Perché non possiamo non dirci Greci (Γιατί δεν μπορούμε να πούμε ότι δεν είμαστε Έλληνες)

 

  1. Prologo / πρόλογος

Per uno come me chIMAGE090e si chiama Ermete è fin troppo facile avvertire il fascino della grecità quasi come una componente genetica. Se poi ha studiato greco antico al liceo classico, è rimasto affascinato dalla filosofia e dall’arte ellenica e, per di più, vive da qualche decennio in una città che si chiama Neapolis, questa eredità culturale è ancor più forte e radicata.

D’altra parte non credo che si tratti solo di una questione personale. Ritengo che quella di sentirsi un po’ Greci è una netta sensazione che molte persone hanno avvertito in questi giorni: non soltanto gli abitatori dell’ex Magna Grecia che si sentono ancora figli di quella grande cultura, ma anche tanti altri che si ritrovano accomunati al dramma del popolo che ha inventato la democrazia. ma ne è stato troppo a lungo espropriato.

Adesso, all’indomani del clamoroso NO che i Greci hanno opposto agli arroganti diktat dei potentati finanziari e politici europei, pochi sembrerebbero ancora disposti a farsene paladini, pur avendole a lungo avallati come indispensabili correttivi. E’ fin troppo evidente ormai che, al di là delle consuete mistificazioni, le ricette economiche ‘sangue, fatica, lacrime e sudore’ [1], non soltanto non hanno fatto uscire dalla crisi gli stati che vi erano sprofondati, ma hanno ulteriormente ribadito il profondo divario tra paesi del nord e sud Europa, accrescendo il livello di sudditanza dei secondi nei confronti dei primi.

Ora che il popolo greco si è pronunciato, con invidiabile coraggio e dimostrando quella speranza cui Syriza ed il suo leader Tsipras hanno costantemente fatto appello[2], è di fatto impossibile che le cose possano restare inalterate e che la solita Europa ’carolingia’ continui ad imporre le sue ferree regole a tutti, in nome di un preteso interesse comune, che si è ormai dissolto come neve al sole.

Quelli che, come gli Italiani del Sud, hanno dovuto subire per un secolo e mezzo l’umiliante egemonia di chi li ha di fatto colonizzati con la scusa dell’Unità Nazionale, sanno molto bene come ci si sente ad essere considerati le ‘pecore nere’, il ‘peso’ da subire, il ‘freno’ allo sviluppo, la ‘palla al piede’ e tutte le altre simpatiche espressioni che in questi centocinquanta anni sono state usate per stigmatizzare i fannulloni meridionali. Già allora la cronaca e la storia di come si è esercitata quell’egemonia furono pesantemente forzate agli interessi dei dominatori, proprio come in questi mesi la propaganda catastrofista dei media ha fatto nei confronti della Grecia, pur di avallare la tesi di un paese allo sbando, che sa solo pretendere e nulla vuol concedere al necessario rigore.

Ma il travolgente responso referendario in Grecia non è stato affatto come i vecchi ‘plebisciti’ che sancirono l’annessione degli altri stati italiani al Regno d’Italia – fra cui quello tenuto nel Regno delle due Sicilie nel 1860 – ed ha impresso invece un profondo scossone allo pseudo-equilibrio dello status quo, basato sulla progressiva cessione di sovranità nazionale e di autonomia politica, senza reale parità di diritti e senza quella solidarietà che è frutto d’un autentico spirito federalista.

Le reazioni allarmate dei mercati finanziari di fronte al pronunciamento democratico del popolo ellenico non stupiscono affatto. Molto più gravi sono invece quelle degli stati che pretenderebbero di guidare l’Unione Europea ma sanno solo badare ai loro interessi nazionali, e soprattutto quelle di superpotenze come USA, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, che in tali scosse sismiche nel Sud-Europa intravedono solo una minaccia (o viceversa un’opportunità) per il loro imperialismo, nutrito dai rispettivi complessi militari-industriali.

La sottoscrizione di trattati iniqui e vessatori da parte di chi pretende di rappresentarci e di parlare in nostro nome è stata la pietra miliare di una strada che, come quelle consolari romane, conducevano solo dalla periferia al centro del potere. Ora il referendum greco ha segnato una tappa fondamentale di una nuova strada, che serve comunque per connettere persone e cose e per mantenere aperti i canali di comunicazione, ma apre nuove prospettive per uscire da un circolo vizioso, che alimenta la dipendenza anziché la cooperazione.

  1. L’anomia greca / Η ελληνική ανομία

Ovviamente il NO al ‘greferendum’ non risolve affatto tutti i problemi, a cominciare da quelli economici che stanno strangolando quel Paese, ma non bisogna dimenticare le ripercussioni squisitamente politiche di quel voto referendario. Chi ha straparlato di caos, evocando scenari allarmanti, voleva solo esorcizzare un’alternativa ben precisa che si sta profilando non solo per i Greci, ma anche per gli Italiani, gli Spagnoli, i Portoghesi e tutti quegli altri stati che l’amara ricetta dei soloni dell’UE ha sottoposto ad un’insostenibile austerità, senza garantire un vero sviluppo ed allargando sempre più la forbice tra ricchi e poveri.

images (2)In questi giorni politici e media hanno fatto a gara nello scomodare varie categorie culturali per sostenere le tesi del rigorismo teutonico. Si è passati da quella religiosa della contrapposizione weberiana tra ‘etica protestante’ e solidarietà cattolica a quella antropologica tra paesi nordici, alimentati a senso del dovere e spirito collettivo, e quelli meridionali, nutriti per secoli dall’edonismo e dall’ individualismo, quasi evocando la classica antinomìa nietzschiana tra lo spirito apollineo e quello dionisiaco [3]. Mancava solo la citazione dell’ironica dicotomia tra quelli che tendono all’amore e quelli che seguono la libertà, teorizzata dal napoletano professor Bellavista di Luciano De Crescenzo [4] ed avremmo completato la serie delle razionalizzazioni di meschine scelte politiche con profonde argomentazioni culturali.

La verità è molto più semplice: l’unione europea che è stata realizzata – e di cui noi Italiani ci troviamo a far parte – non ha niente a che vedere col sogno europeista dei padri fondatori e con quanto auspicavano nel 1941 Spinelli e Rossi nel loro Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita [5]. Non possiamo fare a meno di constatare, infatti, che ciò che abbiamo sotto gli occhi è ben altro. Basta leggere i giornali e seguire le dichiarazioni dei leader europei per accorgersi che non è affatto vero che “…la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade […] lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.[6]

Ciò che ha provocato l’eruzione della ‘lava incandescente delle passioni popolari’ non è stata infatti la volontà di dar effettivamente vita ad un ‘solido stato internazionale’, ma piuttosto il particolarismo nazionale di chi ha usato l’unità europea per consolidare la propria egemonia economico-politica a danno degli stati più periferici, senza peraltro liberarla né dalla dipendenza militare nei confronti degli USA, né da quella verso le potenti multinazionali che controllano saldamente la globalizzazione dell’economia capitalista.

Ecco perché – mutuando un’altra famosa frase [7] – ribadisco che non possiamo non dirci Greci, e non perché condividiamo acriticamente il percorso politico che Syriza ha finora realizzato né perché ce l’abbiamo visceralmente con i Tedeschi e con la loro cancelliera di ferro. Oggi più che mai ci sentiamo solidali coi Greci perché la loro vicenda ci ricorda la nostra comune storia di sud-europei, chiamati continuamente a dimostrare di essere interlocutori affidabili e seri e non stravaganti pulcinella scansafatiche e mangiatori a sbafo.

Ci sentiamo anche noi Greci perché da 2600 anni l’esopiana favola della cicala e della formica ci ricorda che non c’è da aspettarsi alcuna solidarietà da chi pensa solo ad accumulare capitali e non li vuole condividere con nessuno. Ci sentiamo Greci perché non è possibile che chi ha inventato la  democrazia ed ha ispirato lo stesso nome dell’Europa debba essere trattato come un ragazzino discolo, che non ha fatto i compiti a casa per andarsi a divertire nel paese dei balocchi.

L’ultimo decennio ha visto la popolazione greca sempre più compressa tra l’incudine del malgoverno ed il martello delle arroganti imposizioni dell’UE, con l’evidente risultato d’un mancato sviluppo economico e sociale. Dopo il 2009 la Repubblica Ellenica è stata sottoposta ad una massiccia cura liberista, che pur senza alleggerire molto l’impianto statalista, le ingiustizie e le storture costituzionali di quel Paese, ha finito invece col comprimere i ceti medi, alimentando disoccupazione e precarietà economica.

Stando così le cose, francamente non si capisce da quale paese del balocchi sarebbe stato irretito Pinocchio/Grecia, distogliendolo dai suoi doveri scolastici, mentre invece si capisce benissimo come le imposizioni della leadership europea abbiano alimentato sia pericolose reazioni d’impronta nazionalista, sia tentazioni populiste e radicalismi di sinistra.

  1. La scelta alternativa / Η εναλλακτική επιλογή

E’ peraltro vero che non bastano i proclami e le buone intenzioni per uscire dal tunnel di una crisi così grave ed è innegabile che lo stesso governo Tsipras abbia dovuto adattarsi a discutibili compromessi politici, ad esempio quello paradossale con un partito nazionalista e militarista come ANEL [8], cui è stato affidato improvvidamente proprio il Dicastero della Difesa Nazionale [9] .

images (5)Mi sembra altrettanto innegabile che dei 40 punti che sintetizzano il programma politico di Syriza [10] davvero poco è stato attuato, pur tenendo conto che il tempo trascorso dall’insediamento del governo Tsipras è relativamente breve e che molti problemi affondano le loro radici in una Costituzione (Sýntagma) scritta nel 1975 ed assai poco democratica. Sta di fatto che il ricatto della c.d.Troika ha pesato molto sulle scelte politiche, paralizzando di fatto quella potenziale alternativa alle pseudo-riforme che i potenti volevano imporre alla Grecia.

Vorrei ricordare almeno alcune di quelle scelte qualificanti, comprese nei citati 40 punti del Programma elettorale, che avrebbero dovuto segnare una vera svolta autenticamente socialista ed eco-pacifista, come auspicavo già nel 2012 in un mio articolo.[11]

  1. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.
  2. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.
  3. Tagliare drasticamente la spesa militare.
  4. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.
  5. Riformare la costituzione per garantire la separazione tra Chiesa e Stato e la protezione del diritto alla istruzione, alla sanità e all’ambiente.
  6. Regolare il diritto all’obiezione di coscienza nel servizio di leva.
  7. Ritiro delle truppe greche dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia.
  8. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.
  9. Negoziare un accordo stabile con la Turchia.
  10. Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato. 

4 – Pace, ecologia ed autonomia energetica / Ειρήνη, οικολογία και ενεργειακή αυτονομία

imagesPurtroppo, però, nessuno di questi punti ha trovato attuazione e ciò è vero soprattutto in ambito militare. E’ triste per un pacifista come me dover constare che: “la Grecia è un paese fortemente militarizzato e investe una quantità enorme del suo bilancio per la difesa in proporzione alla sua popolazione e al suo peso geopolitico” [12]. Con un incredibile rapporto di 1 soldato ogni 100 abitanti; con un bilancio della difesa che si avvicina al 4% del PIL (inferiore solo a quello degli USA…) e col poco invidiabile primato di quinto più grande importatore di armi al mondo, la Grecia, con meno di 10 milioni di abitanti (un quarto dei quali disoccupati) – nonostante la recente riduzione della spesa militare – resta comunque uno dei paesi più militarizzati al mondo, dove l’obiezione di coscienza è ancora reato ed in cui ogni ipotesi di nuovi tagli al bilancio della difesa è stata sdegnosamente e recisamente respinta.[13]

Un discorso simile, da ecologista, mi sento di fare anche in riferimento alle auspicate riforme in materia energetica ed in ambito più largamente ambientale. Se la Grecia (paradossalmente insieme alla Germania…) è stata sanzionata a causa dell’infrazione alla Direttiva europea 2014 sull’efficienza energetica, non c’è davvero da stare allegri.[14]

“Scommettere sulle energie rinnovabili” è rimasto quindi uno dei punti inattuati del programma elettorale di Syriza, considerato che il ministro dell’ambiente ellenico Lafazanis – anziché adoperarsi per dare al suo Paese un futuro ‘solare’, sembra molto più interessato a sostenere la realizzazione di una condotta per il gas naturale che raggiungerà il confine con la Turchia, portando in Grecia le forniture della Russia: il progetto di un Flusso greco (Greek Stream)…” [15]

Nessuno sa ancora come andranno le cose dopo lo storico pronunciamento del popolo greco, però sappiamo benissimo come reagiranno i vertici della sedicente Unione Europea, abituati per troppo tempo a sentirsi dire sempre di sì. Quel che è certo è che non dobbiamo assolutamente lasciare da sola la Grecia, poiché molto dipende da come gli altri paesi dell’area sud dell’Europa sapranno dimostrarsi coesi e davvero intenzionati a voltare pagina.

Noi Italiani per primi dovremmo superare le ambiguità politichesi della linea portata avanti dal nostro Presidente del Consiglio e, prima di lui, da tutti i precedenti governi, preoccupati solo di ribadire il nostro ruolo subalterno e di spacciare come riforme provvedimenti iniqui da cui non può scaturire né la pretesa crescita né, tanto meno, un autentico sviluppo.

Ecco perché, ora più che mai, dobbiamo sostenere la Grecia nella sua scommessa di autonomia dalle regole ferree della Troika. Dovremmo soprattutto appoggiarla nella sua ricerca di un’alternativa a quel paradigma economico che discende da un pensiero unico che la globalizzazione ha reso sempre più forte.

Non possiamo non sentirci anche noi Greci anche perché non dobbiamo mai dimenticare che verso quell’antico e nobile Paese del Mediterraneo noi siamo sì creditori, ma anche e soprattutto debitori di una tradizione filosofica, artistica, scientifica, politica e più latamente culturale che è entrata nel nostro DNA e che contraddistingue la nostra civiltà. [16]

NOTE ——————————————————————————————

[1] Si tratta di una frase più volte citata, tratta dal famoso discorso di W. Churchill alla Camera dei Comuni del 13 maggio 1940 (cfr. http://www.winstonchurchill.org/resources/speeches/1940-the-finest-hour/blood-toil-tears-and-sweat)

[2]  Il motto di Syriza  per le elezioni politiche del 2012 era “Ανοιγουμε δρομο στην ελπιδα”, che significa: “Apriamo la strada alla speranza” e ricordo anche le prime dichiarazioni dopo il voto greco di gennaio 2015 (http://ilmanifesto.info/tsipras-ha-vinto-la-speranza/  )

[3] Friedrich Nietzsche (1872), La nascita della tragedia dallo spirito della musica – cfr. ( http://www.treccani.it/enciclopedia/nascita-della-tragedia-la_(Dizionario_di_filosofia )

[4] Luciano De Crescenzo (1980)  Così parlò Bellavista – Napoli, amore e libertà, I edizione collana Oscar Mondadori, Arnoldo Mondadori Editore

[5] Cfr. il testo completo in: http://www.italialibri.net/contributi/0407-1.html

[6] Cit. in: https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_di_Ventotene

[7] Cfr. Benedetto Croce (1942),  Perché non possiamo non dirci cristiani, in La mia filosofia http://www.storiadellafilosofia.net/moderna/benedetto-croce/perch%C3%A9-non-possiamo-non-dirci-cristiani/

[8] Vedi su: https://en.wikipedia.org/wiki/Independent_Greeks

[9] http://www.mod.mil.gr/mod/en/ – Consulta anche:  http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1504.pdf

[10] http://web.rifondazione.it/home/index.php/12-home-page/7794-programma-di-syriza – Vedi anche: http://www.syriza.gr/page/thematikes-enothtes.html

[11] Ermete Ferraro (2012), La lezione di Syriza, https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/ 

[12] Carlos del Castillo, Il debito militare con Francia  Germania affoga la Grecia , http://www.communianet.org/rivolta-globale/il-debito-militare-con-francia-e-germania-affoga-la-grecia

[13] « I would like to thank the Prime Minister who ensured us that any suggestions made by our partners and creditors will not include reductions in the Armed Forces… Comunicato stampa del Ministero della Difesa Nazionale del 2.7.2015  http://www.mod.mil.gr/mod/en/content/show/36/A82792

[14] Fonte: http://www.rivistaeuropae.eu/interno/energia-infrastrutture/efficienza-energetica-grecia-e-germania-insieme-sotto-accusa/

[15] Fonti: http://www.notizieinunclick.it/grecia-punta-a-diventare-snodo-energetico/  e http://it.ibtimes.com/la-grecia-potrebbe-diventare-lago-della-bilancia-energetica-delleuropa-1402307

[16] Ad esempio, solo in questo testo sono calcolabili un centinaio di vocaboli che abbiamo ereditato dal lessico ellenico.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com)

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#sereniunaccidente!

cielo serenoL’etimologia dell’aggettivo “sereno” risale all’antica radice sanscrita svar-, indicante il cielo luminoso e quindi lo stesso sole (greco: seír; seírios = splendente). Si è così passati dal significato letterale (cielo privo di nuvole) a quello metaforico, che caratterizza in una persona l’assenza di preoccupazioni, la tranquillità di spirito.

In questi ultimi tempi l’aggettivo sereno più che alla condizione del cielo, ci fa pensare all’ormai proverbiale frase di Matteo Renzi,, che invitò il suo predecessore, ancora in carica, appunto a “stare sereno”. Ormai tutti sappiamo quanto il povero Enrico Letta potesse fidarsi di simili rassicurazioni, provenienti da chi si stava preparando a succedergli, per cui si sono poi sprecate nei commenti politici le citazioni ironiche della famigerata frase renziana. D’altra parte, tutto ciò che il nostro giovane premier fa e dice suona come una continua esortazione agli Italiani a stare sereni, a non preoccuparsi, a fidarsi di chi li sta così abilmente e celermente guidando verso le auspicate riforme. Il precedente citato, però, non ci tranquillizza affatto. Ci sia consentito allora di nutrire qualche dubbio sulle “magnifiche sorti e progressive” che ci attenderebbero e di preoccuparci per ciò che il carro armato dell’ottimismo della volontà del governo Renzi sta calpestando sotto i suoi cingoli, in quanto ostacolo alla marcia trionfale di chi ha deciso – a tutti i costi – di “cambiare verso”. Per carità: cambiamento e volontà di decidere non sono di per sé delle brutte parole, anzi. Però la storia c’insegna che c’è da diffidare quando un leader si autoproclama salvatore della patria e comincia a scambiare il proprio progetto politico con l’obiettivo del Paese e la propria tabella di marcia con le tappe della palingenesi dello Stato.

Eppure basta visitare sul sito web di Matteo Renzi la pagina dedicata agli slogan scelti alle primarie del PD dello scorso dicembre per rendersi conto dell’indubbia forza mediatica che scaturisce dalla semplificazione concettuale tra fautori del cambiamento e quelli che rappresenterebbero il vecchio modo di fare politica. I manifesti della sua fortunata campagna “Cambia verso” rappresentano icasticamente questa contrapposizione, rozza ma efficace, tra un mondo vetusto e marcio – caratterizzato da: raccomandazioni, lamentele, paura, conservazione, burocrazia, arroccamento nel palazzo. chiusura e tendenza a perdere bene…-  ed il Brave New World di cui egli si fa profeta e paladino. Un mondo positivamente connotato da termini come: bravura, cambiamento, coraggio, futuro, semplicità, strada, apertura e vittoria…

Si capisce allora che, proprio grazie alla semplificazione logica e terminologica tipica dell’orwelliana Neolingua, diventa difficile opporsi a tale scoppiettante programma di cambiamento senza sentirsi etichettare come persone che cercano biecamente di mettere i bastoni tra le ruote del carro del progresso. Se le riforme renziane sono l’incarnazione di questa svolta epocale, la manifestazione concreta dell’apertura al cambiamento ed al futuro, chi mai potrebbe opporsi ad esse senza passare per fautore di una politica timorosa e conservatrice, schierata in difesa degli interessi consolidati della casta politica, di quella burocratica o di entrambi?

Ecco perché sull’allegorico carro del carnevale renziano, a poco alla volta, ci stanno salendo in tanti, cedendo alle sirene del suo indubbio successo – mediatico ed elettorale – ma anche alla paura di restare isolati nella contestazione di una svolta che appare al tempo stesso decisa e rapida.

Il guaio è che non bastano gli inviti a stare sereni per dissipare la sgradevole sensazione che la irresistibile ascesa dell’astro renziano stia spazzando via non soltanto le resistenze di pavidi e conservatori, ma anche le regole del gioco democratico ed il concetto stesso di riforma.

Cambiare non significa di per sé migliorare. Innovare vuol dire far cose nuove, non necessariamente cose giuste. Svoltare è un verbo altrettanto neutro, limitandosi ad indicare un cambio di direzione, senza offrire garanzie sul fatto che quella nuova sia auspicabile.

Il brillante entusiasmo e l’attivismo scoutistico del nostro presidente del consiglio – che non a caso in testa alla sua biografia cita una frase di Baden Powell – sono senz’altro lodevoli, soprattutto se vanno a sconvolgere una realtà politica innegabilmente stagnante e deludente. Non possono però sostituire la chiara indicazione di dove si vuole andare, del perché e del modo in cui s’intende farlo, cioè del reale orientamento di una svolta che è necessaria, ma non sufficiente.

Ecco perché io – e con me tanti amici e compagni – non ci sentiamo affatto sereni né, d’altra parte,  vogliamo lasciarci rasserenare, metaforicamente parlando, dall’assunzione dei tipici farmaci tranquillanti della propaganda. E’ sereno un cielo sgombro da nuvole, mentre noi non riusciamo a capire perché dovremmo restare buoni e tranquilli mentre un governo non eletto, frutto di una maggioranza bastarda, possa sentirsi autorizzato a mettere pesantemente le mani sull’assetto costituzionale della nostra repubblica, sconvolgendo composizione e compiti del parlamento, scippando alle regioni le competenze loro affidate e profilando un modello di stato in cui il potere risulterebbe sempre più accentrato e tendente al presidenzialismo.

Non riusciamo a comprendere neppure perché mai dovremmo restare sereni quando si varano disinvoltamente decreti che snaturano profondamente il concetto di ‘reato ambientale’ o che alzano il tiro dell’opposizione alle energie rinnovabili, proprio mentre aumentano gli scempi contro l’ambiente e, in altri paesi, si scommette invece sul solare.

Non ci sentiamo per niente tranquilli, nonostante le esortazioni renziane, mentre in Italia la politica continua ad inseguire il mito di una crescita che, a nostro parere, non solo non sarebbe una cura della crisi, ma rischierebbe di trasformarsi in proliferazione tumorale nel già compromesso tessuto sociale di un paese profondamente spaccato in due.

Ancor meno ci lascia sereni la strisciante militarizzazione del territorio e della società civile, che si riflette anche in folli scelte di riarmo (vedi capitolo F 35) e nelle preoccupanti conferme della posizione leader della nostra Italia che “ripudia la guerra” proprio nel campo della produzione ed esportazione di micidiali sistemi d’arma.

Non capiamo, infine, per qual motivo dovremmo accettare tranquillamente, nel nome delle cosiddette riforme, lo smantellamento progressivo dell’organizzazione dello stato, le privatizzazioni in ogni campo, le liberalizzazioni selvagge, la solita politica delle grandi opere, la riduzione delle garanzie sindacali, la codificazione del lavoro precario e la pericolosa tendenza alla deregulation.

Con queste grosse nuvole che si addensano sulle nostre teste, caro Renzi, non puoi proprio aspettarti che restiamo serenamente a guardare mentre la tua gioiosa macchina da guerra passa come un rullo compressore sulle prevedibili resistenze di chi non vuol cambiare affatto, ma anche sulle legittime aspettative di chi chiede rispetto per le garanzie costituzionali e giusta attenzione per i temi sensibili di una sinistra degna di questo nome.

Le nubi oscure del centralismo, del decisionismo presidenzialista, dell’intolleranza sprezzante per le critiche non ci consentono una serenità che, comunque, sarebbe pericolosa per qualsiasi cittadino che non voglia affidare acriticamente una delega in bianco a chi lo governa o amministra, smettendo di sentirsi un soggetto attivo e responsabile.  La foschia di una visione europeista che – austerità a parte – accetta tutto del modello attuale e cerca solo di cavalcarlo, inoltre, non ci fa scorgere nessuna prospettiva nuova nella nostra partecipazione ad un’Unione Europea che conferma la sua vocazione mercantile e burocratica, anziché aprirsi alle esigenze delle persone e delle comunità.

I cirro-cumuli di una politica estera italiana che resta schiacciata sull’indiscutibile leadership USA e sulla sovranità limitata riservata ai paesi membri della NATO, infine, ci rendono assai poco sereni anche sulle prospettive di coesistenza pacifica nel bacino del Mediterraneo, in Medio Oriente ed ora anche nell’Europa orientale.

Più che continuare a chiedere agli Italiani di “cambiare verso”, Matteo Renzi dovrebbe finalmente spiegarci verso cosa va il suo cambiamento. Ce lo faccia capire, magari smettendo l’aria tra arrogante e supponente che lo caratterizza e stando a sentire un po’ di più i suoi interlocutori. Se non altro quelli che non si sentono ormai talmente sereni da aver smesso di ragionare, di farsi domande e di proporre alternative.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

CTR+ALT+CANC (Esercitare il controllo + Creare alternative +Cancellare la guerra)

CTR ALT CANCLo scorso 26 aprile si è svolta a Bruxelles una “giornata di preparazione ed azione” contro  la vendita di armi ed ‘lobbismo’ dei fabbricanti di armamenti sugli organi dell’Unione Europea. La campagna – denominata “CTR+ALT+EU” – è stata organizzata dall’organizzazione pacifista belga Agir pour la Paix per denunciare ad un’opinione pubblica, da sempre poco informata su questi temi, che : “ I fabbricanti di armi ed i loro lobbisti sono molto vicini alle istituzioni europee, in quanto le aiutano a definire le loro leggi, a vendere le loro armi ed a beneficiare delle sovvenzioni europee, sotto il ‘coperchio’ dell’aiuto allo sviluppo delle nuove tecnologie’…”.[1]

Lasciando stare l’iniziativa belga e tornando a noi, il silenzio dei media su questi temi risulta invece davvero assordante. Siamo appena usciti dalla tornata elettorale per l’elezione del nuovo Parlamento Europeo ma, per caso, ricordate che qualcuno dei candidati italiani – di qualsiasi partito – si sia soffermato almeno un po’ su una questione così importante per la sicurezza e la pace dei cittadini della vecchia Europa? In questa campagna si è parlato poco, in generale, delle politiche dell’Unione, dal momento che l’unica preoccupazione sembrava essere quella di coltivare il proprio orticello e le proprie alleanze a livello interno, ma soprattutto si è evitato accuratamente di affrontare questioni scottanti come quella della difesa e degli equilibri internazionali.

Solo qualche forza politica, come la Lista Tsipras, ha accennato – nell’ultimo punto del suo programma – alla “abolizione degli accordi economici e militari”[2] . Il Partito Democratico si è premurato d’inserire nel suo programma elettorale l’affermazione che:  “L’Europa deve unire le proprie risorse in tema di difesa, sviluppo, commercio e diplomazia, per massimizzare gli effetti positivi della sua politica estera…”[3], mentre nel programma del Partito Socialista Europeo (cui il PD aderisce), non si trova neppure questo vago riferimento.[4]

Altrettanto ambigua – ma più prevedibilmente – è la posizione del Partito Popolare Europeo, nel cui Manifesto è stata inserita quest’affermazione: “L’unione Europea deve…potenziare ed accrescere l’efficienza della sua politica estera. Guadagniamo forza attraverso un’azione coordinata. à Il PPE intende potenziare le prerogative dell’Europa in materia di affari esteri, sicurezza e difesa, rafforzando la sua capacità di agire nel mondo.” [5]

Nessun riferimento alle questioni della pace e del disarmo è possibile reperire nei sintetici 7  punti del programma per l’Europa del Movimento 5 Stelle , mentre qualcosa di più dettagliato lo troviamo nel programma elettorale dei Verdi Europei: “ Grazie ai Verdi , una parte più importante del bilancio dell’UE sta per essere consacrata alla prevenzione dei conflitti attraverso lo Strumento di stabilità e di pace. Noi abbiamo sostenuto anche l’idea di un Corpo della pace dell’UE e di un Istituto europeo per la pace. Noi siamo contrari al finanziamento della ricerca militare da parte del bilancio europeo [… ]Il commercio europeo delle armi, comprese le tecnologie di sorveglianza, esporta insicurezza nelle regioni come il Medio ed Estremo Oriente. I Verdi vogliono ridurre questo commercio ed impedire l’esportazione di armi, che può essere utilizzata contro i movimenti di liberazione e di protesta civica”. [6]

La triste e scomoda verità – come ha messo in luce la Campagna Europea di Banche Armate – è che: “L’Unione Europea (UE) assicura un quarto delle esportazioni mondiali di armi. Alcuni Stati sono particolarmente coinvolti: la Francia e la Gran Bretagna si disputano da anni la terza posizione a livello mondiale dietro la Russia e gli Stati Uniti; altri paesi, tra cui la Germania, la Spagna e l’Italia occupano a loro volta una collocazione rilevante in questo commercio.” [7]

A tal proposito, Giorgio Beretta, scrivendo per il portale Unimondo, sottolineava che, dopo il calo del 2010, gli ordinativi ai paesi dell’Unione Europea per esportazioni di sistemi militari nel 2011sono addirittura aumentati del 18,3% , superando i 37,5 miliardi di euro. Alcuni Stati europei non hanno reso noti i dati richiesti, mentre l’allora governo ‘tecnico’ di Monti: “…forse per adeguarsi allo standard tedesco […] ha pensato di manipolare un po’ le cifre. A fronte degli oltre 2,6 miliardi di consegne riportate nella Relazione governativa nazionale, i funzionari governativi hanno riferito all’UE solo poco più di 1 miliardo…” [8]

Insomma, sembrerebbe proprio che il ruolo dei mercanti d’armi (e quindi di morte) all’interno dell’Europa sia l’ultimo dei problemi. Si direbbe che ben pochi si preoccupino che la nostra Unione – presentata trionfalisticamente negli spot televisivi come la realtà che ha garantito la pace negli ultimi 60 anni –  appaia sì priva di una politica comune di difesa, ma comunque molto solidale nel difendere gli interessi di chi produce ed esporta strumenti per fare le guerre. Del resto, non è certo un caso che Papa Francesco abbia recentemente affermato, con la consueta chiarezza evangelica: Tutti parlano di pace, tutti dichiarano di volerla, ma purtroppo il proliferare di armamenti di ogni genere conduce in senso contrario. Il commercio delle armi ha l’effetto di complicare e allontanare la soluzione dei conflitti, tanto più perché esso si sviluppa e si attua in larga parte al di fuori della legalità…” [9]  Lo stesso Pontefice, il 15 maggio, è tornato sull’argomento, auspicando: ‘…che la comunita’ internazionale dia luogo ad una nuova stagione di impegno concertato e coraggioso contro la crescita degli armamenti e per la loro riduzione”.[10]

Control-Arms-80-governi-partecipano-alla-consultazione-sostegno-di-Ban-Ki-Moon1_mediumIn Italia, comunque, le campagne contro lo strapotere degli armivendoli ci sono da anni, anche se ben pochi ne parlano, come è facile immaginare. Oltre quella denominata Banche Armate – promossa da Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia [11] – c’è infatti ControllArmi , promossa dalla Rete Italiana per il Disarmo[12]  e ci sono anche le puntuali ricerche condotte da Archivio Disarmo, che il 14 maggio scorso ha organizzato un importante convegno a Roma, sul tema: “Italia/Europa: politica di difesa e prospettive di pace”[13].

Questo però non significa che gli Italiani siano consapevoli dello scandalo dei miliardi che il nostro Paese spende per le armi e di quelli che guadagna vendendole, all’interno di un quadro istituzionale europeo dove, in teoria, esisterebbero già trattati e convenzioni.

“Resta il fatto che a 14 anni dall’entrata in vigore del Codice di Condotta (aggiornato nel 2008 dalla Posizione Comune sulle esportazioni di sistemi militari) non si è ancora in grado di conoscere con certezza dalla Relazione UE né i paesi destinatari né la precisa tipologia dei sistemi d’arma esportati dai singoli stati membri. E’ una questione non irrilevante per la sicurezza comune e che andrebbe sollevata sia nei parlamenti nazionali che al parlamento europeo: soprattutto ora che è entrata in vigore la direttiva comunitaria che “semplifica l’interscambio di materiali d’armamento all’interno dell’UE” che rischia di ridurre ulteriormente le informazioni e la trasparenza in materia di esportazioni di armi.” [14]

Date queste premesse, risulta un’enorme contraddizione non solo che il premio Nobel per la pace sia stato recentemente attribuito all’U.E. ma, soprattutto, che si sia continuato anche di recente a sbandierare l’immagine dell’Europa come garanzia di pace e di sicurezza.

Da un altro interessante articolo [15] apprendiamo, ad esempio, che il 90% dei ‘consulenti’esterni al Parlamento Europeo proviene dal mondo delle industrie, molte delle quali sono, guarda caso, legate alla produzione di armamenti. Li chiamano advisory groups ma il loro ruolo, più che  ‘consigliare’ gli europarlamentari, pare proprio sia quello di fare lobbying, influenzando pesantemente le decisioni comunitarie.

Certo, l’Europa si è già data strumenti legislativi di controllo, come la Decisione 2010/336 del Consiglio, nella quale si prevede che debbano: “…incoraggiare gli Stati membri dell’ONU a sviluppare e migliorare competenze nazionali e regionali per attuare controlli efficaci sul trasferimento di armi, al fine di assicurare che il futuro ATT, quando entrerà in vigore, sia quanto più possibile efficace.”[16].  Per conseguire tale risultato, questo atto normativo prevede che il progetto di ‘seminari regionali’ sia finanziato con un milione e mezzo di euro, anche se – a dire il vero –  nessuno sembra essersi finora accorto della loro effettiva funzione…

E’ il caso di sottolineare poi che l’Unione Europea, sebbene sia allineata alle normative internazionali e si avvalga della normativa internazionale e degli esperti dell’ONU (UNIDIR), paradossalmente non è stata a lungo in grado di ratificare direttamente il Trattato sul Commercio delle Armi (Arms Trade Treaty – ATT) [17], in quanto non è ufficialmente membro delle Nazioni Unite, ragion per cui ha dovuto seguire un percorso piuttosto contorto per adeguarvisi, come nota Gianluca Farsetti in un suo articolo dello scorso febbraio.[18]

Anche nella mia Napoli sono state svolte alcune iniziative pubbliche, per diffondere la campagna contro l’intreccio perverso tra politica e commercio di armi, promossa dal tenace missionario comboniano padre Alex Zanotelli. Egli infatti ha lo sempre denunciato con forza, rilanciando recentemente una petizione per chiedere trasparenza su una questione così grave, che sembra aver registrato non solo ‘pressioni’ lobbistiche, ma vere e proprie tangenti ai partiti (cfr. il mio precedente articolo: https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/12/08/noli-me-tangere/).

“Dobbiamo sostenere la Procura di Napoli ,di Busto Arsizio e di Roma perché possano continuare la loro indagine per permetterci di capire gli intrecci tra il commercio delle armi e la politica. Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere la verità su questo misterioso intreccio. E’ in gioco la nostra stessa democrazia. Soprattutto ora che l’Italia sta investendo somme astronomiche in armi. […] Noi cittadini italiani abbiamo il diritto di sapere se quella pratica è continuata in questi ultimi 20 anni. In questi anni l’industria bellica italiana è cresciuta enormemente. Abbiamo venduto armi, violando tutte le leggi, a paesi in guerra come Iraq e Iran e a feroci dittature da Mobutu a Gheddafi, che hanno usato le nostre armi per reprimere la loro gente….”[19]

Per concludere, su questa sconcertante vicenda occorre davvero che Italia ed Europa “cambino verso” – per prendere in prestito lo slogan del PD alle ultime elezioni – in modo da assicurare trasparenza e coerenza nelle scelte.  Continuando a citare alcune frasi ricorse in quest’ultima, brutta, campagna per il Parlamento Europeo, potremmo dire allora che: “Ce lo chiedono i nostri figli”, proprio perché – come recita uno slogan della Sinistra tedesca –  “L’Europa può essere diversa: sociale, pacifica, democratica”.

E’ inutile nasconderselo: il quadro politico emerso da queste elezioni europee non è certo incoraggiante, presentando un primato dei partiti popolari moderati ed una forte crescita delle forze politiche di destra e populiste. Ecco perché, come ho sintetizzato nel titolo, credo che sia arrivato il momento di azionare i tre fatidici tasti del computer della politica: CTR (esercitare il controllo); ALT (promuovere alternative) e, soprattutto, CANC (cancellare la guerra). E’ ora d’iniziare anche noi, fin da subito, la nostra lobbying dal basso – in nome del disarmo e della pace – nei confronti di coloro che abbiamo contribuito ad eleggere europarlamentari.

Ce lo chiedono i nostri figli.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOTE :

[1]  http://agirpourlapaix.be/26-04-journee-de-preparation-daction-crtlalteu/

[2] http://www.oltremedianews.com/rubriche/lista-tsipras-ecco-il-programma

[3]https://s3.amazonaws.com/PDS3/allegati/programma%20pd%20europa_DEF_Layout%201_1.pdf

[4] http://www.europaquotidiano.it/wp-content/uploads/2014/05/europee_programmaPse1.pdf

[5] http://dublin2014.epp.eu/wp-content/uploads/2014/03/Manifesto-with-cover-IT.pdf

[6] http://europeangreens.eu/sites/europeangreens.eu/files/Manifeste%20Commun%202014_0.pdf

[7] http://www.banchearmate.it/CampagnaEuropea.rtf

[8] https://www.facebook.com/notes/stop-the-war/sempre-pi%C3%B9-armi-europee-nel-mondo-litalia-cosa-fa/10151372841614404

[9]http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/30461_Papa_Francesco__Commercio_armi_e_migrazioni_forzate_mettono_a_rischio_la_pace.php#.U4nMXXLV9cQ

[10]http://www.asca.it/news-Papa__condanno_proliferazione_e_commercio_armi__Pace_bene_globale-1388034.html

[11] http://www.banchearmate.it/home.htm

[12] http://www.disarmo.org/rete/index.html

[13]http://www.archiviodisarmo.it/images/Programma%20seminario%2014%20maggio%202014.pdf

[14] https://www.facebook.com/notes/stop-the-war/sempre-pi%C3%B9-armi-europee-nel-mondo-litalia-cosa-fa/10151372841614404 (cit.)

[15] http://www.lettera43.it/politica/lobby-nell-unione-europea-gli-advisory-group-danno-la-linea_43675124988.htm

[16] http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/;jsessionid=YPQsTKFWG7v492g0RDrpvDQy4QR2pyxGWdKXc89s97BNVYhQ9RBk!-1548291755?uri=CELEX:32010D0336   Altra documentazione sulla regolamentazione europea del controllo delle armi è reperibile all’indirizzo internet: http://europa.eu/legislation_summaries/foreign_and_security_policy/cfsp_and_esdp_implementation/ps0012_it.htm

[17] Cfr. http://www.un.org/disarmament/ATT/

[18]http://www.rivistaeuropae.eu/esteri/esterni/lunione-europea-e-larms-trade-treaty-att/

[19] http://www.ildialogo.org/appelli/MaleOscuro_1369771177.htm

PORCA MISERIA!

miseriaSono stato recentemente invitato alla presentazione di Miseria ladra’, lodevole campagna promossa da Libera e dal Gruppo Abele “per combattere la povertà e per l’inclusione sociale”, cui hanno già aderito centinaia di associazioni e diverse amministrazioni comunali. Al Dormitorio Pubblico di Napoli si sono alternati i rappresentanti di varie realtà locali impegnate in tal senso, ma il mio intervento ha richiesto una premessa. Non era così scontato, infatti, che un esponente d’una Rete associativa che si occupa di energie alternative portasse la sua adesione ad un’iniziativa del genere. A prescindere dalle mie motivazioni personali (da trent’anni mi occupo di lavoro sociale di base e sono tuttora impegnato nella Caritas della mia parrocchia) ho cercato quindi di spiegare perché un impegno ambientalista ed ecopacifista non può prescindere da quello sociale e da una visione solidaristica della società.

Dal dépliant distribuito alla conferenza apprendiamo che, secondo il rapporto ISTAT del 2012, quasi 10 milioni d‘italiani si trovano in condizione di povertà relativa e quasi 5 in stato di povertà assoluta. Un italiano su tre – per Eurostat – risulta a rischio povertà ed ancora più preoccupante è il dato secondo il quale i minori indigenti sono ormai quasi un milione, con un’impennata anche della dispersione scolastica, giunta al 18,2%. Il 63% delle famiglie è stata costretta a ridurre la spesa per alimenti ed il 40% deve vivere in condizioni definite di “deprivazione materiale”. I ‘senza fissa dimora’, infine, sono circa 50.000, ma la situazione si aggrava ogni giorno di più.

Ebbene, di fronte a questi sconfortanti dati statistici, la prima ed ovvia reazione è quella di prendercela con i “governi ladri”, cioè col mix di corruzione, cinismo e disinteresse per la condizione reale dei cittadini che da troppo tempo sembra caratterizzare la classe politica italiana, alimentando una comprensibile reazione di sfiducia e diffidenza verso chi ci amministra.    E’ innegabile che le responsabilità maggiori siano imputabili alle scelte di chi si è alternato finora al governo centrale e nelle giunte locali, ma ritengo comunque semplicistico e qualunquistico prendersela solo con chi ha direttamente gestito il denaro pubblico. Penso infatti che il vero nodo del problema non sia tanto l’individuazione dei responsabili ‘in solido’ del progressivo depauperamento delle persone e delle realtà collettive, quanto la ricerca dei meccanismi economici e sociali che caratterizzano un modello di sviluppo che genera solo ingiustizia, sfruttamento e miseria, per non parlare dei conflitti che suscita, in ambito nazionale ed internazionale .

E’ evidente che disuguaglianza e precarietà alimentano le mafie, che ne traggono evidenti e crescenti utili, esasperando il processo di degrado sociale e fomentando la corruzione politica. Sarebbe però ipocrita puntare il dito solo contro mafiosi e camorristi, facendo finta che la struttura stessa della società – quella che una volta si chiamava establishment – non sia marcia e di per sé causa di degrado morale e di devastazione ambientale, prima ancora che di devianza criminale.

Insomma, la violenza che pervade ed inquina la nostra società, acuendo disuguaglianze e rendendo incerto il futuro delle nuove generazioni, è quella sottesa ad un modello di sviluppo predatorio, iniquo ed antiecologico. L’analisi fatta da Libera non manca di ribadirlo nell’opuscolo citato, sottolineando opportunamente che: “criminalità organizzata, corruzione e distruzione ambientale si rafforzano, a scapito dei diritti, della coesione sociale e della partecipazione dei cittadini, sempre più dipendenti dalle istituzioni”.

Ciò che, a mio avviso, non emerge abbastanza chiaramente è che da una società fondata sullo sfruttamento illimitato delle risorse naturali e degli esseri umani, che violenta la natura proprio come le persone, non c’è da aspettarsi nulla di diverso. Ecco perché una scelta chiaramente e radicalmente ecologista comporta il superamento del modello di sviluppo dominante e dello stesso concetto di ‘crescita’, che si dà troppo spesso per scontato, come se si trattasse di un dato neutro. Eppure dovremmo ormai esserci resi conto quella crescita –  se non è sottoposta ai limiti posti dalla stessa natura e dalla morale umana – non è affatto indipendente dalla violenza che colpisce sia la prima sia la seconda, nella scientistica convinzione – o meglio, presunzione… – che c’è sempre un rimedio a tutti i guai che stiamo producendo sul nostro Pianeta.

La dantesca “aiuola che ci fa tanto feroci” sta subendo il peso maggiore di questa continua sfida alle leggi di natura, alla ricerca sfrenata dell’arricchimento di pochi, che porta con sé il depauperamento dei più, e del potere di alcuni su tutto e tutti, che genera dipendenza e marginalità in chi è costretto a subirlo. Ecco perché non possiamo illuderci di rendere meno ingiusta la nostra società senza una radicale svolta nel senso d’un modello economico e sociale alternativo all’attuale.

Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo,che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello“scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”[…]Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro,come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza…”  (Francesco, Evangelii gaudium, 53-54)

Quelle di Papa Francesco sono parole chiare e forti: la miseria e l’emarginazione non sono effetti collaterali dello sviluppo, ma negazione d’un autentico sviluppo. I nostri stili di vita consumistici sono la causa stessa dello sfruttamento di larga parte dell’umanità, non certamente un obiettivo da consolidare e, peggio ancora, da esportare nei c.d. ‘paesi sottosviluppati’, come si vorrebbe far credere. Se poi usciamo dall’ottica d’un etica e di una politica rigidamente antropocentriche e consideriamo con più attenzione gli immani disastri e gli squilibri ecologici che questo modello di sviluppo sta provocando, credo che la necessità di uno stretto rapporto tra impegno sociale e quello ambientale risulti ancora più evidente.

Libera e le altre realtà che hanno lanciato la campagna ‘Miseria ladra’ propongono una strada da percorrere insieme. Le indicazioni sono sostanzialmente tre: (a) uscire dalla crisi “tutti insieme”, per difendere “l’interesse generale, restituendo speranza nel futuro” ; (b) costruire un “percorso partecipato ed una rete di pari tra pari”, per lanciare una nuova proposta sul welfare; (c) porre in atto “strumenti concreti di contrasto alla povertà”, in un’ottica di confronto con le istituzioni e di partecipazione.  Questo percorso comune è stato poi concretizzato in “10 misure per rendere illegale la povertà”, che chi aderisce alla campagna dovrebbe condividere: (1) fondo sociale per la non autosufficienza; (2) moratoria sui crediti di Equitalia e banche; (3) pagamenti certi della pubblica amministrazione verso chi fornisce beni e servizi; (4) agricoltura sociale e risanamento idro-geologico, riconvertendo il sistema produttivo ed energetico; (5) sospensione degli sfratti esecutivi per i più bisognosi; (6) destinazione sociale del patrimonio immobiliare sfitto delle città; (7) residenza presso i municipi dei soggetti senza fissa dimora; (8) introduzione del reddito minimo di cittadinanza; (9) difesa dei beni comuni e ‘pubblicizzazione’ dei servizi essenziali; (10) rinegoziazione del debito pubblico.

Ebbene, si tratta di proposte concrete e condivisibili, che si possono certamente sottoscrivere. Ciò che mi sembra manchi in questo percorso, invece, è una prospettiva più chiara e netta di un’alternativa da costruire, più che di una ‘terapia’ cui sottoporre il sistema attuale. La questione centrale, a mio avviso, non è“rendere illegale la povertà”  quanto rendere illegale lo sfruttamento, che sta alla base del sistema economico che in troppi ormai considerano l’unico, in quanto sarebbe privo di alternative credibili. Sfruttare le risorse naturali è l’altra faccia di un modello che sfrutta le persone e si sostiene grazie all’imperialismo economico e militare. Può forse sembrare un’affermazione troppo netta e schematica, ma credo che sia finito il tempo dei giochi di parole e delle razionalizzazioni che cercano di conciliare cose inconciliabili.

Certo, la mia formazione cristiana e nonviolenta mi ha abituato a percorrere tutte le strade intermedie ed a perseguire tutte le soluzioni che possano mediare nei conflitti. Mi ha però insegnato anche che non si può servire Dio ed il denaro (“οὐ δύνασθε θεῷ δουλεύειν καὶ μαμμωνᾷ” Mt. 6,24) e che la logica dell’arricchimento e la corsa al potere creano solo poveri e marginali. Lo stesso peccato originale è frutto dell’arroganza umana, che non vuole riconoscere limiti e persegue l’onnipotenza a tutti i costi, con la tragica conseguenza di considerare la sottomissione degli altri e della stessa Terra come il prezzo da pagare per la propria affermazione.

Quella che il Papa chiama ‘globalizzazione dell’indifferenza’, allora, non si combatte solo con misure ‘compensative’, come fondi sociali, moratorie dei debiti, sospensione degli sfratti o revisioni del debito pubblico. Sono provvedimenti certamente necessari a rompere la nostra colpevole indifferenza, ma non sufficienti a smantellare i muri d’ingiustizia che creano esclusione e subordinazione. Più ‘strutturali’, come si diceva una volta, mi sembrano invece sia l’indicazione ad agire in direzione dell’agricoltura sociale e del risanamento ambientale, opponendosi al dissesto idrogeologico ed alle minacce alla biodiversità naturale, sia la difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici essenziali, restituendo loro la natura collettiva e sociale. Sottrarre le risorse ambientali ed i beni comuni alla logica dell’accaparramento e del controllo, infatti, è il primo passo per costruire una società in cui lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno diventi la sola e vera garanzia dello sviluppo di tutti.

La Civiltà del Sole, di cui io e tanti altri stiamo cercando di diffondere i principi, cerca appunto di affermare non solo l’importanza fondamentale d’una riconversione energetica verso le fonti pulite, rinnovabili e diffuse, ma anche un modello di società più decentrata, comunitaria ed autosufficiente. Ecco perché non possiamo disinteressarci della marginalità sociale e delle vecchie e nuove povertà, dal momento che un modello alternativo di sviluppo sarebbe la risposta più globale anche ad esse. Oltre 300 anni fa Tommaso Campanella scriveva: “Più naturale è il dominio e la comunità dove il bene è più comune a tutti: e violento è più, dove è manco comune.”, sintetizzando così il principio su cui si basava la sua utopica ‘Città del Sole’. Per passare dall’impoverimento a quello che in inglese si chiama empowerment (emancipazione, crescita di potere…) è necessario quindi fare delle scelte alternative ad un modello fondato sul dominio che non rispetta né la natura né la comunità umana.  Il vero ladro di diritti, infatti, non è la miseria ma il sistema iniquo che la genera ed al quale dobbiamo opporci, se vogliamo non solo promuovere l’inclusione sociale ma costruire davvero ‘il bene comune’.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

LA SOSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

costituzione RIUno dei tanti, scoppiettanti, giochi di parole dell’ottimo Alessandro Bergonzoni mi ha ispirato questo titolo come sintetica fotografia di quello che ci sta capitando, ma di cui forse non ci stiamo rendendo veramente conto.  Del resto, quella di sostituirci sotto gli occhi con qualcosa di profondamente nuovo e diverso ciò cui siamo abituati – e che magari ci fa anche quotidianamente brontolare – non è proprio una novità nel nostro Belpaese. Sono anni, infatti, che i nostri politici stanno giocando spericolatamente – e spudoratamente – con le parole, destituendole del loro significato ordinario per attribuirgli un senso del tutto differente, se non opposto, a quello iniziale.

Ecco, ad esempio, che questa orwelliana “Neolingua” ha sostituito un vocabolo oggettivamente sgradevole come “guerra” col tranquillizzante e buonista “missione di pace”. Ecco che si può tranquillamente tacciare come “conservatori” coloro che cercano di proteggere dall’aggressione ciò che resta dell’ambiente naturale, nel mentre si qualificano “riforme” una serie di provvedimenti che, un pezzo alla volta, stanno smantellando quel che resta dello Stato Sociale e delle conquiste civili degli ultimi sessanta anni. Il fatto è che, in quest’ottica capovolta e perversa, le parole sono messe al servizio d’un ben preciso progetto di s-naturamento, che non riguarda solo il nostro ambiente di vita, ma anche il senso profondo di ciò che ci succede intorno, quello che una volta i filosofi chiamavano Weltanshauung (“visione del mondo”).

Per ovvi motivi, a questa subdola operazione non si poteva sottrarre quello strumento fondamentale del nostro riconoscerci come cittadini di uno stato, che è la Costituzione. Tale termine, come quello usato in precedenza, cioè ”Statuto”, ha non a caso la stessa radice di “Stato” e di “istituzioni”, richiamando i principi primi su cui poggia la convivenza civile in un certo contesto socio-politico. Principi che, manco a dirlo, dovrebbero comunque mantenersi “stabili”, anche se un democrazia non può mai essere “statica” in assoluto. Tutto, in effetti, può essere legittimamente sottoposto a “ri-forma”, a patto che le modifiche intervengano davvero sulla “forma” delle cose e non sulla loro sostanza che, etimologicamente, è quanto sta “sotto” e ne costituisce il fondamento.

Nel corso di questi ultimi decenni la classe politica italiana ha già fatto troppi danni, che sono sotto gli occhi di tutti, ed abbiamo anche già assistito alla grottesca pretesa che proprio chi ha provocato i guai si presenta, senza ritegno, come “salvatore della patria” e “riparatore dei torti”. Non ci fa più specie, ormai, che i media continuino a farci sfilare sotto gli occhi ministri, massimi dirigenti dello Stato e grandi industriali che ci spiegano come e qualmente andrebbero risolti gli annosi problemi dell’Italia, come se loro non c’entrassero per nulla e fossero solo dei severi osservatori esterni.  Non riusciamo più neanche a indignarci quando chi ci sta ingannando da anni si presenta nuovamente a chiederci il voto, in nome del rinnovamento e della lotta alle caste.

Però dovrebbe esserci un limite alla spudoratezza, ed è quello della salvaguardia di quei pochi punti fermi che credevamo e speravamo restassero indiscutibili della nostra Carta costituzionale. Così però non è stato e, alla luce della riforma prevista dall’ultimo disegno di legge del governo Renzi, dobbiamo quindi preoccuparci dei sostanziali stravolgimenti cui sta per essere sottoposta. La verità è che un mix di forze palesi ed occulte non solo ci stanno scippando violentemente non solo decenni di conquiste dovute alla partecipazione democratica, ma ci stanno anche cambiando radicalmente lo Stato sotto gli occhi.

La “Sostituzione della Repubblica Italiana”, sebbene in atto da un bel po’ in modo latente, sta ora venendo prepotentemente alla luce a causa del convulso ed arrogante attivismo del nostro attuale Presidente del Consiglio, cui va riconosciuto peraltro di non aver neppure tentato di nascondere le proprie effettive intenzioni, pur se condite dai rutilanti fuochi d’artificio della sua autopropaganda. Sarebbe comunque sciocco attribuire a Renzi la “contro-riforma” costituzionale che adesso sta assumendo una fisionomia chiara, se non altro perché un simile progetto centralista, presidenzialista e decisionista risale quanto meno agli anni ’80 del secolo scorso. A quei tempi, chi come Craxi provò a cambiare bruscamente le regole del gioco dovette però fronteggiare veti contrapposti e sensibilità ideologiche molto più accese. Oggi invece sembra che ormai “tutto fa brodo”, come si diceva una volta, per cui temo che siano diminuiti enormemente coloro i quali si preoccupano davvero che il nostro Paese resti di sana e robusta Costituzione”, anziché scimmiottare maldestramente le istituzioni altrui e gli altri sistemi elettorali. Soprattutto, temo che non siano rimasti in molti quelli che sono disposti ad opporsi senza se e senza ma a chi vorrebbe omologarci al  pensiero unico che ci sta colonizzando da troppi anni, asservendoci così ad un “nuovo ordine mondiale” deciso al vertice da chi vuol continuare a spadroneggiare incontrastato sul nostro povero pianeta.

Allora, più che davanti ad una “revisione costituzionale”, ci troviamo di fronte ad un vero golpe anti-costituzionale che, più che dare solidi e chiari fondamenti di equità e vera partecipazione democratica al confuso ed equivoco federalismo su cui si è estenuantemente dibattuto negli ultimi anni, sceglie di cancellarlo con un colpo di spugna, riportandoci al centralismo più bieco in nome della “razionalizzazione” della macchina statale e burocratica e dell’immancabile spending review.

Beh, non c’è nulla di male a combattere sprechi e malgoverno, anzi si tratta di una precondizione per qualsiasi seria riforma. Ciò che non va, in questo caso, è che sembra proprio che si consideri la stessa democrazia come uno “spreco” che non possiamo più concederci il lusso di conservare…  Dietro il savonaroliano zelo del fiorentino Renzi, che afferma di scagliarsi contro le resistenze delle varie caste che impediscono il rinnovamento, affiora più che altro la spicciativa tendenza a dare un bel calcio a tutti gli ostacoli alla “de-forma” autoritaria della nostra Repubblica. Con lo stesso tono efficientista e decisionista con cui egli ha voluto dimezzato i metri quadrati delle stanze dei dirigenti pubblici, ad esempio, ha cercato di dimezzare anche…le Camere del nostro Parlamento. Con la stessa grinta con cui ci ha spiegato che possiamo fare benissimo a meno delle province, vorrebbe ora farci credere che, in fondo, potremmo forse fare a meno delle stesse regioni, le cui competenze sono, non a caso, massicciamente ridotte nel suo disegno di legge.

Parole inglesi prima di moda come devolution, ma anche concetti più italianamente pregnanti come quello di “sussidiarietà”, sembrerebbero essere stati ricoperti dal polverone mediatico di chi – sommando il ruolo di leader di partito a quello di premier – sta proseguendo come un panzer la sua crociata laica per “restringere” lo stato, facendo fuori partiti, istituzioni ed altre realtà di un tessuto sociale assai più complesso di quello che vorrebbe farci credere.  Termini come “semplificazione” , peraltro, non da ora sono stati sbandierati come pretesto per preoccupanti manovre di ben altra sostanza politica, ma adesso appare sempre più chiaro che il “Bispensiero” e la “Neolingua” profetizzati sessant’anni fa da Orwell nel suo “1984” sono diventati il pane quotidiano della nostra attuale politica.  Alla base del Newspeak imposto dal regime del Big Brother orwelliano, non a caso, c’era proprio questo meccanismo di riduzione, abbreviazione e pretesa semplificazione del linguaggio, per sterilizzarlo da ogni idea e meglio controllare la comunicazione. Non è un caso neppure che il Double-Thinking (Bispensiero) cui s’ispirava la lingua dell’Ingsoc/Socing fosse fondato proprio sulla capacità di espellere ogni dissonanza fra forma e contenuto delle parole, introducendo corrispondenze prima improponibili tra il loro significante e significato, consentendo che la propaganda sostituisse il ragionamento e l’assurdo la logica. La verità è che, con la scusa di “semplificazioni”, “razionalizzazioni” e “standardizzazioni”, stanno anestetizzando le diversità culturali e politiche, cercando di addormentare lo spirito critico e la razionalità. Ma, come scriveva il grande Goya già alla fine del XVIII secolo “el sueño de la razòn produce monstruos”….

Vi sembra che sto esagerando? Beh, basta leggere con un po’ di attenzione il testo del DdL costituzionale del governo Renzi presentato alla Camera dei Deputati (che porta la data del 12 marzo ma è stato poi modificato il 31 marzo) per rendersi conto di cosa ci stanno preparando. Ovviamente l’attenzione finora è stata focalizzata quasi interamente sulla de-forma del Senato, prima spazzato via, poi trasformato in Assemblea di secondo livello degli enti locali ed infine restituito al rango di “Senato delle Autonomie”. Bene, bravi! Dopo più di mezzo secolo abbiamo finalmente eliminato il c.d. “bicameralismo perfetto” e lasciato spazio alle autonomie. Peccato che, nel frattempo, alla devolution sia nel frattempo succeduta l’attuale “de-devolution”, in nome di un rinato centralismo che guarda con sospetto alle autonomie locali, considerandole un fastidioso impatto allo “sviluppo”.  In buona sostanza, comunque, quello che esce dal disegno legislativo a firma Renzi è una Repubblica che per ora  resta sì “parlamentare”, ma dove il Parlamento è stato ridotto alla Camera dei Deputati – il vero organo legislativo ed il solo che rappresenti gli elettori – con l’integrazione di un’assemblea di secondo livello, che può decidere di esaminare o meno le leggi approvate dalla Camera. Ma laddove essa decida di discutere ed eventualmente modificarne alcune che ricadano in una casistica particolare (dettagliata all’art. 70 del DdL), non è neanche detto che la Camera debba attenersi a questi atti, visto che può procedere comunque  con la loro definitiva approvazione a maggioranza assoluta. In una Repubblica in cui i Deputati faranno le leggi (votando la fiducia al governo, il bilancio, la ratifica dei trattati internazionali e la dichiarazione di guerra…) il Senato resterebbe poco più d’un organo consultivo e di mera rappresentanza di enti locali e regioni.  Ciò prefigura un parlamento sempre più single, incalzato da un Governo sempre più decisionista e protagonista anche del processo legislativo, attraverso proposte e decreti, che dovrebbero essere discusse in tempi ridotti. Nel caso del Senato, addirittura, essi si riducono a 30 giorni dalla presentazione del testo alla Camera, con un periodo massimo di altri 10 giorni per deliberare eventuali modifiche (nel testo iniziale di parlava esclusivamente di “pareri”…).

Dice: sì, però così le autonomie locali assumono un maggior peso e viene loro rinosciuta una maggior rappresentanza a livello nazionale. Beh, non è così. A prescindere dal fatto che Presidenti delle Regioni e Sindaci dei Comuni Capoluogo saranno impegnati un bel po’ a Roma per le sedute del c.d. “Senato delle Autonomie” (situazione che mi ricorda vagamente il richiamo forzato a Parigi dai propri feudi della nobiltà, voluto da quel grande decentratore del Re Sole…), la mazzata più pesante il piano-Renzi l’ha data infatti proprio alle Regioni ed alla loro effettiva autonomia.

L’articolo 117 della Costituzione Italiana, anche se troppo poco se ne parla in giro, è stata infatti la principale vittima della de-devolution prossima ventura. Il testo ancora in vigore prevedeva che la distribuzione delle competenze tra Stato centrale e Regioni fosse scandita secondo tre livelli: ambiti di esclusiva potestà dello Stato; materie in cui era possibile una competenza di entrambi e, conseguentemente, una “legislazione concorrente”; ed infine questioni di competenza regionale, cioè materie cui la Costituzione non avesse già attribuito la competenza allo Stato.  Nel secondo caso, quello oggettivamente più controverso, la ratio era la seguente: “Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.”. Ebbene, il governo ha ritenuto che anche in questo caso fosse opportuno “semplificare” ed ha quindi decapitato di netto questa seconda possibilità, avocando a sé tutte le competenze fondamentali, con buona pace del decentramento e della sussidiarietà !  Il fatto che i punti dell’art. 117 della nuova “Sostituzione della Repubblica Italiana” in cui si elencano le competenze esclusive dello Stato vadano dalla lettera “a” alla “z” è di per sé già sintomatico. Possiamo quindi ritenerci fortunati che l’alfabeto italiano non comprenda anche le lettere “j”, “k”, “w”, “x” e “y”, altrimenti la potestà statale avrebbe potuto ulteriormente debordare, invadendo perfino territori di ambito strettamente territoriale e locale…

Con l’approvazione del DdL Renzi, quindi, alle Regioni – oltre la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato” (espressione che comunque dice tutto e niente)  resterà assai poco su cui deliberare e legiferare, il che renderà ancora più vuoti ed inutili i loro carrozzoni burocratici e clientelari, ma spazzerà via anche ogni traccia, più che di federalismo, di puro e semplice decentramento.  Uno Stato che si riprende in mano il commercio con l’estero, la sicurezza del lavoro, l’istruzione e la formazione professionale, la ricerca scientifica e tecnologica, la tutela della salute e della protezione civile, i beni culturali e tanti altri ambiti di gestione del territorio è, oggettivamente, un’entità antistorica e mostruosa, generata certamente dal “sonno delle Regioni” ma soprattutto dal delirio di onnipotenza di chi da tempo vagheggia una repubblica presidenziale e per niente federativa.

La reconquista del dominio incontrastato su “produzione, trasporto e distribuzione dell’energia (punto “v” del nuovo testo dell’art. 117) costituisce uno degli ambiti-chiave della “sostituzione repubblicana”, un fondamentale settore strategico che viene sottratto alla dialettica democratica ed alla scelte degli stessi cittadini. Sono anni, peraltro, che i governi cercano di riprendersi le competenze in materia energetica, in modo da poter fornire le opportune garanzie alle potentissime lobbies delle fonti fossili, che hanno finora impedito all’Italia di portare avanti una vera svolta, non solo nel senso di quella che siamo abituati a sentir chiamare green economy, ma soprattutto nella direzione della consapevolezza di quanto l’autonomia energetica sia legata anche al rispetto del territorio e ad uno sviluppo decentrato, rendendo protagoniste e più responsabili le comunità locali. Invece di procedere a grandi passi verso la “civiltà del sole” e la rivoluzione dal basso delle “rinnovabili”, i nostri governanti vogliano inchiodarci a scelte energetiche che non sono solo scellerate sul piano ambientale, ma anche subalterne a logiche tipiche di un modello di sviluppo iniquo e predatorio.  Noi della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità abbiamo sperimentato in prima persona che cosa significa cercare di rompere gli equilibri e gli ordini costituiti per restituire alle regioni ed agli enti locali il potere di decidere in modo davvero autonomo delle loro risorse energetiche. La legge regionale d’iniziativa popolare su “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” – che noi abbiamo promossa e per la quale abbiamo raccolto circa 20.000 firme di cittadini – è infatti l’unico esempio di legislazione regionale in materia energetica che nasca dalla volontà popolare e non da alchimie partitiche consiliari. Non a caso, infatti, una volta approvata all’unanimità dal Consiglio Regionale della Campania, la L.R. n. 1 del 18.02.2013 è stata subito boicottata dalla stessa Giunta Regionale, che ne determinò dopo poco più di un mese la modifica con diversi emendamenti, mentre il Governo cercava di far risultare addirittura anticostituzionale una legislazione regionale in materia.  Ecco perché, se da un lato non ci meraviglia che il potere centrale stia di nuovo cercando di esautorare gli enti locali, privandoli con legge costituzionale di ogni competenza in ambito energetico, dall’altro siamo convinti che bisogna alzare forte la voce contro questo ennesimo colpo alla partecipazione democratica. Come il Marchese del Grillo, il governo si rivolge ancora una volta ai cittadini italiani con la sprezzante frase pronunciata dal bravissimo Alberto Sordi nel film di Monicelli : “Ah, me dispiace. Ma io so’ io, e voi nun siete un c…o!”. Beh, è arrivato il momento di dimostrare a Lorsignori che anche noi…siamo noi e che non ci lasceremo imbavagliare da nessuno! In caso contrario, daremo ragione a chi, per dirla con Pino Daniele, è convinto che anche la Costituzione Italiana “…é ‘na Carta sporca, e nisciuno se ne ‘mporta”….

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOLI ME…TANGERE

zanotelli e armiChi mi conosce sa che da tempo mi batto perché le battaglie ecologiste dei movimenti ambientalisti e quelle contro la guerra e la militarizzazione portate avanti dai movimenti pacifisti trovino finalmente la necessaria saldatura, in un’ottica “ecopacifista”. [1] Una questione  specifica di cui mi sono occupato è stata la denuncia del rischio nucleare connesso alla presenza di natanti a propulsione nucleare in vari porti italiani, fra cui quello di Napoli, rispetto alla quale la mia associazione (V.A.S.-Verdi Ambiente e Società) è stata firmataria di una diffida e poi di una denuncia alla magistratura e all’opinione pubblica, anche attraverso un dossier pubblicato dal sito del Comitato Pace e Disarmo Campania, cui VAS aderisce da anni. [2]  Nello stesso coordinamento pacifista mi sono interessato a lungo anche della militarizzazione del territorio della città di Napoli (da Bagnoli ad Agnano, da Nisida a Capodichino) e dell’ex- Campania Felix [3], oggi costellata di basi ‘alleate’ e statunitensi e sede del Comando della NATO per il Sud-Europa e l’Africa.

Credo che il solo fatto di mettere insieme questi problemi, considerando la loro pesante incidenza sul piano ambientale – in termini d’inquinamento dei terreni, dell’aria, del mare e dell’etere – basti a dimostrare che militarismo e guerra sono del tutto opposti al perseguimento di una prospettiva di sviluppo equo, solidale ed ecologicamente compatibile.  Se consideriamo anche l’impatto sociale, economico e politico della corsa agli armamenti e dei disastri che si porta appresso, in termini di sottrazione di risorse produttive alla società civile e di corruzione della classe politica dirigente, la necessità di una diffusione del messaggio ecopacifista mi pare che risulti ancora più urgente.

“La violenza ha dominato e pervaso la storia umana. C’è motivo di ricordarlo anche in questa rubrica perché ogni conflitto, ogni scontro, ha avuto cause ed effetti ambientali. Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi…” […]  Questo sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti. La pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace.”  [4]

Ebbene, se c’è un “valore monetario della pace” –  come scriveva Giorgio Nebbia –  è difficile non sottolineare quanto possa incidere negativamente il valore monetario della guerra, la cui nefasta influenza è stata denunciata spesso ed a vari livelli, dagli organismi ONU sul disarmo alle prese di posizione d’inascoltati profeti della pace come padre Alex Zanotelli. Lo stesso Magistero della Chiesa Cattolica e delle altre Chiese cristiane si è spesso pronunciato contro la corsa agli armamenti e la sua intrinseca ingiustizia nei confronti dei poveri della Terra, ai quali sottrae risorse di vita per distribuire frutti di morte. Giusto tre mesi fa Papa Francesco ha lanciato un nuovo, inequivocabile, appello contro la corsa agli armamenti e il commercio – legale o meno – di sistemi d’arma:  ”Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là è davvero una guerra o è una guerra commerciale  per vendere queste armi, o è per incrementarne il commercio illegale? […] No al commercio e alla proliferazione delle armi. Preghiamo perché cessi subito la violenza e la devastazione in Siria e si lavori con rinnovato impegno per una giusta soluzione del conflitto fratricida.” [5]  Un anno prima, il precedente pontefice, Benedetto XVI, era stato altrettanto esplicito: “Direi …che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare; invece dell’importazione delle armi che è un peccato grave si dovrebbe importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni da accettare ognuno nella sua alterità…” [6]

L’appello lanciato da padre Zanotelli su “Il Dialogo” [7]  s’intitola non a caso “Manovra e armi: il male oscuro”, in quanto i traffici illeciti legati al commercio delle armi e la diffusa connivenza di politici corrotti con i mercanti di morte sono effettivamente un morbo pestilenziale, che dovrebbe essere sradicato con le inchieste degli organi d’informazione e di quelli giudiziari. Ciò che occorre, però, è soprattutto un’effettiva crescita della consapevolezza dei cittadini ed azioni di obiezione di coscienza contro tali metodi di gestione del denaro pubblico e chi li pratica, contando sull’impunità e la complice copertura dei media. Le 5.000 firme di sottoscrizione all’appello del missionario comboniano che, instancabilmente, promuove da tempo una campagna di controinformazione e di sostegno ai magistrati napoletani che indagano sull’intreccio perverso fra commercio di armamenti e tangenti ai partiti, sono quindi un positivo segnale di crescita della consapevolezza. E’ pur vero che sembra che la maggioranza degli Italiani continui a credere alla favola delle ‘missioni di pace’ ed alla necessità di riarmo del nostro Paese, nonostante il fatto che i pesanti costi di questa politica assurda e criminale siano ormai da anni sotto gli occhi di tutti.

Nel suo documento, p. Alex Zanotelli ricordava alcune forniture sulle quale i sospetti di corruzione dei politici sono risultati più chiari. È il caso dei 566 milioni di euro per 12 elicotteri Agusta Westland; dei 5 miliardi di euro per fregate fornite al governo del Brasile; dei 18 milioni di euro per 6 elicotteri procurati al governo di Panama e di altri venduti all’Indonesia. Si tratta, complessivamente, di affari miliardari sui quali – secondo le ipotesi al vaglio della magistratura napoletana – sarebbero state concordate tangenti agli esponenti di vari partiti per centinaia di milioni di euro.  Si tratterebbe quindi di una sporca “decima”, intascata da gente che dovrebbe governarci e rappresentarci in Parlamento ma sembra non avere scrupoli a lucrare sulla vendita di navi, velivoli ed altri sistemi d’arma, fra l’altro messi spesso a disposizione di regimi violenti e totalitari.  Il ‘pizzo’ su questi micidiali congegni sarebbe pari ad una percentuale oscillante tra il 10 ed il 15% degli importi, ma la differenza rispetto alle tangenti su appalti e forniture cui ci siamo purtroppo già abituati è che il costo di questa corruzione è ancora più grave.  Se un “ritorno” del 10 o più percento su dei lavori pubblici o sugli acquisti della pubblica amministrazione  è indubbiamente non solo un grave reato ma anche una sporca operazione a danno dei cittadini, sta di fatto che il prodotto o la realizzazione finale di un simile appalto saranno comunque da essi utilizzabili, in termini di beni e servizi. Nel caso delle vendite di armi, invece, gli interessi veri della collettività sono colpiti ancor di più duramente, sottraendole risorse che potrebbero essere spese altrimenti, senza offrirle assolutamente nulla in cambio.

Ecco perché come ambientalista, oltre che come pacifista, ho condiviso e sottoscritto l’accorato appello di padre Alex e, come rappresentante dell’associazione V.A.S.  ho anche firmato un documento contro il rifinanziamento delle c.d. ‘missioni all’estero’ . Mi vergogno di essere cittadino di uno Stato che dovrebbe costituzionalmente “ripudiare la guerra”, ma che non si tira mai indietro quando si tratta di allinearsi all’imperialismo bellicista della NATO e degli USA.  I 27 miliardi di euro stanziati nel 2012 per la Difesa sono già una cifra assurda per un Paese in cui l’economia e l’occupazione sono travolti dalla crisi ed i tassi di povertà stanno pericolosamente salendo. Però se a questo aggiungiamo la follia di altri 17 miliardi destinati all’acquisto di 131 cacciabombardieri F35  è evidente che bisogna assolutamente fare qualcosa, non solo come testimonianza di buon senso prima ancora che di voglia di pace e giustizia, ma anche come segnale ad una classe politica che non ci rappresenta e che persevera ‘diabolicamente’ in quello che, citando Benedetto XVI,  in un altro mio articolo ho chiamato  “il peccato delle armi”. [8]

Tanto per fare un esempio, ricordo che ogni anno in Italia, per colpa di migliaia d’incendi,  finiscono in cenere 20.000 ettari di territorio. A prescindere dalle responsabilità di questo assurdo scempio delle nostre risorse, in particolare di quelle boschive, c’è da chiedersi quanti di questi danni si sarebbero potuti evitare grazie all’intervento di aerei ed elicotteri della protezione civile, ormai ridotti a livelli numerici preoccupanti. Ebbene, mentre i Canadair della flotta antincendi della nostra repubblica sono passati da 33 a 14 unità (più 5 in manutenzione a rotazione), a quanto pare il nostro Governo non ha proprio saputo fare a meno di acquistare altri sei micidiali cacciabombardieri, al modico prezzo di 120 milioni di euro ciascuno…..[9]

Un altro caso assurdo è la costruzione del M.U.O.S., un megaimpianto per comunicazioni strategiche via satellite impiantato dal governo USA sul territorio di Niscemi (Caltanissetta). Si tratta di un mostro del Warfare tecnologico, le cui conseguenze per la salute e l’ambiente sono state ampiamente documentate, ma sulla cui installazione le nostre autorità di governo sono apparse ancor più supinamente subalterne del solito. [10]  Ebbene, mentre il nostro territorio è militarmente invaso da stazioni radar, basi e comandi strategici più o meno integrati ed aeroporti che fanno da base a micidiali raid aerei nel bacino del Mediterraneo e nell’area mediorientale, non si riesce invece a rilanciare e tutelare l’agricoltura né ad impedire che la nostra terra sia avvelenata da scarichi tossici, discariche abusive e non, impianti inquinanti ed altre fonti di distruzione dell’ambiente naturale e della sua preziosa biodiversità.

Al suddetto “peccato delle armi” va aggiunto, d’altra parte, quello non meno grave della corruzione e della speculazione , che ne moltiplica gli effetti micidiali non solo per la sicurezza e la pace, con una ricaduta negativa per la nostra economia e per ogni cittadino.  Se teniamo conto che in Italia gli occupati sono 22 milioni e 350 mila [11] potremmo ad esempio calcolare che il recente acquisto di 6 nuovi F35 – al prezzo di 720 milioni di euro –  viene a costare ad ogni singolo lavoratore italiano 33 euro, 3 dei quali probabilmente destinati alle solite tangenti !

E’ arrivato il momento di dire basta e di mobilitarsi perché si faccia luce sul denaro sporco che – secondo l’inchiesta ancora aperta – da anni affluirebbe nelle tasche di singoli corrotti e nelle casse di parecchi partiti, in cambio di commesse miliardarie ai mercanti di morte e della devastazione del territorio. E’ tempo, soprattutto, di far sentire la nostra voce – con forza e determinazione – nei confronti di quelle forze politiche che ci chiedono il voto ad intervalli sempre più ravvicinati. facendo appello alla nostra fiducia, anche se continuano puntualmente a tradirla ed a tradire gli interessi veri della collettività.  Il “male oscuro” dei vergognosi traffici sulle armi deve finire e il farmaco che può curarlo è la diffusione d’una forte coscienza morale e civile, l’unica cosa che nessuna tangente potrà mai comprare.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )


[1] Il mio primo risale al 2002, quando la rivista “Verde Ambiente”, in un numero speciale, pubblicò un mio articolo dal titolo: “Quale ecopacifismo?”. Sono ritornato sulla questione nel 2007 e nel 2011, con due editoriali sul sito VAS nazionale intitolati “Il signornò degli ecopacifisti”  e “Ecopacifismo: visione e missione” . Quest’ultimo è stato poi ripreso anche su da un sito web nonviolento a diffusione internazionale (http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione).

[2] E. Ferraro, A propulsione antinucleare, http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_7655.html

[4] G. Nebbia, Pace e ambiente (set. 2011),  www.vasonlus.it

[11] http://www.istat.it/it/

Incontro pubblico su armi e tangenti, tenuto presso il Municipio di Napoli l'11.12.2013 (Nella foto: p. Alex Zanotelli, Angelica Romano, Ermete Ferraro ed Elena Coccia (vice presidente Consiglio Comunale di Napoli)

Incontro pubblico su armi e tangenti, tenuto presso il Municipio di Napoli l’11.12.2013 (Nella foto: p. Alex Zanotelli, Angelica Romano, Ermete Ferraro ed Elena Coccia (vice presidente Consiglio Comunale di Napoli)

La BiodiverCittà di Barcellona

pla del vert barcelonaIl precedente articolo che ho dedicato ai programmi dell’ICLEI sulla promozione della biodiversità urbana (vedi: progetto BiodiverCity) mi ha spinto ad approfondire l’argomento con una ricerca nel Web su questo tema. La prima grande città che ho ‘visitato’ virtualmente è stata Barcellona, la capitale di quella Catalogna che appare una delle regioni più vitali e innovative della nostra Europa.

Navigando sul sito istituzionale dell’Ajuntament de Barcelona (www.bcn.cat ),  la mia attenzione si è quindi focalizzata sulla sezione  “Medi Ambient”, cioè le pagine dedicate alle questioni ambientali che la città considera prioritarie, fra cui la politica energetica e quella del verde pubblico e della tutela della biodiversità urbana.  Tralasciando la prima – cui dedicherò in seguito uno specifico approfondimento – vorrei ora soffermarmi sulle scelte che l’amministrazione di Barcellona ha fatto verso una pianificazione urbana che non solo non trascuri i valori ambientali (e la biodiversità in particolare), ma sappia considerarli come un punto fondamentale per qualificare la vivibilità dei cittadini e per cominciare a raddrizzare il malsano rapporto fra città e risorse naturali, tipico della nostra civiltà.

Le informazioni che riporto di seguito sono tratte dal “Pla del Verd i de la Biodiversitat de Barcelona”, la cui sintesi (il “resum” in catalano) ho cercato di ridurre ulteriormente, traducendola in italiano.

Definizione

La Biodiversità è definita come la variabilità degli organismi viventi in tutti gli ecosistemi  terrestri, marini ed acquatici, come anche i complessi ecologici di cui essi fanno parte. Essa comprende la diversità all’interno di ogni specie, fra specie e degli ecosistemi.  

Biodiversità: un valore globale

La biodiversità è importante per molti motivi, di natura ambientale, economica, culturale emozionale ed etica. Essa offre un insieme di utili servizi e funzioni , che comprendono la fornitura di cibo, combustibile, suolo fertile, aria pulita, acqua fresca e materie prime. Essa contribuisce anche al benessere fisico ed emozionale degli esseri umani e costituisce parte del patrimonio naturale e culturale di ciascun territorio. Ecco perché l’umanità ha il dovere morale di preservare i suoi beni e benefici, affinché possano goderne la generazione attuale e quelle future.

Una biodiversità urbana è parte del patrimonio naturale globale

La perdita di specie viventi in uno specifico territorio è un danno che depaupera la diversità biologica dell’intero Pianeta. La flora e la fauna indigene di ogni località, pertanto, costituiscono un unico patrimonio, che deve essere valorizzato e protetto, così come gli habitat e gli ambienti occupati dalle varie specie.

Politiche ambientali

Agenda 21 è stata la guida per progredire nelle politiche a favore della biodiversità, con particolare riferimento all’obiettivo 1 dell’Impegno delle Città per la Sostenibilità (2002-2012): “Proteggere gli spazi aperti e la biodiversità ed espandere le aree verdi urbane” , che comprende due linee d’azione. In questo modo, la biodiversità diventa una parte dell’agenda politica municipale.

Barcellona è stata attivamente coinvolta:

ü      Partecipando alla rete internazionale delle città del programma “Azione Locale per la Biodiversità” (ICLEI) e nella Rete dei Governi Locali + Biodiversità 2010

ü      Ospitando a Barcellona la Conferenza 2008 dello IUCN

ü      Firmando l’Impegno del Sindaco per il “2010 IUCN Countdown”

ü      L’Anno Internazionale della Biodiversità: sono state portate avanti iniziative come l’abbozzo del ‘Piano della Biodiversità’Il Piano per la Biodiversità è il documento strategico che sottolinea le sfide strategiche dell’amministrazione comunale, gli obiettivi e gli impegni relativamente alla conservazione della diversità biologica ed agli habitat a livello cittadino e planetario, ed in relazione alla conoscenza che ne hanno le persone, a come ne fruiscono ed a come se ne prendono cura.  Il Piano è un impegno per il PAM 2008-2011. “Noi saremo la forza trainante dietro il Master Plan per la Biodiversità Urbana, promovendo una strategia urbana basata sulla conoscenza, la diffusione e la gestione della flora e della fauna cittadine.”  Esso stabilisce un approccio lungimirante per la città: una città dove la biodiversità è preservata, arricchita ed apprezzata come parte del patrimonio naturale della Terra, e come un beneficio per l’attuale generazione e quelle future.

ü      Dichiarazione per la riunione del Consiglio Plenario, in occasione dell’Anno Internazionale della Biodiversità.

CARATTERISTICHE E VALORI

Caratteristiche ecologiche

ü      Naturalità     ü      Biodiversità      ü      Complessità    ü      Connettività

Valori socio-culturali

ü      Salute           ü      Bellezza             ü      Cultura         ü      Benessere                    ü      Relazione           ü      Paesaggio

ATTRIBUTI

Qualità dell’habitat

ü      Superficie    ü      Qualità del suolo     ü      Diversità topografica

ü      Permeabilità    ü      Presenza d’acqua

Qualità biologica

ü      Ricchezza di specie    ü      Ricchezza di habitat  ü      Indice autoctoni/alloctoni

ü      Densità   ü      Stratificazione  ü      Salute della vegetazione e della fauna

ü      Rappresentatività     ü      Singolarità

Qualità ambientale

ü      Comfort acustico   ü      Comfort climatico     ü      Qualità dell’aria

Qualità sensoriale

ü      Qualità olfattiva    ü         “  sonora     ü         “  cromatica     ü         “  visiva

ü      Variabilità stagionale e temporale

Capacità di accoglienza

ü      Vicinanza     ü      Accessibilità      ü      Riduzione della mobilità

ü      Diversità d’uso    ü      Capacità di socializzazione

Interesse culturale

ü      Identità     ü      Interesse storico      ü      Interesse artistico

ü      Interesse educativo

FUNZIONI DELLA BIODIVERSITA’

ü      Garantisce la presenza della natura in città   ü      Preserva il patrimonio naturale   ü      Conserva i suoli    ü      Produce materia organica ed alimenti      ü      Riduce l’inquinamento atmosferico  ü      Cattura e immagazzina carbonio ü      Attenua l’inquinamento acustico   ü      Regola il corso dell’acqua                   ü      Apporta umidità     ü      Mitiga le temperature     ü      Favorisce il contatto e l’interazione con la natura    ü      Favorisce la climatizzazione    ü      Migliora l’abitabilità urbana  ü      Genera benessere fisico e psichico   ü      Crea ambienti vitali e sensoriali   ü      Crea ambienti per le relazioni sociali    ü      Agevola il tempo libero, la ricreazione e l’attività fisica     ü      Fornisce opportunità per l’attività culturale, l’educazione e la ricerca   ü      Crea paesaggio    ü      Genera attrazione turistica   ü      Genera plusvalore   ü      Genera attività economica

OBIETTIVI DEL PIANO DEL VERDE E DELLA BIODIVERSITA’

ü      Conservare e migliorare il patrimonio naturale della città, evitando la perdita di specie e di habitat

ü      Ottenere la massima dotazione di verde urbano e la sua connettività

ü      Ottenere i massimi servizi ambientali e sociali relativi al verde ed alla biodiversità

ü      Avanzare nel valore che la società assegna al verde ed alla biodiversità

ü      Rendere la città più resiliente di fronte  alle nuove sfide, come il cambiamento climatico.

Il Piano del Verde e della Biodiversità pianifica la Barcellona del 2050 come una città in cui natura e abitato urbano interagiscono e si potenziano, usando come mezzo la connettività del verde. In altri termini, una città in cui l’infrastruttura ecologica urbana sarà connessa col territorio periferico ed apporterà più servizi ambientali e sociali. Una città in cui si apprezzerà la biodiversità come il patrimonio collettivo che è in effetti e, in definitiva, dove si sfrutteranno tutte le opportunità per adattarvi la natura e per favorire il contatto delle persone con gli elementi naturali, nella convinzione che una città più verde è una città più salubre.  Questo Piano, dunque, non solo stabilisce delle linee strategiche per sviluppare il patrimonio verde come un sistema integrale, ma propone anche un modello di città nel quale il verde s’incorpora come una struttura ecologica fondamentale. Ciò si concretizza in due concetti-chiave: la connettività del verde e la rinaturalizzazione della città.  

Leggendo questa versione ridottissima del Piano di Barcellona viene spontaneo chiedersi come mai, anche in questo campo, noi italiani (e noi napoletani in particolare) restiamo ancora così indietro rispetto a concetti di larga circolazione, come quelli di pianificazione urbana eco-sostenibile e di biodiversità cittadina. Intendiamoci, qualcosa si sta muovendo anche dalle nostre parti, ma si tratta di progressi molto limitati e, spesso, in contraddizione con scelte strategiche di sviluppo che continuano a considerare il “verde” come un mero abbellimento estetico delle città, se non addirittura un impaccio alla loro ‘modernizzazione’.

Se invece – come ha fatto l’amministrazione di Barcellona- si considera la biodiversità un “valore globale” – ispirato alla volontà di tutelare gli ambienti naturali dall’invasiva presenza della realtà antropizzata,  ma anche di assicurare a chi vive in città una migliore qualità della vita – l’artificioso e pernicioso conflitto uomo-natura potrebbe almeno attenuarsi in una visione, appunto, più ‘globale’ ed armonica degli esseri umani con l’ambiente di cui in effetti sono parte.

Pure sul rapporto fra città, periferie e campagna, come su quello tra pianificazione urbana e visione planetaria, il Plà di Barcellona mostra di voler invertire la rotta, anche se non mancano elementi che riconducono fatalmente alla solita visione antropocentrica delle questioni ecologiche.

Ispirarsi a criteri di “responsabilità ambientale” in chiave etica, infatti, è l’approccio più comune e va incoraggiato per quanto può comunque apportare alla causa della conservazione della biodiversità. Pur se lodevole, non basta l’appello al “dovere morale di preservare i beni e benefici [della biodiversità], affinché possano goderne la generazione attuale e quelle future”, se non si prende coscienza anche dell’imperativo morale che dovrebbe indurci a “salvaguardare” quella natura (che, in termini religiosi, potremmo chiamare “il Creato”) come qualcosa che ha un enorme valore in sé, non solo quindi in funzione della sopravvivenza della specie umana.

Le caratteristiche ed i valori della biodiversità, elencati sopra, sono la dimostrazione che non si tratta solo di aspetti relativi all’ecuméne (cioè alla parte della nostra Terra conosciuta, esplorata ed abitata da noi uomini), ma anche di quelli che riguardano l’insieme della biosfera ed i suoi delicati equilibri ecologici.

Certo, sarebbe strano che una pianificazione urbana non si soffermasse in primo luogo sui valori ambientali più consoni ad una migliore vivibilità da parte degli esseri umani (bellezza, relazione, qualità abitativa, comfort, salute etc.). Ritengo però apprezzabile che:

  • ·         nel redazione del Piano barcellonese si è tenuto conto anche di fattori prettamente naturalistici, come la ricchezza di habitat, l’identità ecologica d’un territorio e della sua flora e fauna, la regolazione del ciclo dell’acqua e la conservazione delle caratteristiche dei suoli;
  • ·         c’è una caratterizzazione del territorio come “patrimonio collettivo” (noi parleremmo di “bene comune”…), la cui preservazione e valorizzazione non è soltanto un modo per rendere più “salubri” e verdi le nostre città, ma anche per invertire la tendenza alla “snaturalizzazione” degli ambienti urbani, riconciliando l’uomo con la sua “struttura ecologica fondamentale;
  • si collega l’azione territoriale, locale, per difendere la biodiversità ad una dimensione più globale, ribadendo che: “La perdita di specie viventi in uno specifico territorio è un danno che depaupera la diversità biologica dell’intero Pianeta“;
  • ·         s’impegna il governo cittadino a basare la propria azione su due pilastri fondamentali: la connettività delle aree verdi urbane (ossia il collegamento di queste ‘cinture’ in una rete ecologica effettiva) e la rinaturalizzazione delle aree urbanizzate, escludendo non solo ulteriori cementificazioni del territorio ma progettando un vero recupero ambientale delle aree disponibili.

Ebbene, questo della BiodiverCittà di Barcellona è un primo esempio di pratiche virtuose da seguire. Nei prossimi articoli cercherò di esplorare la situazione di altre grandi città europee e d’oltreoceano, nella convinzione che valorizzare la biodiversità è possibile solo se – come è scritto nel Plà – ci si basa sulla “conoscenza che ne hanno le persone e sul modo in cui ne fruiscono e come se ne prendono cura”. Ecco perché non bisogna mai trascurare l’importanza di un approccio educativo-culturale a questa problematica.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )


 

BIODIVER…CITTA’: un approccio ecosociale

biodiversita'Molto spesso la lingua inglese , con la sua natura sintetica e la tendenza ad usare acronimi, riesce ad essere particolarmente efficace sul piano comunicativo. E’ il caso della sigla LAB che, oltre a richiamare il vocabolo che indica in modo abbreviato le attività di ‘laboratorio’, è anche l’acronimo di “Local Action for Biodiversity”, ossia “Azione Locale per la Biodiversità”.

Si tratta di un’espressione che nella nostra lingua suona decisamente nuova, dal momento che – oltre a sentir parlare molto poco di biodiversità – noi italiani siamo purtroppo abituati a considerare simili  questioni ambientali come un oggetto riservato agli studiosi, ai ricercatori, non certamente alla gente comune.  Ecco perché unire il concetto di “biodiversità” col sostantivo “azione” e con l’attributo “locale” potrebbe ancora apparire strano a chi – nonostante in Italia ci sia da quasi 30 anni un movimento ‘verde’ ed un diffuso associazionismo ambientalista – non riesce ancora a coniugare il pensiero ecologista con un reale ed effettivo coinvolgimento delle persone che non siano ‘addette ai lavori’ o politici di professione.

La citata sigla LAB, è il caso di precisare, è una di quelle usate da una realtà organizzativa che in Italia non ha un preciso corrispettivo, ossia un’autorevole rete associativa internazionale di città ed governi locali che persegue uno sviluppo ecologicamente sostenibile, denominata ICLEI. (www.iclei.org ). Il fatto che i suoi aderenti siano degli amministratori locali ed i suoi animatori degli scienziati, d’altra parte, non significa affatto che essi dialoghino tra loro in politichese o in gergo accademico – come potrebbe facilmente succedere dalle parti nostre… – ma, al contrario, comporta un notevole sforzo comunicativo per coinvolgere la gente, i cittadini, a comprendere l’importanza della biodiversità non come astratto concetto ecologico, bensì come valore fondamentale per la vita umana e per la salvaguardia del Pianeta.

Aggiungo che all’ICLEI non si tratta della biodiversità nella consueta chiave protezionista e conservazionista di chi continua e contrapporre romanticamente la “natura” alla “civiltà” urbana e tecnologica, ma si sfida concretamente quest’ultima a cambiare rotta ed a farsi carico della tutela dei valori ambientali e della diversità biologica. Ritengo quindi che valga la pena approfondirne la strategia, proprio perché sono convinto che a noi italiani farebbe bene un approccio più pratico ed immediato a tale questione, per evitare che essa – nella persistente contrapposizione fra ‘apocalittici’ e ‘integrati’ di cui parlava Umberto Eco mezzo secolo fa – continui a figurare agli ultimi posti delle agende non solo dei politici, ma anche degli educatori e di chi ‘fa opinione’.

Basta visitare il sito web dell’ICLEI per rendersi conto di quanto siamo rimasti indietro e di quanto terreno dovremmo recuperare sul piano del coinvolgimento diretto dei cittadini nelle battaglie per la difesa della biodiversità dall’attacco di uno sviluppo distorto e predatorio, oltre che iniquo e causa di crescenti conflitti. Mentre da noi si continua a discuterne sulle riviste specializzate ed a discettarne in pomposi convegni autoreferenziali, in altre realtà europee e di altri continenti, a partire dall’Africa, la biodiversità minacciata ed i suoi valori sono diventati tema di progetti che investono direttamente le comunità locali. Alcuni di quelli compresi nell’azione dell’ICLEI, infatti, parlano di città “sostenibili” e “resilienti”, mentre l’unica espressione (peraltro un po’ equivoca) che ha trovato spazio tra i nostri amministratori locali è quella di “Smart Cities”.  Il fatto è che non ci bastano città più “intelligenti” (nel senso di governate con un po’ più di razionalità, con meno sprechi e dotate di infrastrutture più efficienti), ma piuttosto ci vogliono città che, pur preoccupandosi anche di una mobilità eco-sostenibile e di una riduzione dei consumi energetici e dei rifiuti urbani,  sappiano invertire l’assurda tendenza a considerarsi estranee alle leggi della biologia ed ai suoi delicati equilibri.

Bisogna smetterla con una visione antropocentrica dell’ambientalismo,  che continua ad alimentare l’equivoco – insito peraltro nel termine stesso – secondo il quale l’ambiente è ciò che ci circonda (‘amfì’ è una preposizione greca che significa ‘intorno’, ‘da una parte e dall’altra’, proprio come il francese ‘environ’ ). Esso, infatti, non è una realtà estranea che ci sta attorno, ma qualcosa di cui noi stessi facciamo parte e da cui dipendiamo strettamente.  Parlare di biodiversità prima di aver superato questo equivoco – purtroppo alimentato per secoli da una visione filosofico-religiosa antropocentrista – rischia di restare un appello moralistico ed astratto, proprio in una fase storica dominata da un pensiero edonistico ed individualistico, nel  quale il concetto di ‘responsabilità’ sta pericolosamente uscendo fuori corso.

Al contrario, impostare la salvaguardia della biodiversità come una azione locale per la sostenibilità ambientale è un approccio sicuramente più coinvolgente, che investe anche chi vive in città in una battaglia comune contro in concetto errato di ‘civiltà’, che comporta non solo la perdita della diversità biologica, ma anche di quella culturale.

Certo, anche da noi si è parlato di “Agenda 21” e di altri progetti finalizzati a rendere i cittadini più attenti e responsabili rispetto alle scelte dei loro amministratori ed a farli diventare protagonisti di una pianificazione più democratica ed ecologicamente coerente.  Sta di fatto, però, che molte di questa azioni formative sono state episodiche, scarsamente coinvolgenti e – lasciatemelo dire – spesso solo di facciata, come un fiore all’occhiello di una giacca sporca e sdrucita.

Ecco perché mi sembra opportuno ripartire, sul modello dell’ICLEI, mettendo in rete gli enti locali, le organizzazioni non governative internazionali, le associazioni ambientaliste e singoli comitati locali di cittadini.  Per fare questo, però, occorrono strategie comunicative più efficaci ed azioni formative più diffuse e coordinate, facendo scendere la discussione sulla biodiversità dall’empireo dei convegni scientifici. Essa infatti dovrebbe animare anche i dibattiti quotidiani della gente comune, che forse non sa quante specie di farfalle sono sparite, ma si accorge che sono scomparsi alcune varietà locali di frutta o che i pomidoro sembrano ormai fabbricati in serie…

Uno dei progetti più originali e stimolanti dell’ICLEI, a mio avviso, si chiama “BiodiverCity” (provo a tradurlo con BiodiverCittà”), che potrebbe essere un modello d’azione anche per realtà come la mia Associazione, denominata  “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” , che ha tra le sue finalità proprio la crescita della consapevolezza dei cittadini nei confronti di un modello alternativo di sviluppo e di città, in cui le risorse naturali ed il territorio stesso siano al centro di una pianificazione energetica e produttiva attenta ai bisogni umani ma anche agli equilibri ecologici. 

E’ per questo motivo che, da più di due anni, oltre ad aver proposto e fatto approvare alla Regione Campania una legge popolare che mettesse al centro il solare e le rinnovabili nella prospettiva di una vera “Civiltà del Sole”, stiamo tuttora operando affinché questa non sia una crociata da ambientalisti per gli ambientalisti, ma investa la comunità locale e la sensibilizzi a questa problematica.  La conoscenza e valorizzazione della biodiversità come valore non negoziabile, infatti, non può che andare di pari passo con una diffusione di un modello energetico che sappia usare il sole e le altre fonti energetiche rinnovabili come il motore di uno sviluppo democratico, equo ed autocentrato , opposto a quello centralizzato dei potentati economici e dei monopoli commerciali che hanno finora controllato la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e delle altre forme collaterali.

Basta curiosare nel sito dell’ICLEI per imbattersi in alcuni strumenti operativi molto importanti ed efficaci, come quell’ “indice di biodiversità urbana”  che potrebbe essere da subito sperimentato in una grande e problematica città come Napoli, nella quale noi operiamo  e con la cui amministrazione comunale è in atto un dialogo che sembra dare i primi frutti. (http://archive.iclei.org/fileadmin/template/project_templates/localactionbiodiversity/user_upload/LAB_Files/Resources_webpage/CBI_webinar.pdf

Si tratta di tener conto di una ventina d’indicatori socio-ambientali, per monitorare lo stato di biodiversità urbana di una città e per impostare un progetto che possa invertire la tendenza alla sua scomparsa, promuovendo azioni di recupero e valorizzazione delle preziose risorse ambientali di cui, quasi sempre, i cittadini non sono neppure consapevoli.  Ci sono ovviamente alcuni parametri strettamente scientifici da considerare, come il rapporto tra le residue aree naturali ed il totale della superficie urbana, oppure il censimento delle specie di uccelli ancora presenti, o anche della presenza di specie arboree aliene di tipo invasivo. Sono però presenti però anche altri importanti parametri di valutazione di tipo socio-culturale, fra cui la presenza in città di servizi ricreativi ed educativi, il finanziamento di progetti formativi specifici e, non ultima, la capacità dell’amministrazione di promuovere un’effettiva partecipazione e cooperazione da parte dei propri cittadini.

Anche per noi della “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” questi strumenti operativi potrebbero essere fondamentali per un’azione congiunta con le amministrazioni locali della nostra regione, in primis del comune di Napoli. Ma l’indispensabile dialogo con le istituzioni territoriali e centrali, con le realtà accademiche e della ricerca e con le altre organizzazioni nazionali ed internazionali non può far passare in secondo piano quella che, secondo me, è l’azione fondamentale per un’associazione come la nostra.  All’ICLEI, forti della loro esperienza operativa e della sintesi della lingua inglese, l’hanno chiamata con la sigla CEPA, che contraddistingue una delle sue Commissioni. Si tratta dell’acronimo delle parole “Communication, Education and Public Awareness “, traducibili con “Comunicazione, Formazione e Sensibilizzazione Pubblica”.  Come spiega la sezione del sito web dell’ICLEI dedicata a questo aspetto dell’azione locale per la biodiversità: http://www.iclei.org/en/search/details.html?tx_ttnews[tt_news]=3161 =

“Il progetto CEPA si concentra sul rafforzamento dei legami tra biodiversità e comunicazione, formazione e sensibilizzazione pubblica a livello locale. Il CEPA gioca un ruolo importante nel perseguire la cooperazione e la collaborazione sia degli individui sia delle organizzazioni, per operare nel senso della riduzione della perdita di biodiversità. Non basta parlare alla gente della biodiversità e delle minacce che essa deve affrontare per portarsi verso un cambiamento positivo. I cambiamenti richiesti non riguardano una scelta individuale razionale, ma richiedono anche quelli nel campo della biodiversità, a cominciare da un modo differente di pensare nell’ambito della comunicazione, della formazione e della sensibilizzazione pubblica.”

Anche in questo caso è stato previsto un apposito “evaluation toolkit”, ossia uno strumento pratico di valutazione della consapevolezza della gente in tale ambito. Purtroppo nel nuovo sito dell’ICLEI non si trova più tale riferimento, ma sono certo che anche noi potremmo facilmente elaborarne uno, per verificare nelle nostre città – a partire dalle scuole – quanto la biodiversità sia un concetto realmente assimilato oppure resti un’idea un po’ astratta, che coinvolge poco le nostre scelte quotidiane come persone che lavorano, consumano e si spostano sul territorio.

Noi della RCCSB siamo quindi intenzionati a farne uno dei punti centrali della nostra azione, convinti come siamo che non esistono veri cambiamenti, se essi restano imposti solo per legge e non attraversano anche la coscienza della collettività, interpellando il senso di responsabilità ecologica dei singoli e delle comunità.

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

“DELITTO AL CENTRO DIREZIONALE” – un racconto politiziesco

MV5BMjE0NTU5NTgyNF5BMl5BanBnXkFtZTcwMDQ1ODAzMQ@@__V1_SY317_CR6,0,214,317_Presentazione hitchcockiana

<<Buonasera. La singolare storia che sto per raccontarvi potrebbe intitolarsi “Assassino!” , come un mio film del 1930,  ma si potrebbero anche utilizzare altri titoli delle pellicole che ho girato, ad esempio:”Sabotaggio” (1936), “Sospetto” (1941), “L’ombra del dubbio” (1946), “Il sipario strappato” (1966)  o, perché no?, “Complotto di famiglia” (1976).  L’unica differenza – ma non ritengo che sia un particolare essenziale – è che non si tratta di normali omicidi maturati in ambito familiare oppure di intrighi di tipo spionistico, bensì di una sconcertante vicenda a sfondo legislativo. Ebbene sì: mi riferisco proprio a quelle questioni che normalmente vengono definite “politiche”, sebbene spesso nascondano inquietanti risvolti che hanno a che fare con l’amministrazione della “cosa pubblica” molto meno di quanto ne abbiano con quella che viene denominata “cosa nostra”….Buona visione! >>

Probabilmente sarebbero state queste le parole con le quali il grande Alfred Hitchcock avrebbe presentato, col suo imperturbabile humour, un ipotetico telefilm della sua fortunata serie, incentrato sull’incredibile vicenda della legge regionale n.1 del 2013 su “Cultura e diffusione del solare in Campania”. Una storia, dal titolo “Assassinio al centro direzionale”, che effettivamente possiede gli ingredienti fondamentali di una “mistery story”, compresa quella “suspense” che – dopo quasi due anni di costruzione di un percorso legislativo ‘dal basso’ – ha davvero tenuto sulla corda i promotori della proposta di legge, di fronte all’evento imprevedibile che ha messo in discussione l’obiettivo apparentemente già conseguito della sua approvazione. Essendo uno dei personaggi coinvolti in esso, ovviamente non ho il distacco necessario per farne un vero racconto “giallo”. Mi sforzerò comunque di narrarne gli sviluppi con la debita freddezza e, a tale scopo, cercherò di attenermi alle classiche regole del genere poliziesco, codificate nel 1928 da S.S. Van Dine, così sintetizzabili:

1.      Sono essenziali un detective, un colpevole ed una vittima. In questo caso “la vittima” è un’innocente legge d’iniziativa popolare, soppressa dopo meno di due mesi dalla sua nascita. I colpevoli sono quei consiglieri ed amministratori regionali che hanno fatto di tutto per farla fuori. I detective, in un mondo diverso, dovrebbero essere gli operatori dell’informazione, ai quali certamente non poteva sfuggire l’assurdità del caso in questione. Ma, in mancanza di meglio, dovrete accontentarvi delle indagini condotte dagli stessi promotori della legge…

2.      Il colpevole non dovrebbe essere un professionista del crimine, ma una persona che gode di un certo prestigio sociale. Nella fattispecie, colpevole è un certo genere di politici che, proprio per il prestigio sociale di cui godono, sono convinti di poter ricorrere impunemente ad ogni mezzo, pur di ottenere il loro scopo, peraltro nemmeno tanto segreto…

3.      Il colpevole è uno dei personaggi principali. In effetti protagonisti dell’approvazione delle leggi dovrebbero essere proprio quelli che sono stati votati per discuterle e poi pronunciarsi apertamente su di esse, nelle sedi deliberative opportune. In questo caso, però, i protagonisti sono stati dei semplici cittadini di buona volontà, mentre ad accoltellare alle spalle la legge in questione sono stati gli stessi ‘legislatori’ che poche settimane prima l’avevano ipocritamente approvata all’unanimità…

4.      La tematica amorosa è esclusa. Lasciando perdere ogni genere di “love affair” – che in questo caso non c’entra affatto –  possiamo anche escludere che i responsabili di questa vicenda siano stati mossi da qualsiasi altra forma di “passione”. Sicuramente non quella per l’ambiente o per la comunità e tanto meno quella per la trasparenza e la legalità. L’unico genere di “amore” che traspare, semmai, è quello per il denaro e per il potere, moventi abituali di tanti delitti.

5.      I fatti devono essere comprensibili secondo una spiegazione razionale. A dire il vero di “razionale” nella storia di cui sopra c’è ben poco. Ovviamente i fatti possono anche essere spiegati secondo la logica contorta della politica, ma si tratta di un campo in cui la razionalità cartesiana non sembra aver mai avuto un grande peso…

6.      I  temi fantastici e digressioni a carattere psicologico sono bandite. Anche in questo caso, parlare di fantasia o di psicologia appare decisamente fuori luogo. Chi ha soppresso nella culla la legge sul solare in Campania non ha evidentemente nessuna capacità di fantasticare, immaginando un mondo meno inquinato e non più sottoposto all’assurdo ricatto dell’approvvigionamento di combustibili fossili che, oltre ad essere esauribili e costosi, devono essere importati da migliaia di chilometri di distanza. Di delicati tratti psicologici, poi, neanche a parlarne. Casomai da storie come queste affiora la psicopatologia di chi crede di poter disporre dei destini di milioni di persone, grazie al potere di cui ancora dispone…

7.      Le informazioni sono fornite tenendo conto dell’omologia: l’autore sta al lettore come il colpevole al detectiveAnche in questo caso, infine, il lettore di questa storia ne sa molto di meno di chi la sta narrando. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe spingerlo a seguire con attenzione il narratore, cercando di anticiparne le rivelazioni. Trattandosi di vicende che hanno per protagonisti degli amministratori pubblici della Campania, d’altra parte,  il suo compito è reso ancora più semplice dalla sconcertante prevedibilità di questi ultimi.

Fatta questa lunga premessa, lasciate che cominci a raccontarvi come sono andate le cose, così come ho cercato di fare con una presentazione audiovisiva di cui mi sono recentemente avvalso.

hitch4 “Giovane e innocente” (1937)  ovvero: come è nata una legge popolare

Nel 2009 viene alla luce a Napoli il C2N2 (Coordinamento Campano per il No al Nucleare),   che raggruppa singoli attivisti ma anche organizzazioni ambientaliste, consumereste, pacifiste e latamente politiche. Il loro scopo è smascherare quello che chiamano “l’imbroglio nucleare”, contrapponendo un proprio “decalogo”, nel quale si ribadisce la pericolosità dell’uso sia civile sia militare dell’energia atomica, ma anche dei rischi per la sicurezza e l’ambiente e l’incidenza dei costi non solo sociali, ma anche economici. La partecipazione alla mobilitazione referendaria – a fianco di chi si batte per l’acqua bene comune – è l’occasione per raccogliere, nei banchetti nelle strade e nelle piazze, anche le firme per una proposta di legge del tutto alternativa. Si tratta di una proposta di legge d’iniziativa popolare, per la cui presentazione lo Statuto della Campania prevede 10.000 sottoscrittori, le cui firme devono essere debitamente convalidate. Il testo, preceduto dalla relazione del suo primo firmatario Antonio D’Acunto, consta di 18 articoli, che vengono condivisi con comunicati e trasmissioni radio-tv e discussi dal Comitato coi partecipanti a varie assemblee pubbliche. La proposta – finalizzata alla “cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” – riscuote un grande successo e, pur senza grande organizzazione e in modo del tutto volontario, riesce a raccogliere molte più firme del necessario. In 50 comuni della Regione, infatti, i sottoscrittori sono quasi 20.000, di cui circa 14.000 sono firmatari autenticati a norma di legge. Si tratta di un risultato eccezionale, che per la prima volta consente un processo legislativo “dal basso”, capovolgendo le abituali regole di una politica istituzionale non solo verticistica, ma spesso inconcludente ed incapace di varare perfino le proprie determinazioni “dall’alto”.  Questa proposta di legge “young and innocent” (per citare ancora il grande Hitch) propone una radicale opzione della Campania in favore delle energie pulite, rinnovabili e decentrate – come il solare e le altre assimilabili – ma soprattutto pone un problema di regole da rispettare, nel rispetto dell’ambiente, della biodiversità, ma anche della democrazia e della trasparenza amministrativa. Si tratta, però, di cose a cui molti politici campani sono fortemente allergici e questo basta ad innescare un drammatico processo di reazione. Come si permettono dei semplici cittadini di scavalcare i legislatori ufficiali? E, soprattutto, cosa diavolo si aspettano di ottenere quei quattro provocatori visto che, fra l’altro, non cercano d’ingraziarsi nessuna forza politica in particolare, ma pretenderebbero di portare in aula la loro vaneggiante proposta energetica?

A questo punto i titoli hitchcockiani che mi vengono a mente potrebbero essere “L’uomo che sapeva troppo” (1934 e 1956), ma anche “Il sospetto” (1941). Delle vecchie volpi della politica come loro sanno bene come reagire; eppure in quest’insolito caso pare ci sia qualcosa che li lascia un po’ sconcertati e perplessi. Sembrerebbe insinuarsi in qualcuno di loro quella che potremmo chiamare “L’ombra del dubbio” (1943): e se questa storia non dovesse fermarsi qui?

hitch3  “Il sipario strappato” (1966) ovvero: come è cresciuta una legge popolare 

Quando dei “dilettanti” mettono il naso in ciò che non dovrebbe riguardarli – come nel caso di spettatori che irrompano improvvisamente sul palcoscenico d’un teatro – c’è il rischio che scoprano cose che sarebbe meglio tenere nascoste. Ad esempio, che la Regione Campania riesce a spendere solo il 2% dei fondi europei utilizzabili per ambiente ed energia, oppure che una specie di piano energetico regionale ci sarebbe pure, ma la Giunta in carica non ha nessuna intenzione di farlo discutere e tanto meno approvare dal Consiglio Regionale. E’ proprio da questo simbolico “sipario strappato” che sbuca allora quella che, citando Al Gore, potremmo chiamare la “sconveniente verità” di amministrazioni che, fallita l’opzione nuclearista, puntano ora su assurde trivellazioni petrolifere in aree protette o ecologicamente molto delicate. Oppure che preferiscono elargire finanziamenti a pioggia a progetti che, pur occupandosi apparentemente di energia rinnovabili – come il solare o l’eolico – mirano ad intenti speculativi e ad investimenti di dubbia trasparenza…

Il Comitato Promotore della legge popolare, forte del successo conseguito, continua infatti a pubblicizzarne la carica alternativa ed a cercare nuovi compagni di strada, che si aggiungono alle adesioni individuali di personalità come il neo-Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. Gli attivisti del Comitato sanno bene che l’iter delle leggi regionali ha templi biblici, ma sanno anche che lo Statuto della Campania prevede tempi certi per la discussioni in aula delle proposte d’iniziativa popolare. Appare chiaro, a questo punto, che essi “know too much”, cioè sanno decisamente troppo per potersene sbarazzare facilmente. D’altra parte – una volta consegnate ufficialmente il 1° luglio 2011 le firme raccolte dal Comitato –  è troppo tardi per nascondere la gestazione indesiderata di questa proposta di legge. Ecco perché l’iter di cui sopra non può essere più arrestato, ma solo rallentato al massimo. Dopo appena due settimane c’è l’audizione del Comitato e la rapida ed unanime approvazione del testo da parte della I Commissione consiliare, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità ed ammissibilità della legge popolare. Da allora, però, la Regione lascia trascorrere ben 10 mesi prima che il testo, ormai licenziato nel metodo, sia finalmente discusso anche nel merito. Nel maggio del 2012, infatti, tocca alla VII Commissione, che si occupa di ambiente ed energia, dibattere sulle proposte del Comitato, sottoscritte da migliaia di cittadini campani.  Ritardo a parte, però, nessun consigliere sembra trovare nulla di opinabile o d’impossibile in quell’ipotesi normativa per cui, pur con un certo imbarazzo, anche questa commissione approva all’unanimità. Le due date sembrano addirittura assumere un colorito simbolico: il 14 luglio (anniversario della ‘presa della Bastiglia’) è stato espugnato il fortino della legittimità ed ora, il 24 maggio, ogni opposizione sulla sostanza della proposta sembra essere stata bloccata “sulla linea del Piave”…  Intanto cresce il consenso intorno alla legge popolare ed alla cultura che l’ispira. Il Comitato – con un’assemblea pubblica e con un autorevole Convegno sul tema all’Università  di Napoli “Parthenope”, alle quali interviene anche il Sindaco de Magistris –  decide quindi di andare oltre e di dar vita ad un nuovo soggetto associativo, denominato “Costituente Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità”. Non basta, infatti, seguire ed accompagnare la gestazione della Legge, bisogna soprattutto fa crescere la consapevolezza che non è questione di qualche pannello solare in più, ma di una rivoluzione energetica e d’un nuovo modello di sviluppo, democraticamente decentrato e rispettoso della diversità ambientale e culturale. All’inizio del 2013, dopo aver incardinato a novembre la discussione nella II Commissione che si occupa del Bilancio, la proposta ottiene l’approvazione (sempre all’unanimità) anche di quest’ultima. E’ passato un anno e mezzo, ma finalmente ci si avvia alla discussione in Aula, per la sua approvazione definitiva ed unanime, con un gradimento in apparenza trasversale ed incondizionato, visto che nessuno, finora, ha mai proposto emendamenti o modifiche a quel testo “popolare”…

E’ a questo punto che, fra gli “addetti ai lavori”, comincia a serpeggiare una certa “Paura in palcoscenico” (1950). Dietro il solenne sipario dell’Istituzione Regionale, i “profani” hanno scoperto che la legge proposta è inattaccabile sia nella forma sia nei contenuti. E’ davvero troppo per chi è convinto che il ruolo dei cittadini è, al massimo, quello di stare affacciati – impotenti –  alla “finestra sul cortile” (1954) della politica….

hitch2 “Murder!” (1930) ovvero: come si vuol ammazzare una legge popolare 

<<Titoli sui giornali e applausi a scena aperta all’indomani dell’ok in Aula (il 18 febbraio scorso) e della pubblicazione sul BURC, il 25 febbraio. Appena 45 giorni fa. Ebbene dimenticatevi tutto e resettate perché una settimana fa ecco la marcia indietro:  i punti salienti della norma appena approvata, ben 7 articoli, vengono abrogati con un emendamento alla Finanziaria….>>.  Con questa efficace nota di Adolfo Pappalardo, anche il quotidiano IL MATTINO del 3 aprile 2013 lancia uno sguardo indiscreto sul “cortile” dove si è consumato l’assassinio della Legge Regionale n. 1/2013.  Ma facciamo un passo indietro, nella migliore tradizione del flashback di tanti ‘gialli’.

Il 10 gennaio 2013 la legge “del popolo, dal popolo e per il popolo” (per mutuare la celebre espressione usata da Abraham Lincoln nel discorso di Gettisburg nel 1863) era finalmente giunta al dibattito finale nell’Aula del Consiglio Regionale, nel Centro Direzionale di Napoli.  Introdotta dall’entusiastica relazione del PdL Luca Colasanto e dal plauso dei consiglieri Marzano (PD) e Sala (Centro Dem.), la proposta d’iniziativa popolare arriva miracolosamente intatta al voto finale, sebbene con qualche emendamento tecnico e con l’esclusione d’un finanziamento certo, in attesa dell’approvazione del Bilancio Regionale. Beh, in effetti in aula è evidente un certo imbarazzo fra i consiglieri della maggioranza di centro-destra. Serpeggia un evidente nervosismo nei banchi, in particolare in quelli della Giunta, di fronte alla “resistibile ascesa” (B. Brecht) d’un progetto del tutto alternativo alla sua politica, al quale però nessuno sembra avere il coraggio di sollevare obiezioni o di contrapporre una reazione aperta. Ma ecco che, dopo qualche schermaglia procedurale, all’appello del presidente del Consiglio Regionale si arriva al voto. La proposta è approvata all’unanimità, facendo giustamente esultare la delegazione del Comitato e segnando un momento davvero storico per la Regione.

“La Campania in questo settore diventerà una regione all’avanguardia” – dichiara il Governatore Caldoro. “Un grande esempio di democrazia partecipata e una normativa particolarmente vantaggiosa per l’ambiente” – commenta soddisfatto, per la maggioranza, l’on. Colasanto. Gli fa eco il democrat on. Marzano: “La legge è una conquista di civiltà: la tutela del territorio non può che misurarsi con la sfida dell’autosufficienza energetica”.

Tutti contenti e soddisfatti?  A quanto pare no. La marcia trionfale della legge venuta dal basso non va a genio proprio a tutti… Se gli ambientalisti del Comitato festeggiano per il risultato raggiunto “alla luce del sole”, qualcuno invece sta masticando amaro e si prepara a reagire nelle tenebre. Già, perché è proprio nel cuore della notte della Domenica delle Palme che si consuma il delitto. Non è affatto un “Delitto perfetto” (per citare un altro capolavoro di Hitchcock  del 1954), bensì del vile tentativo di sopprimere nella culla, per così dire, la neonata legge, il cui testo è stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Campania il 25 febbraio, giusto un mese prima!

Non sappiamo se alle spalle ci sia effettivamente un “Complotto di famiglia” (1976). Quello che è certo che in quella notte  si consuma un vile delitto, che stride maledettamente col clima della Domenica in cui ci si scambia ramoscelli d’ulivo in segno di pace… Non c’è dubbio che si possa perfino parlare di “Intrigo internazionale” (1959), dal momento che una sorte simile stanno già subendo – dalla Spagna agli Stati Uniti – anche altre leggi sulle “energie pulite”. Una volta approvate a livello statale o regionale, infatti, sono state o stanno per essere impietosamente stroncate o mutilate da ricorsi governativi o da altre norme federali, dietro la spinta delle lobbies petrolifere e dei strenui difensori del “libero mercato”.

<< “Abbiamo imposto vincoli troppo stretti: non ce l’avremmo mai fatta”, si giustifica Fulvio Martusciello, consigliere delegato per le attività produttive e firmatario dell’emendamento. Strano però il blitz notturno. Già. Perché occorre riportare indietro l’orologio, alle ore 20 della domenica delle Palme, quando viene convocata una riunione della commissione Bilancio e Finanze per discutere della finanziaria regionale. Alle 4 del mattino arriva l’emendamento presentato dal consigliere pdl Martusciello che, sic et simpliciter, contempla nel comma 4 dell’articolo 92 della Finanziaria, l’abrogazione degli articoli 3,4,5,6,7,e,9 della Legge regionale n. 1 del 18 febbraio 2013 (…) E quindi, in sintesi, in un colpo solo vengono cancellati una serie di elementi. I più importanti…>> (vedi articolo già cit. da IL MATTINO).  Il colpo di scena non si può negare, così come la suspense che squarcia drammaticamente una vicenda che sembrava essersi felicemente conclusa. A dire il vero, però, più che ad un omicidio quest’azione somiglia ad un suicidio, visto che la Regione ci lascia la sconvolgente sensazione di aver accoltellato se stessa sotto la metaforica ‘doccia’ dello Psyco-dramma consumato come una bieca congiura, nel silenzioso e vuoto Centro Direzionale di Napoli…

<<L’abrogazione passa a maggioranza  nel cuore della notte, quando l’attenzione è ormai calata in commissione, nonostante il voto contrario dei consiglieri dell’opposizione…– prosegue la cronaca del giornalista de Il Mattino – Tutto cancellato: della legge approvata non rimane praticamente nulla…>>.

L’imbarazzante réportage del quotidiano – nell’imbarazzato silenzio degli altri media – suona come un campanello d’allarme sul livello a cui è giunta la politica regionale. Il giornalista allora incalza con i suoi interrogativi indiscreti l’esecutore materiale della soppressione della neonata legge: <<…”Questione di tempi. Sono stretti, troppo stretti e gli obiettivi prefissati sono quasi impossibili da raggiungere, a partire da quest’anno”. Ma possibile che nessuno in tutti gli uffici della Regione, senza contare le (tre) commissioni, se ne sia accorto prima?…>> (v.s.). L’interrogativo resta senza risposta per alcuni giorni, fino a quando lo stesso Martusciello si decide a depositare le motivazioni del suo emendamento soppressivo (si dice proprio così…), accampando motivi di legittimità costituzionale della norma approvata, lasciando così maldestramente trasparire che i ‘mandanti’ della soppressione degli articoli in questione vanno cercati più in alto…  Solo tre giorni dopo l’articolo de Il Mattino, infatti, un comunicato stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri rende noto che il Governo – nella riunione del 6 aprile: <<…. ha deliberato l’impugnativa dinanzi alla Corte Costituzionale della […]legge Regione Campania n. 1 del 18/02/2013 “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania.” in quanto alcune disposizioni in materia di produzione e di distribuzione di energia elettrica si pongono in contrasto con i principi fondamentali della legislazione statale in materia di “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, in violazione dell’art. 117, terzo comma, della Costituzione e dei principi di sussidiarietà, ragionevolezza e leale collaborazione di cui agli artt. 3, 117 e 118 della Costituzione, incidendo altresì sulla competenza esclusiva statale in materia di “tutela della concorrenza”, di cui all’art. 117, secondo comma, lett. e), della Costituzione. Le medesime disposizioni regionali contrastano inoltre con i principi comunitari in violazione degli artt. 11 e 117, primo comma, della Costituzione e con il principio di libertà d’iniziativa economica di cui all’art. 41 della Costituzione>>.  Sta di fatto che gli articoli che il Governo vorrebbe cancellare sono di meno, e meno incisivi, di quelli che l’emendamento regionale ha già deciso di far fuori senza tanti complimenti. A questo punto la trama del già poco credibile “giallo della domenica delle palme” diventa ancora più scoperta e, sullo sfondo, cominciano a scorgersi chiaramente non solo le inquietanti sagome dei “soliti noti” che manovrano le vicende della Campania, ma anche quelle della “banda del buco”, guidata dei petrolieri a cui la legge rischiava di mandare a pallino le previste trivellazioni, in aree regionali protette o di notevole peso ambientale.

Ora che, il 16 aprile scorso,  il Consiglio Regionale della Campania ha approvato in blocco – e grazie al voto di fiducia- la finanziaria 2013, compreso l’emendamento che cancella gli artt. 3,4,5,7 e 8 della legge sul solare, di “misterioso” resta molto poco. Un film (1929) del grande Hitch s’intitolava “L’isola del peccato”, però qui lo scenario del delitto è, assai più modestamente,  l’Isola F13 del Centro Direzionale di Napoli, dove si è consumata (per ora impunemente) un’altra strage di legalità. Il “Sabotaggio” (1936) di una legge che a qualcuno risultava decisamente indigesta è compiuto, ma non è detta l’ultima parola…  Quelli del Comitato promotore non hanno nessuna intenzione di demordere e, come avrebbe forse chiosato il buon vecchio Hitchcock:  “ Chi ha commesso un delitto non può certo sperare sempre di fare sonni tranquilli…Buonanotte.”

(c) 2013 Ermete Ferraro ( https://ermeteferraro.wordpress.com )

LE MASCHERE NUDE DELLA POLITICA

C’è qualcosa che continua a non convincermi nella politica italiana. E non è, badate bene, il fMASCHERE NUDE 1atto che di essa si possa dire tutto ed il contrario di tutto: ad esempio, che è maledettamente prevedibile ma anche che risulta incredibilmente sorprendente. La mia perplessità non riguarda nemmeno il suo scarso equilibrio, che consente ora l’inquietante stasi di un sistema vecchio ed autoreferenziale, ora clamorosi ribaltoni che sembrano scompaginare del tutto quello stesso sistema.

Ciò che non mi convince non è neppure che sembra proprio che non abbiamo ancora imparato a diffidare dei sondaggi e delle previsioni meteorologiche applicate al voto, che peraltro non hanno affatto una finalità che i filosofi epistemologica (cioè puramente conoscitiva), bensì pragmatica, essendo essi stessi parte di una campagna elettorale quasi esclusivamente mediatica e virtuale.

Non mi meraviglio neppure che tanti politici abbiano ricevuto delle sonore tranvate , anche perché la loro frequente estraneità alla vita quotidiana dei poveri cristi non potrebbe oggettivamente essere colmata solo dalla lettura dei giornali, visto che buona parte di essi sono scritti quasi esclusivamente per compiacere lorsignori e non certamente per raccontare la realtà.

Non mi sento neanche sconvolto dal fatto che queste elezioni abbiano dimostrato che gli Italiani non amano chi dice cose di sinistra ma preferiscono chi agita spettri e butta in aria stracci, trovando evidentemente più comodo fare campagna “contro”, prendendosela con gli aspetti più assurdi e rivoltanti della politica, anziché chiedere il voto della gente su proposte e progetti chiari, davvero alternativi a quelli dei avversari.

In effetti, le cose che non mi vanno giù e mi disturbano sono parecchie, a cominciare dal fatto che, pur essendo evidente che ci stavamo cacciando in un maledetto imbuto istituzionale, ora che ci siamo finiti dentro dobbiamo sorbirci lo stupore un po’ ebete di chi sembra invece travolto da eventi impreviste ed imprevedibili.

L’aspetto che mi urta di più, però, lo riscontro invece nella maggior parte dei commenti post-voto, espressi sia da quelli che si atteggiano ad arbitri esterni alla mischia (giornalisti et similia), sia dagli stessi giocatori ed allenatori delle squadre elettorali in campo. E non m’infastidisce tanto la loro evidente parzialità o la supponenza di chi sentenzia col cosiddetto senno di poi, ma che, gira e rigira, la “colpa” di ciò che è andato male non è mai attribuita a programmi evanescenti ed ambigui ma sempre e soltanto agli errori di chi è stato chiamati a supplirne la pochezza e/o vaghezza con la loro persona, mettendoci – come si usa dire – la faccia. Espressione che sottintende un lodevole impegno personale e diretto in favore della “causa”, una sorta di testimonianza da martiri laici, mentre perfino noi poveri elettori non possiamo fare a meno di accorgerci che dietro certe “facce” non c’è proprio niente, a parte sorrisi compiaciuti o pose aggressive, e che troppi re sono nudi.

Per carità, non voglio certo scagionare i tanti leader delle formazioni elettorali dalle legittime accuse che vengono loro rivolte dall’interno e dall’esterno dei partiti. Non mi sento nemmeno di  prosciogliere Tizio e Caio dalle pesanti responsabilità nella conduzione di una campagna elettorale così insignificantemente scialba e deprimentemente qualunquista.

Voglio soltanto dire che non me la sento di puntare anch’io il dito accusatore contro di loro, e non perché non debbano rispondere al loro elettorato degli errori che spesso hanno effettivamente commesso, ma piuttosto perché mi sembra una scorciatoia comoda, ma squallida, per non doversi interrogare sulla sostanza delle proposte politiche in campo.

Lo so: criticare chi ha perso ed esaltare chi ha vinto è un costume troppo radicato, che fa ormai parte del corredo genetico degli Italiani. Ciò non toglie che si tratti però d’un modo ipocrita di sottrarsi al giudizio delle urne, attribuendo le perdite ad una strategia sbagliata e le vittorie ad una strategia azzeccata e vincente.

E’ vero che viviamo già da tempo in un’epoca caratterizzata dal relativismo culturale ed etico, che rende possibile tutto ed il contrario di tutto, scansando accuratamente il giudizio di merito per  limitarsi a quello di metodo, come direbbe un avvocato. E’ vero anche che abbiamo assistito da un ben po’ alla cosiddetta “crisi delle ideologie”, per cui sembra che una cosa è vera e giusta solo se si realizza, mentre viceversa risulta falsa ed improponibile se non riscuote successo.

L’idea di fondo è che il merito il successo o meno di una proposta dipenda esclusivamente da chi sia riuscito a farsene credibilmente portatore ed interprete, assumendo su di sé meriti e demeriti.  Questa logica di tipo sofistico – disincarnata da ogni valutazione morale ed affidata esclusivamente alla bravura ed abilità di chi sa come convincere gli altri – non fa per me, pur essendo un estimatore dell’ars retorica e non disprezzando affatto chi sa giocare al meglio le sue carte.

Trovo però indecente l’abitudine di prendersela solo con gli errori del fantino senza interrogarsi neanche un po’ sul cavallo che gli è toccato di portare al traguardo. Fuor di metafora, non condivido che –  a poche ore di distanza dal voto per quel Parlamento che dovrebbe rappresentarci in un regime democratico –  l’unico problema su cui si confrontano commenti e  prese di posizione è dove e quanto abbia sbagliato questo o quel leader, anziché riflettere su quanto poco sia stato offerto da scegliere agli elettori italiani, al netto delle accuse reciproche dei contendenti, del loro evidente gioco delle parti e delle loro mirabolanti promesse.

La verità è che – a parte alcuni programmi di sinistra e di destra più radicali, anch’essi fondati più su stereotipi che su un vero progetto complessivo – ai cittadini chiamati alle urne è stato servito quasi esclusivamente un piatto stancamente unico, condito sì con varie salse come si usa nei soliti fast food – ma non per questo capace di suscitare entusiasmi autentici o netti rifiuti.

Insomma, con tutto il rispetto, fra i programmi elettorali del centrodestra e del centrosinistra non c’era più differenza di quanto ce ne sia fra un “Big Mac” ed un “Big King” e perciò, restando nell’esempio, la scelta fra un panino e l’altro restava quasi esclusivamente affidata al suo aspetto esteriore, al tipo di salse utilizzato oppure alla bravura a sbrigare i clienti del venditore.

La tendenza ad attribuire meriti e demeriti dei risultati elettorali dei partiti agli esponenti che li hanno caratterizzati e contraddistinti , mettendoci la faccia in senso non più metaforico, mi sembra il naturale risultato d’una politica giocata sulla personalizzazione del confronto e la trasformazione dei partiti in contenitori vaghi ed indistinti, qualificati esclusivamente dai rispettivi “duci”.

In questo mondo di “televendite” più o meno brillanti, dove ciò che conta è la bravura ed estrosità dell’imbonitore più che la qualità del prodotto, non c’è da meravigliarsi se la politica si sia ormai trasformata in un trito spettacolo cabarettistico. Però non c’è neanche da stupirsi se dalla platea si sia alzata una massa di spettatori arrabbiati, montando sul palco ed urlando ai soliti cabarettisti “Andatevene via!” , pur non avendo le idee molto chiare su come continuare lo spettacolo…

Ecco perché sono tutt’altro che contrario a critiche ed autocritiche – quando si basano su fatti e dati concreti – ma mi sento invece poco propenso ad aggiungermi al coro di chi spara sul pianista senza chiedersi se la musica fosse quella giusta.

Per me la politica è una cosa seria, se non altro perché da essa dipendono le esistenze di milioni di persone e la credibilità del nostro Paese, che non ha bisogno né di vecchi istrioni che recitano la loro parte, né di dilettanti allo sbaraglio. La politica dovrebbe farci scegliere fra modelli differenti di sviluppo, di energia, di relazioni internazionali, di attività produttive, di consumi o di gestione dei beni comuni, non fra varie guide di poco credibili coalizioni, trasformate in grotteschi personaggi da commedia dell’arte.

Non m’interessa scegliere fra Pulcinella, Balanzone o Arlecchino, bensì votare progetti che mi sento di condividere e sostenere, non da mero spettatore ma da attore civile della politica. Chi, viceversa, punta troppo a personalizzare la politica evidentemente non ha più molto da dirci ma, soprattutto, non sa o  dimentica che in latino “persona” era la maschera – tragica o comica – indossata dai teatranti per far risuonale (per-sonare) la loro voce nei teatri all’aperto.

Ebbene, sono convinto che l’Italia non abbia bisogno di questo genere di recite, ma piuttosto di proposte chiare e di gente che si dimostri affidabile e coerente e non solo convincente.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )