Risposte nonviolente al terrorismo

  1.  Il quadro di riferimento

green dove 1In un precedente articolo dello scorso novembre [i]  mi ero occupato della praticabilità – oltre che della necessità – di forme di resistenza al terrorismo alternative a quelle cui ci hanno voluto assuefare, come se rispondere alle stragi con stragi ancora maggiori fosse l’unica possibilità. In quello intervento, in particolare, mi ero soffermato sul clima di paura, d’insofferenza e di reazione che si era creato dopo i tragici fatti di Parigi, sottolineando come il terrorismo abbia messo a dura prova le nostre fragili sicurezze, inducendo nella maggioranza delle persone un istintivo meccanismo di autodifesa dall’oscura minaccia al nostro stesso modello di vita. La guerra mondiale ‘a pezzetti’, l’insidioso stragismo ‘della porta accanto’ e la ripugnante strategia del terrore, infatti, hanno  suscitato reazioni isteriche. Hanno evocato i peggiori incubi della nostra società globalizzata ed omogeneizzata dal pensiero unico; troppo radicata nel proprio modello di sviluppo per accorgersi delle proprie contraddizioni e, soprattutto, per ammettere che la sua non è l’unica modalità socio-economica e culturale possibile. Ebbene, sei mesi dopo, quel clima di paura e di sospetto sta continuando a generare mostri, alimentando la prevedibile ascesa delle destre nazionaliste e xenofobe e colpendo tutti quelli che, per fuggire a guerre e miseria, ingrossano le file dei migranti nella nostra Europa. Gli ultimi convulsi avvenimenti –sul piano sia del conflitto armato che infiamma il Medio Oriente, sia dei presunti attacchi terroristici di questi giorni – stanno quindi riaprendo una ferita mai rimarginatasi, gettando altra benzina sul fuoco.

Il fatto è che bisogna sì reagire ad un progetto ferocemente integralista e fondato su morte e distruzione, ma bisogna farlo nella maniera esattamente opposta, con le modalità creative e costruttive che la nonviolenza attiva può indicarci. L’alternativa alla barbarie – quella degli attentati ma anche quella dei bombardamenti sui civili – può fondarsi solo su strategie opposte alle logiche di morte, dal momento che “la violenza è il problema, mai la soluzione” [ii]. Il guaio è che l’opinione pubblica continua a restare in preda agli imbonitori della difesa militare, secondo i quali le nostre città diventerebbe più sicure con blindati nelle piazze e soldati armati di mitra agli incroci. Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti: la gente si sente ancora più in pericolo in questo clima di guerra quotidiana, che non ci difende affatto dal terrorismo ma, al contrario, ne realizza proprio la finalità principale, che è quella di spargere ovunque paura e diffidenza. Peraltro, come sottolineavo già in un  intervento dell’aprile 2015 [iii] , la martellante propaganda anti-islamista di questi mesi ha sortito l’unico risultato di generare un estremismo jihadista ancor più feroce, evocando un assurdo clima da crociata e radicalizzando conflitti che erano, fra l’altro, frutto di scelte sbagliate delle potenze occidentali. Eppure si continua a considerare il terrorismo come un fenomeno del tutto indipendente, contro il quale si possono solo assumere provvedimenti drastici per difendere la nostra preziosa ‘civiltà’. Gli interventi armati contro l’avanzare dell’estremismo islamista – che fino a poco tempo fa si evitava pudicamente di denominare ‘guerra’ – si stanno perciò concretizzando sempre più, come se fossero davvero un rimedio all’instabilità politica, alla repressione del dissenso, alle operazioni terroristiche, alla povertà ed all’abbandono che affliggono intere popolazioni, il cui disperato e massiccio esodo verso i nostri confini e le nostre coste sembrerebbe l’aspetto che più ci preoccupa di tale drammatica situazione.

Il fatto è che, al di là della deprecabile malafede di chi ha finora attizzato il fuoco dei conflitti interni ed internazionali e adesso si atteggia a pompiere della situazione, credo che vada sempre tenuto presente il principio ippocrateo: “primum non nocere” . Ecco perché, pur volendo prescindere da considerazioni etiche e dal rifiuto di principio della guerra come metodo di risoluzione delle controversie e dei conflitti, dobbiamo comunque deciderci a prendere atto che anni e anni d’interventi militari negli infiammati scenari mediorientali hanno solo aggravato la situazione, che vede sempre più giovani disperati arruolarsi nelle milizie di Da’ish (ad-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāqi wa sh-Shām).                 Cerchiamo almeno di non far finta che si tratta di forze oscure o di fenomeni che trascendono la nostra realtà. Non siamo di fronte alla ferocia di Lord Voldemort e dei suoi Mangiamorte e pertanto non ci servono bacchette, pozioni o formule magiche per esorcizzare tali inquietanti presenze. Interventi armati e politiche sicuritarie e xenofobe rappresentano le solite ricette fallimentari ed antidemocratiche di chi si ostina a non voler vedere la realtà di un mondo lacerato da ingiustizie, divisioni e violenze. Per contrastarle, però, bisogna che il movimento pacifista, italiano ed internazionale,  impari a contrapporre ad esse soluzioni realmente alternative e nonviolente, sviluppando la ricerca sulla pace, promuovendo esperienze di educazione alla pace e compiendo azioni concrete e quotidiane per la pace.

  1. Prevenzione, difesa nonviolenta, corpi civili di pace

1185067_720472841312856_467797743_nEra questo il sottotitolo del libro che Alberto L’Abate e Lorenzo Porta hanno curato nel 2008 sul tema “L’Europa e i conflitti armati” [iv]. A distanza di otto anni ritengo che quelle proposte restino sostanzialmente valide, anche se lo scenario internazionale è indubbiamente mutato, e non certo in meglio. In sintesi, la loro tesi è che, essendoci varie forme di terrorismo (ad es. ‘di Stato’ o ‘dal basso’), le risposte devono ovviamente essere flessibili, in quanto l’opposizione antimilitarista alla guerra va bene nel primo caso, mentre nel secondo è il caso di ricorrere a strategie di difesa popolare nonviolenta sul territorio, alla mediazione sociale ed alla progettazione partecipata di interventi rivolti ai migranti. Credo che anche adesso le soluzioni alternative perseguibili debbano tener conto di questo trinomio, prevenendo tutte le azioni che alimentano i conflitti, praticando le numerose tecniche della D.P.N. ed allargando l’intervento dei corpi civili di pace. Per prima cosa però, dovremmo demistificare i diffusi luoghi comuni che provocano reazioni inconsulte, come quelli che amplificano la portata degli attacchi terroristici e delle stragi, facendoceli avvertire come un’incombente minaccia alla nostra sicurezza. In un recente articolo sul Washington Post, infatti, questo mito negativo viene sfatato da due studiosi del norvegese P.R.I.O. (Peace Research Institute Oslo), dimostrando che la violenza  esercitata dagli estremisti islamici ha colpito in primo luogo i loro stessi correligionari e connazionali.

 <<I Musulmani stanno combattendo principalmente l’uno contro l’altro, non contro l’Occidente. Mentre gli attacchi nei confronti dei non-Musulmani  comprensibilmente attirano di più l’attenzione dei ‘media’ occidentali, la stragrande maggioranza delle insurrezioni islamiste stanno colpendo i governi nei Paesi a maggioranza musulmana. Infatti, nel corso degli ultimi tre anni, più del 90% delle vittime in tutte le guerre civili sono nei Paesi musulmani, in particolare in Siria, ma anche in Afghanistan e Iraq…>> [v]

Dovremmo smetterla di lanciare gridi allarmistici e pensare piuttosto ad evitare che ogni intervento occidentale si trasformi in ulteriore impulso a nuovi conflitti armati. Se è vero che la fragorosa comparsa sulla scena dell’ ISIS  ha cambiato la nostra visione del terrorismo, dobbiamo però prendere atto che, come osservava Jean-Marie Müller in un editoriale dello scorso novembre:

<<…Da’ish non è lo Stato che pretende d’essere, ma si tratta d’una organizzazione strutturata militare e politica che occupa certi territori e svolge azioni belliche in Iraq ed in Siria. Pertanto, Da’ish non verrà a fare la guerra in Francia e la Francia non progetta alcun intervento sul terreno mediorientale […] Il problema è che proprio la cultura che domina le nostre società è strutturata in base all’ideologia della violenza necessaria, legittima ed onorevole. Disarmare il terrorismo vuol dire disarmare prima quest’ideologia, così da costruire una cultura fondata su un’etica di rispetto, di fraternità e di nonviolenza. Poiché il vero realismo è quello di chi vede nell’estrema ignominia della violenza terroristica l’evidenza della nonviolenza. ‘Il sangue – diceva Victor Hugo – si lava con le lacrime, non col sangue’ …>> [vi]

Ma demistificare il terrorismo mediatico di chi ci vuol fare sentire minacciati nella nostra sicurezza e nella nostra stessa identità socio-culturale è solo il primo passo. Bisogna poi comprendere a fondo il fenomeno terroristico e le sue cause e distinguerlo dalla guerra, che è ben altra cosa. Per citare ancora un noto teorico della nonviolenza come Müller:

<<Il terrorismo non è la guerra. La sua strategia, viceversa, pone come postulato il rifiuto della guerra. Ciò che caratterizza la guerra è la reciprocità delle azioni decise ed intraprese da ciascuno dei due avversari. Ora, per la precisione, di fronte all’azione dei terroristi nessuna azione reciproca può essere intrapresa dai decisori opposti. Questi si trovano infatti nella incapacità di rispondere colpo su colpo a un avversario senza volto e che si nasconde…>> [vii]

Ecco perché, argomenta Müller, alla retorica antiterrorista che parla di ‘negazione del valore della vita umana’ si dovrebbe replicare che, conseguentemente, per sconfiggere il terrorismo di dovrebbe agire con la più grande prudenza e nel massimo rispetto della vita, non certamente i base alla logica mortifera della guerra.

<<Difendere la civiltà, in primo luogo, vuol dire rifiutare di lasciarsi contaminare da questa ideologia. Ciò esige che si rinunci alle operazioni militari che implicherebbe inevitabilmente che si ammazzino degli innocenti […]Pertanto, una volta riconosciuto questo diritto e questo dovere di legittima difesa, la vera questione è sapere quali sono i mezzi legittimi ed efficaci di questa difesa […] Ma per vincere il terrorismo è il caso di sforzarsi di comprenderne le cause e gli obiettivi  […] Per sradicare il terrorismo bisogna sforzarsi di comprenderne le radici storiche, sociologiche ed ideologiche che l’alimentano. […] Se il terrorismo non è la guerra, può ugualmente essere un mezzo di continuare la politica. Possiede allora la propria coerenza ideologica, la propria logica strategica e la propria razionalità politica.  Allora non serve a niente negarlo, brandendo la sua intrinseca immoralità. Dal momento in cui sarà riconosciuta la dimensione politica del terrorismo, diventerà possibile cercare la soluzione politica che esso esige. La maniera più efficace per combattere il terrorismo è privare i suoi autori delle ragioni politiche che essi invocano per giustificarlo [..] Da quel momento, per vincere il terrorismo non è la guerra che bisogna fare, ma è la giustizia che bisogna costruire>> [viii]

Prevenzione, dunque, significa cambiare radicalmente le nostre politiche, che di guerre e terrorismo spesso sono la causa prima, ma anche comprendere le dinamiche di questi fenomeni violenti, per poi fronteggiarli con interventi di matrice opposta. Il guaio è che tali soluzioni alternative risultano quasi pressoché sconosciute a quelle stesse popolazioni che dovrebbero metterle in atto, ma non ne conoscono i principi teorici, le strategie pratiche né le esperienze già realizzate in tal senso.  La difesa civile nonviolenta (D.P.N.), infatti, è di fatto ignota non solo alla gente comune, ma perfino alla maggioranza degli studiosi di questioni internazionali . D’altra altra parte, il ruolo dei corpi civili di pace (C.C.P. ) viene spesso ignorato oppure scambiato con la cooperazione internazionale o con azioni volontaristiche ed umanitarie portate avanti negli scenari bellici.  Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza e di prospettare alcune possibilità per uscire dal circolo vizioso guerra-terrorismo-guerra.

  1. Quali risposte nonviolente al terrorismo?

guerramedioorienteGià nel mio contributo di un anno fa, richiamando un contributo di Eli McCarthy (docente di studi sulla pace all’Università statunitense di Georgetown) cercavo di chiarire quali sarebbero le soluzioni possibili per indurre le popolazioni locali a resistere nonviolentemente all’integralismo islamista ed alle sue operazioni terroriste. In quell’occasione, infatti, citavo gli otto punti della sua proposta [ix], sintetizzabili ulteriormente nei seguenti interventi in loco:

  1. Diminuire le risorse umane, attraverso politiche che dissuadano la persone dall’unirsi alle organizzazioni come l’ISIS, venendo loro incontro con l’offerta di opportunità che rispondano ai loro veri bisogni economici, sociali e culturali;
  2. Promuovere la nascita di gruppi di cittadini per dare più peso alla società civile, riducendo il potere sanzionatorio militare e poliziesco sulla comunità locale;
  3. Ridurre l’intoccabilità di certi principi, mettendo in discussione la sostenibilità etica e religiosa sia delle azioni terroristiche, sia della repressione violenta nei confronti delle donne e delle minoranze interne;
  4. Ridurre le risorse materiali, stimolando la gente del posto a rifiutare o ritardare il pagamento di tasse che alimentino quel regime;
  5. Creare istituzioni alternative e svolgere iniziative di resistenza e non-collaborazione attuando azioni tipiche del repertorio della DPN.

Che qualcosa si stia lentamente muovendo lo si deduce da alcuni segnali positivi, provenienti da aree di crisi come il Pakistan, dove cresce l’opposizione alle risposte violente del governo e finalmente maturano risposte alternative, come quelle proposte da Rwadan Tehreek, il movimento per la tolleranza, che ha organizzato uno sciopero della fame ed un sit-in davanti all’edificio dell’assemblea del Punjab. Secondo il presidente musulmano dell’organizzazione, Abdullah Malik:

<<Il Governo deve attuare una politica di lungo periodo rivedendo il suo programma, cancellando le leggi che spingono all’odio e annunciando una politica globale per demilitarizzare la società. Le autorità devono bandire tutti i tipi di armi e adempiere alla loro responsabilità costituzionale di garantire sicurezza e protezione a tutti i cittadini.>> [x]

Purtroppo l’incalzare degli eventi è tale che non possiamo accontentarci di questi timidi segnali di conversione alla resistenza nonviolenta. Occorre quindi che i paesi occidentali – a partire da quelli dell’Unione Europea – facciano scelte alternative ed intraprendano da subito azioni concrete per invertire la rotta. Un prezioso ‘decalogo’ in tal senso ce lo ha fornito il nostro Nanni Salio, in un articolo apparso a novembre 2015 sul sito del Centro Studi Sereno Regis di cui è stato l’animatore ed il direttore fino alla sua scomparsa, lo scorso febbraio. In questo scritto egli elencava le seguenti dieci azioni alternative:

 1. Interrompere il flusso di armi ai belligeranti  

2. Interrompere i finanziamenti ai gruppi jihadisti

3Affrontare con decisione e concretamente i problemi dei rifugiati, migranti, profughi.  

4. Offrire valide alternative ai giovani immigrati nei paesi occidentali, che vivono in condizioni di degrado e disagio sociale.

5. Avviare processi di negoziato e dialogo con le controparti…

6. Affrontare con serietà, impegno e decisione la questione Israele-Palestina…

7. Istituire una commissione Verità e Riconciliazione per facilitare i negoziati e indagare sulle responsabilità storiche passate e recenti …

8Lavorare alla costruzione di una confederazione del Medio Oriente, sulla falsariga di altre confederazioni già esistenti

9Coordinare azioni di polizia internazionale, che non sono guerra in senso stretto, per individuare e catturare i responsabili degli attentati e processarli

10Avviare processi di ricostruzione partecipata, per rimediare ai gravi danni inflitti alle popolazioni civili con i bombardamenti. >> [xi]

Come si vede, anche in questo caso si tratta di ripercorrere i sentieri delle strategie nonviolente, arrestando innanzitutto il flusso di armi e denaro ai belligeranti, aprendosi a politiche di accoglienza e integrazione dei migranti e studiando provvedimenti di politica estera che si diano l’obiettivo di sanare i conflitti, mediare tra le parti e contribuire a ricostruire le comunità locali, decimate e sconvolte da anni di guerra e di stragi.

C’è poi da ricordare l’articolo che il noto attivista quacchero statunitense George Lakey pubblicò nel gennaio 2015 sulla rivista online Waging Nonviolence, in cui proponeva ed argomentava “Otto modi per difendersi nonviolentemente dal terrorismo”.  Anche in questo caso ne riporto sinteticamente il contenuto:

  1. Costruzione di alleanze e l’infrastruttura di sviluppo economico. La povertà e il terrorismo sono indirettamente collegati. Lo sviluppo economico può ridurne il reclutamento e guadagnare alleati, soprattutto se lo sviluppo è fatto in modo democratico….

 2. Ridurre l’emarginazione culturale. Come la Francia, la Gran Bretagna ed altri paesi hanno imparato, emarginare un gruppo all’interno della propria popolazione non è sicuro o sensato; terroristi crescono in queste condizioni. Questo è vero anche a livello globale….

 3. Protesta nonviolenta / campagne tra i difensori, ed inoltre mantenimento della pace civile e disarmato. Il terrorismo avviene in un contesto più ampio e quindi ne è influenzato . Alcune campagne di terrore sono fallite perché hanno perso il sostegno popolare…

4Educazione ed addestramento al conflitto. Ironia della sorte, il terrore spesso si verifica quando una popolazione cerca di sopprimere i conflitti invece di sostenere la loro espressione. Una tecnica per ridurre il terrore, quindi, è quella di diffondere un atteggiamento pro-conflitto e le competenze nonviolente che sostengono le persone impegnate in un conflitto, per dare piena voce alle loro rimostranze…

5Programmi di recupero post-terrorismo. Non tutte le forme di terrore possono essere prevenute, come accade per il crimine. Tenete conto che i terroristi spesso hanno l’obiettivo di aumentare la polarizzazione….

6. La polizia come ufficiali di pace: l’infrastruttura di norme e leggi. Il lavoro di polizia può diventare molto più efficace attraverso una maggiore politica di comunità e la riduzione della distanza sociale tra la polizia e i quartieri che essa serve. In alcuni paesi questo richiede una ri-concettualizzazione della polizia, da difensori della proprietà del gruppo dominante ad autentici agenti di pace …

7. Cambiamenti di politica e il concetto di comportamento sconsiderato. Talvolta i governi fanno scelte che invitano – quasi vanno cercando – una risposta terrorista … .. Per proteggersi dal terrore, i cittadini di tutti i paesi hanno bisogno di ottenere il controllo dei loro governi e costringerli a comportarsi di conseguenza.

8. Negoziazione. Di frequente i governi dicono: “Noi non negoziamo con i terroristi”, ma quando lo fanno spesso stanno mentendo. I governi hanno sovente ridotto o eliminato il terrorismo proprio attraverso la negoziazione e le capacità di negoziazione continuano a diventare sempre più sofisticate…>> [xii]

Concludendo, è evidente che da noi in Italia c’è ancora molto da fare perché si apra un vero confronto sulle strategie più efficaci per contrastare il terrorismo con modalità alternative. Il movimento per la pace, purtroppo, si presenta frammentato e quindi ancora più debole, mentre le significative esperienze di ricerca sulla pace e di educazione alla pace finora attuate rischiano di essere sommerse dallo strisciante indottrinamento bellicista, giunto massicciamente anche nelle scuole. Eppure, proprio per questo, bisogna che dai movimenti antimilitaristi e nonviolenti ripartano segnali chiari di mobilitazione civile, d’impegno quotidiano, di dialogo finalizzato ad un’azione comune.

Quel che è certo è che bisogna partire dalla formazione al pensiero nonviolento e dall’addestramento alle tecniche della nonviolenza attiva. Mi sembra altrettanto evidente, poi, che bisogna costruire anche un patto tra pacifisti ed ecologisti, perché guerra e terrorismo costituiscono un gravissimo pericolo per l’ambiente naturale e le comunità locali, dal momento che, come affermavo già un anno fa:

 <<… le catastrofi umanitarie corrispondono quasi sempre a quelle ecologiche, essendo frutto della stessa violenza cieca ed irresponsabile>> [xiii]

Ecco perché pace, giustizia e salvaguardia della ‘casa comune’ – come ci ha ricordato Papa Francesco nella sua ultima enciclica – sono strettamente collegate e richiedono risposte organiche. E’ indispensabile infatti che gli uomini facciano pace tra loro ma anche con la natura, ma purtroppo le cose vanno diversamente:

<<La politica e l’economia tendono ad incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Ma quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme d’interazione orientate al bene comune. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono le guerre o accordi ambigui, dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e aver cura dei più deboli…>> [xiv]

Al messaggio di morte e distruzione che vengono da guerre e terrorismo, dunque, bisogna contrapporre risposte di vita, relazioni più giuste ed una difesa della casa comune dell’umanità, che già 700 anni fa l’Alighieri definiva: “l’aiuola che ci fa tanto feroci”. [xv]     La ferocia dei terroristi è la stessa delle guerre e della sistematica distruzione degli ecosistemi ed ha la stessa origine. La nonviolenza è l’unica soluzione possibile da adottare, prima che sia troppo tardi.

NOTE ———————————————————–

[i]  Ermete Ferraro (2015), “Resistere, nonviolentemente “, Ermete’s Peacebook, novembre 2015 > https://ermetespeacebook.com/2015/11/19/resistere-nonviolentemente/

[ii]  Monde sans Guerre et sans Violence (2015), “La violence est le probleme, jamais la solution” > https://www.pressenza.com/fr/2015/11/la-violence-est-le-probleme-jamais-la solution

[iii]  Ermete Ferraro (2015),”La colomba verde ed il califfo nero”, Ermete’s Peacebook, Aprile 2015 > https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/04/02/la-colomba-verde-e-il-califfo-nero/

[iv] Alberto L’Abate, Lorenzo Porta (2008), L’Europa e i conflitti armati, Firenze, University Press > vedi e-book ( https://books.google.it/books?id=bmw04syro0wC&printsec=frontcover&dq=L%27Europa+e+i+conflitti+armati&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiQyeCS5erMAhWBFRQKHRmzCngQ6AEIHTAA#v=onepage&q=L’Europa%20e%20i%20conflitti%20armati&f=false )

[v] Nils Petter Gledisch and Ida Rudolfsen  (2016), “Are Muslim contries more violent ?”, Washington Post, 05.16.2016 > https://www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2016/05/16/are-muslim-countries-more-violent/ (traduz. mia).

[vi] Jean-Marie Müller (2015), “La France est-elle en guerre?”, MIR France, 18.11.2015 http://mirfrance.org/MIR/?p=295 (traduz. mia)

[vii]  Ibidem

[viii] Ibidem

[ix] Eli McCarthy (2015), “ISIS: Nonviolent Resistance?” , Huffington Post > http://www.huffingtonpost.com/eli-s-mccarthy/isis-nonviolent-resistance_b_6804808.html   (traduz. mia)

[x] Alessandro Graziadei (2016), “Pakistan: una risposta nonviolenta al terrorismo”, Unimondo, 222.02.2016 > http://www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Conflitti/Pakistan-una-risposta-nonviolenta-al-terrorismo-155592

[xi] Giovanni Salio (2015), “I due terrorismi  e le alternative della nonviolenza”, (20.11.2015) >  http://serenoregis.org/2015/11/20/i-due-terrorismi-e-le-alternative-della-nonviolenza-nanni-salio/

[xii] George Lakey (2015), “8 ways to defend against terror nonviolently”, Waging Nonviolence (22.01.2015) > http://wagingnonviolence.org/feature/8-ways-defend-terror-nonviolently/ (traduz. mia)

[xiii] Ferraro (2015), “La colomba verde e il califfo nero”, cit.

[xiv] Papa Francesco (2015), Laudato si’ – Lettera enciclica sulla cura della casa comune, n. 198 >   http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

[xv] Dante Alighieri, Divina Commedia – Paradiso, XXII, v. 151

Annunci

GUERRA DI…LIBIERAZIONE?

Emanuele Filiberto Duca d'AostaFino ad un paio di giorni fa, sulle pagine dei nostri quotidiani regnava il silenzio sulla ‘missione’ militare in Libia che l’Italia si appresta non solo a svolgere con grande zelo, ma addirittura a dirigere sul piano operativo. Solo alcuni giornali, come Secolo XIX e Corriere della Sera, ci hanno informato in merito a questa operazione – segreta ma non troppo – raccogliendo più che altro le indiscrezioni trapelate grazie ad un articolo del Wall Street Journal. Un generale americano, comandante delle forze speciali in Africa, infatti, sosteneva in un’intervista che “…è già operativo a Roma un Coalition Coordination Center, in sigla CCC, un comitato di coordinamento della coalizione che combatte l’Isis. Il CCC è una «war room» in piena regola dove si pianifica l’intervento, dove si fanno simulazioni, e da dove, in futuro, si guideranno le azioni.[i]   Naturalmente i vertici politici si sono affrettati a smentire che si aspetta solo l’ok dell’ONU, dopo che il governo libico (quale?) avrà formalizzato una richiesta di aiuto militare alla coalizione, di fatto già presente da tempo sul territorio libico e comprendente anche francesi, inglesi americani e, forse, olandesi. Lo stesso Ministro degli esteri Gentiloni, d’altra parte, confermava che: «Il livello di pianificazione e di coordinamento è a un livello molto avanzato e va avanti da parecchie settimane» [ii], così come risulta chiaro il senso del recente accordo fra Italia ed USA sull’utilizzo dei droni armati di stanza alla base aerea siciliana di Sigonella.

Qualcuno, sicuramente, si sarà chiesto come diavolo è possibile che ci stiamo di fatto preparando ad intervenire militarmente in Libia senza uno straccio di ratifica da parte del Parlamento, custode della sovranità popolare? E’ vero che in questi ultimi tempi è stato molto occupato a discutere di unioni di fatto ed adozioni non di diritto, ma come mai nessuno ha ritenuto ancora che esso avesse qualcosa di dire anche sulle pericolose unioni militari di fatto e sulle nostre illegittime ‘adozioni’ degli equilibri politici d’un altro stato? La risposta è nelle precisazioni di Fiorenza Sarzanini che, in un articolo di qualche giorno fa sul ‘Corriere’, ci spiegava che il nocciolo della questione sono i c.d.”decreti missione”, grazie ai quali l’Italia si tiene le mani libere da fastidiosi passaggi parlamentari.   “Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, lo ha ribadito ieri nel corso del Consiglio supremo di difesa, sollecitando anche la rapida approvazione del decreto che ogni anno finanzia e fornisce copertura giuridica alle missioni all’estero. Le norme già varate consentono infatti di evitare il voto delle Camere, prevedendo esclusivamente un’informativa del governo alle commissioni Esteri e Difesa. Il tempo stringe, gli alleati sono già sul campo, Roma ha assicurato che «farà la propria parte» nella guerra ai terroristi dell’Isis. E dunque schiererà le navi già in attività di perlustrazione del Mediterraneo, un aereo cisterna, i Tornado di stanza a Trapani, anche due sommergibili. E potrà contare sulle basi militari del Sud, compresa Pantelleria dove da tempo sono insediati numerosi militari statunitensi”. [iii]

E chi se ne frega se la Costituzione della nostra Repubblica, all’art. 11, recita che: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…” , sancendo poi, all’art. 52, che: “L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica…” ? L’escamotage è stato facilmente trovato, per cui la sovranità del Parlamento è ancora una volta aggirabile coi giochi di parole in Neolingua di chi sembra propenso a ripudiare la Costituzione più che la guerra. Le operazioni in Libia, conseguentemente, sono state coperte dal segreto militare e dietro il centro di coordinamento italiano della coalizione è più volte spuntata la sigla dell’A.I.S.E (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), quella ‘intelligence de Noantri’ su cui mi sono già soffermato a proposito della fiction televisiva che ne rivelava ai più l’esistenza.[iv]  Il Sole 24 Ore – ripreso dal quotidiano britannico The Guardian , peraltro, aveva già rivelato che ormai da settimane erano stati inviati in Libia 40 agenti segreti ed una cinquantina di ‘forze speciali operative’. Sta di fatto, comunque, che il piano di smantellamento della Costituzione avviato da Renzi aveva già previsto – per ridurre fastidiosi intralci alle decisioni governative – che anche l’art. 78 (“Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari” ) fosse modificato dalla previsione che tale dichiarazione spetti esclusivamente alla Camera dei Deputati Dal 3 marzo, però, sugli organi d’informazione si è ricominciato a parlare dell’intervento militare italiano in Libia, complice un’intervista all’ambasciatore USA che lodava il governo Renzi e lo esortava ad investire di più su questa ‘missione’, riconoscendo all’Italia la richiesta leadership ma, al tempo stesso, accollandogliene gli oneri che ne derivano. Questa esternazione ha molto infastidito il nostro premier , che – pur fiero dell’ investitura a condottiero d’un intervento armato in nord Africa senza precedenti – si è sentito tirare palesemente per la giacca, per cui si è affrettato a gettare acqua sul fuoco.

Ma intanto quotidiani come la Repubblica avevano già rotto l’imbarazzato silenzio mediatico, rivelando la portata straordinaria di questa sconcertante avventura bellica del nostro Paese.  In un articolo di Gianluca Di Feo, infatti, si squadernavano i dati relativi a piani segreti ma non troppo, informandoci che: “Di sicuro, si prepara un’operazione massiccia, la più grande mai realizzata dal 1943. Da mesi gli stati maggiori stanno elaborando piani su piani, ipotizzando un vertice italiano che gestirà uno schieramento di forze europee. La previsione minima è di 3mila militari, la massima supera i 7 mila. I due terzi saranno forniti dal nostro Paese. L’allestimento richiede circa un mese. Ma un primo contingente potrebbe muoversi nel giro di dieci giorni per prendere il controllo di un aeroporto. In ogni caso, la fase iniziale sul campo sarà interamente affidata a truppe italiane.[v]   Altro che operazione di polizia internazionale! Non sembra, del resto, che gli stessi servizi segreti siano riusciti a mantenere segreta quest’ ingombrante spedizione che, a distanza di 105 anni, ci riporta tristemente all’Italietta colonialista di Giolitti, schierata contro l’Impero Ottomano. Ed infatti è difficile nascondere operazioni che prevedono l’invio di portaelicotteri coi marò del San Marco, con al seguito altre navi per rifornimenti . E’ difficile anche negare che gli aeroporti meridionali siano da tempo stati allertati per la partenza di cacciabombardieri e che la base di Pantelleria, come conferma l’articolo di Repubblica : “servirà come scalo per il ponte aereo di elicotteri e cargo.” [vi] . Sarà pur vero che noi Italiani ci siamo abituati a tutto, compresi i blindati coi militari in assetto di guerra nelle nostre piazze. Ma far passare l’invio in Libia di 5.000 soldati come una normale operazione  è poco credibile, né può passare inosservato lo schieramento di mezzi aeronavali che poco hanno a che fare con l’ipotesi di un semplice ‘presidio’ di quei territori.  Ecco perché uno stizzito Renzi – di fronte alle notizie riportate dai giornali – ha dichiarato che: Su questo terreno ci vuole prudenza. Nessuna fuga in avanti. La situazione è troppo delicata perché ci si lasci prendere da accelerazioni “ [vii]

Certo, ci vuole prudenza. Peccato però che lo stesso Renzi stia scalpitando da mesi per ottenere la guida italiana di questa spedizione bellica, cercando di sottrarsi ad un confronto con un Parlamento peraltro fin troppo disattento in proposito. Peccato poi che l’Italia risulti palesemente preoccupata del futuro dei propri affari in Libia più di quanto lo sia di andarsi a cacciare nell’ennesima, pericolosissima, avventura militare, in barba alla Costituzione e ad un secolo di storia che a quanto pare non ci ha insegnato nulla. Non bisogna fare ‘fughe in avanti’, d’accordo. Ma questo non significa che il governo debba proseguire indisturbato a giocare alla guerra o al ‘piccolo 007’, mentre i media non devono fare troppo rumore su tali operazioni, solo per non disturbare il manovratore. Sulla stessa ‘Stampa’, fra l’altro,  è stato pubblicato un articolo che “fa i conti” sull’intervento italiano in Libica, con l’aiuto di ‘analisti militari indipendenti’ , che appaiono piuttosto perplessi nel merito. Infatti l’autore, Luigi Grassia, si chiede prudentemente: “Se l’Italia dovesse fare la guerra in Libia, o per dirla in modo più accettabile: mandare un corpo di stabilizzazione che rischia anche di dover combattere contro l’Isis, quante forze potrebbe mettere in campo? “ [viii]. La risposta è che questa eufemistica ‘stabilizzazione’  ci costerebbe cara, anche se uomini e mezzi ci sarebbero pure. Per cui l’articolista, con una punta di scetticismo, conclude: “… qui si tratta solo di numeri, di potenzialità. Che poi questi numeri possano tradursi in un intervento militare in Libia è tutta un’altra questione”. [ix]  Ebbene, fra clangori di guerra e dichiarazioni più o meno diplomatiche e prudenti di politici ed ‘analisti’, cosa dicono e cosa fanno i pacifisti di fronte a quest’ultima minaccia del complesso militare-industriale che rischia di coinvolgerci in prima persona in un conflitto bellico senza precedenti? E, soprattutto, come reagiscono gli Italiani, di fronte ai quali si è agitato a lungo lo spettro della minaccia ISIS unita a quella della pretesa ‘invasione’ da parte dei profughi? In questo campo, in particolare, la mistificazione è stata massiccia, visto che – come ci ricorda un articolo de ‘il Manifesto’, nel 2015 l’Italia ha speso 800 milioni di euro per accogliere i rifugiati, a fronte di 1 miliardo e mezzo spesi per inutili e dannose ‘missioni’ all’estero.[x]

La verità è che per reagire efficacemente – al di là di comunicati e prese di posizione –  il movimento per la pace italiano deve ritrovare la forza per superare antiche divisioni che ne frammentano l’azione. Ciò non significa affatto chiudere gli occhi davanti alle differenze nelle analisi o nelle strategie di azione. Dico soltanto che è arrivato il momento di andare oltre la politologia teorica – che ci fa sentire appagati dalla comprensione delle dinamiche in corso – per manifestare in piazza e gridare chiaro e forte non solo il nostro dissenso, ma anche la nostra proposta antimilitarista e nonviolenta. Da un secolo le alternative alla guerra esistono e sono senz’altro più efficaci, come dimostrano vari studi accademici in proposito. Bisogna però far capire alla gente che pacifismo non è passività, bensì resistenza nonviolenta, accompagnata da educazione alla pace e concreta azione per la pace, in tutte le sue dimensioni. Ecco perché condivido ciò che scrive Mao Valpiana sull’urgenza di offrire risposte alternative a quest’assurda avventura militare in Libia: Bisogna intervenire, ma con obiettivi, strategia e mezzi giusti. Esistono altre strade. Il caos libico non accetta scorciatoie. Occorre agire per mettere in sicurezza vite umane, spegnere il fuoco, ma senza produrre ulteriori vittime. Sono tante le cose da fare: la ricostruzione dell’assetto statuale libico, sostenendo con la diplomazia e la politica l’iniziativa per un accordo tra le parti e per un’azione internazionale sotto egida Onu di contrasto all’Is; la valorizzazione e la partecipazione della società civile; il coinvolgimento della Lega araba e dell’Organizzazione degli stati africani, anche al fine di mettere alle strette Qatar e Arabia saudita che finanziano le guerre in corso; bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi, lo sfruttamento dei disperati; garantire da parte dell’Europa assistenza umanitaria ai profughi; mettere in campo un’operazione di salvataggio”. [xi]  L’Italia ripudia la guerra e francamente credo che pochi Italiani – nonostante il martellamento mediatico sul pericolo ISIS – credano davvero che quella che si sta preparando sia una guerra di… libierazione. Ma ripudiare la guerra non può significare starsene con le mani in mano seguendo alla televisione l’evolversi degli eventi. Bisogna quindi obiettare con forza al militarismo che invade le nostre strade e penetra fin nelle scuole dei nostri figli e proclamare che la forza collettiva e diffusa della nonviolenza è l’unica via per uscirne.

NOTE _____________________________________________

[i]  F. Grignetti, “A Roma la war room anti-Isis che guiderà le azioni alleate in Libia” , Il Secolo XIX 02.03.2016) http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2016/03/02/ASqQmFoB-guidera_azioni_alleate.shtml

[ii]  Ivi

[iii] Fiorenza Sarzanini, “Intervento il Libia: ok a missioni segrete dei corpi speciali” , Corriere della Sera 16.02.2016) http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_25/intervento-libia-ok-missioni-segrete-nostri-corpi-speciali-ccd07350-dc03-11e5-b9ca-09e1837d908b.shtml

[iv]  Ermete Ferraro, Ragion di Stato…Maggiore, https://ermetespeacebook.com/2015/01/16/ragion-di-stato-maggiore/

[v]  Gianluca Di Feo, “Libia, nuclei d’assalto e sostegno dal mare: Italia pronta all’intervento”, la Repubblica 04.03.2016  http://www.repubblica.it/esteri/2016/03/04/news/il_dossier_il_primo_contingente_potrebbe_muoversi_entro_10_giorni_ma_restano_i_dubbi_sul_quadro_legale_e_sugli_obiettivi-134727115/

[vi]  Ivi

[vii] Fabio Martini, “Renzi sceglie la prudenza: ‘Il Libia niente fughe in avanti”, La Stampa 04.03.2015 https://www.lastampa.it/2016/03/04/italia/politica/renzi-sceglie-la-prudenza-in-libia-niente-fughe-in-avanti-yz4nLVtxDSmrIuGy9Xue0H/pagina.html

[viii] Luigi Grassia, “Intervento in Libia: gli analisti fanno i conti” , La Stampa, 04.03.2015 https://www.lastampa.it/2016/03/04/esteri/intervento-in-libia-gli-analisti-fanno-i-conti-dOXIk5FNBsAbGKfuwtvV9L/pagina.html

[ix]  ivi

[x]  Ignazio Masulli, “Le due guerre dell’Europa”, il Manifesto 03.03.2016, p. 5 (cfr. http://ilmanifesto.info/edizione/il-manifesto-del-03-03-2016/ )

[xi]  Mao Valpiana, “Il Libia la storia si ripete ma un’altra difesa è possibile”, Huffington Post 04.03.2016  http://www.huffingtonpost.it/mao-valpiana/in-libia-la-storia-si-ripete-ma-unaltra-difesa-e-possibile_b_9381754.html

———————————————————————–

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com  )

…E PACE SULLA TERRA

paceinterraForse non ci facciamo più caso, ma “natale” è un aggettivo sostantivato, non un nome. Dies natalis  in latino indicava sia il giorno della nascita sia la sua ricorrenza, ovvero ciò che noi chiamiamo “compleanno”. Va precisato che in data assai prossima a quella del nostro Natale – coincidente col Solstizio d’inverno – gli antichi Romani già festeggiavano il “Sole Invitto”(Dies natalis Solis Invicti), culto introdotto nel 274 dall’imperatore Aureliano e riconfermato da Costantino. Fu proprio quest’ultimo, dopo la conversione al Cristianesimo, che trasformò quella celebrazione pagana del Sole invincibile nella ricorrenza della nascita di Gesù Cristo.

Da allora sono passati quasi 1700 anni, eppure per molti Natale resta un nome pieno di fascino ma sostanzialmente vuoto, in quanto progressivamente svuotato del suo senso più profondo. Certo, non celebriamo più la maestà invincibile del Sole – sebbene sia innegabile che la nostra stessa vita dipenda da quella stella intorno a cui il nostro pianeta continua a girare – ma abbiamo anche smarrito il senso del sacro che ammantava il giorno della nascita terrena di Chi è venuto di persona a salvare il mondo che Egli stesso aveva creato.

Si direbbe che il grande mistero dell’incarnazione di Dio sia diventato non solo impenetrabile (aggettivo dietro cui si cela comunque una ricerca di senso e di valore), ma sempre più evanescente per un mondo che ha rinunciato ai grandi interrogativi e si accontenta di ciò che esperimenta giorno per giorno. E la nostra esperienza, purtroppo, ci racconta di un Natale ridotto a mera interruzione dell’attività lavorativa, una vacanza che – etimologicamente – suggerisce più un vuoto che un nuovo contenuto. Ma – come ci ha ricordato recentemente il grande Benigni – il Signore ci ha detto (non ‘comandato’: l’ebraico devarìm significa ‘parole’) di ricordare il giorno del Sabato per santificarlo. Un Sabato inteso solo come riposo festivo, come interruzione del ritmo lavorativo, non è sufficiente. Esso dovrebbe essere valorizzato, purificato, consacrato (ebr. qadèsh), per dare un senso nuovo e diverso a quel vuoto. In caso contrario – e lo constatiamo proprio nel periodo natalizio – tale ‘vacanza’ è riempita solo dall’esasperazione del nostro abituale consumismo, per cercare di rendere indimenticabile con spese e regali un giorno che dovrebbe ricordarci ben altro.

Non intendo replicare la solita lamentazione sulla perdita della sacralità del Natale, ma credo che basta sfogliare un giornale o guardare la TV per accorgersi che è difficile cogliere un senso diverso dietro una festività ridotta da tempo a convulsa fiera delle vanità e, più recentemente, ad occasione per rilanciare i consumi in periodo di recessione…
Si direbbe che più si accendono le luci delle luminarie natalizie e meno luce penetra dentro di noi. Più riempiamo queste giornate di regali e pranzi sontuosi e meno ci sentiamo soddisfatti di come questi 2014 anni ci hanno trasformati. Il nostro Natale, insomma, è diventato metafora d’una religiosità abitudinaria e banalizzata, nei confronti della quale già dallo scorso anno si era alzata la voce di Papa Francesco: «…se nel Natale Dio si rivela non come uno che sta in alto e che domina l’universo, ma come Colui che si abbassa, significa che per essere simili a Lui noi non dobbiamo metterci al di sopra degli altri, ma anzi abbassarci, metterci al servizio, farci piccoli con i piccoli e poveri con i poveri». http://www.tempi.it/papa-francesco-il-natale-e-il-segno-che-dio-si-e-schierato-con-l-uomo-per-risollevarlo-dai-peccati#.VJcTDsAKA .

Natale dovrebbe essere il momento forte dell’anno in cui ci ricordiamo di Chi ci ha salvati, lasciando a noi uomini un messaggio di amore, di fratellanza e di servizio: la ‘buona notizia’ (eu-angelon) di speranza, fondata sulla fede e generatrice di carità, che dovrebbe illuminare questa festa molto più di tante sfavillanti luminarie. Ma è davvero così?

“E’ Natale e a Natale si può fare di più” : risuonano nelle orecchie le zuccherose parole di una nota canzone composta, guarda caso, proprio come spot pubblicitario per un’azienda dolciaria. Ma la verità è che non si tratta tanto di “fare di più”, semmai di fare diversamente, di deciderci finalmente a cambiare rotta, ad invertire la marcia. Dovremmo sforzarci di “essere di più”,  preoccupandoci assai meno di ‘avere’ e di ‘apparire’, pilastri sui quali, viceversa, si fonda la nostra società ed il suo modello di sviluppo. Se invece per noi Natale resta solo una pausa o, al più, una toccante rievocazione non aspettiamoci che riesca a ‘santificarci’, perché in tal caso non ne coglieremmo il senso profondo, la sacralità, ricadendo fatalmente nel vuoto di una semplice vacantia.

Quella magica parola, inoltre, ci evoca l’idea di una vita che comincia. Il verbo latino nascere, infatti, che deriva da quello greco ghìgnomai, a sua volta riconducibile alla radice indoeuropea *GN, che ci parla di generazione, che qualcosa che inizia ed è quindi in divenire.

Ebbene, se non riusciremo a fare del Natale un vero momento di ri-generazione, di ri-nascita, sprecheremo un altro anno della nostra vita, di cui avremo solo ripercorso l’orbita temporale – proprio come la Terra intorno al Sole invitto – senza però che nulla cambi dentro e fuori di noi.

Ecco perché dovremmo tutti cogliere quest’occasione – pur nella sua ritualità, spesso sinonimo di abitudine e di tradizione – per sforzarci di far rinascere in questo mondo stanco e disilluso una speranza di cambiamento, di mentalità prima ancora che di azione. Nella liturgia greca-ortodossa, la “metànoia” – il termine evangelico che indica tale cambiamento profondo nel modo di pensare e di sentire – corrisponde anche ad un gesto rituale. Si tratta di un inchino profondo, per toccare la terra con la mano destra a dita unite, che vengono poi baciate e con cui si traccia il segno di croce.

Ovviamente è solo un gesto ma, nella sua simbolicità, ci suggerisce almeno due cose. La prima è che, per cambiare davvero, dobbiamo fare lo sforzo di abbassarci al livello della terra – come ci raccomandava Papa Francesco – in modo da ricordarci della nostra creaturalità, in quanto figli di Adàm/adamàh, rispecchiata in latino dalla parola homo, derivante da humus.

La seconda è che la terra toccata con la mano, in segno di ricongiungimento con la nostra origine, deve però essere santificata e riempita di senso e vivificata dallo Spirito (ebr.: Ruah), come nell’atto creativo iniziale. Abbassarsi e al tempo stesso elevarsi mi sembra quindi un’efficace sintesi del Natale come atto di fede nel Dio che si è fatto creatura per riportare “in excelsis” le sue creature.

Comunque si voglia tradurre la seconda parte del testo greco del noto passo di Luca 2:14 «Δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκία» è però evidente che il messaggio evangelico associa la proclamazione di gloria a Dio con la pace sulla terra e con quella eudokìa che è stata intesa ora come ‘buona volontà’, ora come ‘benevolenza’ tra gli uomini.

In ogni caso, di pace e benevolenza credo che questa nostra Terra abbia davvero bisogno, visto che l’umanità, pur essendo comparsa negli ultimi minuti della sua cronologia, si ostina testardamente a minacciarne la distruzione o, quanto meno, a provocare assurdamente la propria estinzione.

Il guaio è che i giornali e gli altri media ci hanno abituato a rassegnarci ad un mondo in cui le immagini dei babbinatale, dei regali e del rituale ‘volemose bene’ natalizio si alternano un po’ cinicamente a quelle di popolazioni sterminate dalla fame, dalle malattie e dalla guerra, condannate senza dubbio dall’intolleranza omicida dei nuovi Caini, ma anche dall’indifferenza apatica e rassegnata che troppo spesso ci caratterizza ai nostri giorni.

Natale, ho ricordato all’inizio, è in fondo solo un attributo riferito a sostantivo ‘giorno’, ma questo non significa che esso debba trascorrere invano, senza lasciare traccia dentro e fuori di noi. Il fatto che rimanga spesso la pura e semplice celebrazione d’una ricorrenza annuale è purtroppo segno che il messaggio evangelico – col suo richiamo alla ‘nascita’ – non riesce più a suggerirci che quel termine non rievoca un evento in sé compiuto ma evoca piuttosto un inizio, un’evoluzione,

Ecco perché auguro a tutti – e naturalmente prima a me stesso – di saper recuperare il senso pieno e vero del Natale, in modo da iniziare un anno d’impegno – sociale, ecologico e politico – ricaricati da un messaggio di vera Pace, quella che ci dà la forza di cambiarci e di cambiare.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com

Digressione

Premetto che ho un’abitudine che ritengo positiva: evito di sentenziare, parlando o scrivendo, su cose che non conosco a sufficienza e che non ho approfondito. Per uno come me, che di problemi connessi alla pace ed alla nonviolenza si occupa dai lontani anni ’70, è difficile, però, non prendere posizione su una questione scottante come quella riguardante l’opposizione al regime siriano e le prospettive d’un intervento militare esterno, che tanti continuano ad evocare come ‘la’ soluzione.

Eppure non è facile assumere una decisione, quando si è costretti a farlo all’interno della capziosa scelta obbligata tra democrazia e pace, sulla quale lo stesso movimento pacifista italiano, già non molto in salute, recentemente sembra essersi spaccato in due tronconi.

Mi viene in mente Ulisse e la sua mitica ed ingegnosa sfida alle sirene, che avrebbero voluto farlo naufragare attirandolo tra Scilla (“colei che dilania”) e Cariddi  (“colei che risucchia). Lo scaltro Odisseo se la cavò facendosi legare e turare le orecchie, in modo da riuscire a guardare in faccia le due mostruose creature, resistendo però alle loro tentazioni.

Nel mio piccolo, anch’io allo stesso modo non vorrei farmi trascinare in un’assurda scelta fra la Scilla di un intervento armato e la Cariddi di una neutralità che scivoli nella complicità col regime di Assad.  Mi sembra infatti abbastanza evidente che la questione siriana, come viene posta dalla maggioranza dei media, sia l’ennesima dimostrazione del solito, subdolo, armamentario di propaganda bellicista travestita da reazione internazionale ad un regime sanguinario. Proprio su questo particolare aspetto mi sono recentemente soffermato in due articoli sulle “Psy-Ops” che il complesso militare-industriale organizza da sempre, utilizzando le sofisticate armi della guerra psicologica e reclutando insospettabili alleati perfino in campo opposto (1).

Sono peraltro convinto che simili tecniche non siano estranee neppure alla propaganda dei pacifisti a senso unico, sempre pronti ad additare i complotti interventisti dell’imperialismo dei petrodollari, ma troppo reticenti sulle feroci dittature cui le rispettive popolazioni tentano di opporsi, spesso in modo diretto e nonviolento. Ecco perché un po’ tutti, come Ulisse, per non farci ammaliare dalle sirene delle contrapposte propagande, dobbiamo demistificare le loro campagne mediatiche, evitando di cadere nella trappola di chi utilizza una sorta di ricatto psicologico per farci propendere per una o per l’altra soluzione. Scegliere tra due mezze verità, infatti, significa accettare comunque almeno una mezza menzogna. Ma per chi crede che la Nonviolenza sia “la forza della verità” (il gandhiano satyagraha) questa non è certo la soluzione giusta.

Fra la dilaniante Scilla di una pelosa solidarietà coi ribelli, che puntualmente culmina in un’illegittima e violenta aggressione armata allo ‘stato canaglia’ di turno, e la risucchiante Cariddi di un antimperialismo    ‘a prescindere’, che finisce però col legittimare le peggiori dittature, sono convinto che esista una terza possibilità. L’alternativa sia all’interessato interventismo militare sia al colpevole disimpegno negazionista va cercata in ciò che, da decenni, i pacifisti hanno chiamato ‘difesa popolare nonviolenta’, intendendo con questa formula la resistenza civile non armata e sociale di un’intera popolazione al proprio regime dittatoriale, così come ad un’occupazione militare straniera. Il vero problema è che il dibattito avviato positivamente in Italia sulla difesa popolare nonviolenta (DPN) e sulle tante esperienze storiche di resistenza popolare e dal basso a regimi ed occupazioni, alla fine degli anni ’90, si è purtroppo arenato nelle secche di un’incostituzionale controriforma governativa, sulla quale nessuna forza politica ha mai detto una parola. L’abolizione del servizio di leva, infatti, ha scardinato l’ipotesi pazientemente costruita di una componente strettamente civile e nonviolenta delle difesa italiana, facendo sparire in un sol colpo sia gli obiettori di coscienza sia l’ipotesi d’un servizio civile finalizzato alla DPN. In questo quadro – ottimamente sintetizzato in un articolo di Antonino Drago pubblicato anche sul sito di Peacelink (2),  non c’è da meravigliarsi se il dibattito su questa reale alternativa alla difesa ed alla resistenza armata si è progressivamente spento tra gli stessi pacifisti, restando invece confinato al livello teorico di una “ricerca sulla pace” esclusivamente accademica. Lo stesso termine “nonviolenza” ha da troppo tempo cominciato a perdere la sua valenza alternativa, riducendosi ad una semplice etichetta politicamente neutra o, nei casi peggiori, diventando imbarazzante copertura per discutibili istituzioni internazionali, spesso foraggiate da fondazioni, multinazionali e perfino ministeri della difesa.  Mentre i veri nonviolenti perdevano tempo prezioso a disquisire sulla soluzione migliore, dibattendo ad esempio tra “difesa sociale” e “difesa nonviolenta”, una spregiudicata cricca d’intellettuali si è di fatto appropriata questo termine, non più come idea rivoluzionaria e globale, bensì come denominazione di comodo, che offrisse una sponda “pacifista” alle strategie interventiste dei governi “alleati”. A tal proposito, è quanto meno sconcertando scoprire che due delle più autorevoli istituzioni americane intitolate alla nonviolenza – l’Albert Einstein Istitution, il cui leader è Gene Sharp, e l’International Center for Nonviolent Conflict (ICNC), guidata dal finanziere miliardario Peter Ackerman, sono regolarmente finanziate dalle maggiore Corporations, da Fondazioni come la Ford se non, direttamente, da istituzioni patriottiche legate al Pentagono. (3) 

E’ fin troppo evidente il rischio che questo ambiguo sostegno di ambienti finanziari e militaristi alla strategia nonviolenta finisca con lo screditare del tutto le proposte di simili istituzioni, anche quando – come nel caso del guru nonviolento Gene Sharp – esse restino comunque ancorate al rifiuto della resistenza armata e degli interventi militari stranieri. (4)  Questa, però, non è una buona ragione per rinunciare alla ricerca di una strategia davvero popolare, sociale e nonviolenta per sostenere l’insurrezione dei Siriani contro il regime di Assad, pur escludendo categoricamente ogni implicazione in un nuovo, assurdo, intervento bellico in Siria.

Un’utile scheda, curata da Davide Berruti per “Unimondo” può aiutarci a riconoscere le caratteristiche di un’autentica alternativa alla difesa armata, ciò che la rende “difensiva”, “popolare” e “nonviolenta”.  Contrariamente a quanto vorrebbe farci credere una retorica propaganda neo-risorgimentale e ‘partigiana’  (che in Italia sembra accomunare in modo preoccupante la destra ‘liberale’ a quello che resta della sinistra parlamentare, contagiando perfino alcuni pacifisti nostrani), la verità è che un intervento esterno in Siria non agevolerebbe per nulla il “movimento di liberazione” in atto in quel paese, ma innescherebbe reazioni ‘a catena’ ancor più preoccupanti ed imprevedibili.

“Diversamente da quanto accade oggi, quando in presenza di guerre che l’Occidente combatte quasi esclusivamente in territorio straniero, la “difesa” dei diritti umani e della democrazia appare un concetto non sempre distinto dagli interessi di tipo economico o politico. Ecco dunque che la prima condizione che si deve verificare affinché si possa parlare di DPN è che si tratti inequivocabilmente di azioni di “difesa”. D’altra parte la forza di mobilitazione nei casi di intervento all’estero è senz’altro minore e sempre più spesso i sistemi di reclutamento sono basati su incentivi di tipo economico e/o a campagne di sensibilizzazione di tipo nazionalistico e retorico. Questo contraddice con il secondo elemento fondamentale della DPN, ovvero il fatto che sia “popolare” oltre che civile, nel senso che viene avvertita come un impegno condiviso da tutti. Questa è la diretta conseguenza del primo termine “la difesa”: un evento così drammaticamente importante che non può essere delegato ad una struttura esterna (tanto meno privata come nel caso di eserciti di mercenari o “agenzie private di sicurezza”) ma deve essere assunta dall’intera popolazione come impegno primario e fondamentale. Solo su queste basi teoriche il risultato sarà una difesa “efficace” in quanto diffusa, radicata, ampia e completa…” (5)

Ecco perché sono convinto che un intervento straniero nel conflitto siriano, per di più armato e sponsorizzato da chi ha fin troppo evidenti interessi in quello scenario, non potrebbe in nessun modo configurarsi come sostegno all’autentica resistenza nonviolenta di quella popolazione e ad una nuova ‘primavera araba’. Si configurerebbe infatti come un oggettivo appoggio all’ala più militarista ed islamista di quel movimento, seguendo lo sciagurato copione già troppo spesso messo in scena in quel contesto geo-strategico.

E’ altrettanto chiaro, d’altra parte, che non è più sufficiente prendersela col complotto imperialista guidato dagli USA, con la complicità degli stati arabi fidati e dei soliti ‘falchi’ europei. Smascherare le strategie palesi ed occulte di chi vuole l’ennesima guerra è un passaggio necessario, ma non può esaurire la proposta di chi si oppone ad essa ma non vuol chiudere gli occhi di fronte alla dura repressione che si è abbattuta sugli oppositori al regime di Assad.

Ha fatto bene Jean-Marie Muller – un altro ‘maestro’ della Nonviolenza – a dichiarare, nel luglio del 2011:

 “ L’ingerenza politica s’impone. L’urgenza è ripensare l’azione della comunità internazionale in materia di prevenzione e gestione dei conflitti e di sperimentare i metodi dell’intervento civile e nonviolento, aprendo uno spazio politico in cui possano esprimersi le iniziative di pace delle società civili…” (6)

Il guaio è che, in questi mesi, dall’insurrezione inizialmente disarmata e spontanea di tanti Siriani si è passati alla rappresentanza ufficiale del movimento da parte d’un autoproclamato “Esercito di Liberazione della Siria”, sempre più armato ed eterodiretto dai ‘soliti noti’, che non esitano ad utilizzare le armi della guerra psicologica per accrescere la tensione in quell’area e l’allarme degli stati vicini. Resoconti da quel Paese, benché parziali se non palesemente manovrati dai servizi segreti, sono puntualmente e supinamente ripresi dai media nostrani, che puntano sull’emotività per legittimare immancabili “interventi  militari umanitari”.

Solidarizzare con la legittima reazione alla lunga e pesante dittatura baathista, però, non deve impedirci di notare che quest’ennesima ‘primavera araba’ – al di là del palese sostegno occidentale – sta sviluppando ancora una volta preoccupanti spiriti islamisti, aprendo scenari che hanno poco a che vedere con la “democrazia” di cui si fanno interessate paladine le potenze occidentali.

Ha ragione, allora, ad indignarsi Johan Galtung – un altro dei ‘padri’ storici della terza via nonviolenta – quando in un recente articolo ha dichiarato:

“Siamo tutti disperati nell’assistere alle orribili uccisioni, alla sofferenza di chi è privato di tutto, dell’intero popolo. Ma che fare?Potrebbe essere che l’ONU, e i governi in generale, abbiano la tendenza a ripetere sempre lo stesso errore di mettere il carro davanti ai buoi? La formula che usano generalmente è:[1] Liberarsi del n° 1 come responsabile chiave, usando sanzioni; quindi [2] Cessate-il-fuoco, appellandosi alle parti, o intervenendo, imponendo; [3] Negoziato fra tutte le parti legittime; e quindi [4] Una soluzione politica quale compromesso fra le varie posizioni…”  (7)

L’ONU si ostina a seguire sempre lo stesso copione ma, per il celebre peace researcher, sarebbe opportuno invertire quella sequenza, partendo dall’ultimo punto (la soluzione politica), per poi giungere all’armistizio, seguito dall’uscita di scena di Assad. Ma poi, argomenta Galtung, chi ha detto che di soluzione ce n’è solo una? Moltiplichiamo il dialogo tra la popolazione siriana, promuovendolo con l’utilizzo di “facilitatori” dell’ONU, di veri esperti in mediazione popolare, e la forza della creatività avrà la meglio. Ciò che bisogna assolutamente evitare, però, è che si continui a cercare una soluzione con le braccia cariche di armi, alimentando odi e scontri quotidiani. Una soluzione si può sempre trovare ma, ammonisce Galtung:

Non con la violenza. Chiunque vinca sarà profondamente inviso agli altri, in una casa e una regione così profondamente divisa contro se stessa. Non con sanzioni, indipendentemente da quanto profonde e ampie, con la partecipazione di Russia e Cina. È come punire una persona con microbi e il suo sistema immunitario che sta lottando all’interno perché ha la febbre. Più il paziente è debole, più è contagioso. Quel che viene in mente è una soluzione svizzera. Una Siria, federale, con autonomie locali, addirittura a livello di villaggio, con sunniti, sciiti e curdi che intrattengano rapporti con i propri affini attraverso i confini. Un peacekeeping internazionale, anche per proteggere le minoranze. E non-allineata, il che esclude basi straniere e flussi di armi, ma non esclude affatto un arbitraggio obbligatorio per le Alture del Golan (e l’assetto post-giugno 1967 in generale), con lo status di membro ONU in gioco per Israele.” (8)

In un suo articolo su“Waging Nonviolence” Erik Stoner – giornalista e blogger nonviolento, membro del direttivo statunitense della War Resisters’ League – si è soffermato sulla “disciplina nonviolenta come chiave per il successo della rivolta in Siria”. In questo contesto, Stoner cita i risultati di una ricerca americana che, dopo aver analizzato 100 campagne nonviolente dal 1900 al 2006, è giunta alla conclusione che la presenza di un’ala armata di un movimento non accresca le possibilità di riuscita di una rivolta, come dimostra una tabella, da cui si evince che l’assenza di violenza in una campagna porta al 60% le probabilità della sua riuscita, contro il 46% dell’ipotesi contraria.

“ Questo non dovrebbe sorprendere, perché non solo i movimenti nonviolenti che hanno un braccio armato  riducono la probabilità di defezioni dalle forze armate, ma essi, storicamente, riducono anche la partecipazione popolare alla lotta, che è invece la chiave del successo per le campagne nonviolente.“ (9)

Purtroppo, in Italia, la ricerca sulle alternative nonviolente risulta del tutto inadeguata alla necessità di propagare i principi e le tecniche della Nonviolenza in un contesto purtroppo caratterizzato ancora da una diffusa ignoranza in materia o, peggio, da un uso strumentale di questo termine. Ancor più inadeguata, però, appare la capacità, da parte dei movimenti nonviolenti sopravvissuti, di aggiornare le proprie analisi e strategie ad un contesto in continuo cambiamento, collegandosi opportunamente alle grandi organizzazioni pacifiste ed antimilitariste internazionali. Ovviamente il rischio è che istituzionalizzare troppo la ricerca sulla pace e sulla risoluzione nonviolenta dei conflitti possa attirare, come negli Stati Uniti, le interessate attenzioni di chi ha bisogno di una sponda nei movimenti alternativi, per cui non esita a finanziare tali istituzioni e non certo per filantropia.

Quello che assolutamente va evitato è che il già debole movimento pacifista italiano continui scioccamente a frammentarsi, lasciandosi costringere alla scelta tra la Scilla d’una solidarietà che diventi intervento armato, e la Cariddi della dietrologia antiamericana, da cui scaturisca la negazione della dittatura e del diritto stesso dei siriani ad autodeterminarsi. Ecco perché, per quanto mi riguarda, non firmerò alcun appello o documento che non faccia chiarezza sulla questione siriana nel senso che ho cercato d’illustrare finora, sottovalutando la forza della nonviolenza come alternativa sia a nuove ed assurde avventure militari “umanitarie”, sia ad una grave mancanza di solidarietà verso il popolo siriano, su cui si sta esercitando la violenza contrapposta e devastante del regime di Assad e dei suoi oppositori armati e foraggiati dall’estero.

Concludo con una nota più lieve, ricordando un mio articolo sul blog risalente a ben due anni e mezzo fa, intitolato “Cos’‘e pazze!” (10)  nel quale parlavo di un episodio originale e significativo, avvenuto ad Emasa (l’attuale città siriana di Homs) nel 64 a.C. e tuttora ricordato e celebrato dalla tradizionale “Festa dei Pazzi”. Quando questa bella città, vicina a Palmira, stava per essere occupata dalle legioni romane guidate da Pompeo, il locale consiglio escogitò una curiosa soluzione. I cittadini di Emesa avrebbero dovuto fingersi tutti pazzi, comportandosi in modo stravagante e perfino rivoltante, allo scopo di far sentire profondamente a disagio i conquistatori stranieri. La trovata fu messa in atto con grande fantasia e partecipazione popolare, diventando di fatto un ingegnosa manifestazione di resistenza civile e disarmata all’arroganza dell’imperialismo romano. Purtroppo servì solo a ritardarne la conquista dell’impero seleucide e della stessa città di Emasa/Homs, ma costituì un precedente storico davvero molto significativo.

La vera sfida della “pazzia” nonviolenta, oggi come allora, s’ispira alla creatività piuttosto che alla distruttività, alla fantasia delle menti libere anziché alla violenza di chi sa solo ripetere i propri tragici errori.

——————————————————————————————

  1. E. Ferraro (2012), Quando la guerra si fa con le parole  > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/ ) e Idem (2012), Quando la pace si fa con le parole  > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/11/peacedu-vs-psyops-quando-la-pace-si-fa-con-le-parole/
  2. A. Drago (2005), L’ingresso della Difesa Popolare Nonviolenta (DPN) nella legislazione italiana  > http://www.peacelink.it/disarmo/a/13056.html
  3. Cfr. quattro articoli di S. Bramhall, pubblicati a Marzo 2012 sul suo sito The Most Revolutionary Act , il primo dei quali s’intitola: “Perché la CIA finanzia l’addestramento alla nonviolenza?” > http://stuartbramhall.aegauthorblogs.com/2012/03/10/iwhy-the-cia-funds-nonviolence-training/ .
  4. Leggi e vedi l’intervista a Gene Sharp del 5.2.2012 di Channel 4 > http://www.channel4.com/news/gene-sharp-people-power-is-syriasweapon
  5. D. Berruti, Difesa Popolare Nonviolenta (scheda) > http://www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Difesa-popolare-nonviolenta/(desc)/show). Vedi anche, in inglese, l’interessante scheda pubblicata sul sito di ‘Nonviolence International’, un network statunitense di realtà nonviolente, fondato dal palestinese M. Awad > http://www.nonviolenceinternational.net/seasia/whatis/book.php?style=pfv
  6. J.M. Muller (2011), Quand le vent de la liberté souffle sur la Syrie > http://nonviolence.fr/spip.php?article578&var_recherche=Syrie
  7. J. Galtung (2012), Syria > http://www.transcend.org/tms/2012/03/syria > traduz ital. in > http://serenoregis.org/2012/03/siria-johan-galtung/.
  8. Ibidem
  9. E. Stoner (2011), Nonviolent discipline key to success in Syria > http://wagingnonviolence.org/2011/11/nonviolent-discipline-key-to-success-in-syria/#more-13471
  10. E. Ferraro (2009), Cos’’e pazze! > https://ermeteferraro.wordpress.com/2009/10/04/cose-pazze/

© 2012 Ermete Ferraro > https://ermeteferraro.wordpress.com

NOI E LA SIRIA: tra Scilla e Cariddi

DOV’E’ LA VITTORIA?

Nel tempo necessario per leggere questo post l’Italia sta spendendo oltre 51.000 euro per le spese della c.c. “difesa”. Nel 2010, infatti, sono stati già spesi 27 miliardi di euro, vale a dire 76 milioni ogni giorno, 3 milioni ogni ora e, appunto, oltre 51.000 euro al minuto!
In aggiunta a quest’enorme quantità di risorse economiche assegnate al Ministero della Difesa nello scorso anno, il Parlamento italiano – su proposta del Governo – ha approvato una spesa di altri 17 miliardi di euro nei prossimi anni, per l’acquisto di 131 caccia-bombardieri F35. Basterebbe rinunciare ad un solo cacciabombardiere e si potrebbero costruire 183 nuovi asili per 12.810 bambine e bambini…
La partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan ci costa tuttora 2 milioni di euro al giorno ed ha causato decine di migliaia di vittime, in maggioranza civili. L’ultima delle operazioni armata cui abbiamo partecipato, quella contro la Libia che in teoria si è appena conclusa, ci è finora costata 700 milioni di euro!
Ma siccome siamo un grande Paese industriale, nel 2009 l’Italia ha esportato armi per un circa 5 miliardi di euro, contribuendo ad alimentare focolai di guerra in tutto il mondo!
L’art. 11 della Costituzione della nostra Repubblica dichiara solennemente: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Ma i 27 miliardi all’anno già spesi ed i 17 previsti solo per i nuovi caccia F35 che cosa hanno a che fare con la “difesa della Patria” che – secondo l’art. 52 della stessa Costituzione – sarebbe “sacro dovere del cittadino” ? E le missioni armate cui abbiamo aderito supinamente, quelle passate e quelle attuali, non sono forse atti di quella guerra che, secondo la Carta costituzionale, dovremmo invece “ripudiare”?
Il Governo ha tagliato 8 miliardi alla scuola ed ai servizi sociali, però non vuol rinunciare neanche ad uno dei 131 bombardieri F35, il cui solo costo permetterebbe di realizzare ben 183 asili! Non ci resta, allora che protestare contro l’ipocrisia di chi vorrebbe contrabbandare il 4 novembre come una celebrazione civile e di unità nazionale, come se le Forze Armate avessero una mission diversa da quella di addestrarsi a fare la guerra.
L’alternativa c’è, e da molti anni. Decenni di lotte per l’0biezione di coscienza, il servizio civile nazionale e l’affermazione della difesa civile nonviolenta ci hanno portato ad una legislazione in teoria esemplare nel contesto dell’Unione Europea. Purtroppo si continua a fare propaganda strisciante ed ambigua nelle scuole, a vanificare le potenzialità del servizio civile e ad ignorare ogni reale alternativa alla difesa armata. Contro tutto questo è doveroso non solo indignarsi, ma lottare contro le mistificazioni militariste e per diffondere una cultura di pace e di nonviolenza attiva.
Ecco perché non c’è nessuna “vittoria” da festeggiare il 4 novembre, ma piuttosto l’esigenza di commemorare le centinaia di migliaia di morti delle tante “inutili stragi” della nostra storia ed un impegno comune perché l’Italia si “desti” sì, per cingersi la testa non dello “elmo di Scipio”, ma con una pacifica corona di foglie d’ulivo.
(C) 2011 Ermete Ferraro

ECOPACIFISMO: VISIONE E MISSIONE

di Ermete Ferraro (Referente Naz. VAS per l’Ecopacifismo)

1. Quale ecopacifismo ?

In occasione della IV Festa VAS della Biodiversità , nel 2004, fu pubblicato un mio articolo proprio con questo titolo. In quell’occasione, partendo dalla ricognizione sul significato dei concetti-base (ecologia, ecologismo, conservazionismo, ambientalismo, irenismo, antimilitarismo, pacifismo e nonviolenza), avanzavo poi la proposta di ciò che ritenevo un autentico ecopacifismo.
Anche se quindici anni d’impegno in VAS mi hanno offerto l’opportunità di fare qualcosa di concreto per l’attuazione del sano connubio tra ecologismo e pacifismo cui mi riferivo, devo onestamente riconoscere che il bilancio complessivo dei sette anni trascorsi da quell’articolo, per quanto concerne il nostro Paese, mi sembra tutt’altro che soddisfacente. Basta fare una veloce ricerca su Internet , infatti, per riscontrare la quasi totale assenza di questa proposta sullo scenario politico italiano ed internazionale. Qualche analisi e qualche esperienza organizzativa in tal senso, semmai, è riscontrabile nel mondo ispanico, dove di “ecopacifismo” si discute ancora, riconoscendogli un ruolo più chiaro nell’ambito del più complessivo movimento ecologista, verde, anticapitalista e terzomondista.
Ritengo che la carenza di un pensiero, ma ancor più di un’azione, specificamente “ecopacifista” sia frutto d’una concezione statica e sempre più pragmatica della politica, in cui le stesse ideologie ‘classiche’ hanno da tempo perso ogni capacità di attrarre e di aggregare, rimpiazzate da un movimentismo confuso e privo di prospettive, se non da correnti manifestamente antipolitiche. Lo stesso movimento pacifista d’impronta nonviolenta ha sempre stentato ad affermarsi in un panorama politico dove le uniche coordinate restavano quelle tradizionali (destra-centro-sinistra), pur essendo superate, nei fatti, dalla realtà di un quadro politico sempre meno ideologico. Una vera novità nel panorama di quest’ultimo trentennio è stato il movimento ecologista e verde, ma il suo incanalarsi nelle strettoie del partitismo e del leaderismo, ed il prevalere della tattica sulla strategia laddove esso è diventato elemento di governo, ne hanno eroso la capacità d’incidere davvero e di diventare una vera alternativa. Le organizzazioni di matrice antimilitarista e pacifista, da parte loro, in questi anni si sono ulteriormente frammentate di fronte all’incalzare di conflitti armati e di strategie geopolitiche sempre più aggressivamente militariste, cui non hanno avuto la forza di contrapporre non solo i tradizionali “signornò’, bensì una difesa alternativa, civile e nonviolenta.
Eppure questo trentennio ci ha offerto un quadro, desolante ma fin troppo chiaro, della fondatezza della proposta ecopacifista e della sua valenza non solo come netta opposizione al complesso militar-industriale ed ai suoi velenosi frutti in campo economico, politico e bellico, ma anche come possibile laboratorio di un gandhiano “programma costruttivo”.
I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato, infatti, che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.
Non ha quindi senso, ad esempio, perseguire un’astratta eco-sostenibilità dell’economia, se essa continua ad essere assoggettata alla logica d’un capitalismo globalizzato e pervasivo, che ricorre sempre più spesso alla strategia bellica quando l’aggressione ‘pacifica’ e neocolonialista del mercato non basta più.
Allo stesso modo, mi sembra evidente che non basta manifestare contro guerre ed invasioni armate se non ci si sa opporre anche ad un modello di sviluppo predatorio, nemico della natura e dei suoi equilibri almeno quanto lo è della giustizia e della pace. Sarebbe una vera follia pensare che – come sottolinea uno studioso catalano – ci si possa opporre ad un’aggressione militare o a dittature pensando che ciò non abbia a che fare con la battaglia per modelli più sostenibili di energia oppure con un’agricoltura non più dominata dalle monoculture e dall’accentramento delle risorse alimentari del nostro pianeta.
Ecco perché, già sette anni fa, avevo proposto l’ecopacifismo come “…l’anello di congiunzione tra le lotte per l’ambiente e quelle per la pace, a partire dalla consapevolezza che […] entrambi si alimentano di una scelta etica, fondata sul rifiuto della violenza e del dominio come forze necessarie per il cambiamento e lo sviluppo”. La “triade” ambiente/sviluppo/attività militari – di cui aveva parlato Johan Galtung già negli anni ’80 – avrebbe richiesto una strategia unitaria ed una saldatura organizzativa, in modo da contrapporre al modello violento di economia e di società uno sviluppo equo, ecocompatibile e nonviolento.
Nel mio saggio, a tal proposito, ricordavo alcune interessanti impostazioni ed esperienze del movimento verde che lasciavano presagire una sensibilità in tal senso. Anche alcune serie proposte di “ecologia sociale”, diffuse in ambito europeo ed anche italiano , avrebbero lasciato sperare nel rilancio dell’opzione ecopacifista. Un’altra corrente di pensiero che avrebbe potuto alimentarne lo studio e la pratica è quella che fa riferimento al pensiero c.d. “ecoteologico” ed alla crescente sensibilità delle Chiese cristiane verso il trinomio “giustizia/pace/salvaguardia del creato”. Anche in questo caso, però, la profonda ed autorevole riflessione di tanti teologi e vescovi e lo stesso magistero degli ultimi tre pontefici non sembra aver coinvolto profondamente tali comunità. Esse stentano a far proprio il “principio responsabilità” di cui parlava Hans Jonas, insieme ad altri filosofi e teologi che hanno insistito sulla centralità di un’etica ambientale. Mi sembra, allora, che il pur affascinante progetto di conversione e di nuova evangelizzazione della nostra società, a partire dalla diffusione di “nuovi stili di vita” fondati sulla sobrietà e più equi e solidali , non sia riuscito ancora a permeare davvero il progetto per una “civitas” cristiana.

2 . Ecopacifisti: come e perché ?

All’interrogativo “Quale ecopacifismo?” del mio precedente contributo avevo risposto proponendo: (a) alcune priorità programmatiche: disarmo e difesa alternativa, tutela della diversità ecologica e culturale, ecologia sociale applicata al quotidiano; (b) alcune strategie operative: rapporto col movimento antiglobalizzazione, con quello no-war e nonviolento e con le organizzazioni ecologiste e verdi; (c) un’ipotesi strategica: l’apertura, da parte anche dei movimenti più radicalmente laici, alla collaborazione con le comunità cristiane più sensibili ed inclini a coniugare la scelta per la pace con quella per la giustizia e la tutela dell’ambiente.
Sta di fatto, però, che la realtà politica attuale appare sempre più frammentaria, deprimente sul piano etico, dominata da un pensiero unico e ripiegata in una sorta di passiva rassegnazione. Peraltro, credo sia innegabile che negli ultimi tempi si siano moltiplicati movimenti spontanei, aggregazioni virtuali tramite i social networks, mobilitazioni giovanili a livello internazionale e perfino grossi movimenti di opposizione e di resistenza ai vari regimi ancora esistenti, soprattutto nell’area arabo-mediterranea. E’ mancato, però, un filo conduttore che desse a tali battaglie un respiro più ampio ed una strategia condivisa, coniugando l’opposizione sociale alla creazione dal basso di una vera alternativa economica, sociale, ambientale e difensiva.
Lo stesso movimento degli “indignados” dà il segnale chiaro e forte di uno scontento generale, però non lascia intravedere una visione strategica globale che segua la sacrosanta protesta contro i padroni dell’economia mondiale e l’inettitudine di una privilegiata casta politica.
“Il metabolismo della società determina gran parte della sua geopolitica, ed in particolare la violenza che essa trasmette sia all’esterno sia all’interno […] (questa) è una relazione sistemica essenziale che deve essere messa in luce e con cui bisogna confrontarsi, prima che sia troppo tardi. Ciò significa che i precetti della cultura della pace devono diventare parte dell’ambientalismo e quelli ambientali devono diventare parte del pacifismo e dell’antimilitarismo. La questione va ben oltre ciò che potrebbe essere un’alleanza tattica tra movimenti sociali per la giustizia globale.” .
“Prima che sia troppo tardi” non è un’espressione da “apocalittici” per dare la sveglia ai troppi “integrati”, per mutuare l’efficace antitesi proposta negli anni ’60 da Umberto Eco. E’ l’oggettiva constatazione del grave ritardo nella diffusione nell’attuale società dell’ecopacifismo non solo come ipotesi teorica, ma come strategia politica credibile ed efficace.
Un segnale d’allarme lo ha recentemente lanciato anche uno dei più qualificati studiosi italiani di ecologia, Giorgio Nebbia, quando in un editoriale sulla rivista di VAS ha sottolineato la fragilità del legame tra pace e ambiente nella comune percezione e coscienza:
“Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo […]La violenza ha dominato e pervaso la storia umana. C’è motivo di ricordarlo anche in questa rubrica perché ogni conflitto, ogni scontro, ha avuto cause ed effetti ambientali. Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi…”
Nebbia, ad esempio, ha opportunamente sottolineato il circolo vizioso che, nel proliferare di conflitti armati e relative ‘missioni di pace’, lega gli interessi economici dei militari e delle industrie belliche ai profitti connessi alla successiva “ricostruzione” di quanto quelle guerre, grazie agli stessi governi, hanno provveduto a distruggere. Questo cinico gioco al massacro del complesso militar-industriale ci costa, solo in termini economici, 3.000 miliardi di euro all’anno, sottratti ovviamente agli investimenti per lo sviluppo collettivo, per il risanamento ambientale e per il benessere sociale.
“[ Questo] sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti. La pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace.”
L’interrogativo “ecopacifismo: come?”, allora, passa oggettivamente in secondo piano rispetto all’urgente necessità di chiederci, qui e ora: “ecopacifismo:perché?”. E’ una domanda che nasce dalla constatazione del tempo già perso, in attesa di una saldatura teorica tra le priorità dell’ecologismo e quelle del pacifismo. Un interrogativo, dunque, che richiede risposte immediate.

3. Che fare?

Una certa miopia dei movimenti ed la scarsa tendenza a mettere in pratica il classico slogan ambientalista “pensare globalmente, agire localmente”, ci costringono allora ad ipotizzare un’alleanza quanto meno operativa fra queste due dimensioni dell’agire politico. I terreni sui quali si possono sperimentare interventi comuni non sono certo pochi, a livello sia nazionale sia internazionale. Basti pensare all’assurdo tentativo del governo di riproporre agli Italiani l’opzione nucleare, sconfitta con un movimento referendario composito e dal basso più che grazie ai tatticismi dei partiti e di alcune associazioni ambientaliste, troppo istituzionalizzate per essere davvero incisive. Si pensi, inoltre, all’accresciuta e più diffusa sensibilità della gente in campo alimentare e contro l’uso degli OGM, un altro settore dove da decenni si esercita il ferreo controllo delle multinazionali, oppure alla vincente battaglia referendaria per l’acqua pubblica e gestita con criteri sociali, contro l’avidità delle grandi imprese internazionali che in parte già la controllano. In ambedue i casi, infatti, sono innegabili i risvolti non solo economici sociali e civili di quelle scelte, ma anche il loro collegamento col rifiuto d’un mondo assoggettato al potere delle multinazionali, della finanza e del complesso militar-industriale.
Mai come in questo periodo, del resto, sta crescendo nel cittadino medio la consapevolezza che la crisi finanziaria globale è strettamente connessa ad una strategia di controllo non solo dei mercati mondiali, ma anche delle risorse energetiche strategiche e degli equilibri geo-politici complessivi. A questo “capitalismo-avvoltoio” – com’è stata efficacemente definita negli stessi USA la complicità fra i grandi di Wall Street ed il complesso militar-industriale – bisognerebbe contrapporre una strategia altrettanto complessiva ed internazionalmente diffusa. Molti “indignati” che scendono in piazza contro chi vorrebbe accollare alla gente comune il debito pubblico fanno spesso riferimento ad alcune delle ‘teste’ di quella che Livergood definisce una vera e propria ‘idra’, fra cui la Banca Mondiale (W.B.) ed il Fondo Monetario Internazionale. (I.M.F.). Pochi di essi, però, si rendono conto dell’intreccio fra: (a) piani di delocalizzazione delle aziende voluti dalle multinazionali; (b) coperture governative e finanziarie a queste operazioni speculative, in primo luogo sullo scenario asiatico; (c) crescita delle esportazioni di armamenti a tali paesi come ulteriore leva di controllo anche sul piano militare; (d) acquisizione a prezzi stracciati, da parte del capitalismo-avvoltoio, di banche, fabbriche ed interi patrimoni, non appena gli stati-cliente cominciano ad ‘andare sotto’; (e) offerta di prestiti e finanziamenti – da parte di IMF e WB – alle economie più fragili, in cambio di drastiche misure di riduzione delle garanzie ai lavoratori ed ai pensionati; (f) ulteriori operazioni speculative sul piano finanziario e monetario ai danni di tali ‘economie fragili’, in questo modo ancor più assoggettabili.
Per un movimento ecopacifista – o che, quanto meno, abbia l’ecopacifismo tra i suoi principi ispiratori – non mancherebbero le occasioni per sottolineare queste perverse connessioni e per intraprendere battaglie che vadano ad incidere sulle tre dimensioni delle questioni citate. Difendere l’acqua come bene comune o sconfiggere il nucleare civile, come ho già accennato, sono state poste come scelte il cui peso andava ben oltre la difesa dell’ambiente, coinvolgendo molti altri aspetti.
Agli italiani/e più sensibili e consapevoli, infatti, non è certo sfuggito che i quesiti referendari ponevano con forza anche altre questioni: rivendicazione del diritto alla salute, autogestione delle risorse naturali, opposizione al nucleare di guerra, riaffermazione della democrazia dal basso e della partecipazione popolare, sfida alle multinazionali che da tempo stanno privatizzando e controllando i beni comuni, fuoriuscita da meccanismi di subalternità verso le scelte dei paesi economicamente, politicamente e militarmente egemoni.
Eppure bisognerebbe fare molto di più. Se soltanto facciamo una rapida rassegna dei principi fondativi delle più conosciute organizzazioni ambientaliste del nostro Paese, ad esempio, emerge chiaramente che solo poche coniugano nei loro statuti l’ecologia col perseguimento d’una società più giusta e più pacifica. Se tralasciamo il caso classico di Greenpeace , associazione internazionale ispirata da principi nonviolenti ed il cui ecopacifismo traspare dallo stesso nome , riferimenti espliciti li troviamo solo in alcune realtà associative. E’ il caso di Legambiente, nel cui statuto leggiamo, all’art. 2 comma 6: “È un’associazione pacifista e non violenta, si batte per la pace e la cooperazione fra tutti i popoli al di sopra delle frontiere e delle barriere di ogni tipo, per il disarmo totale nucleare e convenzionale” . Ciò è vero anche per l’associazione Verdi Ambiente e Società, nel cui documento statutario, all’art. 3, troviamo scritto che V.A.S. : “… (2) promuove e favorisce le iniziative che, nel rispetto dei valori e dei diritti umani civili e sociali e nella salvaguardia del patrimonio naturale e storico-culturale, consentano l’equo impiego delle risorse disponibili, per il superamento degli squilibri economici-sociali, delle sacche di sottosviluppo e delle contraddizioni esistenti tra uomo, natura ed ambiente; (3) promuove e favorisce la cultura ambientalista, eco-solidale ed eco-pacifista…”
Delle circa ottanta organizzazioni ambientaliste riconosciute dal governo italiano , solo un’esigua minoranza dichiara di perseguire finalità non circoscritte esclusivamente alla protezione dell’ambiente ma d’impegnare anche per un mondo più giusto e senza violenza. Se andiamo a scorrere l’elenco di queste associazioni, inoltre, si nota poi, a partire dalle stesse denominazioni, che gran parte di loro non si occupa nemmeno di ambiente a tutto tondo, bensì di questioni spesso specifiche se non settoriali (caccia, animalismo, urbanistica, ambiente alpino, tutela avicola, salvaguardia dei mari e delle coste, ciclismo etc.).
E’ evidente, pertanto, che di strada da percorrere ce n’è ancora molta e che, tenendo conto anche della crisi attuale del movimento pacifista in Italia, sempre più frammentato e privo di prospettive condivise di alternative alla guerra, si tratta oggettivamente di un percorso molto difficile. Esistono, però, alcune questioni sulle quali si potrebbe da subito cercare la convergenza operativa delle organizzazioni ecologiste e di quelle pacifiste. La prima è certamente quella relativa alle scorie nucleari ed al loro ritrattamento, finalizzato alla fabbricazione di armamenti atomici. La seconda è senz’altro la battaglia contro la presenza di natanti a propulsione nucleare in alcuni porti del nostro Paese. Un’altra potrebbe essere, inoltre, il rilancio del rischio ambientale connesso all’inquinamento elettromagnetico generato da mostruosi apparati (stazioni radar e per telecomunicazioni), massicciamente presenti in basi ed aeroporti militari collocati in aree densamente urbanizzate. Non dimentichiamo, poi, le campagne contro le c.d. “banche armate”, finanziatrici dell’industria bellica, cointeressate in molte imprese industriali multinazionali ed in speculazioni edilizie, anche se spesso ipocritamente atteggiate a benefattrici dell’umanità o perfino sponsor di progetti di recupero ambientale.
Se soltanto riuscissimo a coagulare intorno a queste quattro tematiche un nucleo di movimento ecopacifista, penso che sarebbe già un passo notevole verso la creazione di una realtà più qualificata, che non si limiti a fare “fronte comune” ma sappia pensare più globalmente.
Un tentativo in tal senso lo stiamo facendo da anni noi di VAS in Campania, aderendo ad una preesistente rete operativa (il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio) ed offrendo il nostro contributo fattivo sulla vertenza relativa al rischio nucleare nel porto di Napoli , ma anche sull’opposizione alla presenza di comandi strategici e basi militari – sia USA sia della NATO – nel cuore della città capoluogo (Bagnoli, Nisida, Capodichino) e nell’intera regione Campania (in primo luogo il nuovo Comando alleato presso il Lago Patria (Giugliano).
Rilanciare l’ecopacifismo come un vero e proprio “programma costruttivo” in alternativa ad un mondo sempre più militarizzato ed asservito alle multinazionali è però un obiettivo più grande ed ambizioso, cui tutti sono chiamati a dare un contributo. Prima che sia troppo tardi.

RIFERIMENTI:

1 V.A.S. è l’acronimo di “Verdi Ambiente e Società”, associazione – onlus riconosciuta dal Min. dell’Ambiente fin dal 1994 come ‘organizzazione nazionale di protezione ambientale’ (www.vasonlus.it ). La “Festa della Biodiversità” è stata organizzata a Napoli – dal 200 al 2004 – a cura del Coordinamento Regionale Campania di VAS.
2 Ermete Ferraro, Quale ecopacifismo? in “Biodiversità a Napoli” – suppl. a Verde Ambiente, anno xx, n. 2 (mar.-apr. 2004, pp. 21-27). Per altri contributi di E.F. cfr. la bio-bibliografia sul suo sito web: http://www.ermeteferraro.it .
3 Vedi: N. Bergantiños, P. Ibarra Guel, Eco-pacifismo y Antimilitarismo. Nuevos movimientos sociales… ; Ecopacifismo: unha proposta; E. Campomanes, Los Verdes del Estaso Español: ¿Reformismo politico o ecopacifismo radical? ; Cielo Abierto, ¿Que es el Eco-pacifismo?
4 D. Llistar i Bosch, Environmentalism and Peace, in http://www.visionofhumanity.org (nov. 2010)
5 E. Ferraro, Quale ecopacifismo? , cit, p. 24
6 Johan Galtung, Ambiente sviluppo e attività militari, Torino, E.G.A., 1984
7 Vedi, ad es., fra gli altri, gli interessanti contributi di Virginio Bettini, Paolo degli Espinosa, Giuliana Martirani, Giorgio Nebbia ed Antonio D’Acunto. Per quest’ultimo – col quale condivido da molti anni le battaglie eco pacifiste in Campania – visita anche il sito http://www.terraacquaariafuoco.it , che raccoglie i suoi principali contributi.
8 In questa prospettiva cfr. alcuni contributi di E. Ferraro: Laude della biodiversità , Napoli, VAS, 2005; Adam-adamàh: un’agape cosmica, Bologna, Filosofia Ambientale (gen. 2008); Il Salmo del Creato, Bologna, Filosofia Ambientale (mar. 2009) vedi: http://www.filosofia-ambientale.it
9 Cfr. E. Ferraro, Sobrietà, essenzialità e giustizia per una vera conversione ecologica, pubbl. a set. 2008 su http://www.scrivi.com; vedi anche i vari articoli postati sul mio blog “Pacebook” e riferibili al tema dell’ ecoteologia.
10 D. Llistar i Bosch, op. cit. (trad. mia).
11 G. Nebbia, Pace e ambiente, editoriale (set. 2011) su http://www.vasonlus.it
12 Ibidem
13 Vedi: Norman D. Livergood, Vulture Capitalism, in: http://www.hermespress.com (1999 ?)
14 “Our core values”, in: http://www.greenpeace.org/international/en/about/our-core-values/
15 Statuto di Legambiente: http://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/statuto.pdf
16 Statuto di Verdi Ambiente e Società Onlus: http://www.vasonlus.it/chi-siamo/statuto
17 Vedi: http://www.isprambiente.gov.it/site/it-IT/ISPRA/Organizzazioni_ambientali/L’ambiente_in_Italia/Associazioni_ambientaliste/
18 Ermete Ferraro, A propulsione anti-nucleare (15 anni di lotte ecopacifiste di VAS per la sicurezza del cittadini e per la denuclearizzazione del porto di Napoli.

FINISCE CHE CI CACCIANO PURE DALLA NATO…!

Sono seriamente preoccupato. Ho letto che l’Italia, dal 2008 al 2009, è passata dall’ottavo al decimo posto nella classifica internazionale delle spese militari. Vabbé, c’è la crisi. Però non era un buon motivo per tagliare proprio sulla difesa, riducendo la sua voce nel bilancio e scendendo a meno di 30 miliardi di euro…!
Eppure ce lo avevano raccomandato, quelli della NATO, di non “tagliare” troppo ! Rasmussen, il segretario generale, era stato chiarissimo a tal proposito. “…tagli troppo pesanti mettono a rischio la sicurezza futura e potrebbero anche avere implicazioni economiche negative”. E invece niente. Per non stare a sentire le solite critiche dei disfattisti, mentre gli USA continuano a fare il loro dovere, spendendo il 4,7% del PIL, noi italiani abbiamo fatto ancora una volta una figuraccia, scendendo al 1,5%, meno ancora della spesa media degli europei, che già non raggiunge il 2% !
Naturalmente i pacifisti hanno trovato da ridire anche su questo. Dicono che le spese militari mondiali – secondo il SIPRI – sarebbero aumentate del 6% rispetto al 2008 e che, nel caso degli Stati Uniti, in nove anni sono aumentate quasi del 50%. Embé, che cosa dovrebbero fare gli USA? Starsene a lesinare sulla spesa militare proprio quando i fronti si aprono da tutte le parti?
La verità è che loro hanno tenuto saldamente il primo posto nelle classifiche mondiali, mentre noi rischiamo di finire in serie B, tra quei paesi sottosviluppati che non sanno investire nella propria sicurezza, mettendo in pericolo anche il nostro sviluppo e la stessa civiltà occidentale…
Finora siamo riusciti almeno a restare nella “top ten”, ma se ci lasciamo andare ancora finisce che ci cacciano pure dalla NATO. E poi, che razza di figura ci facciamo con i nostri ‘cugini’ d’oltralpe, che hanno speso 52,3 miliardi di euro? Perfino l’Arabia Saudita ha speso più di noi (33,8) e, d’altra parte, lo dicono pure i giornali che stiamo diventando dei rammolliti pacifisti, visto che negli stessi nove anni, abbiamo ridotto il nostro budget della difesa del 13,3%…
Dice: nel 2009 ogni italiano, grande o piccolo, ha speso 500 euro a testa per le nostre forze armate.
E che c’è di strano in questo? Cosa volete che siano 500 miserabili euro di fronte alla sicurezza del nostro Paese? Gli americani sborsano ogni anno più di 1700 euro ciascuno e nessuno si permette di dire che è troppo! E poi, si fa presto a dire “taglia”… Lo ha detto pure il ministro La Russa che non può mica tagliare sul personale della difesa, e allora finisce che la scure si abbatte sugli investimenti e sulle spese indispensabili. Che dite? Che è stato previsto di mandare a casa 130 mila insegnanti nei prossimi tre anni? E fanno bene! Che ce ne facciamo di tutti questi sedicenti maestri, che accampano solo diritti e che stanno sempre a lamentarsi per questo e per quello? Quello che è certo è che quest’anno stiamo scendendo a poco più di 20 miliardi, cioè appena l’1,3% del bilancio attuale, e c’è chi vorrebbe ancora protestare…! Se non si può ridurre il personale della difesa (appena 185mila uomini e donne, quelli sì che meritano il nostro grazie…) va sicuramente a finire che si dovrà tagliare sugli armamenti. Già li sento i soliti antimilitaristi del cavolo! “Vuol dire che non compreremo più i 131 cacciabombardieri F35 che costano tanto alle casse dello Stato”. Ma di che cosa blaterano quei cretini? Si tratta solo di 13 miliardi e mezzo di euro, da pagare entro il 2016 in comode rate. Mica possiamo andare in giro con i vecchi caccia dell’ultima guerra, che diavolo!
E dire che nel 2009 noi italiani abbiamo fatto invece un’ottima figura con l’industria bellica, visto che le esportazioni di armi italiane sono aumentate del 61% per un valore di 4 miliardi e 900 milioni, grazie anche alle banche che hanno investito saggiamente nel futuro di un’Italia forte!
Bah, meno male che c’è stata la parata militare del 2 giugno e abbiamo potuto rifarci un po’ gli occhi con la sfilata dei nostri bravi soldati ! Oddìo, li chiamiamo soldati, ma effettivamente c’è qualcosa di vero nel fatto che 90 mila militari su 185 mila oscillano fra il grado di generale e quello di sottufficiale. Ma, in fondo, che c’è di strano se abbiamo delle forze armate che per metà sono fatte di comandanti ? Vuol dire che sono un personale molto qualificato, anche se vanno dicendo che soltanto 25 mila uomini sono realmente preparati ed operativi per le missioni di pace che svolgiamo all’estero. E poi, basta con questa vecchia storia dei 40 mila marescialli non qualificati che restano nelle caserme! La colpa è solo di chi per decenni ha voluto demagogicamente l’ “esercito di popolo”, mentre ora abbiamo decisamente cambiato rotta e, non per vantarci, facciamo la nostra figura sui principali scenari di guerra…cioè di ‘ristabilimento della pace’. E per questo non facciamoci mettere sotto dai disfattisti di sempre e gridiamo a una voce: “Viva i Bersaglieri!”
(C) 2010 Ermete FERRARO

BASE USA DI NAPOLI: CHIUDERA’ ?

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-style-parent:””;
font-size:10.0pt;”Times New Roman”;}

US NAVYCOMUNICATO STAMPA

Base USA di Napoli:un rischio per la pace e la sicurezza

La notizia, riportata da diverse agenzie e quotidiani, circa la probabile chiusura della base USA di Napoli – la cui fonte era un servizio della CNN, peraltro non confermato dal Ministero della Difesa statunitense – ha suscitato commenti e prese di posizione spesso allarmate o comunque preoccupate.

Per non alimentare la già cronica disinformazione su questa delicata materia, che attiene la sicurezza stessa dei cittadini napoletani, bisogna ricordare che la c.d. “base aeronavavale” di Capodichino ospita in realtà il Comando Supremo della Marina USA in Europa (COMUSNAVEUR), trasferito a Napoli nel 2007 dalla sede precedente di Londra. Esso agisce in stretto collegamento col Comando JFC (l’ex AFSOUTH, cioè il Comando NATO per il Sud Europa) e col Comando delle Forze Armate USA in Africa (AFRICOM), anch’esso collocato recentemente a Napoli.

<< E’ molto grave sentire che i leader dei commercianti e degli industriali di Napoli si straccino le vesti di fronte alla sola ipotesi di chiusura del Comando di Capodichino – ha commentato Ermete Ferraro, referente nazionale per l’ecopacifismo di VAS e membro dell’Esecutivo di VAS-Campania  – A parte il fatto che l’indotto derivante dalla massiccia presenza americana a Napoli è davvero insignificante, ci sembra assurdo comunque mercificare il rischio per la pace e la sicurezza, derivante dall’occupazione militare alleata ed USA, che ha creato pericolose ‘zone franche’ nella nostra città, dove il segreto militare impedisce qualsiasi controllo ambientale, oltre che sociale e politico, del territorio interessato.>>

<<Come eco-pacifisti – prosegue Ferraro – abbiamo più volte sollecitato i nostri rappresentanti istituzionali a verificare le condizioni di quei siti, per scongiurare inquinamento dell’aria, dell’etere e rischi connessi agli armamenti nucleari lì stivati ed ai natanti nucleari che entrano liberamente nel nostro Porto. Abbiamo inoltre sottolineato che la concentrazione a Napoli del Comando Supremo NATO e della US Navy costituivano di per sé un pericolo, minacciando la pace e la sicurezza e facendone un potenziale obiettivo di attacchi militari e/o terroristici. Non saremo certo noi, quindi, a piangere sulla, purtroppo, poco realistica chiusura del Comando e della Base americana di Capodichino che, qualora avvenisse, non dipenderebbe dall’auspicabile fermezza dei nostri governanti ed amministratori pubblici, bensì dalla politica di risparmio del Pentagono>>

I VAS di Napoli, a tal proposito, stanno collaborando col Comitato Pace e Disarmo della Campania per fare controinformazione su tale materia e per nuove mobilitazioni collettive finalizzate a “togliere le basi alla guerra”.

 

COMUNICARE PACE

imagesCACYNJI1EDUCAZIONE LINGUISTICA PER LA PACE
Un percorso formativo alla comunicazione nonviolenta

> Destinatari:
la proposta è rivolta agli alunni/e delle classi II e III della scuola media e s’inserisce in un più generale percorso didattico di educazione alla pace ed alla convivenza civile e nonviolenta.

>> Finalità dell’iniziativa:
gli incontri con gli alunni/e sono finalizzati ad una loro sensibilizzazione all’importanza di una relazione interpersonale che, a partire dalle modalità comunicative, sia capace di creare scambio, condivisione e cooperazione anziché alimentare incomprensione, ostilità e sopraffazione reciproche. L’obiettivo più specifico è quello di offrire un saggio di un più ampio percorso di educazione alla comunicazione nonviolenta, indicando ad alunni e docenti alcuni possibili approcci metodologici da sviluppare opportunamente.

>>> Modalità della proposta:
ogni incontro (per non più di di 25-30 alunni/e alla volta e per una durata di 100 minuti complessivi)seguirà questa modalità operativa: (a) Breve presentazione della tematica e del relatore; (b) “brainstorm” iniziale, per evidenziare alcune “parole-chiave” da cui partire; (c) sintetica illustrazione di tre metodologie per l’educazione alla comunicazione nonviolenta (ECN): (i) l’educazione linguistica nonviolenta di E. Ferraro; (ii) la “comunicazione nonviolenta” di M. R. Rosemberg e (iii) la “comunicazione ecologica” di J. K. Liss; (d) discussione aperta con gli alunni/e, a partire dalle parole-chiave evidenziate ed alla luce della presentazione; (e) valutazione conclusiva dell’esperienza fatta e gioco di chiusura. A distanza di alcuni giorni dall’incontro, agli alunni/e partecipanti sarà proposto un breve questionario di verifica dell’effettiva comprensione di quanto è stato loro proposto (feed back). Sarebbe auspicabile un successivo incontro con i docenti interessati della/e classe/e coinvolta/e nell’esperienza, cui sarà comunque proposta una breve bibliografia di approfondimento.

>>>> Animatore dell’iniziativa:
Ermete Ferraro (Napoli 1952) ha conseguito la Laurea in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli "Federico II" e, in seguito, il Diploma Triennale di Assistente Sociale. Si è abilitato all’insegnamento delle discipline letterarie e del latino per gli istituti superiori e, in seguito a Concorso abilitante per l’insegnamento di materie letterarie nelle scuole medie , è diventato docente di ruolo di Lettere, dapprima alla S.M.S. "Card. Maglione" di Casoria-NA e successivamente alla S.M.S. "A. Sogliano" di Napoli, dove insegna tuttora, svolgendovi anche la funzione strumentale per "disagio e dispersione".
Tra i primi obiettori di coscienza napoletani, da oltre 35 anni è impegnato nei seguenti campi: nonviolenza, disarmo, difesa alternativa, educazione alla pace e ricerca sulla pace, eco pacifismo ed ecologia sociale.
Animatore socioculturale ed operatore sociale di gruppo e di comunità (1974-84) presso il Centro Comunitario della “Casa dello Scugnizzo” di Napoli, negli ultimi dieci anni si sta occupando dell’omonima Fondazione-onlus come coordinatore ed amministratore sociale.
Operatore pastorale presso la Parrocchia Santa Maria della Libera, segue le attività della Caritas e, in modo più specifico, è responsabile di uno sportello di ascolto e di counseling socio-educativo per minori.
E’ autore di alcuni libri e saggi (fra cui uno sulla Educazione Linguistica Nonviolenta) e si occupa di varie questioni, dalla nonviolenza e l’educaz. alla pace all’educaz. ambientale ed alle problematiche del servizio sociale e dello sviluppo comunitario. Per maggiori informazioni visitare il suo sito personale: http://www.ermeteferraro.it il suo blog: http://ermeteferraro.splinder.com ed il suo educational website : http://ermeteferraro.weebly.com
–> Contatti: prof. Ermete FERRARO > via F. Cilea 112 – 80127 Napoli – tel/fax: 081 5799539 – mobile: 349 3414190 – email: ermeteferraro@alice.it

 

PREGHIERA

"Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Dissipa le rughe. Fascia le ferite che l’egoismo ha tracciato sulla sua pelle. Restituiscile il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato, e riversa sulle carni inaridite anfore di profumo. Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiaggie di bitume. Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace." don Tonino Bello, Missione, p. 115

Ogni anno che trascorre, lo confesso, vivo con crescente distacco e quasi con fastidio l’atmosfera pseudonatalizia filtrata da manifesti, jingles radiofonici e televisivi e ammuina da shopping. Il fatto è che basta guardarsi intorno per accorgersi che un po’ tutto, dall’ambito più prossimo a quello universale, continua purtroppo ad andare "in direzione ostinata e contraria" rispetto a quella ri-nascita e a quella con-versione di cui il Natale non può non essere segno. Quando tutto sembra andare per il verso sbagliato, allora, è forte la tentazione di lasciarsi andare allo sconforto, o quanto meno all’amarezza della delusione di fronte ad un’umanità inguaribilmente malata di meschinità e diffidenza, accecata dall’egoismo e paralizzata dalla propria stessa violenza. Però è una tentazione cui, da Cristiani, non dobbiamo assolutamente cedere, altrimenti tradiremmo la fede, la speranza e la carità di cui dovremmo essere testimoni in questo "mondo". Sta di fatto che due millenni di cristianesimo non sembrano proprio averlo cambiato in meglio, se l’immagine che ne riceviamo, in conclusione di questo duemilanono ‘anno di grazia’, è quella di un pianeta sempre più compromesso, minacciato nei propri equilibri ecologici e dove guerre ed altre sciagure sono il frutto avvelenato di avidità ed ingiustizie sempre più stridenti. Ecco perché le poetiche e profetiche parole di don Tonino Bello rappresentano "anfore di profumo" versato sulle piaghe dolenti di questa umanità che Cristo lo ha lasciato appeso ai crocifissi nei muri ma non lo ha fatto davvero entrare nel proprio cuore. Sono una preghiera autentica e profonda, che ci aiuta a guardare più in alto delle nostre moderne torri di babele e più in là del nostro meschino io. Sono un’invocazione cui, nella nostra presunzione, ci siamo disabituati, che ci aprono ad una prospettiva che non sia fuga dalla realtà o rinuncia all’azione, ma fiduciosa adesione a quello "Spirito di Dio" che è già dentro di noi e può darci la forza di non cedere, di non arrenderci. Dobbiamo sforzarci di riscoprire, nonostante tutto, quel "sorriso di bellezza" che cancella le brutture di un mondo sempre più vecchio e privo di speranza. Dobbiamo lasciarci invadere il cuore dalla "dolente presenza" di quel grande spirito che gli Indiani d’America identificavano con quella natura che noi ‘civilizzati’ abbiamo solo saputo violare, inquinare e trasformare in "viscida desolazione". Scriveva già Tacito, mettendo questa frase in bocca ad un fiero capo "barbaro", che la civiltà dei romani aveva fatto il deserto e poi lo aveva chiamato pace (…solitudinem faciunt et pacem appellant…). E’ lo stesso "deserto" evocato da don Tonino, che, con l’aiuto dello Spirito Santo, siamo però chiamati a trasformare in un giardino, dove l’albero della giustizia saprà dare frutti di pace vera. In questa vigilia di Natale, grazie all’esortazione di questo eccezionale vescovo, sentiamo che la forza per operare un autentico miracolo non dobbiamo cercarla in noi, nella nostra volontà e coerenza, ma nella nostra capacità di chiedere, umilmente, al Padre di diventare – come pregava Francesco d’Assisi – un "istrumento" della Sua volontà e della Sua pace. Amén e buona ri-nascita…!

(c) 2009 Ermete Ferraro