Dagli ‘Smarties’ alle ‘smart cities’

smartiesLa prima volta che mi sono imbattuto nel vocabolo inglese ‘smart’ si trattava di un noto prodotto dolciario industriale – chi non conosce gli Smarties? – consistente in coloratissime pastiglie dall’anima di cioccolato, nate nel Regno Unito addirittura prima della seconda guerra mondiale. Erano gli anni ’60: allora ero giovane e non mi ponevo domande su perché quei variopinti confetti si chiamassero così ma mi limitavo ad ingurgitarli. Solo molto tempo dopo (per la precisione 70 anni più tardi) la stessa azienda produttrice (la Nestlé) annunciò di aver dovuto ritirare da commercio i suoi Smarties ricoperti dal colorante sintetico  E133 (il ‘blu brillante FCF, ricavato dal liquido della distillazione del carbone per ottenere il coke). Esso infatti risultava piuttosto tossico o, quanto meno, dannoso in età infantile e poteva causare “iperattività, orticaria, insonnia […] sedimentazioni a livello renale e dei vasi linfatici” .[i]  Offrire ai bambini delle semplici pastiglie di cioccolato evidentemente era ormai troppo banale: bisognava colorarle coi residui di lavorazione del carbon coke per renderle così più… smart .

Da allora questo anglicismo ci ha perseguitato sempre più, attraversando vari ambiti dell’offerta commerciale, da quello automobilistico (come non ricordare la mini-vettura tedesca chiamata appunto Smart, utilizzando un ingegnoso acronimo) fino ad arrivare alle ‘smart cards’ (cioè le svariate carte magnetiche di plastica che utilizziamo ogni giorno al posto del denaro) oppure alle ‘smart cities”  ed alla ‘mobilità smart’, di cui si riempiono la bocca alcuni ambientalisti da salotto. Però, a parte l’uso troppo frequente e spesso immotivato d’un vocabolo inglese – potrebbe chiedere qualcuno – che cosa c’è di male a utilizzare questo aggettivo in vari contesti, sia pur con un comune rinvio all’idea di qualcosa di evoluto, moderno ed intelligente?  Beh, non ci sarebbe niente di male se dietro questa ammiccante parolina non si nascondessero significati molto più complessi e contraddittori. In questi casi io sono solito ricorrere ad un metodo infallibile: l’analisi etimologica d’una parola per comprenderne l’origine, ma anche la trasformazione semantica successiva.

Se chiedete ad un qualsiasi connazionale di media cultura che cosa pensa che significhi ‘smart’, e quindi come tradurrebbe in Italiano questo aggettivo, molto probabilmente risponderebbe: sveglio, intelligente, furbo o qualcosa di simile. Essere ‘smart’ , inoltre, ritengo che per i più comporti anche una connotazione di abilità, di evoluzione scientifica e tecnologica e di modernità. Basta del resto consultare un dizionario della lingua italiana per trovare elencata un’altra serie di significati – quasi tutti positivi – attribuiti a questa parola, fra cui: “elegante, alla moda […] sveglio… abile… brillante, spiritoso […] rapido, veloce… considerevole” [ii] , ma anche “…ingegnoso, svelto, vivace,acuto.” [iii]Ciò che si scopre consultando un dizionario etimologico della lingua inglese, però, è piuttosto sorprendente, in quanto ci rinvia ad un’origine del termine abbastanza diversa e, per certi versi, contrastante. Nell’Old English, infatti, questo aggettivo significava :

“doloroso, duro… che causa un dolore acuto […] Col significato di ‘eseguito con forza e vigore’ si trova dal 1300 c.: Con l’accezione di ‘svelto, attivo, intelligente’ è attestato dal 1300 c., dal concetto di battute o parole ‘taglienti’ etc., o anche ‘abile nel contrattare’ […] Con riferimento ad apparecchi/dispositive, nel senso di ‘che si comporta come se fosse guidato dall’intelligenza’ (come nel caso di ‘bombe intelligenti’) è attestato per la prima volta nel 1972…” [iv]

Continuando ad approfondire l’etimologia germanica di questa parola, si scopre che essa è strettamente legata al concetto di dolore fisico (ted. ‘Schmerz’), rinviando – senza o con la ‘s’ iniziale – addirittura al latino ‘mordere’, al greco ‘smerdnos’ (terribile) ed al verbo sanscrito ‘mardayati’ (frantumare, strofinare, schiacciare).

smart-bombsA questo punto qualche dubbio sulla totale connotazione positiva di questo attributo dovrebbe coglierci. Fra l’idea di creare dolore e paura con atti palesemente violenti ed il moderno concetto di ‘smartness’ (qualità intesa nell’accezione di: prontezza mentale, acutezza, intelligenza) c’è infatti un salto logico fin troppo evidente per non portarci a riflettere su questa strana ‘evoluzione’ semantica. Dobbiamo chiederci allora quale sia il nesso fra queste due categorie mentali. La prima risposta che mi viene in mente è che categorie come efficacia ed efficienza di un’azione potrebbero spiegarne la connotazione positiva con il latente riferimento all’astuzia, all’abilità ed alla dura determinazione di un soggetto nel perseguire un determinato scopo. Non a caso l’aggettivo inglese ‘smart’ rinvia al suo omologo ‘sharp’ , la cui etimologia ci riporta al mondo delle armi bianche, alle loro punte acute ed alle loro lame affilate (vista l’origine dal verbo germanico ‘sharf’ , che indica la capacità di tagliare o di pungere. Il significato positivo di questo attributo (“intelletto o percezione acuta o penetrante“ [v]) gli è derivato successivamente e in senso figurato.

L’idea che l’intelligenza sia una qualità propria delle persone che pensano e si comportano in modo ‘acuto’ (dal lat. acus = ago) e che usano un linguaggio ‘tagliente’ è un chiaro sintomo di una visione aggressiva della civilizzazione. Il progresso stesso viene considerato frutto di una lotta per l’affermazione di una parte sull’altra, sia pur utilizzando le ‘armi’ della scaltrezza o, quanto meno, anche quelle. Non a caso, infatti, Machiavelli consigliava così chi vuole governare:

<<Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede, e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende: non di manco si vede per esperienza, ne’ nostri tempi, quelli príncipi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli delli uomini: et alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà. Dovete adunque sapere come sono dua generazione [modi] di combattere: l’uno con le leggi, l’altro, con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. […] Sendo adunque uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe et il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano. Non può per tanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma, perché sono tristi e non la osservarebbano a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro. A uno principe, adunque, non è necessario avere tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle. >> [vi]

E’ proprio questa cinica ‘astuzia’ (l’origine è sempre guerresca, dal lat. hasta, cioè: lancia) che mi sembra incarnare meglio il concetto su cui mi sono soffermato. Una visione del mondo ‘smart’ non mi sembra necessariamente fondata sull’intelligenza in sé, semmai sull’uso di questa facoltà per affermarsi sugli altri o come ‘lione’ (che domina grazie alla sua forza) e/o come ‘golpe’ (la volpe, si sa, è il simbolo stesso dell’astuzia). A questo punto non c’è da stupirsi se qualcuno ha parlato di ‘smart bombs’ (da noi ribattezzate ‘bombe intelligenti’), o se gran parte delle soluzioni tecnologiche definite ‘smart’ pretendono di migliorare la vita dell’uomo ricorrendo a congegni elettronici che si stanno progressivamente sostituendo a lui, rubandogli il lavoro e mettendolo in condizione di essere controllato sempre e ovunque. Se aggiungiamo al campo semantico dell’aggettivo ‘smart’ anche la caratteristica della velocità e della prontezza, poi, comprendiamo come una visione del genere tenda ovviamente alla semplificazione ed all’omologazione, altri due strumenti di cui i nostri ‘principi’ si avvalgono per farci sentire semplici elementi di una realtà complessa, guidata e supervisionata dal ‘grande fratello’ di turno.  A questo punto tutto può diventare ‘smart’ (dall’orologio all’automobile, dal cibo alla vacanza, dal bancomat alle competenze linguistiche. Siamo infatti letteralmente circondati da ammiccanti proposte che c’invitano a fare nostri :‘smart food’, ‘smart cards’, ‘smart offices’ e perfino ‘smart skills’. Tutte sembrano alludere ad un mondo perfetto, dove rapidità ed efficienza si coniugano ad efficacia ed affidabilità. Ci stanno ‘smartellando’ il cervello anche sul piano urbanistico e perfino ambientale, vagheggiando città ideali, con tutti i vantaggi della tecnologia moderna ma senza nessuno dei pestiferi affetti collaterali che essa troppo spesso porta con sé.

Un nuovo topos retorico di questo ambientalismo 4.0 – che condivide ovviamente tale visione incentrata sull’innovazione tecnologica e sulla digitalizzazione spinta – è costituito infatti dalle cosiddette ‘smart cities’, pianificazioni urbane avveniristiche prospettate come ‘la’ soluzione all’invivibilità della nostre città moderne. Pochi però si ricordano che la parola inglese ‘digit’ non ha niente a che fare con le dita che percorrono sempre più velocemente e lievemente gli schermi ‘touch’ o le ‘smart keyboards’ dei nostri amati ‘smarphones’ , ‘tablets’  e ‘pcs’. In inglese, infatti, ‘digit’ vuol dire semplicemente ‘cifra’, per cui una civiltà digitale è, inevitabilmente, fondata sui numeri, sui valori misurabili, sulle quantità. Se andiamo a cercare su Wikipedia il significato di ‘smart city’ troviamo questa descrizione:

<< La città intelligente (dall’inglese smart city) in urbanistica e architettura è un insieme di strategie di pianificazione urbanistica tese all’ottimizzazione e all’innovazione dei servizi pubblici, così da mettere in relazione le infrastrutture materiali delle città «con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi le abita» grazie all’impiego diffuso delle nuove tecnologie della comunicazione, della mobilità, dell’ambiente e dell’efficienza energetica, al fine di migliorare la qualità della vita e soddisfare le esigenze di cittadini, imprese e istituzioni.  […] Il concetto di città intelligente è stato introdotto in questo contesto come un dispositivo strategico per contenere i moderni fattori di produzione urbana in un quadro comune e per sottolineare la crescente importanza delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), del capitale sociale e ambientale nel definire il profilo di competitività delle città, muovendosi verso la sostenibilità e verso misure ecologiche sia di controllo sia di risparmio energetico, ottimizzando le soluzioni per la mobilità e la sicurezza. Il significato dei due assetti (del capitale sociale e di quello ambientale) evidenzia la necessità di un lungo cammino da compiere per distinguere le città intelligenti o smart da quelle con maggior carico tecnologico, tracciando una linea netta tra di loro, ciò che va sotto il nome rispettivamente di città intelligenti e di città digitali.>>

smart-cityA parte il linguaggio usato – palesemente aziendalista e improntato ad una visione economicista della realtà, coi i suoi immancabili stereotipi come: ‘capitale’ umano, sociale e ambientale, ‘efficienza’, ‘ottimizzazione’ e ‘competitività’ – ciò che mi colpisce è che l’aspetto che dovrebbe richiamare invece una scelta ecologista si risolve nel banale rinvio al miglioramento della ‘qualità della vita’ e all’ambiguo concetto di ‘sostenibilità’. Ma, come osservavo in un precedente articolo:

<<…un modello di economia fondato unicamente sulla logica del profitto e del tutto incurante del rispetto degli equilibri biologici e di quelli sociali non potrà mai diventare ‘sostenibile’, almeno nel senso originario del termine. Se parliamo della definizione sintetica riportata all’inizio, infatti, non si comprende come un sistema fondato sulla massimizzazione del profitto possa conciliarsi con l’esigenza di garantire lavoro e cibo alla popolazione mondiale, benessere e giustizia ai singoli ed alle comunità locali, e riproducibilità alle risorse naturali.>> [vii]

Sto esagerando? Beh, proviamo a leggere un’altra definizione di ‘smart city’, che mi sembra abbastanza ufficiale, visto che è comparsa sul sito web dell’ENEA:

<<Una città è smart (Nijkamp) quando gli investimenti in capitale umano e sociale, le infrastrutture di comunicazione tradizionali (trasporti) e moderne (ICT), alimentano una crescita economica sostenibile e una elevata qualità di vita, con una sapiente gestione delle risorse naturali, ricorrendo ad una governante partecipativa. C’è quasi sempre un forte ricorso all’utilizzo delle tecnologie informatiche, di monitoraggio e controllo nella vita quotidiana, che comprende la connettività in rete, i sistemi di trasporto più moderni, le infrastrutture e la logistica e l’energia rinnovabile ed efficiente. Ad una Smart City si richiedono buone pratiche di partecipazione, elevati livelli di sicurezza, bassa incidenza della criminalità, un patrimonio culturale ben custodito. Una Smart City, se non è già una città sostenibile, per lo meno è una comunità sociale in evoluzione, mobilitata per crescere e per durare, ed anche per competere in fatto di economia, benessere ed inclusione sociale.>> [viii]

Anche in questo caso il linguaggio mostra una forte impronta tecnocratica ed economicista, ed evoca un modello di ‘crescita’ che, se accompagnata dall’aggettivo ‘sostenibile’, finisce solo col produrre uno stridente ossimoro. L’utilizzo di aggettivi con valenza positiva (sapiente, elevato, moderno, efficiente etc.) non riesce infatti a nobilitare sostantivi che rinviano ad un efficientismo produttivo, come: investimenti, crescita, governance o monitoraggio-controllo. Come osserva argutamente Roberto Mancini:

<<Uno dei risultati più paradossali di questo training è che, mentre l’economia diventa sempre più decisiva per la vita di tutti, della sua realtà effettiva si sa ben poco e si comprende ancor meno. Si diffonde così un’incapacità a sentire, a capire, a giudicare quello che accade. Nella sua dignosi della degenerazione degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer parlava di Dummheit, cioè di ‘stupidità’, precisando che ‘si tratta essenzialmente di un difetto che interessa non l’intelletto, ma l’umanità della persona’. >> [ix]

Ecco: se non vogliamo cadere nella trappola di questa stupidità programmata, che utilizza slogan e luoghi comuni per convincerci che viviamo “nel migliore dei mondi possibili”  (l’assioma illuminista sul quale Voltaire ironizzava nel suo ‘Candido’), occorre stare molto attenti alle parole da cui siamo quotidianamente bombardati. Se la radice etimologica dell’aggettivo ‘smart’ ci riporta più al dolore ed all’aggressività che all’intelligenza ed alla saggezza, sarebbe meglio evitare di cadere in questa trappola mediatica. Si tratti dell’esaltazione acritica della ‘smart city’ o semplicemente della pubblicità degli ‘Smarties’.

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

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[i]  Cfr. http://www.my-personaltrainer.it/additivi-alimentari/E133-blu-brillante.html

[ii]  Cfr. http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=smart

[iii]  Cfr. http://dizionari.corriere.it/dizionario_inglese/Inglese/S/smart.shtml

[iv]  Cfr. http://www.etymonline.com/index.php?term=smart

[v]   Cfr. http://www.etymonline.com/index.php?term=sharp

[vi]  N. Machiavelli, Il Principe e Discorsi, Feltrinelli, Milano, 1960 (cap. XVIII – pagg. 73-74

[vii]  E. Ferraro, L’insostenibile leggerezza della sostenibilità > https://ermetespeacebook.com/2015/05/03/linsostenibile-leggerezza-della-sostenibilita/ .V. anche lo scritto di Antonio D’Acunto, “L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile”, in: Alla ricerca di un nuovo umanesimo, Napoli, La Città del Sole, 2015 (pp.240-270)

[viii]  Toni Federico, Innovazione e sostenibilità  > http://www.enea.it/it/pubblicazioni/EAI/anno-2013/n-5-settembre-ottobre-2013/smart-city-innovazione-e-sostenibilita

[ix]   Roberto Mancini, Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli, 2014 (p.10).

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Risposte nonviolente al terrorismo

  1.  Il quadro di riferimento

green dove 1In un precedente articolo dello scorso novembre [i]  mi ero occupato della praticabilità – oltre che della necessità – di forme di resistenza al terrorismo alternative a quelle cui ci hanno voluto assuefare, come se rispondere alle stragi con stragi ancora maggiori fosse l’unica possibilità. In quello intervento, in particolare, mi ero soffermato sul clima di paura, d’insofferenza e di reazione che si era creato dopo i tragici fatti di Parigi, sottolineando come il terrorismo abbia messo a dura prova le nostre fragili sicurezze, inducendo nella maggioranza delle persone un istintivo meccanismo di autodifesa dall’oscura minaccia al nostro stesso modello di vita. La guerra mondiale ‘a pezzetti’, l’insidioso stragismo ‘della porta accanto’ e la ripugnante strategia del terrore, infatti, hanno  suscitato reazioni isteriche. Hanno evocato i peggiori incubi della nostra società globalizzata ed omogeneizzata dal pensiero unico; troppo radicata nel proprio modello di sviluppo per accorgersi delle proprie contraddizioni e, soprattutto, per ammettere che la sua non è l’unica modalità socio-economica e culturale possibile. Ebbene, sei mesi dopo, quel clima di paura e di sospetto sta continuando a generare mostri, alimentando la prevedibile ascesa delle destre nazionaliste e xenofobe e colpendo tutti quelli che, per fuggire a guerre e miseria, ingrossano le file dei migranti nella nostra Europa. Gli ultimi convulsi avvenimenti –sul piano sia del conflitto armato che infiamma il Medio Oriente, sia dei presunti attacchi terroristici di questi giorni – stanno quindi riaprendo una ferita mai rimarginatasi, gettando altra benzina sul fuoco.

Il fatto è che bisogna sì reagire ad un progetto ferocemente integralista e fondato su morte e distruzione, ma bisogna farlo nella maniera esattamente opposta, con le modalità creative e costruttive che la nonviolenza attiva può indicarci. L’alternativa alla barbarie – quella degli attentati ma anche quella dei bombardamenti sui civili – può fondarsi solo su strategie opposte alle logiche di morte, dal momento che “la violenza è il problema, mai la soluzione” [ii]. Il guaio è che l’opinione pubblica continua a restare in preda agli imbonitori della difesa militare, secondo i quali le nostre città diventerebbe più sicure con blindati nelle piazze e soldati armati di mitra agli incroci. Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti: la gente si sente ancora più in pericolo in questo clima di guerra quotidiana, che non ci difende affatto dal terrorismo ma, al contrario, ne realizza proprio la finalità principale, che è quella di spargere ovunque paura e diffidenza. Peraltro, come sottolineavo già in un  intervento dell’aprile 2015 [iii] , la martellante propaganda anti-islamista di questi mesi ha sortito l’unico risultato di generare un estremismo jihadista ancor più feroce, evocando un assurdo clima da crociata e radicalizzando conflitti che erano, fra l’altro, frutto di scelte sbagliate delle potenze occidentali. Eppure si continua a considerare il terrorismo come un fenomeno del tutto indipendente, contro il quale si possono solo assumere provvedimenti drastici per difendere la nostra preziosa ‘civiltà’. Gli interventi armati contro l’avanzare dell’estremismo islamista – che fino a poco tempo fa si evitava pudicamente di denominare ‘guerra’ – si stanno perciò concretizzando sempre più, come se fossero davvero un rimedio all’instabilità politica, alla repressione del dissenso, alle operazioni terroristiche, alla povertà ed all’abbandono che affliggono intere popolazioni, il cui disperato e massiccio esodo verso i nostri confini e le nostre coste sembrerebbe l’aspetto che più ci preoccupa di tale drammatica situazione.

Il fatto è che, al di là della deprecabile malafede di chi ha finora attizzato il fuoco dei conflitti interni ed internazionali e adesso si atteggia a pompiere della situazione, credo che vada sempre tenuto presente il principio ippocrateo: “primum non nocere” . Ecco perché, pur volendo prescindere da considerazioni etiche e dal rifiuto di principio della guerra come metodo di risoluzione delle controversie e dei conflitti, dobbiamo comunque deciderci a prendere atto che anni e anni d’interventi militari negli infiammati scenari mediorientali hanno solo aggravato la situazione, che vede sempre più giovani disperati arruolarsi nelle milizie di Da’ish (ad-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāqi wa sh-Shām).                 Cerchiamo almeno di non far finta che si tratta di forze oscure o di fenomeni che trascendono la nostra realtà. Non siamo di fronte alla ferocia di Lord Voldemort e dei suoi Mangiamorte e pertanto non ci servono bacchette, pozioni o formule magiche per esorcizzare tali inquietanti presenze. Interventi armati e politiche sicuritarie e xenofobe rappresentano le solite ricette fallimentari ed antidemocratiche di chi si ostina a non voler vedere la realtà di un mondo lacerato da ingiustizie, divisioni e violenze. Per contrastarle, però, bisogna che il movimento pacifista, italiano ed internazionale,  impari a contrapporre ad esse soluzioni realmente alternative e nonviolente, sviluppando la ricerca sulla pace, promuovendo esperienze di educazione alla pace e compiendo azioni concrete e quotidiane per la pace.

  1. Prevenzione, difesa nonviolenta, corpi civili di pace

1185067_720472841312856_467797743_nEra questo il sottotitolo del libro che Alberto L’Abate e Lorenzo Porta hanno curato nel 2008 sul tema “L’Europa e i conflitti armati” [iv]. A distanza di otto anni ritengo che quelle proposte restino sostanzialmente valide, anche se lo scenario internazionale è indubbiamente mutato, e non certo in meglio. In sintesi, la loro tesi è che, essendoci varie forme di terrorismo (ad es. ‘di Stato’ o ‘dal basso’), le risposte devono ovviamente essere flessibili, in quanto l’opposizione antimilitarista alla guerra va bene nel primo caso, mentre nel secondo è il caso di ricorrere a strategie di difesa popolare nonviolenta sul territorio, alla mediazione sociale ed alla progettazione partecipata di interventi rivolti ai migranti. Credo che anche adesso le soluzioni alternative perseguibili debbano tener conto di questo trinomio, prevenendo tutte le azioni che alimentano i conflitti, praticando le numerose tecniche della D.P.N. ed allargando l’intervento dei corpi civili di pace. Per prima cosa però, dovremmo demistificare i diffusi luoghi comuni che provocano reazioni inconsulte, come quelli che amplificano la portata degli attacchi terroristici e delle stragi, facendoceli avvertire come un’incombente minaccia alla nostra sicurezza. In un recente articolo sul Washington Post, infatti, questo mito negativo viene sfatato da due studiosi del norvegese P.R.I.O. (Peace Research Institute Oslo), dimostrando che la violenza  esercitata dagli estremisti islamici ha colpito in primo luogo i loro stessi correligionari e connazionali.

 <<I Musulmani stanno combattendo principalmente l’uno contro l’altro, non contro l’Occidente. Mentre gli attacchi nei confronti dei non-Musulmani  comprensibilmente attirano di più l’attenzione dei ‘media’ occidentali, la stragrande maggioranza delle insurrezioni islamiste stanno colpendo i governi nei Paesi a maggioranza musulmana. Infatti, nel corso degli ultimi tre anni, più del 90% delle vittime in tutte le guerre civili sono nei Paesi musulmani, in particolare in Siria, ma anche in Afghanistan e Iraq…>> [v]

Dovremmo smetterla di lanciare gridi allarmistici e pensare piuttosto ad evitare che ogni intervento occidentale si trasformi in ulteriore impulso a nuovi conflitti armati. Se è vero che la fragorosa comparsa sulla scena dell’ ISIS  ha cambiato la nostra visione del terrorismo, dobbiamo però prendere atto che, come osservava Jean-Marie Müller in un editoriale dello scorso novembre:

<<…Da’ish non è lo Stato che pretende d’essere, ma si tratta d’una organizzazione strutturata militare e politica che occupa certi territori e svolge azioni belliche in Iraq ed in Siria. Pertanto, Da’ish non verrà a fare la guerra in Francia e la Francia non progetta alcun intervento sul terreno mediorientale […] Il problema è che proprio la cultura che domina le nostre società è strutturata in base all’ideologia della violenza necessaria, legittima ed onorevole. Disarmare il terrorismo vuol dire disarmare prima quest’ideologia, così da costruire una cultura fondata su un’etica di rispetto, di fraternità e di nonviolenza. Poiché il vero realismo è quello di chi vede nell’estrema ignominia della violenza terroristica l’evidenza della nonviolenza. ‘Il sangue – diceva Victor Hugo – si lava con le lacrime, non col sangue’ …>> [vi]

Ma demistificare il terrorismo mediatico di chi ci vuol fare sentire minacciati nella nostra sicurezza e nella nostra stessa identità socio-culturale è solo il primo passo. Bisogna poi comprendere a fondo il fenomeno terroristico e le sue cause e distinguerlo dalla guerra, che è ben altra cosa. Per citare ancora un noto teorico della nonviolenza come Müller:

<<Il terrorismo non è la guerra. La sua strategia, viceversa, pone come postulato il rifiuto della guerra. Ciò che caratterizza la guerra è la reciprocità delle azioni decise ed intraprese da ciascuno dei due avversari. Ora, per la precisione, di fronte all’azione dei terroristi nessuna azione reciproca può essere intrapresa dai decisori opposti. Questi si trovano infatti nella incapacità di rispondere colpo su colpo a un avversario senza volto e che si nasconde…>> [vii]

Ecco perché, argomenta Müller, alla retorica antiterrorista che parla di ‘negazione del valore della vita umana’ si dovrebbe replicare che, conseguentemente, per sconfiggere il terrorismo di dovrebbe agire con la più grande prudenza e nel massimo rispetto della vita, non certamente i base alla logica mortifera della guerra.

<<Difendere la civiltà, in primo luogo, vuol dire rifiutare di lasciarsi contaminare da questa ideologia. Ciò esige che si rinunci alle operazioni militari che implicherebbe inevitabilmente che si ammazzino degli innocenti […]Pertanto, una volta riconosciuto questo diritto e questo dovere di legittima difesa, la vera questione è sapere quali sono i mezzi legittimi ed efficaci di questa difesa […] Ma per vincere il terrorismo è il caso di sforzarsi di comprenderne le cause e gli obiettivi  […] Per sradicare il terrorismo bisogna sforzarsi di comprenderne le radici storiche, sociologiche ed ideologiche che l’alimentano. […] Se il terrorismo non è la guerra, può ugualmente essere un mezzo di continuare la politica. Possiede allora la propria coerenza ideologica, la propria logica strategica e la propria razionalità politica.  Allora non serve a niente negarlo, brandendo la sua intrinseca immoralità. Dal momento in cui sarà riconosciuta la dimensione politica del terrorismo, diventerà possibile cercare la soluzione politica che esso esige. La maniera più efficace per combattere il terrorismo è privare i suoi autori delle ragioni politiche che essi invocano per giustificarlo [..] Da quel momento, per vincere il terrorismo non è la guerra che bisogna fare, ma è la giustizia che bisogna costruire>> [viii]

Prevenzione, dunque, significa cambiare radicalmente le nostre politiche, che di guerre e terrorismo spesso sono la causa prima, ma anche comprendere le dinamiche di questi fenomeni violenti, per poi fronteggiarli con interventi di matrice opposta. Il guaio è che tali soluzioni alternative risultano quasi pressoché sconosciute a quelle stesse popolazioni che dovrebbero metterle in atto, ma non ne conoscono i principi teorici, le strategie pratiche né le esperienze già realizzate in tal senso.  La difesa civile nonviolenta (D.P.N.), infatti, è di fatto ignota non solo alla gente comune, ma perfino alla maggioranza degli studiosi di questioni internazionali . D’altra altra parte, il ruolo dei corpi civili di pace (C.C.P. ) viene spesso ignorato oppure scambiato con la cooperazione internazionale o con azioni volontaristiche ed umanitarie portate avanti negli scenari bellici.  Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza e di prospettare alcune possibilità per uscire dal circolo vizioso guerra-terrorismo-guerra.

  1. Quali risposte nonviolente al terrorismo?

guerramedioorienteGià nel mio contributo di un anno fa, richiamando un contributo di Eli McCarthy (docente di studi sulla pace all’Università statunitense di Georgetown) cercavo di chiarire quali sarebbero le soluzioni possibili per indurre le popolazioni locali a resistere nonviolentemente all’integralismo islamista ed alle sue operazioni terroriste. In quell’occasione, infatti, citavo gli otto punti della sua proposta [ix], sintetizzabili ulteriormente nei seguenti interventi in loco:

  1. Diminuire le risorse umane, attraverso politiche che dissuadano la persone dall’unirsi alle organizzazioni come l’ISIS, venendo loro incontro con l’offerta di opportunità che rispondano ai loro veri bisogni economici, sociali e culturali;
  2. Promuovere la nascita di gruppi di cittadini per dare più peso alla società civile, riducendo il potere sanzionatorio militare e poliziesco sulla comunità locale;
  3. Ridurre l’intoccabilità di certi principi, mettendo in discussione la sostenibilità etica e religiosa sia delle azioni terroristiche, sia della repressione violenta nei confronti delle donne e delle minoranze interne;
  4. Ridurre le risorse materiali, stimolando la gente del posto a rifiutare o ritardare il pagamento di tasse che alimentino quel regime;
  5. Creare istituzioni alternative e svolgere iniziative di resistenza e non-collaborazione attuando azioni tipiche del repertorio della DPN.

Che qualcosa si stia lentamente muovendo lo si deduce da alcuni segnali positivi, provenienti da aree di crisi come il Pakistan, dove cresce l’opposizione alle risposte violente del governo e finalmente maturano risposte alternative, come quelle proposte da Rwadan Tehreek, il movimento per la tolleranza, che ha organizzato uno sciopero della fame ed un sit-in davanti all’edificio dell’assemblea del Punjab. Secondo il presidente musulmano dell’organizzazione, Abdullah Malik:

<<Il Governo deve attuare una politica di lungo periodo rivedendo il suo programma, cancellando le leggi che spingono all’odio e annunciando una politica globale per demilitarizzare la società. Le autorità devono bandire tutti i tipi di armi e adempiere alla loro responsabilità costituzionale di garantire sicurezza e protezione a tutti i cittadini.>> [x]

Purtroppo l’incalzare degli eventi è tale che non possiamo accontentarci di questi timidi segnali di conversione alla resistenza nonviolenta. Occorre quindi che i paesi occidentali – a partire da quelli dell’Unione Europea – facciano scelte alternative ed intraprendano da subito azioni concrete per invertire la rotta. Un prezioso ‘decalogo’ in tal senso ce lo ha fornito il nostro Nanni Salio, in un articolo apparso a novembre 2015 sul sito del Centro Studi Sereno Regis di cui è stato l’animatore ed il direttore fino alla sua scomparsa, lo scorso febbraio. In questo scritto egli elencava le seguenti dieci azioni alternative:

 1. Interrompere il flusso di armi ai belligeranti  

2. Interrompere i finanziamenti ai gruppi jihadisti

3Affrontare con decisione e concretamente i problemi dei rifugiati, migranti, profughi.  

4. Offrire valide alternative ai giovani immigrati nei paesi occidentali, che vivono in condizioni di degrado e disagio sociale.

5. Avviare processi di negoziato e dialogo con le controparti…

6. Affrontare con serietà, impegno e decisione la questione Israele-Palestina…

7. Istituire una commissione Verità e Riconciliazione per facilitare i negoziati e indagare sulle responsabilità storiche passate e recenti …

8Lavorare alla costruzione di una confederazione del Medio Oriente, sulla falsariga di altre confederazioni già esistenti

9Coordinare azioni di polizia internazionale, che non sono guerra in senso stretto, per individuare e catturare i responsabili degli attentati e processarli

10Avviare processi di ricostruzione partecipata, per rimediare ai gravi danni inflitti alle popolazioni civili con i bombardamenti. >> [xi]

Come si vede, anche in questo caso si tratta di ripercorrere i sentieri delle strategie nonviolente, arrestando innanzitutto il flusso di armi e denaro ai belligeranti, aprendosi a politiche di accoglienza e integrazione dei migranti e studiando provvedimenti di politica estera che si diano l’obiettivo di sanare i conflitti, mediare tra le parti e contribuire a ricostruire le comunità locali, decimate e sconvolte da anni di guerra e di stragi.

C’è poi da ricordare l’articolo che il noto attivista quacchero statunitense George Lakey pubblicò nel gennaio 2015 sulla rivista online Waging Nonviolence, in cui proponeva ed argomentava “Otto modi per difendersi nonviolentemente dal terrorismo”.  Anche in questo caso ne riporto sinteticamente il contenuto:

  1. Costruzione di alleanze e l’infrastruttura di sviluppo economico. La povertà e il terrorismo sono indirettamente collegati. Lo sviluppo economico può ridurne il reclutamento e guadagnare alleati, soprattutto se lo sviluppo è fatto in modo democratico….

 2. Ridurre l’emarginazione culturale. Come la Francia, la Gran Bretagna ed altri paesi hanno imparato, emarginare un gruppo all’interno della propria popolazione non è sicuro o sensato; terroristi crescono in queste condizioni. Questo è vero anche a livello globale….

 3. Protesta nonviolenta / campagne tra i difensori, ed inoltre mantenimento della pace civile e disarmato. Il terrorismo avviene in un contesto più ampio e quindi ne è influenzato . Alcune campagne di terrore sono fallite perché hanno perso il sostegno popolare…

4Educazione ed addestramento al conflitto. Ironia della sorte, il terrore spesso si verifica quando una popolazione cerca di sopprimere i conflitti invece di sostenere la loro espressione. Una tecnica per ridurre il terrore, quindi, è quella di diffondere un atteggiamento pro-conflitto e le competenze nonviolente che sostengono le persone impegnate in un conflitto, per dare piena voce alle loro rimostranze…

5Programmi di recupero post-terrorismo. Non tutte le forme di terrore possono essere prevenute, come accade per il crimine. Tenete conto che i terroristi spesso hanno l’obiettivo di aumentare la polarizzazione….

6. La polizia come ufficiali di pace: l’infrastruttura di norme e leggi. Il lavoro di polizia può diventare molto più efficace attraverso una maggiore politica di comunità e la riduzione della distanza sociale tra la polizia e i quartieri che essa serve. In alcuni paesi questo richiede una ri-concettualizzazione della polizia, da difensori della proprietà del gruppo dominante ad autentici agenti di pace …

7. Cambiamenti di politica e il concetto di comportamento sconsiderato. Talvolta i governi fanno scelte che invitano – quasi vanno cercando – una risposta terrorista … .. Per proteggersi dal terrore, i cittadini di tutti i paesi hanno bisogno di ottenere il controllo dei loro governi e costringerli a comportarsi di conseguenza.

8. Negoziazione. Di frequente i governi dicono: “Noi non negoziamo con i terroristi”, ma quando lo fanno spesso stanno mentendo. I governi hanno sovente ridotto o eliminato il terrorismo proprio attraverso la negoziazione e le capacità di negoziazione continuano a diventare sempre più sofisticate…>> [xii]

Concludendo, è evidente che da noi in Italia c’è ancora molto da fare perché si apra un vero confronto sulle strategie più efficaci per contrastare il terrorismo con modalità alternative. Il movimento per la pace, purtroppo, si presenta frammentato e quindi ancora più debole, mentre le significative esperienze di ricerca sulla pace e di educazione alla pace finora attuate rischiano di essere sommerse dallo strisciante indottrinamento bellicista, giunto massicciamente anche nelle scuole. Eppure, proprio per questo, bisogna che dai movimenti antimilitaristi e nonviolenti ripartano segnali chiari di mobilitazione civile, d’impegno quotidiano, di dialogo finalizzato ad un’azione comune.

Quel che è certo è che bisogna partire dalla formazione al pensiero nonviolento e dall’addestramento alle tecniche della nonviolenza attiva. Mi sembra altrettanto evidente, poi, che bisogna costruire anche un patto tra pacifisti ed ecologisti, perché guerra e terrorismo costituiscono un gravissimo pericolo per l’ambiente naturale e le comunità locali, dal momento che, come affermavo già un anno fa:

 <<… le catastrofi umanitarie corrispondono quasi sempre a quelle ecologiche, essendo frutto della stessa violenza cieca ed irresponsabile>> [xiii]

Ecco perché pace, giustizia e salvaguardia della ‘casa comune’ – come ci ha ricordato Papa Francesco nella sua ultima enciclica – sono strettamente collegate e richiedono risposte organiche. E’ indispensabile infatti che gli uomini facciano pace tra loro ma anche con la natura, ma purtroppo le cose vanno diversamente:

<<La politica e l’economia tendono ad incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Ma quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme d’interazione orientate al bene comune. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono le guerre o accordi ambigui, dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e aver cura dei più deboli…>> [xiv]

Al messaggio di morte e distruzione che vengono da guerre e terrorismo, dunque, bisogna contrapporre risposte di vita, relazioni più giuste ed una difesa della casa comune dell’umanità, che già 700 anni fa l’Alighieri definiva: “l’aiuola che ci fa tanto feroci”. [xv]     La ferocia dei terroristi è la stessa delle guerre e della sistematica distruzione degli ecosistemi ed ha la stessa origine. La nonviolenza è l’unica soluzione possibile da adottare, prima che sia troppo tardi.

NOTE ———————————————————–

[i]  Ermete Ferraro (2015), “Resistere, nonviolentemente “, Ermete’s Peacebook, novembre 2015 > https://ermetespeacebook.com/2015/11/19/resistere-nonviolentemente/

[ii]  Monde sans Guerre et sans Violence (2015), “La violence est le probleme, jamais la solution” > https://www.pressenza.com/fr/2015/11/la-violence-est-le-probleme-jamais-la solution

[iii]  Ermete Ferraro (2015),”La colomba verde ed il califfo nero”, Ermete’s Peacebook, Aprile 2015 > https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/04/02/la-colomba-verde-e-il-califfo-nero/

[iv] Alberto L’Abate, Lorenzo Porta (2008), L’Europa e i conflitti armati, Firenze, University Press > vedi e-book ( https://books.google.it/books?id=bmw04syro0wC&printsec=frontcover&dq=L%27Europa+e+i+conflitti+armati&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiQyeCS5erMAhWBFRQKHRmzCngQ6AEIHTAA#v=onepage&q=L’Europa%20e%20i%20conflitti%20armati&f=false )

[v] Nils Petter Gledisch and Ida Rudolfsen  (2016), “Are Muslim contries more violent ?”, Washington Post, 05.16.2016 > https://www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2016/05/16/are-muslim-countries-more-violent/ (traduz. mia).

[vi] Jean-Marie Müller (2015), “La France est-elle en guerre?”, MIR France, 18.11.2015 http://mirfrance.org/MIR/?p=295 (traduz. mia)

[vii]  Ibidem

[viii] Ibidem

[ix] Eli McCarthy (2015), “ISIS: Nonviolent Resistance?” , Huffington Post > http://www.huffingtonpost.com/eli-s-mccarthy/isis-nonviolent-resistance_b_6804808.html   (traduz. mia)

[x] Alessandro Graziadei (2016), “Pakistan: una risposta nonviolenta al terrorismo”, Unimondo, 222.02.2016 > http://www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Conflitti/Pakistan-una-risposta-nonviolenta-al-terrorismo-155592

[xi] Giovanni Salio (2015), “I due terrorismi  e le alternative della nonviolenza”, (20.11.2015) >  http://serenoregis.org/2015/11/20/i-due-terrorismi-e-le-alternative-della-nonviolenza-nanni-salio/

[xii] George Lakey (2015), “8 ways to defend against terror nonviolently”, Waging Nonviolence (22.01.2015) > http://wagingnonviolence.org/feature/8-ways-defend-terror-nonviolently/ (traduz. mia)

[xiii] Ferraro (2015), “La colomba verde e il califfo nero”, cit.

[xiv] Papa Francesco (2015), Laudato si’ – Lettera enciclica sulla cura della casa comune, n. 198 >   http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

[xv] Dante Alighieri, Divina Commedia – Paradiso, XXII, v. 151

Perché non possiamo non dirci Greci (Γιατί δεν μπορούμε να πούμε ότι δεν είμαστε Έλληνες)

 

  1. Prologo / πρόλογος

Per uno come me chIMAGE090e si chiama Ermete è fin troppo facile avvertire il fascino della grecità quasi come una componente genetica. Se poi ha studiato greco antico al liceo classico, è rimasto affascinato dalla filosofia e dall’arte ellenica e, per di più, vive da qualche decennio in una città che si chiama Neapolis, questa eredità culturale è ancor più forte e radicata.

D’altra parte non credo che si tratti solo di una questione personale. Ritengo che quella di sentirsi un po’ Greci è una netta sensazione che molte persone hanno avvertito in questi giorni: non soltanto gli abitatori dell’ex Magna Grecia che si sentono ancora figli di quella grande cultura, ma anche tanti altri che si ritrovano accomunati al dramma del popolo che ha inventato la democrazia. ma ne è stato troppo a lungo espropriato.

Adesso, all’indomani del clamoroso NO che i Greci hanno opposto agli arroganti diktat dei potentati finanziari e politici europei, pochi sembrerebbero ancora disposti a farsene paladini, pur avendole a lungo avallati come indispensabili correttivi. E’ fin troppo evidente ormai che, al di là delle consuete mistificazioni, le ricette economiche ‘sangue, fatica, lacrime e sudore’ [1], non soltanto non hanno fatto uscire dalla crisi gli stati che vi erano sprofondati, ma hanno ulteriormente ribadito il profondo divario tra paesi del nord e sud Europa, accrescendo il livello di sudditanza dei secondi nei confronti dei primi.

Ora che il popolo greco si è pronunciato, con invidiabile coraggio e dimostrando quella speranza cui Syriza ed il suo leader Tsipras hanno costantemente fatto appello[2], è di fatto impossibile che le cose possano restare inalterate e che la solita Europa ’carolingia’ continui ad imporre le sue ferree regole a tutti, in nome di un preteso interesse comune, che si è ormai dissolto come neve al sole.

Quelli che, come gli Italiani del Sud, hanno dovuto subire per un secolo e mezzo l’umiliante egemonia di chi li ha di fatto colonizzati con la scusa dell’Unità Nazionale, sanno molto bene come ci si sente ad essere considerati le ‘pecore nere’, il ‘peso’ da subire, il ‘freno’ allo sviluppo, la ‘palla al piede’ e tutte le altre simpatiche espressioni che in questi centocinquanta anni sono state usate per stigmatizzare i fannulloni meridionali. Già allora la cronaca e la storia di come si è esercitata quell’egemonia furono pesantemente forzate agli interessi dei dominatori, proprio come in questi mesi la propaganda catastrofista dei media ha fatto nei confronti della Grecia, pur di avallare la tesi di un paese allo sbando, che sa solo pretendere e nulla vuol concedere al necessario rigore.

Ma il travolgente responso referendario in Grecia non è stato affatto come i vecchi ‘plebisciti’ che sancirono l’annessione degli altri stati italiani al Regno d’Italia – fra cui quello tenuto nel Regno delle due Sicilie nel 1860 – ed ha impresso invece un profondo scossone allo pseudo-equilibrio dello status quo, basato sulla progressiva cessione di sovranità nazionale e di autonomia politica, senza reale parità di diritti e senza quella solidarietà che è frutto d’un autentico spirito federalista.

Le reazioni allarmate dei mercati finanziari di fronte al pronunciamento democratico del popolo ellenico non stupiscono affatto. Molto più gravi sono invece quelle degli stati che pretenderebbero di guidare l’Unione Europea ma sanno solo badare ai loro interessi nazionali, e soprattutto quelle di superpotenze come USA, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, che in tali scosse sismiche nel Sud-Europa intravedono solo una minaccia (o viceversa un’opportunità) per il loro imperialismo, nutrito dai rispettivi complessi militari-industriali.

La sottoscrizione di trattati iniqui e vessatori da parte di chi pretende di rappresentarci e di parlare in nostro nome è stata la pietra miliare di una strada che, come quelle consolari romane, conducevano solo dalla periferia al centro del potere. Ora il referendum greco ha segnato una tappa fondamentale di una nuova strada, che serve comunque per connettere persone e cose e per mantenere aperti i canali di comunicazione, ma apre nuove prospettive per uscire da un circolo vizioso, che alimenta la dipendenza anziché la cooperazione.

  1. L’anomia greca / Η ελληνική ανομία

Ovviamente il NO al ‘greferendum’ non risolve affatto tutti i problemi, a cominciare da quelli economici che stanno strangolando quel Paese, ma non bisogna dimenticare le ripercussioni squisitamente politiche di quel voto referendario. Chi ha straparlato di caos, evocando scenari allarmanti, voleva solo esorcizzare un’alternativa ben precisa che si sta profilando non solo per i Greci, ma anche per gli Italiani, gli Spagnoli, i Portoghesi e tutti quegli altri stati che l’amara ricetta dei soloni dell’UE ha sottoposto ad un’insostenibile austerità, senza garantire un vero sviluppo ed allargando sempre più la forbice tra ricchi e poveri.

images (2)In questi giorni politici e media hanno fatto a gara nello scomodare varie categorie culturali per sostenere le tesi del rigorismo teutonico. Si è passati da quella religiosa della contrapposizione weberiana tra ‘etica protestante’ e solidarietà cattolica a quella antropologica tra paesi nordici, alimentati a senso del dovere e spirito collettivo, e quelli meridionali, nutriti per secoli dall’edonismo e dall’ individualismo, quasi evocando la classica antinomìa nietzschiana tra lo spirito apollineo e quello dionisiaco [3]. Mancava solo la citazione dell’ironica dicotomia tra quelli che tendono all’amore e quelli che seguono la libertà, teorizzata dal napoletano professor Bellavista di Luciano De Crescenzo [4] ed avremmo completato la serie delle razionalizzazioni di meschine scelte politiche con profonde argomentazioni culturali.

La verità è molto più semplice: l’unione europea che è stata realizzata – e di cui noi Italiani ci troviamo a far parte – non ha niente a che vedere col sogno europeista dei padri fondatori e con quanto auspicavano nel 1941 Spinelli e Rossi nel loro Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita [5]. Non possiamo fare a meno di constatare, infatti, che ciò che abbiamo sotto gli occhi è ben altro. Basta leggere i giornali e seguire le dichiarazioni dei leader europei per accorgersi che non è affatto vero che “…la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade […] lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.[6]

Ciò che ha provocato l’eruzione della ‘lava incandescente delle passioni popolari’ non è stata infatti la volontà di dar effettivamente vita ad un ‘solido stato internazionale’, ma piuttosto il particolarismo nazionale di chi ha usato l’unità europea per consolidare la propria egemonia economico-politica a danno degli stati più periferici, senza peraltro liberarla né dalla dipendenza militare nei confronti degli USA, né da quella verso le potenti multinazionali che controllano saldamente la globalizzazione dell’economia capitalista.

Ecco perché – mutuando un’altra famosa frase [7] – ribadisco che non possiamo non dirci Greci, e non perché condividiamo acriticamente il percorso politico che Syriza ha finora realizzato né perché ce l’abbiamo visceralmente con i Tedeschi e con la loro cancelliera di ferro. Oggi più che mai ci sentiamo solidali coi Greci perché la loro vicenda ci ricorda la nostra comune storia di sud-europei, chiamati continuamente a dimostrare di essere interlocutori affidabili e seri e non stravaganti pulcinella scansafatiche e mangiatori a sbafo.

Ci sentiamo anche noi Greci perché da 2600 anni l’esopiana favola della cicala e della formica ci ricorda che non c’è da aspettarsi alcuna solidarietà da chi pensa solo ad accumulare capitali e non li vuole condividere con nessuno. Ci sentiamo Greci perché non è possibile che chi ha inventato la  democrazia ed ha ispirato lo stesso nome dell’Europa debba essere trattato come un ragazzino discolo, che non ha fatto i compiti a casa per andarsi a divertire nel paese dei balocchi.

L’ultimo decennio ha visto la popolazione greca sempre più compressa tra l’incudine del malgoverno ed il martello delle arroganti imposizioni dell’UE, con l’evidente risultato d’un mancato sviluppo economico e sociale. Dopo il 2009 la Repubblica Ellenica è stata sottoposta ad una massiccia cura liberista, che pur senza alleggerire molto l’impianto statalista, le ingiustizie e le storture costituzionali di quel Paese, ha finito invece col comprimere i ceti medi, alimentando disoccupazione e precarietà economica.

Stando così le cose, francamente non si capisce da quale paese del balocchi sarebbe stato irretito Pinocchio/Grecia, distogliendolo dai suoi doveri scolastici, mentre invece si capisce benissimo come le imposizioni della leadership europea abbiano alimentato sia pericolose reazioni d’impronta nazionalista, sia tentazioni populiste e radicalismi di sinistra.

  1. La scelta alternativa / Η εναλλακτική επιλογή

E’ peraltro vero che non bastano i proclami e le buone intenzioni per uscire dal tunnel di una crisi così grave ed è innegabile che lo stesso governo Tsipras abbia dovuto adattarsi a discutibili compromessi politici, ad esempio quello paradossale con un partito nazionalista e militarista come ANEL [8], cui è stato affidato improvvidamente proprio il Dicastero della Difesa Nazionale [9] .

images (5)Mi sembra altrettanto innegabile che dei 40 punti che sintetizzano il programma politico di Syriza [10] davvero poco è stato attuato, pur tenendo conto che il tempo trascorso dall’insediamento del governo Tsipras è relativamente breve e che molti problemi affondano le loro radici in una Costituzione (Sýntagma) scritta nel 1975 ed assai poco democratica. Sta di fatto che il ricatto della c.d.Troika ha pesato molto sulle scelte politiche, paralizzando di fatto quella potenziale alternativa alle pseudo-riforme che i potenti volevano imporre alla Grecia.

Vorrei ricordare almeno alcune di quelle scelte qualificanti, comprese nei citati 40 punti del Programma elettorale, che avrebbero dovuto segnare una vera svolta autenticamente socialista ed eco-pacifista, come auspicavo già nel 2012 in un mio articolo.[11]

  1. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.
  2. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.
  3. Tagliare drasticamente la spesa militare.
  4. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.
  5. Riformare la costituzione per garantire la separazione tra Chiesa e Stato e la protezione del diritto alla istruzione, alla sanità e all’ambiente.
  6. Regolare il diritto all’obiezione di coscienza nel servizio di leva.
  7. Ritiro delle truppe greche dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia.
  8. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.
  9. Negoziare un accordo stabile con la Turchia.
  10. Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato. 

4 – Pace, ecologia ed autonomia energetica / Ειρήνη, οικολογία και ενεργειακή αυτονομία

imagesPurtroppo, però, nessuno di questi punti ha trovato attuazione e ciò è vero soprattutto in ambito militare. E’ triste per un pacifista come me dover constare che: “la Grecia è un paese fortemente militarizzato e investe una quantità enorme del suo bilancio per la difesa in proporzione alla sua popolazione e al suo peso geopolitico” [12]. Con un incredibile rapporto di 1 soldato ogni 100 abitanti; con un bilancio della difesa che si avvicina al 4% del PIL (inferiore solo a quello degli USA…) e col poco invidiabile primato di quinto più grande importatore di armi al mondo, la Grecia, con meno di 10 milioni di abitanti (un quarto dei quali disoccupati) – nonostante la recente riduzione della spesa militare – resta comunque uno dei paesi più militarizzati al mondo, dove l’obiezione di coscienza è ancora reato ed in cui ogni ipotesi di nuovi tagli al bilancio della difesa è stata sdegnosamente e recisamente respinta.[13]

Un discorso simile, da ecologista, mi sento di fare anche in riferimento alle auspicate riforme in materia energetica ed in ambito più largamente ambientale. Se la Grecia (paradossalmente insieme alla Germania…) è stata sanzionata a causa dell’infrazione alla Direttiva europea 2014 sull’efficienza energetica, non c’è davvero da stare allegri.[14]

“Scommettere sulle energie rinnovabili” è rimasto quindi uno dei punti inattuati del programma elettorale di Syriza, considerato che il ministro dell’ambiente ellenico Lafazanis – anziché adoperarsi per dare al suo Paese un futuro ‘solare’, sembra molto più interessato a sostenere la realizzazione di una condotta per il gas naturale che raggiungerà il confine con la Turchia, portando in Grecia le forniture della Russia: il progetto di un Flusso greco (Greek Stream)…” [15]

Nessuno sa ancora come andranno le cose dopo lo storico pronunciamento del popolo greco, però sappiamo benissimo come reagiranno i vertici della sedicente Unione Europea, abituati per troppo tempo a sentirsi dire sempre di sì. Quel che è certo è che non dobbiamo assolutamente lasciare da sola la Grecia, poiché molto dipende da come gli altri paesi dell’area sud dell’Europa sapranno dimostrarsi coesi e davvero intenzionati a voltare pagina.

Noi Italiani per primi dovremmo superare le ambiguità politichesi della linea portata avanti dal nostro Presidente del Consiglio e, prima di lui, da tutti i precedenti governi, preoccupati solo di ribadire il nostro ruolo subalterno e di spacciare come riforme provvedimenti iniqui da cui non può scaturire né la pretesa crescita né, tanto meno, un autentico sviluppo.

Ecco perché, ora più che mai, dobbiamo sostenere la Grecia nella sua scommessa di autonomia dalle regole ferree della Troika. Dovremmo soprattutto appoggiarla nella sua ricerca di un’alternativa a quel paradigma economico che discende da un pensiero unico che la globalizzazione ha reso sempre più forte.

Non possiamo non sentirci anche noi Greci anche perché non dobbiamo mai dimenticare che verso quell’antico e nobile Paese del Mediterraneo noi siamo sì creditori, ma anche e soprattutto debitori di una tradizione filosofica, artistica, scientifica, politica e più latamente culturale che è entrata nel nostro DNA e che contraddistingue la nostra civiltà. [16]

NOTE ——————————————————————————————

[1] Si tratta di una frase più volte citata, tratta dal famoso discorso di W. Churchill alla Camera dei Comuni del 13 maggio 1940 (cfr. http://www.winstonchurchill.org/resources/speeches/1940-the-finest-hour/blood-toil-tears-and-sweat)

[2]  Il motto di Syriza  per le elezioni politiche del 2012 era “Ανοιγουμε δρομο στην ελπιδα”, che significa: “Apriamo la strada alla speranza” e ricordo anche le prime dichiarazioni dopo il voto greco di gennaio 2015 (http://ilmanifesto.info/tsipras-ha-vinto-la-speranza/  )

[3] Friedrich Nietzsche (1872), La nascita della tragedia dallo spirito della musica – cfr. ( http://www.treccani.it/enciclopedia/nascita-della-tragedia-la_(Dizionario_di_filosofia )

[4] Luciano De Crescenzo (1980)  Così parlò Bellavista – Napoli, amore e libertà, I edizione collana Oscar Mondadori, Arnoldo Mondadori Editore

[5] Cfr. il testo completo in: http://www.italialibri.net/contributi/0407-1.html

[6] Cit. in: https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_di_Ventotene

[7] Cfr. Benedetto Croce (1942),  Perché non possiamo non dirci cristiani, in La mia filosofia http://www.storiadellafilosofia.net/moderna/benedetto-croce/perch%C3%A9-non-possiamo-non-dirci-cristiani/

[8] Vedi su: https://en.wikipedia.org/wiki/Independent_Greeks

[9] http://www.mod.mil.gr/mod/en/ – Consulta anche:  http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1504.pdf

[10] http://web.rifondazione.it/home/index.php/12-home-page/7794-programma-di-syriza – Vedi anche: http://www.syriza.gr/page/thematikes-enothtes.html

[11] Ermete Ferraro (2012), La lezione di Syriza, https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/ 

[12] Carlos del Castillo, Il debito militare con Francia  Germania affoga la Grecia , http://www.communianet.org/rivolta-globale/il-debito-militare-con-francia-e-germania-affoga-la-grecia

[13] « I would like to thank the Prime Minister who ensured us that any suggestions made by our partners and creditors will not include reductions in the Armed Forces… Comunicato stampa del Ministero della Difesa Nazionale del 2.7.2015  http://www.mod.mil.gr/mod/en/content/show/36/A82792

[14] Fonte: http://www.rivistaeuropae.eu/interno/energia-infrastrutture/efficienza-energetica-grecia-e-germania-insieme-sotto-accusa/

[15] Fonti: http://www.notizieinunclick.it/grecia-punta-a-diventare-snodo-energetico/  e http://it.ibtimes.com/la-grecia-potrebbe-diventare-lago-della-bilancia-energetica-delleuropa-1402307

[16] Ad esempio, solo in questo testo sono calcolabili un centinaio di vocaboli che abbiamo ereditato dal lessico ellenico.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com)

DALLA TARTARUGA VERDARCOBALENO ALLA SPIRALE BIO-SOLARE

  1. TURTLE 2Vent’anni di sodalizio

Il compito che mi è stato affidato – al di là del ricordo più complessivo del mio grande maestro ed amico Antonio d’Acunto, cui ho già dedicato uno scritto subito dopo la sua scomparsa[1]– è quello di sintetizzare una fase fondamentale del suo percorso umano e politico, successiva al termine del suo mandato di rappresentante dei “Verdi Arcobaleno” al Consiglio Regionale della Campania.

Ma se questo è il riferimento a quo di quella tappa, è più difficile  indicarne il termine ad quem. Essa, infatti, racchiude l’intensa attività dell’associazione regionale “Verdarcobaleno” ed anche quella del circolo Napoletano e del Coordinamento Campano di VAS (Verdi Ambiente e Società – onlus), saldandosi strettamente anche con l’ultima fase dell’azione di D’Acunto, quella della “Rete” da lui promossa per far sottoscrivere, approvare e soprattutto attuare la legge d’iniziativa popolare sul Solare in Campania, di cui è stato estensore e primo firmatario.

Da testimone sia di quel lungo percorso – che spazia dal 1995 al 2013 –  sia della fase successiva tuttora in atto, mi è facile riscontrare una serie di elementi che ne mostrano la profonda continuità d’idee e di azioni, conferendo ad entrambi l’impronta inconfondibile del grande ‘visionario’, che ha saputo coinvolgere tante soggettività ed esperienze diverse in un ambizioso progetto di radicale cambiamento, sempre e comunque dal basso, della nostra società dei suoi valori e delle sue priorità.

Tutto cominciò quasi 20 anni fa, con una telefonata che Antonio mi fece subito dopo la mia ‘defenestrazione’ dalla Federazione dei Verdi, al termine del mandato di consigliere provinciale per quel movimento politico che avevo contribuito a far nascere a Napoli nel 1987. Era lo scotto che mi toccava pagare per la mia costante e manifesta opposizione alla linea politica dell’l’indiscutibile e imprescindibile ‘califfo verde’ di quel partito, che se lo era cucito addosso come un abito su misura. D’Acunto mi manifestò la sua solidarietà e mi propose subito di candidarmi nella lista dei Verdi “Arcobaleno” per le successive provinciali, affiancandolo nella difficile battaglia per riconquistare il seggio alla Regione ed iniziando una stagione di collaborazione.

Fino a quel momento, lo ammetto, non si era stabilito un particolare feeling tra me ed Antonio, le cui battaglie in Consiglio Regionale pur condividevo ed apprezzavo. Dall’esterno, mi risultava un po’ rigidamente ideologico, così come mi era apparso eccessivamente ostile ad un processo di unificazione con i Verdi, la cui negazione peraltro lo aveva lasciato da solo a combattere. Mi appariva poi diffidente verso i suoi ‘compagni di strada’ e poco disponibile a far fronte comune, peraltro in una situazione di profondo degrado del quadro ambientale e politico della Campania.

Dopo quella telefonata, però, compresi che avrei dovuto ricredermi. Iniziò allora un sodalizio che solo la sua morte, due mesi fa, ha bruscamente e dolorosamente spezzato, interrompendo quel rapporto di stima ed affetto che ci ha visti fianco a fianco per l’ultimo ventennio della sua vita.

Ripercorrerlo non è facile, ma cercherò di tratteggiarne i momenti fondamentali.

  1. La tartaruga verdarcobaleno e l’ecologia della politica

Lo slogan che contrassegnò la campagna elettorale condotta insieme nel 1995 – e che campeggiava nei volantini sotto il nuovo simbolo con una margherita e la scritta “verdi” – era quella ecologia della politica che riassumeva le tradizionali battaglie dei Verdi Arcobaleno per l’ambiente, i diritti, il lavoro e la solidarietà, insieme a quelle ecologiste e pacifiste che mi avevano caratterizzato, inquadrando entrambi alla luce d’una nuova visione della politica, intesa come impegno collettivo e dal basso per un autentico e profondo cambiamento.

Ovviamente le elezioni regionali e provinciali (che vedevano D’Acunto e me come candidati alla Presidenza di quei due enti) non si ponevano un obiettivo realisticamente raggiungibile – dato il quadro politico e la totale mancanza di una referenza nazionale – ma servirono comunque a far parlare di questo movimento ed a cementare l’alleanza, ideale prima ancora che operativa, che ci permise di far sentire forte e chiara la nostra voce alternativa.

Inoltre, come consigliere e capogruppo rieletto nella lista dei Verdi per un secondo mandato (1992-97), avevo l’opportunità di svolgere gli ultimi due anni alla Circoscrizione Vomero come rappresentante dei rinati Verdi Arcobaleno. Questo ruolo mi vedeva affiancato da altri due validi consiglieri di quartiere (Enzo Delehaye e Dario Cerchia) e da tanti amici e compagni della nuova Associazione “Verdarcobaleno” che avevamo deciso di costituire in quello stesso anno, scegliendo come simbolico logo una verde tartaruga, animale notoriamente lento ma tenace…

La sua identità, definita nello Statuto, era quella di un: “…soggetto politico, culturale e sociale…un movimento… pluralista e partecipativo…aperto al dialogo con tutte le associazioni e organizzazioni, a partire da quelle di base…con una impostazione democratica e nonviolenta” [2].

Di quel documento costitutivo era parte integrante la “Carta delle Finalità”, nella quale si sancivano i principi-guida dei Verdarcobaleno. Il primo luogo quelli fondamentali della giustizia e della solidarietà”, cui venivano affiancati lo sviluppo sostenibile ed eco-compatibile”, ma anche l’affermazione del “diritto al lavoro inteso come premessa al benessere della collettività”, nonché la scelta della “nonviolenza, intesa come fine e come mezzo, nella prospettiva di una società più giusta e pacifica”[3].

L’etica dell’economia, la conversione ecologica, la scelta di un modello federativo ed autogestionario di democrazia, insieme con l’ecopacifismo, erano dunque il terreno su cui lavorare, insieme con tanti altri, per cambiare dal basso Napoli e la Campania.

Nell’editoriale del primo numero di quello stesso notiziario, Antonio D’Acunto ricordava non solo il suo ruolo di “voce fuori dal coro” in consiglio regionale ma, tenuto conto dei voti comunque ricevuti alla consultazione elettorale, rivendicava anche il diritto di proseguire nel ruolo di stimolo e proposta anche all’esterno del parlamentino della Campania.

“ Rispetto alle istituzioni questo ci legittima ad operare come se fossimo presenti al loro interno, svolgendo una funzione sia di controllo sia di proposizione […] per far attuare importanti leggi del Gruppo già esecutive (quali quelle sui parchi, sullo sviluppo dell’architettura biologica, sulla condizione delle carceri, sugli immigrati, sulla tutela degli animali d’affezione…”[4].

Il taglio della nuova Associazione era ulteriormente chiarito poco più avanti, quando egli, ribadendone la natura aperta, ne sintetizzava la ‘filosofia’ in queste significative parole:

Una realtà interessata ad arricchirsi d’interessi, di valori, d’idee; a rappresentare e difendere bisogni, diritti negati, libertà; a riproporre la democrazia e la politica come categorie primarie di riferimento per la partecipazione dei cittadini e quali ragion d’essere dell’esistenza stessa delle Istituzioni…” [5]

La sede associativa era in piazza Pignasecca, cuore pulsante e popolare della vecchia Napoli. Lì la “tartaruga verdarcobaleno” mosse i suoi primi passi, aggregando nuovi soci e lanciando diverse campagne eco-sociali e culturali. In parallelo, il Gruppo Verdarcobaleno alla Circoscrizione Vomero, costituitosi nel giugno 1995, portava avanti le sue battaglie sul terreno della valorizzazione dei trasporti pubblici, dello sviluppo di una mobilità eco-sostenibile e della promozione ambientale, artistica e culturale del quartiere, in un’ottica di decentramento e di partecipazione, come veniva sintetizzato in un successivo numero del foglio informativo Ecopolis [6].

A partire dal mese di ottobre 1996, l’associazione Verdarcobaleno iniziò un’altra appassionante ed intrigante avventura. Con la collaborazione tecnica ed il coordinamento dell’emittente napoletana Antenna Vesuvio (can.37) fu infatti progettata, prodotta e diffusa una serie di trasmissioni che – col suggestivo titolo “Ecopolis: La città che viviamo”, intendeva affrontare in modo incisivo molte tematiche ambientali e sociali della città. I servizi televisivi –  da noi autogestiti – erano proposti in diretta tutti i martedì alle ore 21,00 , aprendo poi su ciascuno di essi un dibattito con degli invitati in studio e, telefonicamente, col pubblico dei telespettatori, ed erano replicati ogni sabato alle 19,30. Le questioni affrontate erano sempre spinose ed attuali, a partire dalla variante urbanistica di Bagnoli, passando per una serie di storiche “incompiute” (fra cui la sopraelevata di Corso Novara e la fermata della Circumvesuviana del CDN),  trattando anche altre questioni ambientali, dagli alberi abbattuti all’inosservanza dei passaggi pedonali, dalle ‘oasi protette per autoblù’ alla condizione dei cani abbandonati. Non mancavano anche ‘finestre’ su altre problematiche aree urbane di Napoli (Quartieri Spagnoli, Sanità, Secondigliano, Camaldoli… ) e di altre città della provincia (fra cui Pozzuoli ed Ercolano), così come erano affrontati importanti temi civili e sociali, come quelli relativi alla trasparenza delle sedute consiliari, alle disabilità, al commercio equo e solidale.

Ma fu proprio l’aver trattato con franchezza uno di quei delicati argomenti – l’effettiva tutela del diritto allo studio degli studenti universitari – che segnò la brusca fine di quella coinvolgente esperienza mediatica, che è rimasta comunque un eccezionale strumento per analizzare la realtà urbana, rispecchiandone i pesanti problemi ma anche le grandi potenzialità.

  1. VAS… dove ti porta il cuore VAS

Porta la data del 17 aprile 1998 il comunicato stampa con cui si annunciava che l’assemblea dei Verdarcobaleno – di cui D’Acunto era Presidente – aveva sancito l’adesione all’associazione ambientalista nazionale VAS (Verdi Ambiente e Società), vedendola come logico sviluppo di un progetto che avrebbe conservato come temi centrali: “…la specificità Mezzogiorno-Ambiente-Lavoro, la questione urbana [città vs megalopoli], l’educazione ambientale, l’ecologia umana, i diritti dei cittadini, l’alimentazione e le altre medicine, la solidarietà con gli altri esseri viventi e con le generazioni future” [7].

Il presidente nazionale – l’ex senatore Guido Pollice – ricordò a sua volta l’importanza che VAS dava ad una forte presenza dell’associazione in Campania, iniziata già con i circoli di Procida e di Sorrento e rappresentata finalmente anche nel capoluogo, dove si combattevano battaglie di grande interesse nazionale, come quella per il recupero ambientale di Bagnoli.

La sede di piazza Pignasecca, da quel momento, diventò quella del circolo di Napoli e del Coordinamento Regionale VAS della Campania, cui nel tempo si aggregarono altri circoli della provincia di Napoli (Ercolano, Pompei, Vico Equense) e di Salerno (Battipaglia, Eboli, Caposele, Camerota, Pagani). Ci fu poi il trasferimento nella nuova sede in calata Trinità Maggiore, nei pressi di piazza del Gesù Nuovo, dove il gruppo napoletano trovò una centralità ancora maggiore.

In un documento del luglio 2000 – il cui titolo è stato mutuato per questo paragrafo [8]– ho  tratteggiato la storia dei primi due anni di VAS Napoli, che aveva raccolto un centinaio di adesioni e che si era impegnata sia nelle importanti campagne nazionali dell’Associazione (Mai dire mais, Diritti al mare, Bastamianto!…) sia in una serie d’impegnative iniziative territoriali. Esse avevano una netta connotazione eco-sociale e marcavano una netta autonomia rispetto alla c.d. giunta ‘rosso-verde’ di Bassolino, soprattutto nei confronti di alcune sue discutibili scelte urbanistico-ambientali.

La lotta all’inquinamento elettromagnetico, alla diffusione degli OGM, alla privatizzazione del mare e delle spiagge, così come la promozione dell’educazione ambientale dentro e fuori la scuola, erano già tematiche comuni a tutti i VAS. C’erano però questioni che assumevano una loro specificità e cui il circolo napoletano volle dare un particolare rilievo, dal recupero delle città inghiottite dalla metropoli e private della loro dignità, alla tutela dei beni artistici e storici della Napoli negata.

Il progetto “Oltre Spaccanapoli: Riattaccanapoli” si rivelò un ottimo esempio di questo approccio, improntato com’era all’ecologia urbana e caratterizzato dall’impegno associativo sulle scelte urbanistiche strategiche, come le Varianti al PRG per Bagnoli e per la zona orientale; il piano per il Centro Storico e per il lungomare; la chiusura del Cinodromo e del Giardino Zoologico di Fuorigrotta; la necessità di frenare il dissesto idrogeologico dei Camaldoli, e così via.

L’approccio del gruppo VAS è stato fin dall’inizio caratterizzato sia dall’intervento culturale (assemblee pubbliche, seminari formativi sul pensiero ecologista, coordinamento d’insegnanti, visite guidate ai tesori nascosti della Città), sia da quello più propriamente politico (battaglie. anche legali, contro il rischio amianto e quello da elettrosmog; proposte urbanistiche alternative per la salvaguardia ambientale e l’archeologia industriale di Bagnoli; il progetto di pedonalizzazione e saldatura del lungomare partenopeo alla Villa Comunale, etc.).

L’associazione VAS, in tal modo, si fece ben presto conoscere ed apprezzare per la chiarezza delle sue critiche ma anche per la serietà costruttiva delle sue proposte, riuscendo ad ottenere una discreta copertura mediatica alle sue iniziative.

Sta di fatto che dietro di esse, al di là dell’entusiasmo e dell’attivismo del gruppo, c’era sempre la determinazione e lucidità di Antonio D’Acunto, la cui ormai classica immagine – con gl’immancabili occhiali sulla fronte – campeggiava sempre più spesso sui principali quotidiani e nelle immagini dei telegiornali RAI e delle emittenti locali. Un’icona che era da sola la sintesi di un approccio profondamente diverso alla politica, intesa come opportunità di crescita comune e collettiva, come esercizio dei diritti ma anche come progetto per far diventare Napoli una città più vivibile, civile e solidale. In quegli anni la statura morale e politica di Antonio –  insieme con la sua vastissima cerchia di conoscenze precedenti – conferì all’azione di VAS un’ autorevolezza indiscutibile, frutto di quella coerenza ideale ed etica che lo ha sempre contraddistinto.

Le battaglie da lui guidate contro l’emarginazione sociale di alcuni quartieri centrali e periferici – come si legge in un foglio autogestito del Circolo – costituivano: “…l’appello ad un vero decentramento amministrativo, inattuato dopo oltre 20 anni, ma anche a coniugare la rinascita di Napoli con quella dei napoletani, grazie all’adozione sociale e collettiva dei beni culturali, in mezzo ai quali essi trascorrono un’esistenza spesso precaria e marginale[9].

A questa riappropriazione popolare e quasi catartica della ‘grande bellezza’ di Napoli furono dunque ispirate molte iniziative di riscoperta diretta di alcuni suoi luoghi tipici, come il Sedile di Porto, la città antica di Totò, quella verticale delle pedamentine e delle mille scalinate, anche grazie alla mirabile guida dello storico dell’arte Vincenzo De Pasquale.

Era su questo VAS…pensiero” – come lo definiva scherzosamente il titolo d’un altro documento del 1999, dedicato alle iniziative culturali del Circolo e del Coordinamento regionale – che si basavano tutte le attività allora messe in campo. Ed è proprio per diffondere questa “cultura ambientale per il terzo millennio” che Antonio si è sempre speso a fondo, coinvolgendo nel dibattito sia il mondo laico e comunista da cui egli proveniva ideologicamente, sia quello cattolico più impegnato, aperto a quella visione ecologica di matrice evangelica e francescana che da sempre lo aveva affascinato.

  1. Biodiversità, ecologia sociale, ecopacifismo

Ritengo che il principale merito di D’Acunto – manifestatosi anche nella lunga stagione della sua indiscussa  leadership come responsabile regionale per la Campania dell’associazione nazionale Verdi Ambiente e Società – sia stato quello di rappresentare un punto di sintesi tra il pensiero marxista e quello ecologista. Ciò lo ha indotto a teorizzare le linee-guida di quello che egli chiamava “marxismo ecologico” [10], riscontrabili nei sei articoli raccolti nell’omonima sezione del suo sito personale (http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/per-un-comunismo-ecologico).

La stessa centralità del lavoro, in quegli scritti, è stata riproposta attraverso la lente di una visione ecologista globale, per cui anche termini di uso corrente – come ‘sviluppo sostenibile’ , ‘progresso’  o ‘crescita’ – erano da lui messi sotto accusa per la loro ambiguità e sostanziale contraddittorietà coi principi stessi dell’ecologia.

L’orizzonte di un Comunismo Ecologico e di un’Ecologia Comunista è l’intrinseco, eccelso motore di idealità, finalità e programmi per la fine di ogni forma di imperialismo, sopraffazione e violenza, per il disarmo nucleare e batteriologico generalizzato, per una filosofia epicurea*, dei consumi, per l’impiego di risorse locali e rinnovabili e per il loro totale riciclo; per il lavoro quale processo di arricchimento dell’Umanità, per la territorialità dei modelli di produzione e lavoro, per istituzioni decisionali espressione compiuta della partecipazione dei cittadini*, per la piena tutela della Biodiversità, naturale e dei valori creati dall’Uomo nel percorso della sua storia, e per la sua cultura quale filosofia della vita. Il Comunismo Ecologico e l’Ecologia Comunista costituiscono essenza fondamentale e necessaria per un pensare nuovo dell’Umanità.” [11]

In queste parole – uno dei tanti periodi ‘manzoniani’ e pieni di maiuscole tipici dell’enfatica scrittura di Antonio – troviamo racchiusa in nuce quella filosofia politica che, ispirata da un’idealità alta, riusciva a ricapitolare in un discorso unitario le battaglie anticapitaliste ed antimperialiste, la proposta d’una rivoluzione energetica fondata su risorse ‘locali e rinnovabili’, la spinta al disarmo , l’impulso ad un modello di produzione ‘territoriale’, la ricerca costante di una partecipazione attiva e responsabile dei cittadini e, soprattutto, la tutela e valorizzazione massima di quella Biodiversità in cui si coniugava l’infinita varietà biologica della Natura con l’eccezionale ricchezza dei valori tipici della comunità umana.

biodiversita'Questo paradigma ideologico – grazie anche ad un costante confronto con quelli che collaboravano con lui a quel progetto ecologico-sociale – col tempo è diventato sempre più patrimonio comune dei VAS napoletani e di tanti compagni ed amici degli altri circoli della Campania.

Ed è grazie alla lucida visione di un’ecologia che non vuole confinarsi in un mero protezionismo ambientale ma aspira a diventare pensiero-guida per un modello alternativo di sviluppo e di società, che nel decennio 1998-2009 quest’associazione ha saputo conquistarsi sul campo un’autorevolezza considerevole, ma sicuramente anche molte e pesanti ostilità.

Sono stati infatti gli anni in cui VAS Campania ha condotto un’opposizione senza se e senza ma  agli scempi urbanistici, al colpevole silenzio sul rischio amianto, alla privatizzazione selvaggia delle spiagge, alla mancata tutela dei beni culturali ed ambientali, al persistente rischio idro-geologico ed alla piaga degli incendi boschivi, entrando in conflitto con poteri forti e compromessi istituzionali

D’altronde, a ciascuna delle critiche formulate, particolarmente in materia urbanistica, VAS – fin da quei primi anni – ha puntualmente contrapposto le sue proposte alternative, dalle quali emergeva con chiarezza la visione di una Napoli policentrica, che ipotizzava “cinque città nella città”, sì da combattere la “metastasi della megalopoli” da cui deriva sempre la marginalizzazione delle periferie, alle quali bisognava viceversa “ridare dignità”. Il secondo punto qualificante – che D’Acunto ribadiva spesso con forza – era la creazione di una “cintura verde” intorno a Napoli – da Bagnoli a San Giovanni a T. – sia arrestando il degrado delle aree naturali ancora presenti, sia “rinaturalizzando” quelle urbanizzate o comunque sottratte ai cittadini.

I quotidiani del tempo [12] riferiscono abbastanza fedelmente questa grande battaglia ambientalista, che si sostanziava in un vero e proprio “contropiano dei Vas” : Esso si proponeva infatti di sconfiggere ogni tentativo di nuove speculazioni, di disegnare un volto nuovo per la città di Napoli; di restituirle il suo mare ed il suo verde, ma soprattutto di sconfiggere l’emarginazione delle aree periferiche e di risanare e valorizzare le aree industriali dismesse e lasciate al degrado.

Proprio nel 2001 ebbe inizio uno dei momenti fondamentali di questa esplicitazione pubblica d’un ambientalismo alternativo. Si trattava d’un evento che richiese all’associazione un vero salto sul piano organizzativo. La “Festa VAS della Biodiversità”, patrocinata della Regione Campania, prese le mosse in quell’anno negli Spalti del Maschio Angioino, animando cinque giorni di dibattiti, mostre e concerti, non a caso a partire da quel 4 ottobre in cui si ricorda S. Francesco, patrono dell’ambiente.[13]

Dalla seconda alla quinta edizione della kermesse ecologista (svolte dal 2002-2005 nella splendida Villa Comunale di Napoli), si confermò ulteriormente l’alto livello della manifestazione e la sua apertura alle grandi tematiche legate al rapporto tra “Natura e culture del Mediterraneo” (sviluppo, alimentazione e salute, diritti umani, pace e disarmo), anche grazie alla collaborazione con prestigiose istituzioni scientifiche e culturali (Stazione Zoologica di Napoli “A. Dohrn”, Osservatorio Vesuviano, “Maison de la Mediterranée” della Fondazione Laboratorio Mediterraneo, etc.) ed al patrocinio del Comune di Napoli, di quello di Sorrento e, in seguito, della Camera dei Deputati, del Senato della Repubblica e della Presidenza della Repubblica.

Andava delineandosi in quegli anni la visione globale della “Biodiversità come filosofia della vita” di cui Antonio D’Acunto è stato il vate e che lo portò a dichiarare. “La diversità non deve essere elemento di conflitto, ma un valore da apprezzare[14].

La Festa VAS fu quindi l’occasione migliore – e con una spiccata visibilità – per lanciare un progetto complessivo, capace di coniugare la salvaguardia della varietà naturalistica con quella delle multiformi culture umane, a partire dallo storico quanto travagliato crocevia del bacino del Mediterraneo. Una visione di cui resta come sintesi grafica il bellissimo logo della variopinta  ‘spirale della Biodiversità’, tuttora simbolo della nostra Rete per la “Civiltà del Sole”.

Le cinque edizioni di quella riuscita manifestazione – alternando conferenze e discussioni con momenti musicali e spettacolari – contribuì sicuramente a diffondere tale fondamentale concetto, ma anche a rilanciare le tradizionali battaglie di VAS: da quella sui parchi e la ‘green belt’ cittadina alla tutela della risorsa-mare; da quella contro ogni genere d’inquinamento e di minacce alla salute (gas di scarico, amianto, elettromagnetismo…) fino alla proposta di un’alimentazione sana e liberata della minaccia di organismo geneticamente modificati.

  1. Una leadership come esempio e servizio

“Un uomo mite, generoso, umile, un passionario, un gran combattente. Un uomo perbene. Un amico.” [15] .  Con queste parole il Sindaco de Magistris ha efficacemente sintetizzato la figura di Antonio D’Acunto, cui Antonio E. Piedimonte ha dedicato un bellissimo articolo, che ne tratteggia il lungo percorso umano e politico.[16]

Concludendo questa sommaria analisi del fondamentale segmento di tale percorso – che lo ha visto alla guida dell’associazione Verdarcobaleno e poi di VAS Campania nel quasi ventennio 1995-2014 – io vorrei invece sottolineare la particolare natura della sua leadership. Essa si estrinsecava soprattutto nella sua indiscutibile autorevolezza morale e politica, frutto di una lunga storia di combattente per la giustizia sociale, i diritti civili e la difesa dell’ambiente, ma anche nella sua esemplare coerenza con un pensiero forte, che ha costantemente precorso i tempi.

La visionarietà di Antonio era quella che contraddistinguono tutti i profeti autentici, che non solo riescono mirabilmente a leggere con chiarezza ciò che per la maggioranza rimane oscuro, ma si sentono spinti da un’irrefrenabile impulso a pre-dicarla ovunque ed a tutti. [17]

Il ‘verbo’ che egli non si è mai stancato di trasmettere a tutti – con parole e scritti ma soprattutto col suo eccezionale esempio – non era quello evangelico ma richiamava ugualmente ad una profonda ‘metànoia’, intesa come conversione a modelli di sviluppo e stili di vita alternativi a quelli attuali, ma anche come ri-conversione di un intero sistema (produttivo e genericamente economico), che si rivela sempre più ecologicamente insostenibile.

Certo, la leadership di D’Acunto risultava lo spontaneo e naturale risultato della sua statura culturale ed etico-politica, ma gli ha comunque richiesto un costante impegno a sviluppare la sua forte personalità – istintivamente determinata e sicura di sé – verso una maggiore capacità di ascoltare e comprendere gli altri, di valorizzarne le idee e le capacità, di dare spazio e visibilità a tutti quelli che collaboravano al comune progetto.

Fare sintesi e mantenere gli equilibri, pur senza negare le inevitabili diversità, è il compito del vero leader e Antonio lo ha esercitato nel modo migliore, riuscendo a trascinare chi lo circondava col suo entusiasmo contagioso – unito alla sua grande carica affettiva –  in imprese che nessuno avrebbe mai pensato di affrontare.  Il suo indiscutibile carisma , inoltre, ha contrassegnato ampiamente la vicenda cittadina, regionale e nazionale di VAS in questi ultimi sedici anni, dando impulso ed autorevolezza alla sua azione per quell’ “ambientalismo in movimento” che ne è diventato lo slogan, come ha peraltro attestato anche il Presidente Nazionale, Guido Pollice.[18]

D’Acunto ha dato moltissimo all’ambientalismo italiano, che ha cercato costantemente di far uscire dalle secche di battaglie parziali e locali per ricondurlo ad un saldo pensiero globale, ma ha anche saputo, con umiltà rara, ricevere e valorizzare i contributi di chi lo ha affiancato in questi anni.

Io stesso gli sono debitore di quella visione complessiva, ma anche di una pratica quotidiana che non trascurava nessuno spunto, anche di cronaca, per rilanciare e modulare quel messaggio.

Mi sento perciò orgoglioso di aver potuto affiancarlo negli ultimi vent’anni della sua attività, condividendo con lui e gli amici di VAS e della Rete Solare anche il mio impegno per la nonviolenza e l’ecopacifismo. Un altro aspetto in cui penso di averlo ‘contagiato’ è stata la mia impostazione eco-teologica che, di recente, lo ha spinto a scrivere a papa Francesco, auspicando una sua enciclica sull’etica ambientale, in una prospettiva non più antropocentrica ma aperta alla tutela di ogni essere vivente e di quella preziosa ma delicata biodiversità che ne è il segno tangibile.[19]

downloadE’ evidente che la fase ultima – contrassegnata dalla proposta di legge popolare su “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” e dalle battaglie perché fosse approvata in Consiglio Regionale ed effettivamente attuata – risulta indissolubilmente saldata alla sua esperienza negli anni delle battaglie nel PCI contro il nucleare ed a quelle federaliste ed ecologiste come consigliere regionale dei Verdi Arcobaleno. Ma è altrettanto evidente che essa è stata alimentata anche dalla stagione delle battaglie che, con gli amici e compagni di VAS, Antonio ha portato avanti per salvaguardare e valorizzare la Biodiversità e per restituire ai cittadini ed alle comunità locali quelle risorse e quel potere che si cerca sempre più di sottrarre loro, in nome dei miti della crescita, della governabilità e di un rinato decisionismo centralista.

La Civiltà del Sole, di cui egli è stato il profeta, è anche questo, E chi oggi rimane a proseguire sulla strada da lui segnata ha il non facile compito non soltanto di andare avanti, ma di mantenersi all’altezza del suo eccezionale esempio, umano e politico.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

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[1] Vedi: https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/12/31/ciao-antonio/

[2] Ermes Ferraro, “Dove va la tartaruga? Principi e orientamenti di un movimento”, Ecopolis (notiziario dell’associazione ‘Verdarcobaleno’),  N° 0, Napoli, 1995 (r.i.p.), p. 1

[3] Ivi

[4] Antonio D’Acunto, “Una voce fuori dal coro – Dal gruppo consiliare alla Regione alla Associazione”, in Ecopolis, cit., p. 1

[5] Ivi

[6] Ferraro, Delehaye, Cerchia, “Tanti auguri, tartaruga! – I Verdarcobaleno festeggiano un anno di battaglie al Vomero”, Ecopolis, Napoli, Giugno 1996 (r.i.p.), p. 1

[7] Cfr. Comunicato Stampa n. 1 del 17.04.1998

[8] Ermes Ferraro, VAS…dove ti porta il cuore – Due anni di attività del Circolo VAS di Napoli, Napoli, luglio 2000 (r.i.p.)

[9] D’Acunto – Ferraro, “‘Riattaccanapoli’ e altro… – Iniziative di VAS per la cultura e la tutela dell’ambiente”, la Vaspubblica – notiziario VAS Napoli, n° 5, ott.-Nov. 1999, (R.I.P.), p.1

[10] Antonio  D’Acunto, Per un comunismo ecologico > http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/per-un-comunismo-ecologico/29-per-un-comunismo-ecologico-per-un-ecologia-comunista-per-una-nuova-ecologia-politica-per-una-nuova-politica-dell-ecologia

[11] Ivi

[12] Cfr.: “Prg, cinque città nella città” (Cronache di Napoli – 13.06.2001): “Prg, rush finale per presentare le osservazioni”, Il Mattino – 16.06.2001;  “Un Prg che serve solo ai padroni del cemento”, Roma-GdN – 16.06.2001)

[13] Cfr.: “Biodiversità, gran festa sugli spalti”, Il Mattino, 01.10.2001; “Verdi ambiente e Società. Al via la festa della ‘Biodiversità’ “, Roma-GdN, 20.09.2001; “Festa della Biodiversità”, Nuova Stagione, 07.10.2001

[14] Rosa Savarese, “Biodiversità, una filosofia di vita”, Roma-GdN, 08.10.2003

[15]  V. in: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/14_dicembre_27/scompare-antonio-d-acunto-dei-primi-leader-ambientalisti-0b2b13fe-8dd5-11e4-9853-b3ac6340f997.shtml

[16] Antonio E. Piedimonte, http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/14_dicembre_29/quel-guerriero-sorridente-che-regalo-campania-l-energia-solare-7a875576-8f5d-11e4-958d-cb5be19f6659.shtml

[17] Cfr. il celebre versetto evangelico: “Quello che Io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e ciò che udite dettovi all’orecchio, predicatelo sui tetti”. (Matteo 10:27).

[18] Cfr. http://www.vasonlus.it/?p=10166#more-10166 ed anche la sintesi degli articoli sulla morte di A.D. in http://www.vasonlus.it/?p=10193

[19] Cfr. la pagina tematica del sito web della RCCSB > http://www.laciviltadelsole.org/etica-ambientale.html#/

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© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

KRISIS: E’ TEMPO DI SCEGLIERE

CRISISNon ho sottoscritto l’appello “Campania e crisi. Per un nuovo protagonismo dei popoli del mediterraneo” [i] , lanciato dal nascente movimento che ha deciso di denominarsi “Maggio” –  né sono riuscito a partecipare alla sua prima assemblea napoletana.

Fra i suoi firmatari ritrovo più di una decina di amici e compagni, ma temo che ciò non sia sufficiente a farmi aderire a questo appello dal nome così suggestivo, ma che mi sembra ancora molto esile, in quanto frutto di una certa alchimia fra più ‘anime’ politiche, che hanno in comune l’avversario più che un vero progetto.

Non vorrei però essere ingeneroso con chi si sta sforzando di riprendere il filo del discorso interrotto alle scorse elezioni europee, dovendo peraltro tener conto della frammentazione del quadro politico della sinistra c.d. ‘antagonista’ e delle caratteristiche  ben diverse di una consultazione elettorale regionale. Ecco perché ho provato a rileggere più volte il documento, evidenziandone alcuni passi salienti e certe parole d’ordine con colori differenti.

Il risultato è un testo in cui prevale ovviamente il rosso dell’opposizione alle politiche neoliberiste  contro i lavoratori, con alcune pennellate di azzurro (il colore che ho simbolicamente attribuito alla componente neo-meridionalista della coalizione) e di arancione (questione ‘beni comuni’ ed aziende pubbliche). Il colore verde dell’ecologia, per continuare nella metafora, compare invece solo in due passi dell’appello, quando si parla degli interessi camorristici su smaltimento di rifiuti tossici e gestione delle bonifiche e, poco più avanti, quando si fa cenno alle politiche regionali favorevoli all’incenerimento dei RSU.

Non che mi aspettassi un quadro più policromo, ma non posso accontentarmi di una pura e semplice giustapposizione di coloriture politiche, in cui l’ambientalismo (io preferisco chiamarlo ecologia sociale) è ancora una volta ridotto a componente aggiuntiva e poco significativa di questa ‘alternativa’. Non si tratta neppure di spazio ed importanza di certi temi che ovviamente mi stanno a cuore. Il fatto è che tra i quattro colori citati non c’è alcuna reale armonizzazione né tanto meno una effettiva fusione. Altrettanto generico, poi, risulta il riferimento al protagonismo dei popoli del Mediterraneo, sebbene tale obiettivo sia inserito nel titolo stesso dell’appello.

Certo, anche un importante riferimento politico come SYRIZA [ii] dopo oltre 10 anni – rimane sostanzialmente ciò che dichiara di essere (Synaspismòs vuol dire infatti ‘coalizione’). Ancora una volta la scienza etimologica ci viene incontro per chiarirci che ‘coalizione’ non significa solo mettersi insieme contro qualcosa e/o qualcuno, bensì ‘crescere insieme’ (dal lat. co-alesco). Temo però che quest’ultimo decennio – nonostante le pesanti lezioni subite… – non abbia insegnato molto alla c.d. sinistra antagonista. Direi che la tendenza prevalente resta purtroppo quella di perseguire obiettivi di piccolo cabotaggio, alleanze puramente tattiche, raggruppamenti solo strumentali e, proprio per questo, estremamente deboli e privi di radicamento.

Ma una sinistra che ambisca ad essere radicale – nel senso originario, greco, del termine – dovrebbe invece seminare di più e più in profondità, cercando non solo di costruire alleanze tanto per sopravvivere, bensì di volare alto, di farsi portatrice di una vera alternativa, che non può che essere globale e radicata nel comune sentire della gente.

Ammettiamolo: la pretesa di raccogliere dove non si è seminato (il mondo del volontariato sociale e del terzo settore, i cristiani orientati verso un socialismo evangelico, gli ambientalisti che non si occupano solo di fiori e di uccelli, i gruppi antimilitaristi e pacifisti, i marginali e gli emarginati delle nostre periferie, etc.) risulta oggettivamente poco credibile. E, si badi bene, quando parlo di ‘seminare’ mi riferisco al recupero di una modalità di azione politica di base, ad una ‘grass-roots action’ di cui si sono perse le tracce, e che lascia invece campo libero al populismo di destra e di sinistra. Con la citata espressione d’origine anglosassone, quindi, non mi riferisco alla sopravvivenza di demagogici movimenti di piazza, il cui scopo è blandire il solito sottoproletariato o i migranti con promesse irrealizzabili, ma piuttosto ad una Politica altra e alta, che valorizzi le risorse locali, i momenti di partecipazione dal basso, gli organi di decentramento amministrativo (ora ridotti a vuote scatole da spartirsi).

La stessa idea di ‘crisi’ esclusivamente come contingenza negativa, economicamente e socialmente oltre che politicamente, suona piuttosto banale e priva di slancio in positivo. L’etimologia di questa parola greca (krisis) ci riporta piuttosto ad una situazione in cui occorre valutare, giudicare, scegliere, separando (in gr. krìno) gli aspetti negativi dalle potenzialità buone. La crisi è un’occasione per operare ciò che il lessico cattolico chiamerebbe un opportuno ‘discernimento’, per poi finalmente assumere delle valide decisioni (de-cidere in latino significa appunto: risolvere un conflitto, un contrasto).

La crisi della Campania è un dato oggettivo e fin troppo evidente. Attribuirne le cause alla sola gestione Caldoro ed al centro-destra campano sarebbe sciocco, oltre che poco credibile, per cui dovrebbe emergere dall’appello una ben più netta condanna delle politiche consociative e neoliberiste di PD ed associati, che sono riuscite in breve tempo a fare oggettivamente più danni di quanti ne abbiano fatti Berlusconi & Co. nel suo lungo periodo di egemonia.

Mi va benissimo, inoltre, il recupero della questione meridionale e della bandiera della riscossa del Sud dalla macroscopica truffa perpetrata da un secolo e mezzo ai danni della gente delle regioni meridionali. E’ innegabile che “Il Mezzogiorno vive sulla pelle delle sue popolazioni tale diseguaglianza e le scelte del governo Renzi stanno aumentando il divario con il Nord Italia” e mi sembra quindi sacrosanta la protesta contro questo “federalismo truccato” che ruba ai poveri per dare ai ricchi. Non credo però che la mai risolta questione meridionale possa essere liquidata con un paio di slogan né che sventolare bandiere nostalgiche possa risolvere i problemi di un Sud dove i suoi stessi ‘figli’, politicamente parlando, si sono troppo spesso dimostrati figli di ben altra genitrice…

Insomma: un programma per le regionali non può ridursi al solito, triste e monotono “cahier des doléances”. Fare una semplice sommatoria di guasti e problemi (dalle disuguaglianze al controllo sociale; dalla ‘desertificazione’ industriale ed agricola al malaffare camorristico che ci taglieggia e ci avvelena; dalle privatizzazioni alle politiche di austerità ed ai tagli ai servizi sociali) non produce risultati positivi, ma solo sconforto e desolazione.

D’altra parte, penso che un nuovo modello di sviluppo e di società non può essere caratterizzato solo dal rifiuto del liberismo imperante e della ‘gabbia dei sacrifici’  cui ci costringono le politiche di austerità europee e nazionali.

Allora, a costo di essere tacciato di ‘benaltrismo’ sento di dover dire che, appunto, ci vuole…ben altro. Ci vogliono idee guida, principi solidi, visioni prospettiche di un futuro che non può essere ridotto alla pura e semplice aspirazione a fare meno sacrifici, magari per continuare a perseguire quell’assurda ‘crescita’ che troppo spesso viene contrapposta ad ‘austerità’.

Da ecopacifista antimilitarista, inoltre, in questo appello non ho trovato neppure una riga dedicata all’opprimente militarizzazione e nuclearizzazione del territorio e del mare della Campania, al servizio esclusivo di NATO ed USA, dei cui effetti ben pochi sembrano rendersi conto.

Non ho neppure riscontrato un minimo riferimento a quella che giudico la vera madre di tutte le rivoluzioni, quella energetica, che da anni – insieme col compianto Antonio D’Acunto – come Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità [iii] stiamo perseguendo con creatività e tenacia, per affermare appunto quella che abbiamo chiamato “Civiltà del Sole”. Nell’appello non si accenna neppure all’enorme potenziale – ecologico ma anche economico – di una netta svolta verso il solare e le altre fonti energetiche rinnovabili, né mi sembra di leggervi un sia pur vago cenno alla prima decisione da assumere se si vuole davvero ‘cambiare verso’, quella cioè di gettare a mare il modello attuale di sviluppo – iniquo ed energivoro – per imboccare risolutamente la strada della ‘decrescita felice’, eliminando sprechi e consumismo e recuperando la dimensione comunitaria, solidale e nonviolenta della società. [iv]

Syriza_2007_forestsNon ho incontrato neppure un riferimento chiaro ed esplicito ad uno dei peggiori reati politici che abbiano colpito la Campania, quel ‘biocidio’ in nome del quale pur erano scesi in piazza centinaia di migliaia di cittadini, ma che sembra ormai derubricato ad esclusiva competenza dei giudici antimafia e dei dipartimenti ambientali e sanitari, in vista dell’auspicata bonifica delle terre avvelenate dai rifiuti e dai roghi. Anche quando si parla di questioni ambientali, d’altra parte, la dimensione resta antropocentrica e non si avverte alcun reale interesse per la gravissima perdita di biodiversità (vegetale, animale ed anche culturale) che è invece una delle ricchezze della Campania.

Contrastare il “blocco di potere rappresentato dalla destra di Caldoro e dal PD” oppure opporsi, giustamente, al populismo razzista ed antimeridionalista di Salvini, sono affermazioni ovviamente sottoscrivibili, ma rischiano di restare battaglie di retroguardia, prive di un messaggio realmente alternativo, capace di accendere nei cittadini la speranza in un modo profondamente diverso di gestire la regione d’Italia che è terza per numero di abitanti e prima per densità abitativa. Quella Campania che, viceversa, potrebbe diventare non solo il centro di riscossa di un Meridione capace di recuperare la propria dignità culturale e sociale, ma anche la capitale della‘Civiltà del Sole’, i cui i pilastri sono nella scelta di fonti energetiche pulite diffuse e che non creano dipendenza, nel perseguimento del decentramento energetico, nella salvaguardia e valorizzazione della biodiversità e nella costruzione di un modello di sviluppo e di lavoro a misura d’uomo, ma anche compatibile con i delicati equilibri ecologici.

Concludo questa mia riflessione con le ispirate parole del carissimo Antonio D’Acunto, nella speranza che questo suo messaggio sappia farci uscire dalla banalità della politics e ci apra alla grandezza della Policy.

«Ma qui c’è anche l’assoluta necessità, che è anche la ragione ideale dei valori e  delle aspirazioni,  di un progetto politico  radicalmente alternativo al renzismo. Un progetto che, proprio perché parte dall’Ecologia e dalle sue leggi, affronta la crisi di oggi nelle cause di fondo che l’hanno generata, ricreando le condizioni per il benessere dell’Umanità nella sua globalità e del Pianeta, nell’infinita sua Biodiversità e Bellezza. Un progetto che parte dalla ricerca costante di  scelte e tecnologie per soddisfare i bisogni di oggi, che non solo non sottraggono valori al futuro, ma generano al contrario potenziali arricchimenti, cioè una Civiltà del Sole e della Biodiversità, costruita sull’Amore ed il Rispetto per il Pianeta,  per la sua Bellezza, e per  le sue forme di Vita,  e conseguentemente della sua limitatezza e delle necessità che essa impone; rinnovabilità e rigenerazione per ogni attività umana.» [v]

[i] http://contropiano.org/articoli/item/28497

[ii] http://syriza.net.gr/index.php/en/

[iii] http://www.laciviltadelsole.org

[iv] https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/06/08/ecosocialismo-si-grazie/

[v]  Antonio D’Acunto, Un soggetto politico eco-progressista http://www.laciviltadelsole.org/interventi–documenti.html

ECOSOCIALISMO? SÍ, GRAZIE !


Progresso o sviluppo?ecosocialismo

 La lettura dell’ottimo articolo di Antonio D’Acunto “Necessità ed urgenza di un egemonico nuovo soggetto politico Eco–Progressista, fondato sul primato dell’Ecologia” [1] risulta particolarmente stimolante. Vorrei quindi intervenire nel merito, a partire da una prima osservazione riguardante il titolo. La mia deformazione ‘linguistica’ m’induce a ribadire che ritengo molto più accettabile il termine ‘sviluppo’ rispetto a ‘progresso’, con gli attributi e le forme verbali che derivano in ambedue i casi. E’ proprio il mio spirito ecologista che mi fa privilegiare il primo vocabolo, che già nella sua etimologia rinvia ad un processo di liberazione, di apertura, di realizzazione delle potenzialità mortificate (“de-viluppo”, appunto; in inglese ed in francese development, in spagnolo desarollo). La parola “progresso”, invece, racchiude nel suo DNA etimologico una visione sostanzialmente anti-ecologica, contraddicendo il nodo fondamentale di questo approccio, cioè il tener conto dei naturali limiti ad ogni genere di sviluppo e prefigurando un illuministico processo di avanzamento inarrestabile del sapere e del potere umano.

Ecco perché penso che quel nuovo soggetto politico – che l’amico D’Acunto ed io auspichiamo – sarebbe meglio definito dall’aggettivo ‘eco-sociale’ piuttosto che da ‘eco-progressista’. Questa definizione, inoltre, richiamerebbe alla mente un ben preciso pensiero teorico, legato al concetto di ‘ecologia sociale’ ed alle riflessioni e proposte avanzate da autori come Barry Commoner, Murray Boockchin, Wolfgang Sacht, Serge Latouche, Arturo Escobar e Michael Löwi. [2]

I principi fondamentali di questo approccio così sintetizzabili: (a) interdipendenza ed unità nella diversità; (b) decentramento e democrazia diretta; (c) centralità dell’idea di cittadinanza attiva e responsabile: (d) visione liberatrice della tecnologia; (e) impostazione sociale del lavoro; (f) visione filosofica improntata ad un ‘naturalismo dialettico’ e fondata su un’etica ecologica.

2. Un’alternativa ecosocialista  al neo-liberismo antiecologico

L’analisi di D’Acunto prende le mosse dall’indubbio successo elettorale di Renzi e del ‘Renzismo’, mettendone però  in discussione l’effettiva rappresentanza della maggioranza degli Italiani. Anche se il PD targato Renzi ha ricevuto il 40% dei voti – si argomenta –  in termini puramente matematici il suo peso elettorale effettivo non supera un reale 20% dei consensi, visto che il restante 80% ha fatto altre scelte o non ha votato per nulla. A voler considerare il peso specifico in termini politici dell’attuale governo di coalizione, aggiunge D’Acunto, si arriva alla rappresentanza massima di 3 Italiani su 10,  4 se si considera anche l’appoggio di Berlusconi alle riforme istituzionali. E’ per questo motivo che non andrebbe enfatizzato il ‘successo’ di quello che, innegabilmente, resta il partito di maggioranza, per evitare che una visione trionfalistica legittimi il PD ed il suo rampante lìder maximo come il soggetto egemone ed assoluto protagonista della politica italiana.

E’ di per sé preoccupante che la ‘sinistra’ vinca nel nostro Paese solo se fa suoi una visione ed un linguaggio neo-liberali, ad esempio cavalcando gli sconti sulle tasse ed il tema del rilancio dei consumi. Se ci aggiungiamo, come sottolinea D’Acunto, che nella visione renziana manca non solo una prospettiva ecologica, ma anche una minima attenzione alle questioni ambientali, c’è da essere ancor più preoccupati. Non si cerca nemmeno più di mascherare il progressismo consumista con l’aggiunta prudenziale del concetto un po’ vago di ‘sostenibilità’, ma ci si lascia andare ad un ottimismo fuori luogo, trascurando le problematiche legate ad un modello di sviluppo distorto, energivoro, distruttore dell’ambiente, indifferente alla salute delle comunità e dei lavoratori.

Ancor più grave, pertanto, risulta la mancanza in Italia d’un soggetto politico che riesca a coagulare ed organizzare le tante battaglie combattute ogni giorno per difendere i diritti sociali, i beni comuni e l’integrità dell’ambiente naturale. Non parlo ovviamente d’una lista messa insieme all’ultimo momento né della una stanca riproposizione della pur fondamentale esperienza del movimento verde. Mi riferisco ad una realtà politica che sappia davvero coniugare la necessaria critica ad un modello di sviluppo dato per scontato ed imprescindibile con un serio programma costruttivo, capace quindi di proporre un’alternativa ecosocialista, ispirata ai principi prima elencati.

D’Acunto cita nel suo articolo un grande pensatore ecopacifista come Kenneth Boulding, il quale già nel lontano 1966 affermava che per credere in un’infinita ‘crescita esponenziale’ bisogna essere dei pazzi o degli economisti…[3]  Vorrei aggiungere allora che una visione alternativa a quella sostanzialmente liberale dell’attuale PD dovrebbe avvalersi anche del contributo della teoria e prassi della nonviolenza attiva e del pacifismo antimilitarista, come da tempo vado ripetendo. [4]

« Ma qui c’è anche l’assoluta necessità…..di un progetto politico  radicalmente alternativo al renzismo. Un progetto che, proprio perché parte dall’Ecologia e dalle sue leggi, affronta la crisi di oggi nelle cause di fondo che l’hanno generata, ricreando le condizioni per il benessere dell’Umanità nella sua globalità e del Pianeta, nell’infinita sua Biodiversità e Bellezza. Un progetto che parte dalla ricerca costante di  scelte e tecnologie per soddisfare i bisogni di oggi, che non solo non sottraggono valori al futuro, ma generano al contrario potenziali arricchimenti; cioè una Civiltà del Sole e della Biodiversità, costruita sull’Amore ed il Rispetto per il Pianeta,  per la sua Bellezza, e per le sue forme di Vita…» [5]

3. Teoria e prassi dell’Ecosocialismo in Europa e nel mondo

Una simile coalizione della sinistra ecologista non sarebbe affatto un caso isolato a livello internazionale, dal momento che esistono da parecchi anni molti esempi di partiti che – ad esempio in Europa – già si definiscono ecosocialisti. E’ il caso degli Alternatifs francesi, della Izquierda Unida in Spagna (con Esquerra unida i Alternativa in Catalogna), di Os Verdes in Portogallo, dell’Alleanza della Sinistra Verde nei paesi scandinavi, della Linke in Germania e, soprattutto, di Syriza  in Grecia[6], che ha raccolto oltre il 26% dei voti alle Europee.

Buona parte di essi hanno aderito al Congresso della Sinistra Europea, tenuto a Madrid il 14 dicembre 2013, sottoscrivendo una mozione sull’ecosocialismo [7], che faceva seguito ad un manifesto comune, approvato nel febbraio del 2013, intitolato “18 tesi sull’ecosocialismo” [8] , oltre che alla fondamentale Dichiarazione Ecosocialista di Belèm, datata 2007 [9].

Nella mozione comune, fra l’altro, troviamo scritto:

«Questa mancanza di considerazione sia per la biosfera sia per le condizioni di vita umane s’incarna nelle soluzioni capitaliste alla crisi, che favoriscono la ‘crescita verde’ ed il ritorno all’estrazione di forme convenzionali e non convenzionali di combustibili fossili […]così come i grandi progetti multinazionali nocivi nell’ambito delle energie rinnovabili – eolico, solare e biomasse – che degradano i paesaggi, le terre agricole e le foreste […]L’ecosocialismo, ossia la trasformazione sociale ed ecologica, si trova alla congiunzione dell’ecologia anti-capitalista con i movimenti di sinistra antiproduttivisti […] è una nuova sintesi per fronteggiare la doppia sfida delle crisi sociale ed ambientale- che hanno le stesse radici […]Esso implica il ricorso a radicalità concrete ed a misure che noi chiamiamo ‘pianificazione ecologica’, basata sulla redistribuzione delle ricchezze esistenti ed un sistema di produzione radicalmente differente, che tenga conto dei limiti ambientali, che si basi sul rigetto di ogni forma di dominazione ed oppressione, così come sulla sovranità popolare…» [10]

Le ‘18 Tesi per l’Ecosocialismo’ [11] esplicitano i punti fermi di tale approccio, chiarendo che esso è:

ü      un’alternativa concreta e radicale, «…per fondare una nuova economia dei bisogni e della sobrietà, preservare il clima, l’ecosistema e la biodiversità»;

ü      una nuova sintesi politica a sinistra, tra «un’ecologia necessariamente anticapitalista ed un socialismo che si è sbarazzato delle logiche produttiviste […]tenendo conto dei bisogni umani e dei limiti del pianeta»;

ü      un rinnovamento del socialismo, che «…ci obbliga a pensare in modo nuovo ciò che è veramente progresso umano, nella prospettiva della preservazione dell’ecosistema»;

ü      un modello alternativo di produzione, con una profonda revisione di quello attuale sulla base «…di quelle che chiamiamo le 4 R: rilocalizzazione dell’attività, reindustrializzazione ecologica, riconversione dell’industria e redistribuzione del lavoro […]nella ricerca di filiere ‘verdi’, al fine di ridurre la nostra dipendenza dalle risorse esauribili (eco-costruzione, efficacia energetica, ristrutturazione termica, energie rinnovabili…)» ;

ü      una rivoluzione che nasce da questa profonda riconversione, per cui «…le lotte debbono convergere» e occorre «lottare e resistere per inventare», visto che c’è bisogno che i cittadini si sentano direttamente coinvolti nella sperimentazione di alternative concrete e sappiano essere attivi anche nella «disobbedienza civile nonviolenta»;

ü      un’applicazione della pianificazione ecologica, che «…dà la possibilità di organizzare la deviazione verso in altro modello di sviluppo, interrogando i nostri bisogni e riorientando produzione, scambio e consumo, in virtù della loro utilità sociale ed ecologica»;

ü      una rivoluzione internazionalista ed universalista, perché le decisioni sono ormai su scala planetaria ed altrettanto globale deve essere quindi la risposta ad ogni forma di sfruttamento del Pianeta e dei popoli. «Il progetto eco socialista deve poter essere portato avanti da un forum mondiale, che ne faccia il fine della rivoluzione cittadina del nostro tempo».

D’Acunto sostiene che un simile movimento dovrebbe basarsi «…su contenuti fondamentali del modello di sviluppo: l’energia eternamente rinnovabile del Sole, il valore infinito ed insostituibile della Biodiversità, l’acqua fondamentale bene comune, la tutela della materia contro inceneritori e discariche, la salvaguardia  del territorio,  del paesaggio, del percorso del cammino dell’uomo espresso dai beni archeologici storici e culturali, la pace e la solidarietà, la democrazia e la partecipazione e, unificante del tutto, la centralità del valore del lavoro per tutti come crescita dell’Umanità e  creazione di benessere reale collettivo, nei suoi bisogni fondamentali materiali ed immateriali.» [12]

Mi sembra un’ottima sintesi di ciò che dovrebbe far parte del programma di questo nuovo soggetto politico eco socialista, che trovo peraltro perfettamente in linea con le enunciazione appena citate del Manifesto di questo movimento, diffuso non solo in Europa ma anche in America Latina.

4. Che fare, qui ed ora?

Quando si enunciano delle prospettive politiche così impegnative la prima domanda che sorge spontanea è: ma noi, in prima persona, che cosa possiamo fare perché si realizzi quanto abbiamo ipotizzato?   D’Acunto ha già dato una prima ed importante risposta a tale quesito:

« Occorre profondere  passione ed impegno, se si vuole che gli ideali, i valori, i  contenuti di merito che tanti di noi abbiamo portato e continuiamo a portare non restino nei limiti di molto importanti vittorie di opposizione, ma sul piano generale mere, astratte  enunciazioni. Per me,  naturalmente,  pensare a un nuovo soggetto politico, non significa assolutamente pensare a ridurre il valore e la portata della immensa moltitudine dei soggetti collettivi associativi e di movimento, di cui tanti di noi facciamo parte né ad una captazione strumentale di essi. Al contrario, significa pensare a ricreare e rafforzare condizioni… perché esse abbiano un ruolo decisivo nelle scelte.» [13]

Non bisogna necessariamente pensare ad un nuovo partito politico, aggiunge, ma bisogna assolutamente evitare le aggregazioni elettorali dell’ultima ora, talvolta strumentalizzando il bisogno di cambiamento per riproporre personalità ed esperienze superate. Le ultime elezioni europee, in tal senso, hanno purtroppo dimostrato che la sinistra dei partiti non ha compreso ancora la dura lezione delle precedenti consultazioni elettorali. I movimenti e la c.d. ‘società civile’ non sono solo ingredienti innovativo e più stimolanti da aggiungere ad un piatto riscaldato, solo per renderlo più appetibile. C’è bisogno piuttosto di organizzare, in modo serio ed efficace,  l’opposizione ad un modello di sviluppo che sta impoverendo sempre più persone e distruggendo sempre più la biodiversità naturale.  Il rinnovamento – per certi aspetti la rivoluzione – dell’ecosocialismo non può essere ridotta a mere alleanze tattiche tra forze politiche o a programmi elettorali sempre più vaghi. Occorre creatività, buona volontà, disponibilità a rompere vecchi schemi, ma anche capacità di rendere tale alternativa praticabile e, prima ancora, diffusa e consapevole.

«Come costruire questa organizzazione, che significa anche schemi, burocrazia e regole senza nulla togliere alla grande  ricchezza della moltitudine degli affluenti, necessariamente di gran lunga oltre le forze politiche che possono aiutarne la nascita,  è urgente ricerca non solo teorica e politica, ma soprattutto sperimentale.»[14]

Concordo totalmente con D’Acunto su questa prospettiva di dialogo costruttivo tra i vari movimenti e tra questi e le forze politiche preesistenti, perché si giunga ad una vera coalizione, nel rispetto della specificità delle singole proposte ma nella ricerca di un comune denominatore. Esso non può essere che una svolta radicale nel modello di produzione e di consumo, che parta da una pianificazione ecologica per scrivere le nuove regole di una società più equa e rispettosa degli ecosistemi di cui noi uomini facciamo parte. Redistribuire la ricchezza e fare pace con la natura è un obiettivo troppo alto perché lo si possa ridurre solo a formule elettoralistiche. Occorre far crescere la coscienza di tutti sull’insostenibilità ecologica di questo sviluppo, ma anche costruire le basi – teoriche e pratiche – per un’alternativa ecosocialista ed ecopacifista. Bisogna pensare ed agire – quì ed ora – affinchè, per citare un teorico dell’ecosocialismo come Michael Löwi:

«Lotta alla mercatizzazione del mondo e difesa dell’ambiente, resistenza alla dittatura delle multi nazioni e lotta per l’ecologia siano intimamente legati nella riflessione e la pratica del movimento mondiale contro la mondializzazione capitalista-liberale.»[15]

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com)

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[1]Antonio D’Acunto, Necessità e urgenza di un egemonico nuovo soggetto politico eco-progressista, fondato sul primato dell’ecologia, Giugno 2014 > http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/component/content/article/2-non-categorizzato/90-la-necessita-e-l-urgenza-di-un-egemonico-nuovo-soggetto-politico-eco-progressista-fondato-sul-primato-della-ecologia )

[2] Cfr. su Wikipedia le voci > http://it.wikipedia.org/wiki/Ecosocialismo , http://en.wikipedia.org/wiki/Eco-socialism , http://fr.wikipedia.org/wiki/%C3%89cosocialisme , http://en.wikipedia.org/wiki/Social_ecology , http://fr.wikipedia.org/wiki/%C3%89cologie_sociale , http://socialecologylondon.wordpress.com/

[3] Vedi anche: K. Boulding, Towards a New Economics: Critical Essay on Ecology, Distribution and Other Themes, Edward Elgard, 1992

[4] Cfr. alcuni miei articoli sull’argomento > https://ermeteferraro.wordpress.com/2011/12/13/ecopacifismo-visione-e-missione/ ; https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/03/16/riscatto-mediterraneo/ ; http://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d ; https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/05/31/ctraltcanc-esercitare-il-controllo-creare-alternative-cancellare-la-guerra/

[5] Antonio D’Acunto, art. cit.

[6] Cfr. un mio articolo del giugno 2012 > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/

[7] http://ecosocialisme.com/2013/12/17/motion-proposee-par-le-parti-de-gauche-fr-alliance-rouge-verte-dk-syriza-gr-bloco-port-die-linke-all-sur-les-questions-ecologiques/

[8] http://ecosocialisme.com/2013/02/07/premier-manifeste-des-assises-18-theses-pour-lecosocialisme/

[9] http://ecosocialistnetwork.org/Wordpress/wp-content/uploads/2012/03/Declaration-Belem-it.pdf

[10] Vedi testo cit. alla nota 6 (traduz. mia)

[11] Sintetizzo di seguito il testo cit. alla nota 9 (traduz. mia dei passi virgolettati)

[12] D’Acunto, op.cit.

[13] D’Acunto, op. cit.

[14] Ibidem

[15] Michael Löwi, Qu’est-ce que l’écosocialisme?> http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article656

GEO(DIS)GRAFIA

geografia1Dopo il precedente articolo sulle ” 5 parole della scuola” , questo secondo capitolo del nostro viaggio nella etimologia delle parole italiane – suddivise per argomenti – ci richiama una delle carenze della basi culturali di molti ragazzi. Ebbene sì, sto parlando proprio delle conoscenze un po’ approssimative che molti di voi“scolari” rivelate in geografia. Queste lacune sono aggravate anche dal fatto che in Italia – ma ancor di più in altri paesi europei e d’oltreoceano –  questa disciplina sta a poco a poco diventando la ‘cenerentola’ dell’istruzione di base, relegata com’è ad un’ora settimanale o, quando va bene, a poco più.
Beh, questa è l’occasione per rimettere la geografia in primo piano, sotto i riflettori della nostra ricerca etimologica, scoprendone la fondamentale importanza. E, del resto, quale materia potrebbe essere più utile in una realtà che sembra aver perso la bussola e che ci chiede di migliorare di molto la nostra capacità di orientarci?
Quale insegnamento può tornarci più utile di quello che ci fa riscoprire le risorse della nostra madre terra (Gea), aiutandoci a capire quanto ci siamo allontanati dalle sue leggi e quanti guai stiamo tirandoci addosso con la nostra assurda pretesa di “dominarla” anziché di “custodirla”?
Voi ragazzi di oggi, cittadini fin dentro il midollo, state progressivamente perdendo ogni contatto sia con la terra con la minuscola (intesa in senso fisico, come terreno), sia con la Terra con la maiuscola (nel senso di Pianeta, di ambiente vitale della specie umana). Non è certo colpa vostra, ma è un fatto che tutto ciò che riguarda la “natura” è ormai diventato per molti di voi solo lo sfondo del desktop della vostra esistenza, sul quale si sono sovrapposte fin troppe icone legate solo alla realtà urbana ed alla “civiltà”. C’è quella della casa sempre più tecnologica ed automatizzata, quella dei mezzi di trasporto sempre più veloci e avveniristici, quella del mondo scintillante dello shopping, oppure quelle del mondo del virtuale, si tratti della musica computerizzata e dei film in 3D o dei videogiochi e dei social network,  che vi risucchiano in una dimensione senza tempo e senza spazio.
Non c’è quindi da meravigliarsi se molti ragazzi come voi – ma anche un sacco di adulti – sono affetti da quel problema che ho chiamato scherzosamente nel titolo “geodisgrafia”. La definirei come una specie di disturbo dell’apprendimento, che consiste nel perdere contatto con l’ambiente naturale al punto tale che le nozioni geografiche diventano sempre più teoriche, vaghe ed astratte, anche parliamo della realtà  più fisica e concreta di qualunque altra.
Prendiamo la prima delle 5 parole dedicate proprio alla geografia (clic sul testo evidenziato per aprire la scheda). Come insegnante, quando parlo di “morfologia” del territorio italiano – o di qualsiasi altra parte della Terra – mi rendo conto che molti alunni/e imparano sì la differenza tra territorio pianeggiante, collinoso e montuoso, ma soltanto…a parole. Non ci sono video,fotografie o lavagne interattive che possano sostituire quello che si percepisce di persona, salendo a piedi su una collina o arrampicandoci lungo
ripidi e stretti sentieri su una vera montagna, dall’alto della quale la pianura diventa subito qualcosa di molto più evidente e significativo. Come si fa, poi, a spiegare il “regime” ed il corso di un fiume a chi non ne ha mai visto uno da vicino? Chi può illudersi di rendere con chiarezza – a parole o proiettandone le immagini – l’inquietante fascino di un cratere vulcanico o l’abbagliante senso di vuoto d’un deserto?
Sì, l’etimologia ci fa capire che studiare la “morfologia” di un territorio vuol dire spiegare con un discorso
(lògos) la sua forma (morphé) e le sue caratteristiche. Ma volete mettere quanto tutto ciò diventa
immediatamente più chiaro se nell’ambiente fisico ci muoviamo e viviamo davvero, invece di studiarlo sull’atlante o su ben illustrati manuali di geografia?
Il secondo termine da approfondire è “idrografia” , derivato dalla composizione della parola greca che indica l’acqua (hydor) col suffissoide “grafìa” (dal verbo greco “gràphein” = descrivere). Anche in questo caso si indica chiaramente che quella della carta geografica è solo una linea azzurra disegnata, più o meno lunga e tortuosa, che attraversa un’area verde (pianura), provenendo da una di colore marrone (monte) e poi giallo (collina). Sta di fatto che quel disegno non potrà mai rivelarci la bellezza e varietà d’un vero fiume, così come un bacino blu sulla cartina non potrà mai darci l’idea di che cos’è un vero lago, attraente ma anche un po’ misterioso.
Sempre di origine greca è anche l’etimologia del termine geografico “orogénesi”(composizione di “òros” = monte col suffissoide “gènesis” = origine, nascita). L’idea che anche le montagne sono nate non è proprio facile da spiegare. Eppure è proprio così e, nel corso di periodi di tempo che possiamo
solo immaginare, anche quei giganti rocciosi hanno avuto un’origine, un’evoluzione e perfino una decadenza, diventando sempre più bassi ed arrotondati, proprio come succede con l’invecchiamento a noi uomini e ad altri esponenti del mondo animale.
Chi, poi, non ha sentito parlare della “ecologìa” ?  In effetti, se ne parla soprattutto da quando abbiamo perso il nostro rapporto con l’ambiente fisico e con leggi naturali. Ecco perché oggi ci sentiamo fare sempre più discorsi e prediche in nome dell’ecologia, che non avrebbero senso se non ci fossimo da tempo avviati lungo una pericolosa strada, caratterizzata dall’estraneità nei confronti di quella nostra “casa” comune (dal gr. ôikos” = abitazione). Ecco, allora, che si rendono indispensabili i richiami degli “ecologisti”, che ci additano le allarmanti conseguenza dello sfruttamento dei terreni, delle acque e perfino del sottosuolo, accompagnate da un dissennato inquinamento delle nostre stesse fonti di vita (aria, suolo, acqua). Vivere di più immersi nella natura – piuttosto che rinchiusi nelle nostre tane di cemento ed asfalto – sarebbe comunque il modo migliore per riconciliarci con la natura e per sentircene
parte, non avversari.
L’ultima parola della nostra seconda scheda etimologica riguarda un aspetto della geografia che si definisce più“politico”,  riguardando la vita delle persone che si associano nelle città (in greco: “pòlis”).
La “demografìa”,infatti, è la descrizione (ritorna il suffissoide “grafìa”) d’una popolazione (in greco: “démos”). Anche i popoli, come le montagne, hanno un’origine, uno sviluppo, una diffusione e, prima o poi, anche un declino. Che si tratti di calo “demo-grafico” (cioè della diminuzione del numero degli abitanti di una città), oppure d’una grave crisi del suo sistema “demo-cratico” (ossia della capacità del popolo di conservare nelle proprie mani il potere – v. il suff. greco: “-crazìa” – evitando ogni forma di dittatura), studiare la geografia ci aiuta molto a capire evoluzione ed involuzione d’una civiltà.
Ignorare le basi della geografia, al contrario, potrebbe contribuire a farci diventare ancor più sbandati e privi di riferimenti, in un mondo sempre più artificiale e disconnesso dalla realtà naturale.
Per evitare questo dobbiamo imparare ad orientarci e, soprattutto, ad orientare le nostre scelte di vita.
Perciò abbiamo bisogno di una vera “bussola” che, etimologicamente parlando, è solo una scatoletta di legno di bosso (dal lat.: “bùxus”), che contiene però una preziosa lancetta magnetica, grazie alla quale non dovremmo più sbagliare strada. O almeno si spera.

ECOPACIFISMO: VISIONE E MISSIONE

di Ermete Ferraro (Referente Naz. VAS per l’Ecopacifismo)

1. Quale ecopacifismo ?

In occasione della IV Festa VAS della Biodiversità , nel 2004, fu pubblicato un mio articolo proprio con questo titolo. In quell’occasione, partendo dalla ricognizione sul significato dei concetti-base (ecologia, ecologismo, conservazionismo, ambientalismo, irenismo, antimilitarismo, pacifismo e nonviolenza), avanzavo poi la proposta di ciò che ritenevo un autentico ecopacifismo.
Anche se quindici anni d’impegno in VAS mi hanno offerto l’opportunità di fare qualcosa di concreto per l’attuazione del sano connubio tra ecologismo e pacifismo cui mi riferivo, devo onestamente riconoscere che il bilancio complessivo dei sette anni trascorsi da quell’articolo, per quanto concerne il nostro Paese, mi sembra tutt’altro che soddisfacente. Basta fare una veloce ricerca su Internet , infatti, per riscontrare la quasi totale assenza di questa proposta sullo scenario politico italiano ed internazionale. Qualche analisi e qualche esperienza organizzativa in tal senso, semmai, è riscontrabile nel mondo ispanico, dove di “ecopacifismo” si discute ancora, riconoscendogli un ruolo più chiaro nell’ambito del più complessivo movimento ecologista, verde, anticapitalista e terzomondista.
Ritengo che la carenza di un pensiero, ma ancor più di un’azione, specificamente “ecopacifista” sia frutto d’una concezione statica e sempre più pragmatica della politica, in cui le stesse ideologie ‘classiche’ hanno da tempo perso ogni capacità di attrarre e di aggregare, rimpiazzate da un movimentismo confuso e privo di prospettive, se non da correnti manifestamente antipolitiche. Lo stesso movimento pacifista d’impronta nonviolenta ha sempre stentato ad affermarsi in un panorama politico dove le uniche coordinate restavano quelle tradizionali (destra-centro-sinistra), pur essendo superate, nei fatti, dalla realtà di un quadro politico sempre meno ideologico. Una vera novità nel panorama di quest’ultimo trentennio è stato il movimento ecologista e verde, ma il suo incanalarsi nelle strettoie del partitismo e del leaderismo, ed il prevalere della tattica sulla strategia laddove esso è diventato elemento di governo, ne hanno eroso la capacità d’incidere davvero e di diventare una vera alternativa. Le organizzazioni di matrice antimilitarista e pacifista, da parte loro, in questi anni si sono ulteriormente frammentate di fronte all’incalzare di conflitti armati e di strategie geopolitiche sempre più aggressivamente militariste, cui non hanno avuto la forza di contrapporre non solo i tradizionali “signornò’, bensì una difesa alternativa, civile e nonviolenta.
Eppure questo trentennio ci ha offerto un quadro, desolante ma fin troppo chiaro, della fondatezza della proposta ecopacifista e della sua valenza non solo come netta opposizione al complesso militar-industriale ed ai suoi velenosi frutti in campo economico, politico e bellico, ma anche come possibile laboratorio di un gandhiano “programma costruttivo”.
I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato, infatti, che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.
Non ha quindi senso, ad esempio, perseguire un’astratta eco-sostenibilità dell’economia, se essa continua ad essere assoggettata alla logica d’un capitalismo globalizzato e pervasivo, che ricorre sempre più spesso alla strategia bellica quando l’aggressione ‘pacifica’ e neocolonialista del mercato non basta più.
Allo stesso modo, mi sembra evidente che non basta manifestare contro guerre ed invasioni armate se non ci si sa opporre anche ad un modello di sviluppo predatorio, nemico della natura e dei suoi equilibri almeno quanto lo è della giustizia e della pace. Sarebbe una vera follia pensare che – come sottolinea uno studioso catalano – ci si possa opporre ad un’aggressione militare o a dittature pensando che ciò non abbia a che fare con la battaglia per modelli più sostenibili di energia oppure con un’agricoltura non più dominata dalle monoculture e dall’accentramento delle risorse alimentari del nostro pianeta.
Ecco perché, già sette anni fa, avevo proposto l’ecopacifismo come “…l’anello di congiunzione tra le lotte per l’ambiente e quelle per la pace, a partire dalla consapevolezza che […] entrambi si alimentano di una scelta etica, fondata sul rifiuto della violenza e del dominio come forze necessarie per il cambiamento e lo sviluppo”. La “triade” ambiente/sviluppo/attività militari – di cui aveva parlato Johan Galtung già negli anni ’80 – avrebbe richiesto una strategia unitaria ed una saldatura organizzativa, in modo da contrapporre al modello violento di economia e di società uno sviluppo equo, ecocompatibile e nonviolento.
Nel mio saggio, a tal proposito, ricordavo alcune interessanti impostazioni ed esperienze del movimento verde che lasciavano presagire una sensibilità in tal senso. Anche alcune serie proposte di “ecologia sociale”, diffuse in ambito europeo ed anche italiano , avrebbero lasciato sperare nel rilancio dell’opzione ecopacifista. Un’altra corrente di pensiero che avrebbe potuto alimentarne lo studio e la pratica è quella che fa riferimento al pensiero c.d. “ecoteologico” ed alla crescente sensibilità delle Chiese cristiane verso il trinomio “giustizia/pace/salvaguardia del creato”. Anche in questo caso, però, la profonda ed autorevole riflessione di tanti teologi e vescovi e lo stesso magistero degli ultimi tre pontefici non sembra aver coinvolto profondamente tali comunità. Esse stentano a far proprio il “principio responsabilità” di cui parlava Hans Jonas, insieme ad altri filosofi e teologi che hanno insistito sulla centralità di un’etica ambientale. Mi sembra, allora, che il pur affascinante progetto di conversione e di nuova evangelizzazione della nostra società, a partire dalla diffusione di “nuovi stili di vita” fondati sulla sobrietà e più equi e solidali , non sia riuscito ancora a permeare davvero il progetto per una “civitas” cristiana.

2 . Ecopacifisti: come e perché ?

All’interrogativo “Quale ecopacifismo?” del mio precedente contributo avevo risposto proponendo: (a) alcune priorità programmatiche: disarmo e difesa alternativa, tutela della diversità ecologica e culturale, ecologia sociale applicata al quotidiano; (b) alcune strategie operative: rapporto col movimento antiglobalizzazione, con quello no-war e nonviolento e con le organizzazioni ecologiste e verdi; (c) un’ipotesi strategica: l’apertura, da parte anche dei movimenti più radicalmente laici, alla collaborazione con le comunità cristiane più sensibili ed inclini a coniugare la scelta per la pace con quella per la giustizia e la tutela dell’ambiente.
Sta di fatto, però, che la realtà politica attuale appare sempre più frammentaria, deprimente sul piano etico, dominata da un pensiero unico e ripiegata in una sorta di passiva rassegnazione. Peraltro, credo sia innegabile che negli ultimi tempi si siano moltiplicati movimenti spontanei, aggregazioni virtuali tramite i social networks, mobilitazioni giovanili a livello internazionale e perfino grossi movimenti di opposizione e di resistenza ai vari regimi ancora esistenti, soprattutto nell’area arabo-mediterranea. E’ mancato, però, un filo conduttore che desse a tali battaglie un respiro più ampio ed una strategia condivisa, coniugando l’opposizione sociale alla creazione dal basso di una vera alternativa economica, sociale, ambientale e difensiva.
Lo stesso movimento degli “indignados” dà il segnale chiaro e forte di uno scontento generale, però non lascia intravedere una visione strategica globale che segua la sacrosanta protesta contro i padroni dell’economia mondiale e l’inettitudine di una privilegiata casta politica.
“Il metabolismo della società determina gran parte della sua geopolitica, ed in particolare la violenza che essa trasmette sia all’esterno sia all’interno […] (questa) è una relazione sistemica essenziale che deve essere messa in luce e con cui bisogna confrontarsi, prima che sia troppo tardi. Ciò significa che i precetti della cultura della pace devono diventare parte dell’ambientalismo e quelli ambientali devono diventare parte del pacifismo e dell’antimilitarismo. La questione va ben oltre ciò che potrebbe essere un’alleanza tattica tra movimenti sociali per la giustizia globale.” .
“Prima che sia troppo tardi” non è un’espressione da “apocalittici” per dare la sveglia ai troppi “integrati”, per mutuare l’efficace antitesi proposta negli anni ’60 da Umberto Eco. E’ l’oggettiva constatazione del grave ritardo nella diffusione nell’attuale società dell’ecopacifismo non solo come ipotesi teorica, ma come strategia politica credibile ed efficace.
Un segnale d’allarme lo ha recentemente lanciato anche uno dei più qualificati studiosi italiani di ecologia, Giorgio Nebbia, quando in un editoriale sulla rivista di VAS ha sottolineato la fragilità del legame tra pace e ambiente nella comune percezione e coscienza:
“Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo […]La violenza ha dominato e pervaso la storia umana. C’è motivo di ricordarlo anche in questa rubrica perché ogni conflitto, ogni scontro, ha avuto cause ed effetti ambientali. Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi…”
Nebbia, ad esempio, ha opportunamente sottolineato il circolo vizioso che, nel proliferare di conflitti armati e relative ‘missioni di pace’, lega gli interessi economici dei militari e delle industrie belliche ai profitti connessi alla successiva “ricostruzione” di quanto quelle guerre, grazie agli stessi governi, hanno provveduto a distruggere. Questo cinico gioco al massacro del complesso militar-industriale ci costa, solo in termini economici, 3.000 miliardi di euro all’anno, sottratti ovviamente agli investimenti per lo sviluppo collettivo, per il risanamento ambientale e per il benessere sociale.
“[ Questo] sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti. La pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace.”
L’interrogativo “ecopacifismo: come?”, allora, passa oggettivamente in secondo piano rispetto all’urgente necessità di chiederci, qui e ora: “ecopacifismo:perché?”. E’ una domanda che nasce dalla constatazione del tempo già perso, in attesa di una saldatura teorica tra le priorità dell’ecologismo e quelle del pacifismo. Un interrogativo, dunque, che richiede risposte immediate.

3. Che fare?

Una certa miopia dei movimenti ed la scarsa tendenza a mettere in pratica il classico slogan ambientalista “pensare globalmente, agire localmente”, ci costringono allora ad ipotizzare un’alleanza quanto meno operativa fra queste due dimensioni dell’agire politico. I terreni sui quali si possono sperimentare interventi comuni non sono certo pochi, a livello sia nazionale sia internazionale. Basti pensare all’assurdo tentativo del governo di riproporre agli Italiani l’opzione nucleare, sconfitta con un movimento referendario composito e dal basso più che grazie ai tatticismi dei partiti e di alcune associazioni ambientaliste, troppo istituzionalizzate per essere davvero incisive. Si pensi, inoltre, all’accresciuta e più diffusa sensibilità della gente in campo alimentare e contro l’uso degli OGM, un altro settore dove da decenni si esercita il ferreo controllo delle multinazionali, oppure alla vincente battaglia referendaria per l’acqua pubblica e gestita con criteri sociali, contro l’avidità delle grandi imprese internazionali che in parte già la controllano. In ambedue i casi, infatti, sono innegabili i risvolti non solo economici sociali e civili di quelle scelte, ma anche il loro collegamento col rifiuto d’un mondo assoggettato al potere delle multinazionali, della finanza e del complesso militar-industriale.
Mai come in questo periodo, del resto, sta crescendo nel cittadino medio la consapevolezza che la crisi finanziaria globale è strettamente connessa ad una strategia di controllo non solo dei mercati mondiali, ma anche delle risorse energetiche strategiche e degli equilibri geo-politici complessivi. A questo “capitalismo-avvoltoio” – com’è stata efficacemente definita negli stessi USA la complicità fra i grandi di Wall Street ed il complesso militar-industriale – bisognerebbe contrapporre una strategia altrettanto complessiva ed internazionalmente diffusa. Molti “indignati” che scendono in piazza contro chi vorrebbe accollare alla gente comune il debito pubblico fanno spesso riferimento ad alcune delle ‘teste’ di quella che Livergood definisce una vera e propria ‘idra’, fra cui la Banca Mondiale (W.B.) ed il Fondo Monetario Internazionale. (I.M.F.). Pochi di essi, però, si rendono conto dell’intreccio fra: (a) piani di delocalizzazione delle aziende voluti dalle multinazionali; (b) coperture governative e finanziarie a queste operazioni speculative, in primo luogo sullo scenario asiatico; (c) crescita delle esportazioni di armamenti a tali paesi come ulteriore leva di controllo anche sul piano militare; (d) acquisizione a prezzi stracciati, da parte del capitalismo-avvoltoio, di banche, fabbriche ed interi patrimoni, non appena gli stati-cliente cominciano ad ‘andare sotto’; (e) offerta di prestiti e finanziamenti – da parte di IMF e WB – alle economie più fragili, in cambio di drastiche misure di riduzione delle garanzie ai lavoratori ed ai pensionati; (f) ulteriori operazioni speculative sul piano finanziario e monetario ai danni di tali ‘economie fragili’, in questo modo ancor più assoggettabili.
Per un movimento ecopacifista – o che, quanto meno, abbia l’ecopacifismo tra i suoi principi ispiratori – non mancherebbero le occasioni per sottolineare queste perverse connessioni e per intraprendere battaglie che vadano ad incidere sulle tre dimensioni delle questioni citate. Difendere l’acqua come bene comune o sconfiggere il nucleare civile, come ho già accennato, sono state poste come scelte il cui peso andava ben oltre la difesa dell’ambiente, coinvolgendo molti altri aspetti.
Agli italiani/e più sensibili e consapevoli, infatti, non è certo sfuggito che i quesiti referendari ponevano con forza anche altre questioni: rivendicazione del diritto alla salute, autogestione delle risorse naturali, opposizione al nucleare di guerra, riaffermazione della democrazia dal basso e della partecipazione popolare, sfida alle multinazionali che da tempo stanno privatizzando e controllando i beni comuni, fuoriuscita da meccanismi di subalternità verso le scelte dei paesi economicamente, politicamente e militarmente egemoni.
Eppure bisognerebbe fare molto di più. Se soltanto facciamo una rapida rassegna dei principi fondativi delle più conosciute organizzazioni ambientaliste del nostro Paese, ad esempio, emerge chiaramente che solo poche coniugano nei loro statuti l’ecologia col perseguimento d’una società più giusta e più pacifica. Se tralasciamo il caso classico di Greenpeace , associazione internazionale ispirata da principi nonviolenti ed il cui ecopacifismo traspare dallo stesso nome , riferimenti espliciti li troviamo solo in alcune realtà associative. E’ il caso di Legambiente, nel cui statuto leggiamo, all’art. 2 comma 6: “È un’associazione pacifista e non violenta, si batte per la pace e la cooperazione fra tutti i popoli al di sopra delle frontiere e delle barriere di ogni tipo, per il disarmo totale nucleare e convenzionale” . Ciò è vero anche per l’associazione Verdi Ambiente e Società, nel cui documento statutario, all’art. 3, troviamo scritto che V.A.S. : “… (2) promuove e favorisce le iniziative che, nel rispetto dei valori e dei diritti umani civili e sociali e nella salvaguardia del patrimonio naturale e storico-culturale, consentano l’equo impiego delle risorse disponibili, per il superamento degli squilibri economici-sociali, delle sacche di sottosviluppo e delle contraddizioni esistenti tra uomo, natura ed ambiente; (3) promuove e favorisce la cultura ambientalista, eco-solidale ed eco-pacifista…”
Delle circa ottanta organizzazioni ambientaliste riconosciute dal governo italiano , solo un’esigua minoranza dichiara di perseguire finalità non circoscritte esclusivamente alla protezione dell’ambiente ma d’impegnare anche per un mondo più giusto e senza violenza. Se andiamo a scorrere l’elenco di queste associazioni, inoltre, si nota poi, a partire dalle stesse denominazioni, che gran parte di loro non si occupa nemmeno di ambiente a tutto tondo, bensì di questioni spesso specifiche se non settoriali (caccia, animalismo, urbanistica, ambiente alpino, tutela avicola, salvaguardia dei mari e delle coste, ciclismo etc.).
E’ evidente, pertanto, che di strada da percorrere ce n’è ancora molta e che, tenendo conto anche della crisi attuale del movimento pacifista in Italia, sempre più frammentato e privo di prospettive condivise di alternative alla guerra, si tratta oggettivamente di un percorso molto difficile. Esistono, però, alcune questioni sulle quali si potrebbe da subito cercare la convergenza operativa delle organizzazioni ecologiste e di quelle pacifiste. La prima è certamente quella relativa alle scorie nucleari ed al loro ritrattamento, finalizzato alla fabbricazione di armamenti atomici. La seconda è senz’altro la battaglia contro la presenza di natanti a propulsione nucleare in alcuni porti del nostro Paese. Un’altra potrebbe essere, inoltre, il rilancio del rischio ambientale connesso all’inquinamento elettromagnetico generato da mostruosi apparati (stazioni radar e per telecomunicazioni), massicciamente presenti in basi ed aeroporti militari collocati in aree densamente urbanizzate. Non dimentichiamo, poi, le campagne contro le c.d. “banche armate”, finanziatrici dell’industria bellica, cointeressate in molte imprese industriali multinazionali ed in speculazioni edilizie, anche se spesso ipocritamente atteggiate a benefattrici dell’umanità o perfino sponsor di progetti di recupero ambientale.
Se soltanto riuscissimo a coagulare intorno a queste quattro tematiche un nucleo di movimento ecopacifista, penso che sarebbe già un passo notevole verso la creazione di una realtà più qualificata, che non si limiti a fare “fronte comune” ma sappia pensare più globalmente.
Un tentativo in tal senso lo stiamo facendo da anni noi di VAS in Campania, aderendo ad una preesistente rete operativa (il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio) ed offrendo il nostro contributo fattivo sulla vertenza relativa al rischio nucleare nel porto di Napoli , ma anche sull’opposizione alla presenza di comandi strategici e basi militari – sia USA sia della NATO – nel cuore della città capoluogo (Bagnoli, Nisida, Capodichino) e nell’intera regione Campania (in primo luogo il nuovo Comando alleato presso il Lago Patria (Giugliano).
Rilanciare l’ecopacifismo come un vero e proprio “programma costruttivo” in alternativa ad un mondo sempre più militarizzato ed asservito alle multinazionali è però un obiettivo più grande ed ambizioso, cui tutti sono chiamati a dare un contributo. Prima che sia troppo tardi.

RIFERIMENTI:

1 V.A.S. è l’acronimo di “Verdi Ambiente e Società”, associazione – onlus riconosciuta dal Min. dell’Ambiente fin dal 1994 come ‘organizzazione nazionale di protezione ambientale’ (www.vasonlus.it ). La “Festa della Biodiversità” è stata organizzata a Napoli – dal 200 al 2004 – a cura del Coordinamento Regionale Campania di VAS.
2 Ermete Ferraro, Quale ecopacifismo? in “Biodiversità a Napoli” – suppl. a Verde Ambiente, anno xx, n. 2 (mar.-apr. 2004, pp. 21-27). Per altri contributi di E.F. cfr. la bio-bibliografia sul suo sito web: http://www.ermeteferraro.it .
3 Vedi: N. Bergantiños, P. Ibarra Guel, Eco-pacifismo y Antimilitarismo. Nuevos movimientos sociales… ; Ecopacifismo: unha proposta; E. Campomanes, Los Verdes del Estaso Español: ¿Reformismo politico o ecopacifismo radical? ; Cielo Abierto, ¿Que es el Eco-pacifismo?
4 D. Llistar i Bosch, Environmentalism and Peace, in http://www.visionofhumanity.org (nov. 2010)
5 E. Ferraro, Quale ecopacifismo? , cit, p. 24
6 Johan Galtung, Ambiente sviluppo e attività militari, Torino, E.G.A., 1984
7 Vedi, ad es., fra gli altri, gli interessanti contributi di Virginio Bettini, Paolo degli Espinosa, Giuliana Martirani, Giorgio Nebbia ed Antonio D’Acunto. Per quest’ultimo – col quale condivido da molti anni le battaglie eco pacifiste in Campania – visita anche il sito http://www.terraacquaariafuoco.it , che raccoglie i suoi principali contributi.
8 In questa prospettiva cfr. alcuni contributi di E. Ferraro: Laude della biodiversità , Napoli, VAS, 2005; Adam-adamàh: un’agape cosmica, Bologna, Filosofia Ambientale (gen. 2008); Il Salmo del Creato, Bologna, Filosofia Ambientale (mar. 2009) vedi: http://www.filosofia-ambientale.it
9 Cfr. E. Ferraro, Sobrietà, essenzialità e giustizia per una vera conversione ecologica, pubbl. a set. 2008 su http://www.scrivi.com; vedi anche i vari articoli postati sul mio blog “Pacebook” e riferibili al tema dell’ ecoteologia.
10 D. Llistar i Bosch, op. cit. (trad. mia).
11 G. Nebbia, Pace e ambiente, editoriale (set. 2011) su http://www.vasonlus.it
12 Ibidem
13 Vedi: Norman D. Livergood, Vulture Capitalism, in: http://www.hermespress.com (1999 ?)
14 “Our core values”, in: http://www.greenpeace.org/international/en/about/our-core-values/
15 Statuto di Legambiente: http://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/statuto.pdf
16 Statuto di Verdi Ambiente e Società Onlus: http://www.vasonlus.it/chi-siamo/statuto
17 Vedi: http://www.isprambiente.gov.it/site/it-IT/ISPRA/Organizzazioni_ambientali/L’ambiente_in_Italia/Associazioni_ambientaliste/
18 Ermete Ferraro, A propulsione anti-nucleare (15 anni di lotte ecopacifiste di VAS per la sicurezza del cittadini e per la denuclearizzazione del porto di Napoli.