Dagli ‘Smarties’ alle ‘smart cities’

smartiesLa prima volta che mi sono imbattuto nel vocabolo inglese ‘smart’ si trattava di un noto prodotto dolciario industriale – chi non conosce gli Smarties? – consistente in coloratissime pastiglie dall’anima di cioccolato, nate nel Regno Unito addirittura prima della seconda guerra mondiale. Erano gli anni ’60: allora ero giovane e non mi ponevo domande su perché quei variopinti confetti si chiamassero così ma mi limitavo ad ingurgitarli. Solo molto tempo dopo (per la precisione 70 anni più tardi) la stessa azienda produttrice (la Nestlé) annunciò di aver dovuto ritirare da commercio i suoi Smarties ricoperti dal colorante sintetico  E133 (il ‘blu brillante FCF, ricavato dal liquido della distillazione del carbone per ottenere il coke). Esso infatti risultava piuttosto tossico o, quanto meno, dannoso in età infantile e poteva causare “iperattività, orticaria, insonnia […] sedimentazioni a livello renale e dei vasi linfatici” .[i]  Offrire ai bambini delle semplici pastiglie di cioccolato evidentemente era ormai troppo banale: bisognava colorarle coi residui di lavorazione del carbon coke per renderle così più… smart .

Da allora questo anglicismo ci ha perseguitato sempre più, attraversando vari ambiti dell’offerta commerciale, da quello automobilistico (come non ricordare la mini-vettura tedesca chiamata appunto Smart, utilizzando un ingegnoso acronimo) fino ad arrivare alle ‘smart cards’ (cioè le svariate carte magnetiche di plastica che utilizziamo ogni giorno al posto del denaro) oppure alle ‘smart cities”  ed alla ‘mobilità smart’, di cui si riempiono la bocca alcuni ambientalisti da salotto. Però, a parte l’uso troppo frequente e spesso immotivato d’un vocabolo inglese – potrebbe chiedere qualcuno – che cosa c’è di male a utilizzare questo aggettivo in vari contesti, sia pur con un comune rinvio all’idea di qualcosa di evoluto, moderno ed intelligente?  Beh, non ci sarebbe niente di male se dietro questa ammiccante parolina non si nascondessero significati molto più complessi e contraddittori. In questi casi io sono solito ricorrere ad un metodo infallibile: l’analisi etimologica d’una parola per comprenderne l’origine, ma anche la trasformazione semantica successiva.

Se chiedete ad un qualsiasi connazionale di media cultura che cosa pensa che significhi ‘smart’, e quindi come tradurrebbe in Italiano questo aggettivo, molto probabilmente risponderebbe: sveglio, intelligente, furbo o qualcosa di simile. Essere ‘smart’ , inoltre, ritengo che per i più comporti anche una connotazione di abilità, di evoluzione scientifica e tecnologica e di modernità. Basta del resto consultare un dizionario della lingua italiana per trovare elencata un’altra serie di significati – quasi tutti positivi – attribuiti a questa parola, fra cui: “elegante, alla moda […] sveglio… abile… brillante, spiritoso […] rapido, veloce… considerevole” [ii] , ma anche “…ingegnoso, svelto, vivace,acuto.” [iii]Ciò che si scopre consultando un dizionario etimologico della lingua inglese, però, è piuttosto sorprendente, in quanto ci rinvia ad un’origine del termine abbastanza diversa e, per certi versi, contrastante. Nell’Old English, infatti, questo aggettivo significava :

“doloroso, duro… che causa un dolore acuto […] Col significato di ‘eseguito con forza e vigore’ si trova dal 1300 c.: Con l’accezione di ‘svelto, attivo, intelligente’ è attestato dal 1300 c., dal concetto di battute o parole ‘taglienti’ etc., o anche ‘abile nel contrattare’ […] Con riferimento ad apparecchi/dispositive, nel senso di ‘che si comporta come se fosse guidato dall’intelligenza’ (come nel caso di ‘bombe intelligenti’) è attestato per la prima volta nel 1972…” [iv]

Continuando ad approfondire l’etimologia germanica di questa parola, si scopre che essa è strettamente legata al concetto di dolore fisico (ted. ‘Schmerz’), rinviando – senza o con la ‘s’ iniziale – addirittura al latino ‘mordere’, al greco ‘smerdnos’ (terribile) ed al verbo sanscrito ‘mardayati’ (frantumare, strofinare, schiacciare).

smart-bombsA questo punto qualche dubbio sulla totale connotazione positiva di questo attributo dovrebbe coglierci. Fra l’idea di creare dolore e paura con atti palesemente violenti ed il moderno concetto di ‘smartness’ (qualità intesa nell’accezione di: prontezza mentale, acutezza, intelligenza) c’è infatti un salto logico fin troppo evidente per non portarci a riflettere su questa strana ‘evoluzione’ semantica. Dobbiamo chiederci allora quale sia il nesso fra queste due categorie mentali. La prima risposta che mi viene in mente è che categorie come efficacia ed efficienza di un’azione potrebbero spiegarne la connotazione positiva con il latente riferimento all’astuzia, all’abilità ed alla dura determinazione di un soggetto nel perseguire un determinato scopo. Non a caso l’aggettivo inglese ‘smart’ rinvia al suo omologo ‘sharp’ , la cui etimologia ci riporta al mondo delle armi bianche, alle loro punte acute ed alle loro lame affilate (vista l’origine dal verbo germanico ‘sharf’ , che indica la capacità di tagliare o di pungere. Il significato positivo di questo attributo (“intelletto o percezione acuta o penetrante“ [v]) gli è derivato successivamente e in senso figurato.

L’idea che l’intelligenza sia una qualità propria delle persone che pensano e si comportano in modo ‘acuto’ (dal lat. acus = ago) e che usano un linguaggio ‘tagliente’ è un chiaro sintomo di una visione aggressiva della civilizzazione. Il progresso stesso viene considerato frutto di una lotta per l’affermazione di una parte sull’altra, sia pur utilizzando le ‘armi’ della scaltrezza o, quanto meno, anche quelle. Non a caso, infatti, Machiavelli consigliava così chi vuole governare:

<<Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede, e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende: non di manco si vede per esperienza, ne’ nostri tempi, quelli príncipi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli delli uomini: et alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà. Dovete adunque sapere come sono dua generazione [modi] di combattere: l’uno con le leggi, l’altro, con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. […] Sendo adunque uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe et il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano. Non può per tanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma, perché sono tristi e non la osservarebbano a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro. A uno principe, adunque, non è necessario avere tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle. >> [vi]

E’ proprio questa cinica ‘astuzia’ (l’origine è sempre guerresca, dal lat. hasta, cioè: lancia) che mi sembra incarnare meglio il concetto su cui mi sono soffermato. Una visione del mondo ‘smart’ non mi sembra necessariamente fondata sull’intelligenza in sé, semmai sull’uso di questa facoltà per affermarsi sugli altri o come ‘lione’ (che domina grazie alla sua forza) e/o come ‘golpe’ (la volpe, si sa, è il simbolo stesso dell’astuzia). A questo punto non c’è da stupirsi se qualcuno ha parlato di ‘smart bombs’ (da noi ribattezzate ‘bombe intelligenti’), o se gran parte delle soluzioni tecnologiche definite ‘smart’ pretendono di migliorare la vita dell’uomo ricorrendo a congegni elettronici che si stanno progressivamente sostituendo a lui, rubandogli il lavoro e mettendolo in condizione di essere controllato sempre e ovunque. Se aggiungiamo al campo semantico dell’aggettivo ‘smart’ anche la caratteristica della velocità e della prontezza, poi, comprendiamo come una visione del genere tenda ovviamente alla semplificazione ed all’omologazione, altri due strumenti di cui i nostri ‘principi’ si avvalgono per farci sentire semplici elementi di una realtà complessa, guidata e supervisionata dal ‘grande fratello’ di turno.  A questo punto tutto può diventare ‘smart’ (dall’orologio all’automobile, dal cibo alla vacanza, dal bancomat alle competenze linguistiche. Siamo infatti letteralmente circondati da ammiccanti proposte che c’invitano a fare nostri :‘smart food’, ‘smart cards’, ‘smart offices’ e perfino ‘smart skills’. Tutte sembrano alludere ad un mondo perfetto, dove rapidità ed efficienza si coniugano ad efficacia ed affidabilità. Ci stanno ‘smartellando’ il cervello anche sul piano urbanistico e perfino ambientale, vagheggiando città ideali, con tutti i vantaggi della tecnologia moderna ma senza nessuno dei pestiferi affetti collaterali che essa troppo spesso porta con sé.

Un nuovo topos retorico di questo ambientalismo 4.0 – che condivide ovviamente tale visione incentrata sull’innovazione tecnologica e sulla digitalizzazione spinta – è costituito infatti dalle cosiddette ‘smart cities’, pianificazioni urbane avveniristiche prospettate come ‘la’ soluzione all’invivibilità della nostre città moderne. Pochi però si ricordano che la parola inglese ‘digit’ non ha niente a che fare con le dita che percorrono sempre più velocemente e lievemente gli schermi ‘touch’ o le ‘smart keyboards’ dei nostri amati ‘smarphones’ , ‘tablets’  e ‘pcs’. In inglese, infatti, ‘digit’ vuol dire semplicemente ‘cifra’, per cui una civiltà digitale è, inevitabilmente, fondata sui numeri, sui valori misurabili, sulle quantità. Se andiamo a cercare su Wikipedia il significato di ‘smart city’ troviamo questa descrizione:

<< La città intelligente (dall’inglese smart city) in urbanistica e architettura è un insieme di strategie di pianificazione urbanistica tese all’ottimizzazione e all’innovazione dei servizi pubblici, così da mettere in relazione le infrastrutture materiali delle città «con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi le abita» grazie all’impiego diffuso delle nuove tecnologie della comunicazione, della mobilità, dell’ambiente e dell’efficienza energetica, al fine di migliorare la qualità della vita e soddisfare le esigenze di cittadini, imprese e istituzioni.  […] Il concetto di città intelligente è stato introdotto in questo contesto come un dispositivo strategico per contenere i moderni fattori di produzione urbana in un quadro comune e per sottolineare la crescente importanza delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), del capitale sociale e ambientale nel definire il profilo di competitività delle città, muovendosi verso la sostenibilità e verso misure ecologiche sia di controllo sia di risparmio energetico, ottimizzando le soluzioni per la mobilità e la sicurezza. Il significato dei due assetti (del capitale sociale e di quello ambientale) evidenzia la necessità di un lungo cammino da compiere per distinguere le città intelligenti o smart da quelle con maggior carico tecnologico, tracciando una linea netta tra di loro, ciò che va sotto il nome rispettivamente di città intelligenti e di città digitali.>>

smart-cityA parte il linguaggio usato – palesemente aziendalista e improntato ad una visione economicista della realtà, coi i suoi immancabili stereotipi come: ‘capitale’ umano, sociale e ambientale, ‘efficienza’, ‘ottimizzazione’ e ‘competitività’ – ciò che mi colpisce è che l’aspetto che dovrebbe richiamare invece una scelta ecologista si risolve nel banale rinvio al miglioramento della ‘qualità della vita’ e all’ambiguo concetto di ‘sostenibilità’. Ma, come osservavo in un precedente articolo:

<<…un modello di economia fondato unicamente sulla logica del profitto e del tutto incurante del rispetto degli equilibri biologici e di quelli sociali non potrà mai diventare ‘sostenibile’, almeno nel senso originario del termine. Se parliamo della definizione sintetica riportata all’inizio, infatti, non si comprende come un sistema fondato sulla massimizzazione del profitto possa conciliarsi con l’esigenza di garantire lavoro e cibo alla popolazione mondiale, benessere e giustizia ai singoli ed alle comunità locali, e riproducibilità alle risorse naturali.>> [vii]

Sto esagerando? Beh, proviamo a leggere un’altra definizione di ‘smart city’, che mi sembra abbastanza ufficiale, visto che è comparsa sul sito web dell’ENEA:

<<Una città è smart (Nijkamp) quando gli investimenti in capitale umano e sociale, le infrastrutture di comunicazione tradizionali (trasporti) e moderne (ICT), alimentano una crescita economica sostenibile e una elevata qualità di vita, con una sapiente gestione delle risorse naturali, ricorrendo ad una governante partecipativa. C’è quasi sempre un forte ricorso all’utilizzo delle tecnologie informatiche, di monitoraggio e controllo nella vita quotidiana, che comprende la connettività in rete, i sistemi di trasporto più moderni, le infrastrutture e la logistica e l’energia rinnovabile ed efficiente. Ad una Smart City si richiedono buone pratiche di partecipazione, elevati livelli di sicurezza, bassa incidenza della criminalità, un patrimonio culturale ben custodito. Una Smart City, se non è già una città sostenibile, per lo meno è una comunità sociale in evoluzione, mobilitata per crescere e per durare, ed anche per competere in fatto di economia, benessere ed inclusione sociale.>> [viii]

Anche in questo caso il linguaggio mostra una forte impronta tecnocratica ed economicista, ed evoca un modello di ‘crescita’ che, se accompagnata dall’aggettivo ‘sostenibile’, finisce solo col produrre uno stridente ossimoro. L’utilizzo di aggettivi con valenza positiva (sapiente, elevato, moderno, efficiente etc.) non riesce infatti a nobilitare sostantivi che rinviano ad un efficientismo produttivo, come: investimenti, crescita, governance o monitoraggio-controllo. Come osserva argutamente Roberto Mancini:

<<Uno dei risultati più paradossali di questo training è che, mentre l’economia diventa sempre più decisiva per la vita di tutti, della sua realtà effettiva si sa ben poco e si comprende ancor meno. Si diffonde così un’incapacità a sentire, a capire, a giudicare quello che accade. Nella sua dignosi della degenerazione degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer parlava di Dummheit, cioè di ‘stupidità’, precisando che ‘si tratta essenzialmente di un difetto che interessa non l’intelletto, ma l’umanità della persona’. >> [ix]

Ecco: se non vogliamo cadere nella trappola di questa stupidità programmata, che utilizza slogan e luoghi comuni per convincerci che viviamo “nel migliore dei mondi possibili”  (l’assioma illuminista sul quale Voltaire ironizzava nel suo ‘Candido’), occorre stare molto attenti alle parole da cui siamo quotidianamente bombardati. Se la radice etimologica dell’aggettivo ‘smart’ ci riporta più al dolore ed all’aggressività che all’intelligenza ed alla saggezza, sarebbe meglio evitare di cadere in questa trappola mediatica. Si tratti dell’esaltazione acritica della ‘smart city’ o semplicemente della pubblicità degli ‘Smarties’.

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

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[i]  Cfr. http://www.my-personaltrainer.it/additivi-alimentari/E133-blu-brillante.html

[ii]  Cfr. http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=smart

[iii]  Cfr. http://dizionari.corriere.it/dizionario_inglese/Inglese/S/smart.shtml

[iv]  Cfr. http://www.etymonline.com/index.php?term=smart

[v]   Cfr. http://www.etymonline.com/index.php?term=sharp

[vi]  N. Machiavelli, Il Principe e Discorsi, Feltrinelli, Milano, 1960 (cap. XVIII – pagg. 73-74

[vii]  E. Ferraro, L’insostenibile leggerezza della sostenibilità > https://ermetespeacebook.com/2015/05/03/linsostenibile-leggerezza-della-sostenibilita/ .V. anche lo scritto di Antonio D’Acunto, “L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile”, in: Alla ricerca di un nuovo umanesimo, Napoli, La Città del Sole, 2015 (pp.240-270)

[viii]  Toni Federico, Innovazione e sostenibilità  > http://www.enea.it/it/pubblicazioni/EAI/anno-2013/n-5-settembre-ottobre-2013/smart-city-innovazione-e-sostenibilita

[ix]   Roberto Mancini, Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli, 2014 (p.10).

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QUEI FAVOLOSI…ANNI SESSANTA

Quando si arriva a spegnere 60 candeline è difficile non fermarsi un attimo a riflettere sulla dozzina di lustri che ci è lasciati alle spalle. Anche a me è toccato nei giorni scorsi di raggiungere questa importante tappa ed i tanti parenti ed amici che mi hanno affettuosamente inviato i loro auguri mi hanno ulteriormente indotto a farne un breve bilancio. Per natura, a dire il vero, non mi sento molto portato ad indulgere ai ricordi e tanto meno alle nostalgie, per cui la mia vita è saldamente ancorata al presente. Ciò non implica, però, una rinuncia a dare una sbirciata alla strada percorsa e ad utilizzare il passato come indispensabile feedback, così da verificare se e quanto ci sia bisogno di modificare la rotta della propria navigazione.

Nel mio post precedente, non a caso, mi ero soffermato sul periodo quaresimale come occasione per pentirsi e per convertirsi, invertendo radicalmente la direzione se ci accorgiamo che stiamo andando a ruota libera e che abbiamo sbagliato strada. Personalmente – pur dovendo constatare che non sono certo mancati errori ed omissioni in questi 60 anni – mi ritrovo soddisfatto di una vita che, citando Neruda, “confesso che ho vissuto” abbastanza serenamente, senza problemi seri e raggiungendo buona parte degli obiettivi che mi ero prefisso. So che questo può apparire frutto di poca modestia e di carente senso autocritico. Eppure, in una realtà in cui pare che tutti si lamentino, rimpiangano occasioni perdute e si dispiacciano per i loro errori di valutazione, non credo che costituisca peccato dichiararsi sostanzialmente soddisfatti della propria esistenza, sempre che non ce se ne attribuisca impropriamente il merito e si sappia ringraziare Chi ci ha offerto occasioni, opportunità e sostegno per renderla non solo degna d’essere vissuta, ma anche di qualche utilità per le persone che abbiamo avuto la ventura d’incontrare sul nostro cammino.

Se guardo retrospettivamente ai miei 60 anni non posso certo trascurare i ‘favolosi anni ’60 ‘ rievocati nostalgicamente da tante trasmissioni televisive e, recentemente, evocati perfino nei temi svolti da alcuni miei alunni, per i quali peraltro si tratta di un’era paleozoica…. Data la mia cronica smemoratezza e la tenera età, infatti, ricordo ben poco degli otto anni che ho attraversato del decennio precedente. Ecco perché, incuriosito in particolare da quel 1952 che mi ha visto nascere, sono andato a consultarne la cronologia dei fatti principali sul web, scoprendo che è stato un anno politicamente assai turbolento (manifestazioni per una Trieste non ancora italiana, assassinio del direttore della Fiat, proposte di leggi più repressive sull’ordine pubblico ed approvazione della famigerata Legge Scelba, repressione di ogni manifestazione contro la visita dell’allora comandante della NATO, espulsione della corrispondente in Italia della “Pravda” sovietica, varo della c.d. “legge truffa” sul sistema maggioritario…). Nel 1952, poi, il mondo della cultura registrava la morte di Benedetto Croce ma anche l’ascesa di scrittori come Gadda, Comisso, Caproni, Pavese, Pratolini, Cassola e Fenoglio e si affermavano anche due scrittrici come Anna Banti e Natalia Ginsburg. Nasceva in quell’anno la Rizzoli cinematografica e nei cinema riscuotevano grandi successi i film di Fellini, Steno, De Sica e Monicelli, In campo sportivo, infine, spiccavano i successi ciclistici di Coppi e quelli calcistici della Juventus, mentre la canzone italiana era segnata dalla vittoria a Sanremo di “Vola colomba” cantata da Nilla Pizzi, che non a caso svolazzava sul campanile della cattedrale triestina di S. Giusto…

Dopo 60 anni, anche se pochi ormai ricordano la questione di ‘Trieste italiana’ ed il pesante clima da guerra fredda con l’Unione Sovietica, la politica internazionale ci vede comunque ancora saldamente schierati con gli Stati Uniti e subalterni ad una NATO che, nel frattempo, da 20 anni non ha più antagonisti cui opporsi istituzionalmente. Quanto alla politica interna, è di fatto prigioniera della nuova ed assurda legge truffa elettorale (il c.d. “Porcellum”) né è scomparsa la visione poliziesca e militarizzata dell’ordine pubblico, che porta oggi a presidiare in tenuta di guerra non solo piazze e palazzi del potere, ma perfino discariche ed inceneritori. Il mondo della cultura italiana – si tratti di letteratura, teatro o cinema – non appare proprio in ottima salute (i romanzi più venduti del 2011, con tutto il rispetto, sono quelli di Camilleri, Faletti e Fabio Volo ed il film italiano più gettonato dai critici è “Habemus Papam” di Moretti…) ma anche quello dello sport è diventato ormai un gigantesco, drogato e tentacolare business, in cui la quantità degli eventi e la loro risonanza copre troppo spesso la non eccezionale qualità delle prestazioni.

Il fatto è che ogni paragone e parallelo, dopo sei decenni, se evidenzia le ovvie e notevoli differenze nel modo di vivere quotidiano e nella mentalità comune, finisce anche per farci scorgere ferite ancora aperte, questioni irrisolte ed annosi conflitti sociali che parevano sopiti, ma sono stati risvegliati da una pesante ed iniqua crisi economica.

Anche i ‘favolosi anni Sessanta’, del resto, appaiono tali solo in un ricordo sbiadito e nostalgico. Se, ad esempio, si cercano sul web i fatti salienti del 1962 – l’anno in cui io terminavo la scuola elementare… – emergono infatti notizie positive (gratuità dei libri scolastici per il primo e secondo ciclo, lancio del primo satellite per telecomunicazioni Europa-USA, apertura del Concilio Vaticano II, istituzione di una commissione d’inchiesta sulla mafia, grandi successi cinematografici dei film di Visconti, Antonioni e Pasolini…) ma anche preoccupanti segnali sul fronte interno ed internazionale (sale la tensione fra operai metalmeccanici e la Fiat, precipita l’aereo che trasportava il manager Eni Enrico Mattei, sanguinosi scontri di piazza sulla crisi a Cuba, Dario Fo e Franca Rame devono lasciare ‘Canzonissima’, in seguito alle censure della Rai…). Oggi, dopo mezzo secolo, a dire il vero non è che la situazione sia più brillante. Si tagliano i fondi per l’istruzione pubblica; si rinnega l’intuizione che costò la vita a Falcone e Borsellino, cassando il reato di favoreggiamento esterno della mafia; in piazza, a protestare contro i continui interventi militari ‘alleati’, si sono sempre meno persone e, per scandalizzare qualcuno in televisione, c’è bisogno che il profeta Celentano attacchi il Vaticano fra una canzonetta e l’altra di un festival di Sanremo che non vede vincitori Modugno e Villa, ma Emma Arisa e Noemi…

Ma state tranquilli, non ho nessuna intenzione di passare in rassegna anche i decenni successivi né di rievocare i miei anni ’70, ’80 e ’90. Mi è bastato affacciarmi un po’ alle vicende del nostro recente passato per rendermi conto che la vita di ciascuno di noi è stata sicuramente condizionata dagli avvenimenti e dal pensiero di un certo periodo, ma dipende soprattutto dalle scelte che facciamo, giorno dopo giorno, sempre che cerchiamo di non perdere la bussola e di non lasciarci disorientare da mode e modi correnti.

Ecco perché, citando ancora “Confesso che ho vissuto” di Neruda, concludo che se è vero che: “…lo scrittore giovane non può scrivere senza questo sussulto di solitudine, anche se fittizio, così come lo scrittore maturo non farà nulla senza il sapore di umana compagnia, di società…” riconosco che anche per me gli anni giovanili sono stati spesso anni di solitudine. Da essi, però, è maturata la ricerca di socialità e di “umana compagnia” che sta alla base del mio impegno, educativo sociale e politico, degli anni successivi. Quell’impegno a farsi carico di tutto e di tutti che don Milani sintetizzava nel suo “I care” e che continua a farmi da guida in anni in cui la dimensione sociale e collettiva rischia di essere sommersa da quella individualistica ed utilitaristica.

Auguri, quindi, a tutti quelli che credono ancora nell’ottimismo della volontà, l’unica cosa che può rendere davvero favolosi i nostri anni, presenti e futuri.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

CAMPANIA ELETTORALE…

 
Devo ammetterlo: ho le idee un po’ confuse. Sarà colpa dell’incipiente allergia primaverile (ho scoperto per caso che il 21 marzo ricorre, la “giornata dell’allergia”, in preoccupante concomitanza con quella “per la sindrome di Down”…) oppure dipende da qualche altra forma di senilità precoce, ma sta di fatto che quello che leggo sui giornali e sento per televisione mi lascia sempre più perplesso…
Nel nostro strano Paese ormai sta accadendo di tutto. Stiamo da anni in guerra con alcuni stati senza che il Parlamento lo abbia mai dichiarato ufficialmente, e nel mentre continuiamo allegramente ad esportare armi agli uni e agli altri. Hanno rilanciato la corsa al nucleare, mettendosi sotto i piedi il referendum che ce ne faceva uscire e scavalcando pesantemente le competenze regionali. Stiamo assistendo ad una preoccupante “verticalizzazione” della democrazia politica, che ha trasformato l’Italia in un Paese di Prefetti, Commissari Straordinari e “governatori” d’inesistenti ‘stati uniti’, accarezzando ipotesi presidenzialiste e federaliste in barba ad una Costituzione che definisce la nostra repubblica come unitaria e parlamentare. Abbiamo sotto gli occhi un diffuso e trasversale sistema politico-affaristico, che fa impallidire quello della c.d. “prima repubblica” e che colpisce per la sua rozzezza becera e per l’arroganza da impuniti dei protagonisti.
Peraltro, l’unico effetto evidente della “semplificazione” del dibattito politico apportata dal sistema maggioritario e teoricamente bipartitico è stata la proliferazioni di liste personali ed opportunistiche e la progressiva perdita, da parte degli elettori, di ogni reale possibilità di determinare le scelte.
Non parliamo poi dell’economia e della cocciuta e suicida rincorsa ad un modello di sviluppo che mostra sempre più il suo limite, che poi è proprio quello di non volersi dare dei limiti, sia ecologici, sia di giustizia sociale, sia più generalmente etici.
Di fronte a questo sfascio politico-istituzionale, economico e ambientale, però, non si riesce ad avvertire una risposta chiara, realmente alternativa e collettiva, da parte di chi attacca a parole queste ed altre scelte scellerate, ma non riesce a proporre qualcosa di davvero diverso, che sia credibile e, al tempo stesso, capace di coinvolgere cittadini sempre più sfiduciati e rinunciatari. 
Queste elezioni regionali mi sembrano la prova della disaffezione e delusione di un elettorato cui sono stati tolti tutti i punti di riferimento ideologici tradizionali, cercando di coprire il vuoto d’idee forti e condivise con personalismi individualistici e con un banale lobbismo elettorale.
Probabilmente non sono soltanto io a sentirmi confuso e perplesso, visto che in giro si respira un’aria di scetticismo e di qualunquismo, maldestramente esorcizzata da un attivismo propagandistico e dal tentativo di virtualizzare sempre più il confronto politico, affidandolo a dichiarazioni ai giornali, spot televisivi, mega-manifesti ed appelli sui social network.
Come cittadino della“Campania infelix”, fra l’altro, mi si propone di scegliere fra un socialista rampante che guida la coalizione di centro-destra ed un ex-comunista “liberal” che guida la coalizione di centro-sinistra. Il primo richiama con chiarezza la sua “novità” all’adesione incondizionata alla cosiddetta “politica del fare” di Berlusconi, mentre il secondo lancia il suo motto “cambiare tutto”, piuttosto sconcertante direi, sia perché lascia trasparire una grinta rivoluzionaria che sinceramente mi sfugge, sia per il fatto che finora in Campania ha governato il centro-sinistra, guidato da un leader del suo stesso partito.
Ditemi voi, allora, se ho torto a sentimi confuso di fronte a questa strana…Campania elettorale !
L’alternativa?… Ecco, diciamo che sulla carta ci sarebbe, se non fosse che a sinistra del PD è continuata la frammentazione delle forze politiche una volta definite “sinistra radicale”. Si va dalla precaria coalizione dei partiti comunisti alla sciagurata divaricazione dei verdi (ambedue, peraltro, schierati col candidato del centro-sinistra…), fino a giungere ai “grillini” della lista cinque stelle ed ai grilliparlanti del dipietrismo di lotta e di governo.
Non c’è che dire: il quadro politico che ne emerge è decisamente sconfortante e, soprattutto, poco capace di trascinare la gente in una competizione elettorale senza storia e senza geografia, che ha visto ritornare dal nulla volti e nomi di altri tempi. Volti spesso decisamente preoccupanti e nomi evocanti la vecchia cucina democristiana e socialista, ripresentata però in maniera ancor meno leggibile e sempre più ambigua…
Sì, oggi è la giornata contro le allergie, ma questo non basta a rendermi meno allergico a questa parodia di campagna elettorale. Da sempre i politici hanno cercato di darcela a bere, ma adesso – ora che hanno privatizzato perfino l’acqua – questo rischia di costarci anche di più…!
E’ vero: sono maledettamente confuso. E non perché io non riesca a scegliere fra i vari messaggi politici, ma proprio perché – nella generale preoccupazione dei candidati di strizzare l’occhio a tutti – non si riesce più a trovarne uno chiaro, di messaggio.
Temo, allora, che in stato confusionale si trovi ormai la politica, non gli elettori. Ma questo non si può dire, altrimenti si passa per qualunquisti e disfattisti. E allora continuiamo a far finta di appassionarci agli acuti e polemici scambi verbali tra i vari leader, alle promesse di “novità” provenienti da vecchie volpi di partito, alle contrapposizioni nette fra le coalizioni maggiori, destinate a liquefarsi dopo le prime sedute del prossimo consiglio regionale.
Anch’io farò finta di ascoltare il richiamo dei comizi e degli appelli, cercando di sentirli come se fossero rivolti direttamente a me. E questo perché, ricordando la celebre frase di Hemingway, mi viene da pensare: "E allora, non chiedere per chi suona la Campania. Essa suona per te".
 
© 2010 Ermete Ferraro
 

CONVERDIAMOCI !

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DI ERMETE FERRARO

CONVERDIAMOCI !

The 10 Key Values of the U.S. GREENS
The Charter of European Greens Charter(Geneva 2006)
The Charter of Global Greens(Canberra 2001)
Saggezza ecologica
 
Saggezza ecologica
Giustizia sociale
Giustizia sociale
Giustizia sociale
Democrazia dal basso
Libertà attraverso l’Autodeterminazione
Democrazia partecipativa
Nonviolenza
Nonviolenza
Nonviolenza
Decentramento
 
 
Economia Comunitaria
 
 
Femminismo
Eguaglianza di genere
 
Rispetto della Diversità
Diversità
Rispetto della Diversità
Responsabilità personale e globale
Responsabilità Ambientale
 
Sostenibilità verso il Futuro
Sviluppo sostenibile
Sostenibilità
 
 
 
 
# 1 – Alle radici dell’essere "verdi"
Ho elaborato questa semplice tabella per raggruppare e sistemare sinotticamente i principi ispiratori delle tre federazioni internazionali dei movimenti e partiti Verdi: a livello americano, europeo e globale. Certe volte, infatti, è necessario ricorrere a strumenti semplici e non equivoci come questo, quando ci si trova ad assistere ad un dibattito, spinoso quanto scorretto, come quello che riguarda l’identità dei Verdi italiani, e quindi potenzialità e prospettive di una visione ecologista che è stata sempre caratterizzata da un pensiero globale incarnato in un’azione locale.
Il guaio è che la Federazione dei Verdi sembra ormai paralizzata da una profonda crisi d’identità e i vari “personaggi” che dovrebbero rappresentarla vagano sulla scena come se fossero ancora “in cerca di autore”. Però, a dire il vero, più che ad un dramma pirandelliano sembra purtroppo di assistere ad una farsa o ad una vecchia pochade, piena di equivoci e di gente che entra ed esce dalla scena senza incontrarsi, facendosi ridere il pubblico alle spalle.
Nemmeno i più pessimisti avrebbero immaginato che potesse cadere talmente in basso quella che per molti, me compreso, era stata la grande “speranza verde” in una politica ecologica, capace al tempo stesso di realizzare l’ecologia della politica. Eppure quella speranza è stata fin dall’inizio tradita e strumentalizzata da chi avrebbe dovuto rappresentarla sul già triste, talvolta osceno, palcoscenico della politica italiana, trasformando il sogno di un’alternativa ecologista, sociale e pacifista nell’incubo di un partitino rissoso e minoritario. L’ennesimo soggetto politico privo di democrazia interna e di radicamento sul territorio, preoccupato di soffocare ogni segnale di coerenza e di ricerca dell’alternativa pur di non compromettere seggi e strapuntini elettorali e di non disturbare i “manovratori” di troppe equivoche giunte locali e regionali. Poi c’è stata la stagione degli apparentamenti e delle coalizioni, tutti rigorosamente decisi al vertice e altrettanto decisamente sconfitti dal responso delle urne. L’ unico risultato conseguito, pertanto, è stato quello di perdere non solo le elezioni, ma la stessa identità ed identità della proposta Verde, scoloritasi al punto tale da diventare oggettivamente indecifrabile e da non riuscire a giustificare l’esistenza stessa di un soggetto verde sulla scena politica nazionale.
 
# 2 – Affondare o rifondare i Verdi?
L’ultima Assemblea dei Verdi italiani ha riservato agli stanchi e disincantati spettatori della politica nostrana un ulteriore “coup de scène”, capovolgendo gli equilibri interni e spostando il consenso – sia pure in modo risicato e piuttosto sospetto – dalla linea francescatiana della confluenza totale in “Sinistra e Libertà” alla bonelliana “riscossa ecologista”, fondata sul lancio di una “costituente verde”.
Chi aveva conservato un “cuore verde” – pur se messo a dura prova da decenni d’insopportabili tradimenti ed incoerenze – aveva cominciato ad esultare, ma l’incantesimo è durato poco e ci è subito accorti che stava approssimandosi un’altra delusione. Bastava infatti ascoltare o leggere le prime dichiarazioni del nuovo presidente dei Verdi per farsi un’idea di cosa si sta prospettando.
L’obiettivo, secondo Angelo Bonelli, sarebbe quello di "creare una formazione ecologista post-ideologica. La questione della centralità ambientale, della tutela della salute, anche la realizzazione di nuovi posti di lavoro, riguarda tutte le famiglie italiane. Vogliamo rompere i confini ideologici e creare una forza ecologista che sia trasversale e parli a tutti.[…] Se in Italia i Verdi non hanno raggiunto i livelli degli altri paesi, come la Francia è perché qui abbiamo parlato solo con una parte ideologizzata della società…”. [AGI 12 OTT 09].  Gli ha fatto eco Marco Boato, dichiarando che: “…siamo di fronte al rischio reale di una loro (dei Verdi) scomparsa, di un loro suicidio programmato, dopo troppi anni in cui si sono fatti ricomprendere nell’ambito della estrema sinistra, della “sinistra radicale”, accomunati sistematicamente per anni nei mass media alle formazioni comuniste e neo-comuniste. […] I Verdi sono nati proprio sulle ceneri delle ideologie totalizzanti degli anni 70 […] mettendo in discussione le identità ideologiche di origine ottocentesca e del Novecento […] all’insegna della trasversalità in rapporto all’intera società civile e …del rapporto con la politica e le istituzioni a partire non da una collocazione precostituita, ma dalla capacità di dare priorità alla questione ecologica, centralità alla questione ambientale…”  [http://www.terranews.it/news/2009/10/siamo-al-bivio-scomparsa-o-rilancio-ecologista].
A questo punto, chi come me dalla metà degli anni ’80 ha contribuito a far nascere e diffondere localmente quel soggetto politico verde, pur essendosene allontanato da oltre un decennio, non può fare a meno di chiedersi di cosa diavolo stiamo parlando e, soprattutto, se parliamo per capirci o per confonderci ancor di più le idee… Un ottimo sistema per mistificare la realtà è presentare mezze verità, mescolando cose vere e false, per conferire ai discorsi una discutibile linearità logica. E’ senza dubbio legittimo rivendicare la proposta Verde come qualcosa di profondamente originale e, per certi versi, alternativo alla sclerotizzazione delle vecchie ideologie del secolo scorso. Altro è blaterare di “formazione post-ideologica” e di assurda “trasversalità politica”, usando la “centralità della questione ecologica” come comodo passepartout per aprire tutte le porte senza però compromettersi con nessuno.
Eppure basterebbe dare un’occhiata alla tabella che ho presentato in apertura per rendersi conto che l’identità dei Verdi – a livello globale – è all’opposto di questa visione riduzionista ed opportunista dell’ecologismo. Ne deriva che affermare pragmaticamente che, in nome dell’ecologia, si possa dialogare con qualsiasi interlocutore sia da considerarsi frutto d’ignoranzao di malafede. Lo stesso concetto scientifico di “ecologia”, infatti, è caratterizzato dall’interdipendenza fra vari fattori, per cui un “ecologismo debole” – attento solo a strizzare l’occhio alla green economy e ad altre versioni soft e trendy dell’ambientalismo –  mi pare una soluzione equivoca e di fatto contraddittoria. Esorcizzare tout court il concetto stesso di “ideologia” come inutile fardello intellettuale o moralistico – come si è fatto in questi ultimi decenni – ha trasformato la politica in un’insopportabile e indigeribile miscuglio di banalità ed ambiguità, privando le persone di ogni prospettiva globale, collettiva e futura. Esorcizzare le ideologie, quindi, ha spianato pericolosamente ogni identità e diversità, impoverendo il confronto politico nel mentre ne personalizzava pericolosamente le scelte.
# 3 – La globalità dell’alternativa ecologista
 
Se è vero – come recita la definizione del Dizionario Italiano Ragionato (DIR) – che il termine “ideologia” indica “…il complesso sistematico di idee e principi che costituiscono il fondamento teorico di una dottrina, di un movimento culturale e politico, con un carattere normativo per quelli che vi aderiscono” , mi sembra evidente che quella Verde ne è un ottimo esempio. I suoi “valori chiave”, infatti, non sono un elenco di principi astratti e slegati tra loro, ma ipotizzano un modello di società profondamente diverso rispetto a quello cui ci siamo purtroppo assuefatti, proprio grazie alla scomparsa di ogni prospettiva realmente “alternativa”. Dare “priorità” e “centralità” alla questione ecologica, infatti, non significa estrapolarla da un contesto globale per andare a vendere il proprio “prodotto” su qualunque mercato. Vuol dire, al contrario, fare delle problematiche ambientali il cuore di una proposta complessiva, sistematica, che dia una risposta diversa alle ingiustizie, ai conflitti armati, allo sfruttamento delle risorse naturali e a quello degli esseri umani. L’alternativa dei Verdi – se le comuni dichiarazioni programmatiche hanno ancora un senso – risiede nel proporre una visione globale, in cui la tutela e promozione dell’ambiente è sì centrale e fondamentale, ma proprio perché essere ecologisti significa essere promotori di giustizia sociale, di democrazia partecipativa, di nonviolenza attiva e di uguaglianza di genere. Tutelare il valore della diversità, perseguire uno sviluppo la cui sostenibilità sia fondata sulla responsabilità dell’uomo verso le generazioni future e verso la stessa natura di cui facciamo parte, allora, non può diventare una scusa per occuparsi solo di mutamenti climatici, parchi naturali ed energie alternative, chiudendo gli occhi di fronte a ingiustizie e violenze. E questo per la semplice ragione che alla radice dello sfruttamento ambientale ci sono le stesse motivazioni, scelte e atteggiamenti su cui si fonda quello dell’uomo sull’uomo e/o di un genere sull’altro.
Tre decenni di esperienza personale come attivista per la pace, operatore sociale e militante ecologista mi hanno insegnato quello che già confusamente intuivo da sempre: non ci può essere né pace né giustizia in un mondo in cui si calpesta l’ambiente in cui si vive. Il fatto di essere anche un cristiano mi conferma in questa prospettiva, in cui la nonviolenza e la ricerca di rapporti più giusti si fonde necessariamente con la salvaguardia dell’integrità del creato. Una prospettiva in cui, viceversa, sarebbe da iprocriti preoccuparsi della sopravvivenza di specie animali e vegetali senza impegnarsi per la dignità di ogni persona umana e per l’abolizione della violenza come soluzione unica dei conflitti. Ebbene, se essere Verde significa abbracciare in un unico impegno il perseguimento di tutti i 10 principi ricordati nei documenti istitutivi richiamati sopra – ivi compreso quello per una democrazia decentrata, partecipativa e ‘dal basso’ – io continuo ad esserlo fino in fondo. Dobbiamo piuttosto interrogarci su quanto lo siano quelli che di questo aggettivo credono di possedere il copyright, e con esso il diritto di cucirsi addosso un ecologismo a loro immagine e somiglianza, con la preoccupazione di salvaguardare se stessi ed il proprio futuro in un quadro politico generale sempre più deprimente.
                                                                                (c) 2009 Ermete Ferraro

RESISTENZA NONVIOLENTA CONTRO LA NUOVA BARBARIE

NONAZIIn questi giorni Napoli ricorda la gloriosa pagina della sua storia (le “Quattro Giornate”) come il caso clamoroso di una città disperata e lacerata dalla guerra e dall’occupazione militare che, già nel 1943, seppe liberarsi – da sola e definitivamente – dal feroce giogo nazi-fascista.
Sotto i ponti sono passati ormai decenni di subdolo revisionismo storico, di smarrimento progressivo dell’identità antifascista e di cancellazione della memoria stessa della resistenza popolare alla barbarie nazista. Basta guardarsi intorno e gettare un’occhiata ai giornali per verificare, d’altra parte, che Napoli è ancora caratterizzata dal degrado – non solo urbanistico-ambientale ma anche sociale e culturale – e dallo spegnersi della coscienza civile e comunitaria, a causa di troppi anni di malgoverno bipartisan e conseguente rigurgiti di qualunquismo e populismo.
Se poi s’inquadra la situazione napoletana nel contesto di un’irrisolta – ora addirittura negata – “questione meridionale” e di un’allarmante deriva neoconservatrice, c’è davvero poco da stare allegri, soprattutto se non riesce finora a profilarsi nessuna credibile alternativa. Ma al male non c’è mai un limite preciso, e non è detto che al termine di una discesa ci sia il piano e non un’altra penosa discesa…
Per restare alla cronaca politica di Napoli, ad esempio, di nuovo c’è che a Materdei – una delle basi della resistenza popolare delle Quattro Giornate e quartiere in cui dal dopoguerra ad oggi opera e “resiste” anche la “Casa dello Scugnizzo” di Mario Borrelli – ha dovuto recentemente subire l’onta dell’occupazione di un vecchio convento da parte dell’organizzazione neofascista “CasaPound Italia”, che da quella fatiscente roccaforte ha ritenuto di lanciare vetuste parole d’ordine e messaggi demagogici, facendo leva però su questioni tragicamente gravi ed irrisolte come quella della casa.
Ecco allora che in questi stessi giorni – in occasione dell’anniversario delle Q.G. di Napoli – sono scesi in piazza migliaia di cittadini, associazioni e movimenti per protestare contro questa presenza inquietante e provocatoria in un quartiere tradizionalmente antifascista. Sono sfilati cortei, sono a caso utilizza il linguaggio dei movimenti antagonisti (centro occupato, autogestione dei servizi etc.) per sventolare su un quartiere disastrato e dimenticato vecchie bandiere e finte intransigenze.
Il guaio è che se c’è chi vorrebbe fare “ ‘o gàllo ‘ncopp’’a munnézza “ è perché – dopo decenni di chiacchiere, promesse e rutilanti progetti di risanamento e recupero ambientale e sociale – di “munnezza” (in senso proprio e in quello traslato…) nei quartieri popolari ce n’è ancora troppa.
Certo, che a troneggiare sui rifiuti sia ora un gallo nero è senza dubbio cosa grave ed evidente segno che “mala tempora currunt”.  Credo però che non possiamo fare a meno d’interrogarci su che fine hanno fatto, nel frattempo, sia quelli che blateravano del Nuovo Rinascimento di Napoli, sia quegli altri che andavano sbandierando alternative più o meno radicali.
Il diritto alla casa ed al lavoro non sono rivendicazioni rivoluzionarie, ma semplici presupposti del vivere civile ed ovvi antidoti ad una endemica mentalità clientelare e malavitosa. Quando Mario Borrelli, negli anni ’50 e ’60, portò avanti testardamente – e costantemente isolato – le sue lotte con la gente e per la gente, perché si assicurassero un’educazione decente ai ragazzi di strada e case vivibili ai baraccati – non aveva in mente nessuna rivoluzione epocale, ma un elementare principio di sviluppo civile della comunità e di rispetto dei basilari diritti umani.
Eppure, più di quarant’anni dopo, c’è ancora qualcuno che pensa di poter cavalcare la tigre di disagio incancrenito della popolazione dei quartieri popolari, costantemente tradita dalla peggiore politica e cinicamente strumentalizzata, per affermare con toni populisti improbabili avanguardie.
Certo, fanno bene i cittadini e le realtà collettive di Materdei a scandalizzarsi per una presenza neofascista strumentale e provocatoria, ma è meglio mettersi in testa che il tempo degli slogans è passato e che alle farneticazioni neonaziste non si può più rispondere con vecchie e consunte parole d’ordine di segno opposto, pretendendo, ancora una volta, di parlare in nome della “gente”.
La verità è che “la gente” non sa che diavolo farsene delle chiacchiere, se poi i fatti le smentiscono puntualmente, tradendo la sua fiducia e confermando tragicamente l’atavico qualunquismo del “fanno schifo tutti quanti” !
E’ certamente legittimo indignarsi se – a 65 anni dal crollo del fascismo – c’è ancora chi crede di poter lanciare da un convento occupato proclami in stile “repubblica sociale”, rimasticando un anticapitalismo autarchico mescolato con un mai sopito razzismo e nazionalismo di fondo, adoperando toni tra la dissacrazione futurista e la vecchia retorica da figli della lupa. Ma lasciatemi dire anche che il vero problema non è – se ancora qualcuno non se n’è accorto – il manipolo di audaci avanguardisti che realizzano “occupazioni non conformi” di stabili che il Comune si è scordato da decenni e cui nessuno si è degnato finora di trovare destinazioni “sociali”.
Il problema reale credo che sia, invece, quello di una ritornante ed incalzante barbarie – come giustamente la chiama lo storico della nonviolenza Giuliano Pontara. Essa è figlia di quella nazifascista e contro di essa l’unica cosa da fare (più che urlare o scrivere sui manifesti…) è organizzare una resistenza vera, popolare civile e nonviolenta, proprio come quella delle Quattro Giornate di cui festeggiamo l’ennesimo, ma ormai vuotamente retorico, anniversario.
La “nuova barbarie nazista”, cui il citato ricercatore per la pace contrappone la necessaria riscossa dell’antibarbarie – è sinteticamente riassumibile in 8 punti:
  1. la lotta per la supremazia mondiale
  2. il diritto assoluto del più forte
  3. lo svincolamento della politica da qualsiasi limite morale
  4. l’elitismo
  5. il disprezzo per i deboli
  6. la glorificazione della violenza
  7. il culto dell’obbedienza assoluta
  8. il dogmatismo fanatico.
Ebbene, basta rileggere questo elenco con un po’ di attenzione per accorgersi che di specificamente e storicamente classificabile come “nazista” resta ben poco (l’elitismo, l’obbedienza cieca, il dogmatismo…), mentre è evidente che il “pensiero unico” impostoci dal modello americano, nella versione globalizzata dal “Grande Fratello” mediatico, si ritrova tutto negli altri cinque punti… Insomma, dopo oltre mezzo secolo dalla nostra “liberazione” dal nazifascismo, quello che i cosiddetti “Alleati” ci hanno lasciato in eredità sono centinaia di basi militari ed i capisaldi di una civiltà contrabbandata come “democratica”, ma frutto di un’ideologia improntata all’imperialismo mondiale, al trionfo del forte “vincente” sul debole “perdente” ed all’esaltazione della guerra e della violenza come indispensabili strumenti per combattere e schiacciare il nemico di turno della c.d. “Libertà”, cui altri – sotto l’egida statunitense e NATO – vanno intitolando “case” e “partiti”…
E la Sinistra ? In Italia ed in Europa, più che interrogarsi leninianamente sul “Che fare?”, se è capace di sana autocritica, può ormai solo chiedersi: “Che cosa avremmo dovuto fare?”.
E il variopinto mondo dell’associazionismo, delle organizzazioni di volontariato, delle mille sigle che hanno banalizzato e “onlusizzato” il lavoro sociale di base a forza di progetti e di convenzioni e gare d’appalto, che diavolo di fine hanno fatto ? Lo stesso associazionismo cattolico-operaio, una volta saldamente radicato nei quartieri popolari napoletani, dove sarà mai finito?
In aree come quella di Materdei si tocca con mano il trasformismo dei vecchi notabili democristiani e social-opportunisti, riciclatisi in una mediocre classe dirigente locale – destrorsa e meridional-leghista – sulla quale si vanno non a caso a sovrapporre i neo-avanguardisti, che sono andati a scomodare il modernismo del povero Ezra Pound per darsi una verniciata alternativa e romantica.
Uno degli aforismi attribuiti a Pound, sul quale mi sento di concordare, è : “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui." E’ per questo che,per contrastare la neo-barbarie in cui viviamo, possiamo solo contrapporre la nostra ferma determinazione a lottare per le idee (di giustizia sociale, di etica della politica, di dissacrazione della violenza e di disobbedienza civile all’ingiustizia e alla guerra) nelle quali crediamo davvero.
 

CLAN-DESTINATI A GRANDI COSE…

pacchetto-sicurezzaSmFinalmente! Il “paccotto sicurezza” è stato approvato, con le sue indispensabili restrizioni verso immigrati, dissidenti, accattoni e chiunque minacci la nostra tranquillità di persone perbene, che vogliono restare “sicure” (da lat. Se + cura, cioè “senza preoccupazioni”).

Eggià, perché quale preoccupazione potrà più turbarci, ora che sarà fatta piazza pulita degli immigrati clandestini, dei “writers” e di altri sediziosi del genere?  Di cosa dovremo più darci pensiero ora che le nostre strade saranno presidiate – oltre che da polizia, carabinieri, guardie di finanza, agenti della municipale, vigilantes e militari in assetto di combattimento – anche dalle nuove “ronde” civiche e da agguerrite signore armate di spray al peperoncino?
Si sa, una “ronda non fa primavera”, però è innegabile che la qualità della nostra vita quotidiana subirà un netto miglioramento, senza tante fastidiose presenze tra i piedi, tra cui gli immancabili zingari che, oltre a mendicare ed a suonare strazianti melodie con la fisarmonica, vanno perfino a ficcarsi nel bel mezzo delle ordinarie sparatorie fra camorristi nostrani…
Oddìo, basta girare per il centro antico di Napoli per rendersi conto che ad ogni “puntone di vico” c’era già una regolare “ronda” autogestita delle “famiglie” dominanti su quel territorio, senz’altro più attiva ed efficiente di dozzine di postazioni di telecamere per la “videosorveglianza”, sorte come funghi nelle strade ma sulla cui funzionalità nessuno metterebbe la mano sul fuoco…
Però adesso che è stato approvato il “paccotto sicurezza” possiamo stare davvero tranquilli. Qualcuno ha mormorato che il governo Berlusconi l’ha dovuto fare perché aveva le mani “Legate”, ma sono solo stupide provocazioni di chi si ostina a proteggere clandestini e sediziosi, pur sapendo che questo minaccia la “homeland security”.  Pensate: c’è gente che addirittura vorrebbe liberamente manifestare contro centrali nucleari e discariche di rifiuti, contro basi militari ed inceneritori, come se esprimere il dissenso e fare resistenza civile fossero diritti!
Tié! Beccatevi questa manganellata o, a scelta, una spruzzata di peperoncino o un candelotto lacrimogeno… Basta col buonismo catto-comunista! Ci voleva un po’ di sano cattivismo “celodurista” contro tutti quelli che tramano di nascosto (lat. “clam”, da cui “clan-destinus”) contro chi pensa solo alla libertà del popolo e soprattutto al “popolo della libertà”.
E poi, che figura vorrebbero farci fare con i “Grandi della Terra” che si riuniranno proprio qui da noi, sotto l’egida del nostro Primo Premier? Figurarsi se, anche in questo caso, i soliti disfattisti catto-comunisti si sono lasciati sfuggire l’occasione per gridare allo scandalo, solo perché il governo ha stanziato 400 milioni di euro per lo svolgimento del G8, mentre per la lotta contro la fame e la miseria nel mondo ha sganciato soltanto 321,8 milioni…
Ma che razza di ragionamenti sono questi? Volete mettere un evento storico come il G8 all’Aquila (ex La Maddalena…) con la malnutrizione infantile o le condizioni di vita sub-umane di alcune regioni della Terra?   I “clan” degli otto leaders mondiali, coloro da cui dipendono i “destini” di tutti noi, mica potevamo ospitarli in un motel e sfamarli in un autogrill !  
E poi, che cosa c’entrano i 321 milioni di euro destinati alla lotta alla fame nel mondo con questi discorsi di ben altro livello? Dice: però per le spese militari l’Italia ha speso nel 2008 ben 40,6 miliardi di dollari, piazzandosi all’ottavo posto in classifica… Ebbé, non siamo forse nel G8 ? E allora non possiamo mica fare i pidocchiosi proprio con le spese per la “difesa”; anzi, siamo orgogliosi che la Finmeccanica si sia piazzata al 9° posto a livello mondiale per le vendite di armi, con transazioni commerciali per 9.850 milioni di dollari ed un profitto di 713 milioni di dollari!
La verità è che il disfattismo dei catto-comunisti vuole soltanto gettare fango sul governo e sostiene per questo chi mina alle basi la democrazia e la sicurezza nazionale: lavavetri rumeni, venditori senegalesi di CD, zingari suonatori ambulanti e graffitari impenitenti!
Ma noi, i veri Italiani, ce ne freghiamo di queste provocazioni e andiamo avanti senza esitazioni, perché, lo sappiamo bene, siamo clan-destinati a Grandi Cose !

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LA CASA DELLA SOLIDARIETA’

 
Conosco e stimo il prof. Amato Lamberti, docente a Sociologia della Federico II ed ex-presidente della Provincia di Napoli. Le nostre strade si sono più volte incrociate in questi ultimi vent’anni. Oltre a condividerne l’interesse ad approfondire il tessuto sociale che sta dietro i fenomeni criminali che caratterizzano la Campania, ho sempre apprezzato la sua capacità di coniugare l’impegno di docente e di ricercatore con la volontà d’incidere in prima persona sul terreno amministrativo e politico, in un movimento alternativo e propositivo come quello dei Verdi degli anni ’80.
Su Facebook – dove ci siamo incontrati di nuovo in tempi recenti – Lamberti ha lanciato ora un’iniziativa, utilizzando una delle pagine tematiche di quest’affollata community, per proporre una sorta di cantiere in cui provare a costruire insieme una “casa della solidarietà”.
L’intento è raccogliere intorno a questo denominatore comune (già nei termini contraltare alla berlusconiana “casa della libertà”) tutti coloro che “…ancora credono che ‘un altro mondo è possibile’ e che […] vorrebbero con le loro idee, le loro proposte, le loro iniziative, rendere migliore e più giusta la società, realizzando se stessi e i loro sogni, in tutti i campi. Coloro che si battono per l’energia pulita, per l’aria pulita, per l’acqua sana e nelle mani della gente, per fermare il consumo dissennato del territorio,per una industria responsabile, per uno sviluppo sostenibile.”
Ovviamente ho subito aderito a questo nuovo gruppo di discussione su FB, sia perché ne condivido largamente le finalità, sia perché mi sembra che questo momento particolare della storia politica italiana – che vede ulteriormente messo a rischio il pluralismo e quasi azzerata la capacità propulsiva dei movimenti antagonisti a questo sistema economico e di potere – richieda iniziative coraggiose anziché inutili lamentazioni, imprecazioni o recriminazioni.
E’ pur vero, d’altra parte, che questo penoso capitolo non può essere sbrigativamente liquidato, senza tentare un’analisi dei fattori che hanno determinato tale sconfortante risultato, esaltando sempre più l’individualismo cinico e baro dei ‘valori’ finanziari e condannando alla semi-estinzione ogni tentativo di porre al centro ben altri “Valori”, per dimostrare che“un altro mondo è possibile”.
I soggetti cui Lamberti lancia questo appello sono: “…non solo i delusi del mondo della sinistra e dell’ambientalismo, ma tutto il mondo dell’associazionismo laico e cattolico che tutti i giorni combattono per vedere riconosciuti i pieni diritti di cittadinanza ai soggetti più deboli ed emarginati…”.
Come potrebbe non sottoscrivere queste parole uno come me, che da trent’anni si è dato da fare per testimoniare in prima persona un’alternativa nonviolenta, ambientalista, eco-sociale e di sviluppo comunitario dal basso? Mi sento perfettamente inquadrato nel target ideale della sua proposta, sia come educatore ed operatore sociale di base, sia come attivista eco-pacifista che ha speso dieci anni per affermare non solo una politica ecologica, ma anche un’ecologia della politica.
Eppure c’è qualcosa che non mi convince del tutto. Non è certo la denominazione scelta per questa proposta, che stranamente riprende proprio il titolo che io stesso diedi, parecchi anni fa, al progetto che sintetizzava l’azione sociale della storica “Casa dello Scugnizzo” di Napoli, dove ho a lungo operato e di cui ho avuto l’onore e l’onere di essere presidente per otto anni.
E’ piuttosto il termine “cantiere” che mi lascia un po’ freddo, forse perché mi ricorda esperienze simili, quasi sempre deludenti e spesso strumentali, di convergenza di aree politiche diverse in un soggetto elettorale, per far fronte all’ennesima “batosta” e/o diaspora.
Mi lascia perplesso anche l’appello al mondo di un generico “associazionismo”, che in questi ultimi vent’anni – come Lamberti sa bene – si è geneticamente modificato, diventando un contenitore indifferenziato dove trovano posto volontariato e impresa sociale, aziendalismo cooperativista e opportunismo da furbetti del quartierino.
Mi sbaglierò, ma anche l’appello a chi cerca di “rendere migliore e più giusta la società” e a chi persegue “uno sviluppo sostenibile” mi suona un tantino generico e “politically correct”, forse per abbracciare il maggior numero di soggetti, a scapito però di un’indispensabile chiarezza.
La prospettiva d’una società solo un po’ più giusta e sostenibile – mi permetto di osservare a chi, come Amato, sa bene che non sono un estremista – rischia di avallare l’idea che, tutto sommato, non sono affatto necessarie svolte significative e scelte nette. Lo stesso concetto di “sviluppo economico sostenibile” è una specie di ossimoro, perché senza una vera “decrescita” e senza un modello profondamente alternativo di sviluppo umano e comunitario non cambia nulla.
L’altro mondo possibile – di cui parla Lamberti – non può essere che un mondo “altro”, fondato su valori e priorità del tutto opposte a quelle correnti. La stessa “solidarietà” – mi consenta l’amico Lamberti – non è una merce acquisibile come le altre, ma nasce da una logica alternativa a quella del mercato e dell’interesse individualistico che il liberismo ci ha abituati a considerare normale.
Sappiamo bene, infatti, che i soggetti non nascono “deboli ed emarginati”, ma sono resi tali da una società che esalta fanaticamente l’affermazione dei “vincenti” e che scarta impietosamente i “perdenti”, come se fossero le inevitabili “scorie” di un irrefrenabile processo evolutivo.
Un’altra piccola nota vorrei farla sull’uso un po’ convenzionale dei termini “laico e cattolico”, a proposito dell’universo dell’associazionismo cui il gruppo fa appello. Da cristiano-cattolico devo dissentire da questa banale e stantia contrapposizione, che non tiene conto né del fatto che i vari soggetti politici provenienti dal cattolicesimo hanno scelto da decenni la laicità come valore e che, in ogni caso, essere “laici” non significa smarrire le proprie radici ed i propri valori fondamentali, bensì affermarli nel rispetto del pluralismo di una società democratica e multiculturale.
Ciò premesso, ribadisco il mio sincero interesse per un confronto che non si fermi alla virtualità di una comunità della Rete, ma cominci a far dialogare persone in carne ed ossa e, perché no, gruppi che vogliano aderire a questo positivo richiamo a “fare rete” sul territorio, prima che nei cartelli elettorali.

IL POLIPO DELLA LIBERTA’

 polipo della libertà
Rieccoci alle elezioni. Le più fiacche, banali e sconclusionate degli ultimi decenni. Orfane d’idee, di un dibattito degno di questo nome e di ogni mordente che possa davvero motivare gli italiani. Tra trionfalismi ed autolesionismi, ipercopertura mediatica ed assenza d’informazioni, provincialismi molto provinciali ed europeismi molto poco europei, l’unica cosa che sembra certa è che il carrozzone del centrodestra berlusconiano gode di ottima salute, sondaggiato e omaggiato dai suoi fans e indirettamente favorito dai suoi stessi oppositori e detrattori.
Questi ultimi, infatti, non riescono proprio a parlare di qualcosa che non riguardi Colui che ormai chiama se stesso “il presidente del consiglio” (usando la terza persona come Giulio Cesare…), alimentandone la paranoia ma, al tempo stesso, le manie di grandezza.
Ma occupiamoci piuttosto del maxi-partito cui ha saputo dar vita, azzerando dopo decenni quello che restava della destra tradizionale, ma anche del liberalismo classico e del conservatorismo cattolico. Ecco allora che ciò che una volta era definito un “POLO ”, grazie al banale ma efficace raddoppiamento della prima sillaba, è magicamente diventato il “POPOLO” della Libertà: un efficace Trade Mark, capace di rispondere a due esigenze al tempo stesso.
La prima è quella di evocare negli Italiani il modello di Partito di massa, quasi del Partito nazionale – con una buona dose di populismo vagamente sudamericano – mentre la seconda, ancora più pratica, è quella di candidare il PdL a forza maggioritaria e trainante del “Partito Popolare Europeo”,  per meglio condizionarlo e guidarlo, come Ipse dixit.
La verità è che tale contenitore elettorale sembra meno tranquillo e pacificato di quanto vorrebbe farci credere il suo duce. Sotto l’apparenza unanimistica ed elettoralisticamente omogenea, in effetti, ribollono scontenti e ripicche, mugugni e propositi di rivalsa, opportunismi e consueti doppiogiochismi.
Ciò che conta, d’altra parte, è che alleati vecchi e nuovi sembrano allineati e coperti dietro il loro condottiero, ciascuno con le proprie priorità ed i propri referenti elettorali, ma tutti protesi verso una vittoria che sembrerebbe ampiamente scontata.
Ma la “gioiosa macchina da guerra” del centrodestra, anziché suggerire una partecipazione autenticamente popolare, mi sembra lasci intravedere una sorta di OGM elettorale, una creatura artificiale, frutto d’ingegneria genetica, la cui salute e tenuta nel tempo è tutta da verificare.
Se penso alla grossa “testa” che ne costituisce il vertice decisionale, unita ai molteplici ma poco robusti terminali elettorali che da essa si dipartono, mi verrebbe piuttosto da parlare di POLIPO DELLA LIBERTA’ , una preoccupante creatura che unisce l’inconsistenza ideologica di un mollusco alla tenacia tentacolare di un pericoloso predatore.
Una lunga serie di “ex” (liberali, repubblicani, socialisti e socialdemocratici, destro-nazionalisti e democristiani), uniti a federalisti e forzitalioti della prima ora, rappresentano in effetti gli otto tentacoli di questa strana creatura, il cui referente comune sarebbe la “libertà”.  Ma di quale libertà stiamo parlando? Quella per cui hanno combattuto gli Italiani che hanno “buttato il sangue”, metaforicamente o meno, per costruire le basi della nostra Repubblica, o piuttosto la determinata volontà di avere le mani libere, per continuare a realizzare impunemente e senza troppi fastidi i propri affari, più o meno sporchi…?
L’unica libertà che conta per questo popolo-polipo sembra quella di chi non vede l’ora di sbarazzarsi una buona volta di giornalisti e magistrati; di cassare disinvoltamente leggi e normative che ostacolano la libera imprenditorialità; di imbonire la mente delle persone di luoghi comuni sulla sicurezza, sul rischio-immigrati, sulla necessità di far ripartire la crescita, sull’indispensabilità di grandi opere multimiliardarie e sulla necessità di semplificare la dialettica politica e, quindi, di prefettizzare le istituzioni e di militarizzare il territorio.
Ecco, questo “polipo della libertà” lo vedrei bene “affogato”, come il classico “purpo” della tradizione culinaria partenopea. Mi asterrei, però, dal consumarne l’altrettanto tradizionale “bròro”, sicuro come sono che si rivelerebbe un brodo di coltura concentrato di ciò che, da anni, sta avvelenando la nostra repubblica ed azzerando la vera democrazia.   

VADE RETRO, DECRETINO !

 GAZZELLA UFFICIALE
Ci sono momenti in cui ci si sente talmente depressi che cresce la tentazione di non reagire neppure, di lasciarsi cadere le braccia… Si avverte nell’aria una preoccupante sensazione di crescente imbarbarimento dei rapporti civili e sociali, ma quello che sgomenta di più è la sensazione che ogni cosa, anche la più grave, venga ormai assorbita dal materasso d’indifferenza nel quale sembra che ci siamo distesi, un po’ per pigrizia mentale, un po’ per rassegnazione e conformismo.
L’impressione che se ne ricava è che la vecchia antitesi di Umberto Eco tra “apocalittici” ed “integrati” sia ormai un lontano ricordo per chi, sprofondando sempre più nella melmosa palude di un’acquiescenza imbarazzata ad un sistema apparentemente senza alternative, non si preoccupa nemmeno più di simulare un’opposizione o una parvenza di coerenza tra idee e azioni.
I pochi che,come me, cercano di parlare ancora di decrescita, di energie rinnovabili e pulite, di difesa non armata, di tutela della diversità biologica e culturale, di finanza etica, di partecipazione diretta dei cittadini e di altre tematiche una volta considerate “alternative”, più che “apocalittici” sembrano essere diventati i classici “prophetae clamantes in deserto”.
Eppure non bisogna essere dei rivoluzionari per rendersi conto che ciò che avviene intorno a noi è molto più di una serie di decisioni consequenziali alla scelta politica di fondo che la maggioranza degli elettori italiani hanno fatto, diventando inquilini della “casa delle libertà” e trovandosi ora irregimentati come “popolo della libertà”. Non credo che si tratti solo di normale e democratica alternanza di governi, ma di una preoccupante omologazione della nostra classe politica ad un modello standardizzato di società e di democrazia e, in fondo, ad un pensiero pressoché unico e pervasivo, nella sua devastante banalità.
La cosa più odiosa, dal mio punto di vista, è che questa mutazione genetica della nostra gente – che la sta privando di qualsiasi originalità e specificità culturale ed etico-politica – la sta rendendo di fatto anche incapace di cogliere le profonde contraddizioni tra le decisioni assunte dal governo ed i pretesi “valori” che sarebbero alla base di quelle scelte.
Solo la penetrazione nelle nostre menti del subdolo “bis-pensiero” preconizzato da Orwell più di 60 anni fa, infatti, può spiegare il fatto che in nome della libertà si decidano provvedimenti liberticidi; in nome del progresso si insista su scelte scientificamente e tecnologicamente fallimentari e, in nome della sicurezza e della pace, si vadano ad imboccare strade che portano esattamente dalla parte opposta, alimentando insicurezza e uno stato di guerra infinita.
La marea montante di diffidenza, di paura, di sospetto che sembrerebbe giustificare una serie di provvedimenti palesemente contrari ai diritti umani fondamentali, d’altra parte, è la dimostrazione che gli Italiani si stanno bloccando in un’ottica ristretta e miope, che li porta a chiudere gli occhi sulla perniciosa e supina dipendenza del nostro Paese dai centri di potere mondiali, per aprirli invece sulla presunta “minaccia” derivante da una società multietnica e multiculturale, che peraltro è già una realtà incontrovertibile a livello internazionale.
Rimbambiti dai “talk show” e dal voyeurismo delle fattorie e delle case-del-grande-fratello, sembra infatti che non vogliano accorgersi che il vero “Big Brother” ci spia, ci controlla e ci condiziona ogni giorno e in ogni circostanza, riducendoci a pedine passive di un progetto che prevede l’unica libertà di consumare e di spendere, senza neanche riuscire a garantire che tutto ciò sia reso possibile da un lavoro decente e minimamente stabile e da un ambiente di vita minimamente salubre e sicuro.
Beh, che il diritto alla salute, allo studio, al lavoro, all’accoglienza e alla partecipazione democratica non stessero di casa nella “casa delle libertà” lo avevamo già capito da un po’. Sarebbe stato legittimo attendersi, d’altra parte, una reazione più apprezzabile e ferma al tentativo di trasformare il nostro Paese in uno stato poliziesco e militarizzato, dove perfino discariche ed inceneritori per smaltire la nostra assurda spazzatura consumistica possono essere imposti “manu militari”. in nome della sicurezza nazionale !
Certo. un po’ tutti lo avevamo già capito che la Carta costituzionale della nostra repubblica non andava a genio ai nostri governanti e perfino a qualche loro predecessore, però non sembrava così scontato che in Italia si potesse calpestare impunemente la Costituzione, le normative ordinarie ed i regolamenti liberamente scelti, in nome di una decisionalità di vertice ed a colpi di decreti, accordi di programma in deroga e commissariamenti straordinari anche di materia ordinarie.
La “prefettizzazione“ della politica sembrerebbe essere la via maestra imboccata dagli ultimi governi per risolvere i problemi dell’ordine pubblico, quelli ambientali e quelli sociali, alla faccia del diritto ad un normale confronto democratico e, ovviamente, di qualunque coinvolgimento reale dei cittadini in decisioni che pur li toccano molto da vicino. Provvedimenti come il respingimento preventivo dei flussi di migranti (clandestini e profughi che siano), l’istituzione di corpi di polizia paralleli a quelli ufficiali e perfino la decisione di ritornare all’infausta opzione nucleare, del resto, possono essere imposti solo bypassando i percorsi legislativi ordinari ed adottando a ripetizione la soluzione dei decreti-legge, meglio ancora se blindati da un voto di fiducia. Non che il dibattito parlamentare risulti molto più esaltante ed edificante… Quello che è certo è che agire per le vie brevi rafforza la sensazione di un esecutivo forte e coeso ed evita anche all’opposizione penosi contorsionismi verbali per raggiungere discutibili mediazioni, anziché dare sul serio battaglia contro questo genere di provvedimenti.
Ma, a quanto pare, qualcosa si sta muovendo. Di fronte all’anticostituzionale decisione governativa di costruire nuove centrali nucleari in Italia, senza il previsto consenso delle Regioni, perfino un personaggio di vertice come il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, ha dichiarato rabbiosamente: “Credo che dovranno ingegnarsi molto a immaginare le forme di occupazione militare del territorio, perché la ribellione della Puglia sarà rabbiosa e radicale".
Perbacco! Forse qualcuno si sta accorgendo, anche se un po’ tardi, che il preteso “federalismo” del centro-destra è solo un pretesto per arricchire i ricchi ed impoverire i poveri e che militarizzare la politica è già prassi consolidata, ma comunque meglio tardi che mai! Vuol dire che quelli come noi si sentiranno un po’ meno soli a combattere contro la civiltà delle discariche e del nucleare, a contrastare l’imbarbarimento della convivenza civile e ad opporsi alla distruzione programmatica di ogni competenza statale in materie essenziali come la sanità, l’educazione e i servizi sociali.
 Bando quindi alla depressione e cerchiamo di reagire, di resistere, in nome di quei valori che non si contrattano in borsa e che ci costringono a prendere delle decisioni e fare delle scelte. Forse non saremo in tanti o comunque non abbastanza per cambiare le cose, ma facciamo sapere al popolo dei “decretini” che su noi non possono e non potranno mai contare !
 

CONSUMMATUM EST…

                             di Ermete FERRARO

                                      E così siamo al "day after". Gli Italiani hanno fatto le loro scelte, o almeno hanno cercato di scegliere, tra chi si era candidato a guidare il paese per i prossimi cinque anni. Lo hanno fatto, è vero, dopo una campagna vacua e superficiale, condotta da forze politiche che cercavano soprattutto di rassicurare un elettorato stanco, deluso e demotivato. Lo hanno fatto, certamente, dopo aver constatato sempre più che sotto gli slogans ad effetto e i palchi imbandierati e rutilanti dei comizi c’era solo un grande vuoto ed una banale struttura di metallo e legno, unica cosa solida e concreta e, al tempo stesso, metafora involontaria dei veri interessi che si nascondono sotto la pesante sovrastruttura dei partiti. Sta di fatto che una netta maggioranza degli Italiani ha imboccato una strada precisa, almeno in termini di opzione elettorale fra le uniche due vie praticabili che gli si erano profilate davanti, sebbene questa stessa scelta risulti oggi molto meno chiara in termini politici più concreti.

Tra due leaders che si presentavano rassicuranti ed interclassisti, ad esempio, quella maggioranza ha scelto chi risultava più credibilmente conservatore, stabilizzatore e capace di tenere sotto controllo la propria eterogenea coalizione. Tra un progetto che poneva la "crescita" economica e la "modernizzazione" al primo posto, subordinando a queste due paroline magiche il pur necessario riequilibrio delle disparità sociali, ed il programma di chi ha da sempre puntato esplicitamente ad un liberismo sempre più accentuato e a tratti demagogico, ovviamente l’elettorato ha optato per il secondo. Non è certo un caso che altri tipi di priorità – da quella ambientale a quella relativa agli equilibri internazionali; dalle decisioni connesse alle scelte energetiche e produttive a quelle necessarie per dare reale potere dei cittadini; dalle politiche verso i migranti alle spese militari – siano state lasciate accuratamente fuori dalla porta dai due contendenti in lizza. Tutto ciò che potesse apparire una svolta, una scelta di parte, una decisione netta, quindi, non ha trovato posto nei programmi delle due coalizioni maggiori, che evidentemente lo consideravano qualcosa di residuale, da lasciare ai "minori", alle c.d. frange "estreme" e "radicali", che dopo queste elezioni sono state effettivamente spazzate via senza scrupoli da quel Parlamento dove si dovrebbe decidere il presente ed il futuro dell’Italia.

Eppure i nodi veri sono proprio quelli che non si è voluto far giungere al pettine. Basta ricordare gli slogans ed i rituali di questa campagna elettorale, le "tribune" e le interviste televisive dei protagonisti di quest’ultima tornata di votazioni, per rendersi conto che i principali problemi, le fondamentali scelte, le reali alternative, sono rimaste del tutto estranee al dibattito politico. Si è fatto un gran parlare di tasse da ribassare, di salari e pensioni da aumentare, di detrazioni e bonus  fiscali da introdurre, di lavoratori stranieri da accogliere o respingere al mittente, di priorità di spesa pubblica e di riforme istituzionali. Eppure mi sembra che chi ha affrontato le questioni vere siano stati piuttosto alcuni servizi televisivi eccezionalmente chiari ed eloquenti, come ad esempio quelli della rubrica di Rai3 "Report" . Essi, infatti, hanno messo impietosamente il dito nella piaga dell’intreccio perverso tra classe politica, potentati finanziari e preteso "antistato" mafioso, soprattutto in materia di gestione dei fondi per lo sviluppo, di gestione del business dei rifiuti e di rilancio della stagione degli appalti miliardari.  E non sono nemmeno mancati in questi mesi ottimi servizi giornalistici, che ci hanno sbattuto davanti agli occhi il prezzo assurdo di devastanti conflitti armati nei quali siamo stati irresponsabilmente trascinati, oppure incisivi réportages sulla tragedia ambientale in cui anche l’Italia – insieme agli altri partners europei ed occidentali – sta recitando la sua parte, contravvenendo ai protocolli internazionali e lasciandosi coinvolgere in un’escalation di consumismo selvaggio e di disastroso spreco di risorse naturali ed umane.

Pensate: perfino una coraggiosa rivista missionaria ("Comboni-fem") di marzo aveva lanciato accorati appelli a non cadere nel tranello di chi vuol farci credere che il c.d. "biocarburante" ricavato dal mais possa risolvere la crisi petrolifera attuale, rivelando che: "Sembra la soluzione ideale per salvare capra e cavoli: continuare a sprecare energia, visto che adesso sappiamo ottenerla dalla terra in modo rinnovabile. Ma c’è qualcuno, come sempre, che paga per tutto…". E anche sul numero del 27.3.08 di "TIME" – il più noto magazine statunitense – già dalla didascalia della significativa copertina – non esitava a fustigare "il mito dell’energia pulita", sottolineando che "…i  politici ed il mondo dei grandi affari stanno spingendo verso i biocarburanti come l’etanolo estratto dal mais, come alternative al petrolio. Ciò che tutti questi stanno realmente facendo è alzare il prezzo degli alimenti e peggiorare il riscaldamento globale, e voi pagate per questo…". Si tratta solo di un piccolo esempio della sostanziale mancanza di sintonia tra chi cerca, in qualche modo, di metterci sull’avviso rispetto allo stretto legame coi problemi locali delle grandi priorità globali  (vedi anche il bell’articolo di Mario Tozzi "Una perla preziosa", sul numero di aprile del mensile "Messaggero di Sant’Antonio") e chi invece continua ad agitarci davanti agli occhi il feticcio di una "crescita" illimitata e illimitabile, o a rinverdire il mito di un P.I.L., della cui falsità e pericolosità sanno ormai qualcosa perfino i ragazzini della scuola media dove insegno. Eppure ormai molti non fanno più una piega di fronte a quest’alluvione di assurdità, come, ad esempio, quelle sparate irresponsabilmente da varie forze politiche – anche su fronti contrapposti – sull’esigenza di un immediato ritorno all’energia nucleare oppure le "ecoballe" sulla necessità assoluta di mandare in fumo rifiuti che, viceversa, potrebbero diventare una risorsa eccezionale per un’economia alternativa.

Chi si candidava a governarci, però, ha preferito continuare a blaterare di tasse, salari e "bonus", bombardandoci di slogans banali ed insignificanti (ideati evidentemente da chi è più abituato a vendere automobili o bibite), in modo da coprire l’assoluto vuoto di proposte concrete per chi, ad esempio, va ogni giorno a fare la spesa alimentare. Un consumatore sempre più tartassato e che, come ci hanno spiegato gli autori del servizio trasmesso il 13 aprile dalla citata rubrica di Rai3 "Report" , sembra ormai diventato, suo malgrado, il compiacente complice di un assurdo affare speculativo, che non solo colpisce le sue stesse tasche e ne minaccia la salute, ma sta anche devastando l’ambiente e distruggendo la biodiversità.

E adesso? E adesso – dopo aver cercato d’inghiottire il boccone amaro di una sinistra mandata in esilio per punizione e di una destra che ha trionfato anche grazie al populismo becero e protestatario del secessionismo leghista – non ci resta che prepararci ad una dura stagione di lotte, sperando che il purgatorio cui si è condannata la sinistra italiana, appena ha smesso di essere nutrita dai movimenti di base per ingessarsi nel ruolo di governo, non trasformi in inferno la situazione interna dell’Italia ed il suo ruolo negli equilibri internazionali. Non ci resta che sperare che la gente comune cominci ad aprire gli occhi sulla rapina delle risorse di base che gli si sta prospettando – a cominciare dall’acqua – e sui piani di chi vorrebbe renderci sempre più colonia dei potenti della Terra e, al tempo stesso, guardia armata di chi sta peggio di noi. E questo in nome di una globalizzazione data per indispensabile e inevitabile, che sta maledettamente semplificando tutto quello che può, dal pensiero unico e dalla sua espressione sempre meno pluri-linguistica alle monocolture agricole ed alle tecnologie che fanno quasi a meno dell’uomo.

Hanno voluto farci credere che parlare di decrescita, di disarmo, di opposizione al nucleare, di economia alternativa e comunitaria, di mondialismo equo e solidale e di energie alternative fosse una questione riservata a pochi estremisti "radicali" e si sono quindi affannati a chiudere queste opzioni fuori dal recinto del gioco parlamentare e di governo. A quanto pare ci sono riusciti, ma questo rende tutto più chiaro e ci costringe a guardare il faccia chi davvero ha governato e governerà l’Italia e l’Europa per i prossimi anni. E non sono certo gli omini che si agitano nel teatrino dei pupi dei partiti, ma piuttosto i nuovi signori feudali che controllano le risorse energetiche e quelle finanziarie, che dominano i mercati internazionali e quelli locali, che decidono quanto valga la pena di spendere per una guerra, in termini di vite umane e di denaro sprecato, solo in base al parametro del confronto costi-benefici.

E’ contro queste (apparentemente non-criminali) "cosche" multinazionali che dobbiamo esercitare la nostra resistenza, personale e collettiva, sempre più decisamente e  consapevolmente, riprendendoci il potere di chi non si accontenta della possibilità di decidere cosa e chi votare, ma anche e soprattutto cosa mangiare, cosa comprare, come muoversi sul territorio e che cosa sia degno di essere finanziato con le nostre tasse. Certo, è una strada molto più difficile stretta e problematica, se solo la confrontiamo con quella di chi pensa che una croce su un simbolo sia il massimo di partecipazione civica e politica che gli si possa richiedere. Eppure non ne vedo altre più credibili, se davvero vogliamo diventare più protagonisti del nostro futuro e meno sudditi di uno scellerato complesso militare-industriale che si serve di un perverso sistema di potere.

Come cristiano, d’altra parte, mi resta sempre la fede che le forze del male "non praevalebunt"; la speranza che la gente si decida una buona volta non solo a ragionare con la propria testa, ma anche col cuore; ed anche la "carità" di chi sa che non sono le chiacchiere che convertiranno la gente (nel senso etimologico di farle cambiare strada), ma piuttosto l’esempio concreto, coerente e coraggioso di chi sa fare scelte di giustizia e di pace e la solidarietà fraterna di una comunità di veri persuasi. In quello che dico non c’è nulla di "integralista" e nemmeno una rinuncia "movimentistica" alla strada ordinaria della democrazia rappresentativa, che per dieci anni ho invece praticato di persona e che non penso assolutamente vada lasciata in pasto ai professionisti e mestieranti della politica. C’è solo la volontà di affermare che non si fa politica solo in quel modo e che quindi ogni cittadino deve sentirsi responsabile di tutto ciò che gli succede intorno E’ proprio quello che oltre 40 anni fa insegnava un grande maestro come don Milani, quando ribadiva che bisogna: "…avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù ma la più subdola delle tentazioni;[…] che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutti".  Ecco, lasciamoci guidare da questo principio e cominciamo, già da oggi, a stare molto attenti a quello che facciamo ogni giorno e a come lo facciamo, convinti come siamo che non c’è delega né obbedienza istituzionale che tenga di fronte al nostro dovere di persone chiamate a rispondere delle nostre scelte.