Dagli ‘Smarties’ alle ‘smart cities’

smartiesLa prima volta che mi sono imbattuto nel vocabolo inglese ‘smart’ si trattava di un noto prodotto dolciario industriale – chi non conosce gli Smarties? – consistente in coloratissime pastiglie dall’anima di cioccolato, nate nel Regno Unito addirittura prima della seconda guerra mondiale. Erano gli anni ’60: allora ero giovane e non mi ponevo domande su perché quei variopinti confetti si chiamassero così ma mi limitavo ad ingurgitarli. Solo molto tempo dopo (per la precisione 70 anni più tardi) la stessa azienda produttrice (la Nestlé) annunciò di aver dovuto ritirare da commercio i suoi Smarties ricoperti dal colorante sintetico  E133 (il ‘blu brillante FCF, ricavato dal liquido della distillazione del carbone per ottenere il coke). Esso infatti risultava piuttosto tossico o, quanto meno, dannoso in età infantile e poteva causare “iperattività, orticaria, insonnia […] sedimentazioni a livello renale e dei vasi linfatici” .[i]  Offrire ai bambini delle semplici pastiglie di cioccolato evidentemente era ormai troppo banale: bisognava colorarle coi residui di lavorazione del carbon coke per renderle così più… smart .

Da allora questo anglicismo ci ha perseguitato sempre più, attraversando vari ambiti dell’offerta commerciale, da quello automobilistico (come non ricordare la mini-vettura tedesca chiamata appunto Smart, utilizzando un ingegnoso acronimo) fino ad arrivare alle ‘smart cards’ (cioè le svariate carte magnetiche di plastica che utilizziamo ogni giorno al posto del denaro) oppure alle ‘smart cities”  ed alla ‘mobilità smart’, di cui si riempiono la bocca alcuni ambientalisti da salotto. Però, a parte l’uso troppo frequente e spesso immotivato d’un vocabolo inglese – potrebbe chiedere qualcuno – che cosa c’è di male a utilizzare questo aggettivo in vari contesti, sia pur con un comune rinvio all’idea di qualcosa di evoluto, moderno ed intelligente?  Beh, non ci sarebbe niente di male se dietro questa ammiccante parolina non si nascondessero significati molto più complessi e contraddittori. In questi casi io sono solito ricorrere ad un metodo infallibile: l’analisi etimologica d’una parola per comprenderne l’origine, ma anche la trasformazione semantica successiva.

Se chiedete ad un qualsiasi connazionale di media cultura che cosa pensa che significhi ‘smart’, e quindi come tradurrebbe in Italiano questo aggettivo, molto probabilmente risponderebbe: sveglio, intelligente, furbo o qualcosa di simile. Essere ‘smart’ , inoltre, ritengo che per i più comporti anche una connotazione di abilità, di evoluzione scientifica e tecnologica e di modernità. Basta del resto consultare un dizionario della lingua italiana per trovare elencata un’altra serie di significati – quasi tutti positivi – attribuiti a questa parola, fra cui: “elegante, alla moda […] sveglio… abile… brillante, spiritoso […] rapido, veloce… considerevole” [ii] , ma anche “…ingegnoso, svelto, vivace,acuto.” [iii]Ciò che si scopre consultando un dizionario etimologico della lingua inglese, però, è piuttosto sorprendente, in quanto ci rinvia ad un’origine del termine abbastanza diversa e, per certi versi, contrastante. Nell’Old English, infatti, questo aggettivo significava :

“doloroso, duro… che causa un dolore acuto […] Col significato di ‘eseguito con forza e vigore’ si trova dal 1300 c.: Con l’accezione di ‘svelto, attivo, intelligente’ è attestato dal 1300 c., dal concetto di battute o parole ‘taglienti’ etc., o anche ‘abile nel contrattare’ […] Con riferimento ad apparecchi/dispositive, nel senso di ‘che si comporta come se fosse guidato dall’intelligenza’ (come nel caso di ‘bombe intelligenti’) è attestato per la prima volta nel 1972…” [iv]

Continuando ad approfondire l’etimologia germanica di questa parola, si scopre che essa è strettamente legata al concetto di dolore fisico (ted. ‘Schmerz’), rinviando – senza o con la ‘s’ iniziale – addirittura al latino ‘mordere’, al greco ‘smerdnos’ (terribile) ed al verbo sanscrito ‘mardayati’ (frantumare, strofinare, schiacciare).

smart-bombsA questo punto qualche dubbio sulla totale connotazione positiva di questo attributo dovrebbe coglierci. Fra l’idea di creare dolore e paura con atti palesemente violenti ed il moderno concetto di ‘smartness’ (qualità intesa nell’accezione di: prontezza mentale, acutezza, intelligenza) c’è infatti un salto logico fin troppo evidente per non portarci a riflettere su questa strana ‘evoluzione’ semantica. Dobbiamo chiederci allora quale sia il nesso fra queste due categorie mentali. La prima risposta che mi viene in mente è che categorie come efficacia ed efficienza di un’azione potrebbero spiegarne la connotazione positiva con il latente riferimento all’astuzia, all’abilità ed alla dura determinazione di un soggetto nel perseguire un determinato scopo. Non a caso l’aggettivo inglese ‘smart’ rinvia al suo omologo ‘sharp’ , la cui etimologia ci riporta al mondo delle armi bianche, alle loro punte acute ed alle loro lame affilate (vista l’origine dal verbo germanico ‘sharf’ , che indica la capacità di tagliare o di pungere. Il significato positivo di questo attributo (“intelletto o percezione acuta o penetrante“ [v]) gli è derivato successivamente e in senso figurato.

L’idea che l’intelligenza sia una qualità propria delle persone che pensano e si comportano in modo ‘acuto’ (dal lat. acus = ago) e che usano un linguaggio ‘tagliente’ è un chiaro sintomo di una visione aggressiva della civilizzazione. Il progresso stesso viene considerato frutto di una lotta per l’affermazione di una parte sull’altra, sia pur utilizzando le ‘armi’ della scaltrezza o, quanto meno, anche quelle. Non a caso, infatti, Machiavelli consigliava così chi vuole governare:

<<Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede, e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende: non di manco si vede per esperienza, ne’ nostri tempi, quelli príncipi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli delli uomini: et alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà. Dovete adunque sapere come sono dua generazione [modi] di combattere: l’uno con le leggi, l’altro, con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. […] Sendo adunque uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe et il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano. Non può per tanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma, perché sono tristi e non la osservarebbano a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro. A uno principe, adunque, non è necessario avere tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle. >> [vi]

E’ proprio questa cinica ‘astuzia’ (l’origine è sempre guerresca, dal lat. hasta, cioè: lancia) che mi sembra incarnare meglio il concetto su cui mi sono soffermato. Una visione del mondo ‘smart’ non mi sembra necessariamente fondata sull’intelligenza in sé, semmai sull’uso di questa facoltà per affermarsi sugli altri o come ‘lione’ (che domina grazie alla sua forza) e/o come ‘golpe’ (la volpe, si sa, è il simbolo stesso dell’astuzia). A questo punto non c’è da stupirsi se qualcuno ha parlato di ‘smart bombs’ (da noi ribattezzate ‘bombe intelligenti’), o se gran parte delle soluzioni tecnologiche definite ‘smart’ pretendono di migliorare la vita dell’uomo ricorrendo a congegni elettronici che si stanno progressivamente sostituendo a lui, rubandogli il lavoro e mettendolo in condizione di essere controllato sempre e ovunque. Se aggiungiamo al campo semantico dell’aggettivo ‘smart’ anche la caratteristica della velocità e della prontezza, poi, comprendiamo come una visione del genere tenda ovviamente alla semplificazione ed all’omologazione, altri due strumenti di cui i nostri ‘principi’ si avvalgono per farci sentire semplici elementi di una realtà complessa, guidata e supervisionata dal ‘grande fratello’ di turno.  A questo punto tutto può diventare ‘smart’ (dall’orologio all’automobile, dal cibo alla vacanza, dal bancomat alle competenze linguistiche. Siamo infatti letteralmente circondati da ammiccanti proposte che c’invitano a fare nostri :‘smart food’, ‘smart cards’, ‘smart offices’ e perfino ‘smart skills’. Tutte sembrano alludere ad un mondo perfetto, dove rapidità ed efficienza si coniugano ad efficacia ed affidabilità. Ci stanno ‘smartellando’ il cervello anche sul piano urbanistico e perfino ambientale, vagheggiando città ideali, con tutti i vantaggi della tecnologia moderna ma senza nessuno dei pestiferi affetti collaterali che essa troppo spesso porta con sé.

Un nuovo topos retorico di questo ambientalismo 4.0 – che condivide ovviamente tale visione incentrata sull’innovazione tecnologica e sulla digitalizzazione spinta – è costituito infatti dalle cosiddette ‘smart cities’, pianificazioni urbane avveniristiche prospettate come ‘la’ soluzione all’invivibilità della nostre città moderne. Pochi però si ricordano che la parola inglese ‘digit’ non ha niente a che fare con le dita che percorrono sempre più velocemente e lievemente gli schermi ‘touch’ o le ‘smart keyboards’ dei nostri amati ‘smarphones’ , ‘tablets’  e ‘pcs’. In inglese, infatti, ‘digit’ vuol dire semplicemente ‘cifra’, per cui una civiltà digitale è, inevitabilmente, fondata sui numeri, sui valori misurabili, sulle quantità. Se andiamo a cercare su Wikipedia il significato di ‘smart city’ troviamo questa descrizione:

<< La città intelligente (dall’inglese smart city) in urbanistica e architettura è un insieme di strategie di pianificazione urbanistica tese all’ottimizzazione e all’innovazione dei servizi pubblici, così da mettere in relazione le infrastrutture materiali delle città «con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi le abita» grazie all’impiego diffuso delle nuove tecnologie della comunicazione, della mobilità, dell’ambiente e dell’efficienza energetica, al fine di migliorare la qualità della vita e soddisfare le esigenze di cittadini, imprese e istituzioni.  […] Il concetto di città intelligente è stato introdotto in questo contesto come un dispositivo strategico per contenere i moderni fattori di produzione urbana in un quadro comune e per sottolineare la crescente importanza delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), del capitale sociale e ambientale nel definire il profilo di competitività delle città, muovendosi verso la sostenibilità e verso misure ecologiche sia di controllo sia di risparmio energetico, ottimizzando le soluzioni per la mobilità e la sicurezza. Il significato dei due assetti (del capitale sociale e di quello ambientale) evidenzia la necessità di un lungo cammino da compiere per distinguere le città intelligenti o smart da quelle con maggior carico tecnologico, tracciando una linea netta tra di loro, ciò che va sotto il nome rispettivamente di città intelligenti e di città digitali.>>

smart-cityA parte il linguaggio usato – palesemente aziendalista e improntato ad una visione economicista della realtà, coi i suoi immancabili stereotipi come: ‘capitale’ umano, sociale e ambientale, ‘efficienza’, ‘ottimizzazione’ e ‘competitività’ – ciò che mi colpisce è che l’aspetto che dovrebbe richiamare invece una scelta ecologista si risolve nel banale rinvio al miglioramento della ‘qualità della vita’ e all’ambiguo concetto di ‘sostenibilità’. Ma, come osservavo in un precedente articolo:

<<…un modello di economia fondato unicamente sulla logica del profitto e del tutto incurante del rispetto degli equilibri biologici e di quelli sociali non potrà mai diventare ‘sostenibile’, almeno nel senso originario del termine. Se parliamo della definizione sintetica riportata all’inizio, infatti, non si comprende come un sistema fondato sulla massimizzazione del profitto possa conciliarsi con l’esigenza di garantire lavoro e cibo alla popolazione mondiale, benessere e giustizia ai singoli ed alle comunità locali, e riproducibilità alle risorse naturali.>> [vii]

Sto esagerando? Beh, proviamo a leggere un’altra definizione di ‘smart city’, che mi sembra abbastanza ufficiale, visto che è comparsa sul sito web dell’ENEA:

<<Una città è smart (Nijkamp) quando gli investimenti in capitale umano e sociale, le infrastrutture di comunicazione tradizionali (trasporti) e moderne (ICT), alimentano una crescita economica sostenibile e una elevata qualità di vita, con una sapiente gestione delle risorse naturali, ricorrendo ad una governante partecipativa. C’è quasi sempre un forte ricorso all’utilizzo delle tecnologie informatiche, di monitoraggio e controllo nella vita quotidiana, che comprende la connettività in rete, i sistemi di trasporto più moderni, le infrastrutture e la logistica e l’energia rinnovabile ed efficiente. Ad una Smart City si richiedono buone pratiche di partecipazione, elevati livelli di sicurezza, bassa incidenza della criminalità, un patrimonio culturale ben custodito. Una Smart City, se non è già una città sostenibile, per lo meno è una comunità sociale in evoluzione, mobilitata per crescere e per durare, ed anche per competere in fatto di economia, benessere ed inclusione sociale.>> [viii]

Anche in questo caso il linguaggio mostra una forte impronta tecnocratica ed economicista, ed evoca un modello di ‘crescita’ che, se accompagnata dall’aggettivo ‘sostenibile’, finisce solo col produrre uno stridente ossimoro. L’utilizzo di aggettivi con valenza positiva (sapiente, elevato, moderno, efficiente etc.) non riesce infatti a nobilitare sostantivi che rinviano ad un efficientismo produttivo, come: investimenti, crescita, governance o monitoraggio-controllo. Come osserva argutamente Roberto Mancini:

<<Uno dei risultati più paradossali di questo training è che, mentre l’economia diventa sempre più decisiva per la vita di tutti, della sua realtà effettiva si sa ben poco e si comprende ancor meno. Si diffonde così un’incapacità a sentire, a capire, a giudicare quello che accade. Nella sua dignosi della degenerazione degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer parlava di Dummheit, cioè di ‘stupidità’, precisando che ‘si tratta essenzialmente di un difetto che interessa non l’intelletto, ma l’umanità della persona’. >> [ix]

Ecco: se non vogliamo cadere nella trappola di questa stupidità programmata, che utilizza slogan e luoghi comuni per convincerci che viviamo “nel migliore dei mondi possibili”  (l’assioma illuminista sul quale Voltaire ironizzava nel suo ‘Candido’), occorre stare molto attenti alle parole da cui siamo quotidianamente bombardati. Se la radice etimologica dell’aggettivo ‘smart’ ci riporta più al dolore ed all’aggressività che all’intelligenza ed alla saggezza, sarebbe meglio evitare di cadere in questa trappola mediatica. Si tratti dell’esaltazione acritica della ‘smart city’ o semplicemente della pubblicità degli ‘Smarties’.

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

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[i]  Cfr. http://www.my-personaltrainer.it/additivi-alimentari/E133-blu-brillante.html

[ii]  Cfr. http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=smart

[iii]  Cfr. http://dizionari.corriere.it/dizionario_inglese/Inglese/S/smart.shtml

[iv]  Cfr. http://www.etymonline.com/index.php?term=smart

[v]   Cfr. http://www.etymonline.com/index.php?term=sharp

[vi]  N. Machiavelli, Il Principe e Discorsi, Feltrinelli, Milano, 1960 (cap. XVIII – pagg. 73-74

[vii]  E. Ferraro, L’insostenibile leggerezza della sostenibilità > https://ermetespeacebook.com/2015/05/03/linsostenibile-leggerezza-della-sostenibilita/ .V. anche lo scritto di Antonio D’Acunto, “L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile”, in: Alla ricerca di un nuovo umanesimo, Napoli, La Città del Sole, 2015 (pp.240-270)

[viii]  Toni Federico, Innovazione e sostenibilità  > http://www.enea.it/it/pubblicazioni/EAI/anno-2013/n-5-settembre-ottobre-2013/smart-city-innovazione-e-sostenibilita

[ix]   Roberto Mancini, Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli, 2014 (p.10).

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NATO PER COMBATTERE

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    L’amm. Mark Ferguson, Comandante US Navy Europa-Africa e JFC Naples

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E poi dice che uno si fissa sulle stesse questioni. Ma come diavolo si fa a non tornarci su quando siamo di fronte ad una escalation guerrafondaia, al centro della quale c’è anche la nostra Napoli, e praticamente nessuno ne parla?

Come si fa a far finta di niente, mentre dal cuore della nostra regione partono ripetuti segnali di accelerazione del processo di militarizzazione e bellicizzazione di un’Europa sempre più divisa su tutto, ma supinamente subalterna alle strategie atlantiche?

In questi mesi a Napoli i media – nazionali e locali – ci hanno informato su tutto, dalla ristrutturazione dello stadio alle iniziative per la stagione turistica, dalla chiusura per assemblea di qualche sito archeologico all’abortito ‘village’ del lungomare.  Nessuna informazione, però, riguardava alcune importanti decisioni che prevedono la leadership strategica del Comando NATO del Sud Europa (JFC Naples), che dalla sede storica di Bagnoli, si è trasferito da dicembre 2012 nel mega- Quartier Generale di Lago Patria (Giugliano-NA), sotto la guida d’un ammiraglio che, guarda caso, è anche a capo del Comando U.S. Navy per l’Europa e l’Africa [1].

Se si sfogliano i quotidiani più importanti, infatti, non c’è quasi traccia dell’incalzante processo di trasformazione di un comando periferico nel polo del rilancio della strategia bellica della NATO sull’Europa mediterranea, i Balcani e l’Africa. Eppure non si tratta di piani top secret da non divulgare, visto che gli stessi siti web del JFC Naples e del Comando Europeo [2] non fanno certo mistero dei suoi progetti, ma piuttosto ne esaltano la portata con trionfalistici comunicati stampa e perfino con video promozionali [3].

L’unica notizia che abbia vagamente a che fare con l’ulteriore consolidamento delle strutture militare nell’area napoletana è apparsa in questi giorni su Il Mattino [4] e riguarda l’ampliamento della storica Accademia della Nunziatella, che si candida a diventare “Scuola Militare Europea” .

Un chiaro segnale di ‘normalizzazione’ del sistema militare, presentato peraltro dalla giunta de Magistris come una pura e semplice ‘permuta’ con un altro immobile, banalizzandone la portata.  Ma mentre l’accademia militare della Nunziatella [5] – particolarmente cara al capo di gabinetto del Sindaco di Napoli, che ne è ex allievo – sfratta una caserma della Polizia per allargarsi ancor di più sulla Palepoli di Pizzofalcone, a poche decine di chilometri, nel giulianese, i molto più informali militari della NATO – senza spadino e cappellino borbonico – si esercitano incessantemente alla pratica dei loro giochi di guerra, sempre più teleguidati e ipertecnologici.

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    Veduta dall’alto del complesso JFC , presso Lago Patria (Giugliano NA)

     

Ciò che risulta strano è che anche quelli che ritengono che la NATO sia un imprescindibile baluardo della democrazia e della sicurezza in questi mesi non si siano spesi nel tessere le lodi delle operazioni militari che stanno rendendo Napoli e la Campania la succursale del Pentagono sullo scacchiere strategico sud-orientale. Nulla. E’ come se un avveniristico complesso di 7 piani (2 dei quali interrati), spalmato su 330.000 mq di superficie, progettato per un numero di militari che va da 2.500 a 5.000 unità e che ospita il secondo comando supremo dell’Alleanza Atlantica dopo quello di Bruxelles [6] fosse una struttura qualsiasi, magari un po’ ingombrante ma priva di particolare importanza.

Eppure, dal dicembre 2012 in cui il nuovo quartier generale è stato inaugurato, i due comandanti che si sono susseguiti non hanno certo nascosto la loro intenzione di “far ruggire il leone” che fa da stemma al JFC Naples , trasformandolo sempre più in un “warfighting headquarters”, un vero e proprio comando per operazioni belliche [7].

Eppure non è che due anni e mezzo di manovre militari e di operazioni sul mare per terra e nel cielo potessero passare inosservate, anche se politici nazionali, amministratori locali ed operatori dei media preferiscono nascondere la testa nella sabbia. Da anni, infatti, essi si guardano bene dall’informare i cittadini di quel che succede nel triangolo della morte compreso fra Capodichino, Licola e Gricignano, di cui ho parlato in un mio precedente articolo [8], sicuramente non meno pericoloso della famigerata Terra dei fuochi con cui, guarda caso, in parte coincide.

Eppure è da sedici anni (1999) che dall’ex Comando dell’AFSouth di Bagnoli (Allied Forces Southern Europe) si sono dirette le operazioni militari della Kosovo Force (6000 uomini di 29 paesi aderenti alla NATO [9].

Eppure è da un decennio (2005) che, dal Quartier generale di Napoli, la stessa NATO offre benevolmente il suo supporto militare anche all’Unione Africana, per “costruire la sua architettura di sicurezza” [10]. Per non parlare di altre ‘missioni’ pilotate dal comando napoletano, come la Stabilisation Force (SFOR-IFOR) che da altrettanti anni essa guida a Sarajevo [11] , con collegamenti anche con l’Ufficio di Collegamento NATO di Skopje [12] e quello di Belgrado [13], al cui vertice dal 2014 c’è un generale italiano.

Eppure, dalla fine del XX secolo a questi 15 anni del successivo, il Comando Sud-Europeo della NATO è stato a capo di ben 11 operazioni ‘alleate’, dietro i cui fantasiosi nomi si celavano minacciose esercitazioni belliche, volte a consolidare il controllo su tutta l’area mediterranea balcanica ed africana.[14]  Sforzo attivo, Protettore unificato, Raccolto essenziale, Garante determinato, Occhio d’aquila, Guardiano congiunto e simili non erano infatti titoli di videogiochi, ma i retorici nomi in codice di quei dispendiosi giochi di guerra della NATO.

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    Stemma dell’esercitazione NATO”Trident Juncture 2015″

D’altra parte, l’ultima operazione si è appena conclusa il mese scorso. Essa, per la prima volta, ha visto il JFC di Napoli addirittura in trasferta a Cincu, una cittadina della Romania centrale, dove un migliaio di soldati ‘alleati’ hanno partecipato – dal 17 al 28 giugno –  all’operazione Trident Joust 15 (Torneo del Tridente ‘15). Il suo scopo era: “…mettere alla prova l’abilità del Comando Interforze di Napoli nel condurre un’operazione di difesa collettiva per conto dell’Alleanza”, come ha dichiarato l’Amm. Ferguson, Comandante  sia il JFCNP sia il CNE-CNA [15].  Ed ecco che, subito dopo le meritate vacanze estive, i vertici della NATO hanno  pensato bene di aprire il nuovo anno bellico con un’altra spettacolare operazione interforze: “…la più vasta esercitazione militare dal 2002, che metterà insieme più di 36.000 persone d’una trentina di paesi, alleati e partners, così come organizzazioni internazionali e non-governative nei tre paesi del suo fianco sud (Spagna, Portogallo ed Italia […] Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e dalla fine della Guerra fredda, la NATO aveva progressivamente abbandonato l’organizzazione di grandi esercitazioni in Europa, privilegiando la preparazione delle di forze di ‘spedizione’ per intervenire su crisi lontane, come in Afghanistan, dove ha diretto per tredici anni la forza internazionale d’assistenza alla sicurezza (ISAF) .”[16]

Nonostante l’importanza quasi storica di questa nuova avventura militare, gli organi di (dis)informazione non se ne sono per nulla occupati, fatta ovviamente eccezione per i pochi giornalisti che ci mettono al corrente delle ‘grandi manovre’ pianificate e svolte dai nostri cari Alleati, con la partecipazione della nostra Repubblica che, pur ‘ripudiando la guerra’, è sempre in prima fila nelle loro sedicenti operazioni di peace-keeping.

E’ il caso degli articoli che Manlio Dinucci pubblica regolarmente su il manifesto ed altri giornali cartacei ed online, per aggiornarci sull’escalation delle operazioni NATO.

Già all’inizio di giugno, infatti, egli sottolineava la portata della nuova operazione Trident Juncture 2015 (‘Giuntura del Tridente 2015’), scrivendo che “…il Jfc Naples svolge il ruolo di comando ope­ra­tivo della «Forza di rispo­sta» Nato, il cui comando gene­rale appar­tiene al Coman­dante supremo alleato in Europa (sem­pre un gene­rale Usa nomi­nato dal Pre­si­dente). La pro­ie­zione di forze a sud va ben oltre il Nor­da­frica: lo chia­ri­sce lo stesso Coman­dante supremo, il gen. Breed­love, annun­ciando che «i mem­bri della Nato svol­ge­ranno un grande ruolo in Nor­da­frica, Sahel e Africa subsahariana» [17]

In un successivo servizio – apparso sempre su il manifesto – Dinucci ci spiegava che quella che si terrà dal 28 settembre al 6 novembre prossimi non è un’esercitazione come le altre, se si tiene conto della forza militare impegnata (“oltre 230 unità ter­re­stri, aeree e navali e forze per le ope­ra­zioni spe­ciali di oltre 30 paesi alleati e part­ner, con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 140 aerei da guerra, più le indu­strie mili­tari di 15 paesi per valu­tare di quali altre armi ha biso­gno l’Alleanza”) [18], ma anche delle sue finalità strategiche  (“In tale qua­dro si inse­ri­sce la «Tri­dent Junc­ture 2015», che serve a testare la «Forza di rispo­sta» (40mila effet­tivi), soprat­tutto la sua «Forza di punta» ad altis­sima pron­tezza ope­ra­tiva. La TJ15 mostra «il nuovo accre­sciuto livello di ambi­zione della Nato nel con­durre la guerra moderna con­giunta», pro­vando di essere «una Alleanza con fun­zione di guida»[19].

  1. MARI-NATO 

campania armata

“Campania Bellatrix” – elaborazione grafica di E. Ferraro

Dalle aspre montagne dell’Afghanistan, quindi, lo scenario bellico si è spostato sempre più a sud, nel bacino del Mediterraneo,  dove la NATO deve fronteggiare nuove sfide, alcune delle quali peraltro sono frutto proprio della disgraziata politica imperialistica degli USA, che ha profondamente destabilizzato i precari equilibri preesistenti.

Ecco allora che la militarizzazione crescente della Campania – insieme ovviamente a quella della Sicilia – rientra in un ben preciso piano di controllo dell’area mediterranea ed africana. Questo redivivo Regno delle Due NATO mantiene infatti la sua indiscussa capitale nella Città Metropolitana di Napoli (in cui ricadono lo stesso capoluogo ma anche l’intera area domiziano-giulianese), ma si allarga fino a comprendere le basi alleate e statunitensi sparse nella Trinacria, da quella aerea principale di Sigonella al MUOS di Niscemi, passando per Augusta, Trapani, Pantelleria e Lampedusa [20].

Ma noi Italiani siamo troppo impegnati a seguire le peripezie del fu-centrosinistra e del fu-centrodestra per occuparci di queste sciocchezze.  Non c’è dubbio che l’aumento dell’IVA o un ulteriore slittamento dell’età pensionabile siano questioni che attirano molta più attenzione di quelle concernenti la trasformazione del meridione della penisola in un’incontrollabile portaerei, sul cui ponte di comando c’è saldamente il solito ammiraglio americano con due berretti [21].

E’ però impossibile ignorare l’ingombrante presenza di quell’esercito di occupazione che, dalla fine della seconda guerra mondiale, continua a ‘proteggerci’ , da Aviano  fino a Trapani. Così come dovrebbe essere difficile non notare che l’Italia stessa, anche a prescindere dalle truppe USA e NATO che vi si sono stanziate, è già uno di per sé uno dei paesi più militarizzati al mondo, recentemente sceso al 67° posto, ma sempre davanti ad altri Paesi europei come la Polonia (74°), la Spagna (84°), il Belgio (85°), la Germania (87°) o l’Irlanda (108°) [22].

L’Indice Globale della Militarizzazione – che assomma i dati relativi alle spese militari, al personale impiegato nel settore ed agli armamenti dispiegati – vede non a caso nella sua assai poco lodevole Top Ten, al 9° posto, nientemeno la Grecia, con la vicina Turchia piazzata al 24° posto a livello globale.  Forse con un po’ di attenzione avremmo capito qualcosa in più della recente crisi greca, che è sicuramente di natura economica, ma che ha pesato assai più sul piano politico-strategico, visto il ruolo chiave che la repubblica ellenica occupa nella NATO.

Però parlare di queste cose è poco trendy. Giornali e radio-televisioni preferiscono il gossip politicante e le veline governative su come tutto va per il meglio nel nostro Bel Paese.  A quanto pare bisogna lasciare le notizie sulle guerre prossime venture ai ‘gufi’ di professione e ad altri profeti di sventura, che spesso sono gli stessi che mettono in guardia anche contro i cambiamenti climatici e le loro cause o denunciano il nostro devastante modello di sviluppo, energivoro ed antiecologico.

Certo: in una decina di giorni di Settembre una trentina di Paesi, compreso il nostro,  manderanno allegramente in fumo milioni di preziose risorse economiche – probabilmente con gravi ricadute anche ambientali – solo per dar prova della propria capacità di distruzione e di controllo del territorio, del mare e del cielo. Ma cosa rappresenta questo di fronte alla ripresa dell’anno scolastico, alle riforme costituzionali, all’IMU sulle scuole parificate ed alle alleanze per portare l’Italia alla ‘crescita’?

Stiamo attenti, però, che il minaccioso ‘Tridente’ brandito dal mitologico dio NATO non laceri solo l’economia – come ha già fatto con la Grecia – ma anche la nostra stessa sicurezza.

NOTE

[1] http://cne-cna-c6f.dodlive.mil/

[2] www.jfcnaples.nato.int/  – http://www.jfcbs.nato.int/trident-juncture.aspx

[3] http://www.ac.nato.int/page5931922/the-air-part-of-nato-joint-exercise-ttrident-juncture-2015.aspxhttps://www.youtube.com/watch?v=9f_w3MWbm-U

[4] http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/nunziatella_scuola_militare_napoli/notizie/1485546.shtml

[5] http://www.esercito.difesa.it/organizzazione/aree-di-vertice/comando-per-la-formazione-specializzazione-e-dottrina-dell-esercito/Accademia-Militare/Nunziatella

[6] Ermete Ferraro, Un preoccupante Neo-Nato (30.4.2012) > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/04/30/lago-patria-un-preoccupante-neo-nato/ ),

[7] Idem , Fa’ ruggire il leone (11.5.2012) > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/05/11/fa-ruggire-il-leone/

[8] Idem, Campania Bellatrix (20.3.2013) > http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_11270.html

[9] http://www.aco.nato.int/kfor.aspx

[10] http://www.jfcnaples.nato.int/current_operations/ns2au.aspx

[11] http://www.jfcnaples.nato.int/hqsarajevo.aspx

[12] http://www.jfcnaples.nato.int/hqskopje.aspx

[13] http://www.jfcnaples.nato.int/operations_mlo_belgrade.aspx

[14] http://www.jfcnaples.nato.int/page71815316.aspx

[15] JFC Naples will for the first time base out to another location – the Shooting Range at Cincu >   http://actmedia.eu/daily/jfc-naples-will-for-the-first-time-base-out-to-another-location-the-shooting-range-at-cincu/58532 (traduz. mia). Vedi anche: Nato trasferisce il il quartier generale sud da Napoli in Romania > http://it.sputniknews.com/italia/20150507/357678.html#ixzz3h6qP0sKy

[16]  http://www.7sur7.be/7s7/fr/1505/Monde/article/detail/2395316/2015/07/15/L-Otan-sur-le-pied-de-guerre.dhtml (traduz. mia)

[17] Manlio Dinucci, La NATO lancia il tridente (16.6.2015 ) > http://ilmanifesto.info/la-nato-lancia-il-tridente/  

[18] Idem , La U.E. si arruola nella NATO (21.7.2015) > http://ilmanifesto.info/la-ue-si-arruola-nella-nato/

[19] Ibidem

[20] Cfr. Mappa delle basi militari in Italia > http://www.ansuitalia.it/Sito/index.php?mod=read&id=1266847177  e http://www.difesaonline.it/index.php/it/13-notizie/mondo/2720-la-sicilia-sta-per-diventare-la-base-piu-importante-della-nato . Vedi pure l’articolo di Antonio Mazzeo, Al via la campagna contro le basi NATO e Usa in Sicilia > http://www.disarmiamoli.org/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=335

[21] Sulla questione del “Two hats Commander” cfr. http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a526085.pdf

[22] Fonte: Jan Grebe, Global Militarization Index 2014 > https://www.bicc.de/uploads/tx_bicctools/141209_GMI_ENG.pdf – Sulla militarizzazione della Grecia cfr. anche: Σε ρόλο ΝΑΤΟικού εκπαιδευτή οι Ενοπλες Δυνάμεις  (Le forze armate nel ruolo di formatore NATO) > http://www.rizospastis.gr/story.do?id=8515264  10.7.15

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© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

UNA CHIESA ADULTA PER UNA SOCIETA’ ECOLOGICAMENTE RESPONSABILE

card. sepe Quello che cito nell’intestazione, con una piccola ma significativa aggiunta, è il sottotitolo della lettera pastorale indirizzata alla Comunità ecclesiale di Napoli dal suo Pastore, il card. Crescenzio Sepe. [1]  Desidero infatti riallacciarmi a quanto l’Arcivescovo della metropoli campana ha voluto comunicare con questo documento, nel quale si sintetizzava il percorso pastorale avviato dalla Diocesi in questi anni, in particolare col Giubileo, collegandolo sia alla celebrazione dell’anno della Fede – proclamata da S.S. Benedetto XVI – sia alle prospettive si aprono per la Chiesa di Napoli dopo quest’intensa riflessione.

“Se vogliamo, infatti, indicare una possibile direzione di marcia per il nostro popolo – spiegava Sepe – non possiamo andare a rimorchio, vivere di abitudini e luoghi comuni, seguire con affanno il passo degli altri […] Quando i credenti disertano il campo, l’umanità va avanti per conto suo, privandosi delle illuminanti direttive del Vangelo.” [2]

In un mio precedente articolo [3], ho già affrontato la questione della responsabilità ambientale verso il Creato in un’ottica cristiana, proprio perché ritengo che l’assenza di riflessioni e direttive chiare ed univoche in proposito, da parte di chi ha il compito di guidare i credenti fuori da ‘abitudini’ e luoghi comuni’, generi proprio l’effetto che il Card. Sepe vorrebbe scongiurare.

Pur non mancando articoli del Catechismo specifici, documenti dei vari episcopati, esortazioni apostoliche ed encicliche papali che affrontino il problema del rapporto tra fede cristiana ed impegno dei credenti per la salvaguardia del Creato, mi sembra però innegabile che le gravi e pressanti questioni ambientali siano state finora affrontate a prescindere dal Vangelo e dal Magistero della Chiesa, ossia alla luce dell’ecologia scientifica e/o di considerazioni economiche e socio-politiche, ma molto poco sulla base di imperativi etici o religiosi. D’altra parte, non si tratta tanto di ciò che viene più o meno esplicitamente proclamato dai pulpiti, quanto di ciò che i credenti hanno fatto, fanno ed intendono fare, concretamente, perché si cambi finalmente direzione. Ma se essi continueranno a “disertare il campo”– come denunciava l’Arcivescovo – non c’è da meravigliarsi se l’umanità continua a percorrere strade ben diverse, poco e per nulla illuminate dalla sconvolgente logica evangelica, che richiederebbe invece una “metànoia”, cioè un radicale cambiamento di mentalità.

Il card. Sepe nella sua lettera pastorale si riferiva in generale ai molteplici problemi sociali ed economici di Napoli, ma se restringiamo l’attenzione a quelli strettamente legati al degrado ambientale della città e dell’intero territorio della Campania, è ancor più evidente che non si può far finta di nulla e che invece occorre intervenire, subito e con autorevolezza, sulle cause stesse di quelle gravissime situazioni,  da quelle strutturali (riconducibili quindi al modello di sviluppo ed alle disuguaglianze socio-economiche) a quelle legate a ‘stili di vita’ ecologicamente non sostenibili.

“Un così profondo sentire religioso – denunciava l’arcivescovo, non senza toni autocritici – coesiste con gravi e colpevoli condizioni di sottosviluppo. Abbiamo mancato, noi per primi, l’obiettivo di formare coscienze responsabili e attente alla vita sociale. […] Una fede chiusa nelle mura del tempio non può essere feconda né per noi né per gli altri […] Il mio rinnovato invito, pertanto, è di ‘uscire dal tempio’, andare incontro alla gente che vive in situazioni di marginalità morale e materiale, senza la preoccupazione e la paura di ‘gettarci nella mischia’ e di ‘sporcarci le mani’.” [4]

Sono parole molto significative, soprattutto in questi giorni di novembre, in cui un vero e proprio “fiume in piena” di persone ha attraversato il centro di Napoli, sotto la pioggia, per lanciare un grido di dolore e di denuncia contro il “biocidio” che sta uccidendo la nostra terra e la nostra gente. Quasi un centinaio di migliaia di manifestanti hanno espresso la rabbia di milioni di cittadini campani che non vogliono più che sversamenti di rifiuti tossici, discariche abusive e roghi costituiscano l’assurda normalità di quella che una volta era chiamata “Campania Felix”. Essa oggi si presenta come un territorio violato, i cui abitanti avvertono sulla propria pelle il pericolo di un inquinamento micidiale, che ha già provocato troppi morti e malati e che, di riflesso, sta anche mettendo in ginocchio l’agricoltura, l’allevamento ed il commercio di generi alimentari.

In prima fila al corteo di sabato 16 novembre c’era un coraggioso sacerdote, che da anni sta denunciando quest’insopportabile attentato alla vita della gente ed all’integrità del territorio. Un altro animatore di questo crescente movimento è un combattivo missionario, da sempre impegnato a coniugare la pace con la giustizia e la salvaguardia delle risorse naturali dall’avidità di chi se ne crede padrone. Ma appare comunque troppo poco – bisogna onestamente riconoscerlo – per poter affermare che la Chiesa, che i credenti, abbiano finalmente preso posizione contro l’insostenibile civiltà che depreda le risorse naturali, lasciando tragici strascichi di morte, malattie e di avvelenamento della terra.

“Non trascureremo certamente i nostri ideali in tutti i settori della nostra esistenza, ma ora bisogna concentrarsi sul valore dell’etica pubblica, là dove si giocano i destini di tutti noi.” [5]  Ha perfettamente ragione, il nostro Arcivescovo, quando con queste parole ci richiama a preoccuparci soprattutto dell’etica pubblica. Eppure secoli di “civiltà cattolica” non sembrano aver contrastato affatto fenomeni come la speculazione sulle risorse naturali di un territorio, l’appropriazione indebita dei suoi beni comuni o lo sfruttamento di coloro che vi abitano.

D’altra parte, lo stesso Sepe, poche righe dopo, esclamava con tono angosciato. “ Così, ad esempio, possiamo domandarci come è avvenuto che alcune colpe venissero fortemente stigmatizzate dalla coscienza dei cristiani, mentre altre sono state di fatto ignorate? Perché non abbiamo usato il necessario rigore nel condannare chi sistematicamente saccheggia le risorse economiche della società o danneggia irreparabilmente l’ambiente? Sotterrare rifiuti tossici è una colpa più grave di tante altre, enfatizzate da una certa tradizione morale, perché causa l’insorgenza di malattie mortali per innumerevoli cittadini….” [6]

Ecco, appunto: chiediamo perché tutto questo non è stato fatto e, soprattutto, come mai troppi occhi ed orecchi sono rimasti chiusi alle denuncie che da vent’anni almeno erano state fatte da alcuni abitanti e da qualche organizzazione ambientalista.  Il cardinale ha affermato opportunamente che la sola cosa che può avviare un “recupero decisivo”, facendoci uscire dal degrado, morale ed ambientale, è la “crescita della coscienza civica e della volontà di partecipazione”.  Bene. Eppure è difficilmente negabile che troppo spesso l’autorità civile – e talvolta quella religiosa – sia apparsa invece spaventata proprio dall’accresciuta consapevolezza ecologica e dalla richiesta della gente di contare davvero, lasciando spesso, al contrario, campo libero all’arroganza dei poteri forti dell’economia ed alla violenza criminale del potere mafioso.

Ma anche quando qualcuno ha osato alzare la voce contro gli scempi ambientali che hanno martoriato le nostre regioni, quasi mai dalla denuncia è emersa un’effettiva preoccupazione per la gravità in sé dello sconvolgimento degli equilibri ecologici e per la violazione delle leggi della Natura. E’ generalmente prevalsa la sola preoccupazione per le conseguenze umane – economiche  sociali o sanitarie – dei danni ambientali, perpetuando in una visione miopemente antropocentrica. Anche quando questi allarmi sono stati lanciati dalle Chiese cristiane, raramente l’obiettivo è apparsa la pur dichiarata “salvaguardia dell’integrità del Creato”, nella misura la preoccupazione fondamentale restava comunque il benessere minacciato dell’umanità, anziché la grave violazione del patto stretto con l’Uomo dall’Autore di ogni cosa, che del Creato ci ha resi amministratori attenti ma non padroni assoluti.  Credo che nessun peccato possa essere dichiarato a ragione “mortale” più di quello perpetrato contro la stessa Vita. Ecco perché il “biocidio” e la distruzione della preziosa Biodiversità del nostro pianeta mi sembrano i veri  peccati mortali, contro i quali avrebbero da tempo dovuto alzarsi – con tutto il loro peso e autorevolezza – le voci dei responsabili delle comunità cristiane, in Campania come in Brasile, negli Stati Uniti come in Cina.

“Tutte le virtù – ha scritto il teologo cattolico Karl Golser – possono essere riviste in chiave ecologica. La giustizia diventa sforzo di considerare il grande ordine nel quale siamo inseriti e di coltivare un rapporto riverente con ogni essere creato e anche con le generazioni future. La prudenza è impegno costante di ottenere il sapere ecologico adeguato alla nostra responsabilità e di attuarlo anche nelle nostre scelte quotidiane. La fortezza diventa coraggio civile per un impegno corrispondente alle nostre convinzioni. La temperanza è parsimonia nell’ uso delle risorse e moderazione nei nostri ecosistemi così sensibili.” [7]

Credo che sia finalmente arrivato il momento di dare dei chiari segnali in questa direzione, ciò che Antonio D’Acunto ha auspicato nel suo bell’articolo [8], nel quale si augurava che Papa Francesco inaugurasse con una sua enciclica questo nuovo modo di affrontare l’etica ambientale, per ridare centralità all’amore per il Creato ed alla sua salvezza, in nome delle virtù di cui il Vangelo è portatore. A questo auspicio ho associato anche la mia voce, nel citato articolo sulle basi di un’ecologia cristiana per quella che ho chiamato“un’agàpe cosmica”, vale a dire l’amore rispettoso per la vita e l’intera creazione.

Una buona base di partenza, come avevo suggerito in un mio precedente saggio [9] , potrebbe essere attenersi all’esalogo dell’Eco-giustizia, stilato dal collegio teologico dell’Università di Adelaide (Aus) [10].  I principi-guida dovrebbero essere: 1) il valore intrinseco della creazione; l’interconnessione fra tutti gli esseri viventi; 3) il c.d. principio della voce, che riconosce una personalità alla nostra madre Terra; 4) il fine ultimo, tipico della la teleologia cristiana; 5) la mutua custodia, che promuove la solidarietà reciproca fra gli esseri viventi; e infine 6) il principio della resistenza, per cui la natura oppone una giusta resistenza agli scempi perpetrati dall’uomo.

Se davvero – come è stato recentemente annunciato [11] – Papa Francesco sta preparando la sua prima vera enciclica, dedicandola proprio alla responsabilità ambientale dell’umanità, questo costituirà sicuramente una grossa novità per una visione cristiana dell’ecologia. E’ proprio Lui che – ricordava l’Arcivescovo di Napoli nella sua lettera pastorale – ci ha invitati tutti a chiedere “la grazia di dare fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa”. Possiamo quindi essere fiduciosi che una ventata di rinnovamento saprà spazzare anche la supponenza antropocentrica che ancora pervade le realtà ecclesiastiche sulle questioni ambientali, aiutandoci a capire che la principale responsabilità dei credenti è quella verso l’Autore della Vita, in quanto possiamo affermare francescanamente che ogni violenza contro la natura – che di Dio “porta significatione” – è di fatto rivolta direttamente alla Sua sapienza creatrice.

Ecco perché ci sembra giusto interpellare – prima ancora che il Pontefice che su tale impegno per i Cristiani sta incentrando la sua prossima enciclica – il Pastore della Chiesa che è a Napoli, affinché dalla nostra diocesi partano segnali inequivocabili in tale direzione.

Una chiesa adulta per una società responsabile” – ricordavo non a caso all’inizio – era l’obiettivo della lettera pastorale del nostro Arcivescovo. Ciò che ci sta a cuore, e per cui sempre più ci adopereremo, è che la Chiesa di Napoli diventi adulta anche nella sua visione dei problemi ambientali, così da rendere davvero la nostra società ecologicamente responsabile.

© 2013 Ermete Ferraro https://ermeteferraro.wordpress.com  


[1] Crescenzio Card. Sepe, Lettera Pastorale “Canta e cammina” – Una Chiesa adulta per una società responsabile, Napoli, 25.8.2013

[2] Ibidem, p. 6

[4] C. Sepe, op. cit., pp. 11…14

[5] Ibidem, p.15

[6] Ibidem

[7] Fabrizio Condò e Gianni Maritati, “Ma c’è un’ecologia cristiana”, in  Il Messaggero di sant’Antonio > http://www.santantonio.org/messaggero/pagina_stampa.asp?R=&ID=187

[9] Ermete Ferraro, Adam-Adamah: : un’agàpe cosmica, pubblicato su “Filosofia Ambientale” > http://wds.bologna.enea.it/articoli/08-01-10-ferraro-agape-cosmica.pdf

GEO(DIS)GRAFIA

geografia1Dopo il precedente articolo sulle ” 5 parole della scuola” , questo secondo capitolo del nostro viaggio nella etimologia delle parole italiane – suddivise per argomenti – ci richiama una delle carenze della basi culturali di molti ragazzi. Ebbene sì, sto parlando proprio delle conoscenze un po’ approssimative che molti di voi“scolari” rivelate in geografia. Queste lacune sono aggravate anche dal fatto che in Italia – ma ancor di più in altri paesi europei e d’oltreoceano –  questa disciplina sta a poco a poco diventando la ‘cenerentola’ dell’istruzione di base, relegata com’è ad un’ora settimanale o, quando va bene, a poco più.
Beh, questa è l’occasione per rimettere la geografia in primo piano, sotto i riflettori della nostra ricerca etimologica, scoprendone la fondamentale importanza. E, del resto, quale materia potrebbe essere più utile in una realtà che sembra aver perso la bussola e che ci chiede di migliorare di molto la nostra capacità di orientarci?
Quale insegnamento può tornarci più utile di quello che ci fa riscoprire le risorse della nostra madre terra (Gea), aiutandoci a capire quanto ci siamo allontanati dalle sue leggi e quanti guai stiamo tirandoci addosso con la nostra assurda pretesa di “dominarla” anziché di “custodirla”?
Voi ragazzi di oggi, cittadini fin dentro il midollo, state progressivamente perdendo ogni contatto sia con la terra con la minuscola (intesa in senso fisico, come terreno), sia con la Terra con la maiuscola (nel senso di Pianeta, di ambiente vitale della specie umana). Non è certo colpa vostra, ma è un fatto che tutto ciò che riguarda la “natura” è ormai diventato per molti di voi solo lo sfondo del desktop della vostra esistenza, sul quale si sono sovrapposte fin troppe icone legate solo alla realtà urbana ed alla “civiltà”. C’è quella della casa sempre più tecnologica ed automatizzata, quella dei mezzi di trasporto sempre più veloci e avveniristici, quella del mondo scintillante dello shopping, oppure quelle del mondo del virtuale, si tratti della musica computerizzata e dei film in 3D o dei videogiochi e dei social network,  che vi risucchiano in una dimensione senza tempo e senza spazio.
Non c’è quindi da meravigliarsi se molti ragazzi come voi – ma anche un sacco di adulti – sono affetti da quel problema che ho chiamato scherzosamente nel titolo “geodisgrafia”. La definirei come una specie di disturbo dell’apprendimento, che consiste nel perdere contatto con l’ambiente naturale al punto tale che le nozioni geografiche diventano sempre più teoriche, vaghe ed astratte, anche parliamo della realtà  più fisica e concreta di qualunque altra.
Prendiamo la prima delle 5 parole dedicate proprio alla geografia (clic sul testo evidenziato per aprire la scheda). Come insegnante, quando parlo di “morfologia” del territorio italiano – o di qualsiasi altra parte della Terra – mi rendo conto che molti alunni/e imparano sì la differenza tra territorio pianeggiante, collinoso e montuoso, ma soltanto…a parole. Non ci sono video,fotografie o lavagne interattive che possano sostituire quello che si percepisce di persona, salendo a piedi su una collina o arrampicandoci lungo
ripidi e stretti sentieri su una vera montagna, dall’alto della quale la pianura diventa subito qualcosa di molto più evidente e significativo. Come si fa, poi, a spiegare il “regime” ed il corso di un fiume a chi non ne ha mai visto uno da vicino? Chi può illudersi di rendere con chiarezza – a parole o proiettandone le immagini – l’inquietante fascino di un cratere vulcanico o l’abbagliante senso di vuoto d’un deserto?
Sì, l’etimologia ci fa capire che studiare la “morfologia” di un territorio vuol dire spiegare con un discorso
(lògos) la sua forma (morphé) e le sue caratteristiche. Ma volete mettere quanto tutto ciò diventa
immediatamente più chiaro se nell’ambiente fisico ci muoviamo e viviamo davvero, invece di studiarlo sull’atlante o su ben illustrati manuali di geografia?
Il secondo termine da approfondire è “idrografia” , derivato dalla composizione della parola greca che indica l’acqua (hydor) col suffissoide “grafìa” (dal verbo greco “gràphein” = descrivere). Anche in questo caso si indica chiaramente che quella della carta geografica è solo una linea azzurra disegnata, più o meno lunga e tortuosa, che attraversa un’area verde (pianura), provenendo da una di colore marrone (monte) e poi giallo (collina). Sta di fatto che quel disegno non potrà mai rivelarci la bellezza e varietà d’un vero fiume, così come un bacino blu sulla cartina non potrà mai darci l’idea di che cos’è un vero lago, attraente ma anche un po’ misterioso.
Sempre di origine greca è anche l’etimologia del termine geografico “orogénesi”(composizione di “òros” = monte col suffissoide “gènesis” = origine, nascita). L’idea che anche le montagne sono nate non è proprio facile da spiegare. Eppure è proprio così e, nel corso di periodi di tempo che possiamo
solo immaginare, anche quei giganti rocciosi hanno avuto un’origine, un’evoluzione e perfino una decadenza, diventando sempre più bassi ed arrotondati, proprio come succede con l’invecchiamento a noi uomini e ad altri esponenti del mondo animale.
Chi, poi, non ha sentito parlare della “ecologìa” ?  In effetti, se ne parla soprattutto da quando abbiamo perso il nostro rapporto con l’ambiente fisico e con leggi naturali. Ecco perché oggi ci sentiamo fare sempre più discorsi e prediche in nome dell’ecologia, che non avrebbero senso se non ci fossimo da tempo avviati lungo una pericolosa strada, caratterizzata dall’estraneità nei confronti di quella nostra “casa” comune (dal gr. ôikos” = abitazione). Ecco, allora, che si rendono indispensabili i richiami degli “ecologisti”, che ci additano le allarmanti conseguenza dello sfruttamento dei terreni, delle acque e perfino del sottosuolo, accompagnate da un dissennato inquinamento delle nostre stesse fonti di vita (aria, suolo, acqua). Vivere di più immersi nella natura – piuttosto che rinchiusi nelle nostre tane di cemento ed asfalto – sarebbe comunque il modo migliore per riconciliarci con la natura e per sentircene
parte, non avversari.
L’ultima parola della nostra seconda scheda etimologica riguarda un aspetto della geografia che si definisce più“politico”,  riguardando la vita delle persone che si associano nelle città (in greco: “pòlis”).
La “demografìa”,infatti, è la descrizione (ritorna il suffissoide “grafìa”) d’una popolazione (in greco: “démos”). Anche i popoli, come le montagne, hanno un’origine, uno sviluppo, una diffusione e, prima o poi, anche un declino. Che si tratti di calo “demo-grafico” (cioè della diminuzione del numero degli abitanti di una città), oppure d’una grave crisi del suo sistema “demo-cratico” (ossia della capacità del popolo di conservare nelle proprie mani il potere – v. il suff. greco: “-crazìa” – evitando ogni forma di dittatura), studiare la geografia ci aiuta molto a capire evoluzione ed involuzione d’una civiltà.
Ignorare le basi della geografia, al contrario, potrebbe contribuire a farci diventare ancor più sbandati e privi di riferimenti, in un mondo sempre più artificiale e disconnesso dalla realtà naturale.
Per evitare questo dobbiamo imparare ad orientarci e, soprattutto, ad orientare le nostre scelte di vita.
Perciò abbiamo bisogno di una vera “bussola” che, etimologicamente parlando, è solo una scatoletta di legno di bosso (dal lat.: “bùxus”), che contiene però una preziosa lancetta magnetica, grazie alla quale non dovremmo più sbagliare strada. O almeno si spera.

VITTORIA AMBIENTALISTA VS WIND A BAGNOLI


COMUNICATO STAMPA VAS CAMPANIA DEL 18.06.2010

La sentenza contro la installazione della mega antenna per telefonia mobile  Nokia Wind Siemens in via Enea a Bagnoli è una piccola, grande vittoria innanzitutto della lotta e della partecipazione dei cittadini per il rispetto dei diritti e della tutela della salute, che dà speranza e fiducia  a giuristi ecosolidali – che gratuitamente danno professionalità ed impegno per la collettività – , ad espressioni democratiche territoriali quale l’Assise di Bagnoli ed il Comitato 4 Agosto, all’autorganizzazione degli utenti, come l’Assoutenti, e naturalmente alle associazioni Ambientaliste tutte che come i VAS, sono impegnate,  già a partire dalla prevenzione, contro l’inquinamento e le sue irreversibili conseguenze. La sentenza costituisce un fondamentale riferimento giuridico per ogni situazione similare e di colpo di mano dei grandi inquinatori elettromagnetici dell’etere, ovvero dello stesso  spazio fisico in cui viviamo; in tal senso è di grande importanza dare ad essa la massima circolazione.

Antonio D’Acunto, Rosachiara Cernuto, Ermete Ferraro

 
La prima domenica di Quaresima dell’anno C ci ripresenta un passo del Vangelo (Lc 4,1-13) che più o meno tutti conoscono, ma del quale – proprio per questo motivo – rischiano di sfuggire alcuni significati meno evidenti. Si tratta infatti delle “tentazioni” cui viene sottoposto Gesù nel deserto (il verbo greca “peirào” ci mette di fronte a varie accezioni possibili, tra cui: “mettere alla prova”, “tentare”. “saggiare”, “sperimentare”…) e che, sia nel testo di Luca sia in quello parallelo di Matteo (Mt 4,1-11), seguono un ordine ben preciso.
Delle tre, la prima “prova” cui Gesù – dopo quaranta giorni di isolamento e di digiuno nello squallore dell’“eremòs”-  è sottoposto dal Diàbolos (dal greco “diabàllo”, e quindi: il calunniatore, il maldicente; colui che crea separazione e discordia…) è raccontata dai due evangelisti con parole molto simili. Le sfumature, in effetti, sono minime: nel testo matteano il “testatore” (“ò peiràzon”) sfida il Maestro a dimostrare di essere figlio di Dio (cosa che egli non mette affatto in dubbio, come dimostra l’uso del periodo ipotetico della realtà) dicendo alle pietre che aveva davanti di diventare pani, mentre Luca esprime lo stesso concetto al singolare “Di’ a questa pietra di diventare pane”.  La potenza della parola del “uiòs toù theoù” – s’insinua – non avrà certo difficoltà a trasformare dei sassi in cibo…
Ebbene, quella di mutare magicamente o “lithoi” in“àrtoi” (nel titolo l’ho chiamata “lithoartìa” ) mi sembra una tentazione ricorrente e mai esaurita del Diàbolos. Abitualmente, a livello di catechesi o di omelia domenicale, questo fenomeno viene ascritto alla categoria più generale che contrappone il cibo materiale – e quindi la soddisfazione della nostra corporeità – al nutrimento spirituale, che sostiene la nostra “psyché”-anima, consentendole di liberarsi dal peso condizionante del “soma”. Effettivamente, la risposta di Gesù (il verbo greco “apocrìno” suggerisce una contrapposizione netta, in questo brusco scambio verbale col suo interlocutore…) sembrerebbe avallare questa interpretazione: “Sta scritto che non di solo pane vivrà l’uomo”, citazione tratta dal libro del Deuteronomio cui Matteo, da buon giudeo, aggiunge la seconda parte omessa da Luca:     “ …ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (nel testo ebraico: “di tutto ciò che esce dalla bocca di YHWH” (Deut 8,3). Eppure la citazione va contestualizzata. Il Signore ammonisce il popolo che si è scelto ad avere fiducia nel Padre che lo mette alla prova solo per “correggerlo” e “fargli capire” che il cibo è sì necessario (tanto è vero che lo ha sfamato con la manna), ma non basta all’uomo per vivere (“hày”), se egli non ascolta più il suo Dio che gli parla.
La vita, insomma, non è garantita dal nutrimento materiale, ma dall’ascolto fiducioso delle parole del Padre, cui – come ci ricorda lo stesso Matteo – lo stesso Gesù ci ha invitato a rivolgerci per chiedere, ogni giorno, il “pane necessario” (“tòn àrton emôn tòn epioùsion dòs ymîn sèmeron”).
Eppure mi sembra di scorgere qualcosa di più, che è suggerito dalla triplice prova cui Gesù è sottoposto nel deserto. Nella richiesta del Diàbolos, che lo sfida a trasformare le pietre in pane mi par di leggere anche una provocazione ironica, sia perché pretende di mettere alla prova il Signore stesso, sia perché è paradossalmente rivolta ad un betlemmìta, ossia un abitante d’un paese che si chiama proprio “bèit-lehèm”, cioè “casa del pane”…
La seconda e terza prova riguardano la tentazione di dominare gli uomini e di strumentalizzare perfino Dio. Ecco, allora, che la prima prova mi suggerisce una lettura che non si esaurisce nella scontata contrapposizione spirito-materia o corpo-anima, ma colga una terza dimensione dell’eterna volontà di dominio che l’uomo porta dentro di sé, ma preferisce oggettivare in una tentazione esterna, “diabolica”. L’ordine delle “prove” nei due vangeli è lo stesso e denota una sorta di “klimax”: (i) sottomettere la natura: (ii) sottomettere gli altri uomini; (iii) sottomettere perfino Dio alla propria volontà. Ritorniamo col pensiero al terribile verbo ebraico “rada’”, utilizzato in Gen 1,28 per sancire quel “dominio” di Adam su Adama’ (la terra), che l’umanità ha trasformato da affidamento e custodia in pretesa di controllo e di sottomissione.
Nell’ebraico moderno, a quell’accezione violenta di dominio (“radad” vuol dire “schiacciare”) prevale quella di “estrarre”, tanto è vero che – curiosamente – “sfornare il pane” si dice “rada’ et ha-lehèm”. Il guaio è che il vecchio e il nuovo Adamo non si accontentano di usare i frutti della provvidenza divina, simboleggiati nel giardino paradisiaco piantato in Eden (Gen 2,8). La tentazione del Diàbolos era e resta sempre la stessa: perché mai limitarsi ad usare i beni della terra quando si può diventarne padroni, trasformandosi in dei? L’umanità ha costantemente ceduto a quest’insinuante ipotesi, arrogandosi in diritto di mettersi sotto i piedi la terra, visto che non le bastava calpestarla fisicamente. Trasformare le pietre in pani è – e rimane ancora – la peggiore tentazione, assecondando la quale Adam è progressivamente giunto a minacciare la sopravvivenza stessa di Adama’, la “sora madre terra” cui Francesco d’Assisi si rivolgeva, invece, con spirito grato e filiale.
Nel vangelo della scorsa domenica Luca ci aveva presentato le sue tre beatitudini come la strada che Cristo ci indica per sfuggire ai “guai” che ci procurano la folle corsa alla ricchezza, alla sovra-alimentazione ed alla ricerca della fama a tutti i costi. Nel brano di questa prima domenica di quaresima ci troviamo di fronte alle tre tentazioni che allontanano l’uomo da Dio padre: manipolare la natura, i propri simili e lo stesso Signore per affermare se stessi, anche se tocca “prostrarsi” ai piedi del Diàbolos, distogliendo lo sguardo da Chi ci ha creato.
Mai come in questo XXI secolo la tentazione di manipolare la natura è diventata una realtà tangibile, con la dichiarata intenzione di sfamare l’umanità affamata ma, come nel caso delle manipolazioni genetiche dei prodotti della terra, per dominarla sempre più e sempre meglio. Lo sfruttamento dell’ambiente, infatti, è solo il risvolto della medaglia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ed entrambi nascono dalla pretesa di rivoltarsi contro Dio, snaturando ciò che ha creato e cercando di forzare le leggi naturali – e quindi divine – in nome dell’affermazione orgogliosa della superiorità schiacciante dell’uomo sulle altre creature.
Ma le pietre non possono e non devono diventare pane. La verità è che è proprio l’insaziabile egoismo e l’avidità smodata di una ristretta parte dell’umanità che impedisce alla maggioranza degli abitanti della Terra di sfamarsi col pane ‘quotidiano’. La verità è che la follia di una parte dell’umanità sta riuscendo nel prodigio opposto: quello di trasformare terre coltivabili in lande desolate ed aride, alimentando spaventosamente il fenomeno della desertificazione di territori sempre più vasti, anche a causa del c.d. “riscaldamento globale” del pianeta. (v. sito dell’UNCCD)
La cosa più grave è che troppo spesso tutto questo viene fatto non solo in nome di un assurdo “progresso”, ma perfino in nome di Dio, mettendo alla prova o pretendendo di mettere nella sua “bocca” quello che ci fa comodo e rifiutandoci di ascoltare (“shma’) le sue parole di vita eterna.
La “lithoartìa” è una malattia molto grave, di cui l’uomo non sembra volersi curare, ma che ha radici molto antiche, come è attestato dal mito di re Mida, in una fiaba araba ed in tante altre storie leggendarie e alchimistiche, che favoleggiano di prodigiose trasformazione delle pietre in oro più che in pane. L’unico rimedio è ricordarci del monito del Maestro ed imparare a seguirlo nel “deserto”, liberandoci in quella solitudine delle mille voci estranee che cercano di coprire la voce del Padre, che è poi quella della nostra coscienza.
 
© 2010 Ermete Ferraro
      

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DI ERMETE FERRARO

CONVERDIAMOCI !

The 10 Key Values of the U.S. GREENS
The Charter of European Greens Charter(Geneva 2006)
The Charter of Global Greens(Canberra 2001)
Saggezza ecologica
 
Saggezza ecologica
Giustizia sociale
Giustizia sociale
Giustizia sociale
Democrazia dal basso
Libertà attraverso l’Autodeterminazione
Democrazia partecipativa
Nonviolenza
Nonviolenza
Nonviolenza
Decentramento
 
 
Economia Comunitaria
 
 
Femminismo
Eguaglianza di genere
 
Rispetto della Diversità
Diversità
Rispetto della Diversità
Responsabilità personale e globale
Responsabilità Ambientale
 
Sostenibilità verso il Futuro
Sviluppo sostenibile
Sostenibilità
 
 
 
 
# 1 – Alle radici dell’essere "verdi"
Ho elaborato questa semplice tabella per raggruppare e sistemare sinotticamente i principi ispiratori delle tre federazioni internazionali dei movimenti e partiti Verdi: a livello americano, europeo e globale. Certe volte, infatti, è necessario ricorrere a strumenti semplici e non equivoci come questo, quando ci si trova ad assistere ad un dibattito, spinoso quanto scorretto, come quello che riguarda l’identità dei Verdi italiani, e quindi potenzialità e prospettive di una visione ecologista che è stata sempre caratterizzata da un pensiero globale incarnato in un’azione locale.
Il guaio è che la Federazione dei Verdi sembra ormai paralizzata da una profonda crisi d’identità e i vari “personaggi” che dovrebbero rappresentarla vagano sulla scena come se fossero ancora “in cerca di autore”. Però, a dire il vero, più che ad un dramma pirandelliano sembra purtroppo di assistere ad una farsa o ad una vecchia pochade, piena di equivoci e di gente che entra ed esce dalla scena senza incontrarsi, facendosi ridere il pubblico alle spalle.
Nemmeno i più pessimisti avrebbero immaginato che potesse cadere talmente in basso quella che per molti, me compreso, era stata la grande “speranza verde” in una politica ecologica, capace al tempo stesso di realizzare l’ecologia della politica. Eppure quella speranza è stata fin dall’inizio tradita e strumentalizzata da chi avrebbe dovuto rappresentarla sul già triste, talvolta osceno, palcoscenico della politica italiana, trasformando il sogno di un’alternativa ecologista, sociale e pacifista nell’incubo di un partitino rissoso e minoritario. L’ennesimo soggetto politico privo di democrazia interna e di radicamento sul territorio, preoccupato di soffocare ogni segnale di coerenza e di ricerca dell’alternativa pur di non compromettere seggi e strapuntini elettorali e di non disturbare i “manovratori” di troppe equivoche giunte locali e regionali. Poi c’è stata la stagione degli apparentamenti e delle coalizioni, tutti rigorosamente decisi al vertice e altrettanto decisamente sconfitti dal responso delle urne. L’ unico risultato conseguito, pertanto, è stato quello di perdere non solo le elezioni, ma la stessa identità ed identità della proposta Verde, scoloritasi al punto tale da diventare oggettivamente indecifrabile e da non riuscire a giustificare l’esistenza stessa di un soggetto verde sulla scena politica nazionale.
 
# 2 – Affondare o rifondare i Verdi?
L’ultima Assemblea dei Verdi italiani ha riservato agli stanchi e disincantati spettatori della politica nostrana un ulteriore “coup de scène”, capovolgendo gli equilibri interni e spostando il consenso – sia pure in modo risicato e piuttosto sospetto – dalla linea francescatiana della confluenza totale in “Sinistra e Libertà” alla bonelliana “riscossa ecologista”, fondata sul lancio di una “costituente verde”.
Chi aveva conservato un “cuore verde” – pur se messo a dura prova da decenni d’insopportabili tradimenti ed incoerenze – aveva cominciato ad esultare, ma l’incantesimo è durato poco e ci è subito accorti che stava approssimandosi un’altra delusione. Bastava infatti ascoltare o leggere le prime dichiarazioni del nuovo presidente dei Verdi per farsi un’idea di cosa si sta prospettando.
L’obiettivo, secondo Angelo Bonelli, sarebbe quello di "creare una formazione ecologista post-ideologica. La questione della centralità ambientale, della tutela della salute, anche la realizzazione di nuovi posti di lavoro, riguarda tutte le famiglie italiane. Vogliamo rompere i confini ideologici e creare una forza ecologista che sia trasversale e parli a tutti.[…] Se in Italia i Verdi non hanno raggiunto i livelli degli altri paesi, come la Francia è perché qui abbiamo parlato solo con una parte ideologizzata della società…”. [AGI 12 OTT 09].  Gli ha fatto eco Marco Boato, dichiarando che: “…siamo di fronte al rischio reale di una loro (dei Verdi) scomparsa, di un loro suicidio programmato, dopo troppi anni in cui si sono fatti ricomprendere nell’ambito della estrema sinistra, della “sinistra radicale”, accomunati sistematicamente per anni nei mass media alle formazioni comuniste e neo-comuniste. […] I Verdi sono nati proprio sulle ceneri delle ideologie totalizzanti degli anni 70 […] mettendo in discussione le identità ideologiche di origine ottocentesca e del Novecento […] all’insegna della trasversalità in rapporto all’intera società civile e …del rapporto con la politica e le istituzioni a partire non da una collocazione precostituita, ma dalla capacità di dare priorità alla questione ecologica, centralità alla questione ambientale…”  [http://www.terranews.it/news/2009/10/siamo-al-bivio-scomparsa-o-rilancio-ecologista].
A questo punto, chi come me dalla metà degli anni ’80 ha contribuito a far nascere e diffondere localmente quel soggetto politico verde, pur essendosene allontanato da oltre un decennio, non può fare a meno di chiedersi di cosa diavolo stiamo parlando e, soprattutto, se parliamo per capirci o per confonderci ancor di più le idee… Un ottimo sistema per mistificare la realtà è presentare mezze verità, mescolando cose vere e false, per conferire ai discorsi una discutibile linearità logica. E’ senza dubbio legittimo rivendicare la proposta Verde come qualcosa di profondamente originale e, per certi versi, alternativo alla sclerotizzazione delle vecchie ideologie del secolo scorso. Altro è blaterare di “formazione post-ideologica” e di assurda “trasversalità politica”, usando la “centralità della questione ecologica” come comodo passepartout per aprire tutte le porte senza però compromettersi con nessuno.
Eppure basterebbe dare un’occhiata alla tabella che ho presentato in apertura per rendersi conto che l’identità dei Verdi – a livello globale – è all’opposto di questa visione riduzionista ed opportunista dell’ecologismo. Ne deriva che affermare pragmaticamente che, in nome dell’ecologia, si possa dialogare con qualsiasi interlocutore sia da considerarsi frutto d’ignoranzao di malafede. Lo stesso concetto scientifico di “ecologia”, infatti, è caratterizzato dall’interdipendenza fra vari fattori, per cui un “ecologismo debole” – attento solo a strizzare l’occhio alla green economy e ad altre versioni soft e trendy dell’ambientalismo –  mi pare una soluzione equivoca e di fatto contraddittoria. Esorcizzare tout court il concetto stesso di “ideologia” come inutile fardello intellettuale o moralistico – come si è fatto in questi ultimi decenni – ha trasformato la politica in un’insopportabile e indigeribile miscuglio di banalità ed ambiguità, privando le persone di ogni prospettiva globale, collettiva e futura. Esorcizzare le ideologie, quindi, ha spianato pericolosamente ogni identità e diversità, impoverendo il confronto politico nel mentre ne personalizzava pericolosamente le scelte.
# 3 – La globalità dell’alternativa ecologista
 
Se è vero – come recita la definizione del Dizionario Italiano Ragionato (DIR) – che il termine “ideologia” indica “…il complesso sistematico di idee e principi che costituiscono il fondamento teorico di una dottrina, di un movimento culturale e politico, con un carattere normativo per quelli che vi aderiscono” , mi sembra evidente che quella Verde ne è un ottimo esempio. I suoi “valori chiave”, infatti, non sono un elenco di principi astratti e slegati tra loro, ma ipotizzano un modello di società profondamente diverso rispetto a quello cui ci siamo purtroppo assuefatti, proprio grazie alla scomparsa di ogni prospettiva realmente “alternativa”. Dare “priorità” e “centralità” alla questione ecologica, infatti, non significa estrapolarla da un contesto globale per andare a vendere il proprio “prodotto” su qualunque mercato. Vuol dire, al contrario, fare delle problematiche ambientali il cuore di una proposta complessiva, sistematica, che dia una risposta diversa alle ingiustizie, ai conflitti armati, allo sfruttamento delle risorse naturali e a quello degli esseri umani. L’alternativa dei Verdi – se le comuni dichiarazioni programmatiche hanno ancora un senso – risiede nel proporre una visione globale, in cui la tutela e promozione dell’ambiente è sì centrale e fondamentale, ma proprio perché essere ecologisti significa essere promotori di giustizia sociale, di democrazia partecipativa, di nonviolenza attiva e di uguaglianza di genere. Tutelare il valore della diversità, perseguire uno sviluppo la cui sostenibilità sia fondata sulla responsabilità dell’uomo verso le generazioni future e verso la stessa natura di cui facciamo parte, allora, non può diventare una scusa per occuparsi solo di mutamenti climatici, parchi naturali ed energie alternative, chiudendo gli occhi di fronte a ingiustizie e violenze. E questo per la semplice ragione che alla radice dello sfruttamento ambientale ci sono le stesse motivazioni, scelte e atteggiamenti su cui si fonda quello dell’uomo sull’uomo e/o di un genere sull’altro.
Tre decenni di esperienza personale come attivista per la pace, operatore sociale e militante ecologista mi hanno insegnato quello che già confusamente intuivo da sempre: non ci può essere né pace né giustizia in un mondo in cui si calpesta l’ambiente in cui si vive. Il fatto di essere anche un cristiano mi conferma in questa prospettiva, in cui la nonviolenza e la ricerca di rapporti più giusti si fonde necessariamente con la salvaguardia dell’integrità del creato. Una prospettiva in cui, viceversa, sarebbe da iprocriti preoccuparsi della sopravvivenza di specie animali e vegetali senza impegnarsi per la dignità di ogni persona umana e per l’abolizione della violenza come soluzione unica dei conflitti. Ebbene, se essere Verde significa abbracciare in un unico impegno il perseguimento di tutti i 10 principi ricordati nei documenti istitutivi richiamati sopra – ivi compreso quello per una democrazia decentrata, partecipativa e ‘dal basso’ – io continuo ad esserlo fino in fondo. Dobbiamo piuttosto interrogarci su quanto lo siano quelli che di questo aggettivo credono di possedere il copyright, e con esso il diritto di cucirsi addosso un ecologismo a loro immagine e somiglianza, con la preoccupazione di salvaguardare se stessi ed il proprio futuro in un quadro politico generale sempre più deprimente.
                                                                                (c) 2009 Ermete Ferraro

MAL …DI PALMA

 
palmeE’ incredibile. Qualunque fonte giornalistica si consulti, a proposito dell’infestazione da parassiti che sta portando all’abbattimento di centinaia di palme in diverse città d’Italia, tale provvedimento viene presentato come l’unico sicuro, praticamente indispensabile, per arrestare il rischio di una diffusione ancora più massiccia della malattia. Già detta così suona un po’ strana: come se la soppressione di alcuni animali o, peggio ancora, di alcuni essere umani, fosse l’unica possibilità per arrestare un’epidemia. Se poi si fa riflessione al pesante impatto ambientale e specificamente paesaggistico causato dall’abbattimento di tanti esemplari delle esotiche phoenix in centri urbani in cui la loro svettante presenza faceva ormai parte di una storia più o meno recente, dovrebbe apparire più chiaro che accettare passivamente l’inesorabilità di questa strage è ben strano.
Ancora di più lo è se a darsi da fare per spiegare come e qualmente gli abbattimenti restino ormai l’unica strada percorribile sono assessori verdi, esponenti di associazione ambientaliste e addirittura tecnici regionali ed esperti botanici, dai quali ci saremmo piuttosto aspettati suggerimenti per terapie e soprattutto per interventi di profilassi.
Per carità: non mi permetto di contestare tanti autorevoli interventi, non avendo i titoli per metterne in dubbio le categoriche ed allarmate dichiarazioni. Tutti quanti, infatti, sembrano molto impegnati  nell’illustrazione delle caratteristiche di quell’insidioso parassita che ha colpito ormai moltissimi esemplari di palmizi, il cui nome scientifico è Ryncophorus Ferrugineus, ma è diventato noto ormai col nickname di “punteruolo rosso”. Perfino nella risposta ad alcune interrogazioni parlamentari, il Ministero dell’Agricoltura si è diffuso nella spiegazione delle cause che renderebbero, a questo punto, necessario abbattere le troppe piante giù infestate, sorvolando sulle ragioni per le quali si è fatto finora così poco per prevenire e combattere la diffusione del micidiale parassita delle palme. Esso, infatti, sarebbe giunto nelle nostre città attraverso la piantumazione in aree pubbliche e private di esemplari di palme provenienti da zone “sospette”, già segnalate come a rischio. Il ministero, interpellato nel merito, ha però dichiarato di non disporre di nessuno strumento giuridico per impedire l’importazione di queste piante che potremmo definire “extracomunitarie”, aggiungendo perfino che, se anche si dovesse decidere in tal senso, l’importazione di palme “clandestine” proseguirebbe ugualmente, indisturbata, grazie a “triangolazioni” commerciali.
“Opperbàcco!” – avrebbe esclamato a questo punto il buon Totò. Ma come? Il nostro governo, così tanto impegnato nel portare avanti la sua linea dura di “respingimenti” di immigrati clandestini senza neppure accertarne l’eventuale titolo di ‘profughi’ con diritto di asilo, si dichiara invece impotente ad impedire l’arrivo in Italia di esemplari “clandestini” di palme a rischio d’infestazione da “punteruolo rosso”?…
Da noi a Napoli – in base ad una delibera a firma dell’assessore comunale all’Ambiente, il verde Rino Nasti – è già stato deciso di procedere all’abbattimenti di ben 80 palme, che costituiscono lo storico scenario arboreo di due importanti corsi cittadini, entrambi sottoposti peraltro a vincoli storico-ambientali: viale Gramsci e viale Augusto. Pare invece che gli esperti stiano tentando un intervento fitosanitario d’emergenza per salvare i 121 esemplari di “Phoenix” presenti nella Villa Comunale, utilizzando potenti antiparassitari, fra cui l’Amabectina.
Il fatto è che questa precisazione continua a crearmi confusione nella mente: se un trattamento del genere non solo è possibile, ma addirittura è già stato positivamente sperimentato altrove (vedi Roma), perché diavolo un assessore “verde”, con contorno e conforto di tecnici regionali, sta condannando a morte ben ottanta esemplari dei suddetti viali napoletani?
Dice: ormai “i coleotteri si sono moltiplicati a tempo di record e non c’è più speranza di recuperare le piante”. Bella risposta. A patto che qualcuno ci spieghi perché diavolo non si è fatto finora quasi nulla per prevenire la diffusione del dannato Ryncophorus Ferrugineus, visto che il problema è evidente ormai da oltre un anno, come ben sanno i residenti di Viale Augusto e dell’altro storico viale. E’ da un sacco di mesi, infatti, che molte palme di queste strade – capitozzate e, private della caratteristica chioma di foglie palmate – erano state…piantate lì, talvolta incappucciate, a suggerire ai passanti lontani ricordi di falloforie rituali.
Che cosa mai si aspettava per correre ai ripari contro questo pericoloso e diffusivo…mal di palma?
Non sono né un botanico né tantomeno un fito-terapeuta, ma non posso fare a meno di ricordare un’esperienza personale, risale a ben 22 anni fa, che mi pare piuttosto istruttiva. Fresco eletto come primo consigliere dei Verdi alla Circoscrizione Vomero, già nei primi mesi della consiliatura 1987-88 mi capitò d’imbattermi in una questione piuttosto spinosa, per affrontare la quale dovetti ovviamente informarmi e documentarmi opportunamente.
Allora si trattava dell’infestazione da un parassita di cui mi ricordo perfino il nome scientifico  (“Corythuca ciliata”), che aveva colpito parecchi dei molti platani – alcuni dei quali davvero antichi – che costituiscono la nota caratteristica delle principali strade vomeresi,. Nel consiglio di quartiere sedeva allora un consigliere estremamente titolato in materia, trattandosi di un noto agronomo, secondo il quale l’unica soluzione possibile sarebbe stata quella più radicale: abbattere tutte le piante della stessa specie, sostituendole poi con esemplari di altra essenza (mi sembra di ricordare che si trattasse del tiglio). Inutile dire che, ovviamente, si sarebbe dovuto provvedere ad acquistarle e metterle a dimora ancora piuttosto piccole, dopo aver speso un’altra barca di soldi per abbattere e sradicare platani che arrivavano mediamente a dieci-dodici metri di altezza.
Ebbene, se in quella circostanza un petulante neo-consigliere ambientalista non avesse messo il dubbio quella autorevole sentenza, sollecitando la convocazione di sopralluoghi tecnici, conferenze di esperti e sollevando pubblicamente il problema, oggi i miei concittadini del Vomero, a distanza di oltre vent’anni, non avrebbero più potuto passeggiare all’ombra di quei frondosi e robusti platani, ma si sarebbero forse trovati a percorrere una striminzita parodia delle parigine Tuileries…..
Insomma: incuria, approssimazione e sospetta insistenza a percorrere la strada degli abbattimenti, rappresentano ormai una costante in una città come Napoli, dove ogni albero è prezioso ma dove, assurdamente, sembra proprio che si continui a far di tutto per cancellarne, in un modo o nell’altro, la sgradita presenza…
Un’altra pianta che è stata ormai sradicata dalla nostra città è quella della democrazia decentrata. Se 22 anni fa è stato possibile che un singolo consigliere circoscrizionale potesse bloccare la strage dei platani vomeresi, è tristemente evidente che oggi gli organismi decentrati (le Municipalità cittadine) al di là delle pompose chiacchiere, non contano più un fico secco, per cui non ci si degna neppure più di richiederne il parere e di seguire l’iter della consultazione decentrata. Basti pensare che in questi ultimi mesi c’è stato qualcuno che ha pensato di replicare, dopo 19 anni, il tentato scempio degli ex-giardinetti di via Ruoppolo, progettando di costruire dei parcheggi sotto l’attuale “Parco Mascagna”, difeso grazie alle lotte dei cittadini e delle associazioni ambientaliste.
Dalla Municipalità competente non è partito nessun grido di allarme, per cui è toccato al presidente di un’altra municipalità – memore della precedente mobilitazione – far partire un’interrogazione in merito, che parrebbe aver bloccato la procedura già avviata.
Il guaio è che la lotta ai parassiti non riguarda solo platani e palme, ma andrebbe estesa ad un certo sottobosco politico-amministrativo locale, sul cui eventuale abbattimento, comunque,  non piangerebbe proprio nessuno…

IV GIORNATA PER LA SALVAGUARDIA DEL CREATO

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      “… è conseguenza del peccato se la rete delle relazioni con il creato appare lacerata e se gli effetti sul cambiamento climatico sono innegabili, se proprio laria – così necessaria per la vita – è inquinata da varie emissioni, in particolare da quelle dei cosiddetti gas serra”. Se, però, prendiamo coscienza del peccato, che nasce da un rapporto sbagliato con il creato, siamo chiamati alla conversione ecologica, secondo lespressione di Giovanni Paolo II. […] Una tempestiva riduzione delle emissioni di gas serra      è, dunque, una precauzione necessaria a tutela delle generazioni future, ma anche di quei poveri della terra, che già ora patiscono gli effetti dei mutamenti climatici. Occorre, dunque, un profondo rinnovamento del nostro modo di vivere e delleconomia, cercando di risparmiare energia con una maggiore sobrietà nei consumi […] uno stile di vita più essenziale, come espressione di una disciplina fatta anche di rinunce, una disciplina del riconoscimento degli altri, ai quali il creato appartiene tanto quanto a noi che più facilmente possiamo disporne; una disciplina della responsabilità nei riguardi del futuro degli altri e del nostro stesso futuro”.
Le parole citate – sulle quali esprimerò qualche osservazione – le ha pronunciate Benedetto XVI che, incontrando ad agosto il clero di Bressanone, ha rinnovato il suo appello “ecologico” in occasione della IV Giornata per la Salvaguardia del Creato (1° settembre ’09).
§         E’ molto importante che il Papa insista sulle conseguenze ecologiche e sociali derivanti dalla lacerazione di quelle “reti di relazioni con il creato” alla cui origine c’è il “peccato” , che a sua volta è frutto di un “rapporto sbagliato con il creato”.L’attuale “crisi ecologica”, in altre parole, non è una disgrazia incidentale e fortuita che purtroppo ci è capitata, ma il risultato di una visione predatoria dell’uomo sulla natura e di un rapporto di sfruttamento selvaggio delle risorse del Pianeta. L’uso del termine “relazione”, d’altra parte, mi sembra escludere una visione grettamente ed utilitaristicamente materialistica della realtà naturale –intesa come una “cosa” di cui appropriarci – ma lascia intravedere un vero e proprio rapporto con una pluralità e complessità di elementi biologici, governata dai principi dell’ecologia (interdipendenza, biodiversità, simbiosi…).
§         Ancora più importante mi sembra l’appello del Pontefice affinché la presa di coscienza di questo peccato non resti qualcosa di teorico, astratto o di relativo alla sfera della morale personale, ma conduca piuttosto ad una vera, tangibile, collettiva ed immediata “conversione ecologica”.  Il teologo mons. Ravasi ha chiarito in un suo acuto commento che i tre vocaboli che in lingua ebraica esprimono il peccato (hatta’ – awôn – pesha’)  rinviano ad una sfumatura di significati. Il “peccato” è un errore, un “aberrazione” che ci porta lontani da Dio e dal prossimo; è una deviazione tortuosa”, ma è anche una vera e propria “ribellione” della creatura nei confronti dei suo Signore e Creatore. Ecco allora che occorre quella “conversione” che gli ebrei chiamavano “shub”, cioè una netta e chiara inversione di rotta, che consenta all’umanità di rimediare al proprio “errore” e che corregga quella “deviazione” che nasceva dalla pretesa di ribellarsi all’ordine cosmico e alla signoria dell’autore del creato.
§         La “tempestività” richiesta nella riduzione delle emissioni che avvelenano irreversibilmente l’aria – l’elemento cui la Giornata 2009 è dedicata in modo specifico – non è presentata esclusivamente come una “precauzione” necessaria per tutelare la salute nostra e delle generazioni future dai cambiamenti climatici, ma anche come una risposta dovuta a quei “poveri della terra”che ne soffrono già da ora gli effetti devastanti sulla propria pelle. La salvaguardia del creato, ancora una volta, è presentata come strettamente correlata al principio di giustizia sociale e come esempio concreto di quella solidarietà che è alla radice di una pace fra gli uomini e di questi con la natura. Tale conversione deve essere per forza “tempestiva”, perché esige scelte immediate e non più rinviabili, che investono in primo luogo i governi, con provvedimenti strutturali, ma anche le comunità e la responsabilità – qui e ora – di ogni singola persona.
§         Occorre infatti, afferma il Papa, un “profondo rinnovamento del nostro modo di vivere e dell’economia”,e quindi un cambiamento che parta dal basso, dagli stili di vita, e costringa la stessa economia a prendere atto di questa svolta radicale. Nel documento si parla di “essenzialità”, di “risparmio energetico” , di “sobrietà dei costumi” e di “disciplina della responsabilità”. Questo significa che il cambiamento auspicato non può essere né graduale né indolore, ma richiede la risposta a degli imperativi categorici, non una blanda e generica sensibilità ambientale. Ecco perché i Cristiani – e la stessa Chiesa – hanno il dovere di rinunciare a compromessi, scorciatorie e fittizie “compatibilità” e devono dimostrare nei fatti perché, come ammoniva già S. Giacomo apostolo, “…la fede, se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta “ (Gc. 2,18)
 

ELEGANTEMENTE SEMPLICI

sfrancescoFOL2Sull’ultimo numero di Resurgence” (la bella rivista ambientalista inglese che ospita contributi di studiosi del calibro di Fritjof Capra, James Lovelock, Noam Chomsky, Vandana Shiva…), Satish Kumar – che ne è il direttore – ha scritto un editoriale dal titolo “Elegante semplicità”.
Il nocciolo del problema,  di cui peraltro si occupano vari articoli di questo numero della rivista (254 * May June 2009), è l’esigenza di resistere alla schiavitù delle tendenze e delle mode, considerate giustamente come l’antitesi della sostenibilità, in quanto causa di problemi economici ed ambientali.
Viceversa, argomenta Kumar: “la semplicità è parte della ‘saggezza perenne’ promossa da molti grandi pensatori ed utopisti. […]La semplicità è una qualità positiva: quando le cose sono semplici sono ben fatte, durano indefinitamente, sono fatte con piacere e danno piacere quando sono usate. E’ stato E. F. Schumacher a dire: ‘Qualsiasi stupido può fare cose complicate, però ci vuole un genio per fare cose semplici’…”
Ecco, appunto: siamo effettivamente circondati da pazzi che creano cose e situazioni complicate ed intricate, dalle quali non riusciamo più a liberarci e di cui diventiamo irrimediabilmente schiavi. La moda e la tirannia di ciò che ‘fa tendenza’ sono solo due aspetti di una generale visione distorta della vita e delle sue priorità. Il fatto è che la nostra società, in nome del benessere e della libertà, ha generato mostri che minacciano ogni giorno il nostro benessere psicofisico e ci privano della libertà di essere noi stessi.
La semplicità, osserva Kumar, richiede meno egoismi, complicazioni e preoccupazioni per le apparenze e, invece, più immaginazione e creatività ed una maggiore attenzione alla sostanza delle cose. Naturalmente la maggior parte delle persone sono convinte che una società avanzata e sviluppata debba necessariamente avere certe caratteristiche e che i problemi personali, sociali ed ambientali che abbiamo davanti agli occhi siano soltanto spiacevoli effetti collaterali di un inarrestabile e lineare progresso.
La verità – benché difficile da digerire – è che i nostri attuali stili di vita, orientati al consumismo e a mode effimere, sono oggettivamente alla base della triplice crisi del nostro tempo, che investe non solo l’ambito ecologico, ma anche quello socio-economico e spirituale. Lo sfruttamento intensivo e contro natura delle risorse del nostro pianeta, infatti, provoca catastrofi ambientali, ma è fonte anche di povertà ed ingiustizia e sta minando le basi stesse di una convivenza basata su valori etici che rendano la vita degna di essere vissuta ed impediscano agli esseri umani di sentirsi soli ed infelici.
Non è un caso che le principali religioni stiano ponendo nuovamente al centro del loro messaggio di rinnovamento e di speranza valori come l’umiltà, la semplicità e la sobrietà, indicandoli come il solo antidoto ad una crisi planetaria, ma anche interiore e comunitaria.
“La moderazione non è solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità – ha scritto Benedetto XVI nel Messaggio per la giornata della pace 2009 – E’ ormai evidente che soltando adottando uno stile di vita sobrio , accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile.”
Anche se a molti non piace sentirselo dire, bisogna allora insistere sul fatto che l’attuale crisi di un’economia e di una finanza artificiali e drogate ci sta dando, suo malgrado, la possibilità di non persistere diabolicamente nell’errore, ma di perseguire un’autentica conversione a U, in direzione di un modo di vivere più sano, più giusto e più semplice, riscoprendo la bellezza delle cose naturali e dei rapporti diretti e solidali.
A tal proposito, segnalo che a Napoli è iniziato oggi – e proseguirà fino a domenica 24 – il VI convegno per la formazione e l’impegno sociale dell’O.F.S. (Ordine Francescano Secolare), dedicato significativamente al tema: “Francescanamente per il Bene Comune. Le responsabilità e il contributo della politica”.