NACHAM / SHUV : Quaresima di conversione

 μετανοεῖτε καὶ πιστεύετε ἐν τῷ εὐαγγελίῳ  (Mc 1,15)

E’ iniziato nuovamente il tempo quaresimale e, per chi è credente, è tornato il tempo di riflettere, di valutare e, soprattutto, di convertirsi. Quest’ultimo termine traduce, con un po’ di approssimazione, il verbo greco μετανοεῖτε, il cui significato, alla lettera, è, ‘cambiate mentalità’, ‘cambiate idea’ e, quindi, ‘ravvedetevi’

Scorrendo l’Antico Testamento, il verbo ebraico che corrisponde maggiormente a quello greco, e quindi all’idea di ‘convertirsi’, è  שׁוּב (shuv). Come tutti i verbi ebraici, anche questo cambia di significato a seconda della forma in cui è coniugato (attiva, passiva, riflessiva; base, oppure intensiva, causativa), oscillando tra l’accezione di ‘ritornare’, ‘tornare indietro’, ‘cambiar strada’, e quella di ‘riparare’, ‘respingere’, ‘rivoltarsi’, ‘rifiutare’, ‘revocare’ etc.

Se consultiamo un sussidio informatico estremamente utile per rafforzare ed approfondire la nostra conoscenza biblica (www.blueletterbible.org ), troviamo ben 39 pagine di citazioni dall’A.T. in cui il verbo “shuv” è utilizzato, dal libro della Genesi al profeta Malachia, passando per i Proverbi ed i Salmi. Proprio nel salmo 19, 8, ad esempio si parla di “conversione dello spirito” , mentre Isaia invita imperiosamente “Ritorna a me, perché ti ho redento!” (Is 44,22).

Convertirsi significa principalmente abbandonare la strada che si sta percorrendo per tornare indietro, rettificando così un errore di cui abbiamo preso coscienza. Il vero problema, allora, è proprio raggiungere la consapevolezza dell’errore compiuto, laddove con questo termine indichiamo, etimologicamente, l’andare fuori strada, il perdere la direzione. E’ ciò che gli ebrei chiamavano “hatta’ “, uno dei vocaboli che designano il ‘peccato’ e che, nel caso specifico, evoca l’idea di ‘mancare il bersaglio’, ossia un’azione che non va nella direzione verso cui era diretta.

Ebbene, mi sembra evidente che, dopo duemila anni di evangelizzazione, il vero peccato di chi continua a dichiararsi cristiano rischia di essere proprio la persistenza in un “errore” che falsa troppo spesso la nostra testimonianza, adattandola a “bersagli” che non sono quelli che ci ha indicato Gesù ed a logiche che non sono evangeliche. La Quaresima appena iniziata ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere, per renderci conto di dove abbiamo sbagliato e di quale sia la direzione da riprendere, eseguendo una “conversione ad U” e tornando sulla strada giusta.

Purtroppo non esistono navigatori satellitari che ci guidino passo passo e che ci correggano quando sbagliamo ed imbocchiamo una via non giusta. La sola e vera bussola restano il Vangelo di Cristo e la nostra coscienza, della quale però facciamo spesso finta di non accorgerci, per non interrompere la nostra incosciente marcia verso un sedicente progresso, che però nulla ha a che vedere col traguardo che dovrebbe perseguire chi crede nella Buona Notizia.

La Quaresima, quindi, dovrebbe diventare sempre più un momento di presa di coscienza – individuale e collettiva – dei troppi errori che ci hanno portato fuori strada ed un’occasione per cambiare rotta, prima che sia troppo tardi. La società nella quale viviamo –  ispirata com’è al perseguimento dell’affermazione personale a tutti i costi, alla rincorsa ad un progresso senza limiti e senza regole e ad uno sviluppo che lascia dietro di sé devastazione ambientale e piaghe sociali – è la negazione del progetto salvifico di Dio e della missio evangelica. Solo se ne prendiamo coscienza potremo davvero convertirci. Se invece continueremo a compiacerci d’un modello di società ispirato alla sopraffazione, alla violenza ed alla rottura dell’integrità del Creato, dubito che la nostra religiosità sia da considerarsi molto migliore di quella dei pagani o, al massimo, degli scribi e dei farisei.

Per diventare consapevoli del nostro hatta’ , d’altra parte, dovremmo avvertire dentro di noi un autentico pentimento, quello che gli ebrei indicavano con נָחַם (nacham). Si tratta di un verbo che, a seconda delle sue varie forme, assume vari significati, a partire da quello base di ‘pentirsi’, ‘provare rincrescimento’, per giungere ad ‘avere compassione’, ‘soffrire’ e perfino ‘consolare’.

Il guaio è che i seguaci di Cristo, ai quali Egli aveva raccomandato di essere “nel mondo ma non del mondo”, non sembrano affatto a disagio in questo mondo e, al contrario, troppo spesso ne appaiono del tutto partecipi. Un mondo uscito “buono” dalle mani di Chi lo ha creato, ma ridotto ad un inferno per milioni di esseri umani che soffrono ingiustizie, persecuzioni, guerre, fame e malattie evitabili, non può –  non deve – essere quello abitato da un terzo di seguaci di Gesù Cristo (oltre 2 miliardi nel 2001). Nella sua lettera ai Romani, san Paolo scriveva: E non vi conformate a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la buona, accettevole e perfetta volontà di Dio.” (Rm 12,2).

Il verbo che egli utilizzò, in questo caso, è συσχηματίζω che indica, alla lettera, l’assumere la forma del proprio ambiente di vita, adattandosi e conformandosi alla sua logica e, quindi, restandone del tutto condizionati. L’unico modo per non lasciarci schiacciare da un contesto che non solo non siamo stati capaci di far ‘lievitare’ evangelicamente, ma che sembra averci pienamente assoggettato alle sue regole, è “trasformarsi” ( μεταμορφοῦσθε ), realizzando quella “metanoia” che è frutto, appunto, del “rinnovamento” (ἀνακαίνωσις ) della nostra mentalità.

Senza un autentico pentimento e senza la forza di cambiar strada non c’è vera conversione, ma solo una rituale e superficiale pausa in un cammino che non siamo davvero disposti ad interrompere. A tal proposito, le sagge ed acute parole di un grande vescovo, don Tonino Bello ci esortavano ad intraprendere la strada del rinnovamento vero, quello che egli efficacemente chiamava: “il viaggio quaresimale sospeso tra cenere ed acqua”.  Sì, perché tra il Mercoledì delle Ceneri e la ‘lavanda dei piedi’ ricordata dalle letture del Giovedì Santo c’è di mezzo un impegnativo un cammino da percorrere, che ha origine nel pentimento ma ha il suo logico sbocco nel servizio al prossimo, mediante la nostra apertura a quella carità fraterna che il nostro mondo troppo spesso nega o distorce.

 “…Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi…” (don Tonino Bello, vescovo – 1992).

(c) 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

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NEI GIRONI DELLA FABBRICA DI CIOCCOLATO

umpalumpa-diavoloForse non è un caso che, secondo una lista stilata alcuni anni fa dalla B.B.C., tra i 100 libri che noi tutti dovremmo conoscere compaiano, insieme con “Guerra e pace”e “Delitto e castigo”, anche opere apparentemente “minori” (o peggio, definite “per ragazzi”) come “Charlie and the Chocolate Factory” di Roald Dahl. Ci riflettevo a proposito di un paragone, apparentemente un po’ azzardato, che mi è recentemente capitato di fare in aula tra questo romanzo dello scrittore gallese e la “Divina Commedia” di Dante Alighieri, il “poema” per eccellenza ed uno dei capisaldi della letteratura universale. Ho poi scoperto, grazie ad internet, che non sono stato il primo a fare questo ardito accostamento, ma credo che, comunque, sia opportuno chiarire perché l’avventura dei cinque ragazzi ammessi a visitare la stravagante fabbrica di Willy Wonka potrebbe richiamare alla mente un viaggio molto più serio ed impegnativo, come quello di Dante nei tre regni dell’aldilà. Siamo di fronte ad un libro che, pur potendo essere letto a più livelli, si presenta come una chiara narrazione allegorica, i cui simboli ci spingono ad andare ben oltre la superficie della trama narrativa, per cogliere il vero messaggio che l’autore vuole trasmetterci attraverso la fabula. Il romanzo di Dahl ci presenta cinque personaggi “minorenni”, veri stereotipi dei moderni vizi capitali, insieme con alcuni “adulti” (padri, madri, nonni…), che li accompagnano in questa avventura e che, in teoria, ne dovrebbero essere gli educatori. Tutti, poi, ruotano intorno a Willy e sono coinvolti nel suo misterioso ma accattivante progetto. Di esso, infatti, egli è il “deus ex machina”, il vero protagonista che, presentandosi come una divinità pagana un po’ capricciosa e maligna, sembrerà determinarne i destini. La stessa “fabbrica” appare un mondo surreale, dove i cinque ragazzi e i loro accompagnatori si trovano subito immersi in un viaggio sorprendente quanto sconvolgente, nel quale perfino la barca che naviga sul fiume di cioccolata ricorda sinistramente quella di Caronte, il traghettatore infernale. Ufficialmente i ragazzi selezionati dal concorso di Wonka vi sono entrati di propria volontà, per visitare un luogo straordinario. Ma ciò che gli accadrà sarà di vedersi punire, uno dopo l’altro, per i difetti che hanno ereditato, o che i loro genitori non hanno comunque corretto: maleducazione, arroganza, presunzione, saccenteria. Tutti tranne uno, il piccolo e gentile Charlie Bucket, il quale riuscirà a superare indenne – grazie alla sua bontà e semplicità – quelli che già qualcuno ha definito “i gironi di questa Divina Commedia per ragazzi”. I quattro “vizi capitali” dei nostri tempi sono incarnati perfettamente dai ragazzi in visita alla magica Fabbrica (Augustus Gloop = gola; Mike TV = ira; Veruca Salt = avarizia; Violet Beauregarde = superbia), tralasciando invece gli altri tre della tradizione cristiana (lussuria, invidia e accidia). Ecco allora che l’allegorico viaggio dentro la “Chocolate Factory” risulta subito un richiamo al più celebre viaggio nei gironi infernali (“Stiamo scendendo sottoterra”, grida non a caso Willy Wonka…), con tanto di esemplari punizioni dei “peccatori”, dettate da un’ironica parodia della dantesca “legge del contrappasso”. La viziata Veruca, convinta che tutto le sia dovuto e che l’unico verbo da coniugare sia “avere”, finirà in uno scarico, dopo essere stata scartata da strani scoiattoli apri-noci, visto che la sua testa suona vuota come la sua vanità. Il goloso Augustus sarà poi vittima della sua sfrenata ingordigia. La superba Violetta, convinta di dover primeggiare in tutto, diventerà gonfia e color viola-mirtillo, mentre il teledipendente Mike sarà miniaturizzato e risucchiato da quello schermo nel quale era abituato a scaricare la sua aggressività e che ne alimentava la violenza.. Sebbene tutto appaia predeterminato dalla volontà del Padrone della fabbrica, la verità che lo scrittore vuol sottolineare con questo racconto allegorico è che ciascun esponente dei quattro vizi evidenziati non fa altro che punirsi da solo, auto-determinando la propria rovina. Delitto e castigo – per citare un altro famoso titolo che compare nella lista dei 100 capolavori della letteratura mondiale – non sono quindi stabiliti per decreto divino. Il “castigo”, infatti, non è inflitto da un “giudice” esterno ma risulta implicito nel “delitto” commesso, di cui è l’ovvia conseguenza. Dietro questa dura visione ‘vetero-testamentaria’ – in cui Willy Wonka non è il giustiziere ma una dantesca guida nella scoperta dei gironi dell’umana follia – traspare però un messaggio più consolantemente evangelico. Se quei quattro ragazzi ricchi e viziati sono diventati così spregevolmente antipatici ed arroganti la colpa non è tutta loro, in quanto la responsabilità del loro comportamento coinvolge coloro che avrebbero dovuto esserne i modelli di vita e gli educatori. “Chi sono i colpevoli, i malfattori? / Ahiaahi ma è ovvio, i genitori!” – cantano beffardi e un po’ diabolici gli Umpa-Lumpa, dopo lo spiacevole…incidente incorso a Veruca Salt. Tutti i vizi capitali – erroneamente chiamati “peccati” – sono infatti il frutto avvelenato di una mancanza di amore verso gli altri, a sua volta generata dalla mancanza di amore ricevuto dai genitori. Quello che appare il piano un po’ diabolico architettato da Wonka, in effetti, è solo il riflesso dei difetti di ciascun personaggio nello specchio deformante del suo inquietante mondo sotterraneo. Certo, come ha già notato qualche studioso, nella sua onnipotenza egli sembra incarnare le caratteristiche dei Dio giudaico, colui che punisce in modo esemplare i vizi di chi – non contento di essere goloso, violento, avido e superbo – vorrebbe perfino assicurarsi un premio eterno (una scorta di dolciumi e cioccolato per tutta la vita…). Ma, come dicono le Scritture, “ricompensa al peccato è la morte”, per cui i quattro viziatissimi ragazzi troveranno nei gironi della Fabbrica la loro pena. Viceversa, la bontà e l’umile semplicità di Charlie – nutrita dall’amore dei suoi genitori e dei suoi quattro nonni – gli faranno superare indenne – rendendolo vincitore – quel viaggio che agli altri lascerà invece un indelebile ricordo… “Vuoi dire che ci sei rimasto solo tu? – domanda a quel punto il signor Wonka “facendo finta di essere sorpreso”. A quel punto che il viaggio smette di essere sotterraneo e diventa aereo, con l’ascensore di cristallo trasformato misteriosamente in una sorta di missile, che schizza veloce in aria, sempre più “in su e fuori”…. E’ allora che Wonka rivela a Charlie ed al nonno che è sua intenzione premiarlo, cioè regalargli la famosa Fabbrica, rendendolo così suo “erede” e garantendogli un premio eterno. “Mi serve un ragazzo buono, intelligente e affettuoso a cui posso rivelare i miei più preziosi segreti…” – sentenzia solennemente Willy. Ma Charlie non dirigerà da solo la sua straordinaria creazione, per cui anche genitori e nonni saranno coinvolti in questa ‘eredità’ che, frutto dell’amore reciproco di quella povera famiglia, dall’amore continuerà ad essere guidata. I vecchietti dapprima sono sconvolti dalla repentina prospettiva di dover “andare in cielo” con quell’ascensore di cristallo. Toccherà al piccolo Charlie rassicurarli: “Per favore, calmatevi, non abbiate paura! Siamo al sicuro. E stiamo andando nel posto più meraviglioso del mondo!”. Termina così il romanzo allegorico di Roald Dahl, lasciandoci in bocca il dolce del suo cioccolato, dopo l’amaro di un’avventura sconvolgente. Proprio come nella “Commedia” dantesca, dunque, la visione celestiale e beatifica di quel nuovo paradiso cancella il ricordo dell’avventuroso – e per qualcuno doloroso – viaggio negli inferi ed il beffardo coro degli Umpa-Lumpa. A noi lettori tocca cogliere la preziosa occasione che ci è stata data di riflettere sulla nostra società, dominata dall’avidità, dall’arroganza, dalla smania di dominio, dalla competizione sfrenata e dalla violenza. Per fortuna non solo la Bibbia, ma dei semplici quanto profondi libri, come questo romanzo di Dahl, “Il Piccolo Principe” di St. Exupery o la “Fattoria degli animali” di Orwell, ci offrono ancora l’opportunità per rinsavire e cambiare strada, cioè per “convertirci”.
© 2011 Ermete Ferraro

PREGHIERA

"Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Dissipa le rughe. Fascia le ferite che l’egoismo ha tracciato sulla sua pelle. Restituiscile il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato, e riversa sulle carni inaridite anfore di profumo. Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiaggie di bitume. Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace." don Tonino Bello, Missione, p. 115

Ogni anno che trascorre, lo confesso, vivo con crescente distacco e quasi con fastidio l’atmosfera pseudonatalizia filtrata da manifesti, jingles radiofonici e televisivi e ammuina da shopping. Il fatto è che basta guardarsi intorno per accorgersi che un po’ tutto, dall’ambito più prossimo a quello universale, continua purtroppo ad andare "in direzione ostinata e contraria" rispetto a quella ri-nascita e a quella con-versione di cui il Natale non può non essere segno. Quando tutto sembra andare per il verso sbagliato, allora, è forte la tentazione di lasciarsi andare allo sconforto, o quanto meno all’amarezza della delusione di fronte ad un’umanità inguaribilmente malata di meschinità e diffidenza, accecata dall’egoismo e paralizzata dalla propria stessa violenza. Però è una tentazione cui, da Cristiani, non dobbiamo assolutamente cedere, altrimenti tradiremmo la fede, la speranza e la carità di cui dovremmo essere testimoni in questo "mondo". Sta di fatto che due millenni di cristianesimo non sembrano proprio averlo cambiato in meglio, se l’immagine che ne riceviamo, in conclusione di questo duemilanono ‘anno di grazia’, è quella di un pianeta sempre più compromesso, minacciato nei propri equilibri ecologici e dove guerre ed altre sciagure sono il frutto avvelenato di avidità ed ingiustizie sempre più stridenti. Ecco perché le poetiche e profetiche parole di don Tonino Bello rappresentano "anfore di profumo" versato sulle piaghe dolenti di questa umanità che Cristo lo ha lasciato appeso ai crocifissi nei muri ma non lo ha fatto davvero entrare nel proprio cuore. Sono una preghiera autentica e profonda, che ci aiuta a guardare più in alto delle nostre moderne torri di babele e più in là del nostro meschino io. Sono un’invocazione cui, nella nostra presunzione, ci siamo disabituati, che ci aprono ad una prospettiva che non sia fuga dalla realtà o rinuncia all’azione, ma fiduciosa adesione a quello "Spirito di Dio" che è già dentro di noi e può darci la forza di non cedere, di non arrenderci. Dobbiamo sforzarci di riscoprire, nonostante tutto, quel "sorriso di bellezza" che cancella le brutture di un mondo sempre più vecchio e privo di speranza. Dobbiamo lasciarci invadere il cuore dalla "dolente presenza" di quel grande spirito che gli Indiani d’America identificavano con quella natura che noi ‘civilizzati’ abbiamo solo saputo violare, inquinare e trasformare in "viscida desolazione". Scriveva già Tacito, mettendo questa frase in bocca ad un fiero capo "barbaro", che la civiltà dei romani aveva fatto il deserto e poi lo aveva chiamato pace (…solitudinem faciunt et pacem appellant…). E’ lo stesso "deserto" evocato da don Tonino, che, con l’aiuto dello Spirito Santo, siamo però chiamati a trasformare in un giardino, dove l’albero della giustizia saprà dare frutti di pace vera. In questa vigilia di Natale, grazie all’esortazione di questo eccezionale vescovo, sentiamo che la forza per operare un autentico miracolo non dobbiamo cercarla in noi, nella nostra volontà e coerenza, ma nella nostra capacità di chiedere, umilmente, al Padre di diventare – come pregava Francesco d’Assisi – un "istrumento" della Sua volontà e della Sua pace. Amén e buona ri-nascita…!

(c) 2009 Ermete Ferraro

“NEL DESERTO PREPARATE LA VIA AL SIGNORE…” (Is 40,3)

 

ג  ×§×•Ö¹×œ קוֹרֵא–בַּמִּדְבָּר, פַּנּוּ דֶּרֶךְ יְהוָה; יַשְּׁרוּ, בָּעֲרָבָה, מְסִלָּה, לֵאלֹהֵינוּ.

Questo versetto di Isaia, ripreso a proposito della predicazione di Giovanni il Battezzatore nella seconda domenica d’Avvento (Lc 3, 1-6), ci costringe ad interrogarci sul ruolo dei Cristiani come “profeti” Ad essi, infatti, è stata affidata la missione non solo di annunciare il regno di Dio ad alta voce (vedi l’espressione ebraica: KAL-KORA’ ), ma anche di preparare fattivamente la radicale trasformazione dell’esistente, esemplificata da alcune operazioni: predisporre una strada nel deserto, colmare le valli, spianare montagne e colline, appianare il terreno accidentato e scosceso.

Luca ha riportato in modo diverso la citazione d’Isaia, riferendosi a Giovanni come “voce di uno che grida nel deserto…” (“vox clamantis in deserto…”), ingenerando qualche equivoco interpretativo. Non si tratta dunque di un’esortazione a lanciare il proprio invito a vuoto, strillando nel silenzio e nella solitudine del deserto, ma d’un appello a trasformare quel deserto in un luogo praticabile e percorribile, al tempo stesso la strada di Dio (DEREK YHWH) e verso il nostro Dio (LE-ELOHINU).  Il fatto è che il Suo regno non può essere solo pre-annunciato dalle parole del pro-phetes (chi pre-dice), poiché nell’annuncio è insito l’inizio di un cambiamento.  Anche la parola che in lingua ebraica designa il profeta (NAVIY) è connessa al verbo NAVA’ e significa: effondere, annunziare, comunicare. E’ evidente, però, che la figura vetero-testamentaria del profeta ci mostra qualcosa di più di quella di un semplice “portavoce” della divinità, in quanto egli ha sempre rappresentato una vera e propria svolta nella storia del popolo cui è stato inviato.

Due millenni fa Giovanni uscì dal deserto per anticipare la venuta del Figlio di Dio, percorrendo tutta la regione del Giordano e “predicando un battesimo di conversione”. Che tale cambiamento dovesse risultare sostanziale e radicale appariva chiaro già dal suo invito, rivolto alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, a compiere “opere degne della conversione”, dal momento che si avvicinava per loro il giudizio e che “ogni albero che non porta buon frutto sarà tagliato e buttato nel fuoco” (cfr. Lc 3, 7-8).

Oggi come allora, non serve a nulla esorcizzare questo richiamo esibendo le proprie credenziali, come facevano gli Israeliti, che tentavano di rassicurarsi da soli ripetendosi “Abbiamo Abramo per padre”, oppure come facciamo noi Cristiani quando vogliamo auto-convincerci che basta far parte di una chiesa per salvarci l’anima.  Il profeta, infatti, non può essere scambiato per un semplice messaggero né per un ispettore mandato a verificare le nostre referenze o la validità del nostro biglietto per la vita eterna. Il profeta è chi sente dentro di sé la spinta pressante a diffondere la parola di Dio e a prepararne l’attuazione, hic et nunc, mediante una conversione vera, senza se e senza ma, le cui “opere” diventino di per sé testimonianza del regno di Dio, in quanto realizzazione della sua volontà.

La Chiesa ci ha insegnato che ciascuno di noi ha ricevuto fin dal battesimo il carisma, cioè la grazia, di diventare re, sacerdote e profeta, ma mi sembra evidente che non siamo riusciti a prendere sul serio quest’affermazione. Il fatto è che troppo spesso restiamo radicati nella convinzione che, semmai, il ruolo che potrebbe riguardarci è quello di chi governa/amministra gli altri, mentre le funzioni sacerdotale e profetica riguarderebbero pochi individui speciali (e quindi diversi), che abbiano ricevuto una particolare “vocazione” ad occuparsi di questioni religiose.

Ne consegue che una fede del genere non ha prodotto quei “buoni frutti” che il Signore si aspetta da ciascuno di noi e che, duemila anni dopo, non solo i deserti sono rimasti tali, ma la nostra esistenza sembra affetta da un ulteriore processo di “desertificazione”, che ha inaridito ancor più le coscienze e accresciuto quelle disparità che avremmo già dovuto far sparire dalla faccia della terra.

E’ legge di natura – e per i credenti di Dio – che le montagne vengano erose e le valli colmate dai sedimenti delle alture. Noi uomini, viceversa, dopo tanto tempo e in barba al nostro preteso progresso, siamo riusciti solo ad aumentare le disparità economiche e sociali ed a compromettere seriamente gli equilibri ecologici del Pianeta, poiché abbiamo scambiato arrogantemente il mandato divino a custodire il creato ed a provvedere ai nostri simili con un’autorizzazione a dominare dispoticamente la natura e i nostri simili.

Viviamo allora questo periodo di Avvento come un’occasione per riflettere su tutti i nostri errori – personali e sociali – e per provare a mettere in pratica un’autentica “conversione”. Non si tratta solo di operare un netto cambiamento di prospettiva e di mentalità, come suggerisce la parola greca “metànoia”, bensì di una vera rivoluzione interiore che deve produrre concreti frutti di pace e di giustizia, di servizio e di misericordia, di speranza e di fiducia.

Insomma, è arrivato davvero il momento di essere, tutti, re sacerdoti e profeti di un Regno che non è di questa terra ma che in questa terra abbiamo il dovere di rendere visibile e tangibile.