SE SI SOGNA INSIEME…

downloadA maggio di due anni fa è nata a Napoli un’importante esperienza di organizzazione di base, impegnata attivamente e volontaristicamente a diffondere una cultura alternativa ed nuovo modello di sviluppo. Sono trascorsi giusto due anni, infatti, da quando è stata ufficialmente costituita la Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, aggregazione di referenti associativi ed individuali che già si erano impegnati, nei due anni precedenti, contro il ritorno del nucleare e perché la proposta di legge regionale popolare su “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” diventasse una legge quadro della nostra Regione.

Il bello è che quello spontaneo aggregato era anche riuscito nella sua mission impossible, superando alla grande l’ostacolo di ben tre commissioni consiliari e di un’assemblea consiliare dove la maggioranza dei voti era saldamente in mano ai partiti di centrodestra.

Fu così che, forti della vittoria ottenuta con l’approvazione all’unanimità di quella che diventava in tal modo la legge regionale n.1 del 2013, noi del Comitato Promotore decidemmo di dar vita ad un organismo associativo che, a questo punto, concentrasse il proprio impegno sull’effettiva attuazione di una legge di fatto rivoluzionaria.

Sapevamo benissimo, infatti, che dietro la faccia bonaria dell’unanimismo bipartisan si celava il solito volto di una classe politica conservatrice e moralmente compromessa, abituata ad affossare ogni innovazione e a difendere gli interessi delle varie lobbies cui è legata.

Noi eravamo stati lo scomodo e fastidioso topolino che, per un attimo, aveva fatto arretrare l’elefante del centro-destra campano, lasciando peraltro un po’ spiazzato anche il fragile centro-sinistra, poco abituato ad uno stile bottom-up di fare politica e spesso ambiguo proprio sulle questioni ambientali. Ecco perché , fin da subito, il sistema si è subito messo in moto per affossare la neonata legge sul solare, dapprima mutilandola con emendamenti in sede di bilancio, in seguito ignorandola sfacciatamente.

sole4Sono stati, questi, due anni di totale disapplicazione di una norma che avrebbe invece potuto davvero segnare una netta svolta in Campania, avviandone una rapida solarizzazione e, al tempo stesso, affrontando le sue piaghe ambientali ed occupazionali in modo creativo e propositivo.

E’ sempre antipatico recriminare, ma in certi casi diventa un dovere civile. In questo periodo, infatti, ben poche voci si sono levate in difesa della disattesa legge regionale n.1/2013, che è diventata il monumento all’ipocrisia di una classe politica timorosa e miope, oltre che prona verso certi interessi consolidati. Se si fa eccezione per i consiglieri regionali del PD Antonio Marciano (correlatore della legge) ed Antonio Valiante (autore di un’interrogazione a Caldoro); per il Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris ed suo Vice, Tommaso Sodano e per l’attuale Vice Presidente della Città Metropolitana, Elena Coccia, si direbbe che ben pochi esponenti politici abbiano sentito il dovere di prendere posizione, schierandosi in favore della legge e contro chi ha cercato in ogni modo di annullare la volontà dei cittadini, azzerando di fatto quanto era stato deliberato dallo stesso organo legislativo regionale.

A distanza di due anni, d’altra parte, registriamo con piacere che la competizione elettorale per le regionali in Campania ha finalmente suscitato nuovo interesse per quella che noi abbiamo deciso di chiamare, a buon titolo, la Legge d’Acunto.  Tre candidati presidenti su cinque (Salvatore Vozza per Sinistra al Lavoro, Valeria Ciarambino per il Movimento Cinque Stelle, e Marco Esposito per la lista civica meridionalista MO! Campania) hanno infatti inserito nei loro programmi elettorali il rilancio di questo provvedimento legislativo, di cui evidentemente hanno colto l’importanza e sulla cui attuazione ci auguriamo che vorranno adoperarsi in futuro.

pirasoleNoi della R.C.C.S.B., d’altra parte, non siamo certo rimasti immobili a piangerci addosso, ma abbiamo sviluppato in questi due anni una serie d’iniziative autogestite, lanciando appelli e messaggi anche su questioni apparentemente collaterali, come la necessità di misure di vero contrasto al cambiamento climatico, la salvaguardia della nostra costituzione, l’opposizione al funesto decreto Sblocca Italia ed alle sue devastanti conseguenze per l’ambiente.

Questi ventiquattro mesi di attività della nostra Rete ci hanno visti impegnati costantemente sul territorio, con assemblee, manifestazioni pubbliche ed interventi nelle scuole.

Abbiamo lanciato e fatto sottoscrivere da un migliaio di cittadini una petizione sul clima, con la quale proponiamo nuovi standard (5% d’incremento del verde, 60% di riduzione della CO2, 50% per le fonti rinnovabili, 50% destinato al risparmio ed efficientamento energetico).

Abbiamo svolto iniziative formative e seminariali in alcune scuole napoletane (la SMS Viale delle Acacie del Vomero ed il Liceo Don L. Milani di S. Giovanni a Teduccio).

Abbiamo partecipato come Rete anche ad altre iniziative sociali, come“Miseria Ladra” (promossa da Libera e dal Gruppo Abele); professionali come varie assemblee di architetti ed ingegneri; di promozione di una green economy come i Green Days ed Energy Med, ambedue promossi dall’amministrazione comunale di Napoli.

Abbiamo anche partecipato ad un “Training Camp” dell’A.N.C.I. (Ercolano, apr. 2013) ed alla manifestazione #Fiumeinpiena (Napoli, nov. 2013) ma, soprattutto, abbiamo organizzato in prima persona una quantità d’impegnativi e significativi eventi, a partire dal convegno su “La legge più bella” (Salerno, mag. 2013), cui hanno fatto seguito: la I Conferenza Regionale sui Piani Solari Comunali (Salerno, ott. 2013); l’assemblea “Dalle ecoballe alle piramidi del Sole” (Napoli, Sala Nugnes del Cons. Comunale, nov. 2013).

Il secondo anno è stato contrassegnato da un’iniziativa a tutela della Reggia di Carditello (gen. 2014) e dall’Assemblea per il primo anniversario della LR 1/2013 (Napoli, feb. 2014). Si sono poi registrati altre iniziative pubbliche, come il volantinaggio di denuncia durante EnergyMed (mar. 2014);  l’Assemblea del Soci della RCCSB (apr. 2014); l’intervento ad un incontro di ingegneri ed architetti (Pozzuoli, mag. 2014), un successivo intervento al convegno sulle Eccellenze Campane (Napoli, giu. 2014) e, soprattutto, il fondamentale evento “Diamo un calcio alle ecoballe!”, svolto a Giugliano in Campania nello stesso mese.  Dopo la pausa estiva hanno fatto seguito altre iniziative della Rete, fra cui: l’intervento di una delegazione della Rete alla Convention del Patto dei Sindaci (Napoli, Castel dell’Ovo, set. 2014); la colorita manifestazione “C’è un brutto clima…” (Piazza Gesù Nuovo, set. 2014); la partecipazione ai cortei-manifestazioni contro Sblocca Italia (Roma, Montecitorio, ott. 2014 e Napoli, Bagnoli, nov. 2014) ed altre iniziative simili.

antonio 4Purtroppo il mese di dicembre ha segnato un pesante momento di arresto a questo entusiastico attivismo della Rete. La grave perdita del suo fondatore ed ispiratore, Antonio D’Acunto, ha colpito duramente tutti coloro che lo hanno seguito in questa incredibile avventura, molti dei quali lo conoscevano da decenni, condividendone le grandi battaglie civili, sociali ed ambientaliste che hanno caratterizzato la vita di questo vero profeta della “civiltà del sole”.

L’associazione, orfana del suo leader , ha voluto quindi ricordarlo e rendergli omaggio con una commossa e partecipata commemorazione pubblica, tenuta nella Sala giunta di Palazzo S. Giacomo, alla presenza del Sindaco de Magistris e dell’Assessore all’Ambiente Sodano.

Ma il vero modo per onorare D’Acunto è stata la nostra determinazione nel continuarne la difficile battaglia, senza poter più contare sulla sua carismatica personalità, proseguendo comunque nei contatti con la stessa Amministrazione Comunale di Napoli, con la quale era già stata avviata una proficua collaborazione per realizzare un evento propedeutico alla Biennale del Sole e della Biodiversità nel Mediterraneo, prevista esplicitamente dalla legge 1/2013.

Un altro impegno che ci siamo assunti è stato quello di contribuire con proposte originali alla redazione dello Statuto della Città Metropolitana di Napoli, facendo tesoro delle indicazioni che lo stesso D’Acunto aveva avanzato, già molti anni fa, per realizzare una svolta fondata sul suo progetto di Ecopolis.

L’ intitolazione ad Antonio di un parco didattico da realizzare a Marianella  – voluta dal Sindaco – ci ha indotti poi a considerare con attenzione le indubbie opportunità che questa decisione offre,  confrontandoci con i cittadini di quel quartiere e con la stessa ASIA Napoli, autrice di quel progetto di eco-parco.

biodiversita'Le nostre ultime attività, come dicevo prima prima, sono state rivolte a mantenere aperto il dialogo con i partiti che si sono presentati alle elezioni regionali ed in particolare con i candidati alla Presidenza della Campania. Siamo infatti convinti che il pur fondamentale ed indispensabile lavoro di base dell’Associazione non può essere disgiunto da un impegno a coinvolgere i referenti istituzionali (Comune, Città Metropolitana e Regione) in un percorso virtuoso e “alla luce del sole”, proprio per interrompere il ciclo vizioso della crescente e pericolosa frattura fra i cittadini e coloro che dovrebbero rappresentarli, che si aggiunge a quella tra le comunità locali e la loro terra.

Ecco perché, dopo due anni, possiamo presentarci a testa alta di fronte a chiunque, forti della nostra coerenza e dell’autonomia nella quale abbiamo operato, rivendicando il diritto all’attuazione di una legge troppo a lungo disattesa e ribadendo le ragioni, ideali ma anche concrete, di una svolta epocale verso quella“civiltà del sole” che non è assolutamente un’utopia.

Dobbiamo peraltro ammettere che, mai come in questo momento, tutto sembra andare in senso completamente opposto, per cui il nostro sforzo può apparire ingenuo e velleitario. La verità è che mai come adesso, invece, c’è bisogno di idee chiare, alternative e sanamente costruttive, per uscire dalle sabbie mobili d’un nuovo verticismo autoritario e centralista e di un ulteriore, sciagurato, attacco all’integrità dell’ambiente naturale, in nome del profitto e di un falso progresso.

Mai come adesso c’è bisogno di dire dei “no” chiari e netti (a decreti perniciosi come lo Sblocca Italia ed alla pericolosa revisione della Costituzione, che cancellerebbe il diritto delle Regioni ad intervenire in materie-cardine come l’energia). Servono però anche dei “sì” altrettanto decisi, in particolare a provvedimenti di vero contrasto ai cambiamenti climatici, a progetti di vera economia verde, ad un impulso alla rapida diffusione delle fonti energetiche alternative, contrastando però ogni operazione speculativa, nel rispetto dei valori del territorio e della diversità biologica.

I principi base su cui si fonda la filosofia della legge D’Acunto, infatti, sono sia di natura ambientale (tutela della terra, ricorso ad energie pulite rinnovabili e diffuse, salvaguardia della biodiversità), sia d’ispirazione sociale ed economica (avvio di un’economia decentrata, eco-sostenibile e fonte di nuove occasioni di lavoro e di vero sviluppo delle comunità locali).

 

Ebbene, non sono ovviamente in grado di dire se la nostra piccola Rete, orfana di Antonio D’Acunto, riuscirà in questa sua ambiziosa missione, dal momento che porta avanti un modello che va in totale controtendenza rispetto alle idee più diffuse e non può certo contare sul sostegno di lobbies e di sponsor politici. So soltanto che noi della rete bio-solare ci crediamo fermamente e quindi il nostro impegno andrà costantemente in quella direzione.

Non si tratta di vagheggiare retoricamente il“sol dell’avvenir” ma di operare concretamente e collettivamente per realizzare “l’avvenire del Sole”, in quanto nucleo di una nuova civiltà, più giusta ed ecologica. Perché, come recita un noto proverbio, d’incerta paternità ma molto efficace: “Se si sogna da soli è solo un sogno. Se si sogna insieme è la realtà che comincia”.

(c) 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com.)

DALLA TARTARUGA VERDARCOBALENO ALLA SPIRALE BIO-SOLARE

  1. TURTLE 2Vent’anni di sodalizio

Il compito che mi è stato affidato – al di là del ricordo più complessivo del mio grande maestro ed amico Antonio d’Acunto, cui ho già dedicato uno scritto subito dopo la sua scomparsa[1]– è quello di sintetizzare una fase fondamentale del suo percorso umano e politico, successiva al termine del suo mandato di rappresentante dei “Verdi Arcobaleno” al Consiglio Regionale della Campania.

Ma se questo è il riferimento a quo di quella tappa, è più difficile  indicarne il termine ad quem. Essa, infatti, racchiude l’intensa attività dell’associazione regionale “Verdarcobaleno” ed anche quella del circolo Napoletano e del Coordinamento Campano di VAS (Verdi Ambiente e Società – onlus), saldandosi strettamente anche con l’ultima fase dell’azione di D’Acunto, quella della “Rete” da lui promossa per far sottoscrivere, approvare e soprattutto attuare la legge d’iniziativa popolare sul Solare in Campania, di cui è stato estensore e primo firmatario.

Da testimone sia di quel lungo percorso – che spazia dal 1995 al 2013 –  sia della fase successiva tuttora in atto, mi è facile riscontrare una serie di elementi che ne mostrano la profonda continuità d’idee e di azioni, conferendo ad entrambi l’impronta inconfondibile del grande ‘visionario’, che ha saputo coinvolgere tante soggettività ed esperienze diverse in un ambizioso progetto di radicale cambiamento, sempre e comunque dal basso, della nostra società dei suoi valori e delle sue priorità.

Tutto cominciò quasi 20 anni fa, con una telefonata che Antonio mi fece subito dopo la mia ‘defenestrazione’ dalla Federazione dei Verdi, al termine del mandato di consigliere provinciale per quel movimento politico che avevo contribuito a far nascere a Napoli nel 1987. Era lo scotto che mi toccava pagare per la mia costante e manifesta opposizione alla linea politica dell’l’indiscutibile e imprescindibile ‘califfo verde’ di quel partito, che se lo era cucito addosso come un abito su misura. D’Acunto mi manifestò la sua solidarietà e mi propose subito di candidarmi nella lista dei Verdi “Arcobaleno” per le successive provinciali, affiancandolo nella difficile battaglia per riconquistare il seggio alla Regione ed iniziando una stagione di collaborazione.

Fino a quel momento, lo ammetto, non si era stabilito un particolare feeling tra me ed Antonio, le cui battaglie in Consiglio Regionale pur condividevo ed apprezzavo. Dall’esterno, mi risultava un po’ rigidamente ideologico, così come mi era apparso eccessivamente ostile ad un processo di unificazione con i Verdi, la cui negazione peraltro lo aveva lasciato da solo a combattere. Mi appariva poi diffidente verso i suoi ‘compagni di strada’ e poco disponibile a far fronte comune, peraltro in una situazione di profondo degrado del quadro ambientale e politico della Campania.

Dopo quella telefonata, però, compresi che avrei dovuto ricredermi. Iniziò allora un sodalizio che solo la sua morte, due mesi fa, ha bruscamente e dolorosamente spezzato, interrompendo quel rapporto di stima ed affetto che ci ha visti fianco a fianco per l’ultimo ventennio della sua vita.

Ripercorrerlo non è facile, ma cercherò di tratteggiarne i momenti fondamentali.

  1. La tartaruga verdarcobaleno e l’ecologia della politica

Lo slogan che contrassegnò la campagna elettorale condotta insieme nel 1995 – e che campeggiava nei volantini sotto il nuovo simbolo con una margherita e la scritta “verdi” – era quella ecologia della politica che riassumeva le tradizionali battaglie dei Verdi Arcobaleno per l’ambiente, i diritti, il lavoro e la solidarietà, insieme a quelle ecologiste e pacifiste che mi avevano caratterizzato, inquadrando entrambi alla luce d’una nuova visione della politica, intesa come impegno collettivo e dal basso per un autentico e profondo cambiamento.

Ovviamente le elezioni regionali e provinciali (che vedevano D’Acunto e me come candidati alla Presidenza di quei due enti) non si ponevano un obiettivo realisticamente raggiungibile – dato il quadro politico e la totale mancanza di una referenza nazionale – ma servirono comunque a far parlare di questo movimento ed a cementare l’alleanza, ideale prima ancora che operativa, che ci permise di far sentire forte e chiara la nostra voce alternativa.

Inoltre, come consigliere e capogruppo rieletto nella lista dei Verdi per un secondo mandato (1992-97), avevo l’opportunità di svolgere gli ultimi due anni alla Circoscrizione Vomero come rappresentante dei rinati Verdi Arcobaleno. Questo ruolo mi vedeva affiancato da altri due validi consiglieri di quartiere (Enzo Delehaye e Dario Cerchia) e da tanti amici e compagni della nuova Associazione “Verdarcobaleno” che avevamo deciso di costituire in quello stesso anno, scegliendo come simbolico logo una verde tartaruga, animale notoriamente lento ma tenace…

La sua identità, definita nello Statuto, era quella di un: “…soggetto politico, culturale e sociale…un movimento… pluralista e partecipativo…aperto al dialogo con tutte le associazioni e organizzazioni, a partire da quelle di base…con una impostazione democratica e nonviolenta” [2].

Di quel documento costitutivo era parte integrante la “Carta delle Finalità”, nella quale si sancivano i principi-guida dei Verdarcobaleno. Il primo luogo quelli fondamentali della giustizia e della solidarietà”, cui venivano affiancati lo sviluppo sostenibile ed eco-compatibile”, ma anche l’affermazione del “diritto al lavoro inteso come premessa al benessere della collettività”, nonché la scelta della “nonviolenza, intesa come fine e come mezzo, nella prospettiva di una società più giusta e pacifica”[3].

L’etica dell’economia, la conversione ecologica, la scelta di un modello federativo ed autogestionario di democrazia, insieme con l’ecopacifismo, erano dunque il terreno su cui lavorare, insieme con tanti altri, per cambiare dal basso Napoli e la Campania.

Nell’editoriale del primo numero di quello stesso notiziario, Antonio D’Acunto ricordava non solo il suo ruolo di “voce fuori dal coro” in consiglio regionale ma, tenuto conto dei voti comunque ricevuti alla consultazione elettorale, rivendicava anche il diritto di proseguire nel ruolo di stimolo e proposta anche all’esterno del parlamentino della Campania.

“ Rispetto alle istituzioni questo ci legittima ad operare come se fossimo presenti al loro interno, svolgendo una funzione sia di controllo sia di proposizione […] per far attuare importanti leggi del Gruppo già esecutive (quali quelle sui parchi, sullo sviluppo dell’architettura biologica, sulla condizione delle carceri, sugli immigrati, sulla tutela degli animali d’affezione…”[4].

Il taglio della nuova Associazione era ulteriormente chiarito poco più avanti, quando egli, ribadendone la natura aperta, ne sintetizzava la ‘filosofia’ in queste significative parole:

Una realtà interessata ad arricchirsi d’interessi, di valori, d’idee; a rappresentare e difendere bisogni, diritti negati, libertà; a riproporre la democrazia e la politica come categorie primarie di riferimento per la partecipazione dei cittadini e quali ragion d’essere dell’esistenza stessa delle Istituzioni…” [5]

La sede associativa era in piazza Pignasecca, cuore pulsante e popolare della vecchia Napoli. Lì la “tartaruga verdarcobaleno” mosse i suoi primi passi, aggregando nuovi soci e lanciando diverse campagne eco-sociali e culturali. In parallelo, il Gruppo Verdarcobaleno alla Circoscrizione Vomero, costituitosi nel giugno 1995, portava avanti le sue battaglie sul terreno della valorizzazione dei trasporti pubblici, dello sviluppo di una mobilità eco-sostenibile e della promozione ambientale, artistica e culturale del quartiere, in un’ottica di decentramento e di partecipazione, come veniva sintetizzato in un successivo numero del foglio informativo Ecopolis [6].

A partire dal mese di ottobre 1996, l’associazione Verdarcobaleno iniziò un’altra appassionante ed intrigante avventura. Con la collaborazione tecnica ed il coordinamento dell’emittente napoletana Antenna Vesuvio (can.37) fu infatti progettata, prodotta e diffusa una serie di trasmissioni che – col suggestivo titolo “Ecopolis: La città che viviamo”, intendeva affrontare in modo incisivo molte tematiche ambientali e sociali della città. I servizi televisivi –  da noi autogestiti – erano proposti in diretta tutti i martedì alle ore 21,00 , aprendo poi su ciascuno di essi un dibattito con degli invitati in studio e, telefonicamente, col pubblico dei telespettatori, ed erano replicati ogni sabato alle 19,30. Le questioni affrontate erano sempre spinose ed attuali, a partire dalla variante urbanistica di Bagnoli, passando per una serie di storiche “incompiute” (fra cui la sopraelevata di Corso Novara e la fermata della Circumvesuviana del CDN),  trattando anche altre questioni ambientali, dagli alberi abbattuti all’inosservanza dei passaggi pedonali, dalle ‘oasi protette per autoblù’ alla condizione dei cani abbandonati. Non mancavano anche ‘finestre’ su altre problematiche aree urbane di Napoli (Quartieri Spagnoli, Sanità, Secondigliano, Camaldoli… ) e di altre città della provincia (fra cui Pozzuoli ed Ercolano), così come erano affrontati importanti temi civili e sociali, come quelli relativi alla trasparenza delle sedute consiliari, alle disabilità, al commercio equo e solidale.

Ma fu proprio l’aver trattato con franchezza uno di quei delicati argomenti – l’effettiva tutela del diritto allo studio degli studenti universitari – che segnò la brusca fine di quella coinvolgente esperienza mediatica, che è rimasta comunque un eccezionale strumento per analizzare la realtà urbana, rispecchiandone i pesanti problemi ma anche le grandi potenzialità.

  1. VAS… dove ti porta il cuore VAS

Porta la data del 17 aprile 1998 il comunicato stampa con cui si annunciava che l’assemblea dei Verdarcobaleno – di cui D’Acunto era Presidente – aveva sancito l’adesione all’associazione ambientalista nazionale VAS (Verdi Ambiente e Società), vedendola come logico sviluppo di un progetto che avrebbe conservato come temi centrali: “…la specificità Mezzogiorno-Ambiente-Lavoro, la questione urbana [città vs megalopoli], l’educazione ambientale, l’ecologia umana, i diritti dei cittadini, l’alimentazione e le altre medicine, la solidarietà con gli altri esseri viventi e con le generazioni future” [7].

Il presidente nazionale – l’ex senatore Guido Pollice – ricordò a sua volta l’importanza che VAS dava ad una forte presenza dell’associazione in Campania, iniziata già con i circoli di Procida e di Sorrento e rappresentata finalmente anche nel capoluogo, dove si combattevano battaglie di grande interesse nazionale, come quella per il recupero ambientale di Bagnoli.

La sede di piazza Pignasecca, da quel momento, diventò quella del circolo di Napoli e del Coordinamento Regionale VAS della Campania, cui nel tempo si aggregarono altri circoli della provincia di Napoli (Ercolano, Pompei, Vico Equense) e di Salerno (Battipaglia, Eboli, Caposele, Camerota, Pagani). Ci fu poi il trasferimento nella nuova sede in calata Trinità Maggiore, nei pressi di piazza del Gesù Nuovo, dove il gruppo napoletano trovò una centralità ancora maggiore.

In un documento del luglio 2000 – il cui titolo è stato mutuato per questo paragrafo [8]– ho  tratteggiato la storia dei primi due anni di VAS Napoli, che aveva raccolto un centinaio di adesioni e che si era impegnata sia nelle importanti campagne nazionali dell’Associazione (Mai dire mais, Diritti al mare, Bastamianto!…) sia in una serie d’impegnative iniziative territoriali. Esse avevano una netta connotazione eco-sociale e marcavano una netta autonomia rispetto alla c.d. giunta ‘rosso-verde’ di Bassolino, soprattutto nei confronti di alcune sue discutibili scelte urbanistico-ambientali.

La lotta all’inquinamento elettromagnetico, alla diffusione degli OGM, alla privatizzazione del mare e delle spiagge, così come la promozione dell’educazione ambientale dentro e fuori la scuola, erano già tematiche comuni a tutti i VAS. C’erano però questioni che assumevano una loro specificità e cui il circolo napoletano volle dare un particolare rilievo, dal recupero delle città inghiottite dalla metropoli e private della loro dignità, alla tutela dei beni artistici e storici della Napoli negata.

Il progetto “Oltre Spaccanapoli: Riattaccanapoli” si rivelò un ottimo esempio di questo approccio, improntato com’era all’ecologia urbana e caratterizzato dall’impegno associativo sulle scelte urbanistiche strategiche, come le Varianti al PRG per Bagnoli e per la zona orientale; il piano per il Centro Storico e per il lungomare; la chiusura del Cinodromo e del Giardino Zoologico di Fuorigrotta; la necessità di frenare il dissesto idrogeologico dei Camaldoli, e così via.

L’approccio del gruppo VAS è stato fin dall’inizio caratterizzato sia dall’intervento culturale (assemblee pubbliche, seminari formativi sul pensiero ecologista, coordinamento d’insegnanti, visite guidate ai tesori nascosti della Città), sia da quello più propriamente politico (battaglie. anche legali, contro il rischio amianto e quello da elettrosmog; proposte urbanistiche alternative per la salvaguardia ambientale e l’archeologia industriale di Bagnoli; il progetto di pedonalizzazione e saldatura del lungomare partenopeo alla Villa Comunale, etc.).

L’associazione VAS, in tal modo, si fece ben presto conoscere ed apprezzare per la chiarezza delle sue critiche ma anche per la serietà costruttiva delle sue proposte, riuscendo ad ottenere una discreta copertura mediatica alle sue iniziative.

Sta di fatto che dietro di esse, al di là dell’entusiasmo e dell’attivismo del gruppo, c’era sempre la determinazione e lucidità di Antonio D’Acunto, la cui ormai classica immagine – con gl’immancabili occhiali sulla fronte – campeggiava sempre più spesso sui principali quotidiani e nelle immagini dei telegiornali RAI e delle emittenti locali. Un’icona che era da sola la sintesi di un approccio profondamente diverso alla politica, intesa come opportunità di crescita comune e collettiva, come esercizio dei diritti ma anche come progetto per far diventare Napoli una città più vivibile, civile e solidale. In quegli anni la statura morale e politica di Antonio –  insieme con la sua vastissima cerchia di conoscenze precedenti – conferì all’azione di VAS un’ autorevolezza indiscutibile, frutto di quella coerenza ideale ed etica che lo ha sempre contraddistinto.

Le battaglie da lui guidate contro l’emarginazione sociale di alcuni quartieri centrali e periferici – come si legge in un foglio autogestito del Circolo – costituivano: “…l’appello ad un vero decentramento amministrativo, inattuato dopo oltre 20 anni, ma anche a coniugare la rinascita di Napoli con quella dei napoletani, grazie all’adozione sociale e collettiva dei beni culturali, in mezzo ai quali essi trascorrono un’esistenza spesso precaria e marginale[9].

A questa riappropriazione popolare e quasi catartica della ‘grande bellezza’ di Napoli furono dunque ispirate molte iniziative di riscoperta diretta di alcuni suoi luoghi tipici, come il Sedile di Porto, la città antica di Totò, quella verticale delle pedamentine e delle mille scalinate, anche grazie alla mirabile guida dello storico dell’arte Vincenzo De Pasquale.

Era su questo VAS…pensiero” – come lo definiva scherzosamente il titolo d’un altro documento del 1999, dedicato alle iniziative culturali del Circolo e del Coordinamento regionale – che si basavano tutte le attività allora messe in campo. Ed è proprio per diffondere questa “cultura ambientale per il terzo millennio” che Antonio si è sempre speso a fondo, coinvolgendo nel dibattito sia il mondo laico e comunista da cui egli proveniva ideologicamente, sia quello cattolico più impegnato, aperto a quella visione ecologica di matrice evangelica e francescana che da sempre lo aveva affascinato.

  1. Biodiversità, ecologia sociale, ecopacifismo

Ritengo che il principale merito di D’Acunto – manifestatosi anche nella lunga stagione della sua indiscussa  leadership come responsabile regionale per la Campania dell’associazione nazionale Verdi Ambiente e Società – sia stato quello di rappresentare un punto di sintesi tra il pensiero marxista e quello ecologista. Ciò lo ha indotto a teorizzare le linee-guida di quello che egli chiamava “marxismo ecologico” [10], riscontrabili nei sei articoli raccolti nell’omonima sezione del suo sito personale (http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/per-un-comunismo-ecologico).

La stessa centralità del lavoro, in quegli scritti, è stata riproposta attraverso la lente di una visione ecologista globale, per cui anche termini di uso corrente – come ‘sviluppo sostenibile’ , ‘progresso’  o ‘crescita’ – erano da lui messi sotto accusa per la loro ambiguità e sostanziale contraddittorietà coi principi stessi dell’ecologia.

L’orizzonte di un Comunismo Ecologico e di un’Ecologia Comunista è l’intrinseco, eccelso motore di idealità, finalità e programmi per la fine di ogni forma di imperialismo, sopraffazione e violenza, per il disarmo nucleare e batteriologico generalizzato, per una filosofia epicurea*, dei consumi, per l’impiego di risorse locali e rinnovabili e per il loro totale riciclo; per il lavoro quale processo di arricchimento dell’Umanità, per la territorialità dei modelli di produzione e lavoro, per istituzioni decisionali espressione compiuta della partecipazione dei cittadini*, per la piena tutela della Biodiversità, naturale e dei valori creati dall’Uomo nel percorso della sua storia, e per la sua cultura quale filosofia della vita. Il Comunismo Ecologico e l’Ecologia Comunista costituiscono essenza fondamentale e necessaria per un pensare nuovo dell’Umanità.” [11]

In queste parole – uno dei tanti periodi ‘manzoniani’ e pieni di maiuscole tipici dell’enfatica scrittura di Antonio – troviamo racchiusa in nuce quella filosofia politica che, ispirata da un’idealità alta, riusciva a ricapitolare in un discorso unitario le battaglie anticapitaliste ed antimperialiste, la proposta d’una rivoluzione energetica fondata su risorse ‘locali e rinnovabili’, la spinta al disarmo , l’impulso ad un modello di produzione ‘territoriale’, la ricerca costante di una partecipazione attiva e responsabile dei cittadini e, soprattutto, la tutela e valorizzazione massima di quella Biodiversità in cui si coniugava l’infinita varietà biologica della Natura con l’eccezionale ricchezza dei valori tipici della comunità umana.

biodiversita'Questo paradigma ideologico – grazie anche ad un costante confronto con quelli che collaboravano con lui a quel progetto ecologico-sociale – col tempo è diventato sempre più patrimonio comune dei VAS napoletani e di tanti compagni ed amici degli altri circoli della Campania.

Ed è grazie alla lucida visione di un’ecologia che non vuole confinarsi in un mero protezionismo ambientale ma aspira a diventare pensiero-guida per un modello alternativo di sviluppo e di società, che nel decennio 1998-2009 quest’associazione ha saputo conquistarsi sul campo un’autorevolezza considerevole, ma sicuramente anche molte e pesanti ostilità.

Sono stati infatti gli anni in cui VAS Campania ha condotto un’opposizione senza se e senza ma  agli scempi urbanistici, al colpevole silenzio sul rischio amianto, alla privatizzazione selvaggia delle spiagge, alla mancata tutela dei beni culturali ed ambientali, al persistente rischio idro-geologico ed alla piaga degli incendi boschivi, entrando in conflitto con poteri forti e compromessi istituzionali

D’altronde, a ciascuna delle critiche formulate, particolarmente in materia urbanistica, VAS – fin da quei primi anni – ha puntualmente contrapposto le sue proposte alternative, dalle quali emergeva con chiarezza la visione di una Napoli policentrica, che ipotizzava “cinque città nella città”, sì da combattere la “metastasi della megalopoli” da cui deriva sempre la marginalizzazione delle periferie, alle quali bisognava viceversa “ridare dignità”. Il secondo punto qualificante – che D’Acunto ribadiva spesso con forza – era la creazione di una “cintura verde” intorno a Napoli – da Bagnoli a San Giovanni a T. – sia arrestando il degrado delle aree naturali ancora presenti, sia “rinaturalizzando” quelle urbanizzate o comunque sottratte ai cittadini.

I quotidiani del tempo [12] riferiscono abbastanza fedelmente questa grande battaglia ambientalista, che si sostanziava in un vero e proprio “contropiano dei Vas” : Esso si proponeva infatti di sconfiggere ogni tentativo di nuove speculazioni, di disegnare un volto nuovo per la città di Napoli; di restituirle il suo mare ed il suo verde, ma soprattutto di sconfiggere l’emarginazione delle aree periferiche e di risanare e valorizzare le aree industriali dismesse e lasciate al degrado.

Proprio nel 2001 ebbe inizio uno dei momenti fondamentali di questa esplicitazione pubblica d’un ambientalismo alternativo. Si trattava d’un evento che richiese all’associazione un vero salto sul piano organizzativo. La “Festa VAS della Biodiversità”, patrocinata della Regione Campania, prese le mosse in quell’anno negli Spalti del Maschio Angioino, animando cinque giorni di dibattiti, mostre e concerti, non a caso a partire da quel 4 ottobre in cui si ricorda S. Francesco, patrono dell’ambiente.[13]

Dalla seconda alla quinta edizione della kermesse ecologista (svolte dal 2002-2005 nella splendida Villa Comunale di Napoli), si confermò ulteriormente l’alto livello della manifestazione e la sua apertura alle grandi tematiche legate al rapporto tra “Natura e culture del Mediterraneo” (sviluppo, alimentazione e salute, diritti umani, pace e disarmo), anche grazie alla collaborazione con prestigiose istituzioni scientifiche e culturali (Stazione Zoologica di Napoli “A. Dohrn”, Osservatorio Vesuviano, “Maison de la Mediterranée” della Fondazione Laboratorio Mediterraneo, etc.) ed al patrocinio del Comune di Napoli, di quello di Sorrento e, in seguito, della Camera dei Deputati, del Senato della Repubblica e della Presidenza della Repubblica.

Andava delineandosi in quegli anni la visione globale della “Biodiversità come filosofia della vita” di cui Antonio D’Acunto è stato il vate e che lo portò a dichiarare. “La diversità non deve essere elemento di conflitto, ma un valore da apprezzare[14].

La Festa VAS fu quindi l’occasione migliore – e con una spiccata visibilità – per lanciare un progetto complessivo, capace di coniugare la salvaguardia della varietà naturalistica con quella delle multiformi culture umane, a partire dallo storico quanto travagliato crocevia del bacino del Mediterraneo. Una visione di cui resta come sintesi grafica il bellissimo logo della variopinta  ‘spirale della Biodiversità’, tuttora simbolo della nostra Rete per la “Civiltà del Sole”.

Le cinque edizioni di quella riuscita manifestazione – alternando conferenze e discussioni con momenti musicali e spettacolari – contribuì sicuramente a diffondere tale fondamentale concetto, ma anche a rilanciare le tradizionali battaglie di VAS: da quella sui parchi e la ‘green belt’ cittadina alla tutela della risorsa-mare; da quella contro ogni genere d’inquinamento e di minacce alla salute (gas di scarico, amianto, elettromagnetismo…) fino alla proposta di un’alimentazione sana e liberata della minaccia di organismo geneticamente modificati.

  1. Una leadership come esempio e servizio

“Un uomo mite, generoso, umile, un passionario, un gran combattente. Un uomo perbene. Un amico.” [15] .  Con queste parole il Sindaco de Magistris ha efficacemente sintetizzato la figura di Antonio D’Acunto, cui Antonio E. Piedimonte ha dedicato un bellissimo articolo, che ne tratteggia il lungo percorso umano e politico.[16]

Concludendo questa sommaria analisi del fondamentale segmento di tale percorso – che lo ha visto alla guida dell’associazione Verdarcobaleno e poi di VAS Campania nel quasi ventennio 1995-2014 – io vorrei invece sottolineare la particolare natura della sua leadership. Essa si estrinsecava soprattutto nella sua indiscutibile autorevolezza morale e politica, frutto di una lunga storia di combattente per la giustizia sociale, i diritti civili e la difesa dell’ambiente, ma anche nella sua esemplare coerenza con un pensiero forte, che ha costantemente precorso i tempi.

La visionarietà di Antonio era quella che contraddistinguono tutti i profeti autentici, che non solo riescono mirabilmente a leggere con chiarezza ciò che per la maggioranza rimane oscuro, ma si sentono spinti da un’irrefrenabile impulso a pre-dicarla ovunque ed a tutti. [17]

Il ‘verbo’ che egli non si è mai stancato di trasmettere a tutti – con parole e scritti ma soprattutto col suo eccezionale esempio – non era quello evangelico ma richiamava ugualmente ad una profonda ‘metànoia’, intesa come conversione a modelli di sviluppo e stili di vita alternativi a quelli attuali, ma anche come ri-conversione di un intero sistema (produttivo e genericamente economico), che si rivela sempre più ecologicamente insostenibile.

Certo, la leadership di D’Acunto risultava lo spontaneo e naturale risultato della sua statura culturale ed etico-politica, ma gli ha comunque richiesto un costante impegno a sviluppare la sua forte personalità – istintivamente determinata e sicura di sé – verso una maggiore capacità di ascoltare e comprendere gli altri, di valorizzarne le idee e le capacità, di dare spazio e visibilità a tutti quelli che collaboravano al comune progetto.

Fare sintesi e mantenere gli equilibri, pur senza negare le inevitabili diversità, è il compito del vero leader e Antonio lo ha esercitato nel modo migliore, riuscendo a trascinare chi lo circondava col suo entusiasmo contagioso – unito alla sua grande carica affettiva –  in imprese che nessuno avrebbe mai pensato di affrontare.  Il suo indiscutibile carisma , inoltre, ha contrassegnato ampiamente la vicenda cittadina, regionale e nazionale di VAS in questi ultimi sedici anni, dando impulso ed autorevolezza alla sua azione per quell’ “ambientalismo in movimento” che ne è diventato lo slogan, come ha peraltro attestato anche il Presidente Nazionale, Guido Pollice.[18]

D’Acunto ha dato moltissimo all’ambientalismo italiano, che ha cercato costantemente di far uscire dalle secche di battaglie parziali e locali per ricondurlo ad un saldo pensiero globale, ma ha anche saputo, con umiltà rara, ricevere e valorizzare i contributi di chi lo ha affiancato in questi anni.

Io stesso gli sono debitore di quella visione complessiva, ma anche di una pratica quotidiana che non trascurava nessuno spunto, anche di cronaca, per rilanciare e modulare quel messaggio.

Mi sento perciò orgoglioso di aver potuto affiancarlo negli ultimi vent’anni della sua attività, condividendo con lui e gli amici di VAS e della Rete Solare anche il mio impegno per la nonviolenza e l’ecopacifismo. Un altro aspetto in cui penso di averlo ‘contagiato’ è stata la mia impostazione eco-teologica che, di recente, lo ha spinto a scrivere a papa Francesco, auspicando una sua enciclica sull’etica ambientale, in una prospettiva non più antropocentrica ma aperta alla tutela di ogni essere vivente e di quella preziosa ma delicata biodiversità che ne è il segno tangibile.[19]

downloadE’ evidente che la fase ultima – contrassegnata dalla proposta di legge popolare su “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” e dalle battaglie perché fosse approvata in Consiglio Regionale ed effettivamente attuata – risulta indissolubilmente saldata alla sua esperienza negli anni delle battaglie nel PCI contro il nucleare ed a quelle federaliste ed ecologiste come consigliere regionale dei Verdi Arcobaleno. Ma è altrettanto evidente che essa è stata alimentata anche dalla stagione delle battaglie che, con gli amici e compagni di VAS, Antonio ha portato avanti per salvaguardare e valorizzare la Biodiversità e per restituire ai cittadini ed alle comunità locali quelle risorse e quel potere che si cerca sempre più di sottrarre loro, in nome dei miti della crescita, della governabilità e di un rinato decisionismo centralista.

La Civiltà del Sole, di cui egli è stato il profeta, è anche questo, E chi oggi rimane a proseguire sulla strada da lui segnata ha il non facile compito non soltanto di andare avanti, ma di mantenersi all’altezza del suo eccezionale esempio, umano e politico.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

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[1] Vedi: https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/12/31/ciao-antonio/

[2] Ermes Ferraro, “Dove va la tartaruga? Principi e orientamenti di un movimento”, Ecopolis (notiziario dell’associazione ‘Verdarcobaleno’),  N° 0, Napoli, 1995 (r.i.p.), p. 1

[3] Ivi

[4] Antonio D’Acunto, “Una voce fuori dal coro – Dal gruppo consiliare alla Regione alla Associazione”, in Ecopolis, cit., p. 1

[5] Ivi

[6] Ferraro, Delehaye, Cerchia, “Tanti auguri, tartaruga! – I Verdarcobaleno festeggiano un anno di battaglie al Vomero”, Ecopolis, Napoli, Giugno 1996 (r.i.p.), p. 1

[7] Cfr. Comunicato Stampa n. 1 del 17.04.1998

[8] Ermes Ferraro, VAS…dove ti porta il cuore – Due anni di attività del Circolo VAS di Napoli, Napoli, luglio 2000 (r.i.p.)

[9] D’Acunto – Ferraro, “‘Riattaccanapoli’ e altro… – Iniziative di VAS per la cultura e la tutela dell’ambiente”, la Vaspubblica – notiziario VAS Napoli, n° 5, ott.-Nov. 1999, (R.I.P.), p.1

[10] Antonio  D’Acunto, Per un comunismo ecologico > http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/per-un-comunismo-ecologico/29-per-un-comunismo-ecologico-per-un-ecologia-comunista-per-una-nuova-ecologia-politica-per-una-nuova-politica-dell-ecologia

[11] Ivi

[12] Cfr.: “Prg, cinque città nella città” (Cronache di Napoli – 13.06.2001): “Prg, rush finale per presentare le osservazioni”, Il Mattino – 16.06.2001;  “Un Prg che serve solo ai padroni del cemento”, Roma-GdN – 16.06.2001)

[13] Cfr.: “Biodiversità, gran festa sugli spalti”, Il Mattino, 01.10.2001; “Verdi ambiente e Società. Al via la festa della ‘Biodiversità’ “, Roma-GdN, 20.09.2001; “Festa della Biodiversità”, Nuova Stagione, 07.10.2001

[14] Rosa Savarese, “Biodiversità, una filosofia di vita”, Roma-GdN, 08.10.2003

[15]  V. in: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/14_dicembre_27/scompare-antonio-d-acunto-dei-primi-leader-ambientalisti-0b2b13fe-8dd5-11e4-9853-b3ac6340f997.shtml

[16] Antonio E. Piedimonte, http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/14_dicembre_29/quel-guerriero-sorridente-che-regalo-campania-l-energia-solare-7a875576-8f5d-11e4-958d-cb5be19f6659.shtml

[17] Cfr. il celebre versetto evangelico: “Quello che Io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e ciò che udite dettovi all’orecchio, predicatelo sui tetti”. (Matteo 10:27).

[18] Cfr. http://www.vasonlus.it/?p=10166#more-10166 ed anche la sintesi degli articoli sulla morte di A.D. in http://www.vasonlus.it/?p=10193

[19] Cfr. la pagina tematica del sito web della RCCSB > http://www.laciviltadelsole.org/etica-ambientale.html#/

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© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

KRISIS: E’ TEMPO DI SCEGLIERE

CRISISNon ho sottoscritto l’appello “Campania e crisi. Per un nuovo protagonismo dei popoli del mediterraneo” [i] , lanciato dal nascente movimento che ha deciso di denominarsi “Maggio” –  né sono riuscito a partecipare alla sua prima assemblea napoletana.

Fra i suoi firmatari ritrovo più di una decina di amici e compagni, ma temo che ciò non sia sufficiente a farmi aderire a questo appello dal nome così suggestivo, ma che mi sembra ancora molto esile, in quanto frutto di una certa alchimia fra più ‘anime’ politiche, che hanno in comune l’avversario più che un vero progetto.

Non vorrei però essere ingeneroso con chi si sta sforzando di riprendere il filo del discorso interrotto alle scorse elezioni europee, dovendo peraltro tener conto della frammentazione del quadro politico della sinistra c.d. ‘antagonista’ e delle caratteristiche  ben diverse di una consultazione elettorale regionale. Ecco perché ho provato a rileggere più volte il documento, evidenziandone alcuni passi salienti e certe parole d’ordine con colori differenti.

Il risultato è un testo in cui prevale ovviamente il rosso dell’opposizione alle politiche neoliberiste  contro i lavoratori, con alcune pennellate di azzurro (il colore che ho simbolicamente attribuito alla componente neo-meridionalista della coalizione) e di arancione (questione ‘beni comuni’ ed aziende pubbliche). Il colore verde dell’ecologia, per continuare nella metafora, compare invece solo in due passi dell’appello, quando si parla degli interessi camorristici su smaltimento di rifiuti tossici e gestione delle bonifiche e, poco più avanti, quando si fa cenno alle politiche regionali favorevoli all’incenerimento dei RSU.

Non che mi aspettassi un quadro più policromo, ma non posso accontentarmi di una pura e semplice giustapposizione di coloriture politiche, in cui l’ambientalismo (io preferisco chiamarlo ecologia sociale) è ancora una volta ridotto a componente aggiuntiva e poco significativa di questa ‘alternativa’. Non si tratta neppure di spazio ed importanza di certi temi che ovviamente mi stanno a cuore. Il fatto è che tra i quattro colori citati non c’è alcuna reale armonizzazione né tanto meno una effettiva fusione. Altrettanto generico, poi, risulta il riferimento al protagonismo dei popoli del Mediterraneo, sebbene tale obiettivo sia inserito nel titolo stesso dell’appello.

Certo, anche un importante riferimento politico come SYRIZA [ii] dopo oltre 10 anni – rimane sostanzialmente ciò che dichiara di essere (Synaspismòs vuol dire infatti ‘coalizione’). Ancora una volta la scienza etimologica ci viene incontro per chiarirci che ‘coalizione’ non significa solo mettersi insieme contro qualcosa e/o qualcuno, bensì ‘crescere insieme’ (dal lat. co-alesco). Temo però che quest’ultimo decennio – nonostante le pesanti lezioni subite… – non abbia insegnato molto alla c.d. sinistra antagonista. Direi che la tendenza prevalente resta purtroppo quella di perseguire obiettivi di piccolo cabotaggio, alleanze puramente tattiche, raggruppamenti solo strumentali e, proprio per questo, estremamente deboli e privi di radicamento.

Ma una sinistra che ambisca ad essere radicale – nel senso originario, greco, del termine – dovrebbe invece seminare di più e più in profondità, cercando non solo di costruire alleanze tanto per sopravvivere, bensì di volare alto, di farsi portatrice di una vera alternativa, che non può che essere globale e radicata nel comune sentire della gente.

Ammettiamolo: la pretesa di raccogliere dove non si è seminato (il mondo del volontariato sociale e del terzo settore, i cristiani orientati verso un socialismo evangelico, gli ambientalisti che non si occupano solo di fiori e di uccelli, i gruppi antimilitaristi e pacifisti, i marginali e gli emarginati delle nostre periferie, etc.) risulta oggettivamente poco credibile. E, si badi bene, quando parlo di ‘seminare’ mi riferisco al recupero di una modalità di azione politica di base, ad una ‘grass-roots action’ di cui si sono perse le tracce, e che lascia invece campo libero al populismo di destra e di sinistra. Con la citata espressione d’origine anglosassone, quindi, non mi riferisco alla sopravvivenza di demagogici movimenti di piazza, il cui scopo è blandire il solito sottoproletariato o i migranti con promesse irrealizzabili, ma piuttosto ad una Politica altra e alta, che valorizzi le risorse locali, i momenti di partecipazione dal basso, gli organi di decentramento amministrativo (ora ridotti a vuote scatole da spartirsi).

La stessa idea di ‘crisi’ esclusivamente come contingenza negativa, economicamente e socialmente oltre che politicamente, suona piuttosto banale e priva di slancio in positivo. L’etimologia di questa parola greca (krisis) ci riporta piuttosto ad una situazione in cui occorre valutare, giudicare, scegliere, separando (in gr. krìno) gli aspetti negativi dalle potenzialità buone. La crisi è un’occasione per operare ciò che il lessico cattolico chiamerebbe un opportuno ‘discernimento’, per poi finalmente assumere delle valide decisioni (de-cidere in latino significa appunto: risolvere un conflitto, un contrasto).

La crisi della Campania è un dato oggettivo e fin troppo evidente. Attribuirne le cause alla sola gestione Caldoro ed al centro-destra campano sarebbe sciocco, oltre che poco credibile, per cui dovrebbe emergere dall’appello una ben più netta condanna delle politiche consociative e neoliberiste di PD ed associati, che sono riuscite in breve tempo a fare oggettivamente più danni di quanti ne abbiano fatti Berlusconi & Co. nel suo lungo periodo di egemonia.

Mi va benissimo, inoltre, il recupero della questione meridionale e della bandiera della riscossa del Sud dalla macroscopica truffa perpetrata da un secolo e mezzo ai danni della gente delle regioni meridionali. E’ innegabile che “Il Mezzogiorno vive sulla pelle delle sue popolazioni tale diseguaglianza e le scelte del governo Renzi stanno aumentando il divario con il Nord Italia” e mi sembra quindi sacrosanta la protesta contro questo “federalismo truccato” che ruba ai poveri per dare ai ricchi. Non credo però che la mai risolta questione meridionale possa essere liquidata con un paio di slogan né che sventolare bandiere nostalgiche possa risolvere i problemi di un Sud dove i suoi stessi ‘figli’, politicamente parlando, si sono troppo spesso dimostrati figli di ben altra genitrice…

Insomma: un programma per le regionali non può ridursi al solito, triste e monotono “cahier des doléances”. Fare una semplice sommatoria di guasti e problemi (dalle disuguaglianze al controllo sociale; dalla ‘desertificazione’ industriale ed agricola al malaffare camorristico che ci taglieggia e ci avvelena; dalle privatizzazioni alle politiche di austerità ed ai tagli ai servizi sociali) non produce risultati positivi, ma solo sconforto e desolazione.

D’altra parte, penso che un nuovo modello di sviluppo e di società non può essere caratterizzato solo dal rifiuto del liberismo imperante e della ‘gabbia dei sacrifici’  cui ci costringono le politiche di austerità europee e nazionali.

Allora, a costo di essere tacciato di ‘benaltrismo’ sento di dover dire che, appunto, ci vuole…ben altro. Ci vogliono idee guida, principi solidi, visioni prospettiche di un futuro che non può essere ridotto alla pura e semplice aspirazione a fare meno sacrifici, magari per continuare a perseguire quell’assurda ‘crescita’ che troppo spesso viene contrapposta ad ‘austerità’.

Da ecopacifista antimilitarista, inoltre, in questo appello non ho trovato neppure una riga dedicata all’opprimente militarizzazione e nuclearizzazione del territorio e del mare della Campania, al servizio esclusivo di NATO ed USA, dei cui effetti ben pochi sembrano rendersi conto.

Non ho neppure riscontrato un minimo riferimento a quella che giudico la vera madre di tutte le rivoluzioni, quella energetica, che da anni – insieme col compianto Antonio D’Acunto – come Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità [iii] stiamo perseguendo con creatività e tenacia, per affermare appunto quella che abbiamo chiamato “Civiltà del Sole”. Nell’appello non si accenna neppure all’enorme potenziale – ecologico ma anche economico – di una netta svolta verso il solare e le altre fonti energetiche rinnovabili, né mi sembra di leggervi un sia pur vago cenno alla prima decisione da assumere se si vuole davvero ‘cambiare verso’, quella cioè di gettare a mare il modello attuale di sviluppo – iniquo ed energivoro – per imboccare risolutamente la strada della ‘decrescita felice’, eliminando sprechi e consumismo e recuperando la dimensione comunitaria, solidale e nonviolenta della società. [iv]

Syriza_2007_forestsNon ho incontrato neppure un riferimento chiaro ed esplicito ad uno dei peggiori reati politici che abbiano colpito la Campania, quel ‘biocidio’ in nome del quale pur erano scesi in piazza centinaia di migliaia di cittadini, ma che sembra ormai derubricato ad esclusiva competenza dei giudici antimafia e dei dipartimenti ambientali e sanitari, in vista dell’auspicata bonifica delle terre avvelenate dai rifiuti e dai roghi. Anche quando si parla di questioni ambientali, d’altra parte, la dimensione resta antropocentrica e non si avverte alcun reale interesse per la gravissima perdita di biodiversità (vegetale, animale ed anche culturale) che è invece una delle ricchezze della Campania.

Contrastare il “blocco di potere rappresentato dalla destra di Caldoro e dal PD” oppure opporsi, giustamente, al populismo razzista ed antimeridionalista di Salvini, sono affermazioni ovviamente sottoscrivibili, ma rischiano di restare battaglie di retroguardia, prive di un messaggio realmente alternativo, capace di accendere nei cittadini la speranza in un modo profondamente diverso di gestire la regione d’Italia che è terza per numero di abitanti e prima per densità abitativa. Quella Campania che, viceversa, potrebbe diventare non solo il centro di riscossa di un Meridione capace di recuperare la propria dignità culturale e sociale, ma anche la capitale della‘Civiltà del Sole’, i cui i pilastri sono nella scelta di fonti energetiche pulite diffuse e che non creano dipendenza, nel perseguimento del decentramento energetico, nella salvaguardia e valorizzazione della biodiversità e nella costruzione di un modello di sviluppo e di lavoro a misura d’uomo, ma anche compatibile con i delicati equilibri ecologici.

Concludo questa mia riflessione con le ispirate parole del carissimo Antonio D’Acunto, nella speranza che questo suo messaggio sappia farci uscire dalla banalità della politics e ci apra alla grandezza della Policy.

«Ma qui c’è anche l’assoluta necessità, che è anche la ragione ideale dei valori e  delle aspirazioni,  di un progetto politico  radicalmente alternativo al renzismo. Un progetto che, proprio perché parte dall’Ecologia e dalle sue leggi, affronta la crisi di oggi nelle cause di fondo che l’hanno generata, ricreando le condizioni per il benessere dell’Umanità nella sua globalità e del Pianeta, nell’infinita sua Biodiversità e Bellezza. Un progetto che parte dalla ricerca costante di  scelte e tecnologie per soddisfare i bisogni di oggi, che non solo non sottraggono valori al futuro, ma generano al contrario potenziali arricchimenti, cioè una Civiltà del Sole e della Biodiversità, costruita sull’Amore ed il Rispetto per il Pianeta,  per la sua Bellezza, e per  le sue forme di Vita,  e conseguentemente della sua limitatezza e delle necessità che essa impone; rinnovabilità e rigenerazione per ogni attività umana.» [v]

[i] http://contropiano.org/articoli/item/28497

[ii] http://syriza.net.gr/index.php/en/

[iii] http://www.laciviltadelsole.org

[iv] https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/06/08/ecosocialismo-si-grazie/

[v]  Antonio D’Acunto, Un soggetto politico eco-progressista http://www.laciviltadelsole.org/interventi–documenti.html

BIODIVER…CITTA’: un approccio ecosociale

biodiversita'Molto spesso la lingua inglese , con la sua natura sintetica e la tendenza ad usare acronimi, riesce ad essere particolarmente efficace sul piano comunicativo. E’ il caso della sigla LAB che, oltre a richiamare il vocabolo che indica in modo abbreviato le attività di ‘laboratorio’, è anche l’acronimo di “Local Action for Biodiversity”, ossia “Azione Locale per la Biodiversità”.

Si tratta di un’espressione che nella nostra lingua suona decisamente nuova, dal momento che – oltre a sentir parlare molto poco di biodiversità – noi italiani siamo purtroppo abituati a considerare simili  questioni ambientali come un oggetto riservato agli studiosi, ai ricercatori, non certamente alla gente comune.  Ecco perché unire il concetto di “biodiversità” col sostantivo “azione” e con l’attributo “locale” potrebbe ancora apparire strano a chi – nonostante in Italia ci sia da quasi 30 anni un movimento ‘verde’ ed un diffuso associazionismo ambientalista – non riesce ancora a coniugare il pensiero ecologista con un reale ed effettivo coinvolgimento delle persone che non siano ‘addette ai lavori’ o politici di professione.

La citata sigla LAB, è il caso di precisare, è una di quelle usate da una realtà organizzativa che in Italia non ha un preciso corrispettivo, ossia un’autorevole rete associativa internazionale di città ed governi locali che persegue uno sviluppo ecologicamente sostenibile, denominata ICLEI. (www.iclei.org ). Il fatto che i suoi aderenti siano degli amministratori locali ed i suoi animatori degli scienziati, d’altra parte, non significa affatto che essi dialoghino tra loro in politichese o in gergo accademico – come potrebbe facilmente succedere dalle parti nostre… – ma, al contrario, comporta un notevole sforzo comunicativo per coinvolgere la gente, i cittadini, a comprendere l’importanza della biodiversità non come astratto concetto ecologico, bensì come valore fondamentale per la vita umana e per la salvaguardia del Pianeta.

Aggiungo che all’ICLEI non si tratta della biodiversità nella consueta chiave protezionista e conservazionista di chi continua e contrapporre romanticamente la “natura” alla “civiltà” urbana e tecnologica, ma si sfida concretamente quest’ultima a cambiare rotta ed a farsi carico della tutela dei valori ambientali e della diversità biologica. Ritengo quindi che valga la pena approfondirne la strategia, proprio perché sono convinto che a noi italiani farebbe bene un approccio più pratico ed immediato a tale questione, per evitare che essa – nella persistente contrapposizione fra ‘apocalittici’ e ‘integrati’ di cui parlava Umberto Eco mezzo secolo fa – continui a figurare agli ultimi posti delle agende non solo dei politici, ma anche degli educatori e di chi ‘fa opinione’.

Basta visitare il sito web dell’ICLEI per rendersi conto di quanto siamo rimasti indietro e di quanto terreno dovremmo recuperare sul piano del coinvolgimento diretto dei cittadini nelle battaglie per la difesa della biodiversità dall’attacco di uno sviluppo distorto e predatorio, oltre che iniquo e causa di crescenti conflitti. Mentre da noi si continua a discuterne sulle riviste specializzate ed a discettarne in pomposi convegni autoreferenziali, in altre realtà europee e di altri continenti, a partire dall’Africa, la biodiversità minacciata ed i suoi valori sono diventati tema di progetti che investono direttamente le comunità locali. Alcuni di quelli compresi nell’azione dell’ICLEI, infatti, parlano di città “sostenibili” e “resilienti”, mentre l’unica espressione (peraltro un po’ equivoca) che ha trovato spazio tra i nostri amministratori locali è quella di “Smart Cities”.  Il fatto è che non ci bastano città più “intelligenti” (nel senso di governate con un po’ più di razionalità, con meno sprechi e dotate di infrastrutture più efficienti), ma piuttosto ci vogliono città che, pur preoccupandosi anche di una mobilità eco-sostenibile e di una riduzione dei consumi energetici e dei rifiuti urbani,  sappiano invertire l’assurda tendenza a considerarsi estranee alle leggi della biologia ed ai suoi delicati equilibri.

Bisogna smetterla con una visione antropocentrica dell’ambientalismo,  che continua ad alimentare l’equivoco – insito peraltro nel termine stesso – secondo il quale l’ambiente è ciò che ci circonda (‘amfì’ è una preposizione greca che significa ‘intorno’, ‘da una parte e dall’altra’, proprio come il francese ‘environ’ ). Esso, infatti, non è una realtà estranea che ci sta attorno, ma qualcosa di cui noi stessi facciamo parte e da cui dipendiamo strettamente.  Parlare di biodiversità prima di aver superato questo equivoco – purtroppo alimentato per secoli da una visione filosofico-religiosa antropocentrista – rischia di restare un appello moralistico ed astratto, proprio in una fase storica dominata da un pensiero edonistico ed individualistico, nel  quale il concetto di ‘responsabilità’ sta pericolosamente uscendo fuori corso.

Al contrario, impostare la salvaguardia della biodiversità come una azione locale per la sostenibilità ambientale è un approccio sicuramente più coinvolgente, che investe anche chi vive in città in una battaglia comune contro in concetto errato di ‘civiltà’, che comporta non solo la perdita della diversità biologica, ma anche di quella culturale.

Certo, anche da noi si è parlato di “Agenda 21” e di altri progetti finalizzati a rendere i cittadini più attenti e responsabili rispetto alle scelte dei loro amministratori ed a farli diventare protagonisti di una pianificazione più democratica ed ecologicamente coerente.  Sta di fatto, però, che molte di questa azioni formative sono state episodiche, scarsamente coinvolgenti e – lasciatemelo dire – spesso solo di facciata, come un fiore all’occhiello di una giacca sporca e sdrucita.

Ecco perché mi sembra opportuno ripartire, sul modello dell’ICLEI, mettendo in rete gli enti locali, le organizzazioni non governative internazionali, le associazioni ambientaliste e singoli comitati locali di cittadini.  Per fare questo, però, occorrono strategie comunicative più efficaci ed azioni formative più diffuse e coordinate, facendo scendere la discussione sulla biodiversità dall’empireo dei convegni scientifici. Essa infatti dovrebbe animare anche i dibattiti quotidiani della gente comune, che forse non sa quante specie di farfalle sono sparite, ma si accorge che sono scomparsi alcune varietà locali di frutta o che i pomidoro sembrano ormai fabbricati in serie…

Uno dei progetti più originali e stimolanti dell’ICLEI, a mio avviso, si chiama “BiodiverCity” (provo a tradurlo con BiodiverCittà”), che potrebbe essere un modello d’azione anche per realtà come la mia Associazione, denominata  “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” , che ha tra le sue finalità proprio la crescita della consapevolezza dei cittadini nei confronti di un modello alternativo di sviluppo e di città, in cui le risorse naturali ed il territorio stesso siano al centro di una pianificazione energetica e produttiva attenta ai bisogni umani ma anche agli equilibri ecologici. 

E’ per questo motivo che, da più di due anni, oltre ad aver proposto e fatto approvare alla Regione Campania una legge popolare che mettesse al centro il solare e le rinnovabili nella prospettiva di una vera “Civiltà del Sole”, stiamo tuttora operando affinché questa non sia una crociata da ambientalisti per gli ambientalisti, ma investa la comunità locale e la sensibilizzi a questa problematica.  La conoscenza e valorizzazione della biodiversità come valore non negoziabile, infatti, non può che andare di pari passo con una diffusione di un modello energetico che sappia usare il sole e le altre fonti energetiche rinnovabili come il motore di uno sviluppo democratico, equo ed autocentrato , opposto a quello centralizzato dei potentati economici e dei monopoli commerciali che hanno finora controllato la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e delle altre forme collaterali.

Basta curiosare nel sito dell’ICLEI per imbattersi in alcuni strumenti operativi molto importanti ed efficaci, come quell’ “indice di biodiversità urbana”  che potrebbe essere da subito sperimentato in una grande e problematica città come Napoli, nella quale noi operiamo  e con la cui amministrazione comunale è in atto un dialogo che sembra dare i primi frutti. (http://archive.iclei.org/fileadmin/template/project_templates/localactionbiodiversity/user_upload/LAB_Files/Resources_webpage/CBI_webinar.pdf

Si tratta di tener conto di una ventina d’indicatori socio-ambientali, per monitorare lo stato di biodiversità urbana di una città e per impostare un progetto che possa invertire la tendenza alla sua scomparsa, promuovendo azioni di recupero e valorizzazione delle preziose risorse ambientali di cui, quasi sempre, i cittadini non sono neppure consapevoli.  Ci sono ovviamente alcuni parametri strettamente scientifici da considerare, come il rapporto tra le residue aree naturali ed il totale della superficie urbana, oppure il censimento delle specie di uccelli ancora presenti, o anche della presenza di specie arboree aliene di tipo invasivo. Sono però presenti però anche altri importanti parametri di valutazione di tipo socio-culturale, fra cui la presenza in città di servizi ricreativi ed educativi, il finanziamento di progetti formativi specifici e, non ultima, la capacità dell’amministrazione di promuovere un’effettiva partecipazione e cooperazione da parte dei propri cittadini.

Anche per noi della “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” questi strumenti operativi potrebbero essere fondamentali per un’azione congiunta con le amministrazioni locali della nostra regione, in primis del comune di Napoli. Ma l’indispensabile dialogo con le istituzioni territoriali e centrali, con le realtà accademiche e della ricerca e con le altre organizzazioni nazionali ed internazionali non può far passare in secondo piano quella che, secondo me, è l’azione fondamentale per un’associazione come la nostra.  All’ICLEI, forti della loro esperienza operativa e della sintesi della lingua inglese, l’hanno chiamata con la sigla CEPA, che contraddistingue una delle sue Commissioni. Si tratta dell’acronimo delle parole “Communication, Education and Public Awareness “, traducibili con “Comunicazione, Formazione e Sensibilizzazione Pubblica”.  Come spiega la sezione del sito web dell’ICLEI dedicata a questo aspetto dell’azione locale per la biodiversità: http://www.iclei.org/en/search/details.html?tx_ttnews[tt_news]=3161 =

“Il progetto CEPA si concentra sul rafforzamento dei legami tra biodiversità e comunicazione, formazione e sensibilizzazione pubblica a livello locale. Il CEPA gioca un ruolo importante nel perseguire la cooperazione e la collaborazione sia degli individui sia delle organizzazioni, per operare nel senso della riduzione della perdita di biodiversità. Non basta parlare alla gente della biodiversità e delle minacce che essa deve affrontare per portarsi verso un cambiamento positivo. I cambiamenti richiesti non riguardano una scelta individuale razionale, ma richiedono anche quelli nel campo della biodiversità, a cominciare da un modo differente di pensare nell’ambito della comunicazione, della formazione e della sensibilizzazione pubblica.”

Anche in questo caso è stato previsto un apposito “evaluation toolkit”, ossia uno strumento pratico di valutazione della consapevolezza della gente in tale ambito. Purtroppo nel nuovo sito dell’ICLEI non si trova più tale riferimento, ma sono certo che anche noi potremmo facilmente elaborarne uno, per verificare nelle nostre città – a partire dalle scuole – quanto la biodiversità sia un concetto realmente assimilato oppure resti un’idea un po’ astratta, che coinvolge poco le nostre scelte quotidiane come persone che lavorano, consumano e si spostano sul territorio.

Noi della RCCSB siamo quindi intenzionati a farne uno dei punti centrali della nostra azione, convinti come siamo che non esistono veri cambiamenti, se essi restano imposti solo per legge e non attraversano anche la coscienza della collettività, interpellando il senso di responsabilità ecologica dei singoli e delle comunità.

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

DA PROMETEO ALLE PROMESSE DEL PROGRESSO

20130112_cna400Il mio amico Antonio D’Acunto ha scritto un interessante e profondo articolo sul mito di Prometeo come metafora del tormentato rapporto fra la Divinità, l’Umanità e gli strumenti – cognitivi e tecnologici – attraverso i quali quest’ultima ha cercato di liberarsi dalla propria condizione di bisogno, dominando la Natura. Lo spunto da cui è partito D’Acunto (v. “Crisi delle invenzioni e il dramma di Prometeo”  ( http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali ) è l’efficace immagine d’un assorto pensatore seduto sulla tazza del WC – apparsa sulla copertina del numero del 12 gennaio 2013 del prestigioso “Economist”. Dal fumetto che gli esce dalla testa, infatti, spunta un interrogativo ben preciso: “Inventeremo mai qualcosa che sia ancora così utile?” ed il parallelo col mitico Titano è richiamata anche dall’evidente somiglianza del nerboruto pensatore con quella del Prometeo raffigurato nel quadro di O. Greiner, che ho riportato più sotto.

La mia inveterata passione per le etimologie mi porta ora a soffermarmi dapprima sul significato del nome di colui che rubò il fuoco a Zeus per restituire tale risorsa gli uomini, ma anche su quello di suo fratello Epimeteo. Entrambi derivano, infatti, dallo stesso verbo greco (“manthàno” = imparare) ed i due prefissi preposizionali “pro-” (prima) e “epì-”) ne indicano appunto le caratteristiche. Prometeo è “previdente” e “riflessivo” perché “pensa prima”, mentre Epimeteo pensa e si comporta diversamente, accettando sconsideratamente il vendicativo dono di Zeus.  Nel suo riferimento al mito esiodo-eschileo di Prometeo – al tempo stesso creatore dell’Umanità e suo liberatore dalla schiavitù del bisogno e della fragilità –  l’articolo di D’Acunto non cita però un terzo importante personaggio mitico. Si tratta di Pandora, le bellissima e curiosa fanciulla che della vendetta di Zeus contro il “furto” compiuto da Prometeo sarà appunto lo strumento. La liberazione del Titano da parte di Eracle aveva fatto infuriare ulteriormente la divinità suprema, per cui fu proprio per la sua superficiale sbadataggine che Epimeteo  – sebbene fosse già stato avvisato dal previdente fratello – accolse in sposa Pandora ed il velenoso regalo di cui era inconsapevole portatrice. E fu così che ella (a dispetto del suo nome che significa: “tutti i doni” ), vinta da insana curiosità, aprì il vaso per cui è ricordata, che però avrebbe dovuto restare chiuso, facendone fuoruscire tutti i mali del mondo:

170px-Otto_Greiner_-_Prometheus“Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Sola lì rimase Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio, né se ne volò fuori; ché Pandora prima ricoprì la giara, per volere dell’egioco Zeus, adunatore dei nembi. E altri mali, infiniti, vanno errando fra gli uomini….” (Esiodo, Le opere e i giorni)

L’articolo di D’Acunto è un’ottima riflessione su un antichissimo mito pagano, nel quale si sono riflessi secoli di pensiero religioso successivo, adombrando nella figura di Prometeo la ribellione della più perfetta creatura a Colui che l’aveva creato, e quindi la “hybris” che l’aveva spinta ad un’orgogliosa tracotanza, provocando la divina “némesis” (vendetta, punizione). In questa visione, la Divinità difenderebbe gelosamente le proprie prerogative dall’invadenza arrogante dell’umanità, ma non occorre un’interpretazione psicoanalitica per comprendere che si tratta di un’evidente proiezione da parte del figlio-creatura nei confronti del padre-creatore, al quale vengono attribuite le peggiori caratteristiche dell’animo umano, come la gelosia, l’avidità e la diffidenza. Non sembra un caso, quindi, che lo studioso francese abbia parlato esplicitamente del « complesso di Prometeo », definito come la tendenza ad opporsi ai propri padri e maestri per diventare come loro e più di loro, configurando tale sindrome psichica come « …il complesso d’Edipo della vita intellettuale »  (Gaston Bachelard, La Psychanalyse du feu, 1re éd. 1938, éd. Gallimard, 1949).

L’interpretazione di D’Acunto ci porta invece a scorgere dietro questo antico mito la drammatica situazione di un’Umanità cui la Natura viene contrapposta, ma che si sforza ugualmente di scoprirla e di farla propria alleata.

“…Prometeo che  accende nell’Olimpo la prima torcia della Umanità  dal Carro del Sole, come ci viene raccontato da Eschilo ….non è  un Dio potente come Zeus,  è un Titano, allo stesso tempo un semidio ed un superuomo che plasma l’Uomo stesso con il fango   e che perciò lo  considera sua creatura e l’ama e gli dà la conoscenza del cuore  del suo progresso:  il fuoco. Il dramma della sofferenza e della liberazione di  Prometeo diviene così il dramma della Umanità e  l’interpretazione di tale dramma, soprattutto poetica e filosofica, esprime la  manifestazione  del Pensare dell’Uomo rispetto alla esplorazione cognitiva della Natura, all’applicazione di tali conoscenze e alla Natura stessa…” (D’Acunto, op. cit.)

Il matrimonio fra Prometeo liberato ed Asia (una delle ninfe Oceanine che, secondo altre fonti, sarebbe invece sua madre…) è interpretato romanticamente nel poema omonimo di P. B. Shelley come l’auspicabile e felice riconciliazione tra uomo e natura, che darà inizio ad un regno di bene e di amore. In questo senso, la figura femminile di Asia si contrapporrebbe a quella di Pandora, in quanto ricostruirebbe l’armonia fra umanità e realtà naturale che la seconda invece avrebbe compromesso con le sciagure uscite dal suo temibile vaso.

Credo che il nodo della questione stia proprio qui, in questa continua antinomia fra una visione provvidenziale e benefica della Natura ed una che, viceversa, la teme come fonte di mali d’ogni tipo e come forza ostile da controllare e dominare. La natura matrigna ed estranea dell’ultimo Leopardi del c.d. “pessimismo cosmico” è la visione più tragica di questa ricerca di senso nella realtà, che troppo spesso ha lasciato l’uomo sospeso fra la disperazione di chi ha rinunciato a scorgervi qualcosa di buono ed il titanismo di chi vorrebbe invece sfidare il Creatore, interpretando i limiti imposti come una sorta di schiavitù da cui liberarsi.

La riflessione di D’Acunto, pur da laico, si allarga quindi ad una prospettiva sulla quale mi sono già soffermato più volte, cioè una visione che sappia riconciliare l’Uomo con la Natura, a partire dalla scoperta dei delicati equilibri che la governano e che stanno alla base di ciò che Giovanni XXIII definiva “un ordine stupendo” nell’enciclica “Pacem in terris” citata nell’articolo. La grandezza umana, secondo le parole del Papa, consisterebbe nella sua capacità di “…scopr[ire] tale ordine e crea[re] gli strumenti idonei per impadronirsi di quelle forze e volgerle a suo servizio”. Ne risulta un’impostazione che non vede affatto nel Progresso una minaccia alla fedeltà dell’uomo al suo Creatore, bensì una legittima ricerca di un bene comune e condiviso.

In tale prospettiva, anche il mitologico conflitto tra Zeus e Prometeo – afferma D’Acunto – potrebbe essere interpretata come: “la dialettica esistenziale  tra le  ragioni di Prometeo nel dono agli Uomini per il suo progresso e quelle di Zeus per le conseguenze di tale dono…” (ibidem), tenuto conto del fatto che, in nome dello stesso progresso, l’Umanità ha troppo spesso percorso una strada che non porta al miglioramento della sua vita, ma piuttosto a profonde ingiustizie, gravi alterazione degli equilibri ecologici ed al degrado del suo stesso ambiente. E’ questo atteggiamento avido e predatorio che ha portato gli uomini a trasformare la stessa Natura da scrigno di tutti i doni (pan-dora) a vaso infido, dal quale sono uscite e scaturiscono ancora immani sciagure per tutto il genere umano.

La soluzione che si propone nell’articolo è la ricerca di una saggia conciliazione tra le esigenze dell’avanzamento umano e quelle d’un ambiente che ha dei limiti naturali, che sono posti a garanzia della sua stessa conservazione,  Ci vuole, auspica d’Acunto: “…un Umanesimo capace di orientare,  interpretare e rapportare  scienza, ricerca, innovazione, tecnologia, e conseguentemente economia, produzione e lavoro  al progresso vero della intera Umanità,  di oggi e del futuro, alla Sacralità e al conseguente incondizionato Amore per la Terra e per la Sua Biodiversità ”.  Da credente, il mio approccio al dilemma posto è ovviamente diverso, pur apprezzando profondamente una simile impostazione, che – pur laicamente – riconosce la “sacralità” del mondo vivente e ne difende con passione la preziosa “biodiversità”, nel cui nome Antonio ed io ci sentiamo accomunati.

Un approccio eco-teologico alla questione deve ovviamente essere più specifico ed articolato e, da parte mia, mi sono sforzato di portare avanti questa riflessione con tre miei contributi, dedicati rispettivamente alla visione “creaturale” di San Francesco (“Laude della Biodiversità del 2005), alla Carità cosmica a partire dalla rilettura d’una lettera di san Paolo (“Adàm-Adamah: un’Agàpe cosmica” del 2008, ed alla visione del rapporto Dio-Uomo-Terra che emerge dai Salmi biblici (“Il Salmo del Creato” del 2009).  E’ da quest’ultimo saggio che risulta con più evidenza come una visione eco-teologica non sia affatto una “stranezza” modernista da guardare con diffidenza, ma piuttosto la logica impostazione di chi ritrova la saggia prospettiva della riconciliazione tra Adamo e Adamah (la Terra) nel riconoscimento della comune creaturalità già nell’Antico Testamento, ancor prima della “buona notizia” della salvezza di Cristo, apportatrice della vera liberazione dell’uomo. Ecco perché la strada da perseguire, a mio avviso, era e resta quella di una ricerca di una perduta armonia per cui, come scrivevo in quel saggio:

 “…occorre una vera conversione (ebr. “shuv”) , un’inversione di rotta, che costituisca un “ritorno” al rispetto della volontà divina, consentendoci in tal modo di fare la pace con il Creatore e, francescanamente, di stabilire una relazione fraterna con tutte le sue creature” (“Adàm-Adamàh…”, cit. p.8).

Solo così – in una prospettiva di fede ma anche di rispetto – potremo guardare positivamente  all’invenzione umana, come ci suggerisce D’Acunto, cogliendo l’infinita bellezza della Natura e “godendo del Suo universale abbraccio” (ibidem).

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )