www.deltacomweb.it/storiaromana/titolivio_storia_di_roma.pdf  – sott. mie

[iv]  Virgilio, Eneide, libro I, vv. 294-96 >  http://web.ltt.it/www-latino/virgilio/index-virgilio.htm

[v]  Ermete Ferraro, “Operazione San GenNato” (16.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/16/operazione-san-gennato/

[vi] https://www.pressreader.com/italy/il-mattino-caserta/20170917/282668982527991

[vii]  http://www.napolitime.it/101447-san-gennaro-day-sul-sagrato-del-duomo-napoli.html

[viii] http://www.un.org/en/events/peaceday/

[ix]  https://www.facebook.com/events/1744099985892166/?active_tab=discussion

[x] Stefano Panzarasa (a cura di), L’orecchio verde di Gianni Rodari – L’ecopacifismo, la visionarietà, la pratica della fantasia e le canzoni ecologiste, Viterbo, Stampa Alternativa, 2011

Maje cchiù lengua attaccata: comme dicifrà ‘o dialetto

Chesta è ‘a traduzzione napulitana – fatta ‘a Ermete Ferraro –  ‘e ll’articulo “Tongue Tied No More: Deciphering Neapolitan Dialect”, scritto ‘a Kristin Melia  e pubbrecato ô 13 ‘e giugno 2017 ‘ncopp’ ‘a revista ‘mericana ITALY MAGAZINE (http://www.italymagazine.com/featured-story/tongue-tied-no-more-deciphering-neapolitan-dialect).

 

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‘O Nnapulitano è na lengua o nu dialetto? Chi ‘o pparla e addò? E ancora, quanno s’avess’ ’a parlà Taliano e quanno ’o dialetto? L’Italia, comme stato, è na ’mmenzione bastantemente nova e quase miraculosa.  Contr’a tutte ‘e prubbabbeletà puliteche, (’o statista Conte Mettenich dicette na vota ca ll’Italia nun era nient’ ’e cchiù ‘e nu termene geografeco), ’o Stato Taliano nascette ô 1871, doppo ca paricchie state nazziunale se mettettero ‘nzieme pe furmà chello ca mo’ chiammamo Italia.

Ce vulettero quase 100 anne pecché ’o Taliano accummenciasse a addeventà ’a lengua parlata dint’ ’e ccase e p’ ’a via, ’ncopp’ ’a tutto grazzie â ‘mmenzione d’ ’a televisione e â rezza nazziunale d’ ’a RAI.  Ddio c’ajute tuttequante ’ntiempo ’e Internét – po’ essere can nun ce vo’ assaje tiempo ca parlarrammo tuttequante cu ll’ashtagghe e ll’emmoje.

Nun ce sta periculo ca ’stu fatto succede a Napule. ’O fatto è ca ê ffamiglie e ê putecare, pe Napule e ‘e pizze vicine, lle piace ’e cchiù ’e parlà Nnapulitano, ’a lengua antica d’’o Rregno d’’e Ddoje Secilie. Museciste e judece, chianchiere e barriste sciuliéano assaje spisso int’’o ddialetto lucale. Pe tutte ll’anne ca io songo stata a Napule, aggio cercato ’e tutt’ ’e mmanere, ma quase sempe a vvacante, comm’avevo ’a fa’ pe trasì int’a suggità secreta d’’a ggente che parlano ’o Nnapulitano.

E’ na lengua che nun se po’ ‘mparà. Pparlà bbuono talianamente pare quase nu ‘ntuppo pe chi vo’ parlà napulitanamente. ’Mmacenàteve nu paro ’e frobbece pigliate pe na currente cuntinua ’e vvucale, po’ tagliate e mise n’ata vota ’nzembra pe furmà na specie ’e verme sulitario lenguisteco. Ê Taliane d’’o Nnorde ’o Nnapulitano pare quaccosa che nun s’arriva a capì, però paricchie ’e lloro songo ‘ncantate d’’e ccuriose saglie-e-scinne ’e stu dialetto misteriuso.

‘A semmana passata, me songo assettata cu ’o professore Ermete Ferraro, nu canuscitore d’’o Nnapulitano, pe vedé ‘e sestimà ’e ccose. Tanto p’accummencià, io l’aggio spiato comme se po’ ’mparà ’o Nnapulitano e si ’o Nnapulitano po’ esse pure qualeficato comme lengua.

’O duttore Ferraro m’ha subbeto fatto sapé che stessa ’a quistione  si ’o Nnapulitano è na lengua opuro nu dialetto sta soda sempe ô stesso pizzo. ’O Ffrangese, ’o Spagnuolo, ’o Ppurtuese (‘nzomma, tuttequante ’e llengue rumanze) songo sulo dialette reggiunale che fanno capo ô Llatino vulgare. ’O fatto è che ’a Storia ’a scriveno chille ca venceno:  a ccà veneno ’e differenze che int’’a ‘stu munno fanno addiventà ’e llengue cchiù o mmeno ’mpurtante.

E cumunque ’o Nnapulitano – che tene certamente na grammateca unneca e na bella tradezzione letteraria – ha dda essere qualefecato comme lengua.

Mo’ comm’a mmo’, a Napule ’a differenza che passa ‘mmiezo a llengua e dialetto sta ‘nnanz’a ll’uocchie ‘e tuttequante.   Nu sacco ’e ggente arbasciuse d’esse Suddiste – paricchie ‘mmiezo a lloro cu ’a nustalgìa d’’e tiempe d’’o Rregno d’’e Ddoje Secilie… – facettero trasì ’stu fatto int’ô trascurzo puliteco, cundicenno ca ’o Nnapulitano è na lengua e pe cchèsto ha dda essere rispettata. Se po’ certamente capì a chille c’ ’a penzano accussì.

Chiammatelo comme v’aggarba, ’o Nnapulitano è na lengua allera e friccicarella, bbona pe ll’ironia e ’a cummedia. Siconno ô dr. Ferraro, ’sta lengua sarria ll’arede d’ ’a tradezzione d’ ’a cummedia grieca antica. Nun se po’ propeto nun fa’ caso ê mmosse, â museca e ô pazzià che fanno parte d’ ’o Nnapulitano. Si sulo io c’ ’a facesse a me ‘mparà ’a pparlà ‘sta lengua commilfò…

Sbenturatamente –  dice ’o dr. Ferraro – ’a ggente che scriveno bbuono ’o Nnapulitano spisso nun ’o pparlano bbuono e ’o stesso succede pure tutt’ô ccuntrario. Pe cchesto, ’a meglia cosa pe se ‘mparà ’o Nnapulitano è sulo campà ‘mmiez’â ggente che ’o pparlano e trasì cu a capa e cu ’o penziero int’ ’o scuro d’ ’o core d’ ’a lengua addò stammo ’e casa. L’abbenture c’aggio passate pe me ’mparà ’o Nnapulitano se pônno cuntà comme na specie ’e battìsemo d’ ’o ffuoco…

Appriesso veneno ’e cunziglie meje pe ffa’ a vveré ca faje o saje ’o Nnapulitano accussì bbuono p’esse nu periculo p’ ’e viche e p’ ’e vvie che vanno giranno pe ‘mmiezo Napule.

1) ’E vvucale smurzate: ’E pparole napulitane spisso smorzano ’e vvucale finale che stanno dint’ ’e soccie taliane. Chesto succede pure ’e cchiù cu ’e vierbe. Parlà Napulitano è comme si tenisse ’a dicere nu sacco ’e cose int’ ’a nu limmete ’e tiempo. ’E pparole veneno a cadé int’ ’a nu brusco ‘staccato’  p’ ’a pressa. Purzì ’a frase taliana pe traducere: “I need tu buy a house”  tene na certa languetezza (“Devo comprare una casa”), però napulitamente ’a soccia frase addeventa: “Aggi’ ‘a accattà na casa”. Capita spisso, ’nfatte, ca ’a sillaba     ‘-re’  ô ffinale d’ ’e vierbe int’ ’o Nnapulitano vene ammuzzata senza cumplimente. Accussì, quanno tenite nu dubbio, parlate ’o Ttaliano comme si jate ’e pressa e ve state mazzecanno chiù gomma ancora ’e chella ca tene ‘mmocca Sean Spicer a na Cunferenza Stampa d’ ’a Casa Janca. Na ‘mmaggena assaje puèteca, tanto pe ce capì.

2) ’O Schwa:’E vvucale ‘O’ e ‘E’ int’ ’o ffinale d’ ’e pparole napulitane sonano quase tale e quale. ‘Nfatte tutt’ ’e ddoje sonano come na ‘uh’ ‘ngresa opuro, comme ’o cchiammano ’e patute d’ ’a lenguisteca, teneno ’o suono ‘schva’.  Abbasta sulo ca penzammo pe assempio a na canzona c’ ’a sape tutt’ ’o munno, comme ‘O sole mio.  ’A vucale ‘e’ che sta â fine ’e sole e chella ‘o’ â fine ‘e mio napulitanamente teneno ’o soccio suono smurzato. Accussì se po’ quase subbeto appurà si chillo che canta ’sta canzona è o nun è nu Napulitano verace.

Pruvate a ssentere Il Volo o Luciano Pavarotti quanno cantano ’O sole mio. Isse, senz’ ’0 vvulé, prununciano sane ’e vvucale ‘o’ e ‘e’, che napulitanamente avesser’ ‘a sunà assaje smerzate.  Tuttequante sanno ca Enrico Caruso, Napulitano verace, facette granne ’sta canzona. Pirciò, ausate ’o suono schwa e po’ essere pure ca ce ’a ffacite a ffa’ credere â ggente ca tenite ammeno na socra napulitana.

3) Cantate, cantate, cantate: pare na specie ’e stereotepo e pe ‘stu fatto ’e Nnapulitane se putessero pure piglià collera. Fatt’è ca nisciuno ’e nuje (e stess’io) po’ nnià ca ’e Napulitane cantano, e pure nu sacco! Se tratta ’e pecundria, priezza o ’e leticarìa, ce sta sempe na canzona c’ha dda essere murmuriata, tammurriata o alluccata. Chella che ppiace ’e cchiù è ’O surdato ’nnammurat0, che arriva a ll’abbrucato crescendo:Oje vita, oje vita mia”. Io aggio ‘mparato ’a chella pazzarella d’ ’a socra mia ca tuttequante pônno cantà e hanno ‘a cantà cuntinuamente ’sta strufetta, pe ffa sentere a ll’ate ogne pussibbele quistione ‘e sentimente. Chi tene besuogno ’e l’emmoje quanno si’ na vecchia meza-sorda ’e 93 anne opuro, comm’a mme, na scema ’e Mmericana che nun ’a teneno fiducia manco d’ ’a fa’ vollere na caurara ’e maccarune? Nun sapite che dicere? Embé, respunnite cu ’na canzona bbona p’attaccà.

bigstock-naples-italy-january-181140646 - bis4) Pruverbie: ’Nce sta nu ditto napulitano pe tuttequante ll’accasione. ‘Mparateve quacche pruverbio e si tenite ‘a lengua ancora attaccata, abbasta ca dicite nu pruverbio cu bbastante presumenzia, ca smaniate comm’a nu puliteco spasteco e ca dimannate retoricamente: “E’ vero o no?”. ’O ditto napulitano che mme piace ’e cchiù è “Chi chiagne fotte a chi ride”. Si ’o traducimmo tale e quale int’a ll’ingrèse nun se capisce bbuono chello che vo’ dicere, cioè: ’e ccriature ca chiagneno songo geluse figlie ‘e ‘ntrocchia e vuje femmene nun l’avite propeto ’a penzà.  ‘Mparateve nu bellu ditto, facite pratteca annant’ô specchio e po’ parlate cu nu carisema assuluto e a ssecurdune. Na lista d’’e pruverbie cchiù annummenate ’a putite truvà ccà: (http://napoli.fanpage.it/i-dieci-proverbi-napoletani-piu-belli/).

5) Tenite fiducia! ’E Napulitane parlano cu assaje cunvinzione ’e nu cuofano ’e argumiente, che vanno d’ ’o tiempo che ffa nzì ô fatto si int’ ’o rraù verace s’ha dda mettere o no ’a cepolla (No!), opuro si fosse caso o no ’e fa’ cremmà nu pariente d’ ’o vuosto ch’è muorto (pure chesta risposta sarrìa nu bellu NO!). ‘O famuso commeco Totò, int’ ’e filme che facette, nun parlava napulitanamente spisso comme se tende a penzà. Comme ’o dr. Ferraro me facette capì, chello che faceva essere Totò accussì napulitano era sperciarmente ’o carisema che isso teneva. A Napule simmo canusciute pe nu sacco ’e cose, però lloco ‘mmiezo l’indifferenzia nun ce sta. Forze è cchesta ’a raggiona pecché quanno io vaco spianno ê Napulitane quanno e pecché parlano ‘ndialetto ‘mmece d’ ’o Taliano, isse nun me sanno risponnere ’e na manera pricisa. Io me fiuro c’ ’a risposta è assaje semprice. ’O Nnapulitano è na lengua pe cummencere e nuje l’ausammo pe ffa’ capì  ’e sentimiente ’e tutte ’e mmanere.

’O felosefo spagnuolo Miguel de Unamuno jeva dicenno: “Cada filologia es una filosofia”, che putimmo traducere: “Ogne filologia è na felosofia”. Cu ’stu penziero ‘ncapa, aggio spiato ô dr. Ferraro che penzava ca fosse ’o ’ssenziale d’ ’a felosofia d’ ’o Nnapulitano.      “Chesta è na dumanna defficele ’a risponnere – m’ha ditto – Napule è na cetà ’e culunizzature e pputenzie furastiere. Paricchie hanno lassato ’a marca lloro ‘ncopp’a Napule. Io penzo però ca nun ce sta dubbio ca pure nuje âmmo lassato na bbona marca ’ncopp’a lloro.“ Me songo sfurzata ’e capì comme ’stu fatto putesse risponnere a chella che io me penzavo na dimanna assaje ’struita. Mo’ però credo che ll’aggio capito.

’A meglia felosofia pe pittà  ’o Nnapulitano è stessa ’a vitalità  soja.

E’ na lengua parlata e scritta ausata ‘mmiezo a tuttequante ’e classe e tuttequante ’e riune. Ò tiempo    d’ ’a televisione e d’Internét – cu tutto ’o scamazzo e l’apparamiento lenguisteco ca se portano appriesso – ’a lengua napulitana nun tene nisciuna ‘ntenzione ’e se fa’ trascurà.  Faciteve na passiata pe nu vico sperduto ’e Chiaja opuro pe na via ’e Scampia e sentite ’o Nnapulitano che saglie ’ncoppa,’mmiezz’a l’addore d’ ’a Ggenuvese che pepetea e ’o casino che fanno ’e mezze. E’ na cosa ca nun tene classe e nemmanco tiempo. ’O Nnapulitano sta ccà pe ‘nce rummané, e che ppiacere è cchistu ccà. Mo’ nun me resta ca fa’ quaccosa pe cummencere ’e vvicine ’e casa ca saccio comme se parla.


Kristina era na ‘mpiegata pubbreca che però mo’ passa ’o tiempo sujo muvennose ’ntra Napule e ’a custiera ’malfitana. Pe ttramente, essa cucina, cumbina ‘tour’ d’ ’o vino e d’ ’e ccose ’a magnà e, ogne tanto, se mette pure a strillà ’nNapulitano. Essa porta annanze na cumpagnia che s’occupa  ’e viagge e d’ ’o magnà – chiammata “Sauced & Found”, che  â ggente che veneno a visità ’o Sudd ’e ll’Italia lle dà accasione ’e vevere ’o vino c’ ’a scusa che hann’ ’a canoscere ll’uve ’e na vota (pur’essa ausa pe sé a soccia scusa). Quanno nun se sta occupanno ’e ‘tour’ nummenate primma, se strafoca na Pizza Margarita.

 

 

Era de Maggio…

downloadEra de Maggio…” , scriveva 132 anni fa Salvatore Di Giacomo e, da allora, questo motivo è stato cantato da tutti i grandi interpreti della canzone napolitana. Ed anche quest’anno, a Maggio, Napoli ha ospitato una quantità d’iniziative culturali e turistiche, per rilanciare l’immagine di una città che vuole riscattarsi da luoghi comuni ed inerzie, valorizzando i suoi inestimabili tesori e rendendoli fruibili da un numero sempre maggiore di visitatori e di residenti. In questo patrimonio sarebbe impossibile non comprendere la ‘lengua nosta’, per troppo tempo abbandonata ad un inesorabile destino di decadenza ma rimasta, ciò nonostante, incredibilmente viva e vitale. Nel giro di pochi anni, anche se un po’ tardi, si è registrata una notevole fioritura d’iniziative dal basso, finalizzate alla tutela ed alla promozione di un idioma che, sebbene corrotto e meticciato, vanta ben otto secoli di storia e di tradizione letteraria e resta uno dei più conosciuti in giro per il mondo. Corsi di lingua, spettacoli, convegni accademici ed altri iniziative del genere hanno finalmente messo in luce un troppo a lungo sopito senso dell’orgoglio partenopeo, mescolando talvolta a questa giusta riscossa identitaria elementi non sempre condivisibili, ma comunque frutto di una volontà di uscire da un oscuro complesso d’inferiorità culturale e di subalternità socio-politica.

Qualcuno potrebbe obiettare, con una nota espressione inglese: “Too little, too late”, sottolineando che secoli di dipendenza e rassegnazione non si possono spazzar via con qualche anno d’iniziative spontanee e talvolta piuttosto scoordinate. Altri potrebbero invece arricciare il naso, scorgendo in tale movimento echi d’un revanscismo meridionalista, se non neoborbonico. Altri ancora– e sempre più spesso – sembrerebbero cogliere in questa riscossa solo un’occasione di sfruttamento commerciale del ‘marchio Napoli’, così da marketizzare (se non marchettizzare…) la legittima riscoperta e valorizzazione della lingua e cultura napolitana. Pare dunque che siamo condannati a scegliere fra chiudere gli occhi di fronte ai troppo frequenti e diffusi esempi di crassa ignoranza di lessico grammatica ed ortografia del Napolitano, o accettare passivamente scaltre manipolazioni massmediatiche della ‘lingua locale’, che spesso ribadiscono stereotipi folkloristici duri a morire, strizzando l’occhio ai ‘bisinìss’ più che alla cultura.

imagesChe fare allora? Per paura di errori, insufficienze e contaminazioni lasciamo perdere e ci rassegniamo fatalisticamente alla decadenza della nostra lingua-nonna, surclassata dalla lingua-madre italiana e da invadenti lingue-cugine come l’inglese o lo spagnolo? Oppure continuiamo a combattere le  nostre piccole crociate identitarie, cavalcando velleitariamente, lancia in resta, contro i mulini a vento di istituzioni politico-amministrative sorde ed autorità accademiche diffidenti? Ovviamente nessuna di queste due soluzioni mi trova d’accordo, visto che sia rassegnazione sia velleitarismo mi sembrano pericoli da scongiurare, se vogliamo davvero cambiare le cose. Penso piuttosto che ci sia bisogno d’un sano realismo, sorretto da scelte salde e motivate, così che da iniziative isolate e spontanee si passi ad una strategia più efficace e coordinata. Mi sembra che i tempi siano ormai maturi per questa terza via, che richiede pazienza e disponibilità al dialogo, pur senza rinunciare ai principi basilari di una battaglia che resta identitaria.

‘A Festa d’ ‘a lengua nosta, di cui si è tenuta in questo mese la sesta edizione, mi è sembrata un’indubbia  tappa di questo cammino verso una strategia più condivisa. L’Associazione G.B. Basile, che lodevolmente l’ha promossa e portata avanti, ha avuto infatti il merito di mettere intorno ad un unico tavolo gli interlocutori – individuali associativi ed istituzionali – che possono dare un respiro più ampio a questo crescente movimento, che non sembra ancora riuscito a coordinare gli sforzi di chi ne fa parte ed a formulare ipotesi di lavoro comuni. C’è una priorità generalmente avvertita, che sicuramente è quella di evitare che l’imbarbarimento ortografico del Napolitano prosegua indisturbato, disseminando occasioni di formazione ma anche operando un serio monitoraggio dei fenomeni degenerativi che lo affliggono. Ciò richiede che si raggiunga un consenso su poche e chiare regole ortografiche, evitando di disquisire oziosamente su tutto e concentrandosi sugli errori più comuni e diffusi, soprattutto fra i giovani.

images (1)Bisogna anche di far uscire il Napolitano dalla ‘riserva indiana’ in cui è stato a lungo confinato, come se questa lingua servisse solo per scrivere poesie, canzoni o battute farsesche, ma non avesse una funzione espressiva e comunicativa – almeno nella sua forma scritta – in altri ambiti, come la letteratura in prosa oppure il giornalismo. Sta di fatto che gli appassionati della nostra nobile lingua sono principalmente scrittori in versi, per cui è ovvio che la maggioranza degli impegni vanno in quella direzione. La stessa Associazione Basile, ad esempio, ha promosso un concorso per poesie originali in Napolitano, registrando quest’anno un sensibile miglioramento della qualità degli elaborati raccolti. Bisogna però fare uno sforzo per far uscire ‘a lengua nosta da questo limbo, riportandola alla sua autentica natura di mezzo di comunicazione quotidiana, e quindi di elaborazione di testi di vario genere e natura.

Anche il suo insegnamento nella scuola dovrebbe essere maggiormente diffuso, senza la pretesa di fare del Napolitano una materia in più ma piuttosto come stimolo a riscoprire la bellezza e la ricchezza espressiva di un idioma conosciuto in tutto il mondo, la cui sopravvivenza resta però affidata ad un suo effettivo e corretto utilizzo comunicativo quotidiano. Su questo punto permangono ovviamente punti di vista diversi e resiste la diffidenza accademica rispetto alla necessità di farne oggetto di un vero e proprio insegnamento. A distanza di dieci anni dalle mie prime esperienze di laboratorio di Napolitano nella scuola media statale, d’altronde, direi che ben poco si è mosso per moltiplicare questo modulo operativo. E’ pur vero che molti insegnanti, anche se motivati, non si sentono adeguatamente preparati in materia, visto che allo stato non esiste alcun ente che possa formarli a tale compito o quanto meno certificare le competenze di chi segua un corso del genere. Per altre lingue regionali, come il Catalano o il Provenzale, esistono invece autorevoli istituzioni a ciò delegate e le normative nazionali di quei Paesi prevedono esplicitamente il diritto della comunità di preservare il proprio patrimonio linguistico.

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Ermete con Mariano Rigillo alla presentazione della proposta di legge regionale

In attesa dell’auspicata legge regionale della Campania, che recepisca le proposte avanzate da alcuni di noi allo scopo di salvaguardare e promuovere le espressioni linguistiche presenti sul nostro territorio e l’identità culturale dei suoi abitanti, bisogna continuare a tener aperto il dialogo fra docenti universitari, scrittori e cultori della materia. Sarebbe davvero un peccato se protagonismi personali o diversità di opzioni metodologiche dovessero prevalere sullo sforzo comune per restituire al Napolitano la sua dignità di lingua. Bisogna puntare ad un coordinamento operativo delle varie organizzazioni esistenti, smussando gli spigoli delle divergenze e cercando di sottolineare convergenze ed obiettivi condivisi. In caso contrario, per citare un nostro arguto proverbio, si dimostrerà ancora una volta vero che: Troppi galle a cantà nun schiara maje juorno. Spero che sia giunto il momento di cantare insieme il nostro richiamo, per far sì che sulla sorte del Napolitano finalmente ‘passi la nottata’ e risplenda finalmente la luce del giorno. Del resto, siamo o non siamo ‘o paese d’ ‘o sole?

© 2017 Ermete Ferraro (http://ermetespeacebook.com)

Atalanta e Partenopeo

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Statua di Atalanta al Barockschloss Neschwitz

Scommetto che questo titolo vi ha lasciati un po’ perplessi. Eppure, vi assicuro, non sto evocando uno strano connubio calcistico  (anche se per un paio d’anni l’atalantino Manolo Gabbiadini ha effettivamente giocato con la SSC Napoli…), ma solo un riferimento mitologico. Racconta infatti la leggenda – ripresa da poeti come Teocrito ed Ovidio – che la piccola Atalanta era stata abbandonata dal padre su un monte. Allattata da un’orsa, non solo sopravvisse ma diventò una provetta cacciatrice, facendo fuori due centauri un po’ sporcaccioni e partecipando alla cattura del cinghiale Calidonio. Il padre alla fine la riconobbe, ma le impose di sposarsi e di smetterla di fare il maschiaccio. Atalanta, che era un tipetto tosto, sfidò allora i suoi pretendenti ad una gara di corsa, precisando che avrebbe sì sposato l’eventuale vincitore, però avrebbe anche fatto fuori i perdenti. Eppure trovò un giovanotto più furbo di lei (Melanione per alcuni, Ippomene per altri) che, protetto da Afrodite, le fece perdere la gara distraendola col trucco delle tre mele d’oro del giardino delle Esperidi, lasciate cadere opportunamente lungo il percorso. Atalanta, conquistata dal giovanotto, scoprì così che non si vive di sola caccia e che anche l’amore ha una sua attrattiva, tanto che non esitò ad appartarsi con l’ex rivale nel tempio di Cibele. Secondo una versione della storia, Afrodite, sdegnata per l’ingratitudine del ragazzo e per la profanazione del luogo sacro, avrebbe trasformato entrambi in leoni, impedendo loro di accoppiarsi, in base ad una credenza di quei tempi. Secondo un’altra versione, essi invece si sarebbero sposati e sarebbero vissuti felici e contenti. Non solo, ma Atalanta avrebbe dato alla luce un bel bambino che – in ricordo della prolungata verginità della madre – fu chiamato…Partenopeo. Questi sarebbe poi diventato il più giovane partecipante alla famosa spedizione dei Sette contro Tebe, difeso dalle frecce infallibili donategli da Artemide, ma osteggiato dalla solita Afrodite, protettrice dei Tebani.

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Statua della sirena Partenope – Napoli

Questo paraustiello mi è servito ad introdurre un’esperienza molto particolare, che ho vissuto in questi giorni e mi piace condividere. Forse qualcuno dei miei 25 lettori ricorda un articolo (Napolitudine: due segnali positivi), che avevo postato sul mio blog a febbraio dello scorso anno. Nel secondo esempio che portavo di ‘segnali positivi’ per una ripresa d’un sano ‘orgoglio partenopeo’, infatti, c’era quello di una signora napoletana residente a Bergamo che si mi aveva contattato, augurandosi di tornare nella propria città ma, soprattutto, di riportarvici i figli, il più grande dei quali – affetto da napolitudine  – avrebbe avuto piacere di frequentare la scuola statale del Vomero dove insegno lettere e svolgo anche un corso di lingua e cultura napoletana. Ebbene, lo scorso settembre questo loro ‘sogno’ si è finalmente avverato ed ora il ragazzo (che simbolicamente chiamerò Partenopeo…) è uno degli alunni della seconda  media a indirizzo musicale di cui sono il docente coordinatore. Ovviamente gli ci è voluto un po’ per ambientarsi in un contesto piuttosto diverso (aveva frequentato fin da piccolo un esclusivo collegio bergamasco…), ma è contentissimo di questo ‘ritorno’ ed ha ben socializzato con i suoi nuovi compagni/e. Il bello è che Partenopeo ha comunque mantenuto un buon rapporto con la sua vecchia classe (che chiamerò Atalanta…), tanto che sua madre mi ha informato che l’intera ‘squadra’ bergamasca sarebbe presto venuta in trasferta a Napoli in visita d’istruzione,  per ammirare le bellezze della nostra città ma anche per incontrarlo e fare festa con lui.  Beh, sarò un sentimentale, ma la cosa mi ha colpito e commosso. Soprattutto vi ho colto l’aspetto simbolico d’un momento d’incontro e, perché no, di riconciliazione tra due realtà molto diverse da tanti punti di vista, ma affratellate da altri aspetti, a partire dalla comune età e condizione di studenti.

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Ermete con M. de Giovanni

Il momento magico dell’incontro-gemellaggio fra le due classi si è concretizzato pochi giorni fa, suscitando nella famiglia di Partenopeo un contagioso entusiasmo e al tempo stesso un po’ di ansia, pur di assicurare agli ospiti bergamaschi una permanenza piacevole ed un memorabile ma anche divertente momento di scambio. Illustre testimonial di questo simpatico e simbolico ricongiungimento tra Atalanta a Partenopeo  (insieme con i suoi nuovi compagni) è stato nientemeno che il famoso scrittore Maurizio de Giovanni, napoletano verace ma conosciuto ovunque per i suoi affascinanti romanzi polizieschi, recentemente riproposti anche dal serial ‘Bastardi di Pizzofalcone’. Grazie alla mediazione di un libraio vomerese, infatti, de Giovanni ha cortesemente accettato di venire ad incontrare le due classi, intrattenendosi per quasi due ore con loro, coi rispettivi docenti (napoletani e bergamaschi) e con gli altri partecipanti, sul valore fondamentale della lettura per suscitare quella immaginazione che la società dei consumi sta sempre più mortificando e disincentivando. Il libro, da sempre veicolo di scoperta autonoma e personale della realtà, ha spiegato ad un pubblico attentissimo ed affascinato dalle sue parole, può e deve essere per i ragazzi il vero antidoto alla pigrizia mentale ed all’atrofizzazione del ‘muscolo’ immaginativo, indotta dall’eccesso di messaggi standardizzati, che fanno leva esclusivamente sulle immagini dei film e dei videogiochi, lasciando ben poco alla fantasia ed agli altri sensi.  E’ stato un momento davvero magico, che ha catturato l’attenzione dei presenti ed ha suscitato un interessante e vivace scambio successivo tra il pubblico e lo scrittore che, fra l’altro, si era soffermato anche sugli aspetti meno noti di Napoli.

Il giorno successivo – stanchi per una intensa giornata di visita al centro antico ed a Pompei –  i ragazzi/e dell’Atalanta hanno nuovamente incontrato i nostri Partenopei, ma in modo più informale ed intorno ai tavoli di uno dei tanti locali dove ognuno sceglie il suo panino e si diverte a scambiare quattro chiacchiere con gli amici, compatibilmente col livello dei decibel che si raggiunge di solito in queste circostanze conviviali.  E’ stato un altro momento di grande cordialità, che ha consentito anche a noi altri insegnanti di conoscerci un po’ e di confrontarci sui comuni problemi come genitori e come docenti. Ma di cose un comune fra Bergamo e Napoli – come avevo accennato il giorno prima nel mio intervento, prima di dare la parola a Maurizio de Giovanni – ce ne sono parecchie, anche se non si direbbe. Alla faccia degli stereotipi e degli atteggiamenti sprezzanti ed ostili di chi ama seminare zizzania, pur trattandosi di due realtà geograficamente ed urbanisticamente assai differenti, non sono poche le similitudini.  Certo, Bérghem ha circa un decimo degli abitanti della seconda, vanta radici gallico-traspadane e non certo

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De Giovanni all’incontro in libreria tra le classi di Bergamo e Napoli

greche ed è attraversata da corsi d’acqua piuttosto che affacciarsi sul mare ma, a ben guardare, si possono riscontrare anche alcuni parallelismi. Ad esempio, entrambi le città sono divise in una parte alta ed in una bassa; si fregiano di uno stemma civico con gli stessi colori (oro e rosso); ospitano musei ed un orto botanico e, particolare simpatico, le due zone urbane sono collegate da funicolari. E poi, basta fare una piccola ricerca per accorgersi che personaggi nati a Bergamo sono di casa a Napoli, dove sono state loro intitolate alcune strade. E’ il caso di grandi artisti che abbiamo in comune, come il pittore Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571-1610), l’architetto Cosimo Fanzago (1591-16178) ed il musicista Gaetano Donizetti (1797-1848).

Ciò significa che i nostri ragazzi, dopo questo incontro, quando si troveranno davanti a famosissime tele del Museo di Capodimonte come la Flagellazione di Cristo del Caravaggio, o alla marmorea Guglia di S. Gennaro alle spalle del Duomo di Napoli, oppure  assisteranno nel San Carlo ad opere come la Lucia di Lammermoor e l’Elisir d’amore , ricorderanno che gli autori di questi capolavori non appartengono né a Napoli né a Bergamo, ma all’umanità intera. Ciò non significa che non debbano andare fieri della propria città e non abbiano il diritto di rivendicare il rispetto della loro identità culturale. Al contrario, un po’ controcorrente, io continuo a pensare che amare e rispettare le proprie radici non abbia niente a che fare con atteggiamenti discriminatori ed ostili nei confronti degli ‘altri’. A proposito di identità e di radici, ho scoperto con piacere che anche a Bergamo si coltiva questo sano interesse per le lingue e le tradizioni locali. Nessuno più di me, che da un decennio cerco di salvaguardare la lingua napolitana insegnandola anche ai ragazzi delle scuole medie, può apprezzare il fatto che sia stata promossa una ‘Scuola di dialetto bergamasco’ e che ci sia chi si preoccupa di conservare detti e proverbi di quella tradizione popolare. Al termine dell’incontro conviviale tra le due classi, ho perfino suggerito ad uno dei miei alunni di recitare un tipico modo di dire bergamasco, come simbolica offerta di amicizia verso i giovani ospiti. Il guaio è che la frase che avevo scelta (“A ülis bé se spent negot” cioè: “A volersi bene non si spende nulla”) è caduta nel vuoto, poiché anche i ragazzi cui era stata rivolta – non praticando più il dialetto – non avevano la minima idea di cosa significasse…

In ogni caso, sono soddisfatto che questa visita-gemellaggio abbia, nel suo piccolo, contribuito a creare ponti di amicizia ed a demolire muri di diffidenza reciproca. E tutto questo grazie al loro – ed ora nostro – Partenopeo, intorno al quale si è ricucito un rapporto e si è dato un bel segno di amicizia. Di questi tempi, scusate se è poco…

© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com )

‘Napolitudine’: due segnali positivi

totò megafonoNon sempre capita di poter raccontare episodi che lasciano ben sperare. Ad esempio, per uno come me che da decenni s’impegna su alcune questioni fondamentali come quelle riguardanti la pace e l’ambiente, pur con tutto l’ottimismo della volontà è davvero dura continuare a spendersi per certe battaglie quando tutto sembra andare in direzione opposta. L’impressione è che non basta sforzarsi di mantenere la coerenza ed essere capatosta: i fatti sembrano continuamente smentire le nostre convinzioni, confinandoci nel mondo dei sognatori utopisti, che s’illudono di poter cambiare le cose senza farsene modificare geneticamente, accettandole col solito rassegnato ‘realismo’.

Anche il mio impegno in campo educativo e culturale per la difesa e la valorizzazione della lingua e cultura napoletana, pur con qualche riscontro positivo, deve fare i conti con la sostanziale sordità delle istituzioni e con l’apparentemente insormontabile tendenza alla frammentazione del fronte ‘napoletanista’, appena appena si parla di stabilire regole linguistiche certe, superando l’abituale scoglio dell’individualismo e della carenza di spirito cooperativo.

Sono però convinto che – anche su questo piano – indugiare sui punti di debolezza e sulle criticità presenti non ci porti da nessuna parte. Bisogna invece scorgere i segnali positivi che non mancano, ponendoli in risalto e condividendo tale scoperta con chi sta percorrendo la nostra stessa via. Mi riferisco alle tante iniziative di rivalutazione della ‘napoletanità’ fiorenti un po’ dovunque e con varie matrici, da quella riconducibile al rilancio della vocazione turistica della nostra città e regione a quella più marcatamente ‘identitaria’, legata ad un crescente movimento per il riscatto economico e sociale della nostra gente in chiave meridionalista. Vanno poi sottolineate e lodate le numerose iniziative di confronto e coordinamento fra linguisti ed operatori culturali amanti della lingua napoletana, allo scopo di stabilire per essa basi fonetiche e grammaticali precise e condivise, rilanciando il Napoletano anche con nuove ricerche, pubblicazioni e traduzioni.

Mi riferisco poi anche ai segnali che colgo in prima persona, a partire dalla mia personale esperienza. Già nel 2015 infatti avevo registrato positivi riscontri al mio progetto sull’insegnamento della nostra madrelingua nella scuola pubblica, peraltro inaugurata un decennio prima e poi interrotta. Il mio Corso pomeridiano di lingua e cultura napoletana alla scuola media statale ‘Viale delle Acacie’ aveva già riscontrato interesse e lusinghieri consensi sia da parte degli ‘esperti’ e cultori della materia, sia dagli organi d’informazione locali e nazionali e perfino dalla televisione francese. Quest’anno il progetto ‘Napulitanamente’ è appena ripartito nella stessa scuola vomerese e ciò m’induce a sperare nella diffusione di questa fondamentale pratica didattica, coinvolgendo altri docenti anche delle scuole superiori ed avviando un più sereno confronto col mondo universitario, finora scettico ed arroccato sulle proprie prerogative accademiche.

Però i ‘segnali positivi’ preannunciati dal titolo si riferiscono ad altro: si tratta di due episodi che aprono il cuore alla speranza che qualcosa stia finalmente cambiando. Il primo è quello che mi ha spinto a collaborare – ovviamente a titolo volontario – con un’azienda casearia cilentana che stava preparando una campagna pubblicitaria che voleva utilizzare frasi proverbiali in Napoletano. La gentile signora che mi aveva interpellato telefonicamente (ed alla quale un po’ sbrigativamente avevo risposto di non aver bisogno di acquistare di latticini per quella via …) mi ha infatti proposto di svolgere una consulenza linguistica sugli slogan selezionati dall’azienda. E’ nata così una densa corrispondenza via mail tra di noi, grazie alla quale alcune dizioni e grafie discutibili sono state da me emendate e riformulate, contribuendo così ad evitare una nuova campagna pubblicitaria impostata su un uso improprio, sciatto e scorretto della nostra lingua. L’idea che tra poco appariranno su dei maxi-cartelloni gli slogan in napoletano scelti insieme per pubblicizzare le loro mozzarelle mi fa senz’altro piacere, ma è prima di tutto un bell’esempio di cambiamento, nel rispetto di un’identità culturale autentica e non usata strumentalmente.

Il secondo ‘segnale positivo’ mi è giunto, inopinatamente, attraverso una telefonata proveniente da Bergamo. Ero a scuola, in un’ora di spacco, quando mi ha chiamato una signora di origini napoletane ma residente da molto tempo in quella città della Lombardia. Si è complimentata con me per il progetto ‘Napulitanamente’ – di cui aveva appreso via internet – e mi ha raccontato di quanto la nostra Città e la sua lingua mancassero non solo a lei, ma anche al più piccolo dei suoi ragazzi. Se per la madre la nostalgia era facilmente comprensibile, mi ha sorpreso quella del figlio minore, letteralmente innamorato di Napoli e desideroso di farvi ritorno. La scoperta casuale del progetto che svolgo nella mia scuola media (la famiglia è originaria del Vomero) aveva infatti suscitato l’entusiasmo del ragazzo. La signora mi ha quindi spiegato di pensare seriamente a tornare a Napoli, dove tuttora vive suo padre, e d’iscriverlo in quell’istituto, dandogli la possibilità di rituffarsi in quella ‘napolitudine’ che lo rende inquieto nella non troppo accogliente Bergamo. Beh, confesso che questa vicenda mi ha notevolmente colpito, lasciandomi al tempo stesso soddisfatto per questo imprevedibile sviluppo della mia proposta progettuale. Con tutto il rispetto per Bergamo, il ritorno a Napoli di una famiglia che se ne era allontanata da decenni, e con queste motivazioni, suscita in me un po’ di sano orgoglio e mi spinge ad impegnarmi ancor di più in difesa d’un patrimonio culturale che, con o senza UNESCO,  merita di essere salvaguardato e valorizzato.

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

#NapuLengua: insegnare il Napoletano a scuola per valorizzarlo

NapulenguaDopo la positiva esperienza dello scorso anno, anche per il 2015-16 ho deciso di riproporre nella scuola dove insegno Lettere un’attività extracurricolare consistente in un Corso di lingua e cultura napoletana. Una volta approvato dal Collegio dei docenti, il progetto “Napulitanamente” si avvia quindi a ripartire, con la previsione di 18 ore di laboratorio teorico-pratico, con certificazione finale delle competenze raggiunte da ciascuno dei partecipanti a questa innovativa esperienza. Il fatto che ne abbiano diffusamente parlato sia media radio-televisivi (fra cui addirittura il secondo canale della televisione francese France2 e la rete cattolica nazionale TV 2000), sia quotidiani e periodici a stampa ed online (ad es. Il Mattino, La Repubblica, Roma, Italia Oggi, Orizzonte Scuola etc.), ovviamente mi fa molto piacere. Mi avrebbe però fatto ancora più piacere se il mio esempio fosse stato seguito da altri docenti (di Lettere come me ma anche di altre discipline), così da allargare la cerchia degli studenti coinvolti in tale azione di salvaguardia e valorizzazione del Napoletano. Purtroppo a battersi per una sua regolamentazione grammaticale ed ortografica e per il riconoscimento della sua piena dignità di lingua si direbbe che siano rimasti solo gli appassionati della cultura napoletana, a partire da coloro che non hanno mai smesso di scrivere in Napoletano le loro poesie, i loro testi teatrali o quelli legati alle composizioni musicali.

Il mio progetto, però, non vuol essere un’eccezione lodevole che conferma la regola del colpevole disinteresse delle istituzioni per la tutela e la valorizzazione del patrimonio linguistico e letterario del Napoletano e dell’identità culturale di Napoli. Al contrario,  fin dall’inizio negli anni ’90, io mi sono proposto di stimolare altri insegnanti appassionati di questa lingua affinché utilizzassero tutti gli spazi possibili – fra cui le attività aggiuntive d’insegnamento – per portare avanti sempre nuove esperienze didattiche in tal senso. Sta di fatto che l’interesse crescente di tante persone per l’apprendimento di un modo corretto per esprimersi in Napoletano non riesce ancora a trovare una risposta adeguata. Dobbiamo naturalmente essere grati a chi – come il poeta Nazario Bruno o lo scrittore Gianni Polverino – stanno facendo tanto per divulgare i principi di un’ortografia napoletana accettabile e di un lessico partenopeo adeguato ai nostri tempi ma rispettoso della tradizione. Altrettanto riconoscenti dobbiamo essere nei confronti di tutti coloro – fra cui linguisti e cultori della materia – che non si sono mai rassegnati a lasciar andare in malora un patrimonio culturale plurisecolare e che giustamente, invece, difendono l’identità collettiva che da esso deriva. Ma questo, dobbiamo riconoscerlo, non basta ad invertire la tendenza a trasformare progressivamente il Napoletano in un ‘volgare’ di serie B ed a cancellare – in nome dell’omologazione forzata al pensiero unico ed alla ‘Neolingua’ corrente – quelle preziose diversità linguistiche che rendono unica l’Italia.

Certo, nel 2015 si è registrata una reviviscenza di questa proposta, culturale prima che politica. Ci sono state in città ,infatti, varie iniziative tese a valorizzare il Napoletano, dagli incontri periodici presso il circolo “50 e più” a Via Toledo a convegni su alcuni suoi aspetti particolari, fra cui ricordo quelli sugli ‘arabismi’, sulla ‘geografia delle lingue’ presso l’Università l’Orientale e su vari aspetti connessi alla ‘Festa d’’a Lengua Nosta’, organizzata dall’associazione ‘G.B. Basile’. Ma a fronte di questi positivi contributi non si può fare a meno di registrare anche un generale scadimento nell’uso del parlato napoletano fra i giovani e la loro diffusa tendenza a ricorrere ad un’improponibile grafia sia nei testi delle canzoni, sia nei messaggi diffusi via cellulare, sui social media e, ahimè!, spesso anche sui muri della nostra città.  Un’altra novità apparentemente positiva è il fiorire di slogan pubblicitari in Napoletano, utilizzati da piccole e grandi aziende, fra cui perfino alcune multinazionali. Pur a prescindere dall’uso palesemente opportunistico di una lingua così popolare per veicolare messaggi consumistici, il problema è che gran parte di essi risultano comunque sgrammaticati, disortografici e talora lessicalmente poco corretti.

Che fare allora? C’è chi continua a sperare in improbabili provvedimenti normativi regionali, incurante del fatto che finora tutte le proposte di legge – provenienti sia dal consiglio provinciale di Napoli sia da quello regionale della Campania – si sono da tempo arenate sulle secche del disinteresse di chi ci amministra per questa battaglia di civiltà. C’è poi chi si ostina a perseguire una dubbia via ‘identitaria’ per ridare dignità alla lingua napoletana, finendo col far coincidere la legittima rivendicazione di rispetto e tutela di questo regional language con una più complessiva battaglia ‘meridionalista’ o, peggio ancora, con un antistorico revanscismo venato di nostalgie neoborboniche. Una terza ‘corrente’, infine, è quella di chi pensa che sia sufficiente chiudersi nella turris eburnea degli studi accademici, approfondendo scientificamente  la storia ed il patrimonio linguistico del Napoletano, al punto tale da dare l’impressione di volerne quasi dissezionare il cadavere o di volerlo mummificare sul solo piano ‘dotto’.

La verità è che, per fortuna, la lingua napoletana è ancora viva e vegeta e non si lascia rinchiudere nelle aule universitarie né volgarizzare come ‘lengua vascia’ da utilizzare solo per battute spinte o per la seriale produzione nazional-popolare di canzoni neomelodiche. E’ vero anche, però, che il napoletano italianizzato –  così come l’italiano dialettale – non possono garantire a lungo la sopravvivenza e la vitalità lessicale di questa lingua. Lasciamo quindi da parte l’ipercorrettismo fuori luogo di alcuni rigidi ‘puristi’ del Napoletano letterario, ma evitiamo soprattutto la trascuratezza e la sciatteria che traspare da un uso scorretto ed anomalo di questa lingua. Nessuno pretende che si continui a parlare o a scrivere come Basile o come Di Giacomo. Una lingua viva è quella che si sa adattare a nuovi contesti e che suona attuale e corrente ai parlanti di oggi. Questo però non autorizza a sottoporla ad artificiali mutazioni genetiche o a meticciamenti non necessari. Qualcuno ha detto argutamente che quelli che parlano il Napoletano non lo sanno scrivere e che quelli che lo scrivono si vergognano di parlarlo. Ebbene, credo proprio che sia giunto il momento di smetterla con quest’ ambiguità socio-linguistica e di riprenderci integralmente la nostra ‘madrelingua’.