NA-POLI DI SVILUPPO

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Da sx: Ermete Ferraro, Aldo Pietrosanti, Stefano De Falco e Amedeo Colella

Ho recente partecipato alla presentazione – nella libreria ‘Iocisto’ di Napoli – d’un libro molto originale e stimolante, scritto da Stefano De Falco, brillante ingegnere e ricercatore universitario. Già il titolo (VESUVIUS VALLEY: Perché Napoli è la città più innovativa al mondo!? [i] ) incuriosisce e provoca il lettore, sfidandolo a cercare nelle pagine interne quanto è vero ciò che suggerisce anche la vivace immagine di copertina di Lello Esposito, dove campeggia un eruttante Vesuvio che lancia in aria una rossa mela annurca. In  effetti, come scrive Amedeo Colella nell’introduzione: «…questo libro smonta i luoghi comuni legati alla neapolitan way of life restituendo valore e dignità a quelle che vengono da molti considerate icone folkloristiche […] Anzi gli oleografici luoghi comuni della napoletanità nel libro divengono i veri volani di innovazione.» [ii]

L’uso da parte dell’autore, fin dal titolo, di svariati punti interrogativi ed esclamativi lascerebbe pensare ad una tesi che, pur argomentata con dovizia di ragionamenti e documenti, racchiude comunque una sfida al lettore, invitato a collegare dati di per sé eterogenei per verificare un’ipotesi di lavoro suggestiva ma niente affatto scontata. Non a caso si tratta di un’applicazione ‘in corpore neapolitano’ della teoria ideata da uno  studioso statunitense, Richard Florida, secondo il quale i nuovi parametri fondanti dello sviluppo locale e dell’innovazione sarebbero creatività, multiculturalità e tecnologia, riassunte nella formula delle 3T (Talent – Technology – Tolerance).[iii]  In base al ‘teorema Florida’ e smentendo clamorosamente stereotipi e convinzioni dure a morire, Napoli rappresenterebbe quindi fucina di cambiamento e polo d’attrazione per chi ritiene che un ‘creative people climat’ sia un’irrinunciabile precondizione per proporre progetti innovativi.

Da ambientalista di formazione eco-sociale, ammetto che questo rimescolamento di carte da parte degli economisti mi lascia perplesso, poiché v’intravedo il rischio della strumentale razionalizzazione d’una situazione di fatto, ‘indorando la pillola’ del mancato sviluppo mediante il ricorso a fattori altri. In una società post-industriale e sempre più svuotata della protezione sociale da parte del welfare state, ad esempio, credo sia innegabile che faccia comodo riscoprire ‘valori’ come il vicinato, la solidarietà e l’interazione a livello locale, rinominandoli magari con accattivanti nomi inglesi come social street o social networks,  Lascia ugualmente dubbiosi, poi, la nuova tendenza a riabilitare come ‘creativo’ ciò che per decenni è stato invece tacciato come prodotto di sottocultura, sottosviluppo, cioè come bieco folklore.  Non c’è dubbio che riscoprire la tradizionale ‘arte di arrangiarsi’ dei Napoletani come manifestazione di ‘creatività’ rappresenti un compenso morale rispetto alla costante denigrazione cui essi sono stati sottoposti, ma non mi sembra che questa tardiva ‘conversione’  cambi la sostanza d’una condizione di marginalità e subalternità cui Napoli, e l’intero Mezzogiorno, sono stati condannati a permanere per oltre un secolo.

Fa quindi sicuramente piacere questa ventata elogiativa nei confronti del vulcanico talento e dell’accogliente tolleranza della gente di Napoli. Risulta altrettanto stimolante il ricorso a  tradizionali topoi come il bar e la piazza per evocare nuovi crocevia di coesione sociale, di comunicazione e di sviluppo locale. Rimane però l’interrogativo sulla reale efficacia di questi nuovi aspetti ai fini della proposta d’un modello di sviluppo che sia davvero alternativo. Mi riferisco cioè ad una modalità di produzione e consumo radicalmente diversa, che tenga conto degli equilibri ecologici, esca dalla scala macro e dalle distorsioni della globalizzazione  ed utilizzi parametri diversi da quelli capitalisti, a misura d’uomo e rispettosi di valori fondamentali come il benessere, l’equità e la solidarietà. Per dirla con Roberto Mancini:  «Non nasciamo per competere, produrre, lavorare, accumulare e poi morire, non è questo il destino umano. Se mi convinco profondamente di ciò non accetto più un’economia capitalista e allora cambiano gli stili di vita, le scelte quotidiane.» [iv]

17343052_10210865028854006_651149864055031409_n Il depauperamento del meridione, la preoccupante crescita delle disuguaglianze ed il calo degli investimenti e dei consumi al Sud, in verità, non lasciano intravedere un futuro roseo per chi vive dalle nostre parti. Lo ammette onestamente lo stesso De Falco, anche se opportunamente sottolinea che l’Unione Europea – con piano Junker – sta puntando su settori strategici nei quali il Mezzogiorno d’Italia potrebbe viceversa svolgere un ruolo centrale, come ad esempio: ambiente, energia, infrastrutture sociali, trasporti e ricerca. A tal proposito, ad esempio, cita l’esempio del ‘Patto territoriale per il Miglio d’Oro’, nel quale storia ed arte (le splendide ville vesuviane) hanno già saputo  coniugarsi felicemente con la ricerca tecnologica avanzata (pensiamo a strutture come l’ENEA ed a centri di ricerca come l’IMAST e l’IMCB). Il terzo aspetto di questo sviluppo locale, oggetto specifico del Patto, sarebbe dovuto intervenire su altri aspetti più critici – quali mobilità, efficienza della P.A., valorizzazione delle risorse artistico-ambientali ed imprenditorialità – ma proprio su questi terreni sta procedendo molto più lentamente.

Non a caso, infatti, fra i cinque indicatori di creatività (le 5C) di cui ci parla De Falco, quelli che costituiscono le weaknesses di un piano di sviluppo locale nel Sud si riferiscono al ‘capitale istituzionale’ (sistema giuridico e tasso di corruzione), a quello ‘umano’ (il livello d’istruzione dei lavoratori) ed a quello ‘sociale’ (la fiducia nelle istituzioni e la cooperazione).  I punti di forza, viceversa, sono correlati  a quel ‘ciclo della creatività’ che è un’effettiva caratteristica della gente del Sud – e dei Napoletani in particolare – con ritorni di tipo sia economico sia non economico. Anche in questo caso, precisa Stefano de Falco, per realizzare quella che è stata definita ‘economia della conoscenza’ occorre però stimolare aspetti che esulano dal puro e semplice talento creativo, appartenendo piuttosto alla sfera della socialità e dell’organizzazione.

«L’indice di creatività generalmente impiegato nella Silicon Valley è orientato a rilevare il valore delle infrastrutture culturali e sociali, a rilevare il grado di partecipazione degli individui  alla vita culturale ed è orientato a valutare l’azione delle politiche culturali e gli investimenti stanziati per promuovere e sostenere la creatività.» [v]

Pur condividendo in gran parte questa analisi, credo che lo stesso termine ‘economia della conoscenza’ ed i parametri ad essa correlati (flessibilità del lavoro, specializzazione flessibile dei prodotti e rapporto qualità-costo) restino comunque all’interno di un modello di sviluppo convenzionale e tecnicista, dove l’elemento umano e comunitario  sono fattori qualitativi importanti, ma non centrali.
Il libro di De Falco, d’altra parte, ci apre nuovi orizzonti, non limitandosi a segnalare gli ambiti in cui Napoli ha svolto e svolge un ruolo già innovativo e trainante (come il polo aerospaziale, tessile ed agro-alimentare), ma ipotizzando una nuova stagione d’investimenti in settori nuovi, come quello delle tecnologie informatiche (vedi il caso della Apple) e dell’alta moda (con marchi come Dolce e Gabbana). Altri aspetti sicuramente positivi in tal senso sono le progettualità riferite alla realizzazione di smart cities ed alla eccezionale diffusione di esperienze di start-up, per le quali Napoli occupa il 5° posto in Italia. Altro fattore di sviluppo per Napoli resta poi la gastronomia tipica, dove si coniuga tradizione ed innovazione,  valorizzando l’alta qualità delle materie prime con la ben nota sapienza artigiana.

sole«Il Vesuvio, la pizza, il caffè, il mandolino, sono elementi che concorrono al carattere innovativo della città di Napoli, non devono essere ritenuti né alternativi perché folkloristici né, però, sostitutivi.  Due esempi a caso tra i tantissimi che se ne possono fare: le botteghe artigianali di San Gregorio Armeno dove si creano i pastori presepiali e il centro Cesma dell’Università Federico II, nel quale ci sono tra le attrezzature più avanzate d’Europa, coesistono e devono coesistere quali fattori complementari di un unico sistema urbano che vede così Napoli città innovativa.»[vi]

Oltre ad offrire anche una ricca bibliografia, il libro di Stefano de Falco costituisce perciò una preziosa risorsa per riscoprire ed approfondire molti aspetti eccezionali d’una Città che non ha mai smesso di stupire per la sua capacità innovativa e spettacolare. Che si tratti di risorse ambientali, storiche, artistiche o tecnico-scientifiche,  infatti, Napoli ha infatti lasciato una traccia indelebile nella sua lunga storia, pur tra mille contraddizioni e gravata da due pesanti limiti strutturali. Da un lato lo sfruttamento e la marginalità cui è stata sottoposta quando ha perso la sua autorevolezza e centralità di ‘faro’ del Mediterraneo, dall’altro l’incapacità di reagire a decenni  di malgoverno e sottosviluppo grazie ad un modello economico alternativo: sostenibile, creativo, auto centrato e comunitario.

«Dunque il dibattito non è economia di mercato sì o economia di mercato no. Diversamente , il dibattito deve incentrarsi su quale ruolo debba essere attribuito al mercato e quale fisionomia dargli. […] Deve occuparsi di ciò che non intacca la dignità umana e deve essere fortemente regolamentato, affinché non entri mai in rotta di collisione  con le priorità sociali, con le esigenze ambientali, con i diritti dei lavoratori e dei consumatori. Deve essere trasparente e fortemente ancorato all’economia locale…» [vii]

Il merito di De Falco, dunque, è aver fatto riscoprire a tutti noi quanto Napoli ha già saputo dare e fare e quanto ancora abbia da dare e fare, grazie alle sue tante risorse ed alla vulcanica creatività dei suoi abitanti. Saperle indirizzare nel senso giusto è compito di chi ci amministra, ma anche di una comunità sempre più consapevole, innovativa ed attiva.

N O T E ———————————————————————————————–

[i]  Stefano De Falco (2016), VESUVIUS VALLEY – Perché Napoli è la città più innovativa al mondo!?, Napoli, Cultura Nova Edizioni

[ii]  Amedeo Colella, Introduzione , in: De Falco, op. cit., p.15

[iii]  Per maggior notizie su R. Florida visita: https://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Florida  –  http://www.creativeclass.com/ –  http://www.citylab.com/authors/richard-florida/

[iv]  Roberto Mancini (2015), Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli

[v] De Falco, op. cit., p. 116

[vi]  Ivi, p.197

[vii]  Franco Gesualdi (2005), Sobrietà. Dallo spreco di pochi ai diritti di tutti, Milano, Feltrinelli, p. 122

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© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com/ )

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Metalinguaggio e Totolinguaggio

  download  1.  Parli come badi !

Ho sempre provato un’irresistibile attrazione per il linguaggio di Totò. A prescindere dall’evidente caratterizzazione umoristica del suo incredibile ed originalissimo idioma, ciò che mi ha sempre colpito era la sua capacità di trasformare funambolicamente la realtà, capovolgendola ed esaltandone gli aspetti più paradossali. Certo, sarebbe più semplice farsi quattro risate con le sue battute – le uniche che potrei ascoltare per innumerevoli volte senza che il loro effetto comico si esaurisca – ma mi sembrerebbe troppo poco e gli renderebbe un merito assai limitato.

C’è stato un tempo in cui avevo pensato di dedicarmi ad un approfondimento della lingua di Totò, ma poi ho rinviato a lungo la realizzazione di questo progetto, fino ad accorgermi che un ottimo linguista, Fabio Rossi, aveva già prodotto uno studio sistematico sull’argomento. Il libro s’intitola “La lingua in gioco – Da Totò a lezione di retorica”, è stato pubblicato nel 2002 dall’editore Bulzoni ed è aperto da un’illustre prefazione, firmata da Tullio De Mauro. E da tale Maestro – recentemente scomparso – a Rossi viene il riconoscimento della serietà ed accuratezza di questo studio sul linguaggio rivoluzionario ed anti-stereotipico di Totò.

L’intero materiale verbale di Totò è stato da Rossi esplorato in ogni piega. Gli strumenti d’analisi e i reattivi della linguistica, dalla vecchia e solida dialettologia, alla linguistica up-to date…. pragmalinguistica, neoretorica, semantica,lextlinguistik, rules changing creativity, palinsesti celati nel significante e fatti esplodere, tutti sono stati adoperati sistematicamente, di capitolo in capitolo, per scomporre e ricostruire criticamente il significato d’insieme del lavoro linguistico svolto da Totò….” [i]

Di fronte a questa esauriente e documentatissima ricerca, sarebbe ‘interurbano’ da parte mia tentare di scrivere qualcosa di nuovo o di originale. Semmai, potrei provare a riprendere alcune osservazioni di Fabio Rossi per riflettere sulla necessità di riscoprire, ancora oggi, l’incredibile serbatoio di giochi di parole e di artifici retorici che hanno rivoluzionato il concetto stesso di comicità. Una comicità per troppo tempo giudicata ‘leggera’, mentre era tutto meno che superficiale, in quanto metteva impietosamente a nudo l’ipocrisia ed il ridicolo di certe situazioni e di certi modi di esprimersi. Una delle sue possibili chiavi interpretative, infatti,  potrebbe essere l’irresistibile monito di Totò: “Parli come badi!”, classico esempio di sconfitta clamorosa delle frasi fatte, ricorrendo ad un nonsense che ne capovolge la logica prevedibile e stereotipata.

“ I linguaggi burocratico, politico e commerciale, in particolare, sembrano fatti essenzialmente di usi irriflessi. Il linguaggio comico, e nella fattispecie quello di Totò, molto spesso infrange tale automatismo, ora invertendo l’ordine delle espressioni cristallizzate (desto o son sogno), ora deformandone i termini (volare è potare), ora sostituendo una delle parole che compongono la collocazione (sedia a gas). Ancora una volta, dunque, ridendo e divertendo, Totò ci induce (malgré lui) a riflettere sullo statuto stesso della comunicazione e a porci, nei limiti del possibile, al di fuori della lingua che parliamo, per osservarla meglio e per capirne gli usi irriflessi e le condizioni del suo funzionamento e della sua comprensibilità. “ [ii]

Si sa che l’umorismo si fonda anche e soprattutto su meccanismi capaci di sorprenderci, di demistificare le convenzioni e di smascherare quello che Pirandello chiamava l’‘autoinganno’ della vita, ma bisogna riconoscere a Totò una capacità eccezionale di farlo non solo a livello di capovolgimento delle situazioni e di mimica grottesca, ma principalmente a livello linguistico, sia sul piano semantico sia su quello morfo-sintattico.

Badare a come parlava Totò, quindi, mi sembra quindi il modo migliore per comprenderne lo spirito profondamente innovativo, che i critici hanno scoperto solo molto tardi e che ha portato ad una ‘riabilitazione’ dei suoi film. Sarebbe impossibile concentrare in poche pagine le caratteristiche accuratamente analizzate e catalogate nello studio di Rossi, per cui mi limiterò a metterne in evidenza solo alcune, a partire da una mia particolare sensibilità a determinati aspetti dell’universo totoiano.

2 . Modestamende, qualche lingua la parlo…   

Il primo elemento di questa carrellata sulle straordinarie facoltà espressive di Antonio de Curtis è, naturalmente,  il suo giocare sulle caratterizzazioni linguistica, e quindi sulla percezione deformata che di un certo idioma ha chi non lo conosce. E’ proprio grazie allo stravolgimento dello strumento linguistico ‘medio’ che egli otteneva effetti unici, da quello irriflesso del riso fino ad una più consapevole comprensione di ciò che rende ridicoli determinati modi di esprimersi. Uno di questi moventi comici è, non a caso, un dato caratteristico della nostra cultura contemporanea, cioè la crescente tendenza a far ricorso, a proposito e a sproposito, a quelli che una volta si chiamavano ‘forestierismi’,  usati spesso solo per apparire ciò che non si è. [iii]

totolinguaingioco_200x277 Ai tempi di Totò andavano molto di moda i francesismi, elementi posticci che avrebbero dovuto sembrare eleganti e che egli sconvolgeva e dissacrava, facendone spassose caricature, come nel caso di: “veramòn” (vraiment); “sciarcutièr“ (charcutier); “mo esce Antonio” (Moet-Chandon); “pedicuoio” (pedicure); “che jolì famme” (quelle jolie femme) ; “adiè mon petì sciù” (adieu mon peti choux); “le scioffèr son le scioffèr “(les  affaires sont les affaires): “colpo di fodero” (coup de foudre)  e così via.

Allo stesso procedimento erano sottoposti da Totò anche gli allora già molto diffusi anglicismi – frutto del dopoguerra e della presenza americana – con lo stesso effetto comico ed al tempo stesso straniante. Pensiamo ad espressioni come: “La colazione degli inglesi si scrive britofist ma si pronuncia bracfesso”; “Mister, prec, quo vadis?”; “nàighete clebbe” (night club); “scecchi” (cheques); “cambingo” (camping); “striptiamoci” (nel senso: di spogliamoci); “boi scùter” (boy scout); “fischi” (whisky); “ciriola” (cheer you).

In una società che si sforzava di apparire moderna e cosmopolita  (oggi diremmo ‘globalizzata’) il coltello sarcastico del Principe metteva a nudo il ridicolo di una competenza linguistica raccogliticcia e superficiale, che spesso diventava fonte di equivoci e doppi sensi. Ciò vale per le lingue straniere (come i pasticci linguistici ispirati dal tedesco e dallo spagnolo), ma anche per quelle ‘dotte’, che dovrebbero attestare la cultura ‘alta’ del parlante mentre, viceversa, ne rivelano l’ignoranza.  Nel primo caso siamo di fronte a divertenti battute, di cui cito qualche esemplare: “Bitter” (bitte) ; “tankscen” (dankeschoen) ; “aoffidersen” (auf wiederseeen); “Telefunken” (nel senso di ‘telefono’); “Sogno spagnolas, per la maiellas!”; “Corazòn: in spagnolo significa che ore sono”; “In spagnolo si dice ‘te quiero’, come bicchiero e carabiniero”; “Un uomo grasso, in spagnolo: ‘un ombre chiatto’ “, e via dicendo.

Nel secondo caso vengono a galla, invece, le pretese di chi ostenta un traballante latinorum per sembrare più autorevole. Si tratta di una vera e propria girandola di citazioni maccheroniche e deformazioni popolari, ormai celebri espressioni come: “Audax fortuna juventus”; “ezia e andìo”; “Castigat ridendo mores: ridendo castigo i mori”; “Gattibus frettolosibus fecit gattini guerces”; “De gustibus non ad libitum sputazzellam”; “Non esageramus!”; “Vigliacchibus, , mascalzonibus, farabuttibus!”; “Morsa tua vita mea” ; “abbondandis adbondandum” oppure “Lupus in fabula? C’è un lupo nella fabbrica…”.

“Come si vede già dai pochi esempi citati, l’uso delle lingue straniere risponde ad almeno tre importanti requisiti: innesca il meccanismo comico (sia per la semplice deformazione fonetica, sia perché talvolta nascono curiose omonimie […];  ritrae l’incertezza e l’emarginazione del parlante di scarsa cultura, che tenta, come meglio può, di capire e di farsi capire; deride l’abuso dei forestierismi in coloro che vogliono darsi un tono…” [iv]

Alcune di queste espressioni  di Totò ci fanno tuttora sorridere, pur avendo perso un po’ della loro forza a causa del progressivo abbandono del latino come ingrediente della conversazione tra intellettuali. La presa in giro dei forestierismi, invece, resta molto attuale in un’età in cui il  linguaggio quotidiano è sempre più infarcito di termini stranieri, in particolare inglesi, molto frequentemente più orecchiati che davvero conosciuti e compresi.

Un discorso  a parte va fatto per il Napoletano e per i vari dialetti italiani, verso i quali il Principe ha sempre mostrato un atteggiamento piuttosto ambivalente, facendo il verso a questi ultimi – spesso ridicolizzati – ed utilizzando un miscuglio linguistico…parte nopeo e parte italiano. Il Napoletano, come osserva Rossi, non assume mai il carattere di una contrapposizione all’italiano ufficiale, semmai è l’antidoto popolare ad una lingua pomposa e pretenziosa, bersaglio della satira di Antonio de Curtis. Talvolta egli appare addirittura dialettofobo [v] , soprattutto quando sfotte i siciliani, i pugliesi oppure i ‘polentoni’ nordisti. In realtà le cadenze dialettali gli servono solo per far ridere, sottolineandone le ‘stranezze’ fonetiche e caratterizzando buffamente i personaggi.[vi]

     3 . Parlate, parlate, òrsu..!

download-1La carica comica del linguaggio totoiano, come giustamente è stato osservato, risiedeva in modo particolare nella sua inarrestabile ed inesauribile capacità di giocare con le parole, sezionandole, stravolgendole e facendo loro dire cose molto diverse da quelle prevedibili. Nelle sue battute, la logica combinatoria tipica del linguaggio verbale diventava un meccanismo scombinatorio, che non si limitava a dissacrare l’ovvietà, l’ipocrisia e la convenzionalità che troppo spesso le parole trasmettono, ma generava un codice linguistico del tutto originale. Ci troviamo dentro echi del dadaismo e della rivolta futurista, ma soprattutto la vena irridente irriverente e sfottente  che era caratteristica di un napoletano verace come lui.

Totò è un dadaista della comunicazione, un giocoliere del linguaggio. Uno che le parole le sgretola, le tritura, le reimpasta. Le deforma espressionisticamente. Le reinventa. Sorprendente e impertinente: da vero buffone che smaschera il re, e lo mette a nudo….” [vii]

Da eccezionale ‘comico di parola’, egli tendeva a scavalcare il copione assegnato e ad improvvisare nel modo più istintivo ed anarchico, dando così un chiaro segno che non si trattava della recitazione di una parte, ma piuttosto di un’interazione verbale personale e spontanea, che gli nasceva da dentro irrefrenabile. Come osserva Roberto Escobar:

Totò è esplosione iperbolica di desiderio, rivincita di quel che sta sotto su quel che sta sopra, trionfo della fame e del corpo e dell’amore su qualsiasi pretesa di ordine e stabilità. Gerarchie, onori, senso comune: mentre i suoi antagonisti sprofondano nel panico, Totò tutto travolge in un fiume di parole e di gesti impazziti, mascherando la ragione da follia e la follia da ragione” [viii].

Ebbene, nell’analisi condotta con scrupolo filologico da Fabio Rossi questo fiume di parole viene esplorato nelle sue componenti retoriche, facendo affiorare sì la consumata esperienza dell’attore da commedia dell’arte, ma anche un’insospettabile competenza lessicale e sintattica, che va ben oltre i tradizionali calembour del barzellettiere, del macchiettista o, oggi, del cabarettista. Certo, l’arguzia verbale di chi scherza con le parole resta la componente principale, ma non è l’unica. Il Witz, il motto di spirito – come ci ha spiegato S. Freud [ix] – va ben oltre i semplici giochetti con le parole finalizzati a provocare il riso. La tecnica della battuta di spirito, infatti, genera una vera e propria liberazione, scaricando tendenze inconsce e sprigionando una forza che altrimenti sarebbe rimasta repressa.  Nel linguaggio di Totò,  la liberazione espressiva veicolata dalle sue parole travolge gerarchie e convenzioni, luoghi comuni e distinzioni. Per quanto spontanea, essa fa comunque uso dei tradizionali espedienti  retorici classici, di cui Rossi ci fornisce un vero e proprio catalogo. Si va dall’accumulazione dei pleonasmi alle paronomàsie; dalle rime ed assonanze alle allitterazioni martellanti; dalle metàtesi che invertono l’ordine naturale alla immaginifica creazione di parole inesistenti, eppure allusive.

Elencare tali strumenti retorici non riesce però a rendere l’idea della girandola della sua espressività verbale, portata naturalmente più all’iperbole (cioè all’amplificazione) che alla litote (attenuazione); più all’imprecazione ed all’apostrofe che alla reticenza ed alla preterizione. Uno dei mezzi espressivi più efficacemente utilizzati, in ogni caso, resta sempre il nonsense, la cui forza sconvolge l’ordine razionale, rendendo reale l’assurdo.  Pensate a frasi come queste, dedicate ad un tema certo non facile come il mistero buffo della vita e della morte:

“Chi lascia la moglie morta per la viva, sa quello che lascia ma non quello che triva”; “Abbiamo vegliato la salma per tutta la notte: è stato un veglione”; “Voglio morire, mi voglio ammazzare; suicidatemi!”; “ Voi dite che sono morto? Perbacco, se lo avessi saputo sarei venuto vestito a lutto”; “Camposanto è un santo come un altro: Santo Campo”; “Un ex garibaldino morto mentre suonava la tromba: fu trombosi acuta, o acuto da trombetta?”.

Oppure assaporate battute come queste, che avevano spesso ad oggetto il rapporto con le donne:

“Alle donne piacciono gli uomini forti. Dal mio aspetto non si direbbe, la mia forza è truccata: sono un falso debole”; “Cara, ti vergogni di me perché sei vestita? Io sono in maniche di mutande”; “L’opulenza femminile è un dono, ma non tutte le opulenze riescono col buco”, “Mia moglie è un tipo apprensivo: sta sempre ad Anzio per me”; “Lei è vedovo di moglie? Colgo l’occasione per farle le mie congratulazioni”.

Il mondo di Totò, stralunato ed imprevedibile, è anche quello dove “I soldi si fabbricano al Policlinico dello Stato”, ma dove c’è qualcuno così povero che “nel caffelatte non ci mette né il caffè né il latte”, ragion per cui si ribadisce che non è vero che “..l’appetito vien mangiando. In realtà viene a stare digiuni”.  Perfino le malattie vengono stravolte dall’arguzia di Totò, che ci spiega, ad esempio, che “L’acme giovanile si cura con la vecchiaia”, oppure che c’è chi “ha preso una botta al malleolo del cervello e per poco non gli veniva la meningite”.  Le emergenze presenti  nell’immaginario nosocomio totoiano vanno dalle “punture di zanzara nòfale” alle “coliche apatiche”; dalle patologie più gravi (“Le manca un polmone? Un altro se ne sta andando? E lasciamolo andare, mo’ ci mettiamo a correre dietro un polmone…” ) a quelle più frequenti e banali (“Ho un ottimo rimedio contro i mali di capo, i dolori capuani”). Ovviamente la sua ironia colpisce anche molte approssimative diagnosi scientifiche (“Sia ben chiaro che i nervi partono dai piedi e arrivano alla culotta cranica”), non risparmiando neanche i farmacisti (“…vendono il cotone idrofobo”) e perfino le indagini basate sui test medici (“Ma mi faccino il piacere! Esaminando la saliva si può risalire a chi ha sputato? Che schifo!”).

4. Ogni limite ha la sua pazienza!

 Si potrebbe continuare all’infinito, citando le sue battute esilaranti che coinvolgono un po’ tutti quelli che si prendono talmente sul serio da non riuscire a cogliere il ridicolo e l’assurdo della vita. Credo però, a questo punto, che sia importante sottolineare che – prescindendo dalle considerazioni che si potrebbero trarre dalla ‘filosofia’ di Totò sottesa all’esplosione espressiva dei suoi testi – gli debba essere in primo luogo riconosciuta una straordinaria capacità di usare la lingua come uno strumento rivoluzionario rispetto alla convenzionale rispettabilità borghese, ma al tempo stesso come una forma espressiva eccezionalmente creativa e ricreativa.

“Vedere le parole ridotte a mero oggetto di piacere o a cavie per strani esperimenti, provare il senso di straniamento […] che Totò infonde nel rispondere fischi per fiaschi, nel disattendere le più elementari aspettative semantiche dell’interlocutore, nell’intendere letteralmente quanto ha valore metaforico e metaforicamente quanto è letterale, insomma assistere all’apparente sbriciolarsi del verbo e al suo prodigioso ricomporsi e rinascere come fenice non fa che introdurre, dall’ingresso principale (quello che passa cioè attraverso la sfumata frontiera tra possibilità di comunicare, e quindi di interagire col mondo, e impossibilità di comunicare tutto) ai più profondi meccanismi di funzionamento delle lingue umane.” [x]

Ed è così che  – a 50 anni dalla morte – ho cercato di ricordare colui che non solo ci ha fatto ridere per generazioni, ma è anche riuscito a farci scoprire la magia di una lingua con cui si può giocare e divertirsi, scomponendo e ricomponendone con creatività gli elementi.  In un mondo dove ancora troppi mostrano di non avere il senso del ridicolo e si ritengono al di sopra degli altri, è il caso di ricordare loro, con un’altra battuta di Totò, che: “Il trombone, checché se ne dica, eziandio, è sempre un trombone”.  Per fortuna c’è stato chi ha saputo usare la comicità per metterlo a posto;  un autentico direttore d’orchestra, uno cui “piace la moseca, quella con la ‘o’ maiuscola”.

N O T E ————————————————————

[i]  Tullio De Mauro, Prefazione, in: Fabio Rossi (2002), La lingua in gioco – Da Totò a lezione di retorica, Roma, Bulzoni,  pp. 14-15
[ii]  F. Rossi, op. cit., pp. 201-202
[iii]  Le citazioni seguenti sono tratte, oltre che dal testo cit., anche da altre ‘antologie’ del frasario di Totò, fra cui: Parli come badi (1994), a cura di Matilde Amorosi, con la collab. Di Liliana de Curtis, Milano, Rizzoli; Enrico Giacovelli (1994), Poi dice che uno si butta a sinistra!,  Roma, Gremese; Quisquiglie e pinzillacchere – Il teatro di Totò 1931-1946 (1980), a cura di Goffredo Fofi, Milano, Savelli
[iv]  F. Rossi, op. cit., pp. 42-43
[v]  Cfr. o.c. , pp. 64 ss.
[vi]  Sull’argomento cfr. anche l’interessante articolo: Silverio Novelli, Il principe delle quisqulie, http://www.treccani.it/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_19.html
[vii]  Gianni Canova et Al., “Totò: l’uomo e la maschera”, in: Brigantino. Il portale del Sud, http://www.ilportaledelsud.org/tot%C3%B2.htm
[viii]  Roberto Escobar (1998),  Totò: avventure di una marionetta, Bologna, il Mulino (cit. in Canova et Al, o.c.)
[ix]   Sigmund Freud (1905), Der Witz und seine Beziehung zum Unbewußten (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio) > http://www.newtoncompton.com/libro/il-motto-di-spirito-e-la-sua-relazione-con-linconscio-2/edizione/ebook/978-88-541-2467-7
[x]   Fabio Rossi, La lingua di Totò: tra gioco, retorica, didattica e metalinguaggio, http://host.uniroma3.it/eventi/silfi/proposte/Rossi.pdf
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I nostri 11 settembre…

nomb000“ Quella giornata ha cambiato le nostre vite, non siamo ancora riusciti a vederne il tramonto”: è questo l’enfatico titolo dell’articolo di Mario Calabresi su la Repubblica. [i] Gli fanno eco altre frasi sullo stesso tono o ancor più retoricamente reboanti, come quella del Quotidiano: “11 settembre 2001: il giorno che sconvolse il mondo”  [ii]. Perfino la Gazzetta dello Sport ha titolato: “15 anni dall’11.9.2001: l’orrore che scosse il mondo” [iii] , mentre su la Stampa i redattori s’interrogano angosciati: “Come siamo cambiati dopo l’11 settembre. Quali sono le nuove sfide a 15 anni dagli attentati che hanno cambiato le nostre vite” . [iv]

Per carità: ognuno è libero di dare l’enfasi che preferisce a ciò che scrive, ma mi sembra che un po’ di moderazione non guasterebbe. Ciò che più colpisce in queste titolazioni, infatti, è l’evidente identificazione tra gli USA e “il mondo”, unita all’affermazione piuttosto azzardata che i tragici eventi di 15 anni fa “ci” avrebbero cambiati tutti, segnando di fatto una svolta radicale nella storia dell’umanità, né più né meno della scoperta dell’America o della Rivoluzione Francese. Ripeto: ognuno ha la libertà di vivere (o di descrivere) certi avvenimenti come importanti o addirittura fondamentali, a patto però di non ci si lasci prendere dalla retorica un po’ perversa di chi vuol convincere gli altri che le proprie convinzioni sono  verità incontrovertibili, assiomi indiscutibili alla cui luce tutto va ovviamente interpretato.

Il fatto che siano trascorsi 15 anni dall’incredibile attentato alle Twin Towers newyorkesi, anziché spingere alla riflessione meno viscerale su ciò che da quell’evento luttuoso è stato generato e che tuttora ci affligge, sembra piuttosto fornire l’ennesimo alibi ad una narrazione tutta in bianco e nero in cui – come nelle fiabe – qualcosa di grave ed improvviso sia venuto a turbare la pace e la serenità dei ‘buoni’, dando origine ad una strenua lotta di questi ‘eroi’ con le forze del male che li minacciano. L’affermazione che di quella triste giornata, come scrive Calabresi, non abbiamo ancora visto il tramonto suona in effetti come un grido d’allarme, un appello alla mobilitazione generale contro la ‘barbarie’. E’ un grido che vorrebbe convincerci che tutto è ormai profondamente cambiato da allora, spingendoci così a cancellare il ricordo degli eventi passati, dei bagni di sangue delle tante guerre precedenti, per orientare la lettura dell’attualità nell’unica direzione dell’attacco globale dell’estremismo islamico all’intero mondo ‘occidentale’.

A questa retorica non si sottrae neppure uno storico teoricamente di sinistra come Biagio De Giovanni, il quale così argomenta su Il Mattino: “ Tutto il bello della storia restava, dopo l’11 settembre, non era certo abolito di colpo, ma di fronte ad esso si disegnava una minaccia, tanto più incombente quanto più oscura, e l’America, capofila dell’Occidente, era l’obiettivo da colpire, il “satana” da abbattere. Tutti sapevamo che questo non sarebbe stato possibile, che in questione non era la vittoria di questo nemico oscuro, ma sapevamo che da allora la storia del mondo sarebbe cambiata. E così è stato, quella data fa da spartiacque. […] Quel segnale dell’11 settembre, e le reazioni che seguirono, indicava che tutto il Medio Oriente iniziava a fibrillare, che il terrore, la guerra avrebbero rimesso in movimento masse sterminate in cerca di salvezza. Uno dei grandi calvari dell’umanità cui oggi più che mai assistiamo.[v]

Opperbacco!”,  – avrebbe esclamato Totò. A quanto pare l’intero Occidente sarebbe stato indirettamente colpito dall’attacco a suo capofila, l’America (ovviamente nel senso di USA). La sanguinosa minaccia di quel “nemico oscuro” (lord Woldemort?) che, sebbene sappia non poter mai vincere (“non praevalebunt”…), continuerebbe ad incombere su di noi, provocando la “fibrillazione” del Medio Oriente, la divisione del mondo occidentale e perfino “la crisi dell’Europa”. L’11 settembre, insomma, andrebbe quindi considerato un evento epocale come quello che ha fatto scomparire dalla Terra i dinosauri, rischiando di cancellare “tutto il bello del storia”. Ebbene, non so a cosa si riferisca Di Giovanni con questa espressione, ma mi auguro sinceramente che in questa “bellezza” da salvare non comprenda il colonialismo, l’imperialismo, il nazionalismo e le assurde guerre che hanno insanguinato il secolo scorso. Certo, è innegabile che la deflagrazione del Medio Oriente, col terrore e le nuove guerre che ne sono seguite, abbia “rimesso in movimento masse sterminate in cerca di salvezza”. Il fatto è, però, che simili masse di disperati sono state già provocate dai precedenti conflitti armati, dallo sfruttamento coloniale e dalle discriminazioni razziali di cui si sono resi responsabili proprio questo ed altri maldestri “capifila” di quell’Occidente.

La miopia dei dominatori – dai conquistatori romani agli yankees che continuano ad ‘occupare’ i nostri paesi considerandosene ‘liberatori’ sempre e comunque – li ha sempre portati a pensare che essi possano scatenare l’inferno contro gli altri, restando però immuni da ogni reazione, del tutto sicuri e beati nel loro mondo, l’isola felice inarrivabile ed intangibile dei rulers. Eppure la storia ha dimostrato che ogni impero è destinato a cedere sotto il suo stesso peso e che nessun potente della Terra può sentirsi davvero al sicuro dalle conseguenze delle proprie azioni. Il saccheggio di Roma da parte dei Visigoti nel V secolo d.C. , ad esempio, fu indubbiamente uno “spartiacque” molto più significativo di quegli aerei che 15 anni fa, per la prima volta, violarono la nuova “caput mundi”. Eppure l’11 settembre viene strumentalmente presentato come un evento dalla ricaduta globale, come se quei velivoli non avessero trafitto due pur simbolici grattacieli della ‘grande mela’, ma il cuore stesso del nostro mondo.

“L’impressione dunque che tutti avemmo –  argomenta ancora Biagio De Giovanni – fu che gli equilibri della storia finivano, gli equilibri pensati, misurati sulla forza dell’economia, sull’altezza delle idee, sulla capacità di progresso dell’umanità, sull’espansione della civiltà sempre più una….”. [vi]  Anche qui non mi risulta chiaro di quali prodigiosi “equilibri” egli vada tessendo l’elogio, dal momento che sembrerebbe piuttosto evocare il mito illuministico di una “civiltà” unica e indiscutibile, l’immagine di un’economia ‘forte’ che domina la politica e la suggestione di una intellettualistica “altezza delle idee”. Sarebbero questi i magici “equilibri” che l’11 settembre ha sconvolto? Non direi proprio, considerando il fatto che la globalizzazione ha diffuso ovunque il pensiero unico che su tali stereotipi di civiltà si fonda, eliminando tutte le differenze, omogeneizzandoci il linguaggio e facendoci tutti servili sudditi di un mediatico Big Brother. L’assenza di un nemico da battere, il crollo del comunismo e del bipolarismo, hanno creato l’esigenza che l’Occidente si trovasse nuovi nemici contro cui lottare, e quella fatidica data ha effettivamente segnato non tanto la fine di astratti “equilibri della storia”, ma solo l’inizio di una nuova, pericolosa, battaglia contro chi possa minacciare la perfezione del “brave new world” di cui tutti siamo tenuti a far parte, egregiamente tratteggiato già negli anni ’30 dal romanzo di A. Huxley. [vii], ed il cui motto era, non a caso: Comunità, Identità e Stabilità.

bomb4Eppure noi Italiani – ed in particolare noi Napoletani – dovremmo ricordare che siamo stati sottoposti a ben altro trattamento da parte dei nostri ‘liberatori’ tra agosto e settembre di 73 anni fa. Non si è trattato solo di alcuni velivoli che hanno sconvolto all’improvviso la vita quotidiana degli abitanti di una grande città, ma di un pesante, incessante, martellamento dall’alto che ha provocato decine di migliaia di morti, in prevalenza civili, distruzioni d’interi quartieri ed interruzione di ogni attività ordinaria. Ben 200 raid aerei anglo-americani hanno raso al suolo Napoli tra il 1940 ed il 1944, lasciando ben poco altro da distruggere alla furia feroce della Wehrmacht in fuga. Si trattava, soprattutto negli ultimi anni, di ‘bombardamenti a tappeto’ che costrinsero la solare popolazione di Napoli ad inventarsi un’oscura vita sotterranea, fatta di allarmi lancinanti e di angosciose e lunghe attese per rivedere la luce, scoprendo magari che il proprio palazzo era intanto stato ridotto ad un cumulo di macerie. Che non si trattasse solo di un’offensiva per sbaragliare e far fuggire gli occupanti tedeschi è stato da tempo appurato, trattandosi di una ben precisa strategia di guerra psicologica per ‘convincerci’ a ribellarci ai nazisti.

La convinzione che gli italiani stessero solo aspettando la pace era tanto forte che l’intelligence britannica continuò ad essere dell’idea che, subendo bombardamenti sempre più numerosi e pesanti, gli italiani si sarebbero ribellati anche contro Badoglio, lasciandolo senza altra scelta che non fosse chiedere un armistizio…” – osserva a tal proposito una studiosa, commentando questa strana “liberazione con le bombe”. [viii]  Ella, infatti, ricorda che: “Arthur Tedder, comandante delle forze aeree alleate nel Mediterraneo, ricordò in seguito che la caduta di Mussolini aveva “fatto sperare che l’Italia potesse venire buttata fuori dalla guerra” e aggiunse: “per fornire agli italiani un buon incentivo per un armistizio in brevi termini, iniziammo a bombardare Napoli ed altre città della penisola il primo di agosto”. [ix]

Un’altra ricercatrice, Lucia Monda, rende ancor meglio l’idea del terrore seminato dai bombardamenti anglo-americani su Napoli, scivendo: “ Gli attacchi, se possibile, divennero ancora più terribili il 4 agosto, data fatidica della più grande incursione aerea subita dai napoletani, durata un’ora ed un quarto ma destinata ad essere ricordata per sempre. Quattrocento aerei della Mediterranean Bomber Command sganciarono centinaia di bombe incendiarie, scendendo poi a bassa quota per mitragliare la popolazione inerme che fuggiva. Il centro fu oggetto di un accanimento senza pari e la Chiesa di Santa Chiara venne rasa al suolo,anticipando la sorte dell’Abbazia di Montecassino. Ciò che colpisce è l’accanimento verso un luogo sacro, specie a guerra ormai vinta…” [x]

bomb00Roberto Ciuni ci ha poi raccontato uno dei più disastrosi attacchi aerei su Napoli, a soli due giorni dall’armistizio dell’8 settembre: Il 6 settembre 1943 le poche sirene ancora in funzione iniziano a suonare l’allarme numero 384 dall’inizio della guerra, dieci minuti dopo la mezzanotte. I napoletani le udranno di nuovo, stavolta per dare il cessato allarme, dodici ore dopo. Durante la giornata la città sopporta le bombe di 300 «Fortezze volanti» divise in sei ondate: ogni incursione dura tre quarti d’ora; la più grave è quella delle 13,45. Alla fine, si contano 72 morti…” [xi].  Ebbene, mentre ci commuoviamo davanti alle immagini di quel tragico 11 settembre, non dovremmo però mai dimenticare che la liberazione di Napoli dalla ferocia nazista – per la prima volta voluta e realizzata dalla gente di questa città e non da vertici militari  [xii]– è stata preceduta da un allucinante e deliberato martellamento di bombardamenti aerei su una città affamata e semidistrutta. Il fatto che si trattasse dei nostri sedicenti “liberatori” non rese certo meno disastrose le conseguenze di quelle migliaia di bombe sganciate sulla popolazione civile, di cui le rovine di Santa Chiara o il disastro totale nel porto restano un’icona certo non meno significativa di quella delle torri gemelle di New York.

Oggi come allora i nostri telegiornali ci riportano in casa immagini simili, sia pur provenienti da città lontane – si chiamino Bagdad oppure Aleppo – a testimonianza che l’orrore delle guerre non è mai finito e che a farle cessare non sarà certo chi le ha di fatto scatenate. Oggi come allora bambini, donne e vecchi che si aggirano insanguinati e storditi tra le macerie di mercati, ospedali e luoghi di culto ci ricordano che le guerre attuali hanno ormai reso insignificanti le perdite di militari, mentre distruggono quotidianamente l’esistenza della gente comune ed innocente. E’ a questo terrorismo bellico – oltre che a quello degli uomini neri di Daesh – che siamo chiamati a dare risposte nuove, costruttive e nonviolente, rifiutandoci di esserne complici con la nostra inerzia rassegnata.

© 2016 Ermete Ferraro ( http://www.ermetespeacebook.com )

[i]  http://www.repubblica.it/esteri/2016/09/11/news/11_settembre_15_anni_dopo-147541156/

[ii]  http://www.quotidiano.net/esteri/11-settembre-2001-1.2499011

[iii]  http://video.gazzetta.it/11-settembre-immagini-che-quindici-anni-fa-sconvolsero-mondo/00805ba4-777a-11e6-84a1-6b82eaf62b9d

[iv]  http://www.lastampa.it/2016/09/11/esteri/come-siamo-cambiati-dopo-l-settembre-n7jKUg9aPmXvxex1jjb7XK/pagina.html

[v]  http://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/11_settembre_il_lato_oscuro_della_storia-1958956.html

[vi]  Ibidem

[vii] Aldous Huxley, Il mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo, traduzione di Lorenzo Gigli,  Arnoldo Mondadori Editore, 1991 > Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Il_mondo_nuovo

[viii]  Claudia Baldoli, I bombardamenti sull’Italia nella Seconda Guerra Mondiale. Strategia anglo-americana e propaganda rivolta alla popolazione civile*  , pp. 46-47 >  http://www.unive.it/media/allegato/dep/n13-14-2010/Ricerche/casi/2_Baldoli.pdf

[ix]  Ibidem

[x] Lucia Monda, Napoli durante la II guerra mondiale ovvero: i 100 bombardamenti di Napoli. > http://www.isses.it/Convegno050305/Monda.pdf

[xi]  R. Ciuni, “Quante vittime sotto le bombe degli Alleati”, 1 settembre 2003 > http://ilmattino.caltanet.it/hermes/20030901/CANADA/11/MAMA.htm

[xx] Cfr. anche: Ermete Ferraro,  La  resistenza napoletana e le Quattro Giornate: un caso storico di difesa civile e  popolare”, in: AA.VV., Una  strategia di pace: la difesa civile nonviolenta(pp.89-95), Bologna:  FuoriTHEMA – ripubblicato (2015) su  ACADEMIAA. EDU >  https://www.academia.edu/10726765/LA_RESISTENZA_NAPOLETANA_E_LE_QUATTRO_GIORNATE_UN_CASO_STORICO_DI_DIFESA_CIVILE_E_POPOLARE 
e E. Ferraro,  “Le trenta  giornate di Napoli”, in: AA.VV., La lotta non-armata  nella Resistenza, Roma: Centro Studi Difesa Civile (Quaderno n.1)

UN TRIDENTE DA SPUNTARE…

PELOSI JFC

Nancy Pelosi con l’Amm. Ferguson (fonte: JFC Naples)

Stiamo davvero diventando importanti. Finché a far visita al Comando napoletano della NATO erano i soliti capoccioni dell’Alleanza, niente di straordinario. Ma quando a visitare in pompa magna il quartier generale vicino al Lago Patria giungono addirittura alcuni parlamentari del Congresso USA, guidati nientemeno dalla leader della minoranza alla Camera dei Rappresentanti, l’on. Nancy Pelosi, beh la cosa assume un altro peso e rilievo…

Ma  che cosa saranno venuti a fare di bello al Comando Integrato di Napoli per il Sud Europa, il primo agosto 2015, sei illustri parlamentari statunitensi ? Sul sito del JFC Naples (http://www.jfcnaples.nato.int/page11122031/2015/us-congressional-delegation-visits-jfc-naples-mission.aspx) si riferisce che gli illustri ospiti sono stati calorosamente accolti dall’Amm. Mark Ferguson, che ne è il Comandante, il quale ha “illustrato le capacità del quartier generale meridionale della NATO”. Di quali capacità di tratti è chiarito poco dopo, quando si spiega che “la delegazione è stata testimone dell’elemento centrale della capacità di combattere una guerra del JFC di Napoli, con l’attivazione dell’intera squadra del JOC, composta da 5 elementi.  Questi membri del team hanno svolto uno scenario addestrativo, per dimostrare l’effettiva rispondenza a livello mondiale ad un’operazione contingente. Il JOC è operativo 24 ore al giorno con un accesso continuo ai suoi quartier generali più alti ed ai comandi subordinati.”

Ecco, il vero elemento di novità è il ruolo chiave che il Comando Integrato di Giugliano – Lago Patria ha assunto negli scenari di guerra che la NATO sta prefigurando in maniera incalzante, e che culmineranno nell’esercitazione Trident Juncture 2015 già nel prossimo autunno.  L’attivazione H24 del JOC (Comando Operativo Integrato), di cui gli onorevoli ospiti sono stati testimoni, è stato come il varo ufficiale di una minacciosa nave da guerra, saldamente ancorata nel golfo di Napoli, in cui è anche il Quartier Gnerale Euro-Africano della Marina americana, da cui dipende anche la VI Flotta USA , ed il cui Comandante è, guarda caso, il summenzionato Amm. Ferguson…

Da brava madrina del varo di questa centrale operativa dei wargames alleati, l’onorevole Pelosi si è profusa in un discorsetto d’occasione, per esaltare le lodevoli finalità difensive della NATO:  “La cooperazione per sicurezza con i nostri alleati NATO è un punto critico, dal momento che noi lavoriamo insieme per promuovere la stabilità  e contrastare il terrorismo. E’ sempre un onore ringraziare uomini e donne in uniforme il cui servizio ci mantiene sicuri sia in patria sia all’estero. Noi abbiamo nuovamente ringraziato il governo italiano, il nostro forte partner NATO, per l’ospitalità che ha dato ai nostri militari.”

Siamo anche noi grati all’on. Pelosi per essersi ricordata che – nonostante le apparenze potessero suggerirlo – non si trovava a casa sua ma sul territorio dell’Italia. Siamo un po’ meno d’accordo, invece, quando ha ringraziato chi ci ha governato – e tuttora ci governa – per aver dato ‘ospitalità’ alle truppe americane.  Capisco l’eufemismo cortese, ma dalla fine della guerra il nostro Paese – ed in particolare la nostra Campania – sono di fatto occupati militarmente da USA e NATO. Gli ospiti, si sa, dopo un po’ dovrebbero quanto meno togliere il disturbo, ma non sembra questo il caso, visto che la NATO non ha più rivali dagli anni ’90,  ma questo non ha impedito che l’Italia restasse la portaerei ‘alleata’ a guardia del Mediterraneo.

Altro che ‘cooperazione per la sicurezza’, ‘promozione della stabilità’  e  ‘contrasto al terrorismo’ . L’inquietante e persistente presenza dei sedicenti ‘Alleati’ sta mettendo a rischio proprio la pace e la sicurezza di quei popoli che essi dichiarano di voler ‘proteggere’. A Napoli abbiamo una certa esperienza di queste ‘protezioni’ non richieste e ci siamo stancati di cedere sempre a “proposte che non possiamo rifiutare”.

Ecco perché – associandomi all’appello di Alex Zanotelli ( http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1438203434.htm  ) e richiamando il mio precedente articolo dedicato proprio alla mega-esercitazione militare Trident Juncture   (https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/07/28/nato-per-combattere/  )– ritengo che sia giunto il momento di dire un NO forte e chiaro a chi ci considera solo pedine da muovere sulla propria scacchiera bellica.

Ecco perché, proprio da Napoli, deve partire un segnale inequivocabile a chi di governa, con la logica da subalterno di sempre, che ne abbiamo abbastanza di questa logica guerrafondaia e che la Campania, come la  Sardegna e la Sicilia, non è più disponibile ad ‘ospitare’ centrali di morte e di militarizzazione. Occorre quindi una mobilitazione di tutti quelli che non si sono rassegnati a questa logica di militarizzazione e di guerra che ci pervade e che non accettano di essere ‘teleguidati’ come droni da tecnologici comandi alleati.  Il meridione d’Italia non è una ‘colonia’ guidata da ‘proconsoli’ USA. E’ giunto il momento  di dimostrarlo.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NATO PER COMBATTERE

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    L’amm. Mark Ferguson, Comandante US Navy Europa-Africa e JFC Naples

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E poi dice che uno si fissa sulle stesse questioni. Ma come diavolo si fa a non tornarci su quando siamo di fronte ad una escalation guerrafondaia, al centro della quale c’è anche la nostra Napoli, e praticamente nessuno ne parla?

Come si fa a far finta di niente, mentre dal cuore della nostra regione partono ripetuti segnali di accelerazione del processo di militarizzazione e bellicizzazione di un’Europa sempre più divisa su tutto, ma supinamente subalterna alle strategie atlantiche?

In questi mesi a Napoli i media – nazionali e locali – ci hanno informato su tutto, dalla ristrutturazione dello stadio alle iniziative per la stagione turistica, dalla chiusura per assemblea di qualche sito archeologico all’abortito ‘village’ del lungomare.  Nessuna informazione, però, riguardava alcune importanti decisioni che prevedono la leadership strategica del Comando NATO del Sud Europa (JFC Naples), che dalla sede storica di Bagnoli, si è trasferito da dicembre 2012 nel mega- Quartier Generale di Lago Patria (Giugliano-NA), sotto la guida d’un ammiraglio che, guarda caso, è anche a capo del Comando U.S. Navy per l’Europa e l’Africa [1].

Se si sfogliano i quotidiani più importanti, infatti, non c’è quasi traccia dell’incalzante processo di trasformazione di un comando periferico nel polo del rilancio della strategia bellica della NATO sull’Europa mediterranea, i Balcani e l’Africa. Eppure non si tratta di piani top secret da non divulgare, visto che gli stessi siti web del JFC Naples e del Comando Europeo [2] non fanno certo mistero dei suoi progetti, ma piuttosto ne esaltano la portata con trionfalistici comunicati stampa e perfino con video promozionali [3].

L’unica notizia che abbia vagamente a che fare con l’ulteriore consolidamento delle strutture militare nell’area napoletana è apparsa in questi giorni su Il Mattino [4] e riguarda l’ampliamento della storica Accademia della Nunziatella, che si candida a diventare “Scuola Militare Europea” .

Un chiaro segnale di ‘normalizzazione’ del sistema militare, presentato peraltro dalla giunta de Magistris come una pura e semplice ‘permuta’ con un altro immobile, banalizzandone la portata.  Ma mentre l’accademia militare della Nunziatella [5] – particolarmente cara al capo di gabinetto del Sindaco di Napoli, che ne è ex allievo – sfratta una caserma della Polizia per allargarsi ancor di più sulla Palepoli di Pizzofalcone, a poche decine di chilometri, nel giulianese, i molto più informali militari della NATO – senza spadino e cappellino borbonico – si esercitano incessantemente alla pratica dei loro giochi di guerra, sempre più teleguidati e ipertecnologici.

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    Veduta dall’alto del complesso JFC , presso Lago Patria (Giugliano NA)

     

Ciò che risulta strano è che anche quelli che ritengono che la NATO sia un imprescindibile baluardo della democrazia e della sicurezza in questi mesi non si siano spesi nel tessere le lodi delle operazioni militari che stanno rendendo Napoli e la Campania la succursale del Pentagono sullo scacchiere strategico sud-orientale. Nulla. E’ come se un avveniristico complesso di 7 piani (2 dei quali interrati), spalmato su 330.000 mq di superficie, progettato per un numero di militari che va da 2.500 a 5.000 unità e che ospita il secondo comando supremo dell’Alleanza Atlantica dopo quello di Bruxelles [6] fosse una struttura qualsiasi, magari un po’ ingombrante ma priva di particolare importanza.

Eppure, dal dicembre 2012 in cui il nuovo quartier generale è stato inaugurato, i due comandanti che si sono susseguiti non hanno certo nascosto la loro intenzione di “far ruggire il leone” che fa da stemma al JFC Naples , trasformandolo sempre più in un “warfighting headquarters”, un vero e proprio comando per operazioni belliche [7].

Eppure non è che due anni e mezzo di manovre militari e di operazioni sul mare per terra e nel cielo potessero passare inosservate, anche se politici nazionali, amministratori locali ed operatori dei media preferiscono nascondere la testa nella sabbia. Da anni, infatti, essi si guardano bene dall’informare i cittadini di quel che succede nel triangolo della morte compreso fra Capodichino, Licola e Gricignano, di cui ho parlato in un mio precedente articolo [8], sicuramente non meno pericoloso della famigerata Terra dei fuochi con cui, guarda caso, in parte coincide.

Eppure è da sedici anni (1999) che dall’ex Comando dell’AFSouth di Bagnoli (Allied Forces Southern Europe) si sono dirette le operazioni militari della Kosovo Force (6000 uomini di 29 paesi aderenti alla NATO [9].

Eppure è da un decennio (2005) che, dal Quartier generale di Napoli, la stessa NATO offre benevolmente il suo supporto militare anche all’Unione Africana, per “costruire la sua architettura di sicurezza” [10]. Per non parlare di altre ‘missioni’ pilotate dal comando napoletano, come la Stabilisation Force (SFOR-IFOR) che da altrettanti anni essa guida a Sarajevo [11] , con collegamenti anche con l’Ufficio di Collegamento NATO di Skopje [12] e quello di Belgrado [13], al cui vertice dal 2014 c’è un generale italiano.

Eppure, dalla fine del XX secolo a questi 15 anni del successivo, il Comando Sud-Europeo della NATO è stato a capo di ben 11 operazioni ‘alleate’, dietro i cui fantasiosi nomi si celavano minacciose esercitazioni belliche, volte a consolidare il controllo su tutta l’area mediterranea balcanica ed africana.[14]  Sforzo attivo, Protettore unificato, Raccolto essenziale, Garante determinato, Occhio d’aquila, Guardiano congiunto e simili non erano infatti titoli di videogiochi, ma i retorici nomi in codice di quei dispendiosi giochi di guerra della NATO.

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    Stemma dell’esercitazione NATO”Trident Juncture 2015″

D’altra parte, l’ultima operazione si è appena conclusa il mese scorso. Essa, per la prima volta, ha visto il JFC di Napoli addirittura in trasferta a Cincu, una cittadina della Romania centrale, dove un migliaio di soldati ‘alleati’ hanno partecipato – dal 17 al 28 giugno –  all’operazione Trident Joust 15 (Torneo del Tridente ‘15). Il suo scopo era: “…mettere alla prova l’abilità del Comando Interforze di Napoli nel condurre un’operazione di difesa collettiva per conto dell’Alleanza”, come ha dichiarato l’Amm. Ferguson, Comandante  sia il JFCNP sia il CNE-CNA [15].  Ed ecco che, subito dopo le meritate vacanze estive, i vertici della NATO hanno  pensato bene di aprire il nuovo anno bellico con un’altra spettacolare operazione interforze: “…la più vasta esercitazione militare dal 2002, che metterà insieme più di 36.000 persone d’una trentina di paesi, alleati e partners, così come organizzazioni internazionali e non-governative nei tre paesi del suo fianco sud (Spagna, Portogallo ed Italia […] Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e dalla fine della Guerra fredda, la NATO aveva progressivamente abbandonato l’organizzazione di grandi esercitazioni in Europa, privilegiando la preparazione delle di forze di ‘spedizione’ per intervenire su crisi lontane, come in Afghanistan, dove ha diretto per tredici anni la forza internazionale d’assistenza alla sicurezza (ISAF) .”[16]

Nonostante l’importanza quasi storica di questa nuova avventura militare, gli organi di (dis)informazione non se ne sono per nulla occupati, fatta ovviamente eccezione per i pochi giornalisti che ci mettono al corrente delle ‘grandi manovre’ pianificate e svolte dai nostri cari Alleati, con la partecipazione della nostra Repubblica che, pur ‘ripudiando la guerra’, è sempre in prima fila nelle loro sedicenti operazioni di peace-keeping.

E’ il caso degli articoli che Manlio Dinucci pubblica regolarmente su il manifesto ed altri giornali cartacei ed online, per aggiornarci sull’escalation delle operazioni NATO.

Già all’inizio di giugno, infatti, egli sottolineava la portata della nuova operazione Trident Juncture 2015 (‘Giuntura del Tridente 2015’), scrivendo che “…il Jfc Naples svolge il ruolo di comando ope­ra­tivo della «Forza di rispo­sta» Nato, il cui comando gene­rale appar­tiene al Coman­dante supremo alleato in Europa (sem­pre un gene­rale Usa nomi­nato dal Pre­si­dente). La pro­ie­zione di forze a sud va ben oltre il Nor­da­frica: lo chia­ri­sce lo stesso Coman­dante supremo, il gen. Breed­love, annun­ciando che «i mem­bri della Nato svol­ge­ranno un grande ruolo in Nor­da­frica, Sahel e Africa subsahariana» [17]

In un successivo servizio – apparso sempre su il manifesto – Dinucci ci spiegava che quella che si terrà dal 28 settembre al 6 novembre prossimi non è un’esercitazione come le altre, se si tiene conto della forza militare impegnata (“oltre 230 unità ter­re­stri, aeree e navali e forze per le ope­ra­zioni spe­ciali di oltre 30 paesi alleati e part­ner, con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 140 aerei da guerra, più le indu­strie mili­tari di 15 paesi per valu­tare di quali altre armi ha biso­gno l’Alleanza”) [18], ma anche delle sue finalità strategiche  (“In tale qua­dro si inse­ri­sce la «Tri­dent Junc­ture 2015», che serve a testare la «Forza di rispo­sta» (40mila effet­tivi), soprat­tutto la sua «Forza di punta» ad altis­sima pron­tezza ope­ra­tiva. La TJ15 mostra «il nuovo accre­sciuto livello di ambi­zione della Nato nel con­durre la guerra moderna con­giunta», pro­vando di essere «una Alleanza con fun­zione di guida»[19].

  1. MARI-NATO 

campania armata

“Campania Bellatrix” – elaborazione grafica di E. Ferraro

Dalle aspre montagne dell’Afghanistan, quindi, lo scenario bellico si è spostato sempre più a sud, nel bacino del Mediterraneo,  dove la NATO deve fronteggiare nuove sfide, alcune delle quali peraltro sono frutto proprio della disgraziata politica imperialistica degli USA, che ha profondamente destabilizzato i precari equilibri preesistenti.

Ecco allora che la militarizzazione crescente della Campania – insieme ovviamente a quella della Sicilia – rientra in un ben preciso piano di controllo dell’area mediterranea ed africana. Questo redivivo Regno delle Due NATO mantiene infatti la sua indiscussa capitale nella Città Metropolitana di Napoli (in cui ricadono lo stesso capoluogo ma anche l’intera area domiziano-giulianese), ma si allarga fino a comprendere le basi alleate e statunitensi sparse nella Trinacria, da quella aerea principale di Sigonella al MUOS di Niscemi, passando per Augusta, Trapani, Pantelleria e Lampedusa [20].

Ma noi Italiani siamo troppo impegnati a seguire le peripezie del fu-centrosinistra e del fu-centrodestra per occuparci di queste sciocchezze.  Non c’è dubbio che l’aumento dell’IVA o un ulteriore slittamento dell’età pensionabile siano questioni che attirano molta più attenzione di quelle concernenti la trasformazione del meridione della penisola in un’incontrollabile portaerei, sul cui ponte di comando c’è saldamente il solito ammiraglio americano con due berretti [21].

E’ però impossibile ignorare l’ingombrante presenza di quell’esercito di occupazione che, dalla fine della seconda guerra mondiale, continua a ‘proteggerci’ , da Aviano  fino a Trapani. Così come dovrebbe essere difficile non notare che l’Italia stessa, anche a prescindere dalle truppe USA e NATO che vi si sono stanziate, è già uno di per sé uno dei paesi più militarizzati al mondo, recentemente sceso al 67° posto, ma sempre davanti ad altri Paesi europei come la Polonia (74°), la Spagna (84°), il Belgio (85°), la Germania (87°) o l’Irlanda (108°) [22].

L’Indice Globale della Militarizzazione – che assomma i dati relativi alle spese militari, al personale impiegato nel settore ed agli armamenti dispiegati – vede non a caso nella sua assai poco lodevole Top Ten, al 9° posto, nientemeno la Grecia, con la vicina Turchia piazzata al 24° posto a livello globale.  Forse con un po’ di attenzione avremmo capito qualcosa in più della recente crisi greca, che è sicuramente di natura economica, ma che ha pesato assai più sul piano politico-strategico, visto il ruolo chiave che la repubblica ellenica occupa nella NATO.

Però parlare di queste cose è poco trendy. Giornali e radio-televisioni preferiscono il gossip politicante e le veline governative su come tutto va per il meglio nel nostro Bel Paese.  A quanto pare bisogna lasciare le notizie sulle guerre prossime venture ai ‘gufi’ di professione e ad altri profeti di sventura, che spesso sono gli stessi che mettono in guardia anche contro i cambiamenti climatici e le loro cause o denunciano il nostro devastante modello di sviluppo, energivoro ed antiecologico.

Certo: in una decina di giorni di Settembre una trentina di Paesi, compreso il nostro,  manderanno allegramente in fumo milioni di preziose risorse economiche – probabilmente con gravi ricadute anche ambientali – solo per dar prova della propria capacità di distruzione e di controllo del territorio, del mare e del cielo. Ma cosa rappresenta questo di fronte alla ripresa dell’anno scolastico, alle riforme costituzionali, all’IMU sulle scuole parificate ed alle alleanze per portare l’Italia alla ‘crescita’?

Stiamo attenti, però, che il minaccioso ‘Tridente’ brandito dal mitologico dio NATO non laceri solo l’economia – come ha già fatto con la Grecia – ma anche la nostra stessa sicurezza.

NOTE

[1] http://cne-cna-c6f.dodlive.mil/

[2] www.jfcnaples.nato.int/  – http://www.jfcbs.nato.int/trident-juncture.aspx

[3] http://www.ac.nato.int/page5931922/the-air-part-of-nato-joint-exercise-ttrident-juncture-2015.aspxhttps://www.youtube.com/watch?v=9f_w3MWbm-U

[4] http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/nunziatella_scuola_militare_napoli/notizie/1485546.shtml

[5] http://www.esercito.difesa.it/organizzazione/aree-di-vertice/comando-per-la-formazione-specializzazione-e-dottrina-dell-esercito/Accademia-Militare/Nunziatella

[6] Ermete Ferraro, Un preoccupante Neo-Nato (30.4.2012) > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/04/30/lago-patria-un-preoccupante-neo-nato/ ),

[7] Idem , Fa’ ruggire il leone (11.5.2012) > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/05/11/fa-ruggire-il-leone/

[8] Idem, Campania Bellatrix (20.3.2013) > http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_11270.html

[9] http://www.aco.nato.int/kfor.aspx

[10] http://www.jfcnaples.nato.int/current_operations/ns2au.aspx

[11] http://www.jfcnaples.nato.int/hqsarajevo.aspx

[12] http://www.jfcnaples.nato.int/hqskopje.aspx

[13] http://www.jfcnaples.nato.int/operations_mlo_belgrade.aspx

[14] http://www.jfcnaples.nato.int/page71815316.aspx

[15] JFC Naples will for the first time base out to another location – the Shooting Range at Cincu >   http://actmedia.eu/daily/jfc-naples-will-for-the-first-time-base-out-to-another-location-the-shooting-range-at-cincu/58532 (traduz. mia). Vedi anche: Nato trasferisce il il quartier generale sud da Napoli in Romania > http://it.sputniknews.com/italia/20150507/357678.html#ixzz3h6qP0sKy

[16]  http://www.7sur7.be/7s7/fr/1505/Monde/article/detail/2395316/2015/07/15/L-Otan-sur-le-pied-de-guerre.dhtml (traduz. mia)

[17] Manlio Dinucci, La NATO lancia il tridente (16.6.2015 ) > http://ilmanifesto.info/la-nato-lancia-il-tridente/  

[18] Idem , La U.E. si arruola nella NATO (21.7.2015) > http://ilmanifesto.info/la-ue-si-arruola-nella-nato/

[19] Ibidem

[20] Cfr. Mappa delle basi militari in Italia > http://www.ansuitalia.it/Sito/index.php?mod=read&id=1266847177  e http://www.difesaonline.it/index.php/it/13-notizie/mondo/2720-la-sicilia-sta-per-diventare-la-base-piu-importante-della-nato . Vedi pure l’articolo di Antonio Mazzeo, Al via la campagna contro le basi NATO e Usa in Sicilia > http://www.disarmiamoli.org/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=335

[21] Sulla questione del “Two hats Commander” cfr. http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a526085.pdf

[22] Fonte: Jan Grebe, Global Militarization Index 2014 > https://www.bicc.de/uploads/tx_bicctools/141209_GMI_ENG.pdf – Sulla militarizzazione della Grecia cfr. anche: Σε ρόλο ΝΑΤΟικού εκπαιδευτή οι Ενοπλες Δυνάμεις  (Le forze armate nel ruolo di formatore NATO) > http://www.rizospastis.gr/story.do?id=8515264  10.7.15

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© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

‘A PARTITA D”O NNAPULITANO…

‘A partita d’’o Nnapulitano… è ttuttaquanta ‘a jucà.images

Vurria vedé p’’o Nnapulitano ‘o stesso tifo ca ‘a ggente nosta addemostra p’’a S.S.C. Napule

Me garbarrìa assaje ‘e vedé ca ‘e Napulitane s’apprennetissero p’’o fatto c’‘a lengua nosta sta šcrianno ‘mpilo ‘mpilo, accuppata primma d’’o Taliano-lengua unneca e doppo ‘a ll’Ingrése d’’a globbalizzazzione furzata.

Però ‘e ccose vanno ‘e n’ata manéra e simmo furtunate ca nce stanno ancora ggente c’addesìano ‘e fa’ quaccosa pe’ sarvà ‘sta lengua bella e antica d’’a šcaienza, accummencianno a parlà e a šcrivere commilfò.

Int’’a ‘stu periodo aggio avuto ‘nu sacco ‘e addemustrazzione ca, p’asempio, ‘nu pruggetto pe ‘mparà ‘a lengua e ‘a cultura napulitana dint’’a šcola po’ avè pure assaje succiesso. I’ stesso me songo maravegliato pe ll’articule ca songo asciute ‘ncopp’ê ggiurnale e ê pizze web, pe nun parlà d’’o servizio d’’a televisione frangese ‘ncopp’ô pruggetto mio.

‘O prubblema, però, è ca quanno ‘e media parlano ‘e ‘sti fatte pare sempe ca se tratta ‘e folklore cchiù ca ‘e ‘na pruposta culturale e suciale p’ascì d’’a subbordinazzione e d’’a margenaletà.

Fore ‘a ll’Italia, ‘a questione ca fanno chille ca vônno addefennere ‘e llengue reggionale tene cchiù ‘mpurtanza e speciarmente â Franza e â Špagna nce sta ‘nu gruosso muvimento pe da’ ‘a justa degnità ô Ppruvenzale, ô‘ Ccatalano e ô Bbalenziano.

Addò nuje, ‘mméce, pare ca chi vô sarvà ‘a lengua napulitana ha dda esse pe’ fforza ‘nu burboneco, ‘na perzona ca guarda arreto quanno tuttecose vanno annanze. Špisso ‘stu fatto succede pure a chille ca vônno proteggere ‘a natura d’’a pazzarìa ‘e ‘nu favezo prugresso senza lémmete, e capita pure ca ll’ambientaliste songo chiammate ‘conzervature’.  Si astipà p’’e figlie nuoste ‘o patremmonio naturale e chillo de’’e llengue vô dicere ca simmo ‘conservature’, ‘mbè chiammatece accussì.

‘A verità è ca tutto chello ca va ô ccuntrario d’’o ‘ppenziero ùnneco’ ‘e ‘sta suggità mette paura a chi se crede c’ave già deciso comme âmm’a campà e pure comme âmm’a parlà.

E’ overo però ca quaccosa sta cagnanno. Se senteno cchiù ggente ca parlano napulitano e ‘nce stanno ‘nu sacco ‘e cose nove ca fanno penzà a ‘nu revival d’’a lengua nosta: gruppe musecale e rappers ca cantano napulitanamente; giuvene ca šcriveno nNapulitano ‘ncoppe ê blogghe e ê pizze web lloro; cummégne ‘ncopp’’a lengua napulitana; appresentazzione ‘e libbre e cummertazzione ’ncopp’ô lessico, â šcrittura e â grammateca napulitana.

E allora va tutto bbuono? Nun me pare, pecché ‘a via ca s’ha dda fa’ è ancora longa e nun è ffàcele.

‘Nce stanno pure ggente ca int’’o Nnapulitano vedeno sulo ‘nu bisinìs, n’occasione pe vennere cusarelle ‘nu poco pacchiane, pe šcrivere canzone tamarre o pe fa’ ridere cu battute ca nun teneno niente ‘a che vvedé c’‘a tradezzione comica verace ‘e Napule.

‘Nce sta troppa ggente ca vurriano campà ‘e ‘stu folklore fatto ‘e pizza e ccanzone, però nun s’addonano ca, accussì facenno, se sta perdenno l’anema ‘e ‘sta città e ca l’unneca cosa ca ce rummane è l’immaggene, ‘na fiùra, ca assaje špisso addeventa ‘na fiurella…

‘A verità è ca si ce muvimmo sulo ‘ncopp’ô chiano d’’a cultura, senza creà ‘nu muvimento suciale e ‘nu mudello ‘e šveluppo diverzo, nun cagnarrà propeto niente. ‘O sistema ce vô tutte quante c’’a stessa capa, ‘a soccia lengua e ‘a soccia manera ‘e campà.

‘A deverzetà pare quase ‘na cosa ‘a šcanzà e pecchesto ‘a napulitanetà – senza ‘a cuscienzia ‘e chello ca Napule è stata e pô esse ancora – putarria pure addeventà ‘na pazziella ‘mmano ê ccriature.

E allora jammo annanze cu ‘e puisìe, ‘e ccanzone, ‘e cummertazione ‘ncopp’â l’ortografia d’’o Nnapulitano, ‘e ffeste pe’ sarvà ‘e ttradezzione, pecché songo cose bbone e juste.

Però verimmo pure ‘e nun ce fa’ scippà – aroppo ‘e bbanche e ‘e ffraveche ca se ne so’ gghiute – pure ‘nu capolavoro d’’o nuosto comme ‘Lo cunto de li cunti’  ‘e Gian Battista Basile, sulo p’’o fa’ addeventà ‘nu film fantasy ‘ngrèse p’’o pubbreco ‘mmericano.

Ce simmo arresentute – e cu raggione – pecché vulevano rimpiazzà ‘a pizza nosta cu ‘e pagnuttielle ca venne Mac Donald. Mo’, però, c’avimm’’a arresentì pure pecché primma c’hanno scippato ‘o Cunto ‘e Basile – ‘o primmo libbro ‘e “fiabe” ‘e tutta ll’Europa –  e po’ c’’o vônno vennere, ‘mbastardùto, c”o titulo: “Tale of tales “…

Pe ffà quaccosa pe Napule nun abbasta accattà cartuline o maggliette cu šcritte napulitane, né se ‘mparà ‘e ccanzone ‘e Gigi D’Alessio o chelle d’’o gruppo rap Co’sang (sta šcritto propeto accussì…).

Pure ‘e ffeste cu tammorre e tarallucce e vvino serveno, ma nun abbastano. Chello ca ‘nce vô è quaccosa c’ha dda ffa’ capì ê Napulitane ca ‘o luttà p’’a degnità d’’a lengua nosta vô dicere pure luttà p’’a degnità d’’a ggente nosta e pe nun fa’ murì ‘o patremmonio ‘e cultura d’’o popolo nuosto, ca ‘mmece ‘o ‘penziero unneco’ sta šcancellanno.

Allicurdammoce, pirciò, ca Napule nun è sulo ‘na šquatra ‘e pallone, ‘nu titulo ‘e canzone e nemmanco ‘n’accasione pe ffà merchandising, ma ‘na ceviletà carreca ‘e secule e pure ‘e cultura.

Nun ‘a sciupammo e nun ce facimmo scippà pure l’anema ‘e sta terra.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com  )

CHI TENE LENGUA… (2)

Viale delle Acacie-2Songo passate sei semmane ‘a quanno šcriviette ‘o primmo articulo ‘ncopp’’o pruggetto “Napulitanamente” p’’o bloggo mio[1] e, aroppo ‘o malutiempo ‘e ste mìse, s’accummencia a sèntere ‘a primmavera. Pure ‘ncopp’’o labboratorio ‘e Napulitano è šchiarato ‘o sole e ‘nce songo state già quatto lezzione cu ‘e guagliune/one ca se songo šcritte. ‘Stu gruppo tene perzì ‘nu nomme: se chiamma “Vraccialiette nuoste”, pecché ‘o singo distintivo sujo è propeto ‘nu vracciale ‘e gomma culurata. E â canusciuta serie televisiva “Braccialetti rossi” se riferisce a canzuncella “No, nun è fernuta!” [2], ca parla ‘e comme, ‘nziéme, putimmo sarvà ‘a lengua nosta e ca, pirciò, è addeventata ‘a sigla d’’o gruppo.

Tutte ‘e ggioverì – d’’e ddoje ‘nzì ‘e quatto – ‘nce verimmo dint’’a ‘n’aula d’’a šcola media “Viale delle Acacie” pe’ ffa’ lezzione ‘e lengua e cultura napulitana, siconno ‘nu programma stabbelùto, però pure cu ‘a libbertà ‘e cagnà l’argumiente, siconno ‘o caso e pe comme stanno c’’a capa ‘e guagliune/one. ‘A cosa cchiù ‘mpurtante, però, è che – ‘nzì d’’a siconna lezzione – pe’ tutt’’o tiempo ca stammo ‘nzieme – parlammo sulo Napulitano. Certamente s’ha dda fa’ ‘e cunte c’’o fatto ca isse/esse songo guagliune/one d’’o Vòmmero e ca sulo quaccheruno ‘e lloro teneva ‘a renza ‘e parlà napulitanamente. Però quanno ce vônno ‘mparà l’ingrése o ‘n’ata lengua, assaje špisse aùsano ‘o sistema chiammato ‘full immertion’. Pur’io, pirciò, aggio pruvato a… summuzzà ‘e guagliune/one  d’’o labboratorio mio dint’’o mare ‘e Napule, p’’e ffà špratechì  e pe vedé comme se ‘mparano ‘a natà.

Comm’’o ssolito, accumenciammo cu’ l’appello (isse/esse arrešponneno “Stongo ccà”) e po’ continuammo cu’ ‘na lezzione ‘ncopp’a comme se prununciano e se šcriveno ‘e pparole napulitane e ‘ncoppa a comme se chiamma, napulitanamente, ‘na cosa, ‘na perzona, ‘nu mestiere o ‘na situazzione. Inzòmma, parlammo assaje ‘e l’ortografia, pe’ nun šbaglià a šcrivere ‘e suone d’’o Nnapulitano ca  nun ce stanno int’’o Taliàno, ma pure pe’ nun sturcià ‘sta lengua cu’ ‘na šcrittura ca zòmpa tutt’’e vvucale ca teneno ‘nu suono šmurzato. Però facimmo assaje attenzione pure ‘o lessico d’’o Nnapulitano, pe’ capì comme e addò so’ nnate ‘e pparole napulitane, ca špisso nun songo figlie sulo d’’o Latino, ma songo ‘nu làsceto d’’e Greche, ‘e ll’Arabe, d’’e Ffrangìse, d’’e Špagnuole, comme pure ’e ll’ata ggente ca pe’ secule àveno cumannato â casa nosta…[3]

Pe’ se špratechì, ‘e guagliune/one quacche vvota fanno ‘nu dettato, rišponneno ‘a nu test, cercano ‘e šcrivere ‘nu testo ma, ‘ncopp’a tutto, se šforzano ‘e parlà napulitanamente. Nun è ‘na cosa fàcele, pecché è ancora assaje forte ‘o cundizzionamento d’’e ffamiglie, ca špisso fanno ‘e tutto pe’ šcancellà d’’a capa d’’e figlie lloro ‘a parlata napulitana, comme si fosse ‘na cosa malamente.

‘A siconna parte d’’o labboratorio è sempe dedicata a ‘na lettura. Pe’ mmò, stammo liggenno “’O princepe piccerillo [4], ‘a traduzione napulitana ‘e “Le petit prince” ‘e  A. de St. Exupéry, però penzo ca putarriamo leggere ‘nziéme quacche puisìa e quacche cunto, scegliùte ‘a n’antologgia d’’a letteratura napulitana [5].  ‘Nce sta ‘a parlà, naturalmente, pure d’‘o granne patremmonio d’’a canzona napulitana, cummencianno d’’o Canto d’’e lavannare d’’o Vommero (1200) ‘nzino ‘e ccanzone ‘e Pino Daniele, passanno pe’ Di Giacomo, Di Capua, Russo, Capurro e De Filippo.[6]

‘Na cosa ca stongo cercanno ‘e fa’ è ffa’ capì ê guagliune/one d’’o labboratorio ca ‘e Nnapulitane teneno pure ‘na filosofìa d’a lloro, ‘a filosofia d’’o popolo ca truvammo ancora dint’’e pruverbie, ‘e ditte antiche ‘e ‘sta ggente. Quanno capita, pirciò, stammo leggenno quacche pruverbio, scegliuto ‘mmiezz’a chille ‘e ‘nu libbro ‘e V. Paliotti [7], ca songo state aunìte pe’ argumento (‘a femmena, ll’amice, ‘a salute, ‘a fatica, ‘o mmagnà ecc.), e po’ ‘o cummentammo.

Sempe dinto ‘e ddoje ore d’’o labboratorio stongo pruvanno pure a fa’ parlà ‘e guagliune/one ‘e chello ca sta succedenno attuorno a lloro. ‘O Nnapulitano nun po’addeventà ‘na lengua ca serve sulo pe’ cantà, pe’ dicere puisìe o pe’ pazzià… ‘Na lengua verace ha dda servì pure pe’ parlà d’’a suggità e d’a cità addò campammo e d’’e prubbleme ca tenimmo. E’ pe cchesto aggio penzato ca se putarrìa pruvà a ffà ‘na specie ‘e nutizziario piccerillo, tutto ‘nNapulitano, ammacaro cu ‘a collabborazzione ‘e ‘na televisione storeca ‘e stu quartiere, comme Televomero[8].

Parlanno ‘e nutizzie, aggi’’a dicere ca ‘stu labboratorio ‘e Napulitano dint’’a ‘na šcola media ave scetato pure quacche ggiurnale: aroppo Napoli Today [9] , parlajeno d’’o pruggetto “Napulitanamente” pure ddoje testate ‘mpurtante ‘e Napule (Il Mattino [10] , la Repubblica[11]) e quacche ata pubbrecazione online.[12]

‘Nc’è stato pure ‘nu paro ‘e radio napulitane[13] ca vuletteno sape’ quaccosa ‘e cchiù d’’o pruggetto e ca me facettero ‘n’intervista, e chesto vô dicere ca ‘a nutizzia, finalmente, se sta špannenno.

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‘N’ata cosa ‘mpurtante è che, attuorno a ‘stu fatto, se sta arapenno ‘nu cunfronto ‘mmiezzo ê studiose d’’a lengua napulitana e chille ca l’ausano ‘ncopp’a tutto pe’ šcrivere puisìe o ca vônno cuntinuà a parlà e a raggiunà napulitanamente.

‘Na primma occasione p’accummenì ‘ncopp’a ‘nu prugramma cummune è stata ‘a reunione ca se tenette ô Salotto Striano ô 3 ‘e marzo[14], pe’ mettere attuorno a ‘na tavula chi vô accummencià a stabbelì quacche rrèola pe’ šcrivere ‘o Nnapulitano commilfò [15].

Pe’ mmò, doppo poco cchiù ‘e nu mese, nun ce putimmo lagnà. Comme dice ‘o pruverbio antico: “Chi ‘mpasta assaje fa ‘o ppane bbuono”…

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )


[1] https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/02/08/chi-tene-lengua/

[2] Vìre ’a paggena d’’o pizzo web mio: http://ermeteferraro.weebly.com/napulitanamente.html

[3] Stongo ausanno, comme riferimento, ‘nu libbricciullo ‘e grammateca napulitana c’aggio šcritto io ô 2003 (http://ermeteferraro.weebly.com/uploads/3/4/7/6/3476842/manuale_napoletano.pdf ), ma pure quacche manuale ‘e grammateca comme: N. De Blasi – L. Imperatore, Il napoletano parlato e scritto, Napoli, Libr. Dante e Descartes, 1998 , C. Iandolo, ‘A lengua ‘e Pulecenella, Napoli, Di Mauro ed., 2000  e M. D’Acunto – G. Mattera, Vall’a capì, Napoli, Intra Moenia, 2013.

[4] http://www.ibs.it/code/9788887365351/saint-exupery-ant/princepe-piccerillo-petit.html

[5] Pe’ ess.; Francesco D’Ascoli, Letteratura Dialettale Napoletana, Vol. I e II, Napoli, A. Gallina ed., 1996

[6] Cfr. B. Abbisogno (a cura di), La canzone napoletana – Antologia dalle origini al 1920storia e testi, Napoli, Rossi ed., 1990. Vire pure ‘nu testo cchiù scientifico: http://www.issm.cnr.it/pubblicazioni/ebook/canzone_napoletana/canzone_napoletana.pdf

[7] http://books.google.it/books/about/Proverbi_napoletani.html?id=gD6aGgAACAAJ&redir_esc=y

[8] http://www.televomero.it/

[9] http://www.napolitoday.it/social/segnalazioni/napulitanamente-imparare-napoletano-scuola.html  + http://www.napolitoday.it/cronaca/corso-napoletano-scuola-vomero.html

[10] http://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_corso_napoletano/notizie/1244022.shtml

[11] http://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/01/29/foto/corso_di_napoletano_nella_scuola_media-106084106/1/#1

[12] Vìre ‘a ‘rassegna stampa’ > http://ermeteferraro.weebly.com/napulitanamente.html

[13] Siénte l’interviste ca Radio Marte e Radio Amore facettero a Ermete Ferraro > https://www.youtube.com/watch?v=3-bmam9SHr4  e http://ermeteferraro.weebly.com/napulitanamente.html

[14] A chisto ‘ncontro participajeno: Ermete Ferraro, Amedeo Messina, Claudio Pennino, Sergio Zazzera, Giulio Pacella e Bruno Nazario > https://www.facebook.com/media/set/?set=a.848825131845265.1073741851.464264350301347&type=1

[15] ‘Nu classeco essempio ‘e frangesisemo, ca vene ‘a: “comme il faut”

DALLA TARTARUGA VERDARCOBALENO ALLA SPIRALE BIO-SOLARE

  1. TURTLE 2Vent’anni di sodalizio

Il compito che mi è stato affidato – al di là del ricordo più complessivo del mio grande maestro ed amico Antonio d’Acunto, cui ho già dedicato uno scritto subito dopo la sua scomparsa[1]– è quello di sintetizzare una fase fondamentale del suo percorso umano e politico, successiva al termine del suo mandato di rappresentante dei “Verdi Arcobaleno” al Consiglio Regionale della Campania.

Ma se questo è il riferimento a quo di quella tappa, è più difficile  indicarne il termine ad quem. Essa, infatti, racchiude l’intensa attività dell’associazione regionale “Verdarcobaleno” ed anche quella del circolo Napoletano e del Coordinamento Campano di VAS (Verdi Ambiente e Società – onlus), saldandosi strettamente anche con l’ultima fase dell’azione di D’Acunto, quella della “Rete” da lui promossa per far sottoscrivere, approvare e soprattutto attuare la legge d’iniziativa popolare sul Solare in Campania, di cui è stato estensore e primo firmatario.

Da testimone sia di quel lungo percorso – che spazia dal 1995 al 2013 –  sia della fase successiva tuttora in atto, mi è facile riscontrare una serie di elementi che ne mostrano la profonda continuità d’idee e di azioni, conferendo ad entrambi l’impronta inconfondibile del grande ‘visionario’, che ha saputo coinvolgere tante soggettività ed esperienze diverse in un ambizioso progetto di radicale cambiamento, sempre e comunque dal basso, della nostra società dei suoi valori e delle sue priorità.

Tutto cominciò quasi 20 anni fa, con una telefonata che Antonio mi fece subito dopo la mia ‘defenestrazione’ dalla Federazione dei Verdi, al termine del mandato di consigliere provinciale per quel movimento politico che avevo contribuito a far nascere a Napoli nel 1987. Era lo scotto che mi toccava pagare per la mia costante e manifesta opposizione alla linea politica dell’l’indiscutibile e imprescindibile ‘califfo verde’ di quel partito, che se lo era cucito addosso come un abito su misura. D’Acunto mi manifestò la sua solidarietà e mi propose subito di candidarmi nella lista dei Verdi “Arcobaleno” per le successive provinciali, affiancandolo nella difficile battaglia per riconquistare il seggio alla Regione ed iniziando una stagione di collaborazione.

Fino a quel momento, lo ammetto, non si era stabilito un particolare feeling tra me ed Antonio, le cui battaglie in Consiglio Regionale pur condividevo ed apprezzavo. Dall’esterno, mi risultava un po’ rigidamente ideologico, così come mi era apparso eccessivamente ostile ad un processo di unificazione con i Verdi, la cui negazione peraltro lo aveva lasciato da solo a combattere. Mi appariva poi diffidente verso i suoi ‘compagni di strada’ e poco disponibile a far fronte comune, peraltro in una situazione di profondo degrado del quadro ambientale e politico della Campania.

Dopo quella telefonata, però, compresi che avrei dovuto ricredermi. Iniziò allora un sodalizio che solo la sua morte, due mesi fa, ha bruscamente e dolorosamente spezzato, interrompendo quel rapporto di stima ed affetto che ci ha visti fianco a fianco per l’ultimo ventennio della sua vita.

Ripercorrerlo non è facile, ma cercherò di tratteggiarne i momenti fondamentali.

  1. La tartaruga verdarcobaleno e l’ecologia della politica

Lo slogan che contrassegnò la campagna elettorale condotta insieme nel 1995 – e che campeggiava nei volantini sotto il nuovo simbolo con una margherita e la scritta “verdi” – era quella ecologia della politica che riassumeva le tradizionali battaglie dei Verdi Arcobaleno per l’ambiente, i diritti, il lavoro e la solidarietà, insieme a quelle ecologiste e pacifiste che mi avevano caratterizzato, inquadrando entrambi alla luce d’una nuova visione della politica, intesa come impegno collettivo e dal basso per un autentico e profondo cambiamento.

Ovviamente le elezioni regionali e provinciali (che vedevano D’Acunto e me come candidati alla Presidenza di quei due enti) non si ponevano un obiettivo realisticamente raggiungibile – dato il quadro politico e la totale mancanza di una referenza nazionale – ma servirono comunque a far parlare di questo movimento ed a cementare l’alleanza, ideale prima ancora che operativa, che ci permise di far sentire forte e chiara la nostra voce alternativa.

Inoltre, come consigliere e capogruppo rieletto nella lista dei Verdi per un secondo mandato (1992-97), avevo l’opportunità di svolgere gli ultimi due anni alla Circoscrizione Vomero come rappresentante dei rinati Verdi Arcobaleno. Questo ruolo mi vedeva affiancato da altri due validi consiglieri di quartiere (Enzo Delehaye e Dario Cerchia) e da tanti amici e compagni della nuova Associazione “Verdarcobaleno” che avevamo deciso di costituire in quello stesso anno, scegliendo come simbolico logo una verde tartaruga, animale notoriamente lento ma tenace…

La sua identità, definita nello Statuto, era quella di un: “…soggetto politico, culturale e sociale…un movimento… pluralista e partecipativo…aperto al dialogo con tutte le associazioni e organizzazioni, a partire da quelle di base…con una impostazione democratica e nonviolenta” [2].

Di quel documento costitutivo era parte integrante la “Carta delle Finalità”, nella quale si sancivano i principi-guida dei Verdarcobaleno. Il primo luogo quelli fondamentali della giustizia e della solidarietà”, cui venivano affiancati lo sviluppo sostenibile ed eco-compatibile”, ma anche l’affermazione del “diritto al lavoro inteso come premessa al benessere della collettività”, nonché la scelta della “nonviolenza, intesa come fine e come mezzo, nella prospettiva di una società più giusta e pacifica”[3].

L’etica dell’economia, la conversione ecologica, la scelta di un modello federativo ed autogestionario di democrazia, insieme con l’ecopacifismo, erano dunque il terreno su cui lavorare, insieme con tanti altri, per cambiare dal basso Napoli e la Campania.

Nell’editoriale del primo numero di quello stesso notiziario, Antonio D’Acunto ricordava non solo il suo ruolo di “voce fuori dal coro” in consiglio regionale ma, tenuto conto dei voti comunque ricevuti alla consultazione elettorale, rivendicava anche il diritto di proseguire nel ruolo di stimolo e proposta anche all’esterno del parlamentino della Campania.

“ Rispetto alle istituzioni questo ci legittima ad operare come se fossimo presenti al loro interno, svolgendo una funzione sia di controllo sia di proposizione […] per far attuare importanti leggi del Gruppo già esecutive (quali quelle sui parchi, sullo sviluppo dell’architettura biologica, sulla condizione delle carceri, sugli immigrati, sulla tutela degli animali d’affezione…”[4].

Il taglio della nuova Associazione era ulteriormente chiarito poco più avanti, quando egli, ribadendone la natura aperta, ne sintetizzava la ‘filosofia’ in queste significative parole:

Una realtà interessata ad arricchirsi d’interessi, di valori, d’idee; a rappresentare e difendere bisogni, diritti negati, libertà; a riproporre la democrazia e la politica come categorie primarie di riferimento per la partecipazione dei cittadini e quali ragion d’essere dell’esistenza stessa delle Istituzioni…” [5]

La sede associativa era in piazza Pignasecca, cuore pulsante e popolare della vecchia Napoli. Lì la “tartaruga verdarcobaleno” mosse i suoi primi passi, aggregando nuovi soci e lanciando diverse campagne eco-sociali e culturali. In parallelo, il Gruppo Verdarcobaleno alla Circoscrizione Vomero, costituitosi nel giugno 1995, portava avanti le sue battaglie sul terreno della valorizzazione dei trasporti pubblici, dello sviluppo di una mobilità eco-sostenibile e della promozione ambientale, artistica e culturale del quartiere, in un’ottica di decentramento e di partecipazione, come veniva sintetizzato in un successivo numero del foglio informativo Ecopolis [6].

A partire dal mese di ottobre 1996, l’associazione Verdarcobaleno iniziò un’altra appassionante ed intrigante avventura. Con la collaborazione tecnica ed il coordinamento dell’emittente napoletana Antenna Vesuvio (can.37) fu infatti progettata, prodotta e diffusa una serie di trasmissioni che – col suggestivo titolo “Ecopolis: La città che viviamo”, intendeva affrontare in modo incisivo molte tematiche ambientali e sociali della città. I servizi televisivi –  da noi autogestiti – erano proposti in diretta tutti i martedì alle ore 21,00 , aprendo poi su ciascuno di essi un dibattito con degli invitati in studio e, telefonicamente, col pubblico dei telespettatori, ed erano replicati ogni sabato alle 19,30. Le questioni affrontate erano sempre spinose ed attuali, a partire dalla variante urbanistica di Bagnoli, passando per una serie di storiche “incompiute” (fra cui la sopraelevata di Corso Novara e la fermata della Circumvesuviana del CDN),  trattando anche altre questioni ambientali, dagli alberi abbattuti all’inosservanza dei passaggi pedonali, dalle ‘oasi protette per autoblù’ alla condizione dei cani abbandonati. Non mancavano anche ‘finestre’ su altre problematiche aree urbane di Napoli (Quartieri Spagnoli, Sanità, Secondigliano, Camaldoli… ) e di altre città della provincia (fra cui Pozzuoli ed Ercolano), così come erano affrontati importanti temi civili e sociali, come quelli relativi alla trasparenza delle sedute consiliari, alle disabilità, al commercio equo e solidale.

Ma fu proprio l’aver trattato con franchezza uno di quei delicati argomenti – l’effettiva tutela del diritto allo studio degli studenti universitari – che segnò la brusca fine di quella coinvolgente esperienza mediatica, che è rimasta comunque un eccezionale strumento per analizzare la realtà urbana, rispecchiandone i pesanti problemi ma anche le grandi potenzialità.

  1. VAS… dove ti porta il cuore VAS

Porta la data del 17 aprile 1998 il comunicato stampa con cui si annunciava che l’assemblea dei Verdarcobaleno – di cui D’Acunto era Presidente – aveva sancito l’adesione all’associazione ambientalista nazionale VAS (Verdi Ambiente e Società), vedendola come logico sviluppo di un progetto che avrebbe conservato come temi centrali: “…la specificità Mezzogiorno-Ambiente-Lavoro, la questione urbana [città vs megalopoli], l’educazione ambientale, l’ecologia umana, i diritti dei cittadini, l’alimentazione e le altre medicine, la solidarietà con gli altri esseri viventi e con le generazioni future” [7].

Il presidente nazionale – l’ex senatore Guido Pollice – ricordò a sua volta l’importanza che VAS dava ad una forte presenza dell’associazione in Campania, iniziata già con i circoli di Procida e di Sorrento e rappresentata finalmente anche nel capoluogo, dove si combattevano battaglie di grande interesse nazionale, come quella per il recupero ambientale di Bagnoli.

La sede di piazza Pignasecca, da quel momento, diventò quella del circolo di Napoli e del Coordinamento Regionale VAS della Campania, cui nel tempo si aggregarono altri circoli della provincia di Napoli (Ercolano, Pompei, Vico Equense) e di Salerno (Battipaglia, Eboli, Caposele, Camerota, Pagani). Ci fu poi il trasferimento nella nuova sede in calata Trinità Maggiore, nei pressi di piazza del Gesù Nuovo, dove il gruppo napoletano trovò una centralità ancora maggiore.

In un documento del luglio 2000 – il cui titolo è stato mutuato per questo paragrafo [8]– ho  tratteggiato la storia dei primi due anni di VAS Napoli, che aveva raccolto un centinaio di adesioni e che si era impegnata sia nelle importanti campagne nazionali dell’Associazione (Mai dire mais, Diritti al mare, Bastamianto!…) sia in una serie d’impegnative iniziative territoriali. Esse avevano una netta connotazione eco-sociale e marcavano una netta autonomia rispetto alla c.d. giunta ‘rosso-verde’ di Bassolino, soprattutto nei confronti di alcune sue discutibili scelte urbanistico-ambientali.

La lotta all’inquinamento elettromagnetico, alla diffusione degli OGM, alla privatizzazione del mare e delle spiagge, così come la promozione dell’educazione ambientale dentro e fuori la scuola, erano già tematiche comuni a tutti i VAS. C’erano però questioni che assumevano una loro specificità e cui il circolo napoletano volle dare un particolare rilievo, dal recupero delle città inghiottite dalla metropoli e private della loro dignità, alla tutela dei beni artistici e storici della Napoli negata.

Il progetto “Oltre Spaccanapoli: Riattaccanapoli” si rivelò un ottimo esempio di questo approccio, improntato com’era all’ecologia urbana e caratterizzato dall’impegno associativo sulle scelte urbanistiche strategiche, come le Varianti al PRG per Bagnoli e per la zona orientale; il piano per il Centro Storico e per il lungomare; la chiusura del Cinodromo e del Giardino Zoologico di Fuorigrotta; la necessità di frenare il dissesto idrogeologico dei Camaldoli, e così via.

L’approccio del gruppo VAS è stato fin dall’inizio caratterizzato sia dall’intervento culturale (assemblee pubbliche, seminari formativi sul pensiero ecologista, coordinamento d’insegnanti, visite guidate ai tesori nascosti della Città), sia da quello più propriamente politico (battaglie. anche legali, contro il rischio amianto e quello da elettrosmog; proposte urbanistiche alternative per la salvaguardia ambientale e l’archeologia industriale di Bagnoli; il progetto di pedonalizzazione e saldatura del lungomare partenopeo alla Villa Comunale, etc.).

L’associazione VAS, in tal modo, si fece ben presto conoscere ed apprezzare per la chiarezza delle sue critiche ma anche per la serietà costruttiva delle sue proposte, riuscendo ad ottenere una discreta copertura mediatica alle sue iniziative.

Sta di fatto che dietro di esse, al di là dell’entusiasmo e dell’attivismo del gruppo, c’era sempre la determinazione e lucidità di Antonio D’Acunto, la cui ormai classica immagine – con gl’immancabili occhiali sulla fronte – campeggiava sempre più spesso sui principali quotidiani e nelle immagini dei telegiornali RAI e delle emittenti locali. Un’icona che era da sola la sintesi di un approccio profondamente diverso alla politica, intesa come opportunità di crescita comune e collettiva, come esercizio dei diritti ma anche come progetto per far diventare Napoli una città più vivibile, civile e solidale. In quegli anni la statura morale e politica di Antonio –  insieme con la sua vastissima cerchia di conoscenze precedenti – conferì all’azione di VAS un’ autorevolezza indiscutibile, frutto di quella coerenza ideale ed etica che lo ha sempre contraddistinto.

Le battaglie da lui guidate contro l’emarginazione sociale di alcuni quartieri centrali e periferici – come si legge in un foglio autogestito del Circolo – costituivano: “…l’appello ad un vero decentramento amministrativo, inattuato dopo oltre 20 anni, ma anche a coniugare la rinascita di Napoli con quella dei napoletani, grazie all’adozione sociale e collettiva dei beni culturali, in mezzo ai quali essi trascorrono un’esistenza spesso precaria e marginale[9].

A questa riappropriazione popolare e quasi catartica della ‘grande bellezza’ di Napoli furono dunque ispirate molte iniziative di riscoperta diretta di alcuni suoi luoghi tipici, come il Sedile di Porto, la città antica di Totò, quella verticale delle pedamentine e delle mille scalinate, anche grazie alla mirabile guida dello storico dell’arte Vincenzo De Pasquale.

Era su questo VAS…pensiero” – come lo definiva scherzosamente il titolo d’un altro documento del 1999, dedicato alle iniziative culturali del Circolo e del Coordinamento regionale – che si basavano tutte le attività allora messe in campo. Ed è proprio per diffondere questa “cultura ambientale per il terzo millennio” che Antonio si è sempre speso a fondo, coinvolgendo nel dibattito sia il mondo laico e comunista da cui egli proveniva ideologicamente, sia quello cattolico più impegnato, aperto a quella visione ecologica di matrice evangelica e francescana che da sempre lo aveva affascinato.

  1. Biodiversità, ecologia sociale, ecopacifismo

Ritengo che il principale merito di D’Acunto – manifestatosi anche nella lunga stagione della sua indiscussa  leadership come responsabile regionale per la Campania dell’associazione nazionale Verdi Ambiente e Società – sia stato quello di rappresentare un punto di sintesi tra il pensiero marxista e quello ecologista. Ciò lo ha indotto a teorizzare le linee-guida di quello che egli chiamava “marxismo ecologico” [10], riscontrabili nei sei articoli raccolti nell’omonima sezione del suo sito personale (http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/per-un-comunismo-ecologico).

La stessa centralità del lavoro, in quegli scritti, è stata riproposta attraverso la lente di una visione ecologista globale, per cui anche termini di uso corrente – come ‘sviluppo sostenibile’ , ‘progresso’  o ‘crescita’ – erano da lui messi sotto accusa per la loro ambiguità e sostanziale contraddittorietà coi principi stessi dell’ecologia.

L’orizzonte di un Comunismo Ecologico e di un’Ecologia Comunista è l’intrinseco, eccelso motore di idealità, finalità e programmi per la fine di ogni forma di imperialismo, sopraffazione e violenza, per il disarmo nucleare e batteriologico generalizzato, per una filosofia epicurea*, dei consumi, per l’impiego di risorse locali e rinnovabili e per il loro totale riciclo; per il lavoro quale processo di arricchimento dell’Umanità, per la territorialità dei modelli di produzione e lavoro, per istituzioni decisionali espressione compiuta della partecipazione dei cittadini*, per la piena tutela della Biodiversità, naturale e dei valori creati dall’Uomo nel percorso della sua storia, e per la sua cultura quale filosofia della vita. Il Comunismo Ecologico e l’Ecologia Comunista costituiscono essenza fondamentale e necessaria per un pensare nuovo dell’Umanità.” [11]

In queste parole – uno dei tanti periodi ‘manzoniani’ e pieni di maiuscole tipici dell’enfatica scrittura di Antonio – troviamo racchiusa in nuce quella filosofia politica che, ispirata da un’idealità alta, riusciva a ricapitolare in un discorso unitario le battaglie anticapitaliste ed antimperialiste, la proposta d’una rivoluzione energetica fondata su risorse ‘locali e rinnovabili’, la spinta al disarmo , l’impulso ad un modello di produzione ‘territoriale’, la ricerca costante di una partecipazione attiva e responsabile dei cittadini e, soprattutto, la tutela e valorizzazione massima di quella Biodiversità in cui si coniugava l’infinita varietà biologica della Natura con l’eccezionale ricchezza dei valori tipici della comunità umana.

biodiversita'Questo paradigma ideologico – grazie anche ad un costante confronto con quelli che collaboravano con lui a quel progetto ecologico-sociale – col tempo è diventato sempre più patrimonio comune dei VAS napoletani e di tanti compagni ed amici degli altri circoli della Campania.

Ed è grazie alla lucida visione di un’ecologia che non vuole confinarsi in un mero protezionismo ambientale ma aspira a diventare pensiero-guida per un modello alternativo di sviluppo e di società, che nel decennio 1998-2009 quest’associazione ha saputo conquistarsi sul campo un’autorevolezza considerevole, ma sicuramente anche molte e pesanti ostilità.

Sono stati infatti gli anni in cui VAS Campania ha condotto un’opposizione senza se e senza ma  agli scempi urbanistici, al colpevole silenzio sul rischio amianto, alla privatizzazione selvaggia delle spiagge, alla mancata tutela dei beni culturali ed ambientali, al persistente rischio idro-geologico ed alla piaga degli incendi boschivi, entrando in conflitto con poteri forti e compromessi istituzionali

D’altronde, a ciascuna delle critiche formulate, particolarmente in materia urbanistica, VAS – fin da quei primi anni – ha puntualmente contrapposto le sue proposte alternative, dalle quali emergeva con chiarezza la visione di una Napoli policentrica, che ipotizzava “cinque città nella città”, sì da combattere la “metastasi della megalopoli” da cui deriva sempre la marginalizzazione delle periferie, alle quali bisognava viceversa “ridare dignità”. Il secondo punto qualificante – che D’Acunto ribadiva spesso con forza – era la creazione di una “cintura verde” intorno a Napoli – da Bagnoli a San Giovanni a T. – sia arrestando il degrado delle aree naturali ancora presenti, sia “rinaturalizzando” quelle urbanizzate o comunque sottratte ai cittadini.

I quotidiani del tempo [12] riferiscono abbastanza fedelmente questa grande battaglia ambientalista, che si sostanziava in un vero e proprio “contropiano dei Vas” : Esso si proponeva infatti di sconfiggere ogni tentativo di nuove speculazioni, di disegnare un volto nuovo per la città di Napoli; di restituirle il suo mare ed il suo verde, ma soprattutto di sconfiggere l’emarginazione delle aree periferiche e di risanare e valorizzare le aree industriali dismesse e lasciate al degrado.

Proprio nel 2001 ebbe inizio uno dei momenti fondamentali di questa esplicitazione pubblica d’un ambientalismo alternativo. Si trattava d’un evento che richiese all’associazione un vero salto sul piano organizzativo. La “Festa VAS della Biodiversità”, patrocinata della Regione Campania, prese le mosse in quell’anno negli Spalti del Maschio Angioino, animando cinque giorni di dibattiti, mostre e concerti, non a caso a partire da quel 4 ottobre in cui si ricorda S. Francesco, patrono dell’ambiente.[13]

Dalla seconda alla quinta edizione della kermesse ecologista (svolte dal 2002-2005 nella splendida Villa Comunale di Napoli), si confermò ulteriormente l’alto livello della manifestazione e la sua apertura alle grandi tematiche legate al rapporto tra “Natura e culture del Mediterraneo” (sviluppo, alimentazione e salute, diritti umani, pace e disarmo), anche grazie alla collaborazione con prestigiose istituzioni scientifiche e culturali (Stazione Zoologica di Napoli “A. Dohrn”, Osservatorio Vesuviano, “Maison de la Mediterranée” della Fondazione Laboratorio Mediterraneo, etc.) ed al patrocinio del Comune di Napoli, di quello di Sorrento e, in seguito, della Camera dei Deputati, del Senato della Repubblica e della Presidenza della Repubblica.

Andava delineandosi in quegli anni la visione globale della “Biodiversità come filosofia della vita” di cui Antonio D’Acunto è stato il vate e che lo portò a dichiarare. “La diversità non deve essere elemento di conflitto, ma un valore da apprezzare[14].

La Festa VAS fu quindi l’occasione migliore – e con una spiccata visibilità – per lanciare un progetto complessivo, capace di coniugare la salvaguardia della varietà naturalistica con quella delle multiformi culture umane, a partire dallo storico quanto travagliato crocevia del bacino del Mediterraneo. Una visione di cui resta come sintesi grafica il bellissimo logo della variopinta  ‘spirale della Biodiversità’, tuttora simbolo della nostra Rete per la “Civiltà del Sole”.

Le cinque edizioni di quella riuscita manifestazione – alternando conferenze e discussioni con momenti musicali e spettacolari – contribuì sicuramente a diffondere tale fondamentale concetto, ma anche a rilanciare le tradizionali battaglie di VAS: da quella sui parchi e la ‘green belt’ cittadina alla tutela della risorsa-mare; da quella contro ogni genere d’inquinamento e di minacce alla salute (gas di scarico, amianto, elettromagnetismo…) fino alla proposta di un’alimentazione sana e liberata della minaccia di organismo geneticamente modificati.

  1. Una leadership come esempio e servizio

“Un uomo mite, generoso, umile, un passionario, un gran combattente. Un uomo perbene. Un amico.” [15] .  Con queste parole il Sindaco de Magistris ha efficacemente sintetizzato la figura di Antonio D’Acunto, cui Antonio E. Piedimonte ha dedicato un bellissimo articolo, che ne tratteggia il lungo percorso umano e politico.[16]

Concludendo questa sommaria analisi del fondamentale segmento di tale percorso – che lo ha visto alla guida dell’associazione Verdarcobaleno e poi di VAS Campania nel quasi ventennio 1995-2014 – io vorrei invece sottolineare la particolare natura della sua leadership. Essa si estrinsecava soprattutto nella sua indiscutibile autorevolezza morale e politica, frutto di una lunga storia di combattente per la giustizia sociale, i diritti civili e la difesa dell’ambiente, ma anche nella sua esemplare coerenza con un pensiero forte, che ha costantemente precorso i tempi.

La visionarietà di Antonio era quella che contraddistinguono tutti i profeti autentici, che non solo riescono mirabilmente a leggere con chiarezza ciò che per la maggioranza rimane oscuro, ma si sentono spinti da un’irrefrenabile impulso a pre-dicarla ovunque ed a tutti. [17]

Il ‘verbo’ che egli non si è mai stancato di trasmettere a tutti – con parole e scritti ma soprattutto col suo eccezionale esempio – non era quello evangelico ma richiamava ugualmente ad una profonda ‘metànoia’, intesa come conversione a modelli di sviluppo e stili di vita alternativi a quelli attuali, ma anche come ri-conversione di un intero sistema (produttivo e genericamente economico), che si rivela sempre più ecologicamente insostenibile.

Certo, la leadership di D’Acunto risultava lo spontaneo e naturale risultato della sua statura culturale ed etico-politica, ma gli ha comunque richiesto un costante impegno a sviluppare la sua forte personalità – istintivamente determinata e sicura di sé – verso una maggiore capacità di ascoltare e comprendere gli altri, di valorizzarne le idee e le capacità, di dare spazio e visibilità a tutti quelli che collaboravano al comune progetto.

Fare sintesi e mantenere gli equilibri, pur senza negare le inevitabili diversità, è il compito del vero leader e Antonio lo ha esercitato nel modo migliore, riuscendo a trascinare chi lo circondava col suo entusiasmo contagioso – unito alla sua grande carica affettiva –  in imprese che nessuno avrebbe mai pensato di affrontare.  Il suo indiscutibile carisma , inoltre, ha contrassegnato ampiamente la vicenda cittadina, regionale e nazionale di VAS in questi ultimi sedici anni, dando impulso ed autorevolezza alla sua azione per quell’ “ambientalismo in movimento” che ne è diventato lo slogan, come ha peraltro attestato anche il Presidente Nazionale, Guido Pollice.[18]

D’Acunto ha dato moltissimo all’ambientalismo italiano, che ha cercato costantemente di far uscire dalle secche di battaglie parziali e locali per ricondurlo ad un saldo pensiero globale, ma ha anche saputo, con umiltà rara, ricevere e valorizzare i contributi di chi lo ha affiancato in questi anni.

Io stesso gli sono debitore di quella visione complessiva, ma anche di una pratica quotidiana che non trascurava nessuno spunto, anche di cronaca, per rilanciare e modulare quel messaggio.

Mi sento perciò orgoglioso di aver potuto affiancarlo negli ultimi vent’anni della sua attività, condividendo con lui e gli amici di VAS e della Rete Solare anche il mio impegno per la nonviolenza e l’ecopacifismo. Un altro aspetto in cui penso di averlo ‘contagiato’ è stata la mia impostazione eco-teologica che, di recente, lo ha spinto a scrivere a papa Francesco, auspicando una sua enciclica sull’etica ambientale, in una prospettiva non più antropocentrica ma aperta alla tutela di ogni essere vivente e di quella preziosa ma delicata biodiversità che ne è il segno tangibile.[19]

downloadE’ evidente che la fase ultima – contrassegnata dalla proposta di legge popolare su “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” e dalle battaglie perché fosse approvata in Consiglio Regionale ed effettivamente attuata – risulta indissolubilmente saldata alla sua esperienza negli anni delle battaglie nel PCI contro il nucleare ed a quelle federaliste ed ecologiste come consigliere regionale dei Verdi Arcobaleno. Ma è altrettanto evidente che essa è stata alimentata anche dalla stagione delle battaglie che, con gli amici e compagni di VAS, Antonio ha portato avanti per salvaguardare e valorizzare la Biodiversità e per restituire ai cittadini ed alle comunità locali quelle risorse e quel potere che si cerca sempre più di sottrarre loro, in nome dei miti della crescita, della governabilità e di un rinato decisionismo centralista.

La Civiltà del Sole, di cui egli è stato il profeta, è anche questo, E chi oggi rimane a proseguire sulla strada da lui segnata ha il non facile compito non soltanto di andare avanti, ma di mantenersi all’altezza del suo eccezionale esempio, umano e politico.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

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[1] Vedi: https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/12/31/ciao-antonio/

[2] Ermes Ferraro, “Dove va la tartaruga? Principi e orientamenti di un movimento”, Ecopolis (notiziario dell’associazione ‘Verdarcobaleno’),  N° 0, Napoli, 1995 (r.i.p.), p. 1

[3] Ivi

[4] Antonio D’Acunto, “Una voce fuori dal coro – Dal gruppo consiliare alla Regione alla Associazione”, in Ecopolis, cit., p. 1

[5] Ivi

[6] Ferraro, Delehaye, Cerchia, “Tanti auguri, tartaruga! – I Verdarcobaleno festeggiano un anno di battaglie al Vomero”, Ecopolis, Napoli, Giugno 1996 (r.i.p.), p. 1

[7] Cfr. Comunicato Stampa n. 1 del 17.04.1998

[8] Ermes Ferraro, VAS…dove ti porta il cuore – Due anni di attività del Circolo VAS di Napoli, Napoli, luglio 2000 (r.i.p.)

[9] D’Acunto – Ferraro, “‘Riattaccanapoli’ e altro… – Iniziative di VAS per la cultura e la tutela dell’ambiente”, la Vaspubblica – notiziario VAS Napoli, n° 5, ott.-Nov. 1999, (R.I.P.), p.1

[10] Antonio  D’Acunto, Per un comunismo ecologico > http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/per-un-comunismo-ecologico/29-per-un-comunismo-ecologico-per-un-ecologia-comunista-per-una-nuova-ecologia-politica-per-una-nuova-politica-dell-ecologia

[11] Ivi

[12] Cfr.: “Prg, cinque città nella città” (Cronache di Napoli – 13.06.2001): “Prg, rush finale per presentare le osservazioni”, Il Mattino – 16.06.2001;  “Un Prg che serve solo ai padroni del cemento”, Roma-GdN – 16.06.2001)

[13] Cfr.: “Biodiversità, gran festa sugli spalti”, Il Mattino, 01.10.2001; “Verdi ambiente e Società. Al via la festa della ‘Biodiversità’ “, Roma-GdN, 20.09.2001; “Festa della Biodiversità”, Nuova Stagione, 07.10.2001

[14] Rosa Savarese, “Biodiversità, una filosofia di vita”, Roma-GdN, 08.10.2003

[15]  V. in: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/14_dicembre_27/scompare-antonio-d-acunto-dei-primi-leader-ambientalisti-0b2b13fe-8dd5-11e4-9853-b3ac6340f997.shtml

[16] Antonio E. Piedimonte, http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/14_dicembre_29/quel-guerriero-sorridente-che-regalo-campania-l-energia-solare-7a875576-8f5d-11e4-958d-cb5be19f6659.shtml

[17] Cfr. il celebre versetto evangelico: “Quello che Io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e ciò che udite dettovi all’orecchio, predicatelo sui tetti”. (Matteo 10:27).

[18] Cfr. http://www.vasonlus.it/?p=10166#more-10166 ed anche la sintesi degli articoli sulla morte di A.D. in http://www.vasonlus.it/?p=10193

[19] Cfr. la pagina tematica del sito web della RCCSB > http://www.laciviltadelsole.org/etica-ambientale.html#/

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© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

Le Quattro Giornate di Napoli come difesa civile e popolare

imagesSettant’anni dopo…

Che cosa rimane nell’immaginario collettivo, a distanza di settant’anni, di un glorioso episodio di resistenza popolare e civile alla violenza di una dittatura militare ? Me lo sono chiesto in questi caldi giorni di fine settembre,  mentre si sta celebrando il 70° anniversario delle Quattro Giornate di Napoli, alternando le solite commemorazioni ufficiali con eventi culturali diffusi sul territorio. Che cosa significa per i napoletani di oggi quell’incredibile pezzo di storia patria – come si diceva una volta –  e, visto che si continua a ripetere che la storia è “magistra vitae”, quale insegnamento  ci ha lasciato?  A dire il vero la frase completa  della citazione ciceroniana era : Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis (De Oratore II, 9) e perciò, anche in questo caso, viene da chiedersi: di quali tempi quella storia è testimonianza, quale verità illumina ed a quale memoria ridà la vita di cui dovrebbe appunto essere “maestra”, non limitandosi ad essere “messaggera del passato” ?

Se scorriamo velocemente le pagine dei giornali delle quattro giornate di questo 2013, l’impressione è che quell’insegnamento ha lasciato una traccia molto esigua.  L’unico fatto registrato dalle cronache cittadine che ci riporta inopinatamente a quei giorni di 70 anni fa è stato il ritrovamento nella zona orientale di Napoli di un ordigno bellico inesplosa della seconda guerra mondiale. Probabilmente una delle migliaia di bombe sganciate a quei tempi sulla città dagli anglo-americani, provocando oltre 25.000 vittime civili, di cui 3.000 persone morte nel solo bombardamento ‘alleato’ del 4 agosto 1043.  Fatta eccezione per questo macabro souvenir di quei drammatici giorni, le pagine dei nostri quotidiani c’informano piuttosto sugli assassini collettivi di oggi, che non sganciano più bombe dal cielo ma nascondono rifiuti tossici sotto terra oppure conservano in ambienti inadatti e malsani tonnellate di cibi avariati da riciclare. Certo, si riferisce anche delle celebrazioni delle storiche giornate della Liberazione della città, ma la vera cronaca ci racconta ben altro e di tutt’altro discutono tra loro i napoletani. Che si tratti della querelle sul destino dello stadio partenopeo o della situazione esplosiva delle carceri; dei ritrovamenti di armi e droga nascoste o delle solite truffe e rapine ai già pochi turisti, viene proprio da chiedersi che n’è stato di quel popolo che 70 anni fa seppe trovare il coraggio di opporsi, con la forza della disperazione, al più potente esercito del mondo, facendolo battere in ritirata.

Ho letto  sul “Corriere del Mezzogiorno”  l’intervista di Mirella Armiero a Gabriella Gribaudi,  docente ordinaria di Storia Contemporanea  al Dip. to di Scienze Sociali della Federico II di Napoli, autrice fra l’altro del libro: Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-44, Torino, Bollati Boringhieri, 2005. Ebbene, l’aspetto che mi ha colpito della sua interpretazione delle “Quattro Giornate di Napoli” è racchiuso già nel sottotitolo dell’intervista e riguarda la natura autenticamente popolare e ‘dal basso’ di questo primo e glorioso episodio della liberazione dell’Italia dal nazifascismo.  Ammettiamolo: la nostra storiografia ama poco questo approccio, preferendo di solito restare nell’ambito rassicurante delle interpretazioni politicamente connotate,  tendenti ad enfatizzare determinati aspetti e ad espungerne altri,  laddove non rientrino nella tesi da dimostrare. E’ altrettanto innegabile il rischio di cadere, viceversa, in narrazioni venate di fastidioso populismo e stucchevolmente folcloristiche, che non sono però meno politiche ed unilaterali.

Credo  che il principale esempio di lettura unilaterale delle vicende che portarono Napoli – la prima città d’Europa  a liberarsi  da sola dal gioco nazista – sia stato il fatto stesso di puntare i riflettori solo sulle “quattro giornate”  in senso stretto (27-30 settembre 1943), trascurando d’inquadrare questo episodio in un contesto storico e sociologico più ampio, che potrebbe invece fornire utili elementi d’interpretazione.  In un mio contributo  di venti anni fa, infatti, sottolineavo che la resistenza all’opprimente regime che schiacciava Napoli è già leggibile  nella dura repressione  della manifestazione pacifista degli studenti, convocata a piazza del Plebiscito  il 1° settembre,  per cui ho provocatoriamente intitolato un altro mio scritto “Le Trenta Giornate di Napoli” (in: AA.VV., La lotta non-armata nella Resistenza, Roma: Centro Studi Difesa Civile – Quaderno n.1).

Resistenza al nazifascismo o ribellione spontanea ?

Il nodo intorno al quale si è avviluppata in questi decenni la lettura storica delle Q.G. è sempre stato quello di far rientrare quella vicenda nelle tradizionali categorie della insurrezione spontanea oppure delle rivoluzione organizzata e strutturata. Il problema è che, come scrivevo allora: “…sia i testi d’ispirazione liberaldemocratica, sia quelli ideologicamente orientati in senso marxista, non si differenziano poi di molto quando affrontano la guerra e la violenza, o meglio, quando fanno praticamente dipendere l’evoluzione della civiltà umana da una sequela di battaglie e rivoluzioni, di cui i popoli restano sostanzialmente spettatori e vittime, mai protagonisti reali. Una chiave di lettura più politica o più economicista non modifica, infatti, i rapporti emergenti dai manuali di storia, lasciando negli studenti la netta sensazione che senza ‘leaders’ e senza generali non si faccia storia…”  (Ermete Ferraro, “La resistenza napoletana e le ‘quattro giornate’: un caso storico di difesa civile e popolare”, in: a cura di A. Drago e G. Stefani, Una strategia di pace:la difesa popolare nonviolenta, FuoriTHEMA, 1993, pp.89-95). La versione delle Q.G. che la prof.ssa Gribaudi accredita nell’intervista citata sembra fortunatamente andare contro corrente, restituendo alla gente di Napoli il ruolo di protagonista troppo spesso attribuito a quadri politici e militari o, sul versante opposto, ad una massa indistinta di popolani e scugnizzi.

«L’interpretazione delle Quattro giornate è sempre stata politicizzata. La sinistra però le ha mitizzate fino a un certo punto. In un certo modo se n’è impadronita e ha cercato di enfatizzarle come primo episodio della Resistenza, ma al tempo stesso il moto non rispondeva ai modelli della lotta comunista e quindi è stata considerata una rivolta di serie B. In realtà le Quattro giornate sono davvero una rivolta dal basso, avvenuta quando non c’era ancora il Comitato di liberazione nazionale. La ribellione ai tedeschi si organizzò in base ai quartieri e alle strutture di base della città. Parteciparono i soldati e anche gli studenti che erano larvatamente antifascisti. Ma bisogna considerare che l’antifascismo ancora non esisteva in forme organizzate». http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/arte_e_cultura/2013/13-settembre-2013/ricordo-4-giornate-napolitanogribaudi-letture-sono-troppo-politiche-2223077009042.shtml

La verità è che i napoletani hanno cominciato a reagire all’arroganza militarista dei tedeschi già nei primi giorni di settembre del ’43 e che in quella resistenza c’era un po’ di tutto: dai soldati sbandati dopo l’armistizio agli studenti liceali ed universitari, infiammati da alcuni professori antifascisti; dagli uomini direttamente minacciati dai feroci diktat nazisti alle loro famiglie, donne in testa, che fecero il possibile e l’impossibile per evitarne il rastrellamento. In questo senso la Gribaudi parla di “moto insurrezionale”, sottolineando però anche l’insubordinazione massiccia dei napoletani al proclama del col. Schöll ed alle intimidazioni dei fascisti locali (su 30.000 giovani precettati se ne presentarono solo 150). Quella che scattò allora, a mio avviso, fu un’autentica “auto-difesa” di una Napoli umiliata e offesa, colpita nella dignità ma in primo luogo negli affetti più cari. Dietro questa rivolta c’erano stati momenti di coordinamento ed una sorta di strategia, ma personalmente vedo affiorarne soprattutto la forza antica e disperata d’un popolo con alle spalle secoli di oppressione straniera, di occupazioni militari e di regimi dispotici, e che non è più disposto ad “obbedir tacendo e tacendo morir”

Il luogo comune che vorrebbe ridurre la rivolta della gente di Napoli a quattro giorni di combattimenti è poi lo stesso movente della riduzione del numero delle sue vittime a poche decine, mentre la prof.ssa Gribaudo riferisce di 663 morti – 69 dei quali donne- riscontrati nei registi dei morti del Comune di Napoli. Si tratta di un numero che lascia pensare ad una partecipazione abbastanza diffusa della popolazione civile, il cui inquadramento politico e militare era comunque piuttosto esile e le cui motivazioni sono ideologizzabili fino ad un certo punto.

Questo non significa che si sia trattato di una rivolta spontaneistica da nuovi ‘masanielli’ o che si possa enfatizzare interessatamente la c.d. “rivolta degli scugnizzi”, insistendo sulla retorica perversamente folcloristica del ‘bambino-soldato’, immortalato da dozzine di fotografie che ritraggono nugoli di ragazzini dei vicoli che stringono fucili più alti di loro. Il risultato di questo contrapporsi di versioni negazioniste o troppo ideologizzate è stato – come giustamente sottolinea la storica nell’intervista citata- che “…destra e sinistra hanno fatto sì che l’insurrezione di Napoli fosse tirata di qua o di là politicamente senza analizzarla sul serio. […] Nell’immaginario collettivo si diffonde non la Napoli che disobbedisce ma quella delle prostitute e del mercato nero, che conferma gli stereotipi già esistenti sulla città. […] La città viene sempre ricordata per i suoi atteggiamenti compromissori, per la scarsa politicizzazione. Invece quell’episodio racconta un’altra storia di Napoli”.

Oltre negazionismo, riduzionismo e retorica partigiana: una lettura delle Q.G. come resistenza civile

A settant’anni da quegli eventi storici penso che sia giunta l’ora di dismettere la retorica e di analizzarli seriamente, senza pregiudizi e senza tesi precostituite. Purtroppo la scarsa diffusione del pensiero nonviolento e delle varie teorie esistenti sulla difesa civile non consentono di valutare adeguatamente l’importanza d’un episodio significativo come le Q.G. di Napoli. Un libro recente come quello di Antonino Drago (Le rivoluzioni nonviolente dell’ultimo secolo. I fatti e le interpretazioni, Roma, Edizioni Nuova Cultura,2010) risulta quindi  particolarmente utile a chi voglia comprendere la diffusione di esperienze di difesa popolare, nonviolenta, sociale e comunque non armata , di cui 67 censite nel solo periodo dal 1972 al 2005. Le domande formulate dagli studiosi partecipanti al convegno di Oxford del 2007 sono comunque utili per analizzare anche episodi precedenti di resistenza civile. Esse riguardano gli attori principali di queste rivolte, le motivazioni delle coalizioni, gli strumenti utilizzati, la politica risultante, le effettive ripercussioni sul sistema politico e se i resistenti abbiano subito violenza e in che misura.

Lo studio più completo e recente in proposito ha rivelato che nel secolo scorso ci sono state nel mondo ben 323 rivoluzioni. Di quelle che hanno presentato una caratterizzazione latamente non violenta si è rivelata vittoriosa 1 su 1, mentre nel caso delle rivoluzioni violente il successo è riscontrabile solo in 1 caso su 4. Secondo l’analisi di A. Drago, le caratteristiche di queste fondamentali esperienze, di cui troppo poco si parla, sono sostanzialmente. (a) la consapevolezza che nonviolenza non vuol dire passività; (b) la trasformazione creativa e non violenta della realtà; (c) il coinvolgimento di persone di ogni classe ed età; (d) l’utilizzo di reti di persone che propongono una trasformazione profonda della società. E’ questo, ribadisce Drago, che ha consentito alle rivoluzioni nonviolente di “frantumare la forza della repressione”.

Ebbene, se rileggiamo la liberazione di Napoli del 1943 alla luce di queste considerazioni, è possibile riscontrarvi l’utilizzo di tutte le tecniche della resistenza non violenta: dalla disobbedienza civile alla creazione di organi di governo paralleli; dalla solidarietà con le altre vittime dell’oppressione alla non-collaborazione con gli oppressori; dal boicottaggio nelle sue varie forme all’impiego di altre forme di opposizione non armata. Stando ai parametri sopra elencati, appare chiaro che la consapevolezza di questa lotta popolare e civile non fu sicuramente alta né diffusa, ma è innegabile che le Q.G. abbiano coinvolto in una resistenza per nulla passiva persone di ogni età ed estrazione, creando reti territoriali di coordinamento della resistenza e di diffusa solidarietà sociale.

“Il 1° ottobre, quei carri armati che avevano sfilato minacciosamente contro i giovani pacifisti abbandonano per sempre una città che li ha saputi scacciare con la sua forza d’animo prima ancora che con moschetti e bombe a mano. I 47 ostaggi in mano ai tedeschi, nel campo sportivo del Vomero, vengono liberati in cambio della vergognosa fuga di Schöll. L’uomo che avrebbe dovuto ridurre Napoli “fango e cenere” ne fugge in un’auto chiusa, che ostenta fazzoletti bianchi in segno di resa…” (E. Ferraro, op.cit. , p. 93)

In questi giorni, ricercando su Internet immagini di archivio sulle Q.G., ho dovuto constatare con disappunto che rappresentavano al 95% barricate di giovani armati, vittime crivellate dai colpi del ‘nemico’ oppure spavaldi scugnizzi con improbabili elmetti sulle teste rasate ed enormi fucili tra le esili braccia. Ovviamente questo è un altro frutto della solita retorica della resistenza armata, ma rappresenta anche un oggettivo dato storico-documentario. E’ ovviamente molto più facile raffigurare scene di guerriglia e di lotta armata anziché episodi di resistenza civile, fondata sulla non-collaborazione o sulla disobbedienza. Sappiamo bene che la solidarietà, la fermezza, la dignità non sono fotografabili come una barricata fumante o un ribelle che lancia una bomba a mano. Questo però non dovrebbe mai farci dimenticare la lezione di tante rivoluzioni civili e, nel caso specifico, non deve ridurre le Q.G. di Napoli ad un episodio della liberazione dell’Italia dal 4 giornate 2013nazifascismo da enfatizzare retoricamente o da ridurre in modo caricaturale.

La resistenza dei Napoletani è stata e resta un eccezionale modello di opposizione vincente ad un feroce regime militare. Rappresenta dunque un fondamentale esempio di difesa civile ed autenticamente popolare che, a distanza di 70 anni, sarebbe inutile ed ipocrita rievocare, se non c’è la volontà di trarne spunto per una nuova resistenza contro l’ingiustizia sociale, la devastazione ambientale, l’occupazione militare del territorio e la narcotizzazione della coscienze che produce rassegnazione.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

BIODIVER…CITTA’: un approccio ecosociale

biodiversita'Molto spesso la lingua inglese , con la sua natura sintetica e la tendenza ad usare acronimi, riesce ad essere particolarmente efficace sul piano comunicativo. E’ il caso della sigla LAB che, oltre a richiamare il vocabolo che indica in modo abbreviato le attività di ‘laboratorio’, è anche l’acronimo di “Local Action for Biodiversity”, ossia “Azione Locale per la Biodiversità”.

Si tratta di un’espressione che nella nostra lingua suona decisamente nuova, dal momento che – oltre a sentir parlare molto poco di biodiversità – noi italiani siamo purtroppo abituati a considerare simili  questioni ambientali come un oggetto riservato agli studiosi, ai ricercatori, non certamente alla gente comune.  Ecco perché unire il concetto di “biodiversità” col sostantivo “azione” e con l’attributo “locale” potrebbe ancora apparire strano a chi – nonostante in Italia ci sia da quasi 30 anni un movimento ‘verde’ ed un diffuso associazionismo ambientalista – non riesce ancora a coniugare il pensiero ecologista con un reale ed effettivo coinvolgimento delle persone che non siano ‘addette ai lavori’ o politici di professione.

La citata sigla LAB, è il caso di precisare, è una di quelle usate da una realtà organizzativa che in Italia non ha un preciso corrispettivo, ossia un’autorevole rete associativa internazionale di città ed governi locali che persegue uno sviluppo ecologicamente sostenibile, denominata ICLEI. (www.iclei.org ). Il fatto che i suoi aderenti siano degli amministratori locali ed i suoi animatori degli scienziati, d’altra parte, non significa affatto che essi dialoghino tra loro in politichese o in gergo accademico – come potrebbe facilmente succedere dalle parti nostre… – ma, al contrario, comporta un notevole sforzo comunicativo per coinvolgere la gente, i cittadini, a comprendere l’importanza della biodiversità non come astratto concetto ecologico, bensì come valore fondamentale per la vita umana e per la salvaguardia del Pianeta.

Aggiungo che all’ICLEI non si tratta della biodiversità nella consueta chiave protezionista e conservazionista di chi continua e contrapporre romanticamente la “natura” alla “civiltà” urbana e tecnologica, ma si sfida concretamente quest’ultima a cambiare rotta ed a farsi carico della tutela dei valori ambientali e della diversità biologica. Ritengo quindi che valga la pena approfondirne la strategia, proprio perché sono convinto che a noi italiani farebbe bene un approccio più pratico ed immediato a tale questione, per evitare che essa – nella persistente contrapposizione fra ‘apocalittici’ e ‘integrati’ di cui parlava Umberto Eco mezzo secolo fa – continui a figurare agli ultimi posti delle agende non solo dei politici, ma anche degli educatori e di chi ‘fa opinione’.

Basta visitare il sito web dell’ICLEI per rendersi conto di quanto siamo rimasti indietro e di quanto terreno dovremmo recuperare sul piano del coinvolgimento diretto dei cittadini nelle battaglie per la difesa della biodiversità dall’attacco di uno sviluppo distorto e predatorio, oltre che iniquo e causa di crescenti conflitti. Mentre da noi si continua a discuterne sulle riviste specializzate ed a discettarne in pomposi convegni autoreferenziali, in altre realtà europee e di altri continenti, a partire dall’Africa, la biodiversità minacciata ed i suoi valori sono diventati tema di progetti che investono direttamente le comunità locali. Alcuni di quelli compresi nell’azione dell’ICLEI, infatti, parlano di città “sostenibili” e “resilienti”, mentre l’unica espressione (peraltro un po’ equivoca) che ha trovato spazio tra i nostri amministratori locali è quella di “Smart Cities”.  Il fatto è che non ci bastano città più “intelligenti” (nel senso di governate con un po’ più di razionalità, con meno sprechi e dotate di infrastrutture più efficienti), ma piuttosto ci vogliono città che, pur preoccupandosi anche di una mobilità eco-sostenibile e di una riduzione dei consumi energetici e dei rifiuti urbani,  sappiano invertire l’assurda tendenza a considerarsi estranee alle leggi della biologia ed ai suoi delicati equilibri.

Bisogna smetterla con una visione antropocentrica dell’ambientalismo,  che continua ad alimentare l’equivoco – insito peraltro nel termine stesso – secondo il quale l’ambiente è ciò che ci circonda (‘amfì’ è una preposizione greca che significa ‘intorno’, ‘da una parte e dall’altra’, proprio come il francese ‘environ’ ). Esso, infatti, non è una realtà estranea che ci sta attorno, ma qualcosa di cui noi stessi facciamo parte e da cui dipendiamo strettamente.  Parlare di biodiversità prima di aver superato questo equivoco – purtroppo alimentato per secoli da una visione filosofico-religiosa antropocentrista – rischia di restare un appello moralistico ed astratto, proprio in una fase storica dominata da un pensiero edonistico ed individualistico, nel  quale il concetto di ‘responsabilità’ sta pericolosamente uscendo fuori corso.

Al contrario, impostare la salvaguardia della biodiversità come una azione locale per la sostenibilità ambientale è un approccio sicuramente più coinvolgente, che investe anche chi vive in città in una battaglia comune contro in concetto errato di ‘civiltà’, che comporta non solo la perdita della diversità biologica, ma anche di quella culturale.

Certo, anche da noi si è parlato di “Agenda 21” e di altri progetti finalizzati a rendere i cittadini più attenti e responsabili rispetto alle scelte dei loro amministratori ed a farli diventare protagonisti di una pianificazione più democratica ed ecologicamente coerente.  Sta di fatto, però, che molte di questa azioni formative sono state episodiche, scarsamente coinvolgenti e – lasciatemelo dire – spesso solo di facciata, come un fiore all’occhiello di una giacca sporca e sdrucita.

Ecco perché mi sembra opportuno ripartire, sul modello dell’ICLEI, mettendo in rete gli enti locali, le organizzazioni non governative internazionali, le associazioni ambientaliste e singoli comitati locali di cittadini.  Per fare questo, però, occorrono strategie comunicative più efficaci ed azioni formative più diffuse e coordinate, facendo scendere la discussione sulla biodiversità dall’empireo dei convegni scientifici. Essa infatti dovrebbe animare anche i dibattiti quotidiani della gente comune, che forse non sa quante specie di farfalle sono sparite, ma si accorge che sono scomparsi alcune varietà locali di frutta o che i pomidoro sembrano ormai fabbricati in serie…

Uno dei progetti più originali e stimolanti dell’ICLEI, a mio avviso, si chiama “BiodiverCity” (provo a tradurlo con BiodiverCittà”), che potrebbe essere un modello d’azione anche per realtà come la mia Associazione, denominata  “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” , che ha tra le sue finalità proprio la crescita della consapevolezza dei cittadini nei confronti di un modello alternativo di sviluppo e di città, in cui le risorse naturali ed il territorio stesso siano al centro di una pianificazione energetica e produttiva attenta ai bisogni umani ma anche agli equilibri ecologici. 

E’ per questo motivo che, da più di due anni, oltre ad aver proposto e fatto approvare alla Regione Campania una legge popolare che mettesse al centro il solare e le rinnovabili nella prospettiva di una vera “Civiltà del Sole”, stiamo tuttora operando affinché questa non sia una crociata da ambientalisti per gli ambientalisti, ma investa la comunità locale e la sensibilizzi a questa problematica.  La conoscenza e valorizzazione della biodiversità come valore non negoziabile, infatti, non può che andare di pari passo con una diffusione di un modello energetico che sappia usare il sole e le altre fonti energetiche rinnovabili come il motore di uno sviluppo democratico, equo ed autocentrato , opposto a quello centralizzato dei potentati economici e dei monopoli commerciali che hanno finora controllato la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e delle altre forme collaterali.

Basta curiosare nel sito dell’ICLEI per imbattersi in alcuni strumenti operativi molto importanti ed efficaci, come quell’ “indice di biodiversità urbana”  che potrebbe essere da subito sperimentato in una grande e problematica città come Napoli, nella quale noi operiamo  e con la cui amministrazione comunale è in atto un dialogo che sembra dare i primi frutti. (http://archive.iclei.org/fileadmin/template/project_templates/localactionbiodiversity/user_upload/LAB_Files/Resources_webpage/CBI_webinar.pdf

Si tratta di tener conto di una ventina d’indicatori socio-ambientali, per monitorare lo stato di biodiversità urbana di una città e per impostare un progetto che possa invertire la tendenza alla sua scomparsa, promuovendo azioni di recupero e valorizzazione delle preziose risorse ambientali di cui, quasi sempre, i cittadini non sono neppure consapevoli.  Ci sono ovviamente alcuni parametri strettamente scientifici da considerare, come il rapporto tra le residue aree naturali ed il totale della superficie urbana, oppure il censimento delle specie di uccelli ancora presenti, o anche della presenza di specie arboree aliene di tipo invasivo. Sono però presenti però anche altri importanti parametri di valutazione di tipo socio-culturale, fra cui la presenza in città di servizi ricreativi ed educativi, il finanziamento di progetti formativi specifici e, non ultima, la capacità dell’amministrazione di promuovere un’effettiva partecipazione e cooperazione da parte dei propri cittadini.

Anche per noi della “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” questi strumenti operativi potrebbero essere fondamentali per un’azione congiunta con le amministrazioni locali della nostra regione, in primis del comune di Napoli. Ma l’indispensabile dialogo con le istituzioni territoriali e centrali, con le realtà accademiche e della ricerca e con le altre organizzazioni nazionali ed internazionali non può far passare in secondo piano quella che, secondo me, è l’azione fondamentale per un’associazione come la nostra.  All’ICLEI, forti della loro esperienza operativa e della sintesi della lingua inglese, l’hanno chiamata con la sigla CEPA, che contraddistingue una delle sue Commissioni. Si tratta dell’acronimo delle parole “Communication, Education and Public Awareness “, traducibili con “Comunicazione, Formazione e Sensibilizzazione Pubblica”.  Come spiega la sezione del sito web dell’ICLEI dedicata a questo aspetto dell’azione locale per la biodiversità: http://www.iclei.org/en/search/details.html?tx_ttnews[tt_news]=3161 =

“Il progetto CEPA si concentra sul rafforzamento dei legami tra biodiversità e comunicazione, formazione e sensibilizzazione pubblica a livello locale. Il CEPA gioca un ruolo importante nel perseguire la cooperazione e la collaborazione sia degli individui sia delle organizzazioni, per operare nel senso della riduzione della perdita di biodiversità. Non basta parlare alla gente della biodiversità e delle minacce che essa deve affrontare per portarsi verso un cambiamento positivo. I cambiamenti richiesti non riguardano una scelta individuale razionale, ma richiedono anche quelli nel campo della biodiversità, a cominciare da un modo differente di pensare nell’ambito della comunicazione, della formazione e della sensibilizzazione pubblica.”

Anche in questo caso è stato previsto un apposito “evaluation toolkit”, ossia uno strumento pratico di valutazione della consapevolezza della gente in tale ambito. Purtroppo nel nuovo sito dell’ICLEI non si trova più tale riferimento, ma sono certo che anche noi potremmo facilmente elaborarne uno, per verificare nelle nostre città – a partire dalle scuole – quanto la biodiversità sia un concetto realmente assimilato oppure resti un’idea un po’ astratta, che coinvolge poco le nostre scelte quotidiane come persone che lavorano, consumano e si spostano sul territorio.

Noi della RCCSB siamo quindi intenzionati a farne uno dei punti centrali della nostra azione, convinti come siamo che non esistono veri cambiamenti, se essi restano imposti solo per legge e non attraversano anche la coscienza della collettività, interpellando il senso di responsabilità ecologica dei singoli e delle comunità.

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )