RESPONSABILITA’ VS RASSEGNAZIONE (1)

imagesE’ da un po’ che mi sento poco stimolato a scrivere qualcosa. Eppure gli argomenti e gli spunti non mancano, come sa bene chi voglia dare almeno un’occhiata ai quotidiani e non sia del tutto “out” rispetto ad una serie di fatti di cronaca, politica e non, che i media ci sbattono in faccia. Quello che sembra essere sopravvenuto, nel mio caso, non è disinteresse per ciò che sta capitando, semmai una specie di saturazione, stanchezza e fastidio per una realtà che avverto sempre più lontana ed ostica. Una sorta di rigetto verso il miscuglio di malignità e d’imbecillità che sembra caratterizzare il nostro tempo, dal quale il futuro sembra essere stato bandito e la responsabilità cancellata.
Lo so, è una valutazione pesante. Ma il fatto di essere in prima persona coinvolto ed impegnato in ambienti e situazioni molto diverse – la scuola, l’ambientalismo, il lavoro sociale quello nell’ambito della chiesa – se non mi consente impossibili generalizzazioni, mi permette di guardarmi attorno in modo più ampio, ovviamente all’interno del tormentato contesto territoriale ed umano nel quale mi tocca di vivere.
E’ questa, infatti, la prima domanda che sorge spontanea, e non credo solo nella mia testa: è mai possibile che in questo bene/maledetto pizzo della Terra si siano concentrate tutte le contraddizioni, le inefficienze e le malefatte dell’umana specie, vanificando di fatto condizioni ambientali e risorse umane che potrebbero essere considerate ideali? Sui nostri capi pende forse qualche arcana e remota maledizione, visto che tutto sembra andare per il verso contrario, a dispetto di premesse favorevoli?
Ovviamente la situazione è molto più complessa di ciò che appare e certi problemi sono chiaramente sintomo di mali molto più ampi, diffusi e generalizzati. Allo stesso modo, alla faccia del catastrofismo che trasuda dalle cronache, è innegabile l’esistenza d’una realtà alternativa: attiva, laboriosa e combattiva, fatta di tante persone “toste”, che non hanno nessuna intenzione di mollare e che persistono nel loro quotidiano impegno, anche se pochi sembrano accorgersene e se nessuno le gratifica di un qualsiasi riconoscimento.
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RESPONSABILITA’ VS RASSEGNAZIONE (2)

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Sta di fatto, comunque, che svegliarsi ogni giorno in una città come Napoli e dover uscire la mattina per andare a fare (o cercare…) il proprio lavoro è molto più stressante e frustrante di quanto accadrebbe in altri posti dove ogni cosa non costituisce un problema e non si è costretti a cominciare sempre daccapo…
Non mi riferisco a questioni pesantemente strutturali come la disoccupazione endemica, una pervasiva criminalità organizzata oppure la struttura urbanistica asfittica di una città saccheggiata e depredata. Non sto pensando neppure ai terribili rischi sismici e vulcanici che, anche di recente, qualcuno ha voluto sbattere sul muso di troppi distratti ed incoscienti abitanti di un territorio di cui non riescono a diventare davvero cittadini, abituati come sono ad esorcizzare tutti i rischi – dalle catastrofi c.d. naturali agli incidenti sul lavoro – facendo ricorso a rituali scaramantici e rispolverando un fatalismo atavico.
Mi riferisco piuttosto alle quotidiane piaghe che affliggono il corpo di Napoli: il traffico convulso ed irrazionale, l’abusivismo a tutti i livelli, il pressappochismo colpevole di troppi tecnici ed amministratori pubblici, la dispersione scolastica, il caos degli ospedali e le mille altre facce di una precarietà esistenziale assurta a regola di vita ed accompagnata da una generalizzata fuga dalla responsabilità e dal rigore morale.
Eppure non è che manchino stimoli positivi ed appelli autorevoli, a partire da quelli della Chiesa e di tante istituzioni e realtà associative che si spendono quotidianamente per invertire questa tendenza e per prefigurare scenari diversi per le nostre comunità. Fatto sta che esortazioni ed ipotesi alternative non sono sempre accompagnate da azioni continuative e, al tempo stesso, capaci di coinvolgere sempre più persone in un processo di cambiamento che tutti sembrano ritenere necessario, ma non per questo riesce a diventare una prospettiva credibile e concreta.
Che fare allora? Non esistono certo formule né ricette valide e sicure, ma penso sia evidente che il primo elemento sul quale occorre far leva è il richiamo alla dignità, personale e collettiva, di chi non si sia rassegnato definitivamente a tale situazione. E’ un po’ come quando un insegnante deve darsi una strategia educativo-didattica per affrontare i sempre più frequenti casi in cui alunni/e provino un autentico rifiuto della scuola, per le sue regole, per le sue proposte e per i suoi valori.
E’ inutile ricorrere a prediche, minacce o lusinghe: il contrasto è troppo marcato ma, d’altra parte, non è possibile che la scuola rinunci al suo compito formativo o, peggio, si rassegni ad inseguire la realtà, magari ricorrendo a segnali ambivalenti. Il primo passo non può essere che quello della disponibilità e dell’apertura alle esigenze di questi minori ed al loro disagio. Ma poi bisogna trovare il modo per riattivare le loro risorse personali ed il senso di autostima di ciascuno/a, proprio perché la dignità è la base per un comportamento più autonomo e responsabile, e nel contempo meno condizionato da un ambiente sfavorevole e malsano.
Allo stesso modo, probabilmente, bisognerebbe affrontare le problematiche della nostra città, cominciando a restituire ai suoi abitanti la dignità di cittadini che contano, che sono interpellati prima di decidere, che non debbano sentirsi né blanditi né minacciati, ma autenticamente serviti da chi si è proposto per rappresentarli ed amministrarli. Ecco perché la responsabilità personale ed il senso della comunità restano obiettivi irrinunciabili per un uscire dalla palude della rassegnazione e recuperare la speranza in un futuro possibile.

© 2010 ERMETE FERRARO

“ALLAHU AHBAR” !

gheddafi 
Cerco d’immaginare cosa pensava il nostro beneamato Capo del Governo mentre l’altro giorno, tutto impettito accanto al Raìs avvolto nella galabeya color caki, ascoltava la fanfara intonare, dopo “Fratelli d’Italia”, l’inno nazionale libico “Allahu ahbar”.
Chissà se gli sarà passato per la testa, occupata da ben altri pensieri, di chiedere a qualcuno la traduzione di quella composizione, a metà fra la marcia trionfale dell’Aida ed un inno religioso, al punto tale da intitolarsi con la solenne invocazione con la quale inizia l’orazione di ogni buon musulmano: “Dio è grande”. Oddìo, Berlusconi si trovava lì a Tripoli, irrigidito accanto a Gheddafi, non certo per approfondire aspetti culturali o musicali, ma solo per ribadire solennemente l’accordo italo-libico di un anno fa. Ma se la sua mente avesse potuto per un attimo pensare ad altro che ai business  che questo accordo comporta, avrebbe forse compreso anche meglio l’importanza storica della sua “missione”. 
Per carità, tutti gli inni nazionali sono un imbarazzante impasto di retorica nazionalista e bellicista, compreso naturalmente il nostro, con i suoi “elmi di Scipio”, le sue “coorti” dove si stringe gente “pronta alla morte”ed i suoi “bimbi d’Italia chiamati Balilla”, misti ad echi storici, da Legnano ai Vespri siciliani. Sta di fatto che l’inno libico è ancora più esplicito nella sua proclamazione fideistico-nazionalista, soprattutto in alcuni passaggi del testo, dove Allah viene tirato in ballo come colui che “sta al di sopra degli inganni degli aggressori”, essendo “il miglior aiuto per gli oppressi”. Ecco perché il popolo “difenderà il suo Paese con la fede e con le armi”.
L’inno prosegue così: “L’esercito nemico sta giungendo / con l’intenzione di distruggermi / Io lo combatterò con la fede e con le armi / e se sarò ucciso, lo porterò alla morte con me…!”.  Il testo si chiude con un altro appello contro il “nemico”, poiché “Allah è al di sopra del minaccioso invasore”.
Beh, se per caso Allah si distraesse un po’ dalla sua funzione di protezione contro i nemici, sta di fatto che da molti anni ci sta pensando Gheddafi ad accumulare quelle “armi” che l’inno nazionale libico pone non a caso accanto alla fede… Come si dice: fidarsi è bene, ma con missili, elicotteri, tank, cannoni e bombardieri le cose vanno meglio!
Ecco perché l’attuale governo (come già accaduto nel recente passato…) si sta adoperando un sacco per agevolare il lucroso affare della vendita alla Libia di armamenti leggeri e pesanti, sia per difendere il suo suolo dagli “aggressori” e dai “minacciosi invasori” che vorrebbero “distruggerla”, ma anche per consentire ai nostri amici libici di realizzare a loro volta qualche affaruccio, rivendendo a vari stati africani in guerra vecchi kalashnikov ed altre armi di seconda mano.   Il documentato servizio pubblicato da l’Espresso chiarisce questo “doppio gioco” che vede un bel po’ di nostri connazionali fare i piazzisti di armi, alimentando i bagni di sangue nel continente africano e consentendo al regime libico di esigere laute tangenti su questi affari.
Ma non è tanto la cosiddetta “tangentopoli a Tripoli” dell’articolo di Gianluca de Feo e Stefania Mau che ci scandalizza di più – abituati come siamo alle nostre – quanto l’intreccio fra questo infame commercio di morte e la sciagurata vicenda del ping-pong d’immigrati “clandestini” fra Libia ed Italia. L’organizzazione libica più importante che dovrebbe difendere i diritti umani di questa povera gente, assistendo gli immigrati che transitano per la Libia, ha per presidente un tizio che sembra aver fatto da intermediario alle frequenti spedizioni di armi dall’Italia verso quel paese, ma con destinazione effettiva altri stati africani in guerra…
“Allah è il miglior aiuto per gli oppressi!” – proclama l’inno libico – e non possiamo che essere d’accordo, visto che resta forse l’unica loro speranza, dal momento che essi – immigrati e profughi compresi – non possono aspettarsi un grande aiuto dal regime di Gheddafi, dalle politiche di “respingimento” in salsa leghista e dagli stessi organismi internazionali per i rifugiati, che spesso brillano per la loro inettitudine pratica…
Sì, “Allah è grande”, ma la rivoltante ipocrisia dei nostri politici sembra ancora più grande!

CLAN-DESTINATI A GRANDI COSE…

pacchetto-sicurezzaSmFinalmente! Il “paccotto sicurezza” è stato approvato, con le sue indispensabili restrizioni verso immigrati, dissidenti, accattoni e chiunque minacci la nostra tranquillità di persone perbene, che vogliono restare “sicure” (da lat. Se + cura, cioè “senza preoccupazioni”).

Eggià, perché quale preoccupazione potrà più turbarci, ora che sarà fatta piazza pulita degli immigrati clandestini, dei “writers” e di altri sediziosi del genere?  Di cosa dovremo più darci pensiero ora che le nostre strade saranno presidiate – oltre che da polizia, carabinieri, guardie di finanza, agenti della municipale, vigilantes e militari in assetto di combattimento – anche dalle nuove “ronde” civiche e da agguerrite signore armate di spray al peperoncino?
Si sa, una “ronda non fa primavera”, però è innegabile che la qualità della nostra vita quotidiana subirà un netto miglioramento, senza tante fastidiose presenze tra i piedi, tra cui gli immancabili zingari che, oltre a mendicare ed a suonare strazianti melodie con la fisarmonica, vanno perfino a ficcarsi nel bel mezzo delle ordinarie sparatorie fra camorristi nostrani…
Oddìo, basta girare per il centro antico di Napoli per rendersi conto che ad ogni “puntone di vico” c’era già una regolare “ronda” autogestita delle “famiglie” dominanti su quel territorio, senz’altro più attiva ed efficiente di dozzine di postazioni di telecamere per la “videosorveglianza”, sorte come funghi nelle strade ma sulla cui funzionalità nessuno metterebbe la mano sul fuoco…
Però adesso che è stato approvato il “paccotto sicurezza” possiamo stare davvero tranquilli. Qualcuno ha mormorato che il governo Berlusconi l’ha dovuto fare perché aveva le mani “Legate”, ma sono solo stupide provocazioni di chi si ostina a proteggere clandestini e sediziosi, pur sapendo che questo minaccia la “homeland security”.  Pensate: c’è gente che addirittura vorrebbe liberamente manifestare contro centrali nucleari e discariche di rifiuti, contro basi militari ed inceneritori, come se esprimere il dissenso e fare resistenza civile fossero diritti!
Tié! Beccatevi questa manganellata o, a scelta, una spruzzata di peperoncino o un candelotto lacrimogeno… Basta col buonismo catto-comunista! Ci voleva un po’ di sano cattivismo “celodurista” contro tutti quelli che tramano di nascosto (lat. “clam”, da cui “clan-destinus”) contro chi pensa solo alla libertà del popolo e soprattutto al “popolo della libertà”.
E poi, che figura vorrebbero farci fare con i “Grandi della Terra” che si riuniranno proprio qui da noi, sotto l’egida del nostro Primo Premier? Figurarsi se, anche in questo caso, i soliti disfattisti catto-comunisti si sono lasciati sfuggire l’occasione per gridare allo scandalo, solo perché il governo ha stanziato 400 milioni di euro per lo svolgimento del G8, mentre per la lotta contro la fame e la miseria nel mondo ha sganciato soltanto 321,8 milioni…
Ma che razza di ragionamenti sono questi? Volete mettere un evento storico come il G8 all’Aquila (ex La Maddalena…) con la malnutrizione infantile o le condizioni di vita sub-umane di alcune regioni della Terra?   I “clan” degli otto leaders mondiali, coloro da cui dipendono i “destini” di tutti noi, mica potevamo ospitarli in un motel e sfamarli in un autogrill !  
E poi, che cosa c’entrano i 321 milioni di euro destinati alla lotta alla fame nel mondo con questi discorsi di ben altro livello? Dice: però per le spese militari l’Italia ha speso nel 2008 ben 40,6 miliardi di dollari, piazzandosi all’ottavo posto in classifica… Ebbé, non siamo forse nel G8 ? E allora non possiamo mica fare i pidocchiosi proprio con le spese per la “difesa”; anzi, siamo orgogliosi che la Finmeccanica si sia piazzata al 9° posto a livello mondiale per le vendite di armi, con transazioni commerciali per 9.850 milioni di dollari ed un profitto di 713 milioni di dollari!
La verità è che il disfattismo dei catto-comunisti vuole soltanto gettare fango sul governo e sostiene per questo chi mina alle basi la democrazia e la sicurezza nazionale: lavavetri rumeni, venditori senegalesi di CD, zingari suonatori ambulanti e graffitari impenitenti!
Ma noi, i veri Italiani, ce ne freghiamo di queste provocazioni e andiamo avanti senza esitazioni, perché, lo sappiamo bene, siamo clan-destinati a Grandi Cose !

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SOSTIENE CALISE…

                                                    di  Ermete FERRARO 

Nel suo articolo di fondo su IL MATTINO di domenica 4 maggio, Mauro Calise offre ai lettori una serie di spiegazioni sul "perché la sinistra arretra", a partire dal crollo del partito laburista britannico alle ultime amministrative, in cui scorge un parallelismo con la débacle del centrosinistra in Italia, seguita dal passaggio del Comune di Roma – come ora succede nella City of London – nelle mani di un esponente della destra.

Se un po’ tutta l’Europa, eccezion fatta per la Spagna di Zapatero, sta passando bruscamente, ma nettamente, a governi ed amministrazioni locali conservatrici o peggio, sostiene Calise, non basta prendersela coi pur evidenti errori dei leaders, dimostratisi incapaci "d’intercettare i mutamenti nel clima di opinione e nella base sociale dei rispettivi paesi". C’è qualcosa di più profondo ed importante, dice, e passa ad elencare le cause della disfatta di quelle socialdemocrazie europee che, 15 anni fa, avevano invece interrotto il decennio conservatore dominato dall’asse Reagan-Tatcher.

Il primo fattore- sostiene Calise – sarebbe la scomparsa delle storiche "fratture" socio-economiche su cui si era fondato allora il consenso dei partiti socialisti e socialdemocratici. Il secondo motivo è individuato nel passaggio dalle "salde radici popolari" dei partiti storici alle più "volubili motivazioni populiste" degli elettori attuali. Il terzo, e decisivo, elemento sarebbe infine la ricerca di soluzioni rapide e radicali alle sfide e contraddizioni della globalizzazione, preferibilmente "affidandosi alle qualità taumaturgiche di un leader". Mentre non risulta del tutto estranea alla sinistra storica anche una tendenza latente al populismo, proprio contro lo scoglio della mancanza di una  "leadership autorevole e indiscutibile di un capo" – storica prerogativa della destra – sarebbero invece andate ad infrangersi le coalizioni di centrosinistra in Europa.

Sostiene Calise, insomma, che la sinistra avrebbe perso la sfida con le rinascenti forze di destra sostanzialmente perché: (1) i suoi esponenti non hanno saputo accorgersi che le vecchie barriere ideologico-territoriali sono cadute da un bel po’; (2) sono rimasti radicati ad un modello tradizionale e popolare di partito, in un mondo sempre più caratterizzato dal populismo e, (3) non hanno a disposizione "capi" autorevoli e credibili da contrapporre a quelli esibiti dalla destra, notoriamente più proclive ad affidarsi a "guide" indiscusse.

Confesso che dopo quest’acuta analisi mi sento ancora più confuso di prima. Pensate: nella mia ingenuità ritenevo che la batosta della sinistra italiana fosse imputabile al fatto che, proprio per mimetizzarsi troppo con la realtà circostante, non riuscisse a porsi come credibile ed autentica alternativa ad un sistema economico responsabile, a livello planetario, di catastrofi ecologiche, conflitti bellici e spaventose ingiustizie sociali . E invece no – sostiene Calise – la sinistra ha perso perché è rimasta ancorata alle vecchie ideologie, non si è mostrata abbastanza opportunista e populista e, soprattutto, non ha saputo far leva su autentici "capi", come richiederebbe la realtà attuale, caratterizzata al tempo stesso da "volubili motivazioni" ma portata ad affidarsi a "uomini forti", dotati di un’indiscutibile e taumaturgica leadership.

Pensate: prima credevo addirittura che la sfida del partito democratico al centro-destra fosse fallita perché è piuttosto improbabile, oltre che poco coerente, pretendere di sconfiggere i neoliberisti  proprio sul loro terreno, sbandierando slogan su progresso, ordine e riduzione del peso normativo dello stato, ma finalmente ora capisco che il centro-sinistra ha perso perché non è stato abbastanza bravo ad "intercettare i mutamenti nel clima di opinione e nella base sociale dei rispettivi paesi", un simpatico giro di parole per dire che non è stato sufficientemente trasformista e opportunista.

Figuratevi un po’: mi ero convinto che la vera e propria liquefazione della sinistra comunista ed ambientalista – e della stessa coalizione arcobaleno che pretendeva di rappresentarla – fosse ascrivibile all’assenza di un vero progetto che riuscisse finalmente a far comprendere come giustizia, pace ed ecologia sono ingredienti di un’unica alternativa all’arroganza di quel complesso militare-industriale che non esita a scatenare guerre senza fine pur di salvaguardare a tutti i costi il ruolo di consumatori illimitati e sfrenati detenuto dal 25% del genere umano, a danno del restante 75%.  E invece ecco che Calise lascia intendere che la crisi della sinistra è ormai fatale, visto che – dopo il crollo dei due blocchi di riferimento economico e politico – la sua tradizionale "riserva di caccia…si è ridotta al lumicino", per cui non si comprende più il senso di un’opzione rivoluzionaria, e perfino di quella riformista, in un contesto che, evidentemente, gli appare il migliore dei mondi possibili

Eppure fuori dall’Italia, e perfino nella stessa culla del capitalismo globalizzato, le analisi sono piuttosto diverse, se è vero che l’autorevolissima rivista TIMEfatto rivoluzionario nella sua lunga storia editoriale – è uscita nell’ultimo numero di Aprile contornata di verde – anziché del tradizionale colore rosso – con un’efficace copertina dedicata all’approfondito servizio di Bryan Walsh su: "Come vincere la guerra contro il riscaldamento globale". Ad un futuro più verde e più pulito sono dedicati anche altri servizi dalla Germania, dal Giappone e dagli stessi Stati Uniti d’America, tutti centrati sull’assoluta necessità di dare priorità a scelte inequivocabilmente ed irrevocabilmente volte alla lotta ad un disastro ambientale frutto di scelte sbagliate e miopi.  Mentre da noi i Verdi spariscono quasi del tutto, diluiti in una coalizione che non li ha visti né protagonisti né capaci d’iniziativa, le massime organizzazioni multinazionali – alcune delle quali responsabili di scelte rivelatesi catastrofiche – si stanno spudoratamente dipingendo di verde, cercando di dimostrare che combattere il global warming non equivale affatto a recessione economica, blocco dello sviluppo e degli stessi profitti, perché basta maggiore efficienza e lungimiranza per riparare i danni fatti finora da quello stesso modello di sviluppo.

Prosperità economica ed azioni in difesa dell’ambiente – sostiene il ministro tedesco dell’ambiente- non sarebbero quindi affatto in contraddizione, bensì "mutualmente dipendenti". In nome del "futuro del pianeta", d’altra parte, si sfidano gli stessi contendenti alla nomination presidenziale negli USA, cercando di rimediare a decenni di sdegnoso disinteresse per le conseguenze mondiali di un modello di sviluppo energivoro e consumistico.  Di "Guerra Giusta"  in nome dell’ambiente parla addirittura il Segretario Generale dell’ONU, che nel suo articolo su TIME afferma che un pianeta più verde sarà anche un pianeta più giusto e pacifico, dal momento che "il fondamento della pace e della sicurezza per tutti i popoli sta nella sicurezza economica e sociale, ancorata ad uno sviluppo sostenibile […] Più che mai prima, le soluzioni devono collegare il locale ed il globale".

E allora? A noi Italiani tocca inseguire l’evaporazione delle ideologie classiche in nome del pragmatismo trasformista di una società sempre più priva di riferimenti e convinzioni e sempre più alla ricerca di capi da seguire, oppure cogliere la nuova sensibilità mondiale sui problemi dell’ambiente per rilanciare un’alternativa vera, evitando anche che il cinismo corrente finisca col presentarci Shell, Toyota ed altre multinazionali come i veri leaders di un ambientalismo che promette spudoratamente botti piene e mogli ubriache?  Vogliamo lasciarci trascinare dal provincialismo leghista e neofascista di chi accomuna gli immigrati ed i parassiti meridionali in nome di una riscossa di chi sta bene e vuole stare sempre meglio, alla faccia di chi resta indietro, oppure vogliamo provare nuovamente a ritessere i fili di un progetto di sviluppo più equo e solidale, dove la necessaria scelta della "decrescita" non deve suonare come un inutile autolesionismo, ma piuttosto come una volontà di cambiare davvero le regole del gioco?  Vogliamo forse lasciarci irretire da nuovi, improbabili, "uomini della Provvidenza" che ci rassicurino e ci evitino di scegliere da soli, oppure vogliamo costruire dal basso una nuova democrazia,  più condivisa e partecipativa e fondata sullo spirito comunitario?

A noi la scelta. ma non dimentichiamo mai che il primo principio di una vera ecologia è quello della responsabilità personale e che nessun "capo" né tendenza culturale né organizzazione ci esime dal ragionare con la nostra testa e dal decidere secondo coscienza.

 

MISURA, PROVIDENZIA E MERITANZA…

fedMisura, providenzia e meritanza

Federico II


Misura, providenzia e meritanza
fanno esser l’uomo sagio e conoscente
e ogni nobiltà bon sen[n]’avanza
e ciascuna ric[c]heza fa prudente.       4

Nè di ric[c]heze aver grande abundanza
faria l’omo ch’è vile esser valente,
ma della ordinata costumanza
discende gentileza fra la gente.       8

Omo ch’è posto in alto signoragio
e in riccheze abunda, tosto scende,
credendo fermo stare in signoria.       11

Unde non salti troppo omo ch’è sagio,
per grande alteze che ventura prende,
ma tut[t]ora mantegna cortesia.       14

Estratto da "http://it.wikisource.org/wiki/Misura%2C_providenzia_e_meritanza"

Stamattina, sfogliando in metropolitana l’edizione napoletana del quotidiano “City”, mi sono imbattuto nell’affascinante rappresentazione marmorea di Federico II riportata sopra, forse l’unica che ne riproduca esattamente l’aspetto. Da cittadino dell’infelice Napoli del XXI secolo, di fronte a quello sguardo severo ed aperto al tempo stesso, mi è venuto allora spontaneo chiedermi che diavolo avrebbe pensato quel grande ed illuminato sovrano delle miserande vicende odierne della città dove nel 1224 egli fondò la Universitas Studiorum che ne porta ancora il nome.

Quali considerazioni avrebbe fatto quello che fu denominato stupor mundi di fronte a quella capitale del Mediterraneo, che è stata trasformata in città emblema del malgoverno e della devastazione ambientale? Credo che avrebbe avuto un bel po’ di motivi per stupirsi lui di come si sia riusciti a ridurre Napoli a capitale internazionale della munnezza e del malaffare… L’autore delle Constitutiones Regni Utriusque Siciliae (o "Costituzioni Melfitane") sarebbe rimasto certamente sconcertato nel constatare che perfino il sannitico "maestro giustiziere" del nostro incredibile Stato repubblicano è stato costretto a dare le dimissioni, perchè messo sotto accusa proprio da quei "giustizieri" di cui avrebbe dovuto essere il ministro…

A colpirmi, però, sono stati anche i versi del suo sonetto che ho riportato in apertura, nel quale – lasciando stare per un po’ i temi dell’amor cortese – Federico di Svevia si soffermava invece sulle virtù politiche che riteneva fondamentali, e che ne costituiscono il titolo: "Misura, providenzia e meritanza". Si tratta, purtroppo, di tre requisiti di cui oggi egli rischierebbe di non trovar più nemmeno le tracce fra coloro che esercitano funzioni di governo…  Come si fa, infatti, a parlare di misura di fronte alla smisurata arroganza di questa classe dirigente, incredibilmente incapace di ammettere, almeno in parte, le proprie responsabilità? Che cosa c’entra questa smarrita virtù dei tempi antichi con l’attuale, e altrettanto smisurata, sete di controllo di ogni aspetto della pubblica amministrazione da parte di gruppi d’interesse e di pressione? E poi: chi fra i politici attuali ci terrebbe a mostrarsi "sagio e conoscente", quando l’esercizio del potere è ormai stato privato d’un pur minimo legame con la saggezza e la conoscenza?

E di quale providenzia potrebbe andare in cerca quel grande e lungimirante sovrano in un’epoca come quella che stiamo vivendo, in cui prevedere le conseguenze dei propri atti e delle proprie scelte sembra diventato inutile – se non addirittura dannoso – alla pratica politica? Quello che è certo è che, se i nostri amministratori (ordinari e straordinari) avessero minimamente esercitato la virtù della "providenzia", non saremmo certo giunti a questo punto, non solo  in materia di rifiuti ma anche di gestione delle risorse territoriali, di contrasto alla disoccupazione e di provvedimenti per frenare il degrado quotidiano delle nostre città.

Non ne parliamo poi della meritanza, di cui il povero Federico II stenterebbe a trovare i segni in una società che ha progressivamente reciso ogni rapporto tra occupazione di funzioni di responsabilità ed effettivo merito e competenza per esercitarle. Per lui era evidente che la gentileza fra la gente non deriva affatto dalla abundanza di richeze – cui viceversa sembrano tendere tutti – ma piuttosto dall’ordinata costumanza  di chi conosce il proprio dovere e lo esercita ordinariamente, abitualmente. Il guaio è che chi si trova in una posizione di signoragio – cioè di potere e di controllo delle risorse – s’illude di potervi restare a lungo, saldo e stabile, ma spessoè costretto a sperimentare quanto sia facile "scendere tosto" da quell’artificioso piedistallo, come tutti recentemente abbiamo potuto verificare, scorrendo le cronache politico-giudiziarie di tanti nostri governanti.

Federico II ammoniva più di otto secoli fa che lomo sagio dovrebbe stare molto attento a non fare troppi "salti", ma chi cavolo glielo va a raccontare ai nostri politici di mestiere, per i quali "saltare" opportunisticamente da una parte all’altra sembra una sorta di caratteristica innata? Ecco, allora, che le altezze raggiunte da troppi di loro rischiano di trasformarsi in trampolini per ulteriori salti, con conseguenze spesso disastrose anche per loro stessi…

Fissando il volto fiero di quell’imperatore che seppe guardare molto lontano ma senza perdere la saggia concretezza di chi sa quello che fa, proviamo allora a sognare di poter essere amministrati da persone dotate di senso della misura, di capacità di previdenza e di effettivi meriti… Immaginiamo per un attimo di trovarci di fronte a chi non confonde il "signoragio" (cioè il puro e semplice esercizio del potere) con quella "signoria", che è frutto invece di una reale, effettiva, riconosciuta, capacità di governo…  Proviamo, infine, a figurarci una realtà dove la gentileza e la cortesia sostituiscano per un po’ le vagonate di volgarità e di arroganza provinciale da cui siamo circondati…. Beh, non ci resta che darci da fare, dal basso e in prima persona, perché tutto questo non resti solo una fantasticheria ma possa diventare, almeno in parte, realtà. La nostra realtà.

IN-MONDIZIA, IN-SIPIENZA E IN-GIUSTIZIA…

                                                     di Ermete Ferraro

 Ho provato a riflettere su come diavolo gli stranieri abbiano potuto “leggere” l’Italia attraverso l’immagine che è giunta fino a loro attraverso gli articoli dei loro quotidiani ed i réportages delle loro riviste.

Ho cercato, soprattutto, di comprendere quale impatto mediatico possano aver avuto le sconcertanti vicende italiane di queste ultime, convulse, settimane su chi, già da tempo, è pur  abituato alle “stranezze” di quello che passa per uno dei primi 10 paesi “sviluppati” a livello mondiale, ma che troppo spesso lascia impudicamente trasparire quanto, in realtà, resti avviluppato nelle sue contraddizioni, storiche e geografiche.

Cominciamo dalla tragedia pirandelliana dei rifiuti rifiutati della Campania; aggiungiamoci la grottesca vicenda della mancata visita del Vescovo di Roma all’Università della capitale e, per concludere, soffermiamoci brevemente sulle dimissioni del ministro della Giustizia, raggiunto da provvedimenti giudiziari e perciò ferocemente polemico contro chi amministra la giustizia…

Dice: ma che cavolo c’entra una cosa con l’altra ? Che ci azzecca la crisi della spazzatura in Campania col risentito pronunciamento di alcuni docenti e studenti della “Sapienza” contro l’intervento di Benedetto XVI all’inaugurazione dell’anno accademico ? E poi, che razza di relazione potrà mai esserci tra le prime due questioni e la deplorevole vicenda della (ma)stella cadente dell’ Udeur ?

Il fatto è che, se solo tento di mettermi nei panni di un francese, o di un tedesco, oppure anche di un greco o di uno spagnolo, che si sia trovato a leggere, a breve distanza, notizie dall’Italia di questo tenore (meglio: di questo basso…), penso proprio che sarei assalito dalla spiacevole sensazione di chi è costretto a vivere con accanto un vicino di casa incredibilmente strano, schizofrenico e di cui c’è davvero poco da fidarsi.

Ma insomma – mi verrebbe forse da commentare – uno stato dove non si sa neppure come e dove smaltire i rifiuti domestici che affidamento può dare quando si tratta invece di rifiuti speciali, tossici o, peggio, nucleari? E un’università dove, in nome del libero pensiero e della laicità della scienza, si lascia fuori della porta, dopo averlo ufficialmente invitato, il capo spirituale del cattolicesimo, peraltro illustre docente universitario, che immagine di serietà trasmette? E poi: il massimo responsabile della giustizia che denuncia in Parlamento la congiura dei giudici contro di lui ed il suo partito, a che razza di esemplare istituzionale appartiene?

Come se fossero ripassati i tre Magi dopo l’Epifania, le cronache italiane hanno offerto ai nostri vicini europei – e non solo a loro – tre disastrose immagini della nostra povera Italia: enormi cumuli d’immondizia che marcisce per strada; abbondanti esemplari d’insipienza anticlericale e sconcertanti polemiche sulla (in)giustizia dei provvedimenti assunti da alcuni giudici contro il ministro della giustizia. Come dire: l’oro di un’enorme risorsa ridotto assurdamente in rifiuto da seppellire o incenerire; l’incenso di una cultura religiosa lasciato molto laicamente fuori dal palazzo stesso della cultura e, infine, la mirra amara di un perverso sistema di potere che, divenuto vittima della sua stessa arroganza, si difende rabbiosamente.

Ma che razza di Paese è quello dove, dopo un decennio e mezzo di gestioni straordinarie dello smaltimento dei rifiuti, l’unica soluzione alla tragedia incombente è la nomina d’un "generalissimo" – con poteri ancora più straordinari – per decidere ed attuare, in pochi mesi, ciò che finora un’intera classe politica non ha voluto decidere né saputo attuare?  Che staterello da operetta è quello dove dei cosiddetti scienziati laici e degli esagitati studenti democratici fanno di tutto per esorcizzare la presenza stessa di chi rappresenta una strada diversa per ricercare la verità?  Che immagine riesce a dare di sé un governo sedicente progressista, le cui controverse sorti restano appese al dito tremante di qualche vetusto senatore a vita ed ora anche all’ipocrita solidarietà che è costretto a tributare al caudillo sannita, per evitargli di cadere dal suo stesso cavallo?

Al di là dello scenario meridionale, purtroppo comune alla prima ed alla terza vicenda, tutti e tre gli episodi appaiono un preoccupante segno di degenerazione di un quadro politico che, a dire il vero, era già abbastanza degenerato di suo. Un quadro politico da Sodoma e Gomorra, che costringe da tempo ad una convivenza contro natura partiti, persone e situazioni che non avrebbero nulla in comune, ad eccezione della risoluta ed un po’ cinica volontà di restare a galla in qualche modo, facendo finta di governare processi che nascono altrove e di cui sono solo i penosi – ma interessati – burattini…

E allora, che cos’altro sapremo inventarci nei prossimi giorni per comparire nuovamente in bella evidenza sulle pagine del New York Times, di Le Monde o di El Paìs? Potremmo, che so, decidere creativamente di liberarci della munnezza campana sversandola dentro l’ampio cratere del Vesuvio. Oppure si potrebbe invitare il Dalai Lama ad inaugurare i corsi dell’Orientale di Napoli, ovviamente per poi lasciarlo irriverentemente fuori dell’università, con la scusa che i lama…sputano sentenze. E che cosa ne pensate del fatto che – visti gli arresti degli ultimi autorevoli padrini – il governo nomini (ovviamente per un periodo provvisorio di almeno dieci anni…) un Commissario Straordinario per le attività malavitose organizzate, affidandogli alcuni reparti dell’Esercito ed attribuendogli pieni poteri di derogare a tutte le normative vigenti, così da consentire il completamento di alcuni affarucci rimasti interrotti?  Volete scommettere che anche la Frankfuerter Algemeine Zeitung, Al Jazeera e la CNN ci farebbero un bel pezzo su ?…

di erferraro Inviato su Senza categoria Contrassegnato da tag ,