Il buio oltre la siepe…

buio oltre sietepL’estate sta finendo – ci ripeteva una vecchia canzone – e la maggioranza degli italiani è già tornata alle proprie attività ordinarie, siano esse di studio, di lavoro, domestiche o di altro genere. L’estate sta finendo, certo, ma per molte persone da settembre non è cambiato nulla, visto che la loro esistenza continua (e continuerà…) a trascinarsi nella miseria, nella precarietà e nella continua, talvolta disperata, ricerca di come andare avanti. Si tratta ovviamente dei tanti poveri che vivono nelle nostre città – quegli ‘invisibili’ [i] che in troppi si ostinano a non vedere o ad evitare –  ma anche delle sempre più numerose schiere di migranti che incontriamo per strada, sulle quali si è esercitata per mesi la retorica becera di un populismo intollerante e sempre più esplicitamente razzista.

Ma non è di questa preoccupante deriva culturale e politica che voglio parlare, bensì di un più  preciso e specifico fenomeno, cui con un po’ di buona volontà si potrebbe offrire una risposta concreta e positiva. Mi riferisco ad un aspetto della difficile vita quotidiana dei migranti, in particolare di colore, che li ha visti spesso vittime di gravi incidenti stradali, talvolta mortali. Quelli cui capita di passare in auto per la Domiziana, d’estate e non solo, infatti, hanno sicuramente già notato quanto sia maledettamente pericoloso per i tanti neri che si trovano a vivere in zona percorrere quotidianamente, in bicicletta oppure a piedi, questa superstrada a scorrimento veloce, soprattutto dopo il tramonto. Si tratta di giovani braccianti, venditori di varia mercanzia sulle spiagge, ragazzini e perfino intere famigliole che si spostano da e verso i maggiori centri abitati che ospitano comunità straniere, principalmente africane, come Castel Volturno.

bici 3Basti pensare che qui vivono migliaia d’immigrati in prevalenza irregolari, le cui condizioni di vita sono ai limiti del sopportabile e la cui presenza è vissuta con crescente diffidenza dai cittadini. Le statistiche parlano ottimisticamente di circa 4.000 persone straniere (il 15% dei residenti), con una stragrande prevalenza di immigrati provenienti dai Paesi dall’Africa sub-sahariana, in primo luogo Nigeria e Ghana, ma anche Liberia, Costa d’Avorio, Togo, Sierra Leone, Sudan e Niger. Si tratta di circa il 60% degli ‘ospiti’ di questa città, che vi abitano in modo spesso precario e che da essa quotidianamente si spostano nei dintorni, per continuare a sopravvivere in qualche modo. Un quadro di tale preoccupante situazione – cui il precedente governo aveva deciso di guardare con più attenzione, attivando un piano d’interventi coordinati da un commissario straordinario, ce l’offriva un articolo di alcuni mesi fa:

«Edifici abusivi terreno di spaccio e prostituzione, indebitamente occupati dalla potente mafia nigeriana: gli extracomunitari arrivano dall’Africa in alcuni casi con l’intento di delinquere, in altri, invece, sono vittime degli accadimenti. Problemi noti a chi da anni opera sul territorio, col proposito di migliorarne la vivibilità: “Povertà estrema, mancanza di reddito, un degrado ambientale frutto dell’abusivismo dilagante e di anni di abbandono da parte delle istituzioni – spiega Mimma D’Amico del Centro Sociale di Caserta – Per rilanciare il territorio, occorre mettere in pratica un piano sistemico, che punti sulla formazione delle persone; il degrado c’è e va combattuto, a partire da un rifacimento delle fogne, dalla regolarizzazione delle persone e dal potenziamento dei servizi socio-sanitari.» [ii]

Ovviamente Castel Volturno è solo la punta di un iceberg molto più ampio e profondo. Sono centinaia, in Campania come in altre regioni italiane, le città che ospitano comunità di immigrati africani, i quali ogni giorno sono costretti a spostarsi, a piedi, in bus o in bici, dai luoghi della loro provvisoria residenza a quelli dove si svolge la loro attività di sussistenza. Basta sfogliare i quotidiani o leggere le notizie su Internet per rendersi conto che questo andirivieni è talvolta costato addirittura la vita a chi lo pratica. Parecchi ciclisti di colore, in particolare, sono stati vittime di gravi incidenti stradali, travolti da auto, moto o mezzi pesanti che talora non li hanno nemmeno visti, complice il buio ed il mancato impiego di fanalini, gilet catarifrangenti ed altri semplici presìdi di sicurezza stradale.

bici 6E’ questo il “buio oltre la siepe” cui metaforicamente mi riferisco nel titolo, citando il capolavoro della scrittrice statunitense Nelle Harper Lee.[iii]  Si tratta senza dubbio del buio della paura del diverso e del pregiudizio razziale che ottenebra la mente di troppi sovranisti xenofobi e pian piano rischia di oscurare anche le nostre coscienze. Ma, fuor di metafora, sto parlando più realisticamente del buio assoluto che avvolge di notte le superstrade, lungo le quali soprattutto bambini e lavoratori africani rischiano continuamente di essere investiti, con esiti generalmente gravi o letali. Uno degli episodi più recenti, conclusisi purtroppo tragicamente, si è verificato ad aprile in Puglia, a Melendugno, dove un 46enne locale in moto ha travolto un giovane immigrato della Guinea.

«Considerando una prima ipotesi, sembrerebbe che il salentino sia andato a finire sul ciclista, che – secondo una prima ricostruzione – pedalava senza alcun elemento che potesse fornirgli un minimo di visibilità nel buio di quella strada. L’impatto è stato così devastante che i due corpi sono finiti sulla corsia opposta, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro. Non si esclude il coinvolgimento di un terzo mezzo nell’incidente, probabilmente l’auto. I soccorsi sono scattati quando un automobilista di passaggio ha notato lungo la carreggiata la presenza di quei due corpi, con accanto le lamiere dei due mezzi coinvolti. Sul posto sono intervenute due ambulanze, ma purtroppo i sanitari del 118 non hanno potuto far altro che constatare il decesso dei due uomini: ogni tentativo di salvarli è risultato vano.». [iv]

Lo scorso maggio, poi, un giovane immigrato africano è stato travolto da un’auto in una zona centrale di Catania e successivamente non solo lasciato a terra pesto e sanguinante da chi l’aveva investito, ma perfino derubato della bicicletta da alcuni pseudo-soccorritori. [v]  Era già successo tante altre volte, come nel caso dei due immigrati investiti a Villa Literno nel 2016 [vi], oppure del marocchino 47enne in bici, travolto giusto un anno fa a Marcianise da un giovane motociclista drogato.[vii] 

Sono purtroppo tanti gli episodi del genere – di cui non si ha sempre notizia sui media – che si sono succeduti nel corso degli anni nelle regioni meridionali, in particolare in Sicilia e Campania. [viii]

Che cosa fare allora? E’ ammissibile che alle dure condizioni di vita degli immigrati debba anche aggiungersi il continuo rischio di perdere la vita sol perché, di notte, essi diventano ancora più invisibili?bici con gilet 1

A questa domanda qualcuno ha cercato di dare una risposta, spontanea ed efficace. Sono i coniugi Antonio e Antonietta Tartaglia, come di ha riferito un recente articolo da Foggia di Tatiana Bellizzi per la Repubblica:

«Un dono salva vita – Pettorine catarifrangenti gratis per tutti i migranti che la sera percorrono le strade buie di campagna in sella alle biciclette rischiando la vita. Il regalo arriva dai titolari di un negozio di articoli sportivi ad Orta Nova, nel Foggiano, un paese di poco più di 17mila abitanti, a forte vocazione agricola. Un piccolo centro che in questo periodo raddoppia la propria popolazione per la raccolta dei pomodori.[…] Un’iniziativa quella di Antonio, Antonietta e del figlio Gianpaolo, che pone nuovamente al centro dell’attenzione il tema della sicurezza stradale nel Foggiano. «Sappiamo che nel corso degli anni sono stati tantissimi i casi di investimenti mortali di africani avvenuti in particolar modo proprio lungo le strade che attraversano quelle campagne» raccontano Antonio ed il figlio Gianpaolo. ”Per questo abbiamo messo a loro disposizione le pettorine salva vita”.». [ix]

Questa esemplare ed originale iniziativa, ripresa dall’articolo, ha ispirato un nota esponente dell’associazionismo animalista, Mirella De Simone, che ha deciso di mettere a disposizione una discreta somma per darle seguito anche in Campania, appoggiandosi sul piano organizzativo all’associazione “Verdi Ambiente e Società” [x] di cui è sostenitrice da anni. Ovviamente noi del Coordinamento regionale per la Campania di V.A.S.- coordinato da Nicola Lamonica – ed del Circolo V.A.S. Napoli [xi] , di cui sono responsabile, abbiamo volentieri accettato questa offerta, continuando in tal modo ad operare nella tradizione di un’associazione che non limita mai il proprio intervento alla sola protezione dell’ambiente, ma è da sempre attenta alle problematiche sociali, ai diritti umani ed alla legalità.

L’iniziativa concordata, dunque, consiste nell’acquisto e donazione di almeno un centinaio di giubbetti catarifrangenti ‘salvavita’ ad un’associazione che si occupa della tutela dei migranti nell’area di Castel Volturno, proprio per cominciare a fronteggiare il triste fenomeno sul quale mi sono soffermato. Questi gilet ad alta bici gilet 2visibilità saranno del tipo omologato alla normativa in vigore (UNI EN 471) e saranno distribuiti quanto prima ad altrettanti immigrati probabilmente attraverso una storica realtà locale impegnata nel sostegno materiale e morale agli immigrati, il Centro Fernandes di Castel Volturno [xii], col cui direttore, il dott. Antonio Casale, abbiamo già preso contatto.

Che dire? Si sa che il bene è contagioso e, anche in questo caso, una ‘buona pratica’ di accoglienza ed attenzione ai più deboli può dar vita ad altre simili, nello spirito di solidarietà sociale ed umana che dovrebbe ricordare a tutti di “restare umani” e non cedere alla tentazione di parlare sempre di ‘noi’ in strumentale contrapposizione a ‘loro’. Di recente il Papa ha espresso sostengo per un’iniziativa della Caritas internazionale a sostegno dei rifugiati e dei migranti dal titolo “Condividiamo il cammino”.[xiii]  Ebbene, in tal modo anche noi di V.A.S., nel nostro piccolo, intendiamo dare il nostro contributo affinché il ‘cammino’ di questi nostri fratelli possa diventare più sicuro ed essi smettano finalmente di restare ‘invisibili’ o, peggio, di essere usati come semplici numeri, su cui agitare la propaganda politica.

© 2018 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.org )


N O T E

[i] Era questo l’efficace titolo di un programma televisivo sui c.d. ‘senza fissa dimora’,  curato da Marco Berry e trasmesso da Italia1 in sette puntate, dal 2003 al 2004 > https://it.wikipedia.org/wiki/Invisibili . V. anche > http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9ac9cfd7-1ebf-46f6-9406-184a0f83bb5f.html

[ii] Roberto Alpino, “Viaggio a Castel Volturno dove vivono 15000 immigrati irregolari”  (20.02.2018) , Euronews > http://it.euronews.com/2018/02/20/castel-volturno-citta-dei-migranti

[iii] Vedi la voce “Il buio oltre la siepe” in Wikipedia.it > https://it.wikipedia.org/wiki/Il_buio_oltre_la_siepe_(romanzo)  e “To Kill a Mockingbird” in en.wikipedia > https://en.wikipedia.org/wiki/To_Kill_a_Mockingbird

[iv] Federica Sabato, “Tragedia nella serata: travolti in moto e in bici, due morti” (04.04.2018), Il quotidiano di Puglia > https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/sulla_melendugno_lecce-3648139.html

[v] Redazione, “Sono nero, non ho diritto anch’io di essere aiutato?” (27.5.2018), Newsicilia.it > https://newsicilia.it/cronaca/sono-nero-non-ho-diritto-anche-io-di-essere-aiutato-giovane-investito-e-lasciato-a-terra-sanguinante-a-catania/326293

[vi] Fabio Mencocco, Investe e uccide due immigrati  in bici, poi scappa…” (30.05.2016),  ilmattino.it > https://ilmattino.it/caserta/travolge_due_immigrati_in_bici_e_scappa_villa_literno-1764113.html

[vii] “Caserta, positivo a 4 droghe, investe e uccide immigrato in bici”, sky-tg 24 > https://tg24.sky.it/cronaca/2017/09/11/caserta-incidente-moto-droga-immigrato-morto.html

[viii] Vedi, ad es., gli articoli seguenti: https://napoli.repubblica.it/dettaglio/immigrato-muore-travolto-in-bici-il-pirata-identificato-grazie-a-un-video/1698681 , http://trapani.gds.it/2017/02/16/migrante-in-bici-travolto-da-auto-a-marsala-il-sindaco-accusa-i-centri-daccoglienza_629612/ , https://castelvetranonews.it/notizie/attualita/selinunte/il-buio-sulla-strada-verso-selinunte-e-immigrati-in-bici-quanto-vale-una-vita-durante-la-notte/ , https://www.tp24.it/2018/02/02/cronaca/marsala-giovane-bicicletta-investito-trapani-unauto/117441

[ix] Tatiana Bellizzi, “I coniugi che danno le casacche salvavita in dono ai braccianti” (05.09.2018) , la Repubblica > http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/09/05/i-coniugi-che-danno-le-casacche-salva-vita-in-dono-ai-braccianti16.html

[x] “Verdi Ambiente e Società” Onlus-APS (acronimo: V.A.S.) è un’associazione nazionale di protezione ambientale operante dal 1991 e riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente. Il suo ambito di azione va ben oltre l’ambientalismo puro e semplice, in quanto i suoi circoli si occupano di tante altre tematiche di ordine sociale e culturale, dall’ecopacifismo alla protezione civile, dall’ecoturismo all’alimentazione naturale e libera da veleni, dall’impegno antimafia alla prevenzione degli incendi boschivi. Per approfondimenti visita il sito nazionale di V.A.S. >  http://www.vasonlus.it/

[xi] Su VAS-Campania e sul Circolo Metropolitano di Napoli visita il sito territoriale > http://www.vascampania.net/

[xii] Visita il sito web del Centro Fernandes > http://www.centrofernandes.it/storia.htm

[xiii] Cfr.: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/caritas-papa-sui-migranti-non-sono-minaccia-1542733.html  – http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-07-06/l-appello-papa-migranti-dio-vuole-nostre-mani-soccorrerli-113558.shtml?uuid=AE5Ux4HF  – http://www.ilgiornale.it/news/politica/migranti-papa-i-poveri-che-si-muovono-fanno-paura-chi-vive-1572761.html

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La ‘Cattiva Scuola’ di Guerra

  1. “Preparo alla vita e alle armi”

LACATTIVASCUOLAlogoE’ appena terminato l’anno scolastico e docenti e studenti, un po’ preoccupati, si chiedono già cos’altro li aspetti dopo le vacanze estive. Il nuovo governo lega-stellato confermerà la linea della c.d. Buona Scuola’ renziana o si cambierà musica? In attesa di risposte a questo dilemma, comunque, c’è chi da almeno tre anni è in attesa di altro e sgomita per assicurare all’Italia la sede per la ‘scuola militare europea’. Il colmo dell’onore, per lorsignori, sarebbe se questa scelta ricadesse su Napoli, che già da due secoli ospita la storica ‘Reale Accademia Militare’ della Nunziatella, fondata da Ferdinando IV di Borbone nel 1787,  il cui motto è appunto: “Preparo alla vita e alle armi”. In effetti nessuno dei media ne sta parlando, sia perché su tali argomenti è sempre difficile avere notizie, sia anche perché è un bel po’ che dall’Europa non giungono notizie nel merito. Le ultime dichiarazioni ufficiali del governo italiano risalgono a marzo dello scorso anno, quando l’allora Ministra della Difesa Pinotti, al termine della riunione di Bruxelles del Consiglio difesa ed esteri della U.E., dichiarò fra l’altro:

«Sul tema della formazione pensiamo che per andare avanti nella Difesa europea bisogna immaginare una scuola, noi pensiamo alla Nunziatella”, che diventi centro di formazione “non solo per i giovani e le giovani italiane, ma che possa diventare di ambito europeo». [i]

Si tratterebbe, per la precisione, di istituire una scuola di alta formazione per gli ufficiali delle forze armate della U.E., ha precisato a Napoli la Pinotti, affiancata dal Presidente della Repubblica, proprio in occasione del giuramento dei cadetti in Piazza del Plebiscito.

«Stiamo pensando per la grande Nunziatella un futuro che parla d’Europa: 23 Paesi hanno deciso di dare vita a una collaborazione rafforzata, e nei progetti per una difesa comune, tra le proposte dall’Italia, c’è un polo per la formazione per gli ufficiali provenienti dalle forze armate dei Paesi europei che abbia sede presso la scuola militare della Nunziatella». [ii]

Al citato vertice europeo dei ministri della difesa si era raggiunto l’accordo che prevedeva interventi per una comune difesa militare, individuando Napoli – già sede dei Comandi NATO e della U.S. Navy per il Sud Europa e l’Africa –  anche come ‘hub’ dei Comandi integrati per controllare il bacino del Mediterraneo.  Un mese dopo, l’11 dicembre 2017, al Consiglio europeo era stato siglato dai 25 paesi membri l’atto che istituiva la ‘cooperazione  strutturata permanente’  in materia di sicurezza e di difesa (PESCO).

« Art. 1 – E’ qui stabilita una Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), nell’ambito dell’Unione, tra quegli Stati membri le cui capacità militari adempiano i più elevati criteri dell’Art. 1 del Protocollo n. 10, e che si sono impegnati reciprocamente in questo settore, come riferito all’Art. 2 di tale Protocollo, in vista delle missioni più impegnative, e che contribuiscano al raggiungimento del livello di ambizione dell’Unione. […] Art. 4 punto 2 – Agendo in accordo con l’art. 46(6) del T.E.U., il Consiglio adotterà decisioni e raccomandazioni per: (a) fornire direzioni strategiche e guida per la PESCO; (f)  stabilire un insieme comune di regole di governance per i progetti, cui gli aderenti Stati membri, che partecipano ad un progetto individuale, potrebbero adattarsi in quanto necessario a tale progetto…». [iii]

Da allora, in apparenza, nulla si è mosso. Ma è davvero così ?

  1. Una scuola di guerra in una Città di Pace?

 Foto_Ufficiale_Capo_di_SMD_10x15_GenNotizie vere e proprie non ci sono (o quanto meno non sono state diffuse), ma alla storica Scuola Militare napoletana che da 230 anni domina l’altura di Pizzofalcone si continua strenuamente a sperare in un futuro europeo. Qualche segnale positivo per i vertici militari italiani c’era comunque  stato, sia pure indirettamente, visto che il 7 novembre 2017 il generale Claudio Graziano, il nostro attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa, era stato nominato Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea (E.U.M.C.).

«Il Chairman of the European Union Military Committee, incarico che il generale Graziano assumerà dal mese di novembre del 2018, è la più alta autorità militare della UE e, come tale, è il consulente militare dell’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, ma ha anche il compito di presentare i pareri e le decisioni di natura militare, assunte dal Comitato militare, presso il Comitato politico e di sicurezza (PSC), nonché di fornire direttive e linee guida al Direttore generale dello European Union Military Staff (EUMS)». [iv]

In effetti il gen. Graziano ricoprirà la massima carica militare dell’U.E. solo a partire dal novembre 2018, cioè fra quattro mesi, ma non è difficile immaginare che questa ‘novità’ contribuirà non poco a sciogliere le immaginabili resistenze degli altri Paesi dell’Unione ad un progetto ‘formativo’ partito proprio dall’Italia e con destinazione finale Napoli.

Ma come – potrebbe prevedibilmente chiedersi qualcuno – vogliono piazzare una scuola di alti studi militari proprio nella città guidata da un Sindaco palesemente pacifista come Luigi de Magistris?  Quella Napoli nel cui Statuto, per sua iniziativa, è stata inserita la denominazione di “città di Pace e Giustizia” in quanto “convinta che il disarmo, lo sviluppo umano e la cooperazione internazionale sono indispensabili per il rispetto dei principi della giustizia sociale  e dell’interdipendenza e indivisibilità di tutti i diritti umani: economici, sociali, civili, politici, culturali” ? [v]   Una scuola di guerra proprio nella Città la cui Giunta nel 2015  ha dichiarato il suo porto “Area denuclearizzata” ? [vi]  Un’accademia per formare alti ufficiali europei giusto nel Comune sulla cui sede istituzionale di piazza Municipio spicca un vistoso drappo arcobaleno della pace?

Ebbene sì. A dispetto di tutte queste lodevoli iniziative, va detto che la decisione di far di Napoli la sede della scuola militare europea prossima ventura non si è affatto abbattuta a tradimento sul capo di Luigi de Magistris e della sua Amministrazione, a causa di oscuri maneggi dei vertici di governo, ma è stata piuttosto accettata – e perfino caldeggiata – dal multiforme  Sindaco della rivoluzione arancione.  Risale infatti a tre anni fa la delibera di Giunta n. 461 del 13 luglio 2015, con la quale si proponeva al Consiglio Comunale di approvare un atto il cui oggetto era apparentemente un altro, molto più insignificante. Si trattava infatti di autorizzare quella che era banalmente definita una ‘permuta’ tra un immobile di proprietà comunale (la Caserma ‘Nino Bixio’ in via Monte di Dio 31, sede del IV reparto mobile della Polizia di Stato, un bene storico tutelato dal punto di vista ambientale e monumentale)  con un immobile di proprietà statale, sito nella non lontana via Egiziaca a Pizzofalcone n. 35. In buona sostanza, uno ‘scambio alla pari’ tra Comune e Stato, dichiaratamente “finalizzato all’ampliamento e potenziamento infrastrutturale della Scuola Militare ‘Nunziatella’ “, in riferimento al protocollo d’intesa già sottoscritto il 15 novembre 2014 dallo stesso Sindaco de Magistris e dai responsabili di Agenzia del Demanio, Ministero dell’Interno e Ministero della Difesa. Ma si trattava davvero di uno scambio ‘alla pari’ come più volte ribadito nell’atto deliberativo?

  1. Uno scambio alla pari? Ma ci faccia il piacere !…

 cd3cde9dNella parte narrativa della delibera di Giunta 461/2015 si precisava a tal proposito:

«In esito ai lavori del tavolo tecnico di cui al Protocollo di Intesa, la competente commissione per la verifica di congruità delle valutazioni tecniche-economiche-estimative […] ha effettuato la congruità del valore dei due immobili sopra individuati […] per un importo pari ad euro 22.900.000,00 (in cifra tonda); la permuta immobiliare tra gli immobili suddetti si chiude pertanto alla pari, senza esborso da parte del Comune, ovvero dello Stato di ulteriori corrispettivi in denaro a pareggiare le eventuali differenze di valore dei due beni e, pertanto, si configura come una ‘permuta pura’ ossia una diversa allocazione delle poste patrimoniali afferenti i beni immobili e perciò come operazioneneutra’ in termini economici». [vii]

Al di là del solito burocratese, si percepisce l’insistenza dell’A.C. nel dichiarare  che trattasi di mero scambio, supportato peraltro da una verifica di ‘congruità’ del valore dei due immobili, e quindi che si era di fronte ad una pura e semplice ‘permuta’, chiusa ‘alla pari’ ed in modo del tutto ‘neutro’.  Giaà allora, però, non era dello stesso parere il Segretario Generale del Comune di Napoli che – inascoltato – aveva allora espresso abbastanza chiaramente le sue perplessità nel merito.

«Le motivazioni che supportano la permuta alla pari, da una parte la cessione dall’altra l’acquisizione, appaiono non completamente simmetriche. Invero, riguardo all’acquisizione dell’immobile di via Egiziaca a Pizzofalcone – inserito al punto 4 della deliberato nel piano delle dismissioni immobiliari, senza esplicitare se in compensazione con il bene in cessione – gli elementi motivazionali appaiono desumibili solo di riflesso[…] La permuta, vale qui ricordarlo, è definita dall’art. 1552 del codice civile quale ‘ contratto che ha per oggetto il reciproco trasferimento della proprietà di cose, o di altri diritti, da un contraente all’altro’. […] Si tratta quindi di un contratto a titolo oneroso che, laddove vi sia un’equivalenza qualitativa e quantitativa dei beni scambiati, può essere strutturato in modo da non comportare movimentazioni finanziarie, se non limitatamente agli oneri accessori. Tuttavia si sottolinea che tra i principi o postulati di cui all’art. 162 c. 1 del TUEL c’è quello di integrità, per il quale nel bilancio di previsione e nel conto del bilancio non devono esserci compensazioni di partite, anche in riferimento ai valori economici ed alle grandezze patrimoniali». [viii]

Le osservazioni, sebbene un po’ criptiche per i non addetti ai lavori, fanno presente  che un’attenta valutazione avrebbe dovuto tener conto di vari elementi utili alla valorizzazione dei bene, fra cui “la loro piena disponibilità, la loro condizione di fatto, la loro redditività, l’assenza di abusi edilizi, ovvero la loro condonabilità, ecc.)” [ix]  Certo, non si dubita esplicitamente della valutazione addotta dall’A.C., ma si avverte la preoccupazione per un’operazione che, sia pur degradata a semplice permuta immobiliare, presentava comunque molte insidie di natura giuridica e finanziaria. Nel suo “parere di regolarità contabile” della delibera di Giunta, anche il Direttore dei Servizi Finanziari, pur dando in conclusione parere favorevole, esprimeva perplessità sull’atto deliberativo. Al di là della congruità della  valutazione dei due immobili (circa 23 milioni di euro), si faceva presente che dalla proprietà della caserma Bixio il Comune aveva finora introitato un canone annuo di circa 450 mila euro,  “mentre alcun importo viene riportato in merito alla locazione delle 80 unità immobiliari costituenti l’edificio in via Egiziaca a Pizzofalcone di proprietà del Ministero”. [x] Bell’affare davvero,  visto che lo stabile deve essere ancora ristrutturato e, a quanto pare, è già stato occupato abusivamente da alcune famiglie!

  1. Operazione “Bastardi di Pizzofalcone”

Nel mese di marzo 2017 il quotidiano napoletano IL MATTINO diede in modo trionfalistico la notizia del progetto ‘grande Nunziatella’ e della Scuola militare che si ipotizzava di ospitare al suo interno.

«Ancora da definire i dettagli del centro di formazione militare europeo. Molto probabilmente di tratterà di una scuola interforze […] e potrebbe formare in un’ottica comune giovani ufficiali che solitamente frequentano quelle che un tempo si chiamavano ‘scuole di guerra’ nei singoli stati. Oppure potrebbe aprire alla formazione di ufficiali di grado intermedio o elevato con attività simili a quelle, già aperte agli stranieri, che si tengono al Centro Alti Sudi della Difesa a Roma nell’ambito dei corsi ISMI e IADD. Le opzioni da valutare certo non mancano e trasformerebbero Napoli, già punto di riferimento nevralgico in ambito NATO, nella capitale della formazione militare di un’Europa che appare sempre più orientata a darsi finalmente concretezza in termini di difesa e sicurezza». [xi]

nunzia-veduta-aereaOra, pur considerando che l’autore del pezzo, Gianandrea Gaiani, dirige il periodico ‘Analisi difesa’ e collabora con vari istituti di formazione militare, queste considerazioni lasciano trapelare una soddisfazione che va ben oltre la semplice cronaca. Ma bisogna ammettere che su questa subdola operazione (non a caso da me intitolata ‘Bastardi di Pizzofalcone’…) non si è ancora sentita una voce critica o, comunque, un commento che manifestasse dubbi sia sulla sua discutibile legittimità, sia sulla sua preoccupante valenza politica. Unica eccezione è stato un articolo apparso il 20 novembre 2017 su ‘Contropiano’ , nel quale si stigmatizzava il comportamento ambiguo dell’Amministrazione Comunale, manifestando anche una legittima ansietà per le prevedibili conseguenze dell’escalation militarista della città di Napoli.

«Preoccupante è…l’atteggiamento dell’amministrazione comunale di Napoli. Non solo non si è opposta a questa operazione di natura bellica ma addirittura nei mesi scorsi presentava questa come una vittoria. Rivendicava insomma di avere contribuito con la sua mediazione a questo ”importante risultato”. Provincialismo d’accatto che mal si sposa con la reale natura di una accademia militare e che fa a pugni con il concetto di Napoli città di pace tanto cara al sindaco e alla sua giunta. Dalle notizie che trapelano dall’accordo di Bruxelles sembra che nello specifico l’hub formativo di Napoli si specializzerà sugli attacchi a distanza ovvero la guerra coi droni. Wargames . E’ evidente che ciò esporrà la città di Napoli a pericoli finora sconosciuti. Se la base Nato è ubicata presso il lago Patria e lontana da centri abitati, l’accademia della Nunziatella ha sede invece a Pizzofalcone ovvero nel cuore di Napoli». [xii]

Fatto sta, però, che non soltanto i fedelissimi dei Sindaco, ma anche le forze della sedicente sinistra presente nell’Assise Comunale,  non hanno fatto una piega di fronte all’ipotesi che Napoli, Città di Pace, si ritrovi così ad ospitare una vera e propria scuola di guerra. Basti pensare che la delibera di giunta fu adottata su proposta dell’allora Assessore al Patrimonio Alessandro Fucito (già consigliere di Rifondazione Comunista, rieletto poi con la lista ‘Napoli in Comune a Sinistra’ ed attuale Presidente del Consiglio Comunale) e che la successiva delibera consiliare n. 46 del 6 agosto 2015, di cui era relatore lo stesso Fucito, è stata plebiscitariamente approvata all’unanimità.

Tutto bene dunque? Non direi proprio. Non sappiamo se e quando questo progetto troverà attuazione, ma non è giusto tacere di fronte all’enormità di un’operazione che, oltre che economicamente svantaggiosa per un Comune in pre-dissesto, ha manifestato un cinismo politico che nessun drappo arcobaleno su Palazzo S. Giacomo può tacitare. Non bastano certo i toni rivoluzionari ed anticonformisti per rendere davvero alternativa un’amministrazione comunale. La triste verità è che Napoli – intesa anche come Città Metropolitana, di cui lo stesso de Magistris è Presidente – è da decenni una delle città più militarizzate del mondo, grazie al degradante rapporto di vassallaggio che dal dopoguerra ha reso l’Italia una colonia assoggettata a servitù militare da parte dei nostri  c.d.‘Alleati’, sottraendo sovranità sia allo Stato centrale sia agli Enti locali e mettendo a serio rischio la pace, la sicurezza e la salute dei cittadini della Campania.

  1. A Napoli per imparare le ‘arti oscure’ della guerra

CoA_mil_ITA_nunziatella.svg  Appare evidente che  ‘ospitare’ già il Comando euro-africano della NATO e quello della VI Flotta statunitense non è sembrato sufficiente a chi ci (s)governa. Già in un mio articolo del 2013 mi ero soffermato sulla pesante coltre grigioverde calata su tutta la Campania, ed in particolare sull’area compresa fra Napoli e Caserta.

«La“Campania Felix” dei Romani ha subito una mostruosa mutazione genetica, trasformandosi in un vero e proprio “pentagono della guerra”,  una delle succursali ‘globali’ del Pentagono di Washington[…] Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale». [xiii]

Ciononondimeno – o forse proprio per questo… – qualcuno ha pensato che Napoli sarebbe stata la sede ideale per ospitare anche il quartier-generale dei ‘wargames’  di una difesa integrata europea e perfino un prestigiosa accademia tipo Hogwarts, dove gli ufficiali europei imparino a padroneggiare le ‘arti oscure’ della guerra. Immagino che i nostri vertici militari avranno gonfiato il petto per l’orgoglio di poter contare quanto prima sulla creazione d’una struttura ‘formativa’ del genere. Forse qualcuno di loro vede già sventolare sul “Rosso Maniero” di Pizzofalcone  [xiv] lo stendardo della nuova “Nunziatelworts School of Warmongery”, dove s’impartiscano insegnamenti e si promuovano ‘competenze’ che non sono esattamente quelle della già discutibile ‘Buona Scuola’, ma attengono piuttosto alle tecniche belliche più avanzate. Basti pensare alla guerra psicologica [xv], al cyber-controllo, all’antiterrorismo, alle operazioni con uso di armi nucleari ed a tante altre istruttive ‘materie’, come quelle studiate nei corsi intensivi alla NATO School che ha sede nella cittadina tedesca di Oberammergau [xvi] oppure, in modo più sistematico, nelle 10 più prestigiose accademie militari del mondo [xvii].  Il generale Claudio Graziano – dal prossimo novembre nuovo Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea [xviii]– si è già espresso entusiasticamente nei confronti del progetto e, con la sua autorità, non mancherà di adoperarsi perché esso diventi realtà.s-l300

« E’ un’iniziativa – ha spiegato il generale Graziano – che la Difesa sta perseguendo con forte determinazione e che porrebbe le Forze Armate all’avanguardia nel campo della formazione necessaria all’Europa per consolidare il suo crescente ruolo di global provider di difesa e sicurezza sugli scenari euro-atlantici […] La cooperazione internazionale è sempre più necessaria per affrontare in modo unitario e sinergico le sfide alla sicurezza. Ma per poter cooperare un Paese deve essere credibile a livello internazionale e deve essere competitivo in tutti i settori e non ultimo in quello della formazione». [xix]

Che dire? Non ci resta che attendere per vedere come andrà a finire questa inquietante (ma assai poco conosciuta) vicenda, che trasformerebbe di fatto la Napoli delle Quattro Giornate, la Città della Pace che guarda con apertura costruttiva ed interculturale al bacino del Mediterraneo, nella capitale del Warfare, gestito a mezzadria dai vertici della NATO e da quelli della EU. Davvero una bella prospettiva!

© 2018 Ermete Ferraro

N O T E ———————————————————————————————–

[i] Alfonso Bianchi, “L’Italia vuole a Napoli la scuola militare europea”,  Eunews , 06.03.2017 > http://www.eunews.it/2017/03/06/litalia-vuole-napoli-la-scuola-militare-europea/79458

[ii] “Nunziatella, c’è il giuramento degli allievi: a Napoli Mattarella e Pinotti”,  ildenaro.it , 17.11.2017 > https://www.ildenaro.it/nunziatella-ce-giuramento-degli-allievi-napoli-mattarella-pinotti/

[iii] Council of European Union, COUNCIL DECISION (CFSP) 2017/of establishing Permanent Structured Cooperation (PESCO) and determining the list of Participating Member States  (08.12.2017) > http://www.consilium.europa.eu/media/32000/st14866en17.pdf

[iv] “Il generale Graziano nominato presidente Comitato militare dell’Unione europea”, Il Sole24ore (07.11.2017) > http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-11-07/il-gen-graziano-nominato-presidente-comitato-militare-dell-unione-europea-175017.shtml?uuid=AEkIQ35C&refresh_ce=1

[v] Statuto del Comune di Napoli, art. 3, comma 4 > www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeAttachment.php/L/IT/D/…/P/…/pdf

[vi] Comune di Napoli, Deliberazione della Giunta Comunale n. 609 del 15.09.2015 ad oggetto: “Dichiarazione di Area Denuclearizzata del Porto di Napoli” > http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/docs/143.pdf

[vii] Comune di Napoli, Deliberazione della Giunta Comunale n. 461 del 13.07.2015 ad oggetto: “Approvazione ed autorizzazione della permuta dell’immobile di proprietà statale sito in via Egiziaca a Pizzofalcone con l’immobile….”  ( il documento non è disponibile su Internet).

[viii] “Osservazioni del Segretario Generali” alla D.G.C. 461/2015, ibidem

[ix] Ibidem

[x]  Ibidem

[xi] Gianandrea Gaiani, “Nasce il primo comando, la Nunziatella formerà gli ufficiali europei”, Il Mattino (07.03.2017) , pp. 1-3

[xii]  Redazione Napoli, “Dalla Nunziatella spirano venti di guerra su Napoli” (20.11.2017) , Contropiano > http://contropiano.org/news/politica-news/2017/11/20/dalla-nunziatella-spirano-venti-guerra-napoli-097908

[xiii] Ermete Ferraro, “Campania Bellatrix” (24.03.2013), Contropiano > http://contropiano.org/interventi/2013/03/24/campania-bellatrix-015404

[xiv]  “Rosso Maniero” , oltre ad essere il ‘soprannome’ dell’accademia militare sorta nel XVIII secolo sull’area conventuale di Pizzofalcone per volontà di Ferdinando IV di Borbone, è anche il titolo dell’organo ufficiale della Associazione Nazionale Ex Allievi della Nunziatella > http://www.nunziatella.it/rosso-maniero/

[xv] Su tale aspetto mi sono già soffermato sei anni fa in un articolo per il mio blog:  Ermete Ferraro, “SPY…OPS! Quando la guerra si fa con le parole” (04.02.2012), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/

[xvi] Visita il sito: https://www.natoschool.nato.int/Academics/Resident-Courses/Course-Catalogue

[xvii] Cfr. A. Abuwala, “10 Best Military Academies From Around the World” (25.04.2017),  WorldAtlas >  https://www.worldatlas.com/articles/10-best-military-academies-from-around-the-world.html  e: Lee Standberry,  “Top 10 International Military Schools” (08.10.2012), Toptenz.net > https://www.toptenz.net/top-10-international-military-schools.php

[xviii] Visita il sito dell’ E.U.M.C. > https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/5428/european-union-military-committee-eumc_en

[xix] “Il generale Graziano: ‘La Nunziatella diventerà polo formativo europeo” (18.11.2017), la Repubblica , ed. Napoli > http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/11/18/news/il_generale_graziano_la_nunziatella_diventera_polo_formativo_europeo_-181428074/

Hanno fatto Trenta, non facciano 31

2-giugno-2017Oggi, 2 giugno 2018, uno dei primi atti ufficiali e pubblici degli esponenti del nuovo governo giallo-nero all’indomani del suo insediamento è certamente la partecipazione alla tradizionale parata militare per la Festa della Repubblica. E’ vero: sono decenni che i pacifisti protestano contro questa retorica e costosa esibizione militarista, ricordando che oggi si festeggia, appunto, la nascita della nostra Repubblica (democratica, fondata sul lavoro e che ripudia la guerra) e non di certo le Forze Armate che ne rappresenterebbero semmai solo l’aspetto ‘difensivo’ e che, fra l’altro, la loro ‘festa’ già l’hanno celebrata sette mesi fa.  Niente. Nessuno ha mai ascoltato questo accorato appello del movimento per la Pace, un po’ perché la retorica da parata evidentemente un po’ ci aggrada (il ventennio fascista qualche traccia, anche simbolica, l’ha lasciata…), un po’ perché la voce della frammentata realtà antimilitarista e nonviolenta del nostro Paese è talmente flebile che, forse, noi stessi ci meraviglieremmo se qualcuno ci stesse davvero a sentire…

Quest’anno, poi, la solita ‘parata’ romana del 2 giugno sembra assumere un significato particolare, sia in considerazione del fatto che la figura del Presidente della Repubblica, dopo il travagliato parto governativo, è emersa con maggiore rilievo e peso, sia perché l’immagine del nuovo Esecutivo a trazione pentastellato-leghista appare oggettivamente caratterizzata dal ritorno del nazionalismo e delle sue parole d‘ordine. Non dimentichiamo, poi, che tra le Autorità nella tribuna d’onore della Parata ci sarà anche la nuova ministra della Difesa, la prof.ssa Elisabetta Trenta, esperta di sicurezza e di ‘intelligence’. Come si fa a non notare che il c.d. ‘governo del cambiamento’ – che alla componente femminile ha finora riservato solo cinque posti – ha  sostituito l’ex ministra Pinotti (laureata in lettere ed ex educatrice dell’AGESCI) sì con un’altra donna, però molto più ‘qualificata’ in campo militare?

« Nel suo cv si segnala l’incarico di vicedirettore del master in Intelligence e sicurezza dell’Università Link Campus di Roma. L’esponente 5 Stelle è stata “ricercatrice in materia di sicurezza e difesa presso il Centro Militare di Studi Strategici”. E per nove mesi, su incarico del Ministero degli Affari Esteri, “è stata Political Advisor dei Comandanti della Itjtf in Iraq. Ha rivestito anche il ruolo di esperta in governance nell’Unità di assistenza alla Ricostruzione di Thi Qar”. Dal 1998 – si legge sempre nella sua scheda – Trenta “è stata responsabile di molti progetti di sviluppo e assistenza alla governance sia in Italia che all’estero, dove ha coordinato interventi come quello per l’assistenza ai City Council della provincia di Thi Qar (Iraq) o quello per il rafforzamento delle competenze del Ministero dell’Interno in Libano”. E’ stata inoltre “Country Advisor per la Missione Leonte in ambito Unifil in Libano nel 2009 e ha partecipato ad attività militari e civili, in Italia e all’estero, su incarico del Ministero della Difesa”. [i]

trentaNon c’è che dire: un eccellente curriculum. Peccato che abbia a che fare più con le competenze militari che con quelle di natura sociale, civile ed ambientale che dovrebbero caratterizzare un’organizzazione politica di base, fondata nel 2009 sulle cinque priorità: “acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia[ii].  Ebbene, confesso che la metamorfosi da Movimento 5 Stelle a Movimento 5 Stellette mi preoccupa non poco. Piazzare alla Difesa una docente specializzata in “intelligence and security” non mi sembra una svolta nel ministero chiave per una riconversione civile della spesa militare. Mandare al Palazzo Baracchini di via XX Settembre una ricercatrice del Centro Militare di Studi Strategici, impegnata peraltro in varie  ‘missioni’ in Libano ed in Iraq, non appare per niente un segnale di discontinuità con la nostra tradizionale politica di subalternità ai ‘comandi supremi’ USA e NATO, bensì la conferma dei finanziamenti alle nostre spedizioni militari in giro per mondo, fra le quali alcune risalgono addirittura al 1948 (Palestina), al 1978 (Libano), 1979 (Egitto-Sinai), al 1999 (Kosovo) ed al 2005 (Cipro). Queste sono solo le ‘neverending missions’ per conto dell’ONU, ma non bisogna dimenticare quelle tuttora in corso di natura diversa, , come: Libano (dal 2006) ed Afghanistan (dal 2015). [iii]  Ebbene sì: siamo un paese di santi, poeti e navigatori ma sicuramente anche di ‘missionari’, non più con l’abito bianco e la croce ma con la mimetica e l’elmetto. Basta leggere un esauriente articolo di qualche mese fa – con relative infografiche – per comprendere che il nostro impegno militare all’estero era (e a quanto pare è) destinato a crescere, con gli annessi oneri finanziari e con conseguenze politiche facilmente immaginabili.

«Come confermato dal ministro della Difesa Roberta Pinotti in un’intervista a Repubblica l’obiettivo per il 2018 è di rafforzare l’impegno nel continente. Il 15 gennaio il ministro, parlando alle commissioni riunite Difesa ed Esteri di Senato e Camera ha presentato il progetto del governo spiegando che si è deciso di “rimodulare l’impegno nelle aree di crisi geograficamente più vicine e che hanno impatti più immediati rispetto ai nostri interessi strategici” e in questo senso il Sahel, ha aggiunto, rappresenta “una regione di preminente valore strategico per l’Italia”. E infatti a ben vedere nel futuro dell’Italia non c’è solo il Niger. Ma ben altri sette Paesi, alcuni dei quali sono partner di lunga data come Libia, Egitto, Gibuti e Somalia, mentre altri sono vere e proprie new entry:  Sahara occidentale, Tunisia, Repubblica centrafricana e Niger appunto.» [iv]  

Solo per le prossime spedizioni è prevista una spesa aggiuntiva di quasi 83 milioni di euro, ma non c’è da dubitare che la nuova ministra – forse per onorare il suo cognome – ritenga anche lei che si debba proseguire su tale strada, visto che “Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno”, come si suol dire, citando senza saperlo un’arguta espressione di Pio X, riferita alla sua nomina di nuovi cardinali. [v] Eppure è proprio questo il nodo: se ormai i cinquestelle hanno “fatto Trenta” non sembra proprio il caso di insistere in questa direzione, soprattutto se, sull’altra faccia della medaglia della militarizzazione della società e del territorio, ci ritroviamo la faccia barbuta di Matteo Salvini, leader della Lega Nord, come Ministro degli Interni.

Niente da eccepire, per carità. Che un leader politico che si è sempre riempito la bocca di parole come ‘sicurezza’, strizzando l’occhio alle ‘forze dell’ordine’ ed auspicando che abbiano finalmente mano libera, approdasse al Viminale era ovvio, perfino scontato. Ciò che preoccupa chi non segue gli stessi parametri securitari, militaristi ed autoritari della destra, modello ‘law and order’ , è però che le priorità del nuovo responsabile degli Interni sono fin troppo chiare: chiusura dei campi rom, espulsione degli immigrati irregolari e blocco dei flussi, rimpatrio degli occupanti di case abusivi e, naturalmente, aumento per le forze di Polizia. [vi]  Non dimentichiamo poi che nel Contratto di Governo, sottoscritto dalla strana coppia giallo-nera e che adesso il premier Conte dovrà attuare – oltre alle previsioni di nuove dotazioni per le forze dell’ordine, (fra cui quelle pistole ‘taser’ denunciate da Amnesty come a rischio di violazione dei diritti umani [vii]) –  c’è anche un paragrafo nel quale si conferma il principio della legittimità comunque dell’autodifesa del proprio domicilio, da sempre invocata dalle destre, sullo spicciativo modello ‘fai-da-te’ dei soliti pistoleri americani:

«In considerazione del principio dell’inviolabilità della proprietà privata, si prevede la riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare, eliminando gli elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa) che pregiudicano la piena tutela della persona che ha subito un’intrusione nella propria abitazione e nel proprio luogo di lavoro.» [viii]

salvini-ministro-dellInternoCon poche parole, a quanto pare, si stanno per cancellare secoli di garanzie di rispetto dei diritti umani civili e sociali, avviando rapidamente la nostra Italia verso un’ulteriore militarizzazione della società ed una visione poliziesca della sicurezza. Ma tutto questo, ci ha assicurato il capo politico M5S, “non è né di destra né di sinistra”, e noi non possiamo fare a meno di credergli, mutuando la celebre espressione dell’Antonio scespiriano: “…perché Di Maio è uomo d’onore”.  [ix]  Abbiamo, del resto, un Parlamento pieno di questi nuovi “onorevoli” – pentastellati e leghisti – e non possiamo non credere a priori alla loro voglia di ‘cambiamento’, anche se ci deve concedere di nutrire qualche dubbio sul senso in cui esso sta dirigendosi…

Certo, qualcuno potrebbe chiedersi anche come mai un governo definito “giallo-verde” ed il cui co-leader Di Maio è capo d’un movimento che ispirava a materie ‘ecologiche’ ben 4 delle sue 5 stelle, abbia invece speso poco più di tre paginette sulle cinquantotto del famoso ‘Contratto per il governo del cambiamento’. Il suo capitolo 4, infatti, ha un titolo molto promettente (“Ambiente, green economy e rifluti zero”), ma – a parte le premesse iniziali di sapore ecologista e qualche precisazione un po’ didascalica sul concetto di ‘risorsa rinnovabile’ e di ‘economia circolare’ – gli impegni veri e propri sono abbastanza circoscritti. Riguardano in particolare; a) la riduzione e raccolta differenziata dei rifiuti, con una loro gestione ‘a filiera corta’; b) un programma di mappatura e bonifica dei siti a rischio amianto; c) la manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo, come prevenzione dei disastri idro-geologici e riduzione dei rischi sismici; d) la lotta allo spreco di suolo e l’impegno per la ‘rigenerazione urbana’; e) il contrasto al cambiamento climatico mediante interventi che spingano sul risparmio energetico e le fonti rinnovabili; f) provvedimenti specifici, infine, sono individuati per zone a rischio ambientale come la pianura Padana (?!), le aree metropolitane e l’ILVA di Taranto, in quest’ultimo caso senza indicare quali provvedimenti s’intenda effettivamente adottare né sciogliere il dilemma che contrappone la salvaguardia ambientale e della salute alla salvaguardia dell’occupazione ed al ventilato “sviluppo industriale del Sud”. [x]

costaBeh, non ci resta allora che stare a vedere cosa ci aspetta nei prossimi mesi o anni, sperando che almeno in questo settore l’inserimento nella squadra di governo di Sergio Costa – stimabile ed esperto comandante napoletano della Forestale poi promosso a generale dei Carabinieri per l’Ambiente della Campania  – costituisca almeno una garanzia di serietà nella lotta alle ecomafie ed agli sporchi affari di chi gioca con la salute della collettività e l’integrità del territorio. Espresso questo apprezzamento da ambientalista,  come ecopacifista consentitemi però di sottolineare la scellerata follia di chi nel 2016 decretò l’assorbimento d’un Corpo – autonomo e civile – di polizia ambientale all’interno dell’Arma dei Carabinieri, di fatto militarizzandone e burocratizzandone in modo irresponsabile le insostituibili funzioni operative di presidio del territorio. Basterà un integerrimo ufficiale come Costa promosso a Ministro per dare credibilità al piuttosto vago programma ambientale del governo Conte? Dobbiamo augurarcelo, ma non dimentichiamo che da oggi – festa della Repubblica nata dalla Resistenza – comincia un periodo in cui siamo tutti/e chiamati a vigilare sugli esiti democratici e sociali di questo ambiguo ‘ cambiamento’. Se non altro per evitare che, fatto Trenta, cerchino di fare anche trentuno…

© 2018 Ermete Ferraro

——– N O T E —————————————————————————-

[i] “Chi è Trenta, il nuovo Ministro della Difesa”  > http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2018/06/01/chi-elisabetta-trenta-nuovo-ministro-della-difesa_MdtADDTcG0y7yRv5E7KBIK.html?refresh_ce

[ii] “Movimento 5 Stelle”, Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_5_Stelle#cite_note-21

[iii] “Missioni militari italiane all’estero”, Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Missioni_militari_italiane_all%27estero

[iv] Alberto Bellotto, “Missioni militari italiane all’estero: le novità del 2018”, 11.01.2018,  Gli occhi della guerra >http://www.occhidellaguerra.it/missioni-militari-italiane-allestero-le-novita-del-2018/

[v] “Perché si dice abbiamo fatto 30, facciamo 31” > http://www.lettera43.it/it/comefare/curiosita/2017/01/27/perche-si-dice-abbiamo-fatto-30-facciamo-31/6779/  In effetti la frase originaria del Papa era: “Tanto è trenta che trentuno”

[vi] Cfr.: https://www.tpi.it/2018/06/01/salvini-ministro-interno/

 

[vii] “Sperimentazione delle pistole taser: la posizione di Amnesty International Italia” (23.03.2018) > https://www.amnesty.it/sperimentazione-delle-pistole-taser-la-posizione-amnesty-international-italia/

[viii] “La legittima difesa nel contratto di governo», Armi e tiro  (18.05.2018) > http://www.armietiro.it/la-legittima-difesa-nel-contratto-di-governo-9728

[ix] W. Shakespeare, Julius Caesar, atto III scena III – Cfr.: http://shakespeare.mit.edu/julius_caesar/julius_caesar.3.2.html

[x] Movimento 5 Stelle – Lega, Contratto per il governo del Cambiamento – Cap. 4 “Ambiente, green economy e rifiuti zero” (pp. 10-13) > https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/18/governo-m5s-lega-il-contratto-di-governo-versione-definitiva-del-testo/4364587/

“RIARMISTI ESIGENTI” ?

  1. Dal Nobel per la Pace al primato delle armi ?

imagesE’ dagli anni ’70 del secolo scorso che mi occupo di antimilitarismo, resistenza alla guerra, azione nonviolenta per la pace e difesa alternativa, ma devo confessare che sono più che mai preoccupato per la nuova escalation nella corsa agli armamenti e per l’atmosfera guerrafondaia nella quale ci troviamo sempre più immersi. Quarant’anni dopo, infatti, mi trovo ancora a scendere in piazza contro la guerra prossima ventura ed a lanciare iniziative contro il disarmo nucleare, come se le lancette dell’orologio della storia fossero state assurdamente riportate indietro, ai tempi  dell’equilibrio del terrore. Eppure c’è qualcuno che storce il naso di fronte a tali mobilitazioni, la cui validità e urgenza hanno peraltro ricevuto l’onore di un riconoscimento ufficiale e prestigioso col conferimento del Premio Nobel per la Pace 2017 all’I.C.A.N. [i] (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons). C’è chi sostiene, infatti, che un vero movimento contro la guerra non dovrebbe lasciarsi ingenuamente irretire dall’inganno del pretestuoso conflitto U.S.A.-Corea del Nord sugli armamenti nucleari, perdendo così di vista le quotidiane e sanguinose guerre combattute convenzionalmente – e sanguinosamente – in tutto il resto del mondo.

Certo, lo stesso Papa Francesco ci ha ripetutamente richiamato alla tragica realtà di una ‘guerra mondiale combattuta a pezzi’, cui tristemente rischiamo di assuefarci, come se fossimo i passivi spettatori di un orribile, ma in qualche modo virtuale, wargame. E’ evidente che sull’esasperazione della crisi coreana si sia molto puntato, per distogliere l’attenzione da altri scenari geopolitici e per criminalizzare ‘regimi’ dalla cui minaccia i soliti ‘liberatori’ dovrebbero ancora una volta salvarci. E non meno vero, però, che l’impennata nuclearista e militarista che stiamo registrando in questi anni desta una legittima preoccupazione in chi, pur convinto da sempre che “la guerra è follia” [ii] per citare ancora il Papa – si augurava almeno che alla pazzia distruttiva ed al delirio di onnipotenza fosse stato posto quanto meno un limite. Anche i ragazzi della scuola media, del resto, sanno che una guerra nucleare non potrebbe mai avere vincitori (come peraltro hanno ricordato alcuni giorni fa i vescovi della conferenza episcopale coreana in un loro accorato appello) [iii] .  Nondimeno ci tocca assistere ogni giorno ad allucinanti dichiarazioni ed a grottesche esibizioni muscolari proprio in materia di armamenti nucleari, in un incredibile gioco al massacro che sfida il buon senso e lascia perplessi gli stessi professionisti della guerra, quella casta militare che si trova scavalcata in rodomondate dall’ignorante arroganza dei propri leader politici.

Intendiamoci, dietro ogni conflitto armato c’è sempre e comunque lo zampino dell’onnipotente complesso militare-industriale. Da un po’ di tempo, tuttavia, si direbbe che qualcuno abbia preso troppo sul serio la sarcastica frase di Georges Clemenceau, secondo il quale “la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari” [iv]  al punto da ipotizzare che essa possa essere affidata, non meno incoscientemente, in quelle assai meno esperte dei sedicenti ‘grandi della Terra’ ed alla loro mania – maschilista prima ancora che bellicista – di esibire … ordigni più potenti degli altri.  Ci troviamo quindi spettatori d’un incredibile teatrino mediatico, che rinforza esalta e diffonde le allucinanti dichiarazioni dei protagonisti di questa assurda sfida all’ultimo missile ed alla testata nucleare più distruttiva. Il rischio, ancora una volta, è quello di assuefarci lentamente a questa logica perversa, sentendoci ancor più impotenti di fronte ad una catastrofe atomica prossima ventura. Si tratta di una guerra psicologica, che rischia però di aprire la strada a quella vera, agitando continuamente lo spauracchio di un pericolo da cui dovremmo difenderci, come se il vero pericolo non fosse proprio questo modo di difendersi.

  1. Disarmisti esigenti, per contrastare i venti di guerra nucleare

Negli ultimi anni si sono sviluppati, all’interno della galassia pacifista, diversi movimenti specificamente antinuclearisti e, un po’ ovunque, si sono svolte numerose manifestazioni al fine di richiamare l’opinione pubblica dei vari Paesi ad un atteggiamento più responsabile e proattivo nei confronti dei rispettivi governi, anche ricordando loro che esiste un’autorità sovranazionale che dovrebbe disciplinare questioni così centrali per la stessa sopravvivenza del Pianeta. In Italia, ad esempio, è nato nel 2014 il movimento dei Disarmisti Esigenti [v], formato da attivisti nonviolenti che si adoperano per la pace ed il disarmo,  in risposta all’appello di Stéphane Hessel ed Albert Jacquard ad “esigere un disarmo nucleare totale”. Anche a Napoli, in occasione dell’assemblea nazionale d’uno storico movimento nonviolento di matrice spirituale come il M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione)[vi], branca italiana dell’ I.F.O.R. [vii], si è svolto recentemente un incontro pubblico sul tema “Bandire le armi nucleari” [viii], da me coordinato, cui hanno partecipato autorevoli esponenti di tali organizzazioni ed al quale è intervenuto anche il vice-sindaco della Città, al quale è stata consegnata una proposta di deliberazione proprio sul disarmo nucleare.FOTO MODIFICATA

Ebbene, anche se l’attribuzione del Nobel per la pace alla già citata I.C.A.N. costituisce un evidente riconoscimento a questo movimento internazionale rigorosamente disarmista ed alla sua campagna per l’abolizione degli armamenti nucleari, temo che nel mondo si stia sviluppando a ritmo ancor più incalzante il movimento che mi viene da chiamare dei “riarmisti esigenti”. Si tratta in primo luogo dell’allarmante e diffusa tendenza dei governi ad investire sempre più risorse del proprio bilancio nella cosiddetta ‘difesa’, ma anche della molto più comune e popolare tendenza ad armarsi per tutelare se stessi ed i propri beni, secondo una logica che negli USA ha radici popolari, molto antiche e profonde. A nulla serve dimostrare razionalmente che i massacri bellici hanno provocato indicibili stragi ed enormi danni, assolutamente non commisurabili a qualsiasi vantaggio ricavabile dagli stessi ‘vincitori’. Altrettanto inutile, a quanto pare, è anche dare dimostrazione tangibile che nei Paesi dove circolano liberamente le c.d. ‘armi da difesa’  per uso personale il tasso d’insicurezza e di mortalità è nei fatti assai più elevato di quelli in cui la loro detenzione è rigorosamente regolamentata.

Questi ‘riarmisti esigenti’ – dopo decenni in cui credevamo di aver definitivamente messo da parte l’orrore del militarismo e le deliranti ideologie che inneggiavano alla guerra come ‘sola igiene del mondo’ – sembrano aver ritrovato la loro arrogante vitalità, che li porta a chiedere sempre più uomini, mezzi e risorse finanziarie per nuove e pesanti azioni belliche. La stessa ‘arms race’ o ‘corsa agli armamenti’ – espressione che speravamo cancellata – sta conseguentemente ritornando una sorta di disciplina olimpionica, nella quale un numero crescente di stati intendono esercitarsi, sottraendo al proprio benessere interno i miliardi da destinare all’acquisto e gestione di ordigni bellici con effetti sempre più devastanti per la vita degli esseri umani e per gli stessi equilibri ecologici del Pianeta. L’antropologo culturale Franz Boas ebbe a studiare alcuni fenomeni apparentemente inspiegabili, come il rito del ‘potlatch’ [ix], praticato in passato da aborigeni della costa nord-occidentale del Pacifico degli Stati Uniti e del Canada, in base al quale: “individui dello stesso status sociale distribuiscono o fanno a gara a distruggere beni considerevoli per affermare pubblicamente il proprio rango o per riacquistarlo nel caso lo abbiano perso”. Molte interpretazioni sono state date a questo sorprendente cerimoniale:  alcune positive, come la teoria del dono gratuito e del riequilibrio dei rapporti economici e di potere; altre radicalmente opposte, come quella che viceversa ne mostrava il carattere di assurda ed esasperata competizione,  finalizzata solo ad affermare il proprio peso ed autorità a danno degli altri. Un arguto interprete di questo apparentemente ‘selvaggio’ rito è stato il grande linguista e saggista Umberto Eco che, in un articolo del suo “Secondo diario minimo” [x], parlò argutamente dell’istituzione del “potlatch bellico” : un ‘gioco della guerra’ che consentirebbe ai generali di autosostenere le proprie forze armate  “secondo la luminosa teoria del ‘giro a vuoto istituzionalizzato”. Il guaio è che questo genere di ‘war-game’ rischia di costarci molto caro, mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa dell’umanità su quella che Dante chiamava “l’aiuola che ci fa tanto feroci” (Paradiso, XXII, 151).

Sventare l’uragano bellicista con la forza della nonviolenza attiva

images (1)Abbiamo appreso recentemente da un articolo di Manlio Dinucci [xi]  che il Senato U.S.A. ha approvato – con voto bipartisan e perfino con emendamenti peggiorativi dell’opposizione democraticaun ulteriore aumento del bilancio del Pentagono, portandolo nei fatti a circa 1.000 miliardi di dollari: un quarto dell’intero bilancio federale. I circa 37 miliardi spesi dalla fin troppo militarizzata Corea del Nord nel 2016 [xii]  rappresentano in effetti solo il 3,7 % dell’incredibile montagna di denaro sperperata per le spese militari statunitensi, eppure costituiscono quasi il 16% del P.I.L. di quello stato e lo portano in cima della classifica dei guerrafondai. Tornando agli U.S.A., non è certo privo di significato il fatto che nel solo numero del 23 ottobre di TIME Magazine troviamo ben due articoli in cui si sottolinea la tendenza di Donald Trump a trattare lo stesso stato maggiore della Difesa come dei subordinati cui dare ordini sempre più azzardati e bellicosi. Nel primo si riferisce che il potente senatore repubblicano Bob Corker, presidente della Commissione relazioni estere, ha dichiarato in un’intervista che il presidente Trump sta portando gli U.S.A. “…sulla strada della III guerra mondiale e trattando il suo ufficio come un reality show” [xiii]. Nel secondo articolo, il cui autore è James Stavridis (ex ammiraglio della U.S. Navy, già Comandante Supremo N.A.T.O. per l’Europa) si chiarisce il contenuto fin dal titolo: “Quando il Comandante in Capo non rispetta i suoi Comandanti”. Da una parte, argomenta Stavridis, Trump ha selezionato alti ufficiali per nominarli ai più alti livelli della Casa Bianca. “Sembra però che egli abbia bisogno di dominarli pubblicamente e che stia cercando di spingerli dentro dibattiti politici pubblici con modi che saranno sempre più spiacevoli per loro. Egli continua a tuittare in modo nazionalista e militarista, sbruffoneggiando effettivamente sulla scena globale e  nazionale col randello del valore militare degli Stati Uniti – infiammando situazioni già tese e mettendosi in conflitto coi costanti consigli dei suoi generali, la cui competenza operativa, lealtà alla nazione ed approccio apolitico sono fuori discussione. […] Trump è una sorta di uragano: imprevedibile, potenzialmente distruttivo e dotato di un’enorme potenza…” [xiv] .

Altro che “War is over” ! [xv] L’augurale canzone di John lennon e Yoko Ono continuerà ad accompagnare simbolicamente le nostre battaglie antimilitariste, disarmiste e nonviolente, ma è innegabile che il clima politico che respiriamo quotidianamente non alimenta la speranza. Se è vero che il warmongering è stata una costante che ha tristemente accompagnato l’umanità da oltre un secolo, attizzando il fuoco dei conflitti armati e provocando immani tragedie, non si può certo affermare che lo spirito guerrafondaio ormai sia  ‘over’, cioè alle nostre spalle. Quello tradizionale della casta militare, anzi, rischia addirittura di essere scavalcato dai furori interventisti dei capi politici e dal perfido cinismo dei mercanti di morte, convinti da sempre che – per citare un significativo film di Alberto Sordi: “finché c’è guerra c’è speranza[xvi].  I “riarmisti esigenti” della N.A.T.O. , ad esempio, sono diventati sempre più aggressivi e pretendono l’aumento delle spese militari da quegli stati che non si sono ancora allineati alle loro pressanti richieste. L’intero scenario globale è infestato da questi pericolosi esemplari del genere umano, capaci solo di seminare veleno nei rapporti internazionali, alimentando vecchi e nuovi conflitti e sognando un mondo ‘igienizzato’ dalla guerra. “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” [xvii], scriveva 19 secoli fa il grande storico P. Cornelio Tacito, riferendo la terribile accusa del capo calèdone Calgaco nei confronti dell’imperialismo militarista dei Romani. Ebbene, se vogliamo evitare che i moderni imperialismi trasformino definitivamente la nostra terra in un deserto, chiamandolo sacrilegamente ‘pace’, tocca a noi tutti diventare ‘disarmisti esigenti’, affrontando con determinazione e contrastando la deriva militarista che sta travolgendo il dibattito politico e sconvolgendo la stessa razionalità delle relazioni umane, in nome di un assurdo ‘potlatch bellico’.

NOTE ——————————————————————————————

[i]   http://www.icanw.org/

[ii] http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/religione/papa-francesco-la-guerra-%C3%A8-follia-31759#.WeyMgo-0MnR

[iii] http://www.difesapopolo.it/Mondo/Ritorna-l-incubo-dell-atomica.-I-vescovi-coreani-Fermiamoci.-Sarebbe-una-guerra-senza-vincitori

[iv] https://it.wikiquote.org/wiki/Georges_Clemenceau

[v]  http://www.disarmistiesigenti.org/

[vi] http://www.miritalia.org/

[vii]  http://www.ifor.org/#mission

[viii] https://www.miritalia.org/2017/09/25/bandire-le-armi-nucleari-incontro-pubblico-a-napoli-organizzato-dal-mir/

[ix]  F. Boas, L’organizzazione sociale e le società segrete degli indiani Kwakiutl (1897) > https://it.wikipedia.org/wiki/Franz_Boas

[x]   U. Eco, Secondo Diario Minimo, (1992)  > https://books.google.it/books?id=OqCgDQAAQBAJ&pg=PT16&lpg=PT16&dq=Umberto+Eco+%2B+potlatch&source=bl&ots=dk8fLqvP_q&sig=esTvZREDIyEFcg2qJun8yiVCnyg&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjSgvGGmITXAhWCUhQKHc8eDRMQ6AEIJzAA#v=onepage&q=Umberto%20Eco%20%2B%20potlatch&f=false

[xi] https://ilmanifesto.it/bipartisan-il-riarmo-usa-anti-russia/

[xii] V.  rapporto del SIPRI 2016 : “Trends in World Military Expenditure” >  https://www.sipri.org/sites/default/files/Trends-world-military-expenditure-2016.pdf . Vedi anche l’articolo italiano: http://www.lastampa.it/2017/07/07/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/un-mondo-di-armi-chi-le-fa-chi-le-vende-chi-le-compra-C98kr6EFYxm4q39gsfMahK/pagina.html

[xiii] “A war of words with Senator Bob Corker endangers the President’s agenda” by Ph. Elliott, TIME (Oct. 23, 2017), p.8 (trad. mia)

[xiv]  “When the Commander in Chief disrespects his Commanders” by J. Stavridis, TIME (Oct. 23, 2017), p. 13 (trad. mia)

[xv]  J. Lennon, War is Over > https://www.youtube.com/watch?v=z8Vfp48laS8

[xvi]  http://www.filmtv.it/film/2756/finche-c-e-guerra-c-e-speranza/

[xvii]  P. C. Tacitus, De vita et morbus Iulii Agricolae, XXX

MA CHI CI DEPURERÁ DALLE SCORIE NUCLEARI…?

nave nucl

 Non c’è quasi nessuno ormai che non associ una marca di acque minerali, che pretendevano di depurare l’organismo dalle scorie , all’accattivante slogan che ne esalta i mirabolanti risultati grazie all’affascinante immagine della sua testimonial, che si dichiara “…pulita dentro e bella fuori”. Il solo fatto di riuscire a provocare nei suoi consumatori la produzione di “tanta plin plin” , comunque, pare che non sia bastato ad evitare a quella ditta l’accusa di ricorrere ad una pubblicità ingannevole.

Ma allora che cosa dovremmo dire noi quando sedicenti Autorità pretendono di farci digerire dichiarazioni reticenti e rassicurazioni ancora più improbabili sulla totale sicurezza delle operazioni di transito e carico su una nave inglese ormeggiata a La Spezia di ben tre TIR di scorie nucleari destinate chissaddove?  Beh, in quel caso non si tratta certo di “pubblicità”. Anzi, potremmo coniare l’accusa di “non-pubblicità ingannevole”, visto che l’inganno dell’opinione pubblica risiede proprio nella volontà che anima Lorsignori di continuare a secretare, e quindi ad occultare, informazioni che invece riguardano la sicurezza dei cittadini e dei territori interessati da rischi specifici, come quello nucleare.

Solo una quarantina di giorni fa alcuni carichi di agenti chimici provenienti dalla Siria – che avrebbero dovuto essere ‘distrutti’ in pieno mare Mediterraneo, non lontano dalle cose italiane e dalle isole greche – sono stati disinvoltamente introdotti nel porto di Gioia Tauro e lì caricati su una nave militare. Ebbene, di fronte alle reazioni comprensibilmente allarmate di sindaci ed organizzazioni ambientaliste l’unica risposta è stata che tutto era sotto controllo e che non c’era motivo di preoccuparsi….!

E ora che dal porto ligure è partita per destinazione ignota una nave fantasma carica di scorie nucleari – dopo che esse sono state fatte transitare per la città e vi sono state caricate alla chetichella – ecco che di nuovo le solite “autorità competenti” continuano a lanciare messaggi rassicuranti, sebbene con tono un po’ infastidito dall’imprevista ed indesiderata pubblicità che alcuni media hanno dato a questa sconcertante operazione.

“Nel giro di poche ore la motonave viene stipata di un carico ignoto, che poi si scoprirà essere composto da “sostanze fissili non irraggiate per usi civili provenienti da un deposito nazionale”. Lasciatosi alle spalle il golfo alle prime luci dell’alba la Pacific Egret riprende il largo, ignara della scia di ansie, polemiche, scontri e provvedimenti politici che segue al suo arrivo nel porto spezzino. La rotta porta la nave battente bandiera inglese verso lo Stretto di Gibilterra. Un percorso monitorato dal segnale Ais (Automatic identification system). Nel corso della notte scorsa, però, esattamente alle 3.30, dopo aver superato le colonne d’Ercole, il segnale emesso dalla Pacific Egret improvvisamente si tace. Dove saranno finiti la nave e il suo carico?” (http://www.cittadellaspezia.com/La-Spezia/Attualita/La-nave-fantasma-svanita-dopo-le-153457.aspx ).

La citata ricostruzione, contenuta in un articolo pubblicato sul quotidiano online “Città della Spezia”, sembra dimostrare che sulle rassicurazioni ufficiali si può fare ben poco affidamento. La segretezza invocata ed il palese imbarazzo della prefettura, infatti, non sono stati certamente dissipati dalle dichiarazioni successive, nelle quali si banalizza l’accaduto, parlando cripticamente di “sostanze fissili non irraggiate per usi civili provenienti da un deposito nazionale”. Come a dire: “Ma di cosa vi preoccupate? Si tratta di ‘normali’ operazioni, non c’è nulla di strano né d’insolito…”.

Come ci comunica il quotidiano online “Lettera 43: “Nella nota si legge anche che «l’operazione è avvenuta nel totale rispetto della normativa nazionale e internazionale. Gli obblighi di informazione vanno garantiti nei confronti della popolazione interessata solo nel caso di incidente che comporti una emergenza radiologica». (http://www.lettera43.it/cronaca/la-spezia-container-con-scorie-non-irraggiate_43675124157.htm ).

Tutto chiaro? Nulla di cui allarmarsi, allora? Eh no, purtroppo: queste tardive dichiarazioni risultano, tra l’altro, in contraddizione con l’atteggiamento reticente del prefetto Giuseppe Forlani che, interpellato dal Secolo XIX : “ lascia(va) il compito di un’algida risposta al capo di Gabinetto: «La prefettura non ha intenzione di comunicare nulla su questa questione». Punto e basta, non sono ammesse repliche.” (http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2014/03/05/AQA1LM0B-industriali_carico_spezia.shtml ).

Ma poi, se la lingua italiana ha ancora un senso, che diavolo significa che gli obblighi d’informazione andrebbero garantiti alla popolazione interessata esclusivamente “nel caso di incidente che comporti una emergenza radiologica”. Se davvero non c’era nessun pericolo, perché mai quel carico era protetto – riferisce il quotidiano ligure – da uno spiegamento di “…uomini vestiti come astronauti che si muovono nel buio, di vigili del fuoco richiamati fuori dal turno quando già riposavano, della digos che sorveglia, dei mezzi della Marina militare disseminati a protezione tutt’intorno…” (ibidem).

Ma, come cantava Bob Dylan, ancora una volta “risposta non c’è” o meglio, per citare l’originale, “sta soffiando nel vento”. Peccato che si tratti del vento dell’inganno, della mancanza di rispetto per la sicurezza dei cittadini e dell’ambiente. Un vento che solleva muri di polvere e che cerca di spazzare via il diritto all’informazione preventiva ed alla trasparenza di operazioni ad alto rischio.

Insomma, una volta di più le nostre poco autorevoli Autorità si sono dimostrate poco pulite dentro e per niente belle fuori, alimentando la comprensibile diffidenza della gente verso istituzioni la cui priorità non sembra essere proprio la sicurezza e la salute della collettività.

E poi, dalle “scorie radioattive” chi accidenti ci depurerà?  Quello che è certo è che a tranquillizzarci non basterà il “plin plin” delle dichiarazioni ufficiali…

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com)

 

NOLI ME…TANGERE

zanotelli e armiChi mi conosce sa che da tempo mi batto perché le battaglie ecologiste dei movimenti ambientalisti e quelle contro la guerra e la militarizzazione portate avanti dai movimenti pacifisti trovino finalmente la necessaria saldatura, in un’ottica “ecopacifista”. [1] Una questione  specifica di cui mi sono occupato è stata la denuncia del rischio nucleare connesso alla presenza di natanti a propulsione nucleare in vari porti italiani, fra cui quello di Napoli, rispetto alla quale la mia associazione (V.A.S.-Verdi Ambiente e Società) è stata firmataria di una diffida e poi di una denuncia alla magistratura e all’opinione pubblica, anche attraverso un dossier pubblicato dal sito del Comitato Pace e Disarmo Campania, cui VAS aderisce da anni. [2]  Nello stesso coordinamento pacifista mi sono interessato a lungo anche della militarizzazione del territorio della città di Napoli (da Bagnoli ad Agnano, da Nisida a Capodichino) e dell’ex- Campania Felix [3], oggi costellata di basi ‘alleate’ e statunitensi e sede del Comando della NATO per il Sud-Europa e l’Africa.

Credo che il solo fatto di mettere insieme questi problemi, considerando la loro pesante incidenza sul piano ambientale – in termini d’inquinamento dei terreni, dell’aria, del mare e dell’etere – basti a dimostrare che militarismo e guerra sono del tutto opposti al perseguimento di una prospettiva di sviluppo equo, solidale ed ecologicamente compatibile.  Se consideriamo anche l’impatto sociale, economico e politico della corsa agli armamenti e dei disastri che si porta appresso, in termini di sottrazione di risorse produttive alla società civile e di corruzione della classe politica dirigente, la necessità di una diffusione del messaggio ecopacifista mi pare che risulti ancora più urgente.

“La violenza ha dominato e pervaso la storia umana. C’è motivo di ricordarlo anche in questa rubrica perché ogni conflitto, ogni scontro, ha avuto cause ed effetti ambientali. Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi…” […]  Questo sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti. La pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace.”  [4]

Ebbene, se c’è un “valore monetario della pace” –  come scriveva Giorgio Nebbia –  è difficile non sottolineare quanto possa incidere negativamente il valore monetario della guerra, la cui nefasta influenza è stata denunciata spesso ed a vari livelli, dagli organismi ONU sul disarmo alle prese di posizione d’inascoltati profeti della pace come padre Alex Zanotelli. Lo stesso Magistero della Chiesa Cattolica e delle altre Chiese cristiane si è spesso pronunciato contro la corsa agli armamenti e la sua intrinseca ingiustizia nei confronti dei poveri della Terra, ai quali sottrae risorse di vita per distribuire frutti di morte. Giusto tre mesi fa Papa Francesco ha lanciato un nuovo, inequivocabile, appello contro la corsa agli armamenti e il commercio – legale o meno – di sistemi d’arma:  ”Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là è davvero una guerra o è una guerra commerciale  per vendere queste armi, o è per incrementarne il commercio illegale? […] No al commercio e alla proliferazione delle armi. Preghiamo perché cessi subito la violenza e la devastazione in Siria e si lavori con rinnovato impegno per una giusta soluzione del conflitto fratricida.” [5]  Un anno prima, il precedente pontefice, Benedetto XVI, era stato altrettanto esplicito: “Direi …che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare; invece dell’importazione delle armi che è un peccato grave si dovrebbe importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni da accettare ognuno nella sua alterità…” [6]

L’appello lanciato da padre Zanotelli su “Il Dialogo” [7]  s’intitola non a caso “Manovra e armi: il male oscuro”, in quanto i traffici illeciti legati al commercio delle armi e la diffusa connivenza di politici corrotti con i mercanti di morte sono effettivamente un morbo pestilenziale, che dovrebbe essere sradicato con le inchieste degli organi d’informazione e di quelli giudiziari. Ciò che occorre, però, è soprattutto un’effettiva crescita della consapevolezza dei cittadini ed azioni di obiezione di coscienza contro tali metodi di gestione del denaro pubblico e chi li pratica, contando sull’impunità e la complice copertura dei media. Le 5.000 firme di sottoscrizione all’appello del missionario comboniano che, instancabilmente, promuove da tempo una campagna di controinformazione e di sostegno ai magistrati napoletani che indagano sull’intreccio perverso fra commercio di armamenti e tangenti ai partiti, sono quindi un positivo segnale di crescita della consapevolezza. E’ pur vero che sembra che la maggioranza degli Italiani continui a credere alla favola delle ‘missioni di pace’ ed alla necessità di riarmo del nostro Paese, nonostante il fatto che i pesanti costi di questa politica assurda e criminale siano ormai da anni sotto gli occhi di tutti.

Nel suo documento, p. Alex Zanotelli ricordava alcune forniture sulle quale i sospetti di corruzione dei politici sono risultati più chiari. È il caso dei 566 milioni di euro per 12 elicotteri Agusta Westland; dei 5 miliardi di euro per fregate fornite al governo del Brasile; dei 18 milioni di euro per 6 elicotteri procurati al governo di Panama e di altri venduti all’Indonesia. Si tratta, complessivamente, di affari miliardari sui quali – secondo le ipotesi al vaglio della magistratura napoletana – sarebbero state concordate tangenti agli esponenti di vari partiti per centinaia di milioni di euro.  Si tratterebbe quindi di una sporca “decima”, intascata da gente che dovrebbe governarci e rappresentarci in Parlamento ma sembra non avere scrupoli a lucrare sulla vendita di navi, velivoli ed altri sistemi d’arma, fra l’altro messi spesso a disposizione di regimi violenti e totalitari.  Il ‘pizzo’ su questi micidiali congegni sarebbe pari ad una percentuale oscillante tra il 10 ed il 15% degli importi, ma la differenza rispetto alle tangenti su appalti e forniture cui ci siamo purtroppo già abituati è che il costo di questa corruzione è ancora più grave.  Se un “ritorno” del 10 o più percento su dei lavori pubblici o sugli acquisti della pubblica amministrazione  è indubbiamente non solo un grave reato ma anche una sporca operazione a danno dei cittadini, sta di fatto che il prodotto o la realizzazione finale di un simile appalto saranno comunque da essi utilizzabili, in termini di beni e servizi. Nel caso delle vendite di armi, invece, gli interessi veri della collettività sono colpiti ancor di più duramente, sottraendole risorse che potrebbero essere spese altrimenti, senza offrirle assolutamente nulla in cambio.

Ecco perché come ambientalista, oltre che come pacifista, ho condiviso e sottoscritto l’accorato appello di padre Alex e, come rappresentante dell’associazione V.A.S.  ho anche firmato un documento contro il rifinanziamento delle c.d. ‘missioni all’estero’ . Mi vergogno di essere cittadino di uno Stato che dovrebbe costituzionalmente “ripudiare la guerra”, ma che non si tira mai indietro quando si tratta di allinearsi all’imperialismo bellicista della NATO e degli USA.  I 27 miliardi di euro stanziati nel 2012 per la Difesa sono già una cifra assurda per un Paese in cui l’economia e l’occupazione sono travolti dalla crisi ed i tassi di povertà stanno pericolosamente salendo. Però se a questo aggiungiamo la follia di altri 17 miliardi destinati all’acquisto di 131 cacciabombardieri F35  è evidente che bisogna assolutamente fare qualcosa, non solo come testimonianza di buon senso prima ancora che di voglia di pace e giustizia, ma anche come segnale ad una classe politica che non ci rappresenta e che persevera ‘diabolicamente’ in quello che, citando Benedetto XVI,  in un altro mio articolo ho chiamato  “il peccato delle armi”. [8]

Tanto per fare un esempio, ricordo che ogni anno in Italia, per colpa di migliaia d’incendi,  finiscono in cenere 20.000 ettari di territorio. A prescindere dalle responsabilità di questo assurdo scempio delle nostre risorse, in particolare di quelle boschive, c’è da chiedersi quanti di questi danni si sarebbero potuti evitare grazie all’intervento di aerei ed elicotteri della protezione civile, ormai ridotti a livelli numerici preoccupanti. Ebbene, mentre i Canadair della flotta antincendi della nostra repubblica sono passati da 33 a 14 unità (più 5 in manutenzione a rotazione), a quanto pare il nostro Governo non ha proprio saputo fare a meno di acquistare altri sei micidiali cacciabombardieri, al modico prezzo di 120 milioni di euro ciascuno…..[9]

Un altro caso assurdo è la costruzione del M.U.O.S., un megaimpianto per comunicazioni strategiche via satellite impiantato dal governo USA sul territorio di Niscemi (Caltanissetta). Si tratta di un mostro del Warfare tecnologico, le cui conseguenze per la salute e l’ambiente sono state ampiamente documentate, ma sulla cui installazione le nostre autorità di governo sono apparse ancor più supinamente subalterne del solito. [10]  Ebbene, mentre il nostro territorio è militarmente invaso da stazioni radar, basi e comandi strategici più o meno integrati ed aeroporti che fanno da base a micidiali raid aerei nel bacino del Mediterraneo e nell’area mediorientale, non si riesce invece a rilanciare e tutelare l’agricoltura né ad impedire che la nostra terra sia avvelenata da scarichi tossici, discariche abusive e non, impianti inquinanti ed altre fonti di distruzione dell’ambiente naturale e della sua preziosa biodiversità.

Al suddetto “peccato delle armi” va aggiunto, d’altra parte, quello non meno grave della corruzione e della speculazione , che ne moltiplica gli effetti micidiali non solo per la sicurezza e la pace, con una ricaduta negativa per la nostra economia e per ogni cittadino.  Se teniamo conto che in Italia gli occupati sono 22 milioni e 350 mila [11] potremmo ad esempio calcolare che il recente acquisto di 6 nuovi F35 – al prezzo di 720 milioni di euro –  viene a costare ad ogni singolo lavoratore italiano 33 euro, 3 dei quali probabilmente destinati alle solite tangenti !

E’ arrivato il momento di dire basta e di mobilitarsi perché si faccia luce sul denaro sporco che – secondo l’inchiesta ancora aperta – da anni affluirebbe nelle tasche di singoli corrotti e nelle casse di parecchi partiti, in cambio di commesse miliardarie ai mercanti di morte e della devastazione del territorio. E’ tempo, soprattutto, di far sentire la nostra voce – con forza e determinazione – nei confronti di quelle forze politiche che ci chiedono il voto ad intervalli sempre più ravvicinati. facendo appello alla nostra fiducia, anche se continuano puntualmente a tradirla ed a tradire gli interessi veri della collettività.  Il “male oscuro” dei vergognosi traffici sulle armi deve finire e il farmaco che può curarlo è la diffusione d’una forte coscienza morale e civile, l’unica cosa che nessuna tangente potrà mai comprare.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )


[1] Il mio primo risale al 2002, quando la rivista “Verde Ambiente”, in un numero speciale, pubblicò un mio articolo dal titolo: “Quale ecopacifismo?”. Sono ritornato sulla questione nel 2007 e nel 2011, con due editoriali sul sito VAS nazionale intitolati “Il signornò degli ecopacifisti”  e “Ecopacifismo: visione e missione” . Quest’ultimo è stato poi ripreso anche su da un sito web nonviolento a diffusione internazionale (http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione).

[2] E. Ferraro, A propulsione antinucleare, http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_7655.html

[4] G. Nebbia, Pace e ambiente (set. 2011),  www.vasonlus.it

[11] http://www.istat.it/it/

Incontro pubblico su armi e tangenti, tenuto presso il Municipio di Napoli l'11.12.2013 (Nella foto: p. Alex Zanotelli, Angelica Romano, Ermete Ferraro ed Elena Coccia (vice presidente Consiglio Comunale di Napoli)

Incontro pubblico su armi e tangenti, tenuto presso il Municipio di Napoli l’11.12.2013 (Nella foto: p. Alex Zanotelli, Angelica Romano, Ermete Ferraro ed Elena Coccia (vice presidente Consiglio Comunale di Napoli)

21 settembre, Giornata internazionale della pace

1185067_720472841312856_467797743_nUn appello a riflettere e ad impegnarsi per la pace

E’ sempre positivo che qualcuno ci richiami alla mente che non esistono solo le nostre preoccupazioni quotidiane, i disagi vissuti in prima persona, i problemi nei quali siamo immersi.

E’ un bene che qualcuno ci ricordi ogni tanto che i problemi non sono soltanto quelli di cui ci parlano continuamente – talvolta in modo ossessivo –  i media e che, anche in quei casi, il ruolo  che possiamo giocare nella loro soluzione è molto più che essere passivi spettatori di eventi più grandi di noi e sui quali non possiamo influire in alcun modo.

Il messaggio del Segretario generale dell’O.N.U. in occasione della Giornata internazionale della Pace – 21 settembre 2013, ([1]) al di là della ritualità tipica di qualsiasi celebrazione periodica, quest’anno sembra assumere una particolare importanza. A nessuno sfugge, infatti, che nei giorni scorsi si è pericolosamente sfiorata una drammatica crisi, non solo nell’area interessata direttamente o indirettamente dal conflitto siriano, ma addirittura a livello mondiale.

Allo stesso modo, credo che a nessuno sia sfuggito quanto sia stato di capitale importanza, in tale frangente, l’accorato appello contro la guerra lanciato da Papa Francesco, simile a quelli lanciati in passato dai suoi predecessori eppure reso incisivo ed efficace da una concretezza ed autorevolezza del tutto particolari.

Il richiamo alla riflessione, personale e collettiva, sull’educazione alla nonviolenza da parte del Segretario delle Nazioni Unite – un organismo percepito sempre meno all’altezza del suo ruolo di garante della sicurezza e della pace sul nostro pianeta – potrebbe suonare come una conferma dell’impotenza di un organo di arbitrato paralizzato da veti contrapposti e poco autorevole. Eppure ritengo che l’appello a riaffermare la fiducia nei mezzi pacifici di risoluzione delle controversie internazionali – “ripudiando” la guerra come soluzione, come c’impone di fare proprio la Costituzione Italiana – non sia un segno di debolezza , bensì l’affermazione di una visione della pace che non sia solo il contrario di quella guerra, ma un processo più ampio e globale, che coinvolga tutti/e, a tutti i livelli ed a partire dal basso.

Tra le vittime dei conflitti armati – sulle quali Ban Ki-moon c’invita a riflettere – ricordiamoci che in qualche modo ci siamo anche noi, nella misura in cui la prima guerra che ci colpisce tutti/e indistintamente è quella contro la verità, la giustizia e la solidarietà umana. Lottare per diffondere e migliorare l’istruzione non basta, anche se è indispensabile. In un mondo avvelenato da menzogne e mistificazioni della realtà non è sufficiente saper leggere e scrivere, per cui l’educazione di cui parla il Segretario dell’O.N.U. non può essere banalizzata come una pura e semplice istruzione. Essa richiede invece un insegnamento molto più profondo, perché affonda nelle nostre coscienze e ci propone un modello di vita dove i conflitti non spariscono per magia, ma sanno cercare e percorrere soluzioni creative anziché distruttive.

Ecco perché ai nostri figli e nipoti abbiamo sì il dovere d’insegnare i valori non negoziabili della pace, della tolleranza, del rispetto reciproco, dell’inclusione e dell’equità – come egli ci ha suggerito di fare – ma dobbiamo soprattutto praticare, qui e ora, queste grandi virtù, al tempo stesso laiche e profondamente religiose.

“Combattere” per la pace, per “difendere” l’importanza di risoluzioni non armate ai conflitti, non comporta alcuna contraddizione in termini. La pretesa delle forze armate di mantenere il monopolio sul concetto stesso di “difesa” – anche in Italia dove sul piano teorico e normativo si erano fatti grandi passi avanti – è infatti alla base della generale ignoranza nei riguardi delle pur numerosissime e spesso vincenti esperienze di difesa civile, popolare e nonviolenta.

Ritengo che plagiare l’opinione pubblica, insistendo ostinatamente sul ricatto secondo il quale l’unica alternativa agli interventi armati sarebbe un colpevole disinteresse per le vittime di quei conflitti, sia la prima e manifestazione di una diffusa mentalità bellicista che debba essere  “combattuta” da chi crede nella nonviolenza attiva e nell’educazione alla pace.

In un mondo che – come aveva lucidamente profetizzato George Orwell 65 anni fa ([2])– utilizza sempre più una subdola Neolingua, per farci credere che le operazioni di guerra sono ‘missioni di pace’ e che garantire con le leggi privilegi e disparità piuttosto che parità e giustizia si configuri come una ‘riforma’ , non c’è da meravigliarsi se la mente delle persone rischia di essere contagiata dal ‘bispensiero’  che rende razionali anche le cose più assurde.

Nessuna meraviglia, inoltre, anche che il movimento per la pace appaia sempre meno adeguato a fronteggiare le sfide di una pervasiva militarizzazione del territorio e della società e di quei conflitti armati che sono il frutto velenoso del crescente peso del complesso militar-industriale sulle scelte economiche e politiche mondiali.

Premesso questo preoccupante quadro generale, c’è ancora qualcosa che possiamo fare?

L’ecopacifismo come risposta al militarismo ed allo sfruttamento ambientale

Già alcuni anni fa sono tornato sulla necessità di riproporre l’Ecopacifismo come un gandhiano “programma costruttivo”, capace di costituire un’alternativa sia a quel “Military-Industrial Complex” di cui si parla apertamente dal secondo dopoguerra, sia al modello di sviluppo antropocentrico, predatorio, energivoro  ed iniquo che caratterizza la maggioranza delle nostre società. In quell’occasione scrivevo:

“I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato  che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.” ([3])

Impegnarsi contro una globalizzazione basata sulla conferma delle disparità e sulla ‘monocoltura delle menti’ prima ancora che dei campi, mi sembrava e continua a sembrarmi il modo migliore per lavorare per la pace e per il rispetto delle diversità biologiche, ma anche culturali. La proposta che scaturiva da quell’articolo di due anni fa risentiva dell’attualità e partiva non a caso dalla lotta al nucleare – civile ma anche militare – per suggerire un percorso comune al movimento ambientalista ed a quello pacifista e nonviolento. I temi dell’etica ambientale (tutela della biodiversità, difesa della Terra dall’aggressione di uno sviluppo suicida, lotta ad ogni inquinamento, compreso quello elettromagnetico…) si armonizzano bene con quelli dell’opposizione ad un sistema dominato dalle “banche armate”, che militarizza la società e la ricatta contrabbandando come fonte di “sicurezza” quelli che sono solo apparati di morte. Ecco perché mi sento di riproporre con forza un ecopacifismo che sappia coniugare l’impegno per il disarmo e la difesa nonviolenta con quello per un mondo che riscopra la Terra come un bene inestimabile da custodire e non da sfruttare.

In quell’articolo ricordavo la testimonianza a tal proposito – proprio in occasione di un precedente 21 settembre – di Giorgio Nebbia, il quale scriveva: Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo, non un solo giorno in cui, da qualche parte, le truppe di stati o le milizie o gruppi armati non abbiano fatto sentire il rumore di cannoni o di mitragliatrici. […]Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi.[…]
3000 miliardi di euro all’anno sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti; la pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace”. [[4]]

Oggi –  in un clima ancora pervaso dagli isterismi bellicisti di coloro che sembrano ispirarsi all’opzione opposta – in cui la guerra è figlia dell’ingiustizia e di un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente – quello che possiamo augurarci, aderendo all’appello del Segretario Generale dell’O.N.U., è che l’umanità prenda finalmente coscienza del tragico connubio fra militarismo e sfruttamento dell’uomo e del Pianeta in cui vive.

E’ quello che abbiamo espresso ancora una volta, come ecopacifisti di VAS e come attivisti della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, partecipando alla manifestazione contro la guerra che si è tenuta lo scorso 7 settembre, davanti alla chiesa Cattedrale di Napoli (vedi foto).  La strada da percorrere è ancora lunga e le forze in campo sembrano insufficienti, ma non dobbiamo dimenticare che, come diceva Gandhi: “Non esiste una via alla pace, la pace è la via”. A chi, come l’attuale ministro italiano della “difesa” ha neolinguisticamente affermato che “per amare la pace bisogna armare la pace”  dobbiamo contrapporre la determinazione di chi sa bene che – per citare il Papa – “la guerra porta alla guerra” e che l’impegno quotidiano per la pace, la giustizia e la salvaguardia dell’ambiente è la sola e vera alternativa.

© 2013, Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 


CAMPANIA BELLATRIX

campania armata“Campania felix” era il beneaugurante nome degli antichi Romani diedero al fertile “Ager campanus” , che si estendeva dalle pendici del monte Massico fino ai Campi Flegrei, collegandosi poi con l’area vesuviana. Nel Medioevo si sovrappose il nome “Terra di lavoro” ed essa arrivò a comprendere nel periodo borbonico la provincia di Caserta e parte del basso Lazio.  Purtroppo, di quella prosperosa “Campania felix” resta ben poco ed altri attributi caratterizzano l’attuale Campania. Basta scorrere le statistiche fornite da Istat.it – Campania per rendersi conto che, a parte la negatività di degli indici economici, non c’è da stare allegri. Anche ponendosi nell’ottica dell’indice  F.I.L. (Felicità Interna Lorda), sul quale mi sono soffermato in un precedente articolo.  non sembrerebbero da considerare “felici” gli abitanti della Campania anche in base agli 11 “topics” considerati dall’ O.E.C.D. per il suo “Better Life Index” (casa, reddito, lavoro, comunità, educazione, ambiente, impegno sociale, salute, soddisfazione rispetto alla propria vita, sicurezza ed equilibrio tra vita e lavoro).

Vorrei però soffermarmi su un aspetto più specifico: l’assurda militarizzazione del territorio e del mare della mia Regione. Mentre per gli oltre 6 milioni di abitanti dei quasi 13.600 kmq di questo ancor splendido territorio tutti gli indici di sviluppo, sia economico sia sociale, registrano ormai da tempo un preoccupante trend negativo, l’unico aspetto in espansione, infatti, risulta quello della occupazione militare della Campania. Il Grande Dizionario Italiano di Aldo Gabrielli spiega che “militarizzare” vuol dire “sottoporre a norme e a disciplina militare categorie di cittadini o imprese, per ragioni di difesa esterna o interna”, nonché: “sottoporre a presidio militare, fortificare militarmente” un determinato territorio o una specifica installazione. E’ stato perfino formulato un indice di militarizzazione (GMI = Global Militarization Index), ricavato da vari aspetti ad essa relativi quali: il confronto tra spesa militare e PIL nazionale; il rapporto fra spese militari e spese per la salute; il raffronto tra la presenza di forze militari e paramilitari e quella di medici sul totale della popolazione e, infine, il rapporto fra numero di armamenti pesanti e la popolazione totale. Ebbene, in questo ambito, l’Italia si trova al 68° posto della classifica mondiale – che è guidata da Israele Siria e Russia – a breve distanza da Regno Unito e Spagna, con un GMI pari a 492.87. Ma se consultiamo le statistiche relative alla presenza nei vari Paesi di personale militare e paramilitare, l’Italia si piazza su posizioni decisamente più alte. Basti pensare che il rapporto militari e cittadini italiani è addirittura di 8,2 su1000 abitanti, ben superiore, in proporzione, all’indice degli stessi Stati Uniti (7,4 ‰) o del Regno Unito (6,7 ‰).

La militarizzazione  come occupazione militare della regione Campania da parte di forze armate straniere o internazionali (USA – NATO) è l’aspetto più grave, ma non si può trascurare l’impatto su questo territorio della presenza degli stessi militari italiani, delle varie armi e formazioni.

L’Esercito Italiano – esclusi comandi e stazioni locali dei Carabinieri – conta circa 50 caserme e basi operative, disseminate nella provincia di Napoli (19), Caserta (17), Salerno (11) ed Avellino (1) ( http://www.militariforum.it/forum/showthread.php?5407-Le-caserme-dell-Esercito-Italiano ).

L’Aeronautica Militare – oltre all’Accademia di Pozzuoli ed alla Scuola Specialisti di Caserta, presenta in Campania il 22° Gruppo Radar (GRAM) di Licola, il 9° Stormo di Grazzanise ed il 5° Gruppo Manutenzione Veicoli (GMV) di stanza a Capodichino ( http://www.aeronautica.difesa.it/ )

La Marina Militare, pur essendo la Campania un’importante regione marittima, presenta allo stato una scarsa presenza – eccettuati i porti nuclearizzati di Napoli e Castellammare di Stabia e la diffusa presenza della Guardia Costiera – delegando di fatto il controllo militare delle acque del basso Tirreno alla U.S. Navy ed al Comando Marittimo della NATO (con base a Nisida), alle cui operazioni partecipano come componenti dell’Alleanza le unità della M.M. italiana.

Ma, come accennavo prima, al di là delle strutture della “Difesa” italiana, la Campania spicca per la macroscopica la concentrazione di basi e comandi “alleati” e statunitensi. Fin dal dopoguerra, essi occupano militarmente le aree-chiave della nostra regione, sottraendole alla giurisdizione ed al controllo delle amministrazioni civili, rendendola un formidabile bersaglio strategico.

La“Campania Felix” dei Romani ha subito una mostruosa mutazione genetica, trasformandosi in un vero e proprio “pentagono della guerra”,  una delle succursali ‘globali’ del Pentagono di Washington. Che non esagero affatto lo dimostra l’elenco che segue, che censisce le installazioni militari presenti sul territorio campano:

Provincia di Napoli

  • Ischia >Antenna di telecomunicazioni USA con copertura NATO.
  • Lago Patria (Comune di Giugliano) NATO > Comando JFC (Sud Europa e Africa)
  • Licola (Comune di Giugliano) > Antenna di telecomunicazioni USA.
  • Napoli Capodichino: US NAVY > COMUSNAVEUR – AFRICOM,  Comando VI Flotta USA.
  • Napoli Camaldoli: Antenna di due radio della Marina USA (uso civile).
  • Napoli Bagnoli: NATO > ex Comando JFC Naples ; Comando NRF.
  • Napoli Nisida: NATO > Allied Maritime Component Command Naples.

Provincia di Caserta

  • Carinaro – Grazzanise > Base saltuaria USAF (aeronautica USA)- NSA  e Ospedale US NAVY
  • Baia Verde (Comune di Castelvolturno – CE) >  zona radar della NATO
  • Mondragone/ Monte Massico > Ex base USA e NATO (sotterraneo antiatomico)

Provincia di Avellino

  • Montevergine  > Stazione di comunicazioni USA.

Provincia di Salerno

Persano > Poligono di tiro dell’E.I., utilizzato anche dalla NATO

Tenuto conto della ridotta estensione territoriale di questo “pentagono della guerra”, si capisce meglio quanto assurda e pericolosa sia stata trasformazione di terre ancora produttive e di notevole interesse ambientale e storico in sedi permanenti dell’imperialismo guerrafondaio. Ai punti nevralgici di quest’irregolare pentagono troviamo: (a) Napoli (sede del Comando Supremo della US Navy per l’Europa e l’Africa, ma anche dell’ex Comando JFC-NATO di Bagnoli e del NavSouth di Nisida, tuttora parzialmente operativi); (b) Giugliano in Campania (dove, presso il Lago Patria è ora localizzato il nuovo Quartier generale Comando delle forze congiunte della NATO, a breve distanza dal suo Centro Radar di Licola); (c) l’area dell’Alto Casertano (al cui interno ricadono sia l’aeroporto militare e la base di supporto della US Navy di Gricignano d’Aversa, sia due postazioni teoricamente in disarmo,  come la zona radar di Castelvolturno e l’ex base antiatomica NATO-USA, celata nelle viscere del Monte Massico (Mondragone).

Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale.

Eppure il fatto che otto installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini. Sarà perché questo genere d’informazioni circolano poco e si fatica molto a farle conoscere. Sarà perché da anni le persone si sono abituate a vedere soldati col mitra che presidiano le strade, i tribunali e perfino le discariche. Sarà che hanno dovuto già sopportare di tutto, dalla chiusura delle fabbriche e degli esercizi commerciali alla disoccupazione giovanile galoppante, per cui gran parte delle forze nuove per le forze armate professionalizzate continuano a provenire proprio da questa “infelix” regione. Preoccupa però che 6 milioni di cittadini italiani sembrano essere in larga parte inconsapevoli – o comunque rassegnati – di fronte alla crescente militarizzazione della Campania ed ai rischi che comporta per la democrazia, la sicurezza, la salute e, soprattutto, per la pace.

Gli abitanti di Napoli e di Castellammare di Stabia, ad esempio, convivono da decenni col rischio nucleare, per la presenza di natanti a propulsione atomica nei loro porti, eppure nessuno finora si è degnato d’informarli adeguatamente del pericolo che corrono e dei piani di emergenza predisposti, sebbene da tempo si tratti d’un obbligo di legge (D. Lgs. 230/1995).

I cittadini giuglianesi, poi, si trovano da due mesi già operativo sul loro territorio un mega-comando “Alleato”, costato 191 milioni di euro (di cui 21 sborsati dalla loro Regione e dalla loro Provincia) e nel quale sono ospitati 2.100 militari e 350 civili. Questo ingombrante e fastidioso neoNATO (330.000 mq di superficie, con 280.000 metri cubi di edificazione ed una previsione di 5.000 nuove presenze in zona), accanto allo storico Lago Patria, è stato costruito inopinatamente su un’area particolarmente inquinata da decenni di incendi e sversamenti abusivi di rifiuti – alcuni dei quali tossici e nocivi – che ricade nel c.d. “triangolo della morte” (Giugliano-Acerra-Castelvolturno), gestito dalla Camorra SpA. Eppure tutto questo sembra perfettamente naturale e le autorità locali e regionali si lanciano in sperticate lodi di questa struttura che la stessa NATO ha definito un “quartier generale di guerra (warfighting headequarters), invitando bellicosamente il leone simbolo del JFC a “ruggire”.

Gli stessi Napoletani che abitano nella zona di Capodichino, oltre a subire quotidianamente l’inquinamento acustico degli aerei che decollano ed atterrano nell’omonimo aeroporto internazionale civile, convivono da anni con una delle centrali militari più importanti del mondo, il Comando Europeo ed Africano delle Forze navali americane, competente su un’area strategica enorme, che va dal Polo Nord a quello Sud, dal Mediterraneo al Mar Caspio. Eppure tutto ciò sembra ormai far parte dell’ordinario, come se fosse normale che una città – medaglia d’oro della Resistenza per essersi liberata da sola dall’occupazione nazista – debba subire passivamente l’occupazione militare USA e NATO a distanza di 68 anni dalla fine della guerra.

La scomoda verità è che il “pentagono della guerra” che ho appena descritto è la dimostrazione tangibile che chi governa l’Italia non ha nessuna intenzione di onorare l’art. 11 della sua Costituzione e, soprattutto, che la sovranità del nostro Paese è tuttora pesantemente limitata da un complesso militare-industriale al quale sembrerebbe quasi onorato di appartenere…

Ciò significa che il compito per il movimento antimilitarista e pacifista è enorme e che la sua forza attuale è ancora molto inferiore a quella occorrente. L’abolizione del servizio militare di leva – con la conseguente eliminazione del servizio civile degli obiettori di coscienza e della stessa componente civile della difesa, faticosamente conquistata – ha di fatto impedito che centinaia di migliaia di giovani si sentissero coinvolti ed impegnati in prima persona. Il resto lo ha fatto il processo di de-ideologizzazione, che ha cancellato poco alla volta ogni analisi critica dell’attuale sistema di potere e del modello di sviluppo cui è asservito, grazie anche alla banalizzazione e massificazione del pensiero unico neoliberista, cui ci ha abituato il grande fratello mediatico.

Ecco perché la lotta nonviolenta per smilitarizzare la Campania e denuclearizzare il suo mare ha bisogno di un nuovo slancio e di una vasta campagna di educazione alla pace ed alla resistenza civile. Per fare questo deve proseguire l’opera di controinformazione e di sensibilizzazione, a partire dagli abitanti delle aree più direttamente coinvolte in quest’assurda escalation militarista. Solo così – con una lotta civile, popolare e nonviolenta – potremo “togliere le basi” alla guerra globale.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

L’immagine che illustra il titolo è stata realizzata da E. Ferraro

NATOLI CHIUDE. NAPOLI E’ LIBERA!

Nato Bagnoli-2“La collina di S. Laise sorge a Bagnoli ed è in parte occupata dalle strutture della NATO (ex Collegio Ciano). Nella zona restante vivono circa dieci famiglie che ancora coltivano la terra. La via campestre collega Bagnoli a via S. Gennaro.che porta a Pozzuoli. La Masseria della Starza, nel seicento di proprietà dei Gesuiti, sorge ora nel pieno del quartiere e fino al Novecento le sue strutture originarie non erano del tutto alterate, ora si possono solo ricostruire. Il cortile interno ospita un torchio a pressione di notevoli dimensioni.” Questa notizia è ricavabile dal sito http://www.foruminterculture.net/fondi%20rustici/PAGE/ La%20STARZA_Page.htm . Continuando a cercare su Internet, ci s’imbatte in un sito scolastico, quello della scuola media “Buonarroti”, sul quale troviamo scritto: Intorno agli anni ’40 con l’inizio della 2^guerra mondiale, molti edifici di Bagnoli vennero distrutti. Sulla collina di San Laise, invece, in questo periodo venne costruito il collegio Ciano, che ospitava bambini orfani e malati. Oggi il collegio sulla collina non è più esistente; gli edifici sono utilizzati dalla N.A.T.O, che occupa gran parte della collina ed inoltre ci sono ancora pochi contadini.” (http://arcobaleno-michelangelo.blogspot.it/ 2012/02/bagnoli-e-la-sua-storia.html  ).

Alla fine di ottobre scorso è stato pubblicato un bell’articolo di Riccardo Rosa (“Una collina da salvare nel cuore di Bagnoli”) che racconta di questo posto che quasi nessun napoletano conosce – anche perché si è fatto di tutto per sottrarlo alla fruizione della città – ma ha incredibilmente conservato la sua natura agricola ed il mistero della sua origine.  “Quel giorno (9 maggio 1940) a Bagnoli si inaugurava il collegio Costanzo Ciano, una immensa struttura che il Banco di Napoli aveva fatto costruire per il suo quarto centenario. Al suo interno avrebbero dovuto essere ospitati duemilacinquecento bambini della “città in difficoltà” (povera, probabilmente, era una parola troppo forte per essere resa ufficiale), tanto che qualcuno nelle stanze importanti già la chiamava “La casa degli scugnizzi”. Diciotto grandi fabbricati, uno stadio, due palestre e i dormitori; e poi il teatro, la chiesa, i campi di gioco, e anche vigneti e frutteti, parto naturale di un terreno fertile e produttivo.[…]Poche settimane dopo l’inaugurazione, (però) l’Italia entrò in guerra, e il collegio fu utilizzato per ospitare le truppe italo-tedesche prima, e quelle anglo-americane poi. Finita la guerra, gli equilibri politici dei blocchi lo consegnarono al Comando supremo della Nato, che dal 1952 versa un canone annuo alla Fondazione Banco Napoli (proprietaria dei suoli), che a sua volta ne utilizza una parte per attività a favore dell’infanzia abbandonata. In altre sedi e con l’aiuto di altri istituti, però, perché il collegio oggi è tutt’altro: sono passati sessant’anni, e i militari sono ancora lì. Una variante al piano regolatore del ‘96 stabilisce che quel luogo venga restituito alla città, e pare che le operazioni di smobilitazione siano già cominciate…” (http://www.napolimonitor.it/2012/10/30/16055/una-collina-da-salvare-nel-cuore-di-bagnoli.html ).  L’articolo proseguiva indicando con chiarezza che la chiusura del vicino Quartier generale della NATO – pur salutata con soddisfazione – potrebbe però innescare nuovi meccanismi speculativi, cui la cittadinanza, a partire dalla comunità bagnolese, dovrebbe opporsi con fermezza, contrapponendo progetti di recupero civile ed ambientale.

Se ormai è imminente l’abbandono della base flegrea da parte della Nato, pare che in quegli uffici in futuro si parlerà di politica regionale, ai contadini sono arrivate a decine le ingiunzioni di sfratto da parte della IGC – ingegneria e costruzioni Spa, società proprietaria dei suoli e attualmente in liquidazione. I progetti sull’area sono sconosciuti, mire speculative, necessità di fondi da offrire ai creditori, sono solo ipotesi, l’unica certezza è che a pagarne le conseguenze saranno coloro i quali hanno curato quel territorio ai più sconosciuto….” – commentava a tal proposito Diego Civitillo in una pubblicazione flegrea (http://www.epressonline.net/ joomla/ areaflegreanews/bagnoli-fuorigrotta/2790-saint-laise-a-bagnoli-la-collina-dimenticata-speculazioni-edilizie-in-arrivo.html ) e credo che abbia pienamente ragione di preoccuparsi, viste le premesse.

La vasta area occupata finora dal Comando NATO per il Sud Europa è tuttora di proprietà della Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’Infanzia (vedi Statuto), ma già da tempo Regione Campania e Comune di Napoli stanno cercando di finalizzarne il recupero, ovviamente in chiave di nuove edificazioni e ristrutturazioni dell’ex quartier generale alleato come centro direzionale oppure come tassello dell’ipotizzata operazione “Forum delle Culture”. Quel che è certo è che da lunedì 3 dicembre 2012 – dopo ben 59 anni di occupazione militare di quell’area – la NATO lascerà finalmente Bagnoli. Loro – i c.d. “Alleati” – parlano in un loro comunicato di “circa 60 anni di onorato servizio”, ma la realtà è che quel Comando “Alleato”, insieme con quello della U.S. Navy di Capodichino, hanno costituito finora un’impenetrabile ed ostile città nella città, che già molti anni fa soprannominai Nàtoli (E. Ferraro, “La provincia di…Nàtoli?” in: La Provincia di Napoli, XIV-1/3, Napoli: A.P.NA. , 1991).

La verità, al di là delle chiacchiere, è che per un sessantennio un pezzo importante della nostra città è stato sottratto agli abitanti, per farne una delle due più importanti direzioni strategiche dell’intero scacchiere sud-europeo ed africano, peraltro sotto il comando unificato dell’ammiraglio statunitense di turno.  Altro che “Napoli città di Pace” ! Abbiamo ‘ospitato’ per sei decenni (ma non è detto che quest’incubo sia davvero finito….) le più micidiali macchine belliche mondiali, che in questo lungo periodo sono state indiscutibilmente direzioni e basi operative per tragiche operazioni di guerra e cardine fondamentale di un’Alleanza diventata sempre più esplicitamente aggressiva. Infatti, come peraltro ricordava nei giorni scorsi un articolo pubblicato su due autorevoli quotidiani americani, il New York Times ed il Washington Post, la “base” di Bagnoli:  “… ha coordinato l’azione della NATO nei Balcani e, più recentemente, il Libia. La NATO sta cercando di riformare e di razionalizzare la sua struttura di comando, ancora parzialmente basata sulle esigenze della Guerra Fredda, in risposta alla riduzione dei bilanci della difesa nella maggior parte degli stati-membri. Ciò è in linea con la nuova filosofia NATO della ‘difesa intelligente’, consentendo così ai membri di mettere insieme le loro risorse e di ridurre le duplicazioni”. ( http://www.washingtonpost.com/world/europe/nato-moving-its-naples-based-southern-command-to-high-tech-campus/2012/11/26/56679de8-37c3-11e2-9258-ac7c78d5c680_story.html ).

In un comunicato stampa  che ho diramato a nome di VAS – l’associazione nazionale di protezione ambientale di cui sono portavoce per Napoli, da sempre portatrice di una visione ecopacifista – ricordavo, fra l’altro, che lo stesso nome “Viale della Liberazione”, che contraddistingue la strada che finora conduceva al Comando NATO, sarebbe dovuto essere un monito a non dimenticare che quella “Liberazione” fu soprattutto una lotta di popolo contro il militarismo imperialista che alimentò la follia della seconda guerra mondiale. Oggi Napoli sembrerebbe essersi finalmente liberata anche dei suoi interessati “liberatori” e questo non può non essere festeggiato come un momento storico per la nostra Città. Il guaio, però, è che a guastarci la festa ci sono almeno due grossi problemi, di cui si parla ancora troppo poco e che i media continuano colpevolmente a tacere, rendendosi complici d’una classe dirigente pavida, conformista e subalterna agli interessi politici USA.

La prima questione, che ho introdotto in apertura di questo mio scritto, è la dubbia e travagliata riconversione civile ed ambientale dell’ampio territorio finora occupato dal quartier generale delle forze alleate dell’Europa meridionale, non appena esso si deciderà a salutare definitivamente Bagnoli. Il secondo problema riguarda, invece, l’ottica politicamente miope di chi festeggia gli “Alleati” che vanno via da Napoli, ma non riesce a capire la gravità del loro trasferimento ad una ventina di chilometri di distanza, in un’area già martoriata dal degrado ambientale e dalla camorra, con la prospettiva di restarci per altri sessant’anni almeno (come hanno candidamente dichiarato i diretti interessati…).

Per quanto riguarda le prospettive di recupero dell’ex NATO di Bagnoli, la posizione di VAS è molto chiara e coincide largamente con quella dei vari comitati che stanno lottando perché quella zona ritorni alla città e, in primo luogo, alla comunità locale. No a nuove speculazioni edilizie, a nuove spettacolari edificazioni ma anche a ristrutturazioni della “base” in chiave di centro direzionale dove localizzare uffici amministrativi e politici. Basta con i rutilanti progetti per ennesimi “auditorium” o, peggio, per lussuosi alberghi e centri commerciali. Quell’area – come peraltro prevede la citata variante al piano regolatore del ’96 – deve essere restituita alla città e, quindi, alla fruizione piena e collettiva dei cittadini che finora ne sono stati privati.  Noi di VAS sosteniamo da tempo l’esigenza di creare a Napoli un polo, ambientale e culturale al tempo stesso, in cui dare spazio ai valori della Biodiversità e della Civiltà del Sole. Ovviamente questo non impedisce che quell’area possa essere utilizzata anche per altre finalità – a partire ovviamente da quelle socio-assistenziali e socio-educative che hanno a suo tempo indotto a realizzare quel complesso in favore dei ragazzi a rischio di Napoli. Sarebbe però auspicabile che l’Amministrazione Comunale di Napoli non dimenticasse che quell’area, insieme con quella ancora verde di San Laise e Monte Spina, andrebbero ricongiunte idealmente ad un’altra zona di pregio ambientale, quella della Mostra d’Oltremare e dell’ex-giardino zoologico, per un autentico recupero ecologico di quanto non è stato fagocitato dall’urbanizzazione selvaggia e maldestra di Napoli.

Per quanto riguarda il secondo problema, VAS da anni aderisce al Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania (www.pacedisarmo.orgwww.no-to-nato-jfc-napoli.it) e partecipa alle battaglie che esso sta portando avanti contro la nuova militarizzazione dell’area giuglianese, che già ospitava il centro radar della NATO nella base di Licola ed è molto vicina sia alla U.S. Navy di Gricignano di Aversa (CE) sia alla zona radar di Baia Verde (Castelvolturno), che costituiscono così il micidiale “pentagono” della Campania. Nel comunicato stampa che ho diffuso nei giorni scorsi, infatti, si ribadisce che : “…VAS, in collaborazione con la comunità di Giugliano e con le altre organizzazioni della rete disarmista e pacifista della Campania, ha già espresso pubblicamente la propria contrarietà a questo nuovo insediamento, denunciandone i rischi ambientali, per la salute e sicurezza e per la pace. Continuerà perciò ad operare affinché i cittadini siano informati di ciò e non debbano subire anche questa nuova minaccia, che si aggiunge al controllo del territorio da parte della criminalità organizzata ed ad uno dei più alti tassi d’inquinamento (del suolo, dell’acqua e dell’aria) di un’area di notevole pregio ambientale.” (http://www.napolitoday.it/cronaca/la-nato-lascia-bagnoli-ma-apre-al-lago-patria.html )

Il vero problema è che su questioni del genere l’opinione pubblica resta del tutto disinformata e gli organi di stampa e radio-televisivi, con rarissime eccezioni, sembrano molto impegnati a non pubblicizzare nulla che possa dispiacere ai loro padroni ed a coloro da cui anch’essi dipendono. L’aspetto più paradossale è che sembrerebbe esserci più trasparenza negli organi informativi della stessa NATO e della US Navy di quanto se ne registri da noi. La prova è che ho inutilmente cercato di ‘postare’ un commento alla notizie della chiusura del JFC di Bagnoli sull’edizione online del quotidiano di Napoli IL MATTINO, pur dopo le complesse procedure di accreditamento e log-in. Viceversa, non ho avuto nessuna difficoltà ad inserire, in diretta, un mio commento critico in merito alla stessa vicenda sulla citata edizione online del prestigioso“Washington Post”. A quanto pare, la nostra democrazia è ancor più fragile della loro e, comunque, i 60 anni trascorsi da quella famosa “liberazione” sembra proprio che non siano bastati a coloro che continuano a pensare che i cittadini siano solo soggetti incapaci d’intendere e di volere…

Vorrei concludere con un’immagine scherzosa. In un articolo pubblicato sul sito del Comando napoletano della NATO  (www.jfcnaples.nato.int ) s’invitava a “far ruggire il leone”, metafora che utilizza il simbolo dell’AFSouth (lo scudo col leone di S. Marco) come non tanto velato richiamo del suo leader, l’Amm. Clingan, a trasformare i burocratici comandi interforze in veri e propri “warfighting headquarters “, cioè in basi operative per combattere le guerre.  Beh, lasciamo pure ruggire il “leone” della NATO ma ricordiamoci che anche il “ciuccio” simbolo di Napoli, se vuole, sa dare degli ottimi calci!…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

LA LEZIONE DI SYRIZA

Lo slogan elettorale di SY.RIZ.A. – la Coalizione della Sinistra Radicale che si è presentata alle ultime elezioni politiche in Grecia – è: “Ανοιγουμε δρομο στην ελπιδα”, che significa: “Apriamo la strada alla speranza”. E’ indubbiamente un motto difficile da far accettare a chi sta vivendo sulla sua pelle una crisi economico-politica particolarmente grave. Eppure, e proprio per questo, l’esortazione di SYRIZA a sperare in un vero cambiamento è stata accolta positivamente da oltre un quarto degli elettori greci, consentendo l’elezione di ben 71 deputati della Coalizione, che diventa il secondo partito nel Parlamento.

Non ho nessuna intenzione di lanciarmi in commenti su questa significativa svolta ellenica né voglio atteggiarmi a politologo senza averne la qualificazione. Da ecopacifista, però, non posso fare a meno di sottolineare come SYRIZA sia riuscita a far convivere le tradizionali istanze della sinistra socialista (giustizia retributiva, tassazione dei profitti finanziari, nazionalizzazione delle banche, abolizione dei privilegi fiscali, diritto alla salute per tutti, recupero dei contratti collettivi e lotta alla precarietà occupazionale etc.), con quelle dei movimenti per la democrazia dal basso e pacifisti (tutela dei diritti umani e socio-sanitari dei migranti, laicità dello stato, opposizione alla privatizzazione della sanità e dell’istruzione, diritto all’obiezione di coscienza, chiusura delle basi straniere ed uscita dalla NATO, taglio delle spese militari etc.).

C’è però un aspetto che non emerge dalla sintesi del programma in 40 punti, diramata da SYRIZA ed ovviamente ripresa da tutti i media, probabilmente senza nemmeno andarsi a guardare il programma originale: la posizione della coalizione della sinistra radicale greca sulle principali questioni ambientali. Anche i punti programmatici riguardanti la pace ed il disarmo, nella sintesi – pubblicata tra l’altro su: http://web.rifondazione.it/home/index.php/12-home-page/7794-programma-di-syriza  – risultano meno significativi, se estrapolati da un’impostazione più globale.

Sì, è vero. Il Programma elettorale pubblicato sul sito ufficiale di SYRIZA ( http://www.syriza.gr/ ) è scritto rigorosamente ed esclusivamente in lingua greca, elemento che non invita esattamente a cimentarsi in “versioni” in italiano, soprattutto in questi delicati tempi di maturità…  E’ pur vero che per capire qualcosa di più bisogna fare qualche piccolo sforzo e, in questo senso, un grande aiuto viene da programmi di traduzione rapida (seppur molto approssimativa) come Google Translator e simili, reperibili facilmente sul web.

I punti del corposo “programma” (sì, in greco di dice proprio così…) sui quali mi sono soffermato sono stati, ovviamente il n° 1 (Programma per la Politica Estera e di Difesa) ed il n° 7 (Posizioni programmatiche per l’Ambiente e la Qualità della Vita).  All’impostazione pacifista di SYRIZA avevo già accennato prima, citando i punti della sintesi che parlano – senza se e senza ma – di tagli alle spese militari, obiezione di coscienza, smilitarizzazione dei corpi di polizia, chiusura delle basi militari e fuoriuscita della Grecia dall’Alleanza Atlantica. Leggendo il testo integrale del programma, però, emergono aspetti più interessanti, fra cui la considerazione che in campo internazionale la diplomazia deve prevalere sui rapporti gestiti dalla Difesa, la difesa dei diritti del popolo palestinese, o anche il totale rigetto dell’idea stessa delle cosiddette “guerre umanitarie” o “per la democrazia”.  Al punto 6 di questo capitolo, ad esempio troviamo scritto: “Noi crediamo che la nuova dottrina della NATO e il piano per il cosiddetto “scudo antimissile” aumenti il rischio di guerra, in particolare nella nostra regione. La Grecia dovrebbe collaborare con altri paesi per impedire l’attuazione di questi piani. Perseguiremo il ritiro immediato della forza greca in Afghanistan e in altre missioni militari della NATO o dell’Unione Europea. Rimane stabile e irreversibile posizione strategica per noi la necessità di disimpegnarsi dalla NATO. Siamo consapevoli delle difficoltà di questa posizione. Ma crediamo che gli sviluppi internazionali confermano la correttezza della nostra posizione.”  Tale posizione di SYRIZA è del resto contenuta nel titolo stesso del capitolo sulla politica di difesa, che dovrà essere, appunto: “…nuova, indipendente, attiva e pacifica”

Dove invece la sintesi programmatica in 40 punti tace del tutto, mentre sarebbe stato opportuno  mettere in luce questi aspetti, è il citato settimo capitolo, dedicato alle questioni ambientali e relative alla qualità della vita, e quindi a quell’ecosocialismo che è di fatto una delle componenti fondamentali della coalizione greca.

Il primo paragrafo di questa trattazione, infatti, si apre con una frase emblematica: “L’energia è un bene comune” e prosegue indicando le priorità per una politica energetica eco-sostenibile, a partire dal risparmio energetico (“Il principale obiettivo della politica energetica è quello di risparmiare energia e aumentare l’efficienza energetica in tutti i settori”) e dalla pianificazione di risorse energetiche alternative (“In aggiunta a quanto sopra, SYRIZA / EKM s’impegna a sviluppare un programma a lungo termine di pianificazione energetica, per ridurre la produzione da combustibili fossili e le emissioni di gas serra e per la penetrazione delle fonti rinnovabili, al fine di diversificare radicalmente il modello energetico”).

Certo, il programma si sofferma soprattutto sugli aspetti sociali della questione energetica (prezzo popolare delle risorse, incentivi per i singoli e disincentivi per i grandi consumatori (“…la questione dei prezzi dell’energia per i consumatori residenziali deve essere determinato non dal mercato ma dalle priorità sociali…”). E’ però il caso di sottolineare che SYRIZA si caratterizza anche per una proposta autenticamente eco-sostenibile, facendo appello alle istituzioni accademiche, di ricerca e scientifico-tecnologiche affinché la Grecia possa dotarsi di un moderno sistema di produzione e distribuzione di energia, ricorrendo principalmente alle fonti rinnovabili e diffuse. E’ scritto infatti:

“In questo contesto, l’uso del suolo nelle zone rurali terrà conto della necessità di produrre energia da fonti rinnovabili, per quanto possibile, a seconda delle caratteristiche specifiche di ciascuna regione geografica, della necessità per la gestione e la distribuzione dell’energia prodotta inizialmente a livello locale, e parallelamente della necessità d’integrare tutte le varie unità decentrate nel sistema energetico nazionale  […] Nel complesso, si prescrive uno standard di autosufficienza energetica, di sicurezza e di gestione decentrata…”

Si tratta proprio delle priorità che da anni si sono dati gli ambientalisti italiani, ed in particolare noi del Comitato Campano che ha promosso la legge regionale popolare sulla cultura e diffusione dell’energia solare. L’autosufficienza energetica, unita con la gestione decentrata e ‘locale’ delle fonti naturali e rinnovabili, infatti, sono il punto centrale per chi vuole diffondere una visione totalmente alternativa, al tempo stesso rispettosa della natura e profondamente democratica.

Un altro punto importante, che troviamo nel programma di SYRIZA, è la: “…..ricerca e sviluppo di forme alternative di tecnologie delle energie rinnovabili e sistemi di stoccaggio dell’energia prodotta da sistemi solari ed eolici”,  poiché ogni comunità deve puntare all’autosufficienza energetica, evitando costosi ed inutili trasferimenti di energie lungo reti spesso lunghissime e fonte di enormi sprechi, oltre che occasione di accaparramento di risorse che sono di tutti.

Bene, ho la sensazione che se anche in Italia fossimo capaci di costituire una vera coalizione di forze alternative – socialiste autogestionarie, pacifiste ed ambientaliste – le cose potrebbero cambiare davvero, e nel senso giusto.  Purtroppo il quadro della nostra realtà politica è molto più desolante e deprimente ed anche chi, qui in Italia, inneggia all’esperimento di SYRIZA, in effetti si guarda bene dall’uscire dal proprio misero orticello elettorale.  Ma anche noi abbiamo diritto a quella “speranza” di cui la coalizione della sinistra radicale greca ha saputo farsi portatrice, perché un sistema finanziario multinazionale, strettamente legato al complesso militare-industriale, non si sconfigge certo col velleitarismo dei gruppuscoli o col cinico trasformismo dei partiti, ma piuttosto con un’ampia e significativa alleanza di chi crede ancora, e fermamente, nella giustizia, nella pace ed in uno sviluppo davvero ecologico.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )