Un’impronta digitale sulla scuola?

 

  1. Un piano… che va avanti veloce

impronta-digitaleE’ probabile che non siano tante le cose che noi insegnanti di lungo corso abbiamo capito della nuova scuola voluta dalla riforma, autodefinitasi ‘buona’ col tacito sottinteso che quella precedente andasse cestinata, in quanto antiquata e, in qualche modo, ‘cattiva’.  Tra le poche cose capite, però, c’è senz’altro il concetto (o meglio l’assioma) secondo il quale l’obiettivo principe da perseguire è la c.d. ‘scuola digitale’. Non c’è infatti Collegio dei docenti – ad Enna come a Rovereto o a Nuoro – nel corso del quale, in modo diretto o indiretto, non sia affiorata questa conclamata priorità, intorno alla quale il MIUR sta da tempo costruendo quasi un codice etico, concretizzatosi recentemente nel PNSD, cioè il “Piano Nazionale Scuola Digitale .

 «Questo non è un libro di buone intenzioni. Il Piano Nazionale Scuola Digitale è lo strumento con cui il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca attua una parte strategica de “La Buona Scuola” (Legge 107/2015). Per ripensare la didattica, gli ambienti di apprendimento, le competenze degli studenti, la formazione dei docenti, il Piano fissa priorità e azioni, stabilisce investimenti, assegna risorse, crea opportunità per collaborazioni istituzionali tra Ministero, Regioni, ed enti locali, promuove un’alleanza per l’innovazione della scuola. Soprattutto, il Piano ambisce a generare una trasformazione culturale che – partendo dalla scuola – raggiunga tutte le famiglie, nei centri maggiormente urbanizzati così come nelle periferie più isolate. La buona scuola digitale esiste già, in tutta Italia. Ma lo Stato deve adesso fare in modo che questo patrimonio diventi sempre più diffuso e ordinario. Per far sì che nessuno studente resti indietro. Per far sì che, nell’era digitale, la scuola diventi il più potente moltiplicatore di domanda di innovazione e cambiamento del Paese.»  [i]

Effettivamente non si tratta di un puro e semplice ‘libro di buone intenzioni’, visto che ormai nelle scuole italiane  ormai si parla quasi solo della loro irrinunciabile ‘digitalizzazione’, senza la quale sembrerebbero aprirsi scenari di decadenza e di oscurantismo medievale.  Per citare il titolo del programma televisivo centrato sul talento del M° Stefano Bollani, pare che anche al MIUR siano convinti che “l’importante è avere un piano”. Ecco perché questa “parte strategica de ‘La Buona Scuola’ “ è diventata nientemeno che un progetto di “trasformazione culturale” del nostro Paese, per adattarlo a quella ‘era digitale’ che c’impone “innovazione e cambiamento”.  Insomma,  non soltanto come al solito ‘ce lo chiede l’Europa’, ma addirittura in questo caso sarebbe addirittura in gioco l’evoluzione stessa della nostra civiltà.

Di fronte a sì altisonante appello è difficile opporre dubbi o resistenze senza rischiare di essere considerati dei passatisti inguaribili, conservatori e nemici del nuovo che avanza. Prova ne è il fatto che ben poche voci critiche – o quanto meno scettiche – sono giunte dal mondo dei docenti, dei sindacati, della cultura e della stessa politica. [ii] Eppure si sono registrate alcune qualificate voci fuori dal coro –  o meglio, dell’ assordante silenzio – sul Piano ministeriale che vuol imprimere sulla scuola italiana una netta… impronta digitale.  Ad esempio quella del prof. Roberto Casati, filosofo del linguaggio e ricercatore presso il C.N.R.S. di Parigi, autore del libro “Contro il colonialismo digitale” [iii] , il quale si è appellato ad un sano ‘principio di precauzione’ nei confronti di questa ‘epocale’ svolta nella didattica.

«Non sono contrario alle tecnologia nella scuola, ma sono contro la logica di sostituzione che oggi sembra prevalere.  Il mio è un invito alla prudenza: strumenti low tech devono continuare a coesistere con i nuovi, valutando a che cosa possano meglio servire gli uni e gli altri. […] Ma se la pedagogia deve essere innovata, si parta prima da lì, e solo dopo dagli strumenti. Invece vedo prevalere la logica di “dare un tablet a ogni studente, poi si vedrà.[…] E’ sbagliato pensare che il tablet sia un po’ come «un coltellino svizzero, uno strumento che permette di fare tutto».[iv]

  1. Insidie e contraddizioni nella digitalizzazione della scuola

scuola-digitale-4Perfino fra i fautori della scuola digitale, del resto, sembrano affiorare perplessità sulla serietà ed affidabilità di questo genere di Piano, se non altro dal punto di vista della sua reale attuazione. Mentre gli investimenti su tale capitolo già in base a quello precedente sono stati rilevanti, del tutto ‘virtuale’ , invece, sembrerebbe l’effettiva ricaduta sulla didattica di tale innovazione tecnologica, come sottolineava già due anni fa Ettore Guarnaccia:

«Un programma [il PNSD]che assomiglia moltissimo nei contenuti al precedente progetto “Scuola Digitale” presentato dal MIUR nel 2007 e in parte attuato dal 2009 ad oggi. In esso si parla già di riduzioni dei costi editoriali per le famiglie, di diffusione delle connessioni a banda larga, di dotazione di dispositivi informatici per la didattica e di formazione dei docenti. Nell’ambito di questo progetto sono state installate oltre 70.000 LIM (Lavagne interattive multimediali) negli istituti scolastici della penisola (circa l’82% del totale) ed è stata erogata la necessaria formazione ai pochissimi docenti selezionati di ciascuna scuola. Da allora l’80% delle LIM giace inutilizzata, mentre il nuovo programma ministeriale ritiene che le LIM siano “troppo pesanti” da utilizzare per la didattica…» [v] 

Difficile dare torto ad un autorevole esperto di ‘information technology, information security e risk management’ come lui, soprattutto di fronte alla situazione effettiva di tante scuole dove l’acquisto massiccio delle lavagne interattive si è rivelato prioritario rispetto all’obiettivo di un loro effettivo ed innovativo utilizzo, grazie ad un’adeguata formazione dei docenti. Adesso si parla apertamente della loro obsolescenza (mi riferisco ovviamente alle LIM…) e la nuova priorità sembra essere diventata, appunto, quella di dotare tutti gli alunni del proprio tablet,  miracolosa soluzione a tutti i problemi di apprendimento …  Peccato che una discreta parte di queste criticità nel profitto scolastico (come la perdita progressiva della memoria, la tendenza alla distrazione, il calo dell’attenzione agli stimoli che non siano visivi e cinetici) sia forse da attribuire proprio alle massicce dosi di digitalizzazione cui sono già sottoposti i millennials. Molti genitori, a quanto pare, non sembrano affatto preoccupati dal fatto che i loro bambini e ragazzi vivano praticamente in simbiosi con i loro onnipresenti aggeggi tecnologici, in pratica trasformando gli smartphone  in un’appendice delle loro estremità superiori e le cuffiette in prolungamenti delle loro orecchie.

Quando si tratta di tempo davanti allo schermo per i ragazzi, meno è più. E’ quello che l’Accademia Americana di Pediatria ha sostenuto per anni, avvertendo che esporre dei bambini ad ogni genere di piattaforma digitale, dalla TV-spazzatura alle applicazioni educative, potrebbe condurre ad uno sviluppo ritardato o stentato del linguaggio e ad più povere abilità di lettura. [..] Adesso, tuttavia, l’A.A.P. sta cambiando impostazione. Mentre le vecchie linee-guida offrivano dei limiti ben precisi – ad esempio, nessun tempo-schermo di qualsiasi genere prima dei 2 anni d’età – quelle nuove, emanate il 21 ottobre, sono molto più sfumate…” [vi] 

La scuola, con le sue sorpassate richieste di attenzione e di ascolto, costituiva finora l’ultimo baluardo contro la formidabile (in senso etimologico) modificazione genetica della specie umana. Ecco perché qualcuno in alto ha pensato che andava modificata l’essenza stessa della scuola, che è fatta di relazioni personali, di apprendimento basato prevalentemente su scambi verbali, d’interessi spesso non spendibili professionalmente o comunque sul piano economico. Evidentemente anche a parecchi genitori le cinque-sei ore trascorse in aula dai loro piccoli, lontani dai loro irrinunciabili apparecchietti mediatici, devono essere sembrate una sorta di deprivazione sensoriale, di astinenza forzata, di spreco di tempo più utilmente spendibile in videogiochi, pettegolezzi in chat e video a gogo.  Si è realizzata così – soprattutto negli ambienti altoborghesi – una santa alleanza fra genitori e vertici della pubblica istruzione, tesa a rivendicare l’utilizzo generalizzato nella scuola dei tablet e, ovviamente,  minor rigore nell’interdizione dei cellulari e delle loro infinite apps.

  1. I rischi socio-educativi di un’educazione digitalizzata

digischoolPochi, anche tra i docenti, sembrano aver preso coscienza che l’accelerazione impressa dal MIUR alla ‘digitalizzazione’ della scuola italiana nasconde molte insidie proprio sul piano formativo, oltre che su quello sociale e politico.  Un attento critico di questo processo è  invece il prof. Adolfo Scotto di Luzio, docente di storia delle istituzioni scolastiche all’Università di Bergamo, autore di un libro che ci apre gli occhi proprio su “i rischi della scuola 2.0” [vii].

«Uno scritto a tesi, che prende di petto la politica di digitalizzazione dell’istruzione seguita dal Governo partendo da un assunto: che quando funzionano le scuole è, essenzialmente, perché ci sono professori in gamba e che la tecnologia, se non è ben utilizzata, può essere dannosa e fonte di diseguaglianze. Sullo sfondo, ma neanche troppo, vi è l’idea che ci sia in ballo un colossale raggiro; che le grandi imprese tecnologiche, insomma, abbiano creato una domanda per i loro prodotti diffondendo il mito della “buona istruzione”. E questo senza che sia mai stata testata l’effettività della scelta tecnologica e con il pericolo di creare una “dipendenza” economica in quelle scuole che si avviano su una strada – quella dei Tablet e delle LIM – che è senza ritorno. […] C’è un altro punto che lo studioso…pone in rilievo, ed è la mistica della qualificazione intellettuale legata all’uso della tecnologia ed il suo incamminarsi verso un “modello educativo a bassa intensità intellettuale”, direttamente funzionale al modello economico. Un punto d’arrivo molto distante, quindi, da quella che secondo l’autore è la vera finalità dell’istruzione: “dotare l’individuo di un linguaggio culturale che gli permetta di stare in maniera competente nella sfera pubblica”.» [viii]

Il dubbio, insomma, è che l’istruzione pubblica sottoposta alla c.d. rivoluzione digitale  sia invece figlia della controrivoluzione di chi mira solo a formare generazioni di giovani omologati nel pensiero e nel linguaggio, che seguano passivamente la corrente dominante senza porsi imbarazzanti domande sul modello di sviluppo e di società che viene loro presentato come indiscutibile e, naturalmente, ‘smart’. [ix]   Qualcuno forse eccepirà che è un dubbio esagerato, una dietrologia da sessantottini  ‘apocalittici’ che non vogliono integrarsi.  Eppure penso che finché ci saranno cittadini che avranno la capacità di dubitare di ciò che il ‘sistema’ racconta loro, le cose andranno sicuramente meglio.  D’altronde gli scettici nei confronti della sedicente “scuola 2.0”  non sono pochi, come si può vedere scorrendo le pagine dell’analisi critica di Neil Selwin – docente alla facoltà di Educazione della London University – sul tema del rapporto che intercorre fra ”tecnologia digitale e privatizzazione della scuola”:

«Molnar (2015) identifica tre tipi di ‘commercialismo’ nelle scuole: il processo di vendita di istruzione, il processo di vendita alla istruzione ed il processo di vendita nelle istituzioni educative. Come hanno illustrato gli esempi appena forniti in questo capitolo, le tecnologie digitali sono implicate in tutti e tre gli aspetti. […] Come sarà argomentato, nonostante le loro apparenti diversità questi attori [del processo di digitalizzazione] possono essere visti come se stessero perseguendo degli obiettivi latamente simili, basati su due specifiche versioni del fare scuola digitale – una che cerca di trasformare pratiche e processi educativi lungo linee socio-costruttiviste e l’altra che cerca di mantenere forme educative tradizionali e strutture di potere.[…] Soprattutto, molti di questi attori esercitano una considerevole influenza sull’agenda della tecnologia scolastica, ben oltre i livelli che ci si potrebbe aspettare in altre aree dell’istruzione.» [x]

Un altro docente dell’Università di Bergamo, Marco Lazzari, ci aiuta ad analizzare il complesso mondo della cultura digitale come orientamento delle politiche educative, soffermandosi sui rischi per gli adolescenti di una massiccia dose di Internet in assenza di un’adeguata formazione del loro spirito critico e delle loro competenze civiche e sociali. La diffusione della ‘alfabetizzazione digitale’  propugnata dal PNSD , infatti, è insufficiente se si riduce a semplice disseminazione dei rudimenti tecnici dell’informatica, come dimostrava un’indagine svolta a Bergamo nel 2012.

« Come da sempre sosteniamo, un approccio riduzionistico che punti a sviluppare le abilità digitali non porta lontano [Lazzari, 2013]: le agenzie educative devono accompagnare la promozione dell’abilità d’uso degli strumenti informatici negli adolescenti a quella della conoscenza del mondo dei media e allo sviluppo del senso critico nei confronti dell’informazione che circola in Rete. Tutto ciò deve essere supportato olisticamente dalla cura per le competenze trasversali di interazione sociale (compresa l’educazione all’affettività), di comunicazione efficace e di risoluzione dei conflitti, e dall’attenzione allo sviluppo dell’intelligenza emotiva dei ragazzi. V’è da chiedersi se la scuola italiana sia consapevole di tutto ciò e sia pronta a lavorare per costruire competenze coordinate digitali, etiche e sociali.» [xi]

  1. Rischi per la salute di una scuola massicciamente digitalizzata

wifi-a-scuolaUn ultimo aspetto che merita attenzione è quello connesso a rischi sanitari per gli ambienti scolastici che siano sottoposti ad una digitalizzazione intensiva e sconsiderata. Anche in questo caso si corre il rischio di fare la parte dei gufi che ostacolano l’innovazione tecnologica, dei profeti di sventura che sanno solo creare allarme di fronte ad un modello progressista di scuola.  La verità è che di certi argomenti è davvero difficile parlare, in quanto si nuota controcorrente e si toccano interessi consolidati forti  e diffusi.  Di ‘inquinamento elettromagnetico’  [xii] , peraltro, si parla ormai da molti anni, ma le voci di chi mette in discussione la sicurezza della tecnologia che fa uso di onde elettromagnetiche (in particolare quella della telefonia mobile e delle reti informatiche) sono state ovviamente sommerse da chi cavalca questo lucroso affare oltre che, naturalmente, dalle potenti multinazionali che producono a getto continuo smartphone  e I-Pad.  A partire dal 2013, l’allarme elettrosmog ha cominciato a diffondersi anche nel mondo della scuola, dove la febbre del Wi-Fi impazza proprio grazie ai due Piani (2007 e 2015) lanciati dal MIUR.

«Ora il wireless colonizza anche le scuole, poiché dal 2011 si sta dando corso, con l’avvio delle forniture, al protocollo1 siglato nel 2008 dagli allora ministri Brunetta e Gelmini per una «scuola digitale» e per dotare anche tutti gli istituti scolastici di reti di connessione senza fili.[…] È d’obbligo chiedersi, vista la letteratura scientifica ormai prodotta sull’argomento, se sia stato osservato il principio di precauzione. È opportuno permettere che anche a scuola, per ore e ore, i bambini fin dalla più tenera età siano esposti a campi elettromagnetici che, come dimostrano gli studi, rischiano di provocare danni alla salute? Si può legittimamente affermare che no, non è opportuno. Eppure sono in tanti a non conoscere ancora bene i rischi connessi all’utilizzo di queste tecnologie.[…] L’allarme è stato lanciato nel 2011 anche dal Consiglio d’Europa, e ripreso dall’Inail, che afferma come «telefonini e dispositivi wi-fi dovrebbero essere proibiti nelle scuole per i potenziali rischi per la salute dei bambini». Secondo il rapporto del Consiglio d’Europa, queste tecnologie costituiscono un potenziale pericolo per la salute umana e il loro uso andrebbe limitato: gli stati membri dovrebbero adottare limiti alle esposizioni alle radiazioni emesse dai dispositivi, allertando gli utenti con avvisi sulla pericolosità simili a quelli dei pacchetti di sigarette.» [xiii]

Più di recente, è giunta notizia del caso di una scuola di Merano (in provincia di Bolzano), dove gli alunni hanno fatto una ricerca ‘sul campo’ (un esperimento sulla nocività delle onde elettromagnetiche sulla crescita di alcune piante), seguita da una rilevazione dell’elettromagnetismo presente nel loro edificio scolastico.

« La classe, munita di strumenti appositi, ha mappato tutto l’edificio, scoprendo che era pervaso da segnali elettromagnetici fino ad un livello massimo di 3.000 microwatt per metro quadro. Hanno saputo dalla preside che servivano all’organizzazione della comunicazione con il personale non docente, per gestire la presenza dei ragazzi nella mensa o rispondere alle varie necessità logistiche all’interno della scuola. Il plesso è completamente cablato, dunque non serve ad ogni costo un sistema di comunicazione senza fili. Così, è stata inoltrata una richiesta al Comune di Merano per ottenere la disattivazione dei ripetitori distribuiti all’interno della scuola. Il personale ha abbandonato i cordless e ricominciato ad utilizzare i normali telefoni interni. Una volte ripetute le misurazioni, sono stati ottenuti risultati sorprendenti: da 3 mila microwatt si era scesi ad appena 5. Il mentre il governo italiano cerca di alzare le soglie per facilitare la comunicazione 4G e promuove il Wi-Fi nelle scuole, nonostante una lettera firmata da 70 scienziati che chiede di evitare uno tsunami di onde elettromagnetiche nei luoghi di vita quotidiana.» [xiv]

Va tenuta presente, infine, la presenza contemporanea e concomitante negli istituti scolastici di centinaia di cellulari e smartphone, le cui emissioni elettromagnetiche  – secondo un articolo pubblicato recentemente  – sarebbero addirittura 10 volte superiori a quelle prodotte da un access point della rete wireless scolastica. [xv]  Il risultato è una spaventosa sommatoria di onde elettromagnetiche, che minaccia la sicurezza e la salute degli studenti dei docenti e di tutto il personale della scuola, in nome del trionfo della ‘scuola digitale’ ma, soprattutto, di una visione aridamente tecnicista e produttivista dell’educazione. Ecco perché le raccomandazioni che ci giungono dal Ministero dell’Istruzione vanno accolte con molta prudenza e con quel necessario spirito critico che può evitare un accodamento passivo a tesi che meritano una più ampia ed approfondita discussione.

«La visione di Educazione nell’era digitale che abbiamo descritto nel Capitolo 1 è il cuore del Piano Nazionale Scuola Digitale: un percorso condiviso di innovazione culturale, organizzativa, sociale e istituzionale che vuole dare nuova energia, nuove connessioni, nuove capacità alla scuola italiana. In questa visione, il “digitale” è strumento abilitante, connettore e volano di cambiamento.» [xvi]

Questo è quanto si scrive nel PMSD,  ma ritengo che dovremmo evitare di dare per scontato che tale percorso sia effettivamente ‘condiviso’  , per cui chiediamoci se siamo davvero tutti d’accordo sul fatto che il vero e solo ‘volano di cambiamento’ della scuola sia la sua digitalizzazione.  Se non altro per evitare che questa pesante impronta digitale s’imprima acriticamente anche sul modello educativo della nostra scuola.

NOTE————————————————

[i] MIUR, Piano Nazionale Scuola Digitale , p. 140 > http://www.istruzione.it/scuola_digitale/allegati/Materiali/pnsd-layout-30.10-WEB.pdf

[ii]  Per avere una panoramica delle posizioni critiche, a livello internazionale, cfr. l’ampia rassegna di Otto Peters (Against the Tide – Critics of Digitalization, Oldemburg, Bis Verlag, 2013, scaricabile anche come pdf all’indirizzo: https://www.uni-oldenburg.de/fileadmin/user_upload/c3l/master/mde/download/asfvolume15_ebook.pdf

[iii]  Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale, Bari, Laterza, 2013 > http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858107317

[iv] R. Casati, cit. nell’articolo: “Cl@sse 2.0? No, grazie. – Gli scettici del digitale” , Corriere della Sera, 28.01.2014 > http://www.corriere.it/scuola/14_gennaio_27/scuola-digitale-perche-nocorriere-web-nazionale-57f24f4c-8807-11e3-bbc9-00f424b3d399.shtml  .

[v]  Ettore Guarnaccia, La buona scuola: connessione e digitalizzazione, ma la sicurezza?, (26.09.2014) > http://www.ettoreguarnaccia.com/archives/3108

[vi]  Markham Heid, “Inside the new standards for kids and screen time”,  TIME , Nov. 7, 2016, p. 15 (trad. mia)

[vii] Aldo Scotto di Luzio, Senza Educazione. I rischi della scuola 2.0,  Bologna, il Mulino, 2015 >    https://www.ibs.it/senza-educazione-rischi-della-scuola-libro-adolfo-scotto-di-luzio/e/9788815260284#

[viii]  Recensione di Gian Paolo Manzella al libro di A. Scotto di Luzio > https://gianpaolomanzella.com/2015/12/02/i-rischi-della-scuola-2-0-nel-libro-di-scotto-di-luzio/

[ix] Cfr. il mio articolo precedente sul blog: https://ermetespeacebook.com/2016/10/16/dagli-smarties-alle-smart-cities/

[x]  Neil Selwin, Schools and Schooling in the Digital Age. A Critical Analysis, Routledge, 2010, p. 79 (trad. mia)  > https://www.amazon.com/Schools-Schooling-Digital-Age-Foundations/dp/0415589304

[xi] Marco Lazzari, Adolescenti ed uso di Internet: la competenza digitale non basta > Università di Udine, 2016 http://didamatica2016.uniud.it/proceedings/dati/articoli/paper_79.pdf

[xii] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Inquinamento_elettromagnetico

[xiii] Cfr. “Wi -Fi a scuola: allarme elettrosmog”, Terra Nuova.it (30.01.2013) > http://www.terranuova.it/Il-Mensile/Wi-Fi-a-scuola-allarme-elettrosmog

[xiv]  “In Alto Adige una scuola azzera l’elettrosmog”, Rinnovabili.it, 16.07.2016 > http://www.rinnovabili.it/ambiente/alto-adige-scuola-elettrosmog-333/

[xv] Aldo Domenico Ficara, “Il maggiore inquinamento elettromagnetico nelle scuole deriva dagli smartpghone”, Tecnica della Scuola (17.10.2016) > http://www.tecnicadellascuola.it/tecnica-della-scuola/item/24572-il-maggiore-inquinamento-elettromagnetico-nelle-scuole-arriva-dagli-smartphone.html

[xvi]  MIUR, Piano Nazionale Scuola Digitale, cit. , p. 26

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© 2016 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com/ )

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SMATERIALIZZIAMO I PROF ?

registro digitale5Quando si sentiva parlare di “smaterializzazione”, almeno fino a poco tempo fa, l’associazione mentale immediata era con quei film di fantascienza nei quali alieni ripugnanti usavano la pistola spaziale per disintegrare i malcapitati terrestri che gli venivano a tiro. Di “materializzazione” e “smaterializzazione” si parla anche nei romanzi e film su Harry Potter ed il suo Wizarding World , ma fin qui, tutto sommato, ci poteva ancora andare bene.

Il guaio è che ne ha cominciato a parlare anche quei signori che ci governano e, soprattutto, lo hanno fatto con la supponenza che nasce dal pericoloso mix di arroganza – tipica di chi decide dall’alto – e d’ignoranza della materia su cui si pretende di decidere per tutti. La smaterializzazione di cui da qualche tempo si stanno occupando (loro preferiscono chiamarla “dematerializzazione”) rientra nel discorso generale della c.d. “semplificazione” delle procedure burocratiche. In realtà è solo un altro mantra del politichese, che dovrebbe suonare come sinonimo di efficienza e facilità di accesso ai dati, ma che spesso si è rivelato una fregatura per gli utenti dei servizi pubblici, spiazzati da procedure sconosciute e da tecnologie informatiche ancora poco generalizzabili, soprattutto in una società sempre più anziana.

Sono reduce da un incontro pomeridiano presso la mia scuola, dove un’ottantina d’insegnanti sono stati stivati in un’aula (suddividendoli in due turni, proprio a causa di problemi di connessione alla Rete nell’aula magna…) per seguire un corso accelerato di conoscenza e gestione del c.d. “registro elettronico”. Trattasi dell’ultima trovata del MIUR che, rifacendosi ad una poco chiara normativa di ordine finanziario relativa alla spending review, ha deciso di eliminare i registri cartacei entro il prossimo anno scolastico, sostituendoli con una procedura informatizzata. Certo, a prima vista potrebbe sembrare una saggia decisione, una soluzione pratica e funzionale, finalizzata ad una  maggiore trasparenza e funzionalità delle istituzioni scolastiche.  Del resto -fossero convinti o no – a tale diktat (supportato, a quanto pare, solo dalla circolare ministeriale n° 1682 del 3 ottobre 2012) la maggioranza dei collegi dei docenti sembra essersi uniformata senza “se” e senza “ma”, con supina ed impotente rassegnazione.

Eppure è bastata una sola sessione di “formazione” al nuovo miracoloso strumento elettronico per offuscare non solo l’entusiasmo di chi pensava di essere finalmente entrato nell’universo della scuola moderna, ma anche l’incredibile capacità di adattamento del vecchio docente, assuefatto ad incredibili cambiamenti di rotta e, come i carabinieri, “uso a obbedir tacendo e tacendo morir”..

Personalmente, pur impiegando da molto tempo le tecnologie più moderne nel mio lavoro d’insegnante (dalla lavagna interattiva multimediale ad un mio sito web scolastico interattivo), io non mi ritrovo né nella categoria degli entusiasti delle novità “a prescindere” (direbbe Totò), né tanto meno in quella di chi si lascia trascinare passivamente dalla corrente, senza osservazioni e senza resistenza, quando è il caso.  Non sono quindi né favorevole né contrario per principio al processo d’informatizzazione dell’insegnamento – che presenta spesso innegabili vantaggi – ma non sono neanche disposto a considerare ogni innovazione come un ovvio miglioramento, soprattutto se, anziché semplificare la didattica, la banalizza e la standardizza.

Ho letto su “la Repubblica” un ottimo contributo su questo delicato tema, a firma di Mariapia Veladiano . La scrittrice e giornalista – insegnante per vent’anni ed attualmente preside – nel suo articolo “Perché il registro elettronico è un’illusione educativa, affronta con acume e con la giusta ironia un’innovazione che non può essere ridotta ad una falsa scelta fra efficienza e burocrazia nel mondo della scuola, ma richiede maggior spirito critico sulle conseguenze più profonde sul modo di fare scuola e di far interagire docenti, alunni e genitori.

“La domanda non è se funziona o non funziona. Alla fine certo che sì. Dopo aver trovato le risorse per acquistare o affittare i notebook per tutte le aule di tutte le scuole del regno e per pagare i contratti alle aziende incaricate di risolvere i pluriquotidiani problemi tecnici e di garantire assistenza continua, dopo aver formato tutti gli insegnanti, governato le rivolte per lo stress iniziale da voti scomparsi e da password smarrita, blindato il sistema contro allievi-piccoli-hackerinformatici, alla fine funziona…” . osserva, pungente, la scrittrice-preside.

Lei, infatti, conosce troppo bene la realtà della nostra scuola per non prefigurarsi le mille disfunzioni di un sistema dove si pretenderebbe di sostituire i vecchi registri “cartacei”con moderni notebook e tablet, ma dove le poche cose finora dematerializzate sono gli statini paga degli insegnanti e la carta igienica nei bagni… Ma l’aspetto più importante che la Veladiano coglie di quest’ennesima novità piovuta sulla scuola italiana è la sua capacità di disintegrare i rapporti umani al suo interno, sostituendo la relazione diretta docenti-alunni e genitori-docenti con istantanei ed anodini report sulla posta elettronica o sulla messaggeria telefonica.

“Dove il registro elettronico c’è da un po’, capita che i genitori non si facciano più vedere ai colloqui con i docenti o alle riunioni della Consulta, basta il voto letto sul video, la media la sanno fare da sé. Come se la valutazione fosse cosa di numeri: niente storia di una conquista da raccontare e condividere, niente alleanza educativa da concordare. La scuola in numeri: quattro-cinque-sei. Oppure i genitori a scuola ci vanno, ma vanno a fine quadrimestre e a fine anno, a contestare il voto in pagella, perché non rispetta la media dei voti monitorata per mesi online. Come se il processo di apprendimento e crescita potesse diventare un numero appunto.”

In realtà, più che una scuola aperta e disponibile“online”, si direbbe che chi ci governa voglia una scuola “allineata”, dove le procedure didattiche – e non solo quelle burocratiche – diventino sempre più standardizzate e verificabili. E questo non per una migliore trasparenza dell’istituzione in sé, quanto per attivare meccanismi selettivi, di tipo competitivo-produttivistico.

Però trasformare il dialogo educativo in un’informazione che aggiorni solo su voti ed assenze, a mio giudizio, è un peccato ancor più grave perfino di quello di mandare perfidamente allo sbaraglio insegnanti ultrasessantenni, costringendoli a gestire in diretta le loro classi da una tastiera, di fronte a centinaia di smaliziati  “nativi informatici” che hanno quasi mezzo secolo meno di loro.

Giustamente, l’articolo della Veladiano sottolinea che queste procedure rischiano di avvalorare un “vuoto tremendo”, un vuoto soprattutto di fiducia, che nasce dal non doversi più guardare in faccia nel dirsi le cose, tanto ormai c’è il computer che fa la spia ai genitori e toglie loro anche il disturbo e l’imbarazzo di sentirsi raccontare dagli insegnanti come vanno i loro beneamati figlioli.

Credo che abbia profondamente ragione quando scrive che “…Più avanza il possibile della tecnologia, più bisogna custodire la materialità delle relazioni. La relazione educativa è incontro. Incontrarsi è un argine all’idea che tutto possa esaurirsi nella virtualità di un rapporto online”.  Il vero pericolo, anche secondo me, non è che larga parte dei docenti saranno prevedibilmente colti da crisi di panico o attacchi isterici di fronte a password che non fanno passare o registrazioni di dati che si rivelino poi non ben salvati o hackerati da frotte di ragazzini smanettoni. Il rischio, più grave e concreto, è che si assesti un’altra mazzata alla relazione educativa, già messa alla prova dall’invalsizzazione degli apprendimenti e dalla tendenza a trasformare i docenti in anonimi operatori scolastici etero-diretti, la cui autonomia si è ridotta quasi soltanto alla scelta dei giorni di recupero delle festività soppresse.

Il rapporto insegnanti-alunni è qualcosa di molto più spirituale e al tempo stesso più materiale di una valutazione numerica degli apprendimenti e delle competenze. E’ fatto di sguardi, silenzi, talvolta di urli e sfuriate, ma molto spesso di sorrisi e liberatorie risate collettive. Qualcosa, insomma, che non si poteva racchiudere e sintetizzare con dei numerini scritti sulle pagine quadrettate dei registri cartacei, ma che tanto meno può essere trasmesso online, digitando voti, assenze ed assegni su un computerino, magari in diretta, alla fine di una vivace lezione.

Le programmazioni didattico-educative – già da tempo orientate verso una standardizzazione dei contenuti e dei tempi di svolgimento – rischiano di diventare sempre più quel comodo “copia e incolla” che il formatore suggeriva blandamente al suo uditorio di terrorizzati docenti da formare. Sostituire la libertà d’insegnamento, la fantasia progettuale del singolo docente ed il rispetto dei tempi della classe e dei suoi componenti con procedure “copia-e-incolla” mi sembra un rischio abbastanza evidente. Sopprimere il confronto e la discussione collettiva dei consigli di classe con procedure banalmente aritmetiche e statistiche, come spesso già succede in sede di scrutini intermedi e finali, è un altro rischio di banalizzazione ed uniformità pseudo-scientifica della scuola delle crocette sui quiz e delle lezioni precotte proiettate sulle lavagne “interattive”. Tutto ciò, naturalmente, sperando che i computer di classe siano nel frattempo stati forniti, che la connessione ci sia e che la presentazione audiovisiva non disturbi troppo gli alunni, impegnati magari a fare disegnini sui diari oppure a smanettare, veloci e furtivi, sui loro smartphone

La verità è che non abbiamo bisogno di una scuola più “virtuale”  bensì più “virtuosa”. Una scuola capace di educare i ragazzi/e ai valori, al senso del limite, alla libertà “di” piuttosto che alla libertà “da”.  Non sarà certamente quello che la Veladiano chiama il “computer che denuncia” che semplificherà e renderà più trasparenti le relazioni all’interno della scuola. Se perderemo anche la capacità di guardarci negli occhi e di affrontare direttamente i problemi che essa inevitabilmente produce, non illudiamoci che spariranno anche i conflitti e che le cose andranno meglio. Saranno solo riusciti a smaterializzare gli insegnanti, sostituendoli con la scuola robotizzata di alcuni racconti di fantascienza.

Non dimentichiamo, però, che in quei racconti perfino i robot, qualche volta, si ribellano. Forse è meglio che noi lo facciamo adesso, prima che sia troppo tardi.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )