NONVIOLENZA O NONVOLENZA ?

  1. DCNGli esami non finiscono mai

Mi sembra normale che quando uno come me arriva a 62 anni  (di cui 42 trascorsi occupandosi di obiezione di coscienza, antimilitarismo, difesa popolare nonviolenta, ricerca sulla pace, educazione alla pace, ecopacifismo…) s’interroghi su cosa sia rimasto di quelle riflessioni, proposte e campagne e, soprattutto, su cosa abbiano effettivamente prodotto.

Questo doveroso bilancio, però, non mi porta a bilanci positivi né a considerazioni ottimistiche sulla capacità del movimento pacifista e nonviolento d’incidere sul tessuto sociale e sulla cultura del nostro Paese. Infatti, se confronto l’entusiasmo e la vivacità di pensiero ed azione che lo caratterizzavano negli anni ’70-’80 con la grigia realtà attuale – contrassegnata dal pensiero unico in campo economico ma anche in materia di difesa, e dalla preoccupante debolezza di un’organizzazione dei gruppi alternativi a tale piattezza ideologico-politica – non c’è davvero da stare allegri…

Lo so, fare confronti col passato è roba da vecchi, ma è anche vero che la nostalgia dei ‘laudatores temporis acti’ non mi appartiene. La verità è che anch’io, come tanti attivisti nonviolenti di una volta, ho cercato da molti anni di percorrere strade nuove, senza rinnegare nulla dell’originaria matrice antimilitarista, ma cercando di costruire un percorso coerente anche se nuovo. Nel mio caso si è trattato di coniugare la scelta dell’azione nonviolenta con quella dell’ecologismo e dell’impegno sociale, unendomi ad un movimento più ampio per l’alternativa in un’ottica ecopacifista. Non so se sono riuscito a realizzare qualcosa di buono in questa direzione, però credo aver conservato alcune convinzioni fondamentali sulle possibili alternative all’attuale modello di difesa.

Come obiettore di coscienza – uno dei primi a Napoli e nel meridione – ho sempre pensato che un modello profondamente diverso di difesa non dovesse restare un’utopia da anime belle, ma piuttosto partire da un servizio civile che, oltre ad essere utile alla collettività, servisse a diffondere la ‘coscienza dell’obiezione’ alla difesa armata. Un impegno civile generalizzato, insomma, che ponesse le basi per organizzare la difesa non armata, la cui natura fosse ‘civile’e ‘sociale’, ma soprattutto nonviolenta, nei fini e nei mezzi.

Il grande lavoro portato avanti da Antonino Drago ed altri – sul piano teorico della ricerca e formazione dei giovani ma anche della costruzione di basi legislative e politiche perché l’Italia diventasse uno dei primi Stati a dotarsi di un sistema difensivo quanto meno aperto alla prospettiva del transarmo – è stato purtroppo vanificato dalla manovra governativa che ha privato questo promettente movimento della sua stessa base. L’istituzione del servizio militare professionale (con la legge n. 331/2000 ed D.Lgs. n. 251/2001 che la rende operativa) e la “sospensione” a tempo indeterminato del servizio obbligatorio di leva (mediante la successiva legge n. 226/2004) hanno posto una pietra tombale non certo sulle forze armate, bensì sull’obiezione di coscienza al servizio militare e sul servizio civile che ne costituiva la visibile e crescente alternativa.

Il XXI secolo ha aperto così la strada alla pratica dell’esercito professionale, con ciò non premiando affatto le battaglie antimilitariste e pacifiste ma, al contrario, demolendo quanto era stato fino ad allora costruito in direzione di una difesa della Patria con strumenti di pace anziché di guerra.  Ovviamente ne ha risentito tutto il Movimento, che da allora si è sfrangiato, perdendo il contatto col territorio, rappresentato dagli obiettori, e cominciando a dissolversi nelle acque stagnanti di una generica cultura della pace , sospesa tra tentazioni accademiche, mediazioni politiche e malinconica testimonianza di un’alternativa mancata. Ma ora sembrerebbe esserci, finalmente, una novità…

  1. “Te piace ‘o presebbio?” 

Il rilancio di un modello alternativo di difesa, intorno al quale sembrerebbe essersi ricompattato il movimento per la pace, va salutato come una delle poche cose positive in un decennio profondamente negativo. Un periodo contrassegnato dal pericoloso moltiplicarsi ed intrecciarsi degli scenari di guerra, dall’arroganza invadente della militarizzazione del territorio e del mare e dalla perdita progressiva della consapevolezza che esiste una credibile possibilità di scindere il concetto di ‘difesa’ da quello di ‘forze armate’. Pensiero unico, pragmatismo anti-ideologico e crescente globalizzazione del complesso militare-industriale hanno da tempo spazzato via ogni opposizione e contestazione a questo sistema di morte, che ormai non si ha ritegno a chiamare col suo vero nome: “guerra globale”.

Ecco perché rilanciare un progetto di difesa popolare nonviolenta, mobilitando l’opinione pubblica a sostegno della campagna nazionale Un’altra difesa è possibile, era sembrata un’occasione unica per contrastare questa generalizzata tendenza al disimpegno – ideologico e pratico –  in materia di difesa. Sostenere una proposta di legge popolare, inoltre, è parso forse anche il modo migliore per ricompattare il frammentato arcipelago pacifista, recuperando un tema forte del programma costruttivo nonviolento, che non può certo limitarsi all’opposizione a questa o quella missione militare o intervento armato.

Il fatto è che questo disegno di legge, che pur dovrebbe motivare e mobilitare gruppi locali ed organizzazioni nazionali, mi sembra nato in modo poco condiviso, senza un reale confronto e con una certa fretta di concludere, peraltro poco giustificata a fronte dell’assordante silenzio che ha caratterizzato gli ultimi 15 anni in materia di proposte alternative alla difesa militare.

Sarà la mia atavica tendenza ad obiettare a rendermi ipercritico e mi dispiace che questa mia considerazione possa apparire ingenerosa verso chi si è sforzato di riallacciare le file del movimento pacifista, offrendogli una bandiera comune dietro cui marciare più compatto. Il fatto è che non ho perso il vizio di andare oltre l’apparenza, non certo per spirito di polemica ma perché sono abituato a riflettere criticamente su ciò che mi viene proposto, prima di farlo mio per poi propagandarlo agli altri.

Ecco perché, con tutta la buona volontà, non riesco ad appassionarmi a questa proposta di legge sulla “difesa civile, non armata e nonviolenta”, lanciata il 25 aprile a Verona e presentata il 21 settembre a Firenze, ma il cui articolato sono riuscito a leggere solo ad ottobre. Pur considerando le difficoltà per un movimento ancora fragile di farla circolare sul territorio nazionale, lasciatemi dire che per una legge che ambisce ad essere popolare e che dovrebbe raccogliere 50.000 firme di sottoscrizione non è stato il migliore esordio…  Ora però che tutto è pronto ci si chiede un’adesione fattiva, collaborando uniti e compatti alla diffusione di questa proposta legislativa, data per scontata come la migliore possibile, o quanto meno come la più realistica.

In questi giorni – sarà per l’approssimarsi delle festività o per il trentennale della morte di Eduardo De Filippo – mi torna in mente la sua più nota commedia, “Natale in casa Cupiello”, ed in particolare il celeberrimo scambio di battute tra padre e figlio a proposito del presepe di sughero e cartapesta che Luca Cupiello è tutto intento a costruire, mentre intorno a lui la famiglia sta andando a pezzi. Alla ricorrente, pressante ed accattivante domanda del padre “Te piace ‘o presebbio?”, nonostante minacce e lusinghe la risposta di Tommasino resta inesorabilmente la stessa: “Non mi piace!”.

Ebbene, non penso che la replica antipatica e dispettosa di un ragazzo pigro e viziato possa adattarsi a me, che non sono né giovane né fannullone. Sta di fatto che, di fronte all’esibizione di questo presebbio legislativo, tirato su in fretta e frutto di troppe mediazioni, mi viene spontaneo rispondere “Non mi piace”.  Certo, non lo faccio col tono irritante e provocatorio di Nennillo, ma solo – e con rammarico – perché non condivido buona parte dell’impianto di quella proposta di legge. Attenzione: non si tratta di contrapporre la visione rigorista di un purismo nonviolento ad un’impostazione più flessibile tipica della Realpolitik. La mia ‘obiezione’ a quel disegno di legge nasce invece da considerazioni estremamente realistiche, anche se è impossibile non intravedere in esso una visione minimalista e generalista del pacifismo che non ho mai condiviso.

  1. Questi fantasmi…

Al di là dell’ovvia difficoltà di mettere insieme opinioni e valutazioni diverse, cercando l’accordo attraverso quella mediazione che è di per sé una tecnica nonviolenta, ciò che non mi convince è l’impostazione di fondo della proposta, poco alternativa e molto ‘di facciata’. In altre parole, invece di proporre una strada praticabile per cominciare a realizzare la Nonviolenza come risposta ai conflitti armati ed al militarismo, mi sembra che sia prevalsa una tendenza alla “nonvolenza”. Con questo neologismo mi riferisco ad un’impostazione sostanzialmente rinunciataria, che preferisce accontentarsi di un surrogato a buon mercato anziché puntare alla sostanza della questione, che è il progressivo superamento della tradizionale difesa armata, attraverso la costituzione di una componente civile, popolare e nonviolenta di quella stessa difesa.

Aggirare gli ostacoli, si sa, è una delle caratteristiche della politica che gli inglesi chiamano ‘politics’, giustamente distinguendola dalla ‘Policy’ con la maiuscola, dove idee e convinzioni hanno la meglio.  Ciò premesso, senza essere rigoristi o addirittura sofisti, bisogna però dire che c’è un limite oggettivo alla pur necessaria richiesta di consensi ed è il rispetto del vecchio principio ippocrateo: “Primum non nocere”.  In altre parole, pur riconoscendo l’esigenza di mediare politicamente per portare a casa almeno un risultato parziale, non credo sia opportuno perseguire un obiettivo che, in prospettiva, si possa rivelare non solo poco utile, ma addirittura dannoso rispetto al fine che ci si propone.

Non vorrei apparire retorico né polemico e, proprio per non limitarmi al secco “non mi piace” di cui sopra, sintetizzo di seguito le mie obiezioni al testo sotto il quale ci si chiede di raccogliere le firme di consenso da parte di cittadini troppo spesso del tutto indifferenti alle questioni della difesa, o quanto meno poco preparati a cogliere differenti impostazioni su ciò che possa definirsi come una difesa ‘altra’.

  1. A mio parere, il primo – e principale – errore consiste nel voler far dipendere questa “difesa civile, non armata e nonviolenta” dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, istituendo tale Dipartimento come una delle dépendences di Palazzo Chigi. E’ uno sbaglio già fatto in passato col ‘Dipartimento della Protezione Civile’ e con quello ‘della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale’, conferendo di fatto al Premier la responsabilità diretta in settori chiave di quella che dovrebbe costituire l’ossatura di una difesa alternativa, civile ma principalmente ‘popolare’ (attributo che, forse non a caso, è scomparso dalla denominazione).
  2. Il corollario di questa scelta, a mio avviso, è ancora più grave. In barba alle petizioni di principio dell’art. 1 della proposta di legge (che parla di “riconoscere a livello istituzionale una forma di difesa alternativa a quella militare”), mi sembra che in tal modo la Difesa con la maiuscola resti palesemente confermata come quella di cui si occupa l’omonimo ministero, una materia quindi esclusivamente militare, con tanto di stellette e di greca…
  3. Il secondo tragico errore di cui la proposta si fa portatrice è l’affiancamento ai “Corpi Civili di Pace” (la cui definizione peraltro resta affidata ad una legge finanziaria omnibus, la n. 147/2013, in cui si parla anche di parcheggi, traghetti, efficienza energetica e di tutt’altro…) di un “Istituto di Ricerca sulla Pace e il Disarmo”. Quest’ultimo – ripreso al successivo comma quattro dello stesso art. 1 – verrebbe in tal modo a dipendere dal Dipartimento citato e dal finanziamento pubblico, dando vita un monstruum giuridico prima ancora che politico. Una cosa, infatti, è ipotizzare che la ricerca sulla pace ed i peace studies, seppur gestiti da istituzioni autonome, possano ricevere contributi pubblici, statali o regionali che siano; ben altro significa rendere la peace research in Italia un terreno di esclusiva competenza governativa, privandola così della necessaria indipendenza e libertà di pensiero e di azione.
  4. Uno dei più tragici errori che si siano fatti è stato quello di centralizzare e rendere governativa la Protezione Civile, che viceversa avrebbe dovuto diventare un organismo decentrato, popolare, diffuso ovunque, finalizzato in primo luogo alla prevenzione ed alla difesa civile. La stessa materia, del resto, è rimasta in parte attribuita a quello che, non a caso, si chiama “Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile”, ma che fa capo al Ministero dell’Interno. Va sottolineato, inoltre, che alle forse armate italiane – in primis all’esercito e specificamente all’Arma dei Carabinieri – sono state sempre più attribuite, impropriamente, funzioni di protezione e difesa civile e perfino di tutela ambientale, complicando ulteriormente il già intricato rapporto inter-istituzionale fra tali realtà diverse, ai fini di un loro indispensabile coordinamento operativo.
  5. Il Dipartimento che si occupa del ‘Servizio Civile Nazionale’ – nato nel 2001 sulle ceneri del servizio civile degli obiettori di coscienza – è stato istituito in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, accentrando anche in questo caso competenze che sarebbero state più logicamente da attribuire alle Regioni ed agli Enti Locali, trattandosi di un’opportunità di svolgere un’attività volontaria di solidarietà sociale, ma anche di concreta formazione al lavoro ed alla cittadinanza attiva. In tal caso, però, l’accentramento ha sortito il risultato di una frammentazione e dispersione in mille rivoli dell’impegno dei giovani in servizio civile che, non essendo sorretto da alcun progetto effettivo, risulta quindi insignificante ed ininfluente. Ripetere tale esperienza con la ‘difesa civile e non armata’ sarebbe difficile, vista la maggiore specificità dell’ambito d’impiego dei giovani, ma resterebbe comunque confermata la scarsa coesione con il territorio e la visione verticistica e marginale di tale settore.
  6. L’istituzione del ‘Consiglio Nazionale della difesa civile, non armata e nonviolenta’ – previsto dall’art.1, comma 3, punto 3 della PdL – verrebbe quindi a creare un altro organismo pletorico e di difficile gestione, dovendo coordinare l’azione di organismi dipendenti dalla Presidenza del Consiglio e altri due Ministeri (Interno e Difesa), per non parlare di quello degli Esteri, che sarebbe comunque tirato in ballo dalla pasticciata commistione fra ‘Corpi Civili di Pace’ e missioni di volontari civili cooperanti anche all’estero, “nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto” (art. 1, comma 2, punto 1).

MANI DI PACE

  1. Non ti pago
  1. A questo nuovo Dipartimento sono stati attribuiti compiti istituzionali che, come si usa dire, farebbero tremare le vene ai polsi a ben più robuste organizzazioni. Fra di essi, infatti, troviamo: la difesa della Costituzione; la creazione di piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta; attività di ricerca per la pace, sul disarmo, la riconversione civile delle industrie belliche; “la giusta e duratura risoluzione dei conflitti”; il contrasto del degrado sociale, culturale ed ambientale e perfino la difesa della “integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni cagionati dalle calamità naturali” (cfr. art. 1, comma 4). A parte il fatto che si tratta di compiti vaghi e spesso esorbitanti nella competenza di altri dicasteri – ad esempio quello del lavoro e delle politiche sociali oppure dell’ambiente – che cosa  significa attribuire questa congerie di funzioni ad un organo governativo appena istituito e per il quale si prevede un finanziamento annuo di appena 100 milioni di euro? Siamo di fronte ad una scherzosa boutade oppure al pressappochismo politico cui siamo fin troppo abituati, fatto di retoriche dichiarazioni di principio cui non fa seguito alcun risultato concreto?
  2. L’art. 2 della PdL si occupa di come reperire questa cospicua somma da stanziare sul capitolo dell’istituenda difesa civile, per la quale viene appunto costituito un apposito ‘fondo’. I suddetti 100 milioni, per l’anno 2015, sarebbero ricavati decurtando le spese sostenute dal Ministero della Difesa per l’acquisto di nuovi sistemi d’arma. Ebbene, è noto che il Bilancio di questo ministero per il 2014 ammonta a circa 23 miliardi di euro. Ciò premesso, il capitolo relativo alla DCNN rappresenterebbe circa lo 0,43% degli stanziamenti per la Difesa oppure, se ci si riferisse esclusivamente agli investimenti (pari a 3 miliardi e 220 milioni), i 100 sottratti costituirebbero un risparmio di poco più del 3%….
  3. Le altre due fonti di finanziamento del Dipartimento DCNN che sono state ipotizzate dalla proposta legislativa sono: (a) la facoltà di destinare a tale fine una quota del 6‰ dell’IRPEF, per cui il contribuente dovrebbe esercitare una ‘opzione fiscale’ in sede di dichiarazione dei redditi; (cf.art. 3, comma 1); (b) un corrispondente risparmio, derivante “dai meccanismi di revisione e razionalizzazione della spesa pubblica di cui alla missione ‘Difesa e sicurezza del territorio’ del bilancio statale […] nonché dai risparmi derivanti dalla dismissione delle caserme e presidi di pertinenza del demanio militare”(art. 4, comma 1). Peccato che sulla c.d. ‘opzione fiscale’ in Parlamento giacciano – dal 1989 al 2006 – svariate mozioni e proposte di legge, nessuna delle quali è mai stata presa in considerazione, mentre nel febbraio del 1993 si è registrata perfino un’ordinanza in senso negativo della Corte Costituzionale. Per quanto riguarda poi la citata missione ‘Difesa e sicurezza del territorio’, da quello che capisco riguarda i soli Carabinieri e prevede per i vari capitoli di spesa oltre 5 miliardi e mezzo di euro, 4 dei quali però sono già stati accantonati.
  1. Ditegli sempre di sì ? 

Concludo questa lunga – e per qualcuno forse spiacevole – analisi del testo di legge popolare oggetto della campagna lanciata dal movimento pacifista con una domanda e una considerazione personale. La domanda, sintetizzata nel titolo di questo paragrafo, è ancora una volta ispirata al teatro di Eduardo. Ma è proprio vero che di fronte ad un pur auspicabile progetto alternativo si debba sempre e comunque dire di sì? Io ritengo che una persona responsabile debba dare il proprio consenso solo se davvero convinta e, per quanto ho esposto finora, è chiaro che il testo della proposta sulla DCNN non mi ha convinto. Non lo nascondo: la circostanza che a sottoscrivere quella proposta siano le componenti più significative di quel movimento pacifista e nonviolento di cui mi sento ancora parte mi crea un certo disagio. Purtroppo ciò non è sufficiente a farmi accantonare le mie obiezioni, non per presunzione o testardaggine, ma solo perché penso sinceramente che una legge simile – ammesso che si riesca a raccogliere 50.000 firme di sottoscrizione popolare e che il Parlamento non lasci languire nei suoi archivi e che addirittura venga approvata – rischierebbe di trasformarsi in una parodia all’italiana della difesa popolare nonviolenta cui la gran parte del movimento aspira da decenni.

Non si tratta di contrapporre un massimalismo ideologico al minimalismo di chi vuole comunque portare a casa un risultato concreto. Il fatto è che, a mio avviso, una DCNN ridotta ad un servizio marginale per entità ed insignificante per qualità, finirebbe paradossalmente col consolidare ulteriormente la Difesa tradizionale. Intanto si sarebbe graziosamente concesso un simbolico contentino a quei rompiscatole dei pacifisti, confinandoli nella riserva della loro sperimentazione da laboratorio di qualche esperienza di peacekeeping e di difesa civile, a patto di lasciare inalterato il 99% del modello militare di difesa.

Un governo così illuminato ed aperto ne uscirebbe consolidato, il Parlamento potrebbe vantarsi di aver varato una storica legge di riforma della difesa e un gruppetto di ricercatori e formatori per la pace avrebbe finalmente trovato un finanziamento per le proprie attività accademiche. Tutti contenti allora? Non direi proprio, visto che non si sarebbe posta neanche una pietruzza nell’ingranaggio del complesso militare-industriale, ma si sarebbe fatta un’operazione un po’ gattopardesca, lasciandolo perfettamente intatto.

Se poi lo scopo prevalente di questa campagna è, tutto sommato, quello di rilanciare il movimento pacifista e di diffondere la conoscenza dell’azione nonviolenta come risoluzione alternativa dei conflitti, perché mai dovremmo mobilitarci intorno a dei tavolini di raccolta delle firme piuttosto che farlo nelle scuole, nelle strade  o nelle fabbriche?

Spero che questa mia analisi non rispecchi solo il mio pensiero e che si possano percorrere strade diverse o, quanto meno, lanciare una campagna per una legge più qualificata sulla DPN. Del resto, parafrasamdo lo slogan della campagna, è vero anche che “Un’altra legge è possibile”…

© Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

OGGI E SEMPRE: OBIEZIONE!

Sono passati 40 anni dal lontano 15 dicembre in cui il Parlamento approvò la c.d. “Legge Marcora” (n. 772/1972), con la quale la Repubblica Italiana riconosceva, pur con riserve e taglio punitivo, il diritto d’un giovane a fare “obiezione di coscienza” al servizio militare di leva, senza per questo finire in prigione. Me ne sono reso conto, in effetti, solo quando mi è giunto l’invito al meritorio convegno organizzato a Firenze in questi giorni (15-16 dicembre 2012) dal Movimento Nonviolento e dal CNESC, il cui titolo è particolarmente stimolante: “Avrei LEGA OBIETTORI DI COSCIENZA(ancora) un’obiezione! Dal carcere al servizio civile. Percorsi per una difesa civile, non armata, nonviolenta”.   Per ragioni di lavoro e familiari, non ho potuto parteciparvi e me ne dispiace non poco, visto che sarebbe stata una bella occasione per incontrare, dopo tanti anni, persone che mi sono state compagni di strada per un non breve periodo della mia vita. Erano, infatti, gli anni in cui ho partecipato attivamente alle iniziative del Movimento Nonviolento e del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) e, soprattutto, quelli della mia militanza nella L.O.C. (Lega degli Obiettori di Coscienza), di cui sono stato coordinatore per Napoli e la Campania e, nel 1977, membro della Segreteria Nazionale. Erano gli anni (1975-77) del mio servizio civile presso il centro comunitario della Casa dello Scugnizzo, un’esperienza che mi ha maturato e segnato a lungo, dando il via al mio impegno sociale. La mia natura, d’altra parte, mi porta ad essere poco nostalgico ed i ricordi m’interpellano solo perché mi costringono a fare dei bilanci. C’è da chiedersi, infatti, che cos’è rimasto, dopo 40 anni, di quell’esperienza antimilitarista e nonviolenta. Dove sono finiti quelli che allora, come me, rivendicavano il diritto non solo ad obiettare, ma a svolgere un servizio civile veramente ‘alternativo’? Dove e perché si è arenato il travagliato percorso che aveva portato l’Italia ad essere uno dei pochi paesi dotati di una legge sulla difesa civile, non armata e nonviolenta?

Stamattina – nel corso dell’esibizione dell’orchestra composta dai ragazzi/e della scuola media dove insegno – è stata eseguita la nota canzone di J. Lennon e Y. Ono: “War is over” (la guerra è superata). Ebbene, in quel momento, mentre a Firenze stavano iniziando i lavori del convegno, mi sono chiesto se quella frase abbia ancora senso, o se non ci resta che cantare: “Peace is over”….. Certo, è difficile spiegare a chi non ha vissuto quella stagione di battaglie e di speranze che cosa cercava di costruire quel gruppo di persone che – pur partendo da ispirazioni molto diverse – aveva trasformato la propria scelta personale in un’obiezione più generale al complesso militare-industriale e al concetto stesso di difesa della patria col fucile in mano. Non si trattava di marciare per la pace o di svolgere un qualunque servizio sostitutivo, pur di schivare la morsa d’un anno di naja (versione abbreviata del veneto tenaja, cioè “tenaglia”). L’ambizione, allora, era quella di fare della nostra Repubblica un Paese degno della sua Costituzione, che all’art. 11 recita “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Una Costituzione che, quando all’art. 52 recita che: “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” non ne esclude affatto una caratterizzazione alternativa a quella di tipo militare, come sarà sancito in seguito dalla stessa Corte Costituzionale.

Per anni ho detto e scritto che il solo servizio civile non era sufficiente a qualificare quella scelta ed a costruire la pace dal basso. Bisognava passare, insistevo, dalla pura e semplice ‘obiezione di coscienza’ ad una vera ‘coscienza dell’obiezione’. Però allora non avrei immaginato che sarebbe giunto il tempo in cui, con l’abolizione del servizio militare di leva, sarebbe stato spazzato via anche il servizio civile e, con esso, il diritto/dovere ad obiettare ad uno stato dove una finta difesa divora risorse destinabili ad uno sviluppo equo, solidale ed ecologicamente sostenibile.  Sì, sono stati anni di lotte nonviolente, di azioni dirette, di manifestazioni ma, soprattutto, di discussioni e di elaborazioni di un modello alternativo ma realistico di difesa, ispirandosi al satyagraha gandhiano, ma anche alla nonviolenza di Capitini ed alle proposte di Ebert, Sharp, Muller, Galtung e tanti altri teorici di un’impostazione sociale, oltre che non-armata, di resistenza.  Sono stati anni in cui sarebbe stato forse opportuno evitare di parcellizzarsi eccessivamente in base a troppi distinguo ideologici, ponendo le basi d’un movimento debole, un po’ elitario e scarsamente capace d’interagire con forze politiche ed istituzioni. Purtroppo i risultati si sono visti in seguito quando, parallelamente ad un positivo percorso legislativo per riconoscere l’o.d.c. come diritto positivo a svolgere per il proprio Paese il servizio ritenuto più idoneo e coerente,sono andate avanti  l’istituzionalizzazione del servizio civile ed un contraddittorio iter di riconoscimento giuridico della difesa civile e senza armi come componente della solita “Difesa”, in uniforme e stellette. Fatto sta che quelle norme, sancite dalla legge n. 230/1998, si areneranno solo un paio di anni   dopo con l’approvazione della legge n. 331/2000, che istituiva il servizio militare professionale e, nel giro di altri 4 anni, porterà a quella n. 226/2004, che ‘sospendeva’ il servizio militare obbligatorio, quando già era stata approvata la legge n. 64/2001, che dava vita al “servizio civile nazionale”.

In pochi anni, quindi, di obiezione di coscienza, non si è sentito più neanche parlare, mentre il sistema italiano di difesa ha continuato a procedere esclusivamente in direzione dell’accresciuta efficienza, professionalità e flessibilità delle forze armate – imposta dalla NATO – lasciando arenare l’opzione civile e non armata nelle secche della burocrazia e dell’ostilità delle gerarchie militari. “Conscientious objection is over?” – verrebbe da commentare, se non ciò non suonasse quasi offensivo di fronte alla testarda tenacia di amici e compagni che, nonostante tutto, hanno continuato ad impegnarsi ed a testimoniare le loro idee. Lo hanno fatto nelle poche organizzazioni pacifiste e nonviolente rimaste, oppure si sono dedicati a quei peace studies che anche in Italia hanno trovato una discreta diffusione a livello accademico.  Il guaio è  che tutto ciò, purtroppo, non è bastato a rianimare un movimento per la pace sempre più asfittico, residuale e stretto fra priorità e compatibilità della realpolitik ed un’opinione pubblica spaventosamente disinformata, distratta e poco consapevole, nonostante la rivoluzione della multimedialità e l’informazione globalizzata. Il grande fratello mediatico, al contrario, è servito a diffondere in modo pervasivo il pensiero unico di una pseudociviltà neocapitalista, che produce saccheggi ambientali, disparità economiche ed ingiustizie sociali e poi attiva il suo sistema repressivo, in nome d’una difesa sempre più aggressiva ed esplicitamente finalizzata a salvaguardare i propri interessi.

Lo so: state pensando che parlo come un vecchio sessantottino, ancorato anacronisticamente a vecchie ideologie ed a visioni utopistiche. Beh, non mi offendo anzi, tutto sommato, sono fiero    che questi 40 anni non mi abbiano privato delle mie convinzioni, pur spingendomi ad adattarle ad un contesto sicuramente molto diverso.  Mai come adesso, comunque, appare evidente il dramma d’una società sempre più etero-diretta e militarizzata, dove si combattono guerre sanguinose chiamandole “missioni di pace” e si è giunti  ad impiegare l’esercito per difendere orribili discariche di rifiuti da pericolosi cittadini che non le vogliono più subire passivamente… Mai come adesso – se non ci si è lasciati spappolare del tutto il cervello dall’idiozia dei luoghi comuni e dell’informazione a senso unico – è impossibile non notare che, mentre la scure dei tagli governativi si è abbattuta su istruzione sanità e servizi sociali, la spesa militare italiana è stata addirittura aumentata del 5,3% per i prossimi cinque anni. Mai come adesso chi, come me, abita in Campania resta maledettamente stretto nella morsa dell’occupazione militare di NATO ed USA che, dopo 60 anni, consolidano addirittura la loro ingombrante e non richiesta protezione armata.

“Che fare?”- si sarebbe chiesto l’attivista politico d’una volta. Certo, oggi potrebbe apparire un po’ patetico, coi suoi volantini ed il suo megafono, mentre i veri politici twittano o si azzuffano nei salotti; mentre sugli schermi televisivi scorrono le immagini delle varie ‘primarie’ o ammiccano le facce di colorati leaders in cerca di seguaci, cui non hanno più uno straccio d’idea da proporre.   Che fare?, però, è una domanda che merita risposta e credo che quel che resta del movimento per la pace non possa più tergiversare, se non vuol esaurire del tutto la propria capacità di analisi e di proposta alternativa ad una società sempre più ingiusta e violenta.

Spero proprio che al convegno di Firenze non sia prevalsa la pur comprensibile tendenza al felliniano amarcord , ma si si sia riusciti a trovare le coordinate giuste per far ripartire le battaglie per una difesa civile, popolare e nonviolenta e per la smilitarizzazione del territorio. Per quanto mi riguarda, ho festeggiato l’anniversario della legge 772/1972 con un buon, vecchio, volantinaggio contro le spese militari ed il nuovo comando NATO di lago Patria nelle strade del quartiere dove abito e lavoro, in mezzo a bancarelle e melodie natalizie. “War is over?”  Se lo vogliamo davvero non sarà più solo un augurio di circostanza.

© 2012 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.wordpress.it )