Era de Maggio…

downloadEra de Maggio…” , scriveva 132 anni fa Salvatore Di Giacomo e, da allora, questo motivo è stato cantato da tutti i grandi interpreti della canzone napolitana. Ed anche quest’anno, a Maggio, Napoli ha ospitato una quantità d’iniziative culturali e turistiche, per rilanciare l’immagine di una città che vuole riscattarsi da luoghi comuni ed inerzie, valorizzando i suoi inestimabili tesori e rendendoli fruibili da un numero sempre maggiore di visitatori e di residenti. In questo patrimonio sarebbe impossibile non comprendere la ‘lengua nosta’, per troppo tempo abbandonata ad un inesorabile destino di decadenza ma rimasta, ciò nonostante, incredibilmente viva e vitale. Nel giro di pochi anni, anche se un po’ tardi, si è registrata una notevole fioritura d’iniziative dal basso, finalizzate alla tutela ed alla promozione di un idioma che, sebbene corrotto e meticciato, vanta ben otto secoli di storia e di tradizione letteraria e resta uno dei più conosciuti in giro per il mondo. Corsi di lingua, spettacoli, convegni accademici ed altri iniziative del genere hanno finalmente messo in luce un troppo a lungo sopito senso dell’orgoglio partenopeo, mescolando talvolta a questa giusta riscossa identitaria elementi non sempre condivisibili, ma comunque frutto di una volontà di uscire da un oscuro complesso d’inferiorità culturale e di subalternità socio-politica.

Qualcuno potrebbe obiettare, con una nota espressione inglese: “Too little, too late”, sottolineando che secoli di dipendenza e rassegnazione non si possono spazzar via con qualche anno d’iniziative spontanee e talvolta piuttosto scoordinate. Altri potrebbero invece arricciare il naso, scorgendo in tale movimento echi d’un revanscismo meridionalista, se non neoborbonico. Altri ancora– e sempre più spesso – sembrerebbero cogliere in questa riscossa solo un’occasione di sfruttamento commerciale del ‘marchio Napoli’, così da marketizzare (se non marchettizzare…) la legittima riscoperta e valorizzazione della lingua e cultura napolitana. Pare dunque che siamo condannati a scegliere fra chiudere gli occhi di fronte ai troppo frequenti e diffusi esempi di crassa ignoranza di lessico grammatica ed ortografia del Napolitano, o accettare passivamente scaltre manipolazioni massmediatiche della ‘lingua locale’, che spesso ribadiscono stereotipi folkloristici duri a morire, strizzando l’occhio ai ‘bisinìss’ più che alla cultura.

imagesChe fare allora? Per paura di errori, insufficienze e contaminazioni lasciamo perdere e ci rassegniamo fatalisticamente alla decadenza della nostra lingua-nonna, surclassata dalla lingua-madre italiana e da invadenti lingue-cugine come l’inglese o lo spagnolo? Oppure continuiamo a combattere le  nostre piccole crociate identitarie, cavalcando velleitariamente, lancia in resta, contro i mulini a vento di istituzioni politico-amministrative sorde ed autorità accademiche diffidenti? Ovviamente nessuna di queste due soluzioni mi trova d’accordo, visto che sia rassegnazione sia velleitarismo mi sembrano pericoli da scongiurare, se vogliamo davvero cambiare le cose. Penso piuttosto che ci sia bisogno d’un sano realismo, sorretto da scelte salde e motivate, così che da iniziative isolate e spontanee si passi ad una strategia più efficace e coordinata. Mi sembra che i tempi siano ormai maturi per questa terza via, che richiede pazienza e disponibilità al dialogo, pur senza rinunciare ai principi basilari di una battaglia che resta identitaria.

‘A Festa d’ ‘a lengua nosta, di cui si è tenuta in questo mese la sesta edizione, mi è sembrata un’indubbia  tappa di questo cammino verso una strategia più condivisa. L’Associazione G.B. Basile, che lodevolmente l’ha promossa e portata avanti, ha avuto infatti il merito di mettere intorno ad un unico tavolo gli interlocutori – individuali associativi ed istituzionali – che possono dare un respiro più ampio a questo crescente movimento, che non sembra ancora riuscito a coordinare gli sforzi di chi ne fa parte ed a formulare ipotesi di lavoro comuni. C’è una priorità generalmente avvertita, che sicuramente è quella di evitare che l’imbarbarimento ortografico del Napolitano prosegua indisturbato, disseminando occasioni di formazione ma anche operando un serio monitoraggio dei fenomeni degenerativi che lo affliggono. Ciò richiede che si raggiunga un consenso su poche e chiare regole ortografiche, evitando di disquisire oziosamente su tutto e concentrandosi sugli errori più comuni e diffusi, soprattutto fra i giovani.

images (1)Bisogna anche di far uscire il Napolitano dalla ‘riserva indiana’ in cui è stato a lungo confinato, come se questa lingua servisse solo per scrivere poesie, canzoni o battute farsesche, ma non avesse una funzione espressiva e comunicativa – almeno nella sua forma scritta – in altri ambiti, come la letteratura in prosa oppure il giornalismo. Sta di fatto che gli appassionati della nostra nobile lingua sono principalmente scrittori in versi, per cui è ovvio che la maggioranza degli impegni vanno in quella direzione. La stessa Associazione Basile, ad esempio, ha promosso un concorso per poesie originali in Napolitano, registrando quest’anno un sensibile miglioramento della qualità degli elaborati raccolti. Bisogna però fare uno sforzo per far uscire ‘a lengua nosta da questo limbo, riportandola alla sua autentica natura di mezzo di comunicazione quotidiana, e quindi di elaborazione di testi di vario genere e natura.

Anche il suo insegnamento nella scuola dovrebbe essere maggiormente diffuso, senza la pretesa di fare del Napolitano una materia in più ma piuttosto come stimolo a riscoprire la bellezza e la ricchezza espressiva di un idioma conosciuto in tutto il mondo, la cui sopravvivenza resta però affidata ad un suo effettivo e corretto utilizzo comunicativo quotidiano. Su questo punto permangono ovviamente punti di vista diversi e resiste la diffidenza accademica rispetto alla necessità di farne oggetto di un vero e proprio insegnamento. A distanza di dieci anni dalle mie prime esperienze di laboratorio di Napolitano nella scuola media statale, d’altronde, direi che ben poco si è mosso per moltiplicare questo modulo operativo. E’ pur vero che molti insegnanti, anche se motivati, non si sentono adeguatamente preparati in materia, visto che allo stato non esiste alcun ente che possa formarli a tale compito o quanto meno certificare le competenze di chi segua un corso del genere. Per altre lingue regionali, come il Catalano o il Provenzale, esistono invece autorevoli istituzioni a ciò delegate e le normative nazionali di quei Paesi prevedono esplicitamente il diritto della comunità di preservare il proprio patrimonio linguistico.

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Ermete con Mariano Rigillo alla presentazione della proposta di legge regionale

In attesa dell’auspicata legge regionale della Campania, che recepisca le proposte avanzate da alcuni di noi allo scopo di salvaguardare e promuovere le espressioni linguistiche presenti sul nostro territorio e l’identità culturale dei suoi abitanti, bisogna continuare a tener aperto il dialogo fra docenti universitari, scrittori e cultori della materia. Sarebbe davvero un peccato se protagonismi personali o diversità di opzioni metodologiche dovessero prevalere sullo sforzo comune per restituire al Napolitano la sua dignità di lingua. Bisogna puntare ad un coordinamento operativo delle varie organizzazioni esistenti, smussando gli spigoli delle divergenze e cercando di sottolineare convergenze ed obiettivi condivisi. In caso contrario, per citare un nostro arguto proverbio, si dimostrerà ancora una volta vero che: Troppi galle a cantà nun schiara maje juorno. Spero che sia giunto il momento di cantare insieme il nostro richiamo, per far sì che sulla sorte del Napolitano finalmente ‘passi la nottata’ e risplenda finalmente la luce del giorno. Del resto, siamo o non siamo ‘o paese d’ ‘o sole?

© 2017 Ermete Ferraro (http://ermetespeacebook.com)